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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 275

Posts Tagged ‘guerra’

La guerra in Siria non è finita

Posted by fidest press agency su mercoledì, 24 luglio 2019

Tra le tante leadership mondiali, come al solito, è Papa Francesco a mostrare maggiore preoccupazione per il dramma del popolo siriano e del Medio Oriente in generale.
Aiuto alla Chiesa che Soffre accoglie con gioia la notizia dell’incontro di questa mattina a Damasco tra il Cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, Prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, accompagnato dal nunzio apostolico in Siria, il cardinale Mario Zenari, con Bashar Hafez al-Assad. Come informa la Santa Sede, durante l’incontro, il cardinal Turkson ha consegnato al presidente siriano una lettera del Santo Padre, «che esprime la profonda preoccupazione di Sua Santità Papa Francesco per la situazione umanitaria in Siria, con particolare riferimento alle condizioni drammatiche della popolazione civile ad Idlib».Nella riservatezza che doverosamente le attività diplomatiche impongono, Papa Francesco richiama l’attenzione del Capo di Stato siriano alle estreme sofferenze del suo popolo e al tempo stesso ricorda ai leader mondiali e a noi tutti che il conflitto in Siria è tutt’altro che terminato. Nonostante l’attenzione dedicata dai media internazionali e dell’opinione pubblica in generale vada drasticamente scemando, dopo otto anni di guerra la situazione rimane drammatica. E se in molte zone tacciono le armi, il grido disperato della miseria non si arresta. Se dalle bombe si può cercare riparo, nessuno sfugge alla gravissima povertà che, come notano numerosi esponenti delle Chiese locali, trova una colpevole aggravante nelle sanzioni economiche internazionali imposte alla Siria.
Nel Paese mancano le medicine, mentre nella provincia di Idlib i bambini muoiono. E il nostro pensiero va a quei sacerdoti coraggiosi che non abbandonano le aree in difficoltà. Come padre Hanna Jallouf, francescano della Custodia di Terra Santa, che si trova tuttora nel governatorato di Idlib dove opera a beneficio delle persone di ogni fede.Aiuto alla Chiesa che Soffre non si rassegna all’indifferenza e alla sempre minore attenzione mondiale al contesto siriano. E assicura che continuerà sempre a rispondere alle tante richieste di aiuto provenienti dal martoriato Paese mediorientale con iniziative concrete, quale la campagna di raccolta fondi lanciata pochi giorni orsono per donare pacchi viveri e medicine ad Aleppo e Damasco.

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Impatto della guerra commerciale USA-Cina

Posted by fidest press agency su martedì, 28 maggio 2019

A cura di Luca Paolini, Chief Strategist e Patrick Zweifel, Chief Economist. Quando il commercio smette di funzionare, ci perdono tutti. Quindi gli investitori dovrebbero prepararsi alle conseguenze del recente tira e molla nella disputa commerciale tra Cina e Stati Uniti, in cui Pechino ha annunciato tariffe di ritorsione in risposta alla mossa di Washington di aumentare i dazi su 200 miliardi di dollari di merci cinesi. I nostri calcoli indicano che una guerra commerciale su larga scala tra la prima e la seconda economia al mondo ha il potenziale di far entrare l’economia globale in recessione e condurre ad un brusco crollo dei titoli mondiali.Il nostro modello indica che se un dazio del 10% sul commercio statunitense fosse trasferito al consumatore, l’inflazione mondiale salirebbe di circa 0,7 punti percentuale.Ciò, a sua volta, potrebbe diminuire gli utili societari del 2,5% e tagliare i price-to-earnings ratio delle azioni globali fino al 15%. Tutto ciò significa che le azioni globali potrebbero perdere il 15-20%. Il che, in effetti, riporterebbe indietro di tre anni l’orologio del mercato azionario mondiale. I rendimenti delle obbligazioni statunitensi possono crollare, ma la portata della flessione sarà limitata per via di un impatto inflazionistico dovuto ai dazi.
Washington e Pechino potrebbero ancora raggiungere un accordo alla riunione di giugno del G-20. Ma se così non fosse, gli aumenti dei dazi previsti potrebbero causare sofferenza ad entrambe le economie: riteniamo che i provvedimenti commerciali esistenti potrebbero ridurre la crescita cinese dello 0,5% e quella degli Stati Uniti di circa lo 0,2%.A peggiorare le cose, l’impatto di una guerra commerciale sarebbe percepito ben oltre i confini delle prime due potenze economiche mondiali. Economie aperte, come Singapore e Taiwan in Asia e Ungheria, Repubblica ceca e Irlanda in Europa sono potenzialmente più vulnerabili rispetto a Stati Uniti e Cina.

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Spezzare il funesto collegamento tra guerre e fame

Posted by fidest press agency su lunedì, 27 maggio 2019

Mentre cambiamenti climatici e la siccità hanno il loro peso sui focolai di malnutrizione acuta, resta il fatto che le otto più gravi crisi di fame nel mondo abbiano luogo in paesi interessati da conflitti: Yemen, Repubblica Democratica del Congo, Afghanistan, Etiopia, Siria, Sudan, Sud Sudan e Nigeria, dove complessivamente 72 milioni di persone si trovano in situazioni di insicurezza alimentare acuta. “Questa è una questione di vita o di morte per milioni di persone. Il Consiglio di Sicurezza deve fare di più per raggiungere i civili intrappolati in situazioni di conflitto “, ha detto Shashwat Saraf, direttore di Azione contro la Fame in Nigeria. “Non solo c’è bisogno di un accesso senza restrizioni per soddisfare le esigenze umanitarie, ma anche di raccogliere dati essenziali per comprendere la portata delle crisi e pianificare risposte coordinate ed efficaci. Il mondo ha bisogno di un modo efficace per spezzare il collegamento in essere tra fame e conflitti, e il Consiglio di Sicurezza può svolgere un ruolo fondamentale negli sforzi collettivi di tutti noi in questa direzione. Sono in gioco troppe vite.” In una nota presentata ieri alle Nazioni Unite, Azione contro la Fame ha sottolineato il ruolo vitale che può giocare il Consiglio di Sicurezza nell’invitare gli Stati Membri a sostenere il diritto umanitario internazionale, nel supportare i governi a garantire accessi umanitari senza ostacoli e limiti nelle zone di conflitto, e nel ritenere i singoli Paesi responsabili qualora non si muovessero abbastanza rapidamente, minimizzando così le conseguenze, anche non intenzionali, che sanzioni e misure antiterrorismo possono avere sulla popolazione civile maggiormente vulnerabile. “La comunità globale ha anche l’obbligo morale di agire in situazioni in cui le informazioni non sono disponibili, ma dove ci sono motivi sufficienti per credere che milioni di persone hanno un bisogno disperato di assistenza”, ha detto Charles Owubah, CEO di Azione Contro la Fame negli Stati Uniti. “Il mondo non può aspettare che una carestia venga ufficialmente dichiarata, per poter iniziare a aiutare le persone in quei luoghi dove una carestia è altamente probabile”.Azione contro la Fame è un’organizzazione umanitaria internazionale che combatte le cause e le conseguenze della malnutrizione in 50 Paesi del mondo. Da quasi 40 anni salviamo la vita dei bambini malnutriti, garantiamo alle loro famiglie accesso all’acqua potabile, cibo, istruzione e assistenza sanitaria di base.

