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Posts Tagged ‘guerra’

Siria: 10 anni di guerra

Posted by fidest press agency su lunedì, 15 marzo 2021

Sono passati 10 anni dal marzo 2011, quando la primavera araba sbocciò in Siria, fiorendo con le parole sui muri delle scuole di Da’ra. Quelle parole-graffiti erano la voce del popolo siriano, che al regime di Damasco chiedeva libertà, dignità, cittadinanza. A dieci anni da quei graffiti, la guerra continua e l’eredità della primavera siriana è tutt’altro che florida: una miseria fatta di polvere, macerie, di centinaia di migliaia di morti; di un’instabilità da cui il Paese non si libererà presto. Di milioni di civili in fuga: 6,6 milioni di essi hanno trovato rifugio fuori dalla Siria, 6,7 all’interno dei confini nazionali. Una miseria che ha il volto di 13,4 milioni di siriani bisognosi di assistenza umanitaria e di oltre 12 milioni che nel Paese hanno fame per le conseguenze della guerra.Il dossier che Caritas Italiana pubblica on line ripercorre questi anni e le fasi principali di una guerra sanguinosissima e ancora in corso: una rivoluzione di popolo trasformatasi in un conflitto a ingerenze internazionali, inasprito dalle violenze del califfato islamico, tutt’altro che sconfitto. Una guerra qui raccontata dalla prospettiva degli sfollati, interni o esterni al Paese, attraverso dati, analisi e studi specifici, testimonianze e ipotesi di futuro.Dal 2011 ad oggi Caritas Italiana ha avviato 85 progetti con un investimento complessivo di oltre 8,3 milioni di euro, provenienti da donazioni e dall’8xmille alla Chiesa Cattolica. Tali fondi sono stati destinati ad aiuti di urgenza, alloggio, istruzione, costruzione di percorsi di pace e riconciliazione, interventi sanitari, sostegno psicologico, riabilitazione socio-economica, protezione per i più vulnerabili (bambini, anziani e donne), accompagnamento e formazione delle organizzazioni locali. Nel 2021 proseguono gli interventi a carattere umanitario e non solo, in tutti i Paesi coinvolti, tenendo conto anche della pandemia di Covid-19. In particolare in Siria l’impegno si concentra nelle città di Aleppo, Homs, Hassakeh. I programmi hanno un approccio olistico rispondendo a diverse tipologie di bisogni: cibo e altri beni di prima necessità, alloggio, assistenza medica e psicologica, sostegno all’educazione scolastica.L’impegno di Caritas Italiana si inserisce in un quadro più ampio di iniziative che la rete Caritas promuove nei Paesi toccati dalla crisi. Un impegno che nel complesso, in dieci anni di guerra, si è concretizzato in progetti per oltre 170 milioni di euro. In particolare in Siria, nel 2020 Caritas Siria ha attuato 20 progetti per oltre 9 milioni di euro, molti dei quali proseguono nel 2021 portando aiuto a più di 100 mila persone a Damasco-Ghouta, Aleppo, Hassakeh, Homs, Latakia, Littoral‐Tartus.

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Coinvolgimento dell’Eritrea nella guerra del Tigray

Posted by fidest press agency su domenica, 31 gennaio 2021

L’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) accusa i soldati eritrei di crimini di guerra nel conflitto del Tigray in Etiopia e chiede con urgenza un’indagine internazionale indipendente sul coinvolgimento dell’Eritrea nella guerra. L’organizzazione per i diritti umani chiede il ritiro immediato dell’esercito eritreo dal Tigray, dicendo che è responsabile di gran parte delle gravi violazioni dei diritti umani nella regione sotto attacco. Una sessione speciale del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite dovrebbe essere dedicata al ruolo dell’Eritrea nella guerra in Tigray. Coloro che sistematicamente attaccano e saccheggiano chiese, monasteri e siti del patrimonio mondiale, commettono massacri di civili anche nelle chiese e usano lo stupro come arma di guerra stanno commettendo crimini di guerra. Coloro che danno la caccia, rapiscono e uccidono i membri dell’opposizione eritrea in fuga a cui è stata ufficialmente garantita protezione in Etiopia e usano la propria occupazione del Tigray per smantellare tutti i moderni impianti industriali e trasportarli oltre il confine in Eritrea stanno violando il diritto internazionale. A sua volta l’esercito dell’Eritrea ha approfittato della pandemia e delle elezioni presidenziali americane per devastare il nord dell’Etiopia senza finire sotto i riflettori del grande pubblico. E’ ora di chiamare finalmente i responsabili di questa politica della terra bruciata a rispondere. L’organizzazione per i diritti umani ha anche criticato aspramente l’atteggiamento del governo tedesco. La Germania ha guardato troppo a lungo dall’altra parte e ha creduto alle assicurazioni dell’Etiopia che l’Eritrea non fosse coinvolta nelle operazioni militari. Il partenariato nella cooperazione internazionale tra la Germania e l’Etiopia non deve rappresentare un lasciapassare che consenta che vengano commessi crimini di guerra. La nuova amministrazione statunitense, nel frattempo, chiede il ritiro immediato delle forze militari eritree dall’Etiopia. L’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva ancora lodato l’Eritrea per la sua presunta “moderazione” nel conflitto. Ora anche l’UE sta esprimendo preoccupazione per le gravi violazioni dei diritti umani. Le ambasciate europee nella regione sanno bene del coinvolgimento dell’Eritrea nella guerra da almeno due mesi e non hanno fatto nulla. Con il loro silenzio, stanno alimentando la carestia nel Tigray, che è massicciamente aggravata dai presunti crimini di guerra. Perché non solo una gran parte dei 100.000 rifugiati eritrei nel Tigray è fuggita per paura del terrore che avrebbero seminato i militari eritrei. Circa 2,2 milioni di persone nel Tigray stanno fuggendo dalla violenza e dalla fame. Il conflitto armato in corso e le restrizioni da parte delle autorità stanno ostacolando le forniture umanitarie a 4,5 milioni di persone allo stremo nella regione.

