Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 15

Posts Tagged ‘guerra’

L’Iran non può fare la guerra, ma è ancora molto pericoloso. Anche per gli appoggi di cui gode

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 gennaio 2020

By Ugo Volli. La crisi iraniana è ben lungi dall’essere conclusa, ma una cosa è chiara, che l’eliminazione di Soleimani non ha affatto aperto quella crisi mondiale che i nemici di Trump hanno previsto questa volta come per ogni suo atto in Medio Oriente. Ma bisogna fare attenzione a capire le ragioni per cui l’Iran non ha potuto reagire come ha dichiarato e (forse) avrebbe voluto, ma si è dovuto limitare a un’azione poco più che simbolica, senza provocare vittime americane. Ho scritto “forse avrebbe voluto” per tener conto delle voci che sono girate per cui numerosi alti papaveri del regime degli ayatollah non sono rimasti troppo insoddisfatti dell’eliminazione del generale, che dava loro ombra grazie all’appoggio della “guida suprema” Khamenei e all’instancabile campagna di propaganda per se stesso che conduceva, appropriandosi dei “meriti” di tutte le azioni imperialistiche e terroristiche dell’Iran, tanto da essere candidato a prossimo presidente della Repubblica. Le dittature, come si sa, alimentano faide sanguinose nei loro vertici e forse qualche informazione sui movimenti del generale è venuta anche dai suoi avversari politici interni.Al di là di questo problema, l’Iran non ha reagito per la sua estrema debolezza. Sul piano economico non solo pesano le sanzioni americane, ma vi sono tutti i disagi di un’economia di guerra, che sostiene eserciti in cinque o sei paesi (Yemen, Iraq, Libano, Siria, territori governati da Hamas e dall’Autorità Palestinese), interviene attivamente e costosamente in altri, come Sudan, Baherin, Somalia ecc., alimenta la produzione di missili, armi atomiche, aerei e navi militari ben oltre il ragionevole. E inoltre, come capita di frequente nelle dittature, soprattutto islamiche, vi è un grado di controllo politico sull’economia, e dunque di corruzione, di vera e propria cleptocrazia, che pesa sulla vita di tutti i suoi sudditi in maniera intollerabile. Del resto problemi economici analoghi colpiscono il grande protettore dell’Iran, cioè la Russia di Putin, e la potenza islamica che condivide molti dei suoi atteggiamenti ed è spesso complice delle sue iniziative, anche se strategicamente in concorrenza, cioè la Turchia.Aggiungeteci un esercito impreparato, nervoso, bugiardo e incapace di assumersi le proprie responsabilità, come è emerso nel criminale abbattimento dell’aereo ucraino e un’opposizione che non si stanca di rifiutare le politiche e l’islamismo degli ayatollah, anche se rischia grande. Le proteste delle donne, dei giovani, delle persone impoverite dalla crisi, di coloro che vogliono la libertà di vivere normalmente senza sottoporsi all’oppressione delle milizie e delle “polizie della virtù” si succedono ininterrottamente, anche se sono represse con estrema violenza, al costo di migliaia di vittime. Se ci fosse una guerra, tutto questo rischierebbe di esplodere, travolgendo il dominio dei preti islamici, che è fragile, anche se ormai quarantennale. Infine è evidente che una guerra con l’America si svolgerebbe sotto forma di bombardamenti sul suolo dell’Iran, e avrebbe l’effetto di distruggere le sue forze armate e il suo regime, per quanto gravi fossero le rappresaglie che gli ayatollah fossero in grado di infliggere ai loro nemici. Solo il possesso della bomba atomica potrebbe permettere agli iraniani di scatenare una guerra con qualche speranza di non uscirne travolti e distrutti. E questa è una delle ragioni per cui è imperativo impedire che l’atomica iraniana sia costruita, come Israele ripete ormai da molti anni.E però bisogna fare attenzione: questi fatti non annullano affatto la minaccia iraniana, non trasformano la dittatura sciita in una tigre di carta, come qualcuno ha scritto. La minaccia resta in piedi ed è grave, per due ragioni militari e una politica. La prima è che l’Iran può continuare ad agire col terrorismo e soprattutto grazie alla rete di mercenari e fantocci che soprattutto Soleimani ha contribuito a creare in tutto il Medio Oriente: Hamas, Hezbollah, Houthi, l’esercito siriano, le milizie sciite in Siria e Iraq, le opposizioni in Bahrein e altri paesi del Golfo e infine le sue stesse “guardie rivoluzionarie”che agiscono con tecniche da guerriglia, per esempio contro le petroliere negli stretti. Non c’è dubbio che gli ayatollah continueranno a foraggiarle e a dirigerle ed esse continueranno a sfidare la legalità internazionale.La seconda ragione emerge dalle immagini del bombardamento delle basi americane, che alcuni hanno definito “telefonato”, perché sembra sia stato anticipato alcune ore prima agli iracheni che hanno avvertito gli americani. Sia stato così o meno, dalle immagini satellitari emerge che i missili iraniani hanno penetrato la difesa antimissile americana e hanno colpito con notevole precisioni, provocando gravi danni a strutture che, per fortuna o per calcolo, erano state evacuate. Insomma, le basi americane si sono mostrate altrettanto vulnerabile della grande raffineria saudita che era stata colpita alcune settimane fa da un attacco analogo. E’ probabile, come qualcuno ha sostenuto, che queste basi non fossero difese bene come il quartier generale americano nel Golfo, che ha sede in Qatar, me ci sono ragioni sufficienti per allarmare i militari Usa e soprattutto Israele, che essendo un paese e non una base ha moltissimi obiettivi sensibili, quante sono le città, gli impianti industriali, gli aeroporti, le infrastrutture energetiche e dell’acqua ecc. Non è detto che i sistemi antimissile come Iron Dome e David’s Sling siano in grado di neutralizzare completamente un attacco anche piuttosto limitato come quello che ha colpito gli americani. Insomma gli iraniani non possono vincere una guerra, ma possono fare danni gravi, se non sono neutralizzati in tempo. Il che suggerisce l’opportunità, di fronte a una crisi, di una guerra preventiva; ma non è detto che Israele possa reggerla da solo e certamente Trump non ha la minima voglia di una guerra vera e propria in un anno elettorale.E qui viene la ragione politica che sostiene in questo momento la minaccia iraniana. Come si è visto la settimana scorsa, i democratici americani hanno rinunciato al tradizionale atteggiamento patriottico, per cui l’opposizione negli Stati Uniti tradizionalmente evita accuratamente di indebolire il presidente quando egli si prende la responsabilità di difendere il paese sul piano militare. Chiamatela come volete, tradimento o spirito di parte o prudenza, ma è evidente che i democratici e la stampa che essi controllano, compresi gli “autorevolissimi” New York Times, Washington Post e CNN, sull’eliminazione di Soleimani si sono schierati più dalla parte dell’Iran che del loro paese, come del resto ha fatto un bel pezzo di Unione Europea. Questa volta, come in genere nella sua politica estera, Trump si è mostrato un abilissimo tattico, ben diverso dal pasticcione che i media tentano di accreditare. Ed è evidente che ha vinto lui questa partita. Ma senza la solidarietà nazionale che è tradizione dell’America è chiaro che le sue mosse debbano essere calcolate con grande prudenza, il che rafforza notevolmente la posizione politica e militare dei nemici degli Usa e in particolare dell’Iran. Insomma, la partita è aperta ed è delicatissima, soprattutto per Israele. Dove esiste anche un’opposizione che indebolisce la capacità di reazione del paese, con l’aggravante che non si tratta di un partito del Parlamento, ma di un apparato dello stato, quello della giustizia incentrato del procuratore generale Mandelblit, che a quanto pare negli ultimi mesi ha già bloccato operazioni militari sia a Gaza che in Siria, per il sospetto che avrebbero influito sulla campagna elettorale. Possiamo solo sperare che sia Trump che Netanyahu riescano a svolgere il loro lavoro e a impedire l’armamento atomico dell’Iran, raggiungibile a quento pare in un paio di mesi di lavoro, anche in queste difficili condizioni.

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Venti di guerra o escalation controllata?