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Il 2° Corpo d’Armata polacco in Italia 1943-1947

Posted by fidest press agency su lunedì, 6 maggio 2019

Firenze Mercoledì 8 Maggio 2019 ore 17:00 Caffè Astra al Duomo Via de’ Cerretani 56r. Incontro con Sergio Sammicheli. Dal maggio del ’44 all’aprile del ’45 alcune decine di migliaia di soldati polacchi, con grande valore combatterono i Tedeschi e successivamente presero Ancona e Bologna.Questi uomini erano per la maggior parte ex prigionieri dei gulag di Stalin e quando il 22 giugno del ’41 la Germania attaccò l’URSS ebbero la possibilità, sotto il comando del Generale Wladyslaw Anders, di ricostituire un embrione del nuovo esercito polacco che avrebbe dovuto combattere i tedeschi accanto ai Russi.Attraverso mille difficoltà e mille peripezie questi soldati dall’Iran si recarono in Persia e dalla Persia, attraverso l’Iraq, in Palestina dove diventarono il 2° Corpo d’Armata Polacco, per arrivare, infine, in Egitto.Da lì nel dicembre del ’43 e nei primi mesi del ’44 sbarcarono in Puglia e furono inquadrati nella 8^ Armata Britannica sotto il comando del Generale Leese.E’ un’epopea memorabile con una serie di componenti psicologiche, politiche ed umane veramente affascinanti ed ancor’oggi molto poco conosciute.
Il Prof. Sergio Sammicheli è nato e vive tutt’ora sui colli tra il Valdarno fiorentino e Greve. Laureato presso l’Università di Firenze e Filosofia. Prima di dedicarsi all’insegnamento ha goduto di esperienza di studio all’estero per oltre 6 anni in paesi di lingua inglese. Successivamente si è specializzato in Filosofia della Storia presso l’Università di Ginevra. E’ poi diventato insegnante di Storia e Filosofia nei Licei, l’ultimo dei quali è stato il Piero Gobetti di Firenze. Già da diversi anni in pensione, è oggi Membro del Consiglio Direttivo del Circolo Culturale Fanin di Figline Valdarno e svolge l’attività di consulente per alcune biblioteche pubbliche.

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8 anni di guerra in Siria

Posted by fidest press agency su martedì, 19 marzo 2019

“Nel 2018, ogni giorno, almeno tre bambini, tre bambini innocenti sono stati uccisi. E questo è solo il dato verificato dalle Nazioni Unite, ma riteniamo che il numero sia molto più alto. Dal 2011, quando è iniziato il conflitto, sono nati 5 milioni di bambini siriani, 4 milioni all’interno della Siria e 1 milione nei paesi limitrofi. 5 milioni di bambini che non hanno conosciuto niente altro che l’impatto di una guerra brutale sui bambini”, ha ricordato Geert Cappelaere, Direttore regionale UNICEF per Medio Oriente e Nord Africa alla Conferenza dei Donatori a Bruxelles. A 8 anni dall’inizio del conflitto in Siria, l’UNICEF ricorda che sono quasi 8 milioni i bambini la cui vita è stata sconvolta dalla crisi siriana: 5 milioni hanno bisogno di assistenza all’interno della Siria, mentre oltre 2,5 milioni sono i bambini siriani rifugiati registrati nei paesi limitrofi. I bambini rappresentano quasi il 45% del totale della popolazione colpita, su 11,7 milioni di persone coinvolte nel conflitto in Siria e 5,7 milioni di rifugiati. Mentre il conflitto entra nel suo nono anno, la crisi in Siria continua ad avere un impatto fortissimo sui bambini, nel paese, nella regione e oltre, e resta ancora una delle peggiori crisi umanitarie del mondo. Ogni bambino in Siria è stato colpito da violenza, sfollamento, legami familiari recisi e mancanza di accesso a servizi vitali. Oltre l’83% dei siriani vive sotto la soglia di povertà, spingendo i bambini a misure estreme di sopravvivenza, come lavoro minorile, matrimoni precoci e reclutamento nei combattimenti. Tutto ciò ha avuto un fortissimo impatto psicologico sui bambini.La crisi siriana rimane soprattutto una crisi per la protezione: le gravi violazioni dei diritti dei bambini – reclutamento, rapimenti, uccisioni e mutilazioni – continuano senza tregua. Solo nel 2018 sono stati uccisi 1.106 bambini, feriti 748, e 806 sono stati reclutati da gruppi armati; 360.000 bambini vivono in aree difficili da raggiungere e circa 2,6 milioni di bambini rimangono sfollati all’interno del paese. Inoltre, nei paesi limitrofi, circa 10.000 bambini rifugiati sono non accompagnati o sono stati separati dalle loro famiglie, molti di questi bambini sono vulnerabili a situazioni di sfruttamento – come il lavoro minorile – a causa della mancanza di documentazione legale.Quasi 20.000 bambini sotto i 5 anni sono affetti da malnutrizione acuta grave e in pericolo di vita e la malnutrizione acuta fra le donne in stato di gravidanza o allattamento è più che raddoppiata nel 2018. 6,5 milioni di persone sono in condizioni di insicurezza alimentare, fattore che spinge a far lavorare o mendicare bambini anche di 3 anni per sostentare le famiglie.Anni di conflitto hanno drammaticamente ridotto l’accesso ai servizi sociali di base, impedendo a oltre 2 milioni di bambini – più di un terzo di quelli del paese – di frequentare la scuola ed esponendo 1,3 milioni al rischio di abbandonarla; circa il 40% delle strutture scolastiche sono state danneggiate o distrutte durante la guerra, con 120 attacchi verificati l’anno passato.Nel 2018 le Nazioni Unite hanno inoltre verificato 142 attacchi su strutture e personale sanitario, il numero più alto dall’inizio del conflitto. Solo la metà delle strutture sanitarie è funzionante.Almeno il 70% delle acque reflue non è trattato e la metà del sistema fognario non è funzionante, esponendo i bambini a seri pericoli per la loro salute. Le famiglie che vivono in rifugi informali in Siria spendono oltre la metà del loro stipendio per l’acqua.L’UNICEF e i partner stanno lavorando sul campo in Siria e in tutta la regione per proteggere i bambini, per aiutarli ad affrontare l’impatto del conflitto e per recuperare la loro infanzia, migliorando l’accesso a servizi per l’istruzione e di supporto psicosociale per aiutare i bambini e coloro che se ne prendono cura a riprendersi dai traumi e a ristabilire una sensazione di normalità e portando assistenza umanitaria fondamentale in aree difficili da raggiungere.

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Yemen: 120.000 bambini rischiano di morire di fame a causa della guerra

Posted by fidest press agency su sabato, 2 marzo 2019

In Yemen, 120.000 bambini rischiano di morire di fame a causa del protrarsi degli scontri e dell’impossibilità di accedere a beni essenziali e medicine, e la malnutrizione priva 1 milione di donne in gravidanza o allattamento del sostentamento indispensabile per le loro condizioni[1]. Nel Paese martoriato da ormai quasi quattro anni di guerra, si stima che saranno 1,5 milioni in più i minori che nel 2019, rispetto all’anno precedente, avranno bisogno di assistenza umanitaria urgente. Questo l’allarme lanciato da Save the Children – l’Organizzazione che da 100 anni lotta per salvare i bambini a rischio e garantire loro un futuro – in concomitanza con la conferenza dei donatori per lo Yemen che si tiene oggi a Ginevra. “Parliamo con i bambini yemeniti ogni giorno. Ci raccontano della distruzione che vedono attorno a sé e ci dicono che hanno bisogno di pace, cibo, acqua pulita, assistenza sanitaria, e del loro desiderio di tornare a studiare tra i banchi di scuola. Eppure, purtroppo, le loro voci continuano a rimanere inascoltate”, ha dichiarato Tamer Kirolos, Direttore di Save the Children in Yemen.Per tenere alta l’attenzione sulla guerra in Yemen, dove più di 1 bambino su 10 vive in aree in cui l’intensità del conflitto è elevata e dove dall’inizio delle ostilità circa 6.500 minori hanno perso la vita o sono rimasti feriti dai bombardamenti, Save the Children, nell’ambito della nuova campagna “Stop alla guerra sui bambini”, ha lanciato una petizione pubblica on line per chiedere all’Italia di fermare immediatamente l’esportazione di armi italiane utilizzate in Yemen dalla coalizione saudita.Gli armamenti, in particolare, vengono prodotti nello stabilimento della RWM di Domusnovas, in Sardegna, e il loro utilizzo da parte dell’aviazione saudita è confermato dal Rapporto finale del gruppo di esperti sullo Yemen, commissionato dall’Onu.”Le Organizzazioni e le agenzie delle Nazioni Unite impegnate in Yemen stanno lavorando giorno e notte, nonostante le difficoltà, per garantire al popolo e ai bambini yemeniti il supporto e l’assistenza di cui ha bisogno. I leader riuniti a Ginevra hanno nelle loro mani le vite e il futuro di milioni di bambini vulnerabili e per questo chiediamo alla comunità internazionale di incrementare gli sforzi per garantire loro cibo, protezione, educazione e supporto psico-sociale. Soltanto investendo in queste aree si potranno ridurre i danni a lungo termine del conflitto sulla popolazione dello Yemen, e in particolare su donne e bambini”, ha concluso Tamer Kirolos.