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“Guerra e pace dell’energia” di Demostenes Floros

Posted by fidest press agency su venerdì, 8 gennaio 2021

Un saggio che, per la prima volta, mette in luce gli elementi geopolitici che si celano dietro ai principali progetti europei ed euroasiatici di approvvigionamento energetico e, soprattutto, i possibili effetti internazionali che da essi potrebbero scaturire.I gasdotti che uniscono, e che potrebbero unire, nel futuro prossimo, l’ Unione Europea e la Federazione Russa rappresentano la contraddizione esistente tra i rapporti politici e militari (Nato) tra i Paesi europei e gli Stati Uniti da una parte e gli interessi energetici e commerciali di Berlino, Parigi, Roma, Ankara con Mosca – porta verso l’Asia – dall’altra.Ogni pipeline definisce, infatti, una serie di relazioni industriali e geopolitiche.In Italia, nel corso degli ultimi quindici anni, i diversi governi che si sono susseguiti – pur con pregi e limiti differenti – sono stati incapaci di sostenere una linea di equilibrio tra Stati Uniti e Federazione Russa avente l’obbiettivo di perseguire, in primo luogo, gli interessi nazionali all’ interno di un contesto multipolare profondamente mutato. Le scelte strategiche che verranno adottate dal nostro Paese nel settore dell’energia – a partire dall’obiettivo dell’Unione Energetica Europea – non potranno prescindere dall’evoluzione politica dell’Ue e dal futuro – tuttora nebuloso e non privo di rischi – della moneta unica. Dinanzi alla Germania, divenuta nel frattempo principale hub-energetico europeo, dovremmo forse rivedere il concetto di Sicurezza energetica nazionale? Se sì, come? Un saggio che, per la prima volta, mette in luce gli elementi geopolitici che si celano dietro ai principali progetti europei di approvvigionamento energetico e, soprattutto, i possibili effetti internazionali che da essi potrebbero scaturire.

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La guerra contro i vecchi

Posted by fidest press agency su lunedì, 7 dicembre 2020

di Agostino Spataro. All’orizzonte del nostro presente, e ancor più del vostro futuro, si profila uno scontro sociale e morale inedito, atipico: una lotta, anche impietosa, contro i vecchi longevi, contro la longevità tout court. Da tempo, se ne avvertono i segnali, purtroppo passati quasi inosservati da chi (media, dirigenti politici, leader religiosi, ecc) dovrebbe rilevarli, criticarli, contrastarli. Una guerra strisciante ma crescente e, soprattutto, non dichiarata. Solo alcuni hanno avuto l’imprudenza di parlarne, apertamente. Anche in Italia. Voci dal sen sfuggite? Lo vediamo anche in questa maledetta pandemia del Covid 19 che si accanisce, mortalmente, contro le persone anziane. La qualcosa da certuni é accolta con rassegnazione quando non, addirittura, come un dato “confortante”, desiderabile poiché il Coronavirus sta facendo il “lavoro sporco” che i decisori non si possono permettere di fare : togliere di mezzo e dalle liste delle pensioni tantissime persone considerate “improduttive”. Ora, fra le tante immoralità che fioriscono in tempi di neo liberismo senza freni e di “democrazia illiberale” (entrambi facce della stessa medaglia) questa appare una fra le più vergognose e riprovevoli. Poiché al centro c’è la vita umana nel suo naturale sviluppo ossia un principio sacro (anche nella sua accezione laica) che é una fra le più grandi conquiste della civiltà umanitaria, solidaristica e progressiva degli ultimi secoli. Ma perché si fa la guerra ai vecchi? Tentiamo di capire. Non credo si faccia soltanto per un perverso sentimento d’ingratitudine o per una degenerazione eugenetica (tipo nazisti per intenderci), ma per ragioni assai più concrete dettate dal materialismo vorace, del profitto illimitato del capitalismo neoliberismo penetrato anche nei gangli vitali dello Stato e dei suoi enti. In Italia, molti anziani sono proprietari di case e titolari di una quota importante del risparmio, soprattutto postale. Una gran massa di denaro accumulata negli anni, con sacrifici e rinunzie, in autotutela personale e familiare, come garanzia di sopravvivenza nei tempi difficili che sono, appunto, quelli della vecchiaia. A ben vedere, negli ultimi tempi, case e risparmio sono entrati nel mirino del “raggio della morte”, divenendo obiettivi di rischiose manovre di natura speculativa. E dire che la vigente (poiché – grazie al voto degli italiani- non è stata modificata) Costituzione italiana prescrive la tutela del risparmio di tutti i cittadini. Questi vecchi ingombranti, longevi, con le loro case e pensioni e i loro risparmi, costituiscono una sorta di “potere” a se stante, ostativo della strategia di precarizzazione e di sottoproletarizzazione delle nuove generazioni. 2… Oggi, grazie ai loro vecchi, molti figli e nipoti, spesso inoccupati, possono resistere alle umiliazioni, ai soprusi del cosiddetto “mercato del lavoro” (che definizione schifosa: il lavoro, i lavoratori e le lavoratrici non sono merci che si vendono e si acquistano al mercato!) che li vorrebbe trasformare in manodopera precaria e sottopagata, concorrente con quella importata illegalmente. Insomma, gli anziani (italiani e d’altri Paesi) dopo una vita di duro lavoro, di lotte per il loro e per l’altrui benessere, cercano di sopravvivere con i loro acciacchi e con le loro modeste pensioni. E’ nel loro diritto. Non fanno nulla di male. Anzi sono un fattore di stabilità del sistema e di tenuta dell’ordine sociale e della sicurezza pubblica democratica. Eppure i vecchi sono oggetto di un attacco subdolo proveniente da più parti, soprattutto da talune istituzioni finanziarie internazionali (FMI, Banca Mondiale e, talvolta, anche la BCE, ecc) che li considerano “improduttivi” e divoratori di spesa sociale. Mai che a questi soloni venga in mente di proporre la riduzione delle spese militari. Quelle sì inutili e distruttive. A tale indirizzo si accodano vari governanti, presi a leasing, e la gran parte dei media di regime che lo amplificano. Si possono citare tante prese di posizioni, mi limito a questa del FMI, riportata dal Corriere della Sera (del 11/4/2912), che propone l’innalzamento dell’età pensionabile e/“ove non sia possibile agire su questo versante bisogna permettere «flessibilità» sulle prestazioni agli enti pensionistici: «dove non si possono alzare contributi o età pensionabili, le prestazioni potrebbero dover essere abbassate». Un dilemma stringente, impietoso: alzare l’età pensionabile o ridurre il livello di assistenza sociale e sanitaria che in entrambe le ipotesi può portare alla morte anticipata dell’anziano. Giacché alzare l’età pensionabile vuol dire sottoporsi a un grave logoramento fisico e psichico (per altro bloccando il turn over), mentre“abbassare le prestazioni” vuol dire non fornire più, nella misura necessaria, l’assistenza sociale e sanitaria ai vecchi lavoratori che fuoriescono dai parametri del FMI. 3… I fautori di tali teorie e pratiche dimenticano che la gran parte di questi vecchi sono stati i costruttori della nuova Italia repubblicana, gli artefici del boom del dopoguerra, i produttori della ricchezza della nazione che- in tempi di “prima Repubblica”- raggiunse il quinto posto nella lista delle potenze economiche del pianeta. Oggi, coloro che hanno provocato, in vario modo, la decadenza economica e l’indebitamento grave del Paese, fanno sapere in giro che il PIL non ce la fa a coprire i diritti sociali dei vecchi lavoratori: operai, contadini, braccianti, minatori, tecnici, impiegati, ecc. Ora, nessun vuol negare l’esigenza di una verifica appropriata per, eventualmente, correggere talune storture, ma non si può consentire di porre in discussione la tutela della salute e della vita umana. Perché di questo si tratta: si vuole usare la morte (in anticipo rispetto alle aspettative di vita) come rimedio per risolvere la crisi sociale e di bilancio. Un utilitarismo spietato contro i vecchi che non producono PIL, ma lo consumano. La verità è che questi signori, per non ammettere il fallimento delle loro politiche economiche e sociali, hanno bisogno di montare una colossale mistificazione della realtà, di rompere la coesione sociale, di promuovere, favorire la divisione dei sindacati, della società, delle famiglie. Infatti, in contemporanea c’è un’altra campagna, soprattutto mediatica, mirata a portare la divisione, lo scontro anche all’interno delle famiglie, fra le generazioni. Sei disoccupato? Non trovi lavoro? La colpa non è di governi incapaci di creare opportunità per i giovani, di una legislazione iniqua introdotta per favorire il precariato, il lavoro nero, clandestino, ma di tuo padre, di tuo nonno che, da biechi egoisti, si vogliono godere la sudata pensione con la quale fanno studiare, vivacchiare i figli inoccupati e/o sfruttati con contratti vergognosi. Nessuno parla delle scandalose e sospette fortune accumulate, della voragine dell’evasione fiscale che, certo, non riguarda i pensionati e i lavoratori dipendenti. L’intento è chiaro: deviare sui genitori l’immensa rabbia dei giovani che non intravedono un futuro degno. Mettere i figli contro i padri è un risvolto davvero odioso, pericoloso che potrebbe rompere la catena della solidarietà umana, familiare e sfociare in una sorta di guerra fra generazioni. Un perfido tranello nel quale- si spera- i giovani non cadano.Agostino Spataro https://it.wikipedia.org/wiki/Agostino_Spataro