Posted by fidest press agency su giovedì, 9 gennaio 2020

Neanche una settimana nella nuova decade e i mercati sono già sull’altalena. La notizia che ha colpito il mondo è sicuramente l’azione militare con cui gli Usa hanno ucciso il generale Qasem Soleimani. Soleimani era un alto ufficiale iraniano, regista della strategia politica e militare di Teheran nel Medio Oriente e figura estremamente popolare, non solo in Iran.L’escalation è stata una vampata: il 27 dicembre una base militare irachena, in cui operavano contractor americani, è stata attaccata con dei razzi da un gruppo paramilitare riferibile all’Iran. Nell’attacco – da quanto riportato dalle autorità americane – ha perso la vita un cittadino americano e numerosi altri sarebbero rimasti feriti (negli ultimi sei mesi gli attacchi a persone e strutture americane sono stati oltre 10).In risposta, il 29 dicembre gli Stati Uniti hanno colpito con degli attacchi aerei in Siria, Iraq e Libano alcune formazioni paramilitari appoggiate dall’Iran. Il primo gennaio alcune migliaia di persone hanno accerchiato in protesta l’ambasciata americana di Baghdad. Infine, l’attacco aereo della settimana vicino a un aeroporto di Baghdad, in cui un drone Usa ha colpito il convoglio in cui viaggiava il generale Soleimani identificato come il regista delle operazioni militari “per procura” (ovvero messe in atto supportando formazioni paramilitari terze) di cui viene accusato il regime di Teheran.L’escalation ha colto di sorpresa i mercati finanziari che hanno inizialmente reagito con perdite generalizzate (poi in parte recuperate prima della chiusura), mentre il petrolio si è apprezzato di oltre il 4% sulla scia di timori su possibili ripercussioni lato offerta.
Lasciando da parte valutazioni del contesto geopolitico in cui è maturato il conflitto e giudizi morali che non ci competono in questa sede, è importante provare a capire quali sono le effettive possibilità di un’escalation armata, visto che le relazioni tra Usa e Iran sono ormai da mesi ai minimi storici.Negli ultimi anni molti osservatori hanno criticato la Casa Bianca per la mancanza di una strategia precisa per quanto riguarda il Medio Oriente. In realtà, l’azione americana sembra essere stata improntata, almeno fino ad ora, da alcune caratteristiche distintive, sia da un punto di vista strategico sia da un punto di vista operativo. In continuità con quanto stabilito dall’amministrazione Obama, Trump ha, almeno a parole e nelle intenzioni, predicato la politica del disimpegno diretto, cercando di evitare per quanto possibile il coinvolgimento con un gran numero di truppe sul campo e favorire un maggior protagonismo degli alleati. Tuttavia, a differenza dell’amministrazione precedente, ha individuando in modo chiaro l’Iran come una minaccia con cui non è utile dialogare. In breve tempo Trump ha recesso dall’accordo di non-proliferazione nucleare firmato dal suo predecessore e ristabilito le sanzioni economiche verso Teheran.
Un’altra caratteristica della politica estera di Trump è stata quella di non avere paura di agire con azioni mirate anche molto decise in casi di escalation come deterrente. Una sorta di escalation ‘controllata’ dei conflitti con l’obiettivo di mostrarsi pronto a ogni soluzione e scoraggiare ulteriori azioni da parte dei propri avversari. Questa strategia di “escalation controllata” è molto rischiosa (e crea una buona dose di incertezza) ma ha funzionato, anche con una certa efficacia, contro la Nord Corea e contro Assad in Siria.Lo scontro con l’Iran potrebbe avere obiettivi, o perlomeno esiti, diversi. L’azione questa volta va a colpire direttamente una delle figure più importanti dell’establishment di un Paese sovrano, ostile all’occidente ma non in aperto conflitto con esso.Ragionevolmente l’Iran prenderà delle contromisure anche se al momento l’amministrazione Usa continua a ritenere che non sia nell’interesse di Teheran scatenare un conflitto armato su larga scala. Prevedibilmente l’Iran coglierà l’occasione per accrescere la propria influenza in Paesi confinanti, ma in questo momento è complesso da prevedere.Le truppe americane si stanno, comunque, mobilitando per prepararsi ad ogni evenienza e Trump ha già annunciato una reazione “sproporzionata”, restando fedele al suo approccio. La situazione resta fluida e aperta a molteplici possibilità, non necessariamente si risolverà nelle prossime ore, ma potrebbe restare un tema ricorrente anche per i mercati nei prossimi mesi.

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Il 2020 anno della guerra allo sfruttamento. Per fermare la strage dei lavoratori

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 gennaio 2020

Il 2019 ci lascia con una contabilità di omicidi sul lavoro di gran lunga superiore a quella degli anni precedenti. Al 26 dicembre erano 696 i morti nei luoghi di lavoro, che raddoppiano contando le vittime in itinere: 1395. Il 25% delle morti ha interessato ultrasessantenni, grazie alla Fornero; il 13% lavoratori immigrati fuggiti da guerre, povertà e cambiamento climatico. Nel complesso gli infortuni sul lavoro al 30 novembre assommavano a 600.000.Una contabilità fredda, che non dà l’idea del dolore e dello strazio che ognuna di queste morti ha prodotto, e nemmeno delle lacerazioni provocate nel tessuto connettivo del Paese. E contabilità è il termine usato per sminuire la portata degli eventi drammatici a cui si riferisce.Non abbiamo assistito ad alcun fremito di sdegno per le incessanti notizie di tragedie nei cantieri, nelle campagne o nelle piccole e piccolissime aziende che costituiscono l’identità della nostra impresa. Non un titolone sparato in prima pagina per indurre nei lettori una riflessione, un ripensamento sul modo di produzione capitalistico che sempre è alla base degli omicidi. Sfruttamento, incuria, inosservanza delle norme, certezza dell’impunibilità, a volte autosfruttamento per tenere in piedi la baracca e resistere alle intemperie della crisi, supportati dalle complicità del sistema armano quella che alcuni ancora osano chiamare fatalità.Chiudiamo l’anno con 1400 lavoratrici e lavoratori in meno, con altrettante famiglie che spesso al dolore della perdita di un proprio caro devono sommare l’improvvisa perdita di un reddito e quindi di una forma di sicurezza – spesso soltanto una parvenza – per il proprio futuro.Sicurezza è la parola che sempre riaffiora quando suona la campana della lugubre contabilità per avvertirci che il numeratore è cambiato. Ma sicurezza sta diventando sempre più una parola vuota, recitata come una litania per dimostrare di conoscerne il significato e contemporaneamente di ignorarne la funzione strategica. Quanto costa la sicurezza nei luoghi di lavoro? Quanto costa dotare gli impianti di quei dispositivi in grado di ridurre se non di impedire le probabilità che un incidente accada?
Molti pensano che i costi siano alti e convenga rischiare l’ispezione – che arriva solo molto raramente visto lo scientifico smantellamento dei programmi di prevenzione e di repressione, di chi non adotta i sistemi di sicurezza – la multa, l’imprevisto che però, in questo frangente, si traduce in mutilazioni e morti.C’è la certezza dell’impunità, la sicumera di chi sa che potrà sempre contare sul silenzio dei media, sull’indifferenza della società, sull’ignoranza diffusa delle norme e dei sistemi di prevenzione in cui vengono scientemente tenuti lavoratori e lavoratrici che quindi non potranno esigere, in un Paese che ha un enorme esercito di disoccupati e precari pronti a rimpiazzare senza fiatare i caduti, di veder rispettare il proprio diritto a lavorare in sicurezza.Chi denuncia, chi avverte del pericolo che si corre a lavorare senza tutele e garanzie viene fatto oggetto di repressione e mobbing, quando non direttamente licenziato come sempre più spesso sta avvenendo nei confronti di RLS o semplici delegati coraggiosi che denunciano la mancanza delle minime condizioni per poter lavorare senza correre il rischio di incidenti.Il 2020 non sarà diverso dal 2019 se non saremo capaci di intraprendere una lotta senza quartiere che riporti al centro la guerra allo sfruttamento e ai suoi frutti avvelenati. Non basta oggi e non basterà domani chiedere misure più severe e cogenti se non aggrediamo con forza il tema dello sfruttamento e il suo essere considerato normale nel lessico della nostra società. È la lotta di classe che potrà interrompere la drammatica contabilità degli omicidi, è la riscoperta della consapevolezza dei propri diritti che può fare la differenza. È l’impegno che assumiamo ancora con più forza per il l’anno che arriva.