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Carteggio Dipartimento Stato Usa su guerra in Libia

Posted by fidest press agency su domenica, 27 gennaio 2019

«Rivolgo un appello al ministro Di Maio, che dopo Fratelli d’Italia è stato coraggioso nel denunciare la questione del Franco CFA e del neocolonialismo francese in Africa: FdI chiede al governo di convocare l’ambasciatore francese per chiedere conto del carteggio pubblicato dal Dipartimento di Stato americano e sulle cause che avrebbero spinto la Francia a bombardare la Libia, generando l’attuale caos immigrazione che subiamo». Lo dice in un video pubblicato su Facebook il presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni. Il presidente di FdI è intevenuto anche su Libero Quotidiano. «Finalmente siamo riusciti a far conoscere a tutti la vicenda del neocolonialismo francese e del Franco CFA che la Francia stampa per 14 Nazioni africane. Ovviamente la sinistra italiana ha cominciato a difendere i francesi e il neocolonialismo che fanno a queste povere nazioni africane e ci ha tenuto a dirci che non c’è alcun nesso tra la moneta coloniale francese e quello che è accaduto con l’immigrazione che arriva da noi. Approfittao per chiedere una cosa alla sinistra ma soprattutto al governo italiano: questa è una mail resa nota dal Dipartimento di Stato americano nel 2015. È una mail che fu mandata a Hillary Clinton quand’era Segretario di Stato americano che parla della vicenda della Libia. Secondo questo funzionario americano che scrive alla Clinton, i francesi avevano scoperto che Gheddafi aveva un piano per sostituire la moneta coloniale francese con una moneta africana basata su quella libica. Secondo questo funzionario americano, questa ragione sarebbe alla base del bombardamento della Libia nel 2011 da parte della Francia e dell’omicidio del colonnello Gheddafi. Credo sia vergognoso che nessuno abbia mai ritenuto di approfondire questo documento pubblico e di risalire alle reali cause che hanno scatenato il caos in Libia e generato il caos immigrazione che arriva da noi. Perché e quello che c’è scritto qui fosse anche lontanamente vero, significherebbe che la Francia non è esattamente un filantropo che stampa queste monete, ma ha un interesse a difendere questa moneta coloniale».

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CRY HAVOC: Wolfert porta in scena i veterani di guerra

Posted by fidest press agency su domenica, 20 gennaio 2019

Roma Lunedì 21 gennaio 2019 Ore 20 – Saluti Ore 20,30 inizio spettacolo In replica mercoledì 23 gennaio, ore 17:00 Off-Off Theatre Via Giulia, 20. Parte con uno spettacolo che racconta un folgorante incontro fra teatro e vita l’Onstage!festival, la rassegna in lingua originale nata con lo scopo di veicolare la cultura americana attraverso l’incontro “personale” ed efficace con la scena off statunitense. A scriverla e interpretarla, diretto da Eric Tucker, è Stephan Wolfert, attore, autore, regista, ex Ufficiale medico presso l’Esercito USA che ha lasciato le armi per dedicare la propria vita al teatro dopo l’incontro con Shakespeare. Una congiuntura fondamentale per la creazione di CRY HAVOC, che vedrà luce lunedì 21 gennaio alle ore 21, ad apertura del festival, presso l’Off Off Theatre di Roma (è in programma una seconda rappresentazione il 23 gennaio alle ore 17).
Solo sul palco, in jeans e t-shirt, Wolfert affronta i demoni della guerra con quella che la critica ha riconosciuto unanimemente come una enorme energia vitale e performativa, segnata dal dramma ma costellata di ironia, trascinando il pubblico verso un finale catartico.
Mentre le parole di condottieri shakespeariani si fondono nelle cronache militari contemporanee per raccontare dei veterani di guerra e la loro difficoltà nel riadattarsi al ritorno nella società civile, “Cry Havoc” restituisce al teatro un profondo senso di necessità.
Il testo nasce proprio dall’impatto che il “Riccardo III” di Shakespeare ha su un veterano di Guerra: il ritratto del re deforme e delle sue difficoltà esistenziali apre nuove ipotesi di vita in un ex-soldato in profonda crisi di identità. “Cry Havoc” è dunque un emblematico esempio del ruolo fondamentale che il Teatro può concretamente avere nell’incrociare il cammino degli uomini.
Dopo due anni di paralisi, dopo sei anni nell’esercito degli Stati Uniti, dopo aver sofferto della Sindrome da Stress Post-Traumatico, Stephan Wolfert salta su un treno che attraversa le montagne del Montana. Lontano da casa. Nel nulla. Alcolista e senza la minima idea di cosa fare del resto della sua vita. Fino a che per caso entra in un teatro, scoprendo la voce di Shakespeare e un’insospettabile affinità di quelle storie con la propria. Da allora Stephan fa teatro, arrivando alla scena di Broadway. E oggi è responsabile di uno speciale programma di recupero per veterani attraverso il teatro, De-cruit (www.decruit.org)
Nel testo l’attore include alcuni dei più famosi discorsi di personaggi shakespeariani, come lui reduci di Guerra: Coriolano, Enrico V, Tito Andronico, Marco Antonio. Le parole senza tempo del Bardo sono fonte di una riflessione sul tema della Guerra e sul difficile reintegro dei veterani nella società civile. Lo spettacolo torna in Italia dopo essere stato presentato con successo al Teatro Sala Uno di Roma, collezionando critiche entusiastiche. nell’ambito del Festival Shakespeare Re-Loaded (Roma-Verona, aprile 2016), in collaborazione con il Teatro Argot Studio di Roma e Casa Shakespeare di Verona. Ingresso agli spettacoli: € 15 intero, € 12 ridotto, € 10 convenzioni Abbonamento libero a 6 ingressi a 80 Euro.

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Siria: metà dei bambini (4 milioni) sono cresciuti conoscendo solo la guerra