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Guerra in Afghanistan: Tra le vittime molti minori

Posted by fidest press agency su domenica, 1 novembre 2020

“La guerra in Afghanistan ha ucciso almeno 553 bambini finora nel 2020. Più di 1.295 minori sono stati feriti e molti di loro hanno ferite di cui porteranno i segni per la vita. È positivo che quest’anno ci sia stata un’apparente riduzione dei decessi, ma l’Afghanistan è ancora uno dei posti peggiori al mondo in cui essere un bambino”. Cosi Chris Nyamandi, Direttore di Save the Children in Afghanistan, commenta i nuovi dati delle Nazioni Unite, secondo i quali quest’anno nel conflitto afghano sono stati uccisi o mutilati quasi 1.900 bambini. Save the Children, l’Organizzazione internazionale che da oltre 100 anni lotta per salvare la vita dei bambini e garantire loro un futuro, è allarmata e sconvolta da questi dati, che seguono una serie di recenti attacchi a civili come l’attentato suicida di sabato fuori da un centro educativo a Kabul, che ha ucciso almeno 24 persone e ne ha ferite dozzine. Tra il 1 ° gennaio e il 30 settembre 2020, la Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan ha documentato 5.939 vittime civili, di cui 1.848 (553 uccisi e 1.295 feriti) erano bambini, quasi un terzo di tutte le vittime.Il numero totale di vittime civili ha segnato una riduzione del 30% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno ed è la prima volta in cinque anni che l’UNAMA ha registrato meno di 2.000 vittime di minori nei primi nove mesi dell’anno.“Questa spaventosa perdita di vite umane e queste lesioni sono gravi e fungono da forte promemoria del pesante tributo che il conflitto continua a far pagare agli innocenti. Anche scuole e ospedali sono stati danneggiati o distrutti nel conflitto, insegnanti e personale medico sono stati uccisi. Ciò ha avuto un profondo impatto su un’intera generazione di giovani che hanno sempre conosciuto la guerra e la cui istruzione è stata rovinata” ha dichiarato Chris Nyamandi, Direttore di Save the Children in Afghanistan.“Quando scoppiano i combattimenti, nessun posto è sicuro nel nostro villaggio, ma casa è comunque meglio che fuori. Ci nascondiamo negli angoli delle stanze” ha detto a Save the Children una ragazza di 14 anni nel distretto di Saayad, Sar-e-Pul Afghanistan.“Chiediamo a tutte le parti in conflitto di concordare un accordo di pace duraturo in modo che le future generazioni di bambini possano crescere in un paese libero dalla paura della violenza, della morte e delle lesioni. Questo è anche un campanello d’allarme per la comunità internazionale per continuare a investire nel futuro dell’Afghanistan e contribuire a preservare i fragili guadagni nell’istruzione e nella sanità degli ultimi decenni” ha concluso Chris Nyamandi.

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La guerra al ransomware è reale

Posted by fidest press agency su martedì, 1 settembre 2020

Negli ultimi anni, questa forma di attacco è diventata una minaccia particolarmente efficace contro le aziende. Abbiamo assistito ad ingenti attacchi che hanno reso le multinazionali, ma anche i governi, vulnerabili e incapaci di portare avanti le attività chiave per il business. Nel 2017, WannaCry ha bloccato i reparti IT ospedalieri di tutta Europa, con oltre 200.000 computer colpiti, confermando il potenziale distruttivo del ransomware.Sebbene WannaCry e Petya siano ancora gli attacchi ransomware più rilevanti, secondo lo studio di Europol 2019 Internet Organized Crime Threat Assessment (IOCTA), questa forma di cyber-attacco è in aumento. Le aziende devono saper riconoscere questa minaccia e prendere provvedimenti per prepararsi, difendersi ed essere pronte a porvi rimedio. Si tratta di un passo fondamentale per evitare di fornire in un secondo momento una risposta non pianificata e probabilmente inefficace a un attacco ransomware. In questo senso, una difesa efficace e una strategia a più livelli è composta da tre elementi chiave: formazione, implementazione e rimedio. Inoltre, avere un approccio ultra-resiliente per il backup, il recupero e il ripristino dei dati è vitale per garantire la continuità aziendale in caso di emergenza. I principali punti di ingresso per il ransomware sono il Remote Desktop Protocol (RDP) o altri meccanismi di accesso remoto, il phishing e gli aggiornamenti software. Sapere che questi sono i tre meccanismi principali di ingresso è un grande aiuto per capire dove investire per essere resilienti dal punto di vista del vettore dell’attacco.
L’altra modalità d’ingresso più frequente è il phishing email. Sarà capitato a tutti di vedere un messaggio di posta elettronica un po’ strano e scritto non correttamente. La cosa giusta da fare è cancellarlo. Non tutti gli utenti gestiscono queste situazioni allo stesso modo, però. Ci sono strumenti per valutare il rischio di successo di un attacco di phishing che l’azienda può utilizzare, come ad esempio Gophish e KnowBe4. Questi strumenti di autovalutazione, in combinazione con attività di formazione per aiutare i dipendenti a identificare le e-mail o i link di phishing, possono essere una modalità efficace di prima difesa. Il terzo aspetto è il rischio di sfruttare le vulnerabilità. Mantenere aggiornati i sistemi è una responsabilità informatica consolidata e sempre molto importante. Anche se non è un compito particolarmente affascinante, potrebbe essere un rapido aiuto nel caso in cui un attacco ransomware sfruttasse una vulnerabilità nota e corretta. E’ fondamentale tenere aggiornati gli asset IT critici: sistemi operativi, applicazioni, database e firmware dei dispositivi. Una serie di ceppi di ransomware, tra cui WannaCry e Petya, si sono basati su vulnerabilità scoperte in precedenza che sono state successivamente corrette.