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Uganda: Stop alla guerra sui bambini

Posted by fidest press agency su martedì, 3 dicembre 2019

«Immaginate voi di dover lasciare la vostra casa, la vostra famiglia e i vostri amici per partire da soli verso posti che non conoscete. Camminare di giorno, di notte, al buio e al sole per trovare un posto sicuro. Da soli». Inizia così il video reportage realizzato in Uganda da LaSabri – una delle più note star italiane del web, con milioni di follower su tutte le piattaforme – realizzato in collaborazione con Save The Children, in occasione dei 30 anni dalla firma della Convenzione ONU dei diritti dell’Infanzia e dell’adolescenza. L’Organizzazione che da 100 anni lotta per salvare i bambini a rischio e garantire loro un futuro, infatti, proprio in Uganda garantisce un rifugio sicuro a migliaia di persone in fuga dalla guerra civile in Sud Sudan, un conflitto che ha causato oltre 400.000 vittime e 2.5 milioni rifugiati nei paesi confinanti.L’Uganda è uno dei paesi più ospitali, ma oltre il 57% dei bambini che ha trovato una casa in questa terra non riesce a frequentare una scuola. Da qui nasce lo speciale racconto prodotto dalla major Web Stars Channel, un viaggio durante cui LaSabri ha potuto conoscere e mostrare ai suoi milioni di giovani fan l’impegno di Save The Children per la tutela e l’istruzione dei bambini fuggiti dalla guerra. Un racconto in cui sono stati coinvolti direttamente anche alcuni fan di Sabrina, a cui sono state mostrare in anteprima le immagini di questo viaggio e da cui è emersa una grande solidarietà verso i bambini più sfortunati supportati da Save The Children. L’iniziativa nasce nell’ambito della campagna “Stop alla guerra sui bambini”: oggi, 420 milioni di bambini – uno su cinque al mondo – vive in aree colpite dalla guerra e più di 27 milioni di bambini, sfollati a causa dei conflitti, non possono frequentare una scuola.Save The Children ha scelto LaSabri per la sua capacità di parlare a un pubblico giovane, un pubblico di milioni di ragazzi e ragazze che considerano la creator di Web Stars Channel come una sorella maggiore, affinché questo importante messaggio arrivi a tutte le fasce di età. Un progetto che ha preso forma sui principali social network con un toccante – ma anche divertente – documentario sulla speranza e la forza d’animo dei bambini supportati da Save The Children, narrato nello stile di Sabrina Cereseto. “Mamma adottiva a distanza” di Dorothy, una bambina del Malawi sostenuta sempre attraverso Save the Children, LaSabri è anche stata tra le fautrici della campagna #cyberesistance contro il bullismo online. «Vedere questi bambini che qui stanno bene con dei progetti così importanti dà un senso di gioia pazzesca. E poi basta vedere i loro sorrisi e fanno sorridere anche te!», è il messaggio che LaSabri lascia a tutti i propri fan su questa nuova iniziativa di solidarietà.

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Guerra alla droga. Verso un peggioramento stracciando la storia

Posted by fidest press agency su mercoledì, 13 novembre 2019

Gli Usa sono un grande Paese, democratico e pluralista. Nella fattispecie, questo riconoscimento lo prendiamo in considerazione per le politiche sulle droghe. Gli Stati Uniti sono il maggiore laboratorio per la legalizzazione della cannabis medica e ricreativa, con molti Stati che hanno già provveduto in materia e dove il dibattito/confronto a livello federale è avanzato e, soprattutto (rispetto alle abitudini italiane di schieramenti politici), con pro e contro in tutti gli schieramenti. Nel contempo gli Usa sono, ad avviso di chi scrive, il principale responsabile della “war on drugs” (guerra alla droga) che, lanciata a suo tempo dal presidente Richard Nixon, ha collezionato vittime umane ed istituzionali in abbondanza. Soprattutto in America Latina e, in particolare, in Messico, principale fornitore (per produzione e/o transito) delle sostanze illegali che riforniscono il mercato clandestino Usa. La “war on drugs” in Messico, avviata a suo tempo con la collaborazione del presidente Felipe Calderon, non si è fermata con la fine del suo mandato, ma volenti o nolenti, ha coinvolto e continua a coinvolgere chiunque gli sia succeduto, incluso l’attuale Andres Manuel Lopez Obrador. Il Messico, di conseguenza, è oggi uno dei Paesi dove la presenza e il condizionamento dei cartelli dei narcos nella società, nella politica e nell’economia, sono tra i più eclatanti del Pianeta.
Oggi c’è una novità in materia. Il decisamente autorevole quotidiano economico The Wall Street Journal ha pubblicato un editoriale in cui, dando seguito alla disponibilità del presidente Trump, argomenta e motiva la opportunità di una operazione militare statunitense in territorio messicano.A nostro avviso, in questo clima di “botte al narcos” come rimedio per bloccare la situazione messicana, e non solo, c’è una grande assente: la Storia. Sembra che la “war on drugs” non sia esistita, con tutto il suo strascico di cadaveri umani non solo tra le parti in lotta (varie polizie ed eserciti versus narcos), di vittime istituzionali, di condizionamenti economici… il tutto non solo in Messico, in America Latina e nel loro grande mercato Usa, ma con importanti e sempre più influenti aperture dei loro mercati di morte in Europa, in Africa, in Oriente (Cina inclusa) e in Oceania, in tutto il Pianeta.
In questo contesto, il presidente Usa da una parte, il maggiore quotidiano economico Usa dall’altro, perorano nuovi e più cruenti interventi militari per risolvere la situazione. E’ la solita politica, sbagliata per noi, di credere che il fatto contingente da presumibilmente risolvere possa essere foriero del nuovo, cioè far dissolvere i cartelli narcos, ché oggi sono loro il principale problema, in tutto il mondo. E’ probabile che il dispiegamento di forze militari e di polizia, congiunti Usa e Messico (e, perché no, non si può escludere che qualcun altro chieda di accodarsi) negli Stati messicani dove i narcos imperversano (quasi tutti…. quindi si tratta dell’intero Messico), renda più “tranquilla la situazione”, ma per quanto? Ammesso che la presenza militare calmi le esternazioni (non certo i traffici, chè per quanto legati al territorio si fanno beffa di chiunque), si prevede una occupazione permanente? Impossibile (che poi, quando gli Usa si ritirano… vedi Siria…). Noi crediamo che mai come in questo momento, pur in presenza di manifestazioni più estreme del dramma in atto nello specifico territorio e in tutto il Pianeta, sia necessario rimettere in discussione a 360 gradi le politiche seguite fino ad oggi. Tutte politiche perdenti e senza futuro. Noi peroriamo l’ipotesi legalizzatoria, ce ne sono altre? L’importante è non ripetere gli errori del passato. (Vincenzo Donvito, presidente Aduc)

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La guerra a volte unisce e non accentua le diversità etniche

Posted by fidest press agency su mercoledì, 30 ottobre 2019

Basta pensare al miracolo operato da Tito in Jugoslavia e dai guasti, per controprova, che derivarono il giorno dopo la sua dipartita. Il resto, si può dire, è storia dei nostri giorni. Forse più cronaca che storia, per il modo come la stiamo vivendo e per le passioni e le ambiguità che vi riversiamo.
D’altra parte ci volle una guerra mondiale per porre fine alle dittature di “destra” che volevano assicurare un diverso equilibrio mondiale, con una grande Europa dai Pirenei agli Urali, e ridimensionare lo stesso ruolo degli U.S.A. Il seguito mostrò una inevitabile divisione dell’Europa con l’Urss ed i suoi alleati, da una parte, e gli occidentali e gli Stati Uniti dall’altra.
Così incominciammo a gestire il secondo dopo guerra del XX secolo. In entrambi i casi dovemmo prendere coscienza degli orrori di una guerra e alle ragioni che si posero alla loro origine. La risposta, nel primo caso, la diedero le folle che gremirono le piazze di Parigi, Londra e Roma durante la visita del presidente americano Woodrow Wilson.
Tutti fremevano di gioia nella speranza che lo slogan, la “guerra per finire la guerra” sarebbe diventato vero e dal caos di sangue e di lacrime dalla più crudele delle guerre fino ad allora conosciute sarebbe sorta un’era nuova, un’era di nazioni libere, almeno dal timore di essere aggredite. Non più “les jours de glorie”. Quei giorni erano passati per sempre. La stessa parola “gloria” sembrava vuota e retorica o addirittura ipocrita e falsa. Qualcosa come il rhum che si dà ai soldati prima dell’ordine di saltare dalle trincee. Sopra le folle ancora ieri ebbre di guerra, un sogno di ragione apriva le sue ali iridate contro un cielo sereno. Wilson incarnava quello slancio popolare. In uno dei quattordici punti del suo messaggio, nella sessione unita delle camere del Congresso americano, il giorno 8 gennaio del 1918, egli diceva, tra l’altro: “Bisogna costruire una società generale delle nazioni in conformità a patti specifici nell’intento di assicurare agli stati tutti, piccoli e grandi, la loro indipendenza politica e integrità territoriale”. Wilson in questo senso fu un profeta sfortunato. Prima di tutto perché le sue formule risultarono, alla prova dei fatti, vaghe e inadattabili, a certe situazioni, e dando luogo a interpretazioni contraddittorie e che nessuno cercò di correggerle o almeno tentare di farlo. (Riccardo Alfonso)