Posted by fidest press agency su domenica, 16 dicembre 2018

Secondo l’UNICEF- con circa 4 milioni di bambini nati in Siria dall’inizio del conflitto quasi 8 anni fa – la metà dei bambini del paese sono cresciuti conoscendo soltanto la guerra. Raggiungerli ovunque essi siano e soddisfare i loro bisogni, adesso e nel futuro, rimane la priorità.“Ogni bambino di 8 anni in Siria è cresciuto tra pericoli, distruzione e morte,” ha dichiarato Henrietta Fore, Direttore generale dell’UNICEF, al termine di una missione di 5 giorni nel paese devastato dal conflitto. “Questi bambini devono poter tornare a scuola, ricevere vaccini e sentirsi al sicuro e protetti. Dobbiamo poterli aiutare.”
Visitando alcune delle aree da poco tornate accessibili in Siria, Fore ha visto come il conflitto abbia colpito famiglie, bambini e le comunità in cui essi vivono.A Douma, nel Ghouta orientale, solo pochi mesi dopo la fine di un assedio durato 5 anni, le famiglie sfollate hanno iniziato a ritornare e la popolazione della città adesso è stimata essere di circa 200.000 persone. Molte famiglie sono tornate negli edifici danneggiati e la minaccia di ordigni inesplosi è molto alta. Da maggio 2018, risultano in 26 i bambini uccisi o feriti in tutto il Ghouta Orientale a causa degli ordigni rimasti. “A Douma, le famiglie vivono – e crescono i loro bambini – tra le macerie, lottano per l’acqua, cibo e riscaldamento in questo clima invernale”, ha continuato Fore. “Ci sono 20 scuole, tutte sovraffollate e che hanno bisogno di formazione per giovani insegnanti, di libri, materiali scolastici, porte, finestre ed elettricità.” È tanto il livello di distruzione a Douma che un’organizzazione non governativa partner, con il supporto dell’UNICEF, ha allestito una clinica informale all’interno di una moschea danneggiata.Ad Hama, il Direttore Generale dell’UNICEF ha visitato un centro in cui giovani ragazze e ragazzi imparano come opporsi alla violenza di genere. “Dall’inizio del conflitto, i bambini e i giovani sono diventati sempre più violenti”, ha dichiarato Zein, di 15 anni, un visitatore regolare al centro. “Il bullismo, le molestie, le aggressioni fisiche, i matrimoni precoci – tutte queste forme di violenza sono aumentate. I bambini e i giovani vedono violenze ovunque attorno a loro, e le vedono come normali. Dobbiamo fermare tutto ciò, sensibilizzando a comportamenti migliori”.Durante l’ultimo giorno del viaggio, Fore ha visitato Deraa, città in cui vivono circa 1 milione di persone. Il numero di sfollati nel governatorato è alto, aggiungendo ulteriore stress a servizi limitati. La metà dei 100 centri di assistenza sanitaria primaria del governatorato è stata danneggiata o distrutta. Le due stazioni principali che forniscono acqua alla città di Deraa si trovavano in aree precedentemente contestate, ciò causava frequenti tagli alle forniture idriche e a una dipendenza da camion che trasportano acqua. L’UNICEF ha aiutato a costruire dei condotti lunghi 16 km per portare acqua sicura a 200.000 persone. Di circa 1.000 scuole nel governatorato, almeno metà hanno bisogno di riparazioni. Le aule sono sovraffollate. I bambini hanno perso anni di formazione scolastica a causa della guerra, per questo motivo l’età degli studenti del primo anno può variare da 6 a 17 anni. Molti studenti stanno lasciando la scuola – il tasso di abbandono scolastico in Siria è al 29%.“Nelle scuole vengono piantati i primi semi della coesione sociale”, ha dichiarato Fore. “Abbiamo bisogno di istruzione di qualità per fare in modo che i bambini vogliano andare a scuola e ci vogliano rimanere”.Visto che l’accesso è migliorato, l’UNICEF sta aumentando i suoi servizi a supporto della salute, nutrizione e protezione dell’infanzia, offrendo programmi di apprendimento rapido per gli studenti che hanno perso anni di istruzione, formando gli insegnanti e riparando le reti fognarie, le condotte idriche e gli impianti di depurazione. Nelle aree che rimangono difficili da raggiungere, l’UNICEF rinnova il suo invito a un accesso regolare e senza condizioni e continua a lavorare con i partner per fornire assistenza immediata in qualsiasi momento possibile.In ogni parte della Siria, l’UNICEF chiede protezione per i bambini sempre e una maggiore attenzione per ricucire il tessuto sociale, fatto a pezzi da anni di combattimenti. “A circa 8 anni dall’inizio del conflitto, i bisogni sono ancora enormi”, ha dichiarato la Fore. “Ma i milioni di bambini nati durante questa guerra e che crescono fra le violenze sono pronti: vogliono imparare. Vogliono giocare. Vogliono guarire”.

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5 anni di guerra in Sud Sudan: 15.000 bambini senza genitori o scomparsi

Posted by fidest press agency su venerdì, 14 dicembre 2018

Si stima che 1,2 milioni di bambini soffrano di malnutrizione acuta – il numero più alto dall’inizio del conflitto; circa 2,2 milioni di bambini non stanno ricevendo un’istruzione, rendendo il Sud Sudan il paese con la percentuale più alta al mondo di bambini che non frequentano la scuola.
Oltre 4 milioni di persone sono state sradicate a causa del conflitto, la maggior parte bambini. 15 mila bambini sono ancora separati dalle loro famiglie o scomparsi, a cinque anni dall’inizio del conflitto. Dall’inizio del conflitto, l’UNICEF e i suoi partner hanno riunito circa 6.000 bambini ai loro genitori o tutori. “Ogni ricongiungimento è il risultato di mesi, e spesso anni, di lavoro per rintracciare i membri delle famiglie scomparsi in un paese della grandezza della Francia, ma senza nessuna infrastruttura di base”, ha dichiarato Leila Pakkala, Direttore Regionale dell’UNICEF in Africa orientale e meridionale. “Le sofferenze che questi bambini hanno subito durante il conflitto sono state inimmaginabili, ma la gioia di vedere una famiglia di nuovo tutta intera è sempre una fonte di speranza”.I bambini separati e non accompagnati sono maggiormente vulnerabili a violenze, abusi e sfruttamento, questo rende il ricongiungimento coi loro genitori una priorità urgente. Anche una volta riunite, molte famiglie continuano ad aver bisogno di aiuto. La metà dei bambini riuniti – circa 3.000 – stanno ancora ricevendo assistenza da parte degli assistenti sociali, portando il numero complessivo di bambini con bisogno di supporto a 18.000.Un accordo di pace recentemente firmato fra le parti in conflitto in Sud Sudan potrebbe fornire un’opportunità per rafforzare questo lavoro e altri tipi di assistenza umanitaria.“Nel territorio ci sono stati sviluppi incoraggianti dalla firma dell’accordo di pace”, ha dichiarato Pakkala. “La nostra speranza è che aree precedentemente inaccessibili cominceranno ad aprirsi, permettendoci di portare assistenza salvavita a un numero maggiore di persone l’anno prossimo”.

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Yemen: 15 milioni di bambini segnati dalla guerra

Posted by fidest press agency su domenica, 9 dicembre 2018

“Il costo di circa quattro anni del recente conflitto in Yemen è sconvolgente: oltre 2.700 bambini reclutati per combattere una guerra degli adulti; oltre 6.700 bambini morti o gravemente feriti verificati; circa 1,5 milioni di bambini sfollati, molti dei quali vivono una vita che è una mera ombra di ciò che dovrebbe essere un’infanzia.In Yemen oggi 7 milioni di bambini vanno a dormire affamati ogni notte. Ogni singolo giorno 400.000 bambini affrontano una malnutrizione acuta grave che minaccia le loro vite, e potrebbero morire in ogni minuto. Oltre 2 milioni di bambini non vanno a scuola e coloro che ci vanno spesso devono accontentarsi di un’istruzione di bassa qualità in classi sovraffollate.Le condizioni di vita di milioni di bambini in Yemen sono vergognose. Non ci sono scuse per giustificare questa triste realtà nel 21esimo secolo. Conflitti, forti crisi economiche e decenni di sottosviluppo non hanno risparmiato un singolo bambino o bambina in Yemen. Le sofferenze dei bambini sono tutte opera dell’uomo.Solo quando si entra direttamente in contatto con i bambini si realizza quanto sono numerose e profonde le loro cicatrici. Dietro ai numeri, ci sono bambini con nomi, volti, famiglie, amici, storie, sogni infranti e vite spezzate.Zakaria, un bambino di 12 anni che ho incontrato in un centro di riabilitazione, stava pascolando le sue capre quando ha calpestato una mina ed è rimasto mutilato a vita. Si chiedeva se avrebbe mai rivisto la sua capra preferita. Alia, di 9 anni, stava dormendo quando la sua casa è stata attaccata. Si è svegliata in un ospedale senza gambe. Alia sogna di diventare un dottore.Questi numeri – e le storie dietro di loro – contano davvero? Avrebbero dovuto sconvolgere il mondo tanto tempo fa e portare a un’azione. La guerra e la crisi economica attuale stanno rendendo una situazione già difficile molto molto peggiore. Gli interessi dei bambini dello Yemen non sono stati praticamente presi in considerazione nelle decisioni per decenni.Oggi quasi ogni singolo bambino in Yemen dipende dall’assistenza umanitaria per sopravvivere. Il supporto dell’UNICEF e di altri partner umanitari sta letteralmente salvando vite e dando ai bambini un barlume di speranza.L’UNICEF sta incrementando la sua risposta, fornendo supporto terapeutico ai bambini malnutriti, aumentando il numero di centri di cura e formando gli operatori sanitari delle comunità a identificare i primi stadi della malnutrizione e orientare i bambini verso le cure di cui hanno urgentemente bisogno. Continuano gli sforzi incessanti per prevenire che i bambini si ammalino, fra cui una campagna di vaccinazione contro la poliomielite in corso, che ha raggiunto finora più di 4 milioni di bambini.Lo Yemen oggi è la più ampia operazione umanitaria nel mondo per l’UNICEF. Per continuare a rispondere ai bisogni dei bambini, l’UNICEF ha lanciato un appello di oltre mezzo miliardo di dollari per il 2019.Ma l’assistenza umanitaria da sola non è la soluzione a questa crisi enorme creata dall’uomo. L’unica via per uscire da questo subbuglio è attraverso una soluzione politica e reinvestimenti massicci nello Yemen, che abbiano al centro i bambini.A questo fine, l’UNICEF accoglie con favore gli immensi sforzi dell’Inviato Speciale delle Nazioni Unite Martin Griffiths. Chiediamo alle parti che si incontreranno in Svezia e a coloro che esercitano influenza sulle stesse a rendere prioritari – per una volta – i bambini e i loro bisogni rispetto a ogni altra agenda politica, militare o finanziaria. Il futuro dei bambini dello Yemen è nelle loro mani. Non deludiamoli di nuovo!”