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Btp Italia o “bond guerra Covid”?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 22 aprile 2020

Il Ministero Economia e Finanza (Mef) ha pubblicato un comunicato stampa. Vi comunica l’emissione di un Btp Italia nei giorni 18-21 maggio prossimi, avrà una struttura cedolare identica ai titoli omonimi già in circolazione, una parte fissa ed una indicizzata all’inflazione Italia. Come per le precedenti emissioni, i primi 3 giorni di collocamento saranno riservati ai risparmiatori, l’ultimo agli investitori istituzionali.Fin qui le analogie, vediamo ora le differenze o i punti che potranno differire, visto che non vi sono informazioni in merito:
– nelle precedenti emissioni il Mef si riservava la possibilità di chiudere anticipatamente il collocamento, questa volta tutti i risparmiatori saranno soddisfatti.
– la durata è sempre stata comunicata anticipatamente, anche se a dire il vero non con un mese di anticipo, in questa occasione il Mef si lascia le mani libere per decidere negli ultimi giorni, indicando solamente che verrà rispettato il range di durata previsto, tra i 4 e gli 8 anni.
– anche il tasso minimo previsto per l’emissione verrà comunicato nei giorni immediatamente precedenti il collocamento.
– nei prossimi giorni scadrà una emissione del 2014, emessa originariamente per più di 20 miliardi di € e tuttora in essere per più di 15 mld; questo può essere il motivo per cui il Mef ha deciso di anticipare alcuni dati della prossima emissione, per avvalersi di un maggior stock di liquidità ed evitare che parte del rimborso finisca in altri strumenti.
Inutile dire che stiamo vivendo giorni che rimarranno nei libri di storia, questa emissione sarà lo spartiacque tra i collocamenti pre Covid e i post Covid.Lo Stato Italiano dovrà finanziare con l’aumento del debito pubblico spese di carattere straordinario mai sostenute in precedenza, per questo molti propongono l’emissione di Speciali Bond come avvenuto in passato per le guerre. Le opzioni sul tappeto sono molte, tassazione privilegiata, extra rendimento, bonus fiscali per i sottoscrittori. Unica certezza è che questo strumento verrà affiancato da un altro, con caratteristiche ancora da definire, rivolto unicamente al retail.
Il contesto attuale, è però profondamente diverso, se gli effetti economici della pandemia possono a ragione essere paragonati a quelli di una guerra, i mercati finanziari globali e le regole della comunità Europea a cui apparteniamo, offrono opportunità ma impongono altresì vincoli.Non dimentichiamo inoltre l’importanza della politica nazionale in tutte le scelte che si profileranno all’orizzonte: vi sarà un Mes senza regole o no? Vi sarà un “coronabond europeo” o no? Quanta sarà la pazienza della popolazione nel caso del prolungarsi dell’emergenza sanitaria con conseguente slittamento della ripartenza economica italiana e mondiale nel suo complesso? Molti sono i fattori che dovranno essere valutati da qui all’inizio del collocamento, non mi sento oggi di prendere nessuna posizione rispetto all’opportunità o meno di sottoscriverlo, ma continuerò ad aggiornarvi fino al 18 Maggio, ricordandovi però, che alla base di ogni scelta di investimento, prima di valutare le caratteristiche degli strumenti è indispensabile fare una attenta analisi degli obiettivi personali e familiari, e solo in seguito e nel rispetto di questi, prendere decisioni. (Claudio Voltolini, consulente finanziario, collaboratore Aduc)

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Economia di guerra

Posted by fidest press agency su mercoledì, 8 aprile 2020

Giorni fa il Financial Times ha pubblicato una lettera dell’ex presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi. Il contenuto della lettera, considerato da molti commentatori esplosivo, ha lanciato un dibattito sulle conseguenze finanziarie ed economiche della corrente crisi sanitaria dovuta al covid-19 e alle politiche di lockdown messe in atto dalla maggioranza degli Stati nel mondo. Secondo Draghi, l’inevitabile recessione rischia di trasformarsi in una depressione economica aggravata da default degli Stati con livelli di debito già alti. Perché questo non succeda, occorre che le banche concedano prestiti alle imprese a costo zero, a condizione che queste mantengano i posti di lavoro. I governi dovranno farsi garanti dei prestiti, assumendo nuovo debito pubblico. Il dibattito che è seguito si è concentrato principalmente su quali strumenti di politica pubblica impiegare.
Gli economisti Baez e Zucman hanno proposto che lo Stato crei una nuova forma di assicurazione sociale per lavoratori ed imprese, coprendo i debiti ed i costi di queste ultime in modo che evitino la bancarotta; una soluzione che richiama quanto sta già facendo la Danimarca. L’economista Wolfgang Munchau ha però osservato che fornire credito anziché liquidità rischia di replicare il ciclo negativo iniziato durante la grande recessione: se un’impresa prende in prestito soldi mentre crollano i profitti, aumenta a sua volta il rischio che questa diventi insolvente; in questo senso, sarebbe meglio fornire “helicopter money”, mettendo soldi direttamente nelle tasche di cittadini ed imprese. Una terza soluzione è quella di creare interventi mirati volti a finanziare la spesa privata dei consumatori presso attività commerciali che accettino di non lasciare a casa lavoratori dipendenti durante i lockdown (Politico). Quello su cui però la maggior parte dei commentatori concordano è la valutazione del contesto: come ricorda Draghi, “siamo in guerra contro il coronavirus e dobbiamo mobilitarci di conseguenza”. La specificità dell’economia di guerra, secondo Luca Michelini, è quella di spingere alla creazione di “strumenti di azione collettiva i più adatti per raggiungere l’interesse generale e gli obiettivi strategici”.

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Ue: A che serve cessione di sovranità se di fronte alla guerra scappa?