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Libro di Pierluigi Battista: libri al rogo. La cultura e la guerra all’intolleranza

Posted by fidest press agency su lunedì, 14 ottobre 2019

Uscita prevista: 7 novembre. Negli ultimi decenni, ai roghi in piazza si è sostituita una pratica solo apparentemente meno feroce: una censura sottile eppure implacabile, ispirata ai più nobili motivi ma che rischia di sconfinare nel fanatismo più intollerante. Nel suo nome si mettono all’indice registi e scrittori, si coprono dipinti e si alterano i classici che offendono la sensibilità contemporanea.
I libri hanno sempre fatto paura, perché le loro pagine possono diffondere il seme della conoscenza, della scoperta, di una pericolosa libertà. Lo stesso è accaduto con quadri, canzoni, film e spettacoli teatrali capaci di conquistare l’emozione del pubblico con la stessa intensità con cui hanno attirato l’avversione di chi ne contestava i princìpi. Sicché dittatori e benpensanti si sono accaniti contro le opere accusate di turbare l’ordine costituito, impedendone la diffusione e perseguitando gli autori.
Pierluigi Battista, in un atto d’amore per i libri e il pensiero libero, risponde con un infuocato manifesto a favore della libertà d’espressione, in difesa di una tolleranza che non ammette deroghe. (by La Nave di Teseo)

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Raccolta di poesie inedite: “L’Anima è un paese in guerra”

Posted by fidest press agency su sabato, 12 ottobre 2019

Roma venerdì 18 ottobre 2019 alle 21, presso la suggestiva Basilica di San Luigi Battista dei Fiorentini piazza dell’oro 4 sede del Battesimo di Gesù, capolavoro di Ercole Antonio Raggi,si porrà al centro della scena l’autore poeta Vincenzo Lisciani Petrini che presenterà la sua raccolta di poesie inedite “L’Anima è un paese in guerra”. Una raccolta che abbraccia un insieme di stili: il prosimetro che richiama i bollettini di Radio Londra narranti le vicende di guerra e la elegia forma poetica più amata dall’autore scelta per dare eco ai volti dell’anima: i sentimenti.Le poesie si rivolgono idealmente ai nati “degli anni ‘80”, una generazione che fa i conti, come una middle generation, con le glorie di un passato ormai lontano, un presente in declino ed un futuro fatto di incertezze, paure, povertà interiori e di risorse, e desiderio di fuga. Il vero territorio di guerra però non è tanto il mondo esterno scenografia di un altro deserto più profondo, quello interiore: l’anima, le sue domande, la sua ricerca, il suo smarrimento e la luce.Non poteva che essere un percorso travagliato quello della raccolta di Vincenzo Lisciani Petrini. Non mancano, infatti, forti battute d’arresto. L’opera era pronta per il lancio già nel 2013 dopo tre anni di duro lavoro, ma a causa della morte dell’editore decade l’intero progetto.Lo sguardo di Vincenzo si posa sui suoi versi, come quello di chi guarda le rovine della sua casa, della sua città bombardata dalla vita. Egli lascia cadere la polvere sui suoi scritti e cerca allora rifugio e consolazione in un’altra forma d’arte: la prosa. Ma la voce della sua lirica non smette di cantare e di richiamarlo al suo primo amore. Così Vincenzo Lisciani Petrini oggi trova il coraggio di riprendere in mano le sue poesie e di raccontare il suo vissuto. Ad accompagnarlo nel debutto l’attore Simone Bobbini che leggerà alcune poesie tratte dalla raccolta, accompagnato da Joshua De Loa, noto musicista e organizzatore di eventi dell’undergound romano.

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Siria: L’attacco annunciato da mesi è avvenuto

Posted by fidest press agency su venerdì, 11 ottobre 2019

Con il beneplacito di alcuni Stati si è consumata l’ennesima violazione del diritto internazionale, ormai calpestato sistematicamente in una guerra che dura da oltre 8 anni e che ha trasformato il suolo siriano nel campo di battaglia di una guerra infinita tra potenze regionali. Sotto attacco da parte della Turchia questa volta le zone nel nord-est della Siria, abitate prevalentemente dai Curdi, con ancora morti e feriti anche tra i civili. La popolazione nella fascia tra Turchia e Siria, dopo aver combattuto l’Isis e altre formazioni terroristiche, è di nuovo messa a dura prova. L’intervento sta scatenando anche la partenza forzata di decine di migliaia di civili, intrappolati in quest’area di confine. Il numero di sfollati è destinato a salire rapidamente se le operazioni di guerra proseguiranno, sommandosi agli oltre 11 milioni tra sfollati interni e rifugiati in altri paesi. Questa nuova iniziativa bellica si aggiunge a quella del governo siriano appoggiato dalla Russia a nord-ovest, nell’area di Idlib, sotto attacco da aprile 2019, e ende tutto il confine nord del paese di nuovo incandescente con milioni di persone vittime di violenze. Una tragedia che si somma alla grave situazione umanitaria che in Siria si protrae da quasi nove anni con l’80% della popolazione in stato di povertà e oltre 11 milioni di persone che necessitano di assistenza umanitaria e come sempre a farne maggiormente le spese sono i più vulnerabili: anziani, minori, donne, disabili.
Tutta la rete Caritas, già operante da anni nel paese, si sta mobilitando per essere pronta a rispondere a questa nuova emergenza umanitaria. In particolare le Caritas di Aleppo e Hassake, con il sostegno di Caritas Italiana e di altre Caritas estere, si stanno organizzando per riuscire a rispondere alle molteplici necessità in un contesto sempre più difficile e pericoloso. Caritas Italiana fa appello al Governo Italiano, all’Unione Europea e a tutta la Comunità internazionale affinché si faccia tutto il necessario per interrompere, senza condizioni, l’ennesimo eccidio e ristabilire il rispetto del diritto internazionale. Ora più che mai c’è bisogno dell’impegno e della solidarietà di tutti, perché si possa trovare una soluzione
pacifica a questo ennesimo fronte di guerra e si possa rispondere velocemente ai bisogni umanitari più immediati. Il popolo siriano, piagato da quasi nove anni di guerra che hanno causato morte, distruzione e povertà, ha bisogno di pace per ricostruire la propria vita con dignità. Caritas Italiana sostiene gli interventi delle Caritas dei Paesi coinvolti nella crisi siriana – Siria, Libano, Giordania, Turchia, Cipro, Grecia, Macedonia, Serbia e Bosnia – sin dallo scoppio della guerra a marzo 2011. Ad oggi Caritas Italiana, grazie alle offerte ricevute e a contributi dell’otto per mille alla Chiesa Cattolica, ha realizzato decine di progetti con un intervento complessivo di oltre 7.200.000 euro in vari ambiti: assistenza umanitaria, supporto psicosociale, sanità, promozione del lavoro e convivenza pacifica tra i giovani.