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La Merkel ha dimenticato quando l’Europa dimezzò i debiti di guerra alla Germania

Posted by fidest press agency su sabato, 3 novembre 2018

di Riccardo Barlaam «Scheitert Europa?», «L’Europa fallisce?» si chiede l’ex ministro degli Esteri tedesco Joschka Fischer nel suo libro, appena pubblicato, in Germania che è un durissimo atto di accusa contro le «politiche di euroegoismo» attuate dalla Cancelliera Angela Merkel e dal suo ministro delle Finanze, Wolfgang Schaeuble, la politica dell’«ognuno per sé», come la definisce l’ex leader dei verdi, politico-maratoneta, voce critica dell’attuale dirigenza tedesca. Fischer scrive che è «sorprendente» che la Germania abbia dimenticato la storica Conferenza di Londra del 1953, quando l’Europa le cancellò buona parte dei debiti di guerra. «Senza quel regalo – scrive l’ex ministro tedesco nel suo libro – non avremmo riconquistato la credibilità e l’accesso ai mercati. La Germania non si sarebbe ripresa e non avremmo avuto il miracolo economico». La cura di austerità imposta dalla coppia Merkel-Schaeuble, secondo l’ex ministro tedesco, è stata «devastante» perché ha imposto ai Paesi del Sud Europa «una deflazione dei salari e dei prezzi» impossibile da superare con il peso del rigore; «alla trappola della spirale dei debiti», che condanna questi Paesi a non uscire dalla crisi con il pretesto del risanamento dei conti. Fischer, in definitiva, accusa la Germania della signora Merkel e della sua grande coalizione di «euroegoismo» e di avere la memoria troppo corta. «Se la Bce non avesse seguito le decisioni di Draghi ma le obiezioni dei tedeschi a quest’ora l’euro non esisterebbe più. Il più grande pericolo per l’Europa – conclude il politico tedesco -attualmente è la Germania». Ma cosa si decise alla Conferenza di Londra del 1953? La prima della classe Germania è andata in default due volte durante il Novecento (nel 1923 e, di fatto, nel secondo dopoguerra). In quella conferenza internazionale le sono stati condonati i debiti di due guerre mondiali per darle la possibilità di ripartire. Tra i Paesi che decisero allora di non esigere il conto c’era l’Italia di De Gasperi, padre fondatore dell’Europa, e anche la povera e malandata Grecia, che pure subì enormi danni durante la seconda guerra mondiale da parte delle truppe tedeschi alle sue infrastrutture stradali, portuali e ai suoi impianti produttivi. L’ammontare del debito di guerra tedesco dopo il 1945 aveva raggiunto i 23 miliardi di dollari (di allora). Una cifra colossale che era pari al 100% del Pil tedesco. La Germania non avrebbe mai potuto pagare i debiti accumulati in due guerre. Guerre da essa stessa provocate. I sovietici pretesero e ottennero il pagamento dei danni di guerra fino all’ultimo centesimo. Mentre gli altri Paesi, europei e non, decisero di rinunciare a più di metà della somma dovuta da Berlino. Il 24 agosto 1953 ventuno Paesi (Belgio, Canada, Ceylon, Danimarca, Grecia, Iran, Irlanda, Italia, Liechtenstein, Lussemburgo, Norvegia, Pakistan, Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, Repubblica francese, Spagna, Stati Uniti d’America, Svezia, Svizzera, Unione Sudafricana e Jugoslavia), con un trattato firmato a Londra, le consentirono di dimezzare il debito del 50%, da 23 a 11,5 miliardi di dollari, dilazionato in 30 anni. In questo modo, la Germania poté evitare il default, che c’era di fatto. L’altro 50% avrebbe dovuto essere rimborsato dopo l’eventuale riunificazione delle due Germanie. Ma nel 1990 l’allora cancelliere Helmut Kohl si oppose alla rinegoziazione dell’accordo che avrebbe procurato un terzo default alla Germania. Anche questa volta Italia e Grecia acconsentirono di non esigere il dovuto. Nell’ottobre 2010 la Germania ha finito di rimborsare i debiti imposti dal trattato del 1953 con il pagamento dell’ultimo debito per un importo di 69,9 milioni di euro. Senza l’accordo di Londra, la Germania avrebbe dovuto rimborsare debiti per altri 50 anni. Il resto della storia è noto. E’ scritto nei sacrifici imposti dalla rigida posizione tedesca ai Paesi del Sud Europa che da anni combattono con una crisi che sembra senza fine. Fischer non ha dubbi. E punta il dito contro la sua connazionale Merkel: «Né Schmidt e né Kohl avrebbero reagito in modo così indeciso, voltandosi dall’altra parte come ha fatto la cancelliera. Avrebbero anzi approfittato della impasse causata dalla crisi per fare un altro passo avanti verso l’integrazione europea. La Merkel così distrugge l’Europa».(fonte Nuove direzioni) (n.r. come dire: si predica bene e si razzola male, anzi malissimo. E’ bene che lo ricordino i vari politici italiani che pontificano sulle “virtù” germaniche e pensano che l’Italia con l’attuale governo ci porta alla perdizione. Dovrebbero meglio indirizzare i loro strali velenosi. Contiamo di rinfrescarci la memoria con l’aiuto di Nuove Direzioni e la speranza che gli italiani riescano ad aprire gli occhi sulla realtà europea e a capire che se proprio il sogno europeo naufregherà non sarà per i debiti italiani ma per una Germania dalle politiche antieuropeiste ed egocentriste.)