Posted by fidest press agency su lunedì, 6 aprile 2020

“Se la Ue deve prendere lezioni dalla piccola e generosa Albania tanto vale tornare al vecchio Mercato unico europeo: a che serve una cessione di sovranità se poi di fronte a una guerra si scappa?”.“Non si puo’ pensare che in tempi di globalizzazione uomini e merci possano infrangere ogni barriera e non possano fare lo stesso virus e batteri”.E non e’ il momento per fare un ridicolo scontro tra Stato e regioni. Basta polemiche che spaventano i cittadini. Ma qualcuno dovrà pur ammettere certi errori per evitare che si ripetano. Quando abbiamo chiesto di mettere in quarantena tutti coloro che arrivavano dalla Cina ci è stato risposto che eravamo dei razzisti. È stato un errore. I selfie ‘abbraccia un cinese’ sono stati un errore. Il segretario del Pd con i suoi aperitivi a Milano è stato un errore. Non aver acquistato o prodotto in tempo reale mascherine, camici, respiratori nonostante le nostre richieste insistenti è stato un errore. Non perseverate allora, il Governo riprenda la proposta di Giorgia Meloni: spezzare le gambe alla burocrazia per far ripartire subito l’economia e le imprese, dare 1000 euro al mese ai cittadini che ne facciano richiesta per poter far vivere le famiglie e adeguate risorse alle imprese per non farle chiudere. Se accetterete queste proposte, noi ci saremo. Non dalla vostra parte, ma dalla parte dell’Italia”.E’ quanto ha dichiarato Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera e deputato di Fdi, intervenendo in Aula dopo l’informativa del ministro della Sanità Roberto Speranza sull’emergenza coronavirus.

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Lissa Evans: la guerra di Mattie

Posted by fidest press agency su sabato, 21 marzo 2020

Se è vero che «una determinazione invincibile può ottenere qualsiasi cosa», come disse Thomas Fuller, è vero anche che nessuno, più di Matilda Simpkin, detta Mattie, incarna alla perfezione queste parole: ex indomita suffragetta, ha sempre lottato per il diritto delle don-ne a essere trattate da cittadine alla pari degli altri, non esitando mai a gettarsi nella mischia, quando necessario. Ora, però, le cose sono cambiate. È il 1928 e Mattie sente di assomigliare ogni giorno di più al veterano di una guerra che nessuno più ricorda. Certo, è membro della Lega per la Libertà delle Donne, l’ultima coda delle suffragette, e presta le sue capacità oratorie in una serie di conferenze che dovrebbero chiamare a raccolta le donne. Tuttavia, anziché essere uno squillo di tromba, i suoi discorsi si risolvono in un’occasione di divertimento per il pubblico accorso.Un giorno, però, a una di queste conferenze, si presenta Jacqueline Fletcher. Anni prima Jacko si era battuta al suo fianco nella lotta per l’emancipazione femminile, ma ora, i capelli ingegnosamente ondulati e una stola drappeggiata con cura sull’abito, rivela all’amica che, assieme al marito, sta provvedendo a reclutare giovani donne da unire all’organizzazione dei Fascisti dell’Impero.Mattie si rende conto che è tempo di ritornare alla guerra. Disgustata dalle parole di Jacko, ridiventa un’indomita suffragetta. For-ma le «Amazzoni», un gruppo in cui cerca di trasmettere alle giovani donne qualcosa della storia e dei metodi del movimento delle suffragette militanti.Attraverso una prosa arguta ed elegante, La guerra di Mattie offre il ritratto comico, affascinante e sorprendentemente attuale di un’attem-pata ribelle nella Londra del primo dopoguerra.Collana: I narratori delle tavole Pagine: 320 Tradotto da: Serena Prina Prezzo: €18,00
LISSA EVANS è cresciuta nelle Midlands occidentali. Dopo aver studiato medicina all’Università di Newcastle, ha lavorato come medico per quattro anni, prima di spostarsi alla BBC Radio, e poi in televisione, dove ha prodotto e diretto diverse serie, tra cui Room 101 e Father Ted, per cui ha vinto un BAFTA. Il suo primo libro, Spencer’s List, è stato pubblicato nel 2002 e da allora ha scritto altri quattro romanzi per adulti e tre romanzi per bambini. Vive a Londra con suo marito e due figlie.

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Dossier Caritas su 9 anni di guerra in Siria

Posted by fidest press agency su lunedì, 16 marzo 2020

Mentre in Italia l’emergenza legata alla diffusione del COVID-19 assorbe ogni nostra attenzione, occorre non abbassare lo sguardo verso altre tragedie non meno importanti e che durano da ancor più tempo. Siamo infatti arrivati ormai al nono anno dalla guerra in Siria, che dal 15 marzo 2011 oltre a provocare un doloroso esodo verso i paesi vicini, vede soffrire in modo particolare le donne: vittime, schiavizzate, violentate da una guerra che non hanno scelto.A questo ennesimo e luttuoso anniversario, proprio per non dimenticare, Caritas Italiana dedica il suo 55° Dossier con Dati e Testimonianze (DDT) dal titolo “Donne che resistono. Non solo vittime della guerra, ma parti attive del Paese che verrà”, animato dalla volontà di ripartire dal femminile, analizzando i molteplici contesti di conflitto nel mondo e i tanti ruoli svolti dalle donne in quei luoghi: da vittime di violenze perpetrate dagli uomini a pilastro che regge la famiglia e guida la società al di là della guerra.«Solo nel 1992 – ricorda il Dossier -, in seguito agli stupri di massa delle donne nell’ex Jugoslavia, la questione della violenza sessuale nei teatri di guerra è arrivata all’attenzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Il 18 dicembre 1992, il Consiglio ha dichiarato che la “detenzione e gli stupri organizzati e sistematici di donne, in particolare musulmane, in Bosnia ed Erzegovina”, è un crimine internazionale che deve essere affrontato».Le donne in Siria sono sempre più spesso mater familias, occupano posizioni e ruoli che prima erano prerogativa unicamente maschile; sono donne che lavorano, che combattono per la libertà, donne che si impegnano nella difesa dei diritti. Papa Francesco, nel suo primo messaggio del 2020, ha ribadito la necessità di «ripartire dalla donna», perché senza di lei «non c’è salvezza». È l’obiettivo anche di questo dossier, animato dalla volontà di ripartire dal femminile, analizzando i tanti ruoli svolti dalle donne nel conflitto siriano: come, ad esempio, quello di pilastro famigliare e di guida della società al di là della guerra.Dall’inizio della crisi siriana Caritas Italiana è attiva, in coordinamento con la rete Caritas internazionale, in interventi a sostegno della popolazione locale e dei profughi siriani in tutti i Paesi che li ospitano del Medio Oriente e lungo la rotta balcanica, in particolare: Siria, Libano, Giordania, Turchia, Grecia, Cipro, Macedonia, Serbia, Bosnia-Erzegovina. Dal 2011 ad oggi Caritas Italiana ha avviato 68 progetti con un investimento complessivo di oltre 7,2 milioni di euro, provenienti da donazioni e dall’8Xmille alla Chiesa Cattolica.In sinergia con i media cattolici TV2000, Avvenire e Radio InBlu – costantemente attenti agli scenari di crisi internazionali e alle ricadute sui più deboli – e con Banca Etica, che da sempre rifiuta di fare profitti con il business delle armi, è in corso la Campagna Emergenza Siria – Amata e martoriata.