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Yemen: “una serie di possibili crimini di guerra”

Posted by fidest press agency su giovedì, 5 settembre 2019

Le persone e le parti in conflitto responsabili di atrocità in Yemen devono essere chiamate a risponderne davanti alla giustizia, sottolinea Save the Children – l’Organizzazione internazionale che da 100 anni lotta per salvare i bambini a rischio e garantire loro un futuro – in seguito alla diffusione odierna del rapporto del Gruppo di esperti delle Nazioni Unite sullo Yemen, presentato oggi a Ginevra.
Il rapporto evidenzia che le parti in conflitto hanno commesso “una serie di possibili crimini di guerra”, molti dei quali hanno preso di mira i bambini o hanno avuto un impatto sulla loro vita.È inaccettabile – sottolinea Save the Children – l’impunita persistente per i responsabili degli abusi e delle gravi violazioni contro i bambini, nel quinto anno di conflitto. Violazioni che, in base alle indagini condotte dal gruppo di esperti dell’Onu, comprendono crimini commessi attraverso gli attacchi aerei, bombardamenti indiscriminati, uccisioni e detenzioni arbitrarie, torture e violenza sessuale.“I responsabili dell’uccisione, del ferimento e di altre gravi violazioni contro migliaia di bambini dello Yemen continuano a non pagare per i crimini commessi. Non possiamo più accettare tutto questo. Così come non possiamo più accettare che in Yemen la fame venga utilizzata come vera e propria arma di guerra, come rileva il rapporto, con conseguenze su migliaia di bambini che soffrono di gravi forme di malnutrizione. Perché i bambini, in Yemen, non muoiono soltanto a causa delle bombe e delle armi, ma vengono soffocati silenziosamente perché viene negato loro il cibo”, ha dichiarato Tamer Kirolos, Direttore di Save the Children in Yemen.“Ogni giorno, i nostri team sul terreno hanno davanti ai loro occhi le conseguenze di questo terribile conflitto: i bambini si ammalano, soffrono di malnutrizione, a volte sono fin troppo deboli anche per mangiare e muoiono perché non hanno acqua pulita e medicinali. Il nostro staff continua a lavorare per offrire ai bambini il sostegno di cui hanno bisogno, ma finché ci sarà la guerra possiamo solo aiutarli a rimanere in vita e non a costruirsi il futuro al quale hanno diritto. Il gruppo di esperti dell’Onu ha dolorosamente fatto luce sui possibili crimini di guerra commessi in Yemen, ma il suo mandato non dovrebbe fermarsi qui e, anzi, andare oltre ed essere rafforzato”, ha proseguito Kirolos.
Pertanto Save the Children si appella ai membri del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite perché, durante la prossima riunione sullo Yemen prevista per l’11 settembre, il mandato del Gruppo di esperti venga rinnovato e rafforzato, compiendo così un importante passo verso l’identificazione delle responsabilità nei confronti dei bambini yemeniti. In particolare, sottolinea l’Organizzazione, il mandato dovrebbe prevedere un focus specifico sull’individuazione delle prove, ulteriori relazioni pubbliche e competenze specifiche riguardanti i minori. Relativamente a tutte le presunte violazioni del diritto internazionale umanitario, dovrebbero inoltre esserci indagini credibili e indipendenti, in modo che gli autori dei crimini siano chiamati a rispondere delle loro azioni.
Save the Children reitera infine il proprio appello a tutte le parti in conflitto a favorire tutti gli sforzi per evitare di colpire la popolazione e le infrastrutture civili come scuole e ospedali, nonché a garantire il pieno accesso agli aiuti umanitari in tutto il paese e a trovare una soluzione duratura per mettere fine al conflitto in Yemen e alle sofferenze dei bambini e delle loro famiglie.

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La guerra nata in sordina e nuove strategie militari

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 agosto 2019

Dal 1° settembre del 1939 al 10 giugno del 1940 trascorsero ben 284 giorni di “non belligeranza”, non solo per l’Italia, se escludiamo l’attacco tedesco alla Norvegia avvenuto solo il 9 aprile del 1940 e la guerra russo-finlandese scoppiata il 30 novembre del 1939.Fu proprio all’alba del 10 giugno del 1940 che si comprese appieno cosa avrebbe significato scatenare una guerra mondiale con tecniche militari innovative e con l’uso strategico d’armi e di mezzi ancora poco digeriti dagli stati maggiori militari francesi e britannici. Pensiamo alla mobilità delle truppe, all’uso massiccio di carri armati e degli aerei. Fu la data che scatenò un volume di fuoco senza precedenti e con ritmi impressionanti. L’offensiva, a occidente iniziò, infatti, con una guerra lampo che portò le truppe della Wehrmacht, in poco tempo, a sfilare con i suoi carriaggi per le vie di Parigi e a prendersi beffa della linea Maginot aggirandola. Cosa ci insegna tutto questo? Senza dubbio che i nostri padri disponevano di una visione statica della società dove la tradizione impediva la nascita di un pensiero nuovo che non riguardava di certo solo la logica delle strategie militari ma interessava il mondo della cultura e ancora di più la consapevolezza che i tempi stavano mutando. (Riccardo Alfonso)

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Il vocabolario di “guerra” degli italiani

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 agosto 2019

In una disposizione del Ministero della Cultura Popolare del 25 maggio del 1940 si impartirono precise istruzioni sulla terminologia da usarsi nei riguardi dei nostri alleati vietando l’uso del termine “tedesco” per usare quello di “germanico”. Storicamente per noi italiani il termine “tedesco” aveva preso una connotazione tutt’altro che positiva, dai “tedeschi lurchi” di Dante alla “tedesca rabbia” di Petrarca e così via attraverso i secoli. Anche i titoli dei giornali si adeguarono: La battaglia di Francia fu dominata dalla “valanga d’acciaio tedesca” e prendono il sopravvento “l’offensiva germanica”, “il maglio germanico”, “la massa dei germanici vittoriosi”, ecc. Alla fine ci si accorse che fare indigestione di “germanesimo” stona alquanto quindi s’impose una rettifica e si dispose: d’ora in poi la parola “germanici” va usata nella proporzione del 70% rispetto al 30% di quella di “tedeschi”. Si scelse di chiamare la città russa Pietroburgo, in luogo di Pietrogrado, giacché la prima sapeva più di tedesco: “burg”. Ciò non impedì ai cronisti, durante le sfortunate vicende della campagna di Russia, di riportare la città al suo precedente nome di Leningrado e di Stalingrado. I velivoli divennero, riesumando una parola antica di D’Annunzio, “L’ala tricolore”. Poi si esaltarono gli “stuka” riduzione della parola tedesca (Stu(rzka(mpfflugzeuge)” ovvero “aeroplano da combattimento in picchiata”, i “Panzer” da “Panzer(wagen)”. Questa parola, per la cronaca, entrò nel lessico tedesco nel ‘500: si tratta della “panciera”, cioè la targa corazzata che protegge la pancia del guerriero. Poi in italiano la parola si …. smilitarizzò! Il “blitz” (blitzkrieg) divenne sinonimo di “guerra lampo” e i governi che si rifugiavano a Londra essendo i loro paesi invasi dai tedeschi furono irrisi come “governi-fantasma”.
Si fece poi uso e abuso d’espressioni quali: entusiasmo travolgente, mobilitazione totalitaria, vittoria folgorante, schieramento possente, avanzata irresistibile, folla oceanica, insopprimibile anelito, decisioni storiche, storico discorso, evento di portata storica ecc.
Resta abbastanza sintomatica la circostanza che dal 1943 nei bollettini di guerra scompaia la parola “nemici” per sostituirla con quella di “avversari”. (Riccardo Alfonso)

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Mio nonno racconta: La guerra che mi ha attraversato