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Pagine di storia: Finisce una guerra e si apre un cortocircuito che provoca la guerra fredda

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 agosto 2018

La fine della seconda guerra mondiale non solo creò le premesse per innescare una nuova forma di guerra, quella fredda, ma anche per dirci che avevamo fatto una vera e propria scalata sul fronte degli armamenti militari aprendo la via a forme di distruzione di massa dalle conseguenze terribili per l’umanità. Parliamo, ovviamente, dell’arma atomica e non solo. E’ davvero una svolta storica e ben poca cosa appaiono ora le nuove strategie militari e le tecniche d’impiego degli eserciti con le guerre di movimento. Sembrava che potessero rappresentare la soluzione ideale per sconfiggere l’avversario dando ampio spazio ai mezzi corazzati, ai trasporti motorizzati e all’impiego massiccio dell’aviazione per i bombardamenti tattici e strategici di aree non solo di natura militare ma anche a solo uso civile per indebolire la resistenza della gente ammassata nei grandi agglomerati urbani. Ci sbagliavamo sebbene qualcosa già si avvertiva potendo mettere in campo armamenti tradizionali ma già capaci di essere risolutivi.
Si afferma, a questo proposito, che il Fuhrer non fu eccessivamente impressionato dallo sbarco degli alleati avvenuto in Normandia il 7 giugno del 1944.
Egli, infatti, pensava di capovolgere l’avversa situazione venutasi a creare, sul fronte occidentale, dando il via all’operazione “Cherry-pip”. Si trattava di lanciare contro Londra, entro qualche giorno, da 300 a 400 missili Cherry-pip con testate esplosive di grande potenza. Il tentativo, com’è noto, non riuscì se non per qualche gittata dimostrativa sul cielo di Londra.
Ma in cantiere vi erano ben altre minacce. Prima fra tutte la bomba atomica. Ci pensarono i tedeschi per primi, ma i loro scienziati non fecero in tempo a disporne un uso bellico sebbene ci arrivassero molto vicini. Intanto gli Usa già pensavano di adoperare la bomba in Germania se non fosse riuscito il loro sbarco in Normandia. Ci mancò poco, quindi, che gli ultimi bagliori della guerra non si trasformassero in “funghi atomici.” Ma anche le armi individuali ebbero il loro momento di celebrità. Ci si rese conto della loro importanza in specie se i combattimenti si svolgevano a distanza ravvicinata. Era il momento del mitra, delle granate a mano, delle armi automatiche, in genere, ed anche dei blitz operati nelle retrovie nemiche con uomini pronti a tutto per creare confusione tra le forze combattenti e per distruggere ponti e reti di comunicazione. Fu anche preparata un’altra guerra: quella partigiana che sfruttando le difese naturali del terreno, tra dirupi e boschi, si potevano colpire le colonne nemiche e ritirarsi prima che reagissero in forze. Una tecnica di guerriglia che fu poi esportata nelle città e con successo. Per contrastarla i tedeschi non trovarono di meglio che prendere degli ostaggi inermi del luogo e fucilarli senza pietà. Pensavano in questo modo di indebolire la rete di connivenze che si stava intessendo intorno ai partigiani, ma fu inutile.
La vera guerra, in questa come in altre circostanze, fu vinta anche dalla propaganda condotta dai comitati di liberazione nazionale che trasformarono le uccisioni a freddo dei tedeschi in tanti atti di eroismo delle vittime e in una grande voglia di riscatto da parte dei sopravvissuti. Ci fu il fenomeno dei “kamikaze” giapponesi che si lanciavano con gli aerei carichi di bombe sulle navi americane indifferenti alla morte e al fuoco di sbarramento delle loro contraerei. Oggi lo fanno gli islamici nei mercati, nelle piazze affollate e nei luoghi d’intrattenimento. Se ben consideriamo tali forme di lotta tanto diverse dai canoni tradizionali di una guerra di posizione ereditata dalla prima guerra mondiale, ci rendiamo perfettamente conto delle ragioni che ne hanno provocato il tracollo. E dire che tutto è avvenuto in pochi decenni.
Ricordiamo che gran parte degli stati maggiori anglo-francesi, fino alla travolgente azione militare tedesca sul fronte francese, rimasero fermi nei loro convincimenti anche se furono indirettamente testimoni di combattimenti svoltisi in Polonia con moduli d’intervento decisamente non tradizionali. Militari e politici francesi e inglesi furono a tal punto convinti di trovarsi al cospetto di una seconda guerra di posizione che trovarono persino normale vivere un semestre “irreale” di non belligeranza poiché si aspettavano un attacco in forze sulla linea Maginot e quindi restarono su quelle posizioni in “tranquilla attesa.” Da tutte queste considerazioni emerge qualcosa di più significativo da rilevare. La seconda guerra mondiale, a nostro avviso, resta l’ultima rappresentazione corale mostrata attraverso un reclutamento di milioni di uomini e dall’esistenza di uno o più fronti di combattimento.
Le nuove generazioni nate all’ombra delle tecnologie più evolute e dell’informatica non hanno più bisogno di milioni di armati per sconfiggere altri milioni di armati. Si è pensato in un primo tempo che ciò fosse possibile con l’arma atomica ora il discorso si fa in un modo diverso con l’uso del terrorismo e la subliminazione attraverso i media. Ora l’insidia sta diventando più sottile ed è inodore come il gas nervino. Resta da chiederci se chi ci governa ne è consapevole e ne sa trarre le dovute conclusioni.
I due momenti sono fondamentali, a mio avviso, per capire quanto avviene nel XX secolo e su quali traumi esistenziali si matura tutta la storia dell’umanità vissuta, questa volta, con la lente d’ingrandimento, per quanto riguarda il tempo in cui viviamo e, forse, un po’ prima e, nel cogliere i segni di ciò che ci attende, un po’ dopo.
La seconda guerra mondiale, probabilmente più della prima, per le armi impiegate e per le distruzioni sistematiche d’intere popolazioni, posso considerarla un evento che ha impresso, in profondità, una svolta epocale. Tutto posso dire, infatti, a proposito degli anni post-bellici, tranne che le cose hanno ripreso a procedere come se nulla fosse accaduto. (Riccardo Alfonso)

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Gli umori degli italiani sul ruolo del fascismo negli anni di guerra