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La guerra sul greggio non aiuta i mercati

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 marzo 2020

Con il mondo e i mercati concentrati sul coronavirus, neppure i produttori di petrolio sono riusciti a trovare un accordo. Venerdì si sono interrotti i negoziati tra l’Opec e la Russia sul taglio della produzione. L’Arabia Saudita ha risposto tagliando il costo del barile, muovendo la prima mossa di quella che si configura come una guerra dei prezzi. Il prezzo del greggio è caduto del 25%-30%, aggiungendo un nuovo motivo di preoccupazione per i mercati.La guerra dei prezzi è raramente una buona idea. I Sauditi stanno ripercorrendo una strategia che hanno tentato in passato con scarso successo. L’idea di fondo è spingere fuori dal mercato i produttori che hanno difficoltà ad abbassare i costi (specialmente gli Stati Uniti). L’ultima volta che ci avevano provato il sistema del credito aveva contribuito a tenere i produttori a galla. Probabilmente la convinzione è che questa volta sarà diverso. Da un punto di vista strategico, la mossa potrebbe anche essere letta come un tentativo aggressivo per convincere tutti i produttori – inclusa la Russia – a tagliare l’offerta.Ovviamente in una condizione di mercato straordinaria, come quella in cui ci troviamo, l’effetto di questo tipo di notizie è molto maggiore del solito. Il mercato del petrolio sta vivendo sia uno shock della domanda sia dell’offerta (con l’aumento tattico della produzione saudita) e le conseguenze sul prezzo sono quelle che vediamo in questi giorni. Si tratta di un taglio che ha delle conseguenze importanti sull’economia. Il petrolio rappresenta per molti settori una voce di costo rilevante o una fonte notevole di ricavi. Quando il prezzo si muove così tanto, si verifica un impatto che può essere positivo o negativo a seconda del comparto, rimescolando le carte e creando ulteriore incertezza.Il prezzo inferiore del barile è una buona notizia per molti, specialmente attraverso costi di trasporto più bassi, l’effetto di questo beneficio sarà però parzialmente vanificato da una domanda che resta congelata, almeno per le prossime settimane. Le aspettative di inflazione cadranno ancora più in basso di quanto già siano. Se molte famiglie saranno contente di pagare meno, la situazione per la politica diventa più complessa, in un contesto dove si teme più la deflazione che l’inflazione e la politica monetaria ha sparato molte cartucce: il riferimento ovvio è al taglio di 50 punti base del tasso messo in atto dalla Fed, su cui già pesavano critiche per il tempismo troppo precoce.La reazione di mercato è molto marcata. L’indice VIX ha raggiunto un nuovo picco. I ‘porti sicuri’ continuano invece a crescere. Il contesto è molto polarizzato: il rischio paga, gli asset difensivi crescono. Non c’è spazio per le sfumature. Riteniamo che la volatilità continuerà nelle prossime settimane. Riteniamo che la volatilità possa andare avanti nelle prossime settimane, ma continuiamo a ritenere che situazioni di questo tipo possano rientrare anche nel breve termine: si tratta di uno scenario base che mettiamo in discussione ogni giorno in una situazione che resta fluida. Crediamo che a un certo punto ci sarà spazio per aumentare l’esposizione azionaria (il posizionamento di Moneyfarm di partenza era relativamente conservativo), ma questo momento non è ancora arrivato. Il presente scenario può essere complesso per gli investitori e il nostro consiglio resta sempre lo stesso: focalizzarsi sul lungo termine e lavorare per massimizzare i ritorni in ottica lungimirante.

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Libro. Lissa Evans: La guerra di Mattie

Posted by fidest press agency su mercoledì, 4 marzo 2020

Inghilterra, 1928. Frugando in un armadio, Mathilda Simpkin, detta Mattie, si imbatte in un vecchio manganello, un oggetto che non vede da più di un decennio. In un istante i ricordi tornano a galla, ricordi di un passato elettrizzante, capace solo di rammentarle il suo presente drammaticamente privo di eventi. Durante la campagna per il suffragio femminile, Mattie era infatti una impavida militante: arrestata e incarcerata cinque volte, non ha mai perso l’occasione di tornare nella mischia. Ora, raggiunta la mezza età, la cosa più vicina alle emozioni di un tempo sono le lezioni che occasionalmente tiene sull’eredità del movimento militante. Dopo essersi imbattuta in una amica di vecchia data, un tempo suffragetta, ed essere rimasta scioccata nello scoprire che ora si è unita al nuovo movimento fascista, Mattie si rende conto che c’è una nuova causa per cui deve lottare e si concentra su una nuova generazione di donne. Si formano così le Amazzoni, un gruppo creato per accendere nelle giovani donne l’interesse per il mondo che le circonda. Ma quando una nuova ragazza si unisce al gruppo, il passato e il presente di Mattie si mescolano e ogni principio in cui la coraggiosa donna ha creduto rischia di essere compromesso.Collana: I narratori delle tavole Pagine: 320 Tradotto da: Serena Prina Prezzo: €18,00 Neri Pozza editore.
LISSA EVANS è cresciuta nelle Midlands occidentali. Dopo aver studiato medicina all’Università di Newcastle, ha lavorato come medico per quattro anni, prima di spostarsi alla BBC Radio, e poi in televisione, dove ha prodotto e diretto diverse serie, tra cui Room 101 e Father Ted, per cui ha vinto un BAFTA. Il suo primo libro, Spencer’s List, è stato pubblicato nel 2002 e da allora ha scritto altri quattro romanzi per adulti e tre romanzi per bambini. Vive a Londra con suo marito e due figlie.