Posted by fidest press agency su martedì, 27 agosto 2019

Avevo sei anni non ancora compiuti quando all’alba del primo settembre, mentre con molta probabilità dormivo saporitamente raggomitolato sotto le lenzuola e con la testa infossata nel cuscino, i carri armati tedeschi varcarono la frontiera polacca e nello stesso momento le bombe tedesche caddero sulle città polacche e altri bimbi della mia età ebbero un risveglio del tutto diverso dal mio.
In questo modo ebbe inizio la seconda guerra mondiale con l’attacco alla stazione radio di Gleiwitz da parte d’alcuni deportati vestiti d’uniformi polacche. Fu così inscenato l’incidente di frontiera ideato da Himmler per giustificare l’azione militare tedesca. I polacchi furono presi letteralmente alla sprovvista. L’invasione procedé come un rullo compressore annientando le deboli resistenze polacche e continuando la sua azione con rapidità. Diventò così evidente l’intenzione dei tedeschi di annettersi la Polonia che gli anglo-francesi non poterono fare altro, il 3 settembre alle quattro di mattina, d’ordinare all’ambasciatore inglese Devile Henderson di chiedere di essere ricevuto alle nove di mattina da Ribbentrop per consegnargli l’ultimatum del suo Paese per il ritiro immediato delle truppe d’invasione tedesche. Non riuscì a contattarlo tanto che l’ambasciatore britannico fu costretto a rimettere la nota diplomatica ad un funzionario di second’ordine e solo alle ore 11, ovvero dopo due ore. La Francia seguì a rimorchio. Tre ore dopo l’ambasciatore Henderson e quello francese Coulondre consegnano alla Wilhelmmstrasse la dichiarazione di guerra.
Iniziò in questo modo una delle più grandi tragedie di tutti i tempi tanto che a tutt’oggi si continua a discutere sulle sue cause profonde. La stessa leale partecipazione all’intesa della Francia e della Gran Bretagna non si può spiegare del tutto senza una valutazione rigorosa sul ruolo giocato dagli imperialismi dell’uno e dell’altro fronte conditi da egoismi geopolitici, avidità di materie prime, da ambizioni delle classi dirigenti e dai capitalismi scatenanti verso il profitto.
Tutto questo stava accadendo sulla pelle della gente e non certo in sintonia con le attese profonde dei popoli per i quali la pace, e non la guerra, era il sentimento più intimo e naturale.
Così non vissi quella data, ma lo accettai con indifferenza non cogliendo nemmeno la preoccupazione degli adulti della famiglia per un evento che avrebbe potuto, come lo fu, in effetti, allargarsi a macchia d’olio e finire con il riguardarci direttamente e nel modo più atroce.
Cosa si poteva pretendere da un bambino non avvezzo, come quelli di oggi, a vedere l’inizio delle ostilità in diretta televisiva e che la stessa radio valeva solo per le fiabe che mandava in onda e per ascoltare le canzoni? La carta stampata, poi, rappresentava per me un interesse unicamente se riproduceva fumetti.
D’altra parte avevo già vissuto, e questa volta con una partecipazione certamente più diretta, cosa voleva significare la guerra allorché tra il sette e l’otto aprile del 1939 le truppe italiane sbarcarono in Albania. Vi era anche mio padre con il suo reggimento. Allora eravamo a Pistoia da alcuni mesi. Avevamo già lasciato la nonna materna a Campobasso, da poco vedova, e ora ci separavamo da mio padre. Lo rivedemmo, di tanto in tanto, in licenza e alla fine i miei genitori decisero, dopo l’entrata in guerra dell’Italia nel giugno del 1940, che sarebbe stato meglio ritornare a Campobasso considerandola, tra l’altro, una cittadina meno esposta ai bombardamenti. In effetti, la vicinanza dell’aeroporto militare di Pisa non prometteva nulla di buono. Mio padre, intanto, restò in Albania sino alla prima metà del 1941 e al rientro in patria fu assegnato a Spoleto. Io non capivo, del resto, nemmeno cos’era il fascismo, ma mi fecero lo stesso indossare la divisa da figlio della lupa e poi da balilla e marciare impettito nei giorni solenni potando in spalla un fucile di legno. Era un gioco, un rituale, ma non mi rendevo conto che dietro si celava qualcosa d’altro perché ero un bambino.
Oggi i figli e i nipoti dei miei coetanei, si guardano bene d’indossare la divisa. Cercano, persino, di affrancarsi dal servizio militare, quand’era obbligatorio, ma se le divise sono state gettate alle ortiche, non è detto che altre non possano aver preso, in senso metaforico, il loro posto. (Riccardo Alfonso)

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Gli umori degli italiani sul ruolo del fascismo negli anni di guerra

Posted by fidest press agency su martedì, 27 agosto 2019

L’opinione pubblica – se stiamo alle segnalazioni dei Questori – viveva quei momenti di una guerra che si stava scatenando sempre più cruenta con “raccoglimento”, conscia della “gravità dell’ora”, con “titubanza” e con “spirito di sacrificio”. Parole che, dati i tempi, non potevano essere più ardite per esprimere un sentimento di “paura” e di “impotenza” dinanzi ad una decisione così drammatica per le sorti del paese. Non vi furono, naturalmente, manifestazioni esplicite di dissenso, ma infiniti elementi minori che danno l’indicazione di uno scollamento fra il sentimento popolare e il regime.
Dobbiamo, quindi, convenire con gli storici Salvatorelli, Renzo De Felice e molti altri che il momento d’effettivo consenso popolare al regime fosse già passato nel 1939/40. Per Paolo Spriano quella vigilia di guerra si annida il dramma degli italiani “nell’intreccio tra passività e impotenza”. Certamente l’intervento italiano al fianco dei tedeschi ebbe anche cause più remote e più complesse dei semplici scatti d’umore di un dittatore. Piero Melograni a questo proposito non ha dubbi: “La decisione del 10 giugno 1940 si collega naturalmente agli orientamenti espansionistici e filo-tedeschi presenti da qualche tempo nella politica italiana.”
Mussolini in una sua relazione segreta, scritta il 31 marzo del 1940, annotava: “L’Italia non può rimanere neutrale per tutta la durata della guerra senza dimissionare dal suo ruolo, senza squalificarsi, senza ridursi al livello di una Svizzera moltiplicata per dieci.”
E il momento d’intervenire sembrò ineluttabilmente coincidere con la caduta della Francia e con l’isolamento della Gran Bretagna e, quindi, a condannarla a una “pace forzata”. Lo stesso Ciano, considerato il principale fautore del “non intervento”, davanti al trionfante attacco della Wermacht, contro l’esercito francese, si pronunciò per la prima volta a favore della guerra. Ciò che non fu valutato nella giusta misura è che, per Gheorghij Filatov, il destino del conflitto non fosse deciso dalle campagne militari fulminee, ma da fattori di lungo termine come le risorse umane e il potenziale industriale delle parti in causa e così via. In più andava considerata una differenza di fondo, per Rudolf Lill, fra le mire belliche di Hitler e quelle di Mussolini, essendo la vittoria sulla Francia per Hitler nient’altro che la fine della prima tappa della guerra e non della guerra stessa com’erano convinti i fascisti interventisti. Inoltre Mussolini non teneva conto della debolezza dell’apparato militare italiano come pure della scarsa disposizione degli italiani per la guerra a fianco della Germania nazista. Negligenza doppia e due volte fatale perché il Fuhrer era deciso a condurre quella guerra totale, che Mussolini non voleva e che l’Italia non poteva fare. D’altra parte per lo storico Richard A. Webster “Mussolini non poteva non scegliere la Germania, come non poteva non impostare la guerra come guerra fascista, guerra di impegno ideologico”.
“Non così la pensava il popolo italiano” – osserva il Webster – e lo stesso si può dire di molti, tra gli industriali e finanzieri, soprattutto quelli con maggiore esperienza nel mercato mondiale. Va altresì ricordato che i tedeschi, da qualche tempo, erano alleati scomodi in campo economico. Essi vedevano in Italia solo una riserva di mano d’opera e di derrate agricole piuttosto che un socio d’affari industriali.
L’errore dell’Italia fu di non aver tentato la strada americana, per i rifornimenti, ad esempio, di carbone che allora era l’ossigeno dell’industria del triangolo settentrionale italiano. Roosevelt, a sua volta, aveva intuito questa possibilità di agganciare al carro statunitense l’Italia e cercò in tutti i modi di avviare un dialogo di favore con Mussolini, al tempo della non belligeranza, ma purtroppo l’intervento si dimostrò tardivo. Alla fine dobbiamo rilevare con Giuseppe Bottai, uno dei più intelligenti gerarchi fascisti, che stava avvenendo qualcosa di strano, tra la gente, quanto annotava nel suo diario: “Che la sera del 10 giugno del 1940 la piazza (Venezia) si gremisce di una folla ora silenziosa, ora tumultuante. Si avverte la fatica dei pochi nuclei volitivi ad indirizzare grida e acclamazioni. ”Dobbiamo – rileva Corrado Vivanti – interpretare secondo queste poche righe il rapporto fra regime e popolo? Si trattava solo di un consenso organizzato e imposto? A questo punto ci sembra più logico concludere che l’adesione prevalente fosse dettata da un preconcetto. La maggioranza degli italiani era convinta che si trattasse unicamente di una guerra di “convenienza” e non effettiva. Gli entusiasmi, a questo punto, erano anch’essi frutto di un rituale accettato ma non digerito. L’equivoco aveva fatto perdere ogni forma di spontaneità. (Riccardo Alfonso)