Posted by fidest press agency su lunedì, 20 agosto 2018

L’opinione pubblica – se stiamo alle segnalazioni dei Questori – viveva quei momenti di una guerra che si stava scatenando sempre più cruenta con “raccoglimento”, conscia della “gravità dell’ora”, con “titubanza” e con “spirito di sacrificio”. Parole che, dati i tempi, non potevano essere più ardite per esprimere un sentimento di “paura” e di “impotenza” dinanzi ad una decisione così drammatica per le sorti del paese. Non vi furono, naturalmente, manifestazioni esplicite di dissenso, ma infiniti elementi minori che danno l’indicazione di uno scollamento fra il sentimento popolare e il regime.
Dobbiamo, quindi, convenire con gli storici Salvatorelli, Renzo De Felice e molti altri che il momento d’effettivo consenso popolare al regime fosse già passato nel 1939/40. Per Paolo Spriano quella vigilia di guerra si annida il dramma degli italiani “nell’intreccio tra passività e im-potenza”. Certamente l’intervento italiano al fianco dei tedeschi ebbe anche cause più remote e più complesse dei semplici scatti d’umore di un dittatore. Piero Melograni a questo proposito non ha dubbi: “La decisione del 10 giugno 1940 si collega naturalmente agli orientamenti espansionistici e filo-tedeschi presenti da qualche tempo nella politica italiana.”
Mussolini in una sua relazione segreta, scritta il 31 marzo del 1940, annotava: “L’Italia non può rimanere neutrale per tutta la durata della guerra senza dimissionare dal suo ruolo, senza squalificarsi, senza ridursi al livello di una Svizzera moltiplicata per dieci.”
E il momento d’intervenire sembrò ineluttabilmente coincidere con la caduta della Francia e con l’isolamento della Gran Bretagna e, quindi, a condannarla a una “pace forzata”. Lo stesso Ciano, considerato il principale fautore del “non intervento”, davanti al trionfante attacco della Wermacht, contro l’esercito francese, si pronunciò per la prima volta a favore della guerra. Ciò che non fu valutato nella giusta misura è che, per Gheorghij Filatov, il destino del conflitto non fosse deciso dalle campagne militari fulminee, ma da fattori di lungo termine come le risorse umane e il potenziale industriale delle parti in causa e così via. In più andava considerata una differenza di fondo, per Rudolf Lill, fra le mire belliche di Hitler e quelle di Mussolini, essendo la vittoria sulla Francia per Hitler nient’altro che la fine della prima tappa della guerra e non della guerra stessa com’erano convinti i fascisti interventisti. Inoltre Mussolini non teneva conto della debolezza dell’apparato militare italiano come pure della scarsa disposizione degli italiani per la guerra a fianco della Germania nazista. Negligenza doppia e due volte fatale perché il Fuhrer era deciso a condurre quella guerra totale, che Mussolini non voleva e che l’Italia non poteva fare. D’altra parte per lo storico Richard A. Webster “Mussolini non poteva non scegliere la Germania, come non poteva non impostare la guerra come guerra fascista, guerra di impegno ideologico”.
“Non così la pensava il popolo italiano” – osserva il Webster – e lo stesso si può dire di molti, tra gli industriali e finanzieri, soprattutto quelli con maggiore esperienza nel mercato mondiale. Va altresì ricordato che i tedeschi, da qualche tempo, erano alleati scomodi in campo economico. Essi vedevano in Italia solo una riserva di mano d’opera e di derrate agricole piuttosto che un socio d’affari industriali.
L’errore dell’Italia fu di non aver tentato la strada americana, per i rifornimenti, ad esempio, di carbone che allora era l’ossigeno dell’industria del triangolo settentrionale italiano. Roosevelt, a sua volta, aveva intuito questa possibilità di agganciare al carro statunitense l’Italia e cercò in tutti i modi di avviare un dialogo di favore con Mussolini, al tempo della non belligeranza, ma purtroppo l’intervento si dimostrò tardivo. Alla fine dobbiamo rilevare con Giuseppe Bottai, uno dei più intelligenti gerarchi fascisti, che stava avvenendo qualcosa di strano, tra la gente, quanto annotava nel suo diario: “Che la sera del 10 giugno del 1940 la piazza (Venezia) si gremisce di una folla ora silenziosa, ora tumultuante. Si avverte la fatica dei pochi nuclei volitivi ad indirizzare grida e acclamazioni. ”Dobbiamo – rileva Corrado Vivanti – interpretare secondo queste poche righe il rapporto fra regime e popolo? Si trattava solo di un consenso organizzato e imposto? A questo punto ci sembra più logico concludere che l’adesione prevalente fosse dettata da un preconcetto. La maggioranza degli italiani era convinta che si trattasse unicamente di una guerra di “convenienza” e non effettiva. Gli entusiasmi, a questo punto, erano anch’essi frutto di un rituale accettato ma non digerito. L’equivoco aveva fatto perdere ogni forma di spontaneità. (Riccardo Alfonso)

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Il vocabolario di “guerra” degli italiani

Posted by fidest press agency su lunedì, 20 agosto 2018

In una disposizione del Ministero della Cultura Popolare del 25 maggio del 1940 si impartirono precise istruzioni sulla terminologia da usarsi nei riguardi dei nostri alleati vietando l’uso del termine “tedesco” per usare quello di “germanico”. Storicamente per noi italiani il termine “tedesco” aveva preso una connotazione tutt’altro che positiva, dai “tedeschi lurchi” di Dante alla “tedesca rabbia” di Petrarca e così via attraverso i secoli. Anche i titoli dei giornali si adeguarono: La battaglia di Francia fu dominata dalla “valanga d’acciaio tedesca” e prendono il sopravvento “l’offensiva germanica”, “il maglio germanico”, “la massa dei germanici vittoriosi”, ecc. Alla fine ci si accorse che fare indigestione di “germanesimo” stona alquanto quindi s’impose una rettifica e si dispose: d’ora in poi la parola “germanici” va usata nella proporzione del 70% rispetto al 30% di quella di “tedeschi”. Si scelse di chiamare la città russa Pietroburgo, in luogo di Pietrogrado, giacché la prima sapeva più di tedesco: “burg”. Ciò non impedì ai cronisti, durante le sfortunate vicende della campagna di Russia, di riportare la città al suo precedente nome di Leningrado e di Stalingrado. I velivoli divennero, riesumando una parola antica di D’Annunzio, “L’ala tricolore”. Poi si esaltarono gli “stuka” riduzione della parola tedesca (Stu(rzka(mpfflugzeuge)” ovvero “aeroplano da combattimento in picchiata”, i “Panzer” da “Panzer(wagen)”. Questa parola, per la cronaca, entrò nel lessico tedesco nel ‘500: si tratta della “panciera”, cioè la targa corazzata che protegge la pancia del guerriero. Poi in italiano la parola si …. smilitarizzò! Il “blitz” (blitzkrieg) divenne sinonimo di “guerra lampo” e i governi che si rifugiavano a Londra essendo i loro paesi invasi dai tedeschi furono irrisi come “governi-fantasma”.
Si fece poi uso e abuso d’espressioni quali: entusiasmo travolgente, mobilitazione totalitaria, vittoria folgorante, schieramento possente, avanzata irresistibile, folla oceanica, insopprimibile anelito, decisioni storiche, storico discorso, evento di portata storica ecc.
Resta abbastanza sintomatica la circostanza che dal 1943 nei bollettini di guerra scompaia la parola “nemici” per sostituirla con quella di “avversari”. (Riccardo Alfonso)

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Gli italiani cosa pensavano dell’interventismo militare dei fascisti?

Posted by fidest press agency su lunedì, 20 agosto 2018

Secondo il parere di Guido Leto, capo dell’OVRA, la polizia segreta italiana, il paese nel 1939 era quasi unanimemente contrario a un’avventura bellica, ma non così nella primavera del ‘40 quando l’opinione pubblica fu presa da un ossessionante timore di arrivare tardi nel dividere la torta della spartizione europea. Dall’esitazione si passò, poi, alla fretta tanto che lo stesso Hitler scrisse a Mussolini pregandolo di spostare la dichiarazione di guerra già prevista per il 31 maggio 1940.
Su tale circostanza vale la pena soffermarsi. Il periodo indicato dall’inconsapevole Mussolini non si conciliava con quello della nuova offensiva segreta che i tedeschi stavano per scatenare contro il tentennante esercito francese perciò era necessario uno slittamento senza, per altro, rivelarne le ragioni. Se poi scartiamo il cinque, il sei e l’otto giugno per il solo fatto che furono i tedeschi a proporre tali giorni, non restavano che il 7, il 9 ed il 10. La prima data fu esclusa perché cadeva di Venerdì, il nove perché era domenica e, quindi, restava solo il 10. A dire il vero il numero preferito da Mussolini era l’undici martedì, ma come si sa “né di Venere né di Marte non si sposa né si parte” e… tanto meno si fa la guerra! Ma tra il 10 e l’undici subentrò una furbesca soluzione: il primo giorno bastava limitarsi alla dichiarazione di entrare in guerra e il successivo per dare inizio alle ostilità. Taluni propendono nel credere che la scelta del 10 giugno, derivasse dal fatto che il giorno prima terminava il giro d’Italia con la nascita di una nuova stella nazionale: Fausto Coppi.
Per un bartaliano, come Mussolini, era un evento tristissimo che si aggiungeva a quello della domenica precedente con la conquista dello scudetto di calcio dell’Ambrosiana-Inter. Osserva Arturo Colombo: “Mussolini, parlando proprio il 10 giugno dal balcone di Palazzo Venezia, l’aveva definita, con perentoria sicumera, “l’ora delle decisioni irrevocabili”. In realtà ha ragione Gaetano Salvemini, quando afferma che l’intervento italiano in guerra appare come “il risultato dei capricci, delle incongruenze, delle incapacità e delle manie pubblicitarie e buffonesche di un uomo”. Persino i tedeschi se ne stupirono e lo stesso ammiraglio Canaris, capo dei servizi segreti germanici, sguinzagliò i suoi uomini a Roma per capire il vero motivo che aveva indotto gli italiani a una siffatta rapida iniziativa.
Quando gli assicurarono che nella pentola italiana non bolliva nessun secondo fine scosse la testa incredulo e sbottò: “si vede che gli italiani sanno custodire i loro segreti meglio dei tedeschi”. Così veniamo ad un’amara considerazione. (Riccardo Alfonso)