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Giornata della memoria a Torino e crimini di guerra

Posted by fidest press agency su venerdì, 31 gennaio 2020

Torino. Che il pregiudizio antisraeliano ed antiebraico sia insito anche in alcune amministrazioni comunali è ormai cosa nota, ma le modalità di espressione del proprio pregiudizio antisraeliano non finiranno mai di stupirci: prova ne sia quanto accaduto ieri, 27 Gennaio, a Torino, quando durante le celebrazioni per la Giornata della Memoria per ricordare la Shoah il presidente del Consiglio comunale Francesco Sicari ha pensato bene di citare i presunti «crimini di guerra nei territori palestinesi» lasciando perplessi molti esponenti politici in Sala Rossa. Non tutti si sarebbero aspettati un passaggio sulla questione medio orientale nella giornata dedicata alla Shoah. «Francamente – ha commentato l’assessore regionale Fabrizio Ricca – ritengo inopportune le parole proferite da Sicari che in un giorno di commemorazione come questo ha deciso di attaccare lo Stato di Israele parlando non della persecuzione degli ebrei ma di presunti ‘crimini di guerra’ commessi da Israele stesso».L’esponente MoVimento 5 Stelle ha prima posto l’accento sulla «continua crescita dell’antisemitismo» in Europa e solo in seguito ha auspicato la possibilità di accertare i «crimini di guerra nei territori palestinesi», ricordando altresì che la procuratrice capo della Corte penale internazionale Fatou Bensouda «ha annunciato di avere aperto un’inchiesta sulla questione, convinta che crimini di guerra siano stati o vengano commessi in Cisgiordania, in particolare a Gerusalemme est, e nella Striscia di Gaza».Il problema, però, al di là delle facili strumentalizzazioni, sta proprio nella fonte cui attinge Sicari. La Corte Penale Internazionale, infatti, non ha ancora aperto neanche un’inchiesta, ma è in una fase preliminare in cui sta valutando la propria competenza ad aprire le indagini. Molti sono i dubbi sulla correttezza formale di una ipotetica indagine.
Sulla questione è intervenuto anche il Prof. Ugo Volli: «Sul piano sostanziale è chiaro che nelle operazioni a Gaza e in Cisgiordania, Israele esercita la propria autodifesa contro un terrorismo particolarmente efferato e non contrastato dalle organizzazioni politiche che gestiscono quel territorio e anzi ne sono promotrici e finanziatrici».Tanto basta per capire quanto la questione sia complessa e quanto le parole di Sicari oggi risultino inopportune soprattutto nel giorno in cui dovrebbe essere chiaro che per commemorare lo sterminio degli ebrei di ieri vanno difesi quelli di oggi. A partire da quello stato, Israele, governato da un sistema democratico, peraltro unico in quella parte del mondo. E questo senza sottrarsi a una discussione sulla questione mediorientale, da affrontare però non raccattando qua e là in rete qualche informazione alla rinfusa.(Thanks to Lo Spiffero & Corriere della Sera)

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L’Iran non può fare la guerra, ma è ancora molto pericoloso. Anche per gli appoggi di cui gode

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 gennaio 2020

By Ugo Volli. La crisi iraniana è ben lungi dall’essere conclusa, ma una cosa è chiara, che l’eliminazione di Soleimani non ha affatto aperto quella crisi mondiale che i nemici di Trump hanno previsto questa volta come per ogni suo atto in Medio Oriente. Ma bisogna fare attenzione a capire le ragioni per cui l’Iran non ha potuto reagire come ha dichiarato e (forse) avrebbe voluto, ma si è dovuto limitare a un’azione poco più che simbolica, senza provocare vittime americane. Ho scritto “forse avrebbe voluto” per tener conto delle voci che sono girate per cui numerosi alti papaveri del regime degli ayatollah non sono rimasti troppo insoddisfatti dell’eliminazione del generale, che dava loro ombra grazie all’appoggio della “guida suprema” Khamenei e all’instancabile campagna di propaganda per se stesso che conduceva, appropriandosi dei “meriti” di tutte le azioni imperialistiche e terroristiche dell’Iran, tanto da essere candidato a prossimo presidente della Repubblica. Le dittature, come si sa, alimentano faide sanguinose nei loro vertici e forse qualche informazione sui movimenti del generale è venuta anche dai suoi avversari politici interni.Al di là di questo problema, l’Iran non ha reagito per la sua estrema debolezza. Sul piano economico non solo pesano le sanzioni americane, ma vi sono tutti i disagi di un’economia di guerra, che sostiene eserciti in cinque o sei paesi (Yemen, Iraq, Libano, Siria, territori governati da Hamas e dall’Autorità Palestinese), interviene attivamente e costosamente in altri, come Sudan, Baherin, Somalia ecc., alimenta la produzione di missili, armi atomiche, aerei e navi militari ben oltre il ragionevole. E inoltre, come capita di frequente nelle dittature, soprattutto islamiche, vi è un grado di controllo politico sull’economia, e dunque di corruzione, di vera e propria cleptocrazia, che pesa sulla vita di tutti i suoi sudditi in maniera intollerabile. Del resto problemi economici analoghi colpiscono il grande protettore dell’Iran, cioè la Russia di Putin, e la potenza islamica che condivide molti dei suoi atteggiamenti ed è spesso complice delle sue iniziative, anche se strategicamente in concorrenza, cioè la Turchia.Aggiungeteci un esercito impreparato, nervoso, bugiardo e incapace di assumersi le proprie responsabilità, come è emerso nel criminale abbattimento dell’aereo ucraino e un’opposizione che non si stanca di rifiutare le politiche e l’islamismo degli ayatollah, anche se rischia grande. Le proteste delle donne, dei giovani, delle persone impoverite dalla crisi, di coloro che vogliono la libertà di vivere normalmente senza sottoporsi all’oppressione delle milizie e delle “polizie della virtù” si succedono ininterrottamente, anche se sono represse con estrema violenza, al costo di migliaia di vittime. Se ci fosse una guerra, tutto questo rischierebbe di esplodere, travolgendo il dominio dei preti islamici, che è fragile, anche se ormai quarantennale. Infine è evidente che una guerra con l’America si svolgerebbe sotto forma di bombardamenti sul suolo dell’Iran, e avrebbe l’effetto di distruggere le sue forze armate e il suo regime, per quanto gravi fossero le rappresaglie che gli ayatollah fossero in grado di infliggere ai loro nemici. Solo il possesso della bomba atomica potrebbe permettere agli iraniani di scatenare una guerra con qualche speranza di non uscirne travolti e distrutti. E questa è una delle ragioni per cui è imperativo impedire che l’atomica iraniana sia costruita, come Israele ripete ormai da molti anni.E però bisogna fare attenzione: questi fatti non annullano affatto la minaccia iraniana, non trasformano la dittatura sciita in una tigre di carta, come qualcuno ha scritto. La minaccia resta in piedi ed è grave, per due ragioni militari e una politica. La prima è che l’Iran può continuare ad agire col terrorismo e soprattutto grazie alla rete di mercenari e fantocci che soprattutto Soleimani ha contribuito a creare in tutto il Medio Oriente: Hamas, Hezbollah, Houthi, l’esercito siriano, le milizie sciite in Siria e Iraq, le opposizioni in Bahrein e altri paesi del Golfo e infine le sue stesse “guardie rivoluzionarie”che agiscono con tecniche da guerriglia, per esempio contro le petroliere negli stretti. Non c’è dubbio che gli ayatollah continueranno a foraggiarle e a dirigerle ed esse continueranno a sfidare la legalità internazionale.La seconda ragione emerge dalle immagini del bombardamento delle basi americane, che alcuni hanno definito “telefonato”, perché sembra sia stato anticipato alcune ore prima agli iracheni che hanno avvertito gli americani. Sia stato così o meno, dalle immagini satellitari emerge che i missili iraniani hanno penetrato la difesa antimissile americana e hanno colpito con notevole precisioni, provocando gravi danni a strutture che, per fortuna o per calcolo, erano state evacuate. Insomma, le basi americane si sono mostrate altrettanto vulnerabile della grande raffineria saudita che era stata colpita alcune settimane fa da un attacco analogo. E’ probabile, come qualcuno ha sostenuto, che queste basi non fossero difese bene come il quartier generale americano nel Golfo, che ha sede in Qatar, me ci sono ragioni sufficienti per allarmare i militari Usa e soprattutto Israele, che essendo un paese e non una base ha moltissimi obiettivi sensibili, quante sono le città, gli impianti industriali, gli aeroporti, le infrastrutture energetiche e dell’acqua ecc. Non è detto che i sistemi antimissile come Iron Dome e David’s Sling siano in grado di neutralizzare completamente un attacco anche piuttosto limitato come quello che ha colpito gli americani. Insomma gli iraniani non possono vincere una guerra, ma possono fare danni gravi, se non sono neutralizzati in tempo. Il che suggerisce l’opportunità, di fronte a una crisi, di una guerra preventiva; ma non è detto che Israele possa reggerla da solo e certamente Trump non ha la minima voglia di una guerra vera e propria in un anno elettorale.E qui viene la ragione politica che sostiene in questo momento la minaccia iraniana. Come si è visto la settimana scorsa, i democratici americani hanno rinunciato al tradizionale atteggiamento patriottico, per cui l’opposizione negli Stati Uniti tradizionalmente evita accuratamente di indebolire il presidente quando egli si prende la responsabilità di difendere il paese sul piano militare. Chiamatela come volete, tradimento o spirito di parte o prudenza, ma è evidente che i democratici e la stampa che essi controllano, compresi gli “autorevolissimi” New York Times, Washington Post e CNN, sull’eliminazione di Soleimani si sono schierati più dalla parte dell’Iran che del loro paese, come del resto ha fatto un bel pezzo di Unione Europea. Questa volta, come in genere nella sua politica estera, Trump si è mostrato un abilissimo tattico, ben diverso dal pasticcione che i media tentano di accreditare. Ed è evidente che ha vinto lui questa partita. Ma senza la solidarietà nazionale che è tradizione dell’America è chiaro che le sue mosse debbano essere calcolate con grande prudenza, il che rafforza notevolmente la posizione politica e militare dei nemici degli Usa e in particolare dell’Iran. Insomma, la partita è aperta ed è delicatissima, soprattutto per Israele. Dove esiste anche un’opposizione che indebolisce la capacità di reazione del paese, con l’aggravante che non si tratta di un partito del Parlamento, ma di un apparato dello stato, quello della giustizia incentrato del procuratore generale Mandelblit, che a quanto pare negli ultimi mesi ha già bloccato operazioni militari sia a Gaza che in Siria, per il sospetto che avrebbero influito sulla campagna elettorale. Possiamo solo sperare che sia Trump che Netanyahu riescano a svolgere il loro lavoro e a impedire l’armamento atomico dell’Iran, raggiungibile a quento pare in un paio di mesi di lavoro, anche in queste difficili condizioni.