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La guerra in Siria non è finita

Posted by fidest press agency su mercoledì, 24 luglio 2019

Tra le tante leadership mondiali, come al solito, è Papa Francesco a mostrare maggiore preoccupazione per il dramma del popolo siriano e del Medio Oriente in generale.
Aiuto alla Chiesa che Soffre accoglie con gioia la notizia dell’incontro di questa mattina a Damasco tra il Cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, Prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, accompagnato dal nunzio apostolico in Siria, il cardinale Mario Zenari, con Bashar Hafez al-Assad. Come informa la Santa Sede, durante l’incontro, il cardinal Turkson ha consegnato al presidente siriano una lettera del Santo Padre, «che esprime la profonda preoccupazione di Sua Santità Papa Francesco per la situazione umanitaria in Siria, con particolare riferimento alle condizioni drammatiche della popolazione civile ad Idlib».Nella riservatezza che doverosamente le attività diplomatiche impongono, Papa Francesco richiama l’attenzione del Capo di Stato siriano alle estreme sofferenze del suo popolo e al tempo stesso ricorda ai leader mondiali e a noi tutti che il conflitto in Siria è tutt’altro che terminato. Nonostante l’attenzione dedicata dai media internazionali e dell’opinione pubblica in generale vada drasticamente scemando, dopo otto anni di guerra la situazione rimane drammatica. E se in molte zone tacciono le armi, il grido disperato della miseria non si arresta. Se dalle bombe si può cercare riparo, nessuno sfugge alla gravissima povertà che, come notano numerosi esponenti delle Chiese locali, trova una colpevole aggravante nelle sanzioni economiche internazionali imposte alla Siria.
Nel Paese mancano le medicine, mentre nella provincia di Idlib i bambini muoiono. E il nostro pensiero va a quei sacerdoti coraggiosi che non abbandonano le aree in difficoltà. Come padre Hanna Jallouf, francescano della Custodia di Terra Santa, che si trova tuttora nel governatorato di Idlib dove opera a beneficio delle persone di ogni fede.Aiuto alla Chiesa che Soffre non si rassegna all’indifferenza e alla sempre minore attenzione mondiale al contesto siriano. E assicura che continuerà sempre a rispondere alle tante richieste di aiuto provenienti dal martoriato Paese mediorientale con iniziative concrete, quale la campagna di raccolta fondi lanciata pochi giorni orsono per donare pacchi viveri e medicine ad Aleppo e Damasco.

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Impatto della guerra commerciale USA-Cina

Posted by fidest press agency su martedì, 28 maggio 2019

A cura di Luca Paolini, Chief Strategist e Patrick Zweifel, Chief Economist. Quando il commercio smette di funzionare, ci perdono tutti. Quindi gli investitori dovrebbero prepararsi alle conseguenze del recente tira e molla nella disputa commerciale tra Cina e Stati Uniti, in cui Pechino ha annunciato tariffe di ritorsione in risposta alla mossa di Washington di aumentare i dazi su 200 miliardi di dollari di merci cinesi. I nostri calcoli indicano che una guerra commerciale su larga scala tra la prima e la seconda economia al mondo ha il potenziale di far entrare l’economia globale in recessione e condurre ad un brusco crollo dei titoli mondiali.Il nostro modello indica che se un dazio del 10% sul commercio statunitense fosse trasferito al consumatore, l’inflazione mondiale salirebbe di circa 0,7 punti percentuale.Ciò, a sua volta, potrebbe diminuire gli utili societari del 2,5% e tagliare i price-to-earnings ratio delle azioni globali fino al 15%. Tutto ciò significa che le azioni globali potrebbero perdere il 15-20%. Il che, in effetti, riporterebbe indietro di tre anni l’orologio del mercato azionario mondiale. I rendimenti delle obbligazioni statunitensi possono crollare, ma la portata della flessione sarà limitata per via di un impatto inflazionistico dovuto ai dazi.
Washington e Pechino potrebbero ancora raggiungere un accordo alla riunione di giugno del G-20. Ma se così non fosse, gli aumenti dei dazi previsti potrebbero causare sofferenza ad entrambe le economie: riteniamo che i provvedimenti commerciali esistenti potrebbero ridurre la crescita cinese dello 0,5% e quella degli Stati Uniti di circa lo 0,2%.A peggiorare le cose, l’impatto di una guerra commerciale sarebbe percepito ben oltre i confini delle prime due potenze economiche mondiali. Economie aperte, come Singapore e Taiwan in Asia e Ungheria, Repubblica ceca e Irlanda in Europa sono potenzialmente più vulnerabili rispetto a Stati Uniti e Cina.

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Spezzare il funesto collegamento tra guerre e fame

Posted by fidest press agency su lunedì, 27 maggio 2019

Mentre cambiamenti climatici e la siccità hanno il loro peso sui focolai di malnutrizione acuta, resta il fatto che le otto più gravi crisi di fame nel mondo abbiano luogo in paesi interessati da conflitti: Yemen, Repubblica Democratica del Congo, Afghanistan, Etiopia, Siria, Sudan, Sud Sudan e Nigeria, dove complessivamente 72 milioni di persone si trovano in situazioni di insicurezza alimentare acuta. “Questa è una questione di vita o di morte per milioni di persone. Il Consiglio di Sicurezza deve fare di più per raggiungere i civili intrappolati in situazioni di conflitto “, ha detto Shashwat Saraf, direttore di Azione contro la Fame in Nigeria. “Non solo c’è bisogno di un accesso senza restrizioni per soddisfare le esigenze umanitarie, ma anche di raccogliere dati essenziali per comprendere la portata delle crisi e pianificare risposte coordinate ed efficaci. Il mondo ha bisogno di un modo efficace per spezzare il collegamento in essere tra fame e conflitti, e il Consiglio di Sicurezza può svolgere un ruolo fondamentale negli sforzi collettivi di tutti noi in questa direzione. Sono in gioco troppe vite.” In una nota presentata ieri alle Nazioni Unite, Azione contro la Fame ha sottolineato il ruolo vitale che può giocare il Consiglio di Sicurezza nell’invitare gli Stati Membri a sostenere il diritto umanitario internazionale, nel supportare i governi a garantire accessi umanitari senza ostacoli e limiti nelle zone di conflitto, e nel ritenere i singoli Paesi responsabili qualora non si muovessero abbastanza rapidamente, minimizzando così le conseguenze, anche non intenzionali, che sanzioni e misure antiterrorismo possono avere sulla popolazione civile maggiormente vulnerabile. “La comunità globale ha anche l’obbligo morale di agire in situazioni in cui le informazioni non sono disponibili, ma dove ci sono motivi sufficienti per credere che milioni di persone hanno un bisogno disperato di assistenza”, ha detto Charles Owubah, CEO di Azione Contro la Fame negli Stati Uniti. “Il mondo non può aspettare che una carestia venga ufficialmente dichiarata, per poter iniziare a aiutare le persone in quei luoghi dove una carestia è altamente probabile”.Azione contro la Fame è un’organizzazione umanitaria internazionale che combatte le cause e le conseguenze della malnutrizione in 50 Paesi del mondo. Da quasi 40 anni salviamo la vita dei bambini malnutriti, garantiamo alle loro famiglie accesso all’acqua potabile, cibo, istruzione e assistenza sanitaria di base.