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L’entrata in guerra dell’Italia vista dagli storici e dai memorialisti

Posted by fidest press agency su lunedì, 20 agosto 2018

L’Italia partecipa, come c’è dato di capire, a una guerra di dimensioni continentali quasi per gioco o per puro capriccio e per calcolo: la possibilità di sedersi da vincitore al tavolo della pace senza sparare un solo colpo di cannone. Su questa difficile alleanza di Paesi e d’uomini furono scritti numerosi libri o interi capitoli d’opere illustri. Penso al diario di Ciano il cui resoconto si rifà agli anni 1937/1943 (editore Rizzoli), alle memorie del Maresciallo Alexander (1940/45 – editore Garzanti) e a quelle di Win-ston Churchill (editore Mondadori) e alle attente analisi de-gli storici Jeans Petersen, Basil H. Liddel Hart, Alan John P. Taylor, Elisabeth Wiskemann, Grigore Gafencu e alle rievocazioni settoriali d’Ugoberto Alfassio Grimaldi, di Gherardo Bozzetti, di Silvio Bertoldi, d’Antonio Bragadin e di Mario Cervi e a queste elencazioni dovrei aggiungere molti altri autori e opere che, per ragioni di spazio, non cito.
In tutto questo fiume di scritti e di rievocazioni frammisti a passione e a un misurato equilibrio tipico dello storico, si analizzano fatti e circostanze, sentimenti e calcoli che hanno attraversato la mente degli uomini nel bene e nel male.
Un insieme d’accurati e dettagliati resoconti nell’intento di darci una spiegazione logica, anche cercando di cogliere le reazioni a “caldo”, forse irrazionali, contraddittorie e inspiegabili, dei comportamenti dei protagonisti, dei comprimari e della stessa opinione pubblica in senso lato.
Tutti costoro venivano a volte sospinti verso una condotta autolesionista di cui erano coscienti pur accettandone, diremmo fatalisticamente, le conseguenze. Proprio su quest’aspetto si cerca tuttora di pervenire a un chiarimento per intendere cosa può averci sospinti verso la più grande tragedia di tutti i tempi. In effetti, i momenti della storia che contrassegnarono quel tempo non erano impregnati solo dall’idea di conquista e di dominio, ma anche dal desiderio di forgiare un popolo, una razza, di renderla ad esempio luminosa per gli altri, per coloro che per ragioni geografiche e di natali ne erano estranei e potevano esserne solo degli stupiti osservatori.
Posso quindi soffermarmi all’idea del fascismo che si stava maturando nelle nostre coscienze partendo da particolari a volte insignificanti prima di cedere il passo al crepitio delle armi. Mi riferisco a una ben diversa guerra combattuta in Italia. S’incominciò con l’obbligo di dare il “voi” in luogo dell’odiato “lei” e si continuò a farlo per molte altre cose. Ricordo, ad esempio, che il mio primo libro alle elementari era corredato da tantissime fotografie di figli della lupa e di balilla. C’erano il re, il duce, il Papa e molte frasi elogiative sul fascismo e sui personaggi della storia che diventavano “tanti guerrieri che brandivano l’acciaio”. (Riccardo Alfonso)

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La guerra nata in sordina e nuove strategie militari

Posted by fidest press agency su domenica, 19 agosto 2018

Dal 1° settembre del 1939 al 10 giugno del 1940 trascorsero ben 284 giorni di “non belligeranza”, non solo per l’Italia, se escludiamo l’attacco tedesco alla Norvegia avvenuto solo il 9 aprile del 1940 e la guerra russo-finlandese scoppiata il 30 novembre del 1939.
Fu proprio all’alba del 10 giugno del 1940 che si comprese appieno cosa avrebbe significato scatenare una guerra mondiale con tecniche militari innovative e con l’uso strategico d’armi e di mezzi ancora poco digeriti dagli stati maggiori militari francesi e britannici. Pensiamo alla mobilità delle truppe, all’uso massiccio di carri armati e degli aerei. Fu la data che scatenò un volume di fuoco senza precedenti e con ritmi impressionanti. L’offensiva, a occidente iniziò, infatti, con una guerra lampo che portò le truppe della Wehrmacht, in poco tempo, a sfilare con i suoi carriaggi per le vie di Parigi e a prendersi beffa della linea Maginot aggirandola. Cosa ci insegna tutto questo? Senza dubbio che i nostri padri disponevano di una visione statica della società dove la tradizione impediva la nascita di un pensiero nuovo che non riguardava di certo solo la logica delle strategie militari ma interessava il mondo della cultura e ancora di più la consapevolezza che i tempi stavano mutando. (Riccardo Alfonso)

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La conquista dell’Albania

Posted by fidest press agency su sabato, 18 agosto 2018

Il voler dimostrare ad Hitler che si permetteva di conquistare stati come se fossero noccioline e d’informare il Duce a cose fatte lo spinse alla conquista dell’Albania per dimostrare che anche l’Italia riusciva a impadronirsi di una nazione senza chiedere il permesso a nessuno. Fu una campagna di guerra dove si ebbe chiara la misura della disorganizzazione e della scarsezza di mezzi che le forze armate italiane potevano disporre. Con questa stessa chiave di lettura si registra, nei primi mesi del 1939, una visita a Roma dell’inglese Chamberlain e di Halifax. Tuttavia a spingere Mussolini tra le braccia della Germania fu il suo odio viscerale per la Francia, per uno sgarbo ricevuto, personalmente, dal presidente del consiglio dell’epoca. Lo stesso Patto d’Acciaio, che segnerà tragicamente il destino dell’Italia, nacque da queste esplosioni umorali, mentre il Paese non sapeva cosa si decideva sulla sua pelle. Queste, dunque, furono le premesse per arrivare al 22 maggio a Berlino, con la solenne cerimonia della firma. Il testo fu quello in sette paragrafi preparato dai tedeschi.
Al terzo c’era l’obbligo d’intervenire in guerra, automaticamente, a fianco di quella delle due parti contraenti che si fosse impegnata. Neanche ci si era cautelati con la clausola dei tre anni di preparazione e di pace, prima voluta dal Duce. Nella fretta se n’era dimenticato. Così tra il tintinnio dei calici di champagne, i brindisi e le toilette femminili molto ardite, l’Italia si avviò verso la catastrofe. (Riccardo Alfonso)

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Parliamo di una guerra scatenata dai nazisti

Posted by fidest press agency su sabato, 18 agosto 2018

Non si tratta, in ogni caso, di una semplice elencazione, degli avvenimenti storici che, dall’inizio della guerra, ci hanno portato alla vittoria strepitosa degli eserciti tedesco e giapponese e poi, via via, al loro tracollo.
Ho voluto, semmai, cogliere alcuni aspetti, più indicativi, e che, a mio avviso, hanno caratterizzato meglio lo stato d’animo di chi ha vissuto quei tormentati momenti sia da protagonisti e sia da figli della gleba. Lo faccio, in primo luogo, sperando che tutto ciò non cada nell’oblio e che, dagli orrori di una guerra fratricida, le nuove generazioni possano rendersi conto di quanto fosse assurda e, soprattutto, aberrante la piega assunta dagli eventi, traendone una lezione da non dimenticare. Lo faccio perché il ricordo del passato ci possa insegnare qualcosa nel nostro vivere quotidiano e in quello che attenderà i nostri nipoti.
Resta, nel suo insieme, un messaggio che va accolto e ricondotto a futura memoria.
Sono stati sei anni di una lunga guerra nata per distruggere la libertà dell’uomo, per imporre l’autorità di un dittatore, per umiliare nel fisico e nelle tradizioni, civili e culturali, intere popolazioni e per trascinarle, privandole d’ogni dignità, in atroci luoghi di tortura, per martoriarle nel fisico e negli affetti più cari, trucidando i loro congiunti e amici, e per ridurre l’uomo ora a carnefice e ora a vittima. (Riccardo Alfonso)

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