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Il 2° Corpo d’Armata polacco in Italia 1943-1947

Posted by fidest press agency su lunedì, 6 maggio 2019

Firenze Mercoledì 8 Maggio 2019 ore 17:00 Caffè Astra al Duomo Via de’ Cerretani 56r. Incontro con Sergio Sammicheli. Dal maggio del ’44 all’aprile del ’45 alcune decine di migliaia di soldati polacchi, con grande valore combatterono i Tedeschi e successivamente presero Ancona e Bologna.Questi uomini erano per la maggior parte ex prigionieri dei gulag di Stalin e quando il 22 giugno del ’41 la Germania attaccò l’URSS ebbero la possibilità, sotto il comando del Generale Wladyslaw Anders, di ricostituire un embrione del nuovo esercito polacco che avrebbe dovuto combattere i tedeschi accanto ai Russi.Attraverso mille difficoltà e mille peripezie questi soldati dall’Iran si recarono in Persia e dalla Persia, attraverso l’Iraq, in Palestina dove diventarono il 2° Corpo d’Armata Polacco, per arrivare, infine, in Egitto.Da lì nel dicembre del ’43 e nei primi mesi del ’44 sbarcarono in Puglia e furono inquadrati nella 8^ Armata Britannica sotto il comando del Generale Leese.E’ un’epopea memorabile con una serie di componenti psicologiche, politiche ed umane veramente affascinanti ed ancor’oggi molto poco conosciute.
Il Prof. Sergio Sammicheli è nato e vive tutt’ora sui colli tra il Valdarno fiorentino e Greve. Laureato presso l’Università di Firenze e Filosofia. Prima di dedicarsi all’insegnamento ha goduto di esperienza di studio all’estero per oltre 6 anni in paesi di lingua inglese. Successivamente si è specializzato in Filosofia della Storia presso l’Università di Ginevra. E’ poi diventato insegnante di Storia e Filosofia nei Licei, l’ultimo dei quali è stato il Piero Gobetti di Firenze. Già da diversi anni in pensione, è oggi Membro del Consiglio Direttivo del Circolo Culturale Fanin di Figline Valdarno e svolge l’attività di consulente per alcune biblioteche pubbliche.

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8 anni di guerra in Siria

Posted by fidest press agency su martedì, 19 marzo 2019

“Nel 2018, ogni giorno, almeno tre bambini, tre bambini innocenti sono stati uccisi. E questo è solo il dato verificato dalle Nazioni Unite, ma riteniamo che il numero sia molto più alto. Dal 2011, quando è iniziato il conflitto, sono nati 5 milioni di bambini siriani, 4 milioni all’interno della Siria e 1 milione nei paesi limitrofi. 5 milioni di bambini che non hanno conosciuto niente altro che l’impatto di una guerra brutale sui bambini”, ha ricordato Geert Cappelaere, Direttore regionale UNICEF per Medio Oriente e Nord Africa alla Conferenza dei Donatori a Bruxelles. A 8 anni dall’inizio del conflitto in Siria, l’UNICEF ricorda che sono quasi 8 milioni i bambini la cui vita è stata sconvolta dalla crisi siriana: 5 milioni hanno bisogno di assistenza all’interno della Siria, mentre oltre 2,5 milioni sono i bambini siriani rifugiati registrati nei paesi limitrofi. I bambini rappresentano quasi il 45% del totale della popolazione colpita, su 11,7 milioni di persone coinvolte nel conflitto in Siria e 5,7 milioni di rifugiati. Mentre il conflitto entra nel suo nono anno, la crisi in Siria continua ad avere un impatto fortissimo sui bambini, nel paese, nella regione e oltre, e resta ancora una delle peggiori crisi umanitarie del mondo. Ogni bambino in Siria è stato colpito da violenza, sfollamento, legami familiari recisi e mancanza di accesso a servizi vitali. Oltre l’83% dei siriani vive sotto la soglia di povertà, spingendo i bambini a misure estreme di sopravvivenza, come lavoro minorile, matrimoni precoci e reclutamento nei combattimenti. Tutto ciò ha avuto un fortissimo impatto psicologico sui bambini.La crisi siriana rimane soprattutto una crisi per la protezione: le gravi violazioni dei diritti dei bambini – reclutamento, rapimenti, uccisioni e mutilazioni – continuano senza tregua. Solo nel 2018 sono stati uccisi 1.106 bambini, feriti 748, e 806 sono stati reclutati da gruppi armati; 360.000 bambini vivono in aree difficili da raggiungere e circa 2,6 milioni di bambini rimangono sfollati all’interno del paese. Inoltre, nei paesi limitrofi, circa 10.000 bambini rifugiati sono non accompagnati o sono stati separati dalle loro famiglie, molti di questi bambini sono vulnerabili a situazioni di sfruttamento – come il lavoro minorile – a causa della mancanza di documentazione legale.Quasi 20.000 bambini sotto i 5 anni sono affetti da malnutrizione acuta grave e in pericolo di vita e la malnutrizione acuta fra le donne in stato di gravidanza o allattamento è più che raddoppiata nel 2018. 6,5 milioni di persone sono in condizioni di insicurezza alimentare, fattore che spinge a far lavorare o mendicare bambini anche di 3 anni per sostentare le famiglie.Anni di conflitto hanno drammaticamente ridotto l’accesso ai servizi sociali di base, impedendo a oltre 2 milioni di bambini – più di un terzo di quelli del paese – di frequentare la scuola ed esponendo 1,3 milioni al rischio di abbandonarla; circa il 40% delle strutture scolastiche sono state danneggiate o distrutte durante la guerra, con 120 attacchi verificati l’anno passato.Nel 2018 le Nazioni Unite hanno inoltre verificato 142 attacchi su strutture e personale sanitario, il numero più alto dall’inizio del conflitto. Solo la metà delle strutture sanitarie è funzionante.Almeno il 70% delle acque reflue non è trattato e la metà del sistema fognario non è funzionante, esponendo i bambini a seri pericoli per la loro salute. Le famiglie che vivono in rifugi informali in Siria spendono oltre la metà del loro stipendio per l’acqua.L’UNICEF e i partner stanno lavorando sul campo in Siria e in tutta la regione per proteggere i bambini, per aiutarli ad affrontare l’impatto del conflitto e per recuperare la loro infanzia, migliorando l’accesso a servizi per l’istruzione e di supporto psicosociale per aiutare i bambini e coloro che se ne prendono cura a riprendersi dai traumi e a ristabilire una sensazione di normalità e portando assistenza umanitaria fondamentale in aree difficili da raggiungere.

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Yemen: 120.000 bambini rischiano di morire di fame a causa della guerra

Posted by fidest press agency su sabato, 2 marzo 2019

In Yemen, 120.000 bambini rischiano di morire di fame a causa del protrarsi degli scontri e dell’impossibilità di accedere a beni essenziali e medicine, e la malnutrizione priva 1 milione di donne in gravidanza o allattamento del sostentamento indispensabile per le loro condizioni[1]. Nel Paese martoriato da ormai quasi quattro anni di guerra, si stima che saranno 1,5 milioni in più i minori che nel 2019, rispetto all’anno precedente, avranno bisogno di assistenza umanitaria urgente. Questo l’allarme lanciato da Save the Children – l’Organizzazione che da 100 anni lotta per salvare i bambini a rischio e garantire loro un futuro – in concomitanza con la conferenza dei donatori per lo Yemen che si tiene oggi a Ginevra. “Parliamo con i bambini yemeniti ogni giorno. Ci raccontano della distruzione che vedono attorno a sé e ci dicono che hanno bisogno di pace, cibo, acqua pulita, assistenza sanitaria, e del loro desiderio di tornare a studiare tra i banchi di scuola. Eppure, purtroppo, le loro voci continuano a rimanere inascoltate”, ha dichiarato Tamer Kirolos, Direttore di Save the Children in Yemen.Per tenere alta l’attenzione sulla guerra in Yemen, dove più di 1 bambino su 10 vive in aree in cui l’intensità del conflitto è elevata e dove dall’inizio delle ostilità circa 6.500 minori hanno perso la vita o sono rimasti feriti dai bombardamenti, Save the Children, nell’ambito della nuova campagna “Stop alla guerra sui bambini”, ha lanciato una petizione pubblica on line per chiedere all’Italia di fermare immediatamente l’esportazione di armi italiane utilizzate in Yemen dalla coalizione saudita.Gli armamenti, in particolare, vengono prodotti nello stabilimento della RWM di Domusnovas, in Sardegna, e il loro utilizzo da parte dell’aviazione saudita è confermato dal Rapporto finale del gruppo di esperti sullo Yemen, commissionato dall’Onu.”Le Organizzazioni e le agenzie delle Nazioni Unite impegnate in Yemen stanno lavorando giorno e notte, nonostante le difficoltà, per garantire al popolo e ai bambini yemeniti il supporto e l’assistenza di cui ha bisogno. I leader riuniti a Ginevra hanno nelle loro mani le vite e il futuro di milioni di bambini vulnerabili e per questo chiediamo alla comunità internazionale di incrementare gli sforzi per garantire loro cibo, protezione, educazione e supporto psico-sociale. Soltanto investendo in queste aree si potranno ridurre i danni a lungo termine del conflitto sulla popolazione dello Yemen, e in particolare su donne e bambini”, ha concluso Tamer Kirolos.

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