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Venti di guerra o escalation controllata?

Posted by fidest press agency su giovedì, 9 gennaio 2020

Neanche una settimana nella nuova decade e i mercati sono già sull’altalena. La notizia che ha colpito il mondo è sicuramente l’azione militare con cui gli Usa hanno ucciso il generale Qasem Soleimani. Soleimani era un alto ufficiale iraniano, regista della strategia politica e militare di Teheran nel Medio Oriente e figura estremamente popolare, non solo in Iran.L’escalation è stata una vampata: il 27 dicembre una base militare irachena, in cui operavano contractor americani, è stata attaccata con dei razzi da un gruppo paramilitare riferibile all’Iran. Nell’attacco – da quanto riportato dalle autorità americane – ha perso la vita un cittadino americano e numerosi altri sarebbero rimasti feriti (negli ultimi sei mesi gli attacchi a persone e strutture americane sono stati oltre 10).In risposta, il 29 dicembre gli Stati Uniti hanno colpito con degli attacchi aerei in Siria, Iraq e Libano alcune formazioni paramilitari appoggiate dall’Iran. Il primo gennaio alcune migliaia di persone hanno accerchiato in protesta l’ambasciata americana di Baghdad. Infine, l’attacco aereo della settimana vicino a un aeroporto di Baghdad, in cui un drone Usa ha colpito il convoglio in cui viaggiava il generale Soleimani identificato come il regista delle operazioni militari “per procura” (ovvero messe in atto supportando formazioni paramilitari terze) di cui viene accusato il regime di Teheran.L’escalation ha colto di sorpresa i mercati finanziari che hanno inizialmente reagito con perdite generalizzate (poi in parte recuperate prima della chiusura), mentre il petrolio si è apprezzato di oltre il 4% sulla scia di timori su possibili ripercussioni lato offerta.
Lasciando da parte valutazioni del contesto geopolitico in cui è maturato il conflitto e giudizi morali che non ci competono in questa sede, è importante provare a capire quali sono le effettive possibilità di un’escalation armata, visto che le relazioni tra Usa e Iran sono ormai da mesi ai minimi storici.Negli ultimi anni molti osservatori hanno criticato la Casa Bianca per la mancanza di una strategia precisa per quanto riguarda il Medio Oriente. In realtà, l’azione americana sembra essere stata improntata, almeno fino ad ora, da alcune caratteristiche distintive, sia da un punto di vista strategico sia da un punto di vista operativo. In continuità con quanto stabilito dall’amministrazione Obama, Trump ha, almeno a parole e nelle intenzioni, predicato la politica del disimpegno diretto, cercando di evitare per quanto possibile il coinvolgimento con un gran numero di truppe sul campo e favorire un maggior protagonismo degli alleati. Tuttavia, a differenza dell’amministrazione precedente, ha individuando in modo chiaro l’Iran come una minaccia con cui non è utile dialogare. In breve tempo Trump ha recesso dall’accordo di non-proliferazione nucleare firmato dal suo predecessore e ristabilito le sanzioni economiche verso Teheran.
Un’altra caratteristica della politica estera di Trump è stata quella di non avere paura di agire con azioni mirate anche molto decise in casi di escalation come deterrente. Una sorta di escalation ‘controllata’ dei conflitti con l’obiettivo di mostrarsi pronto a ogni soluzione e scoraggiare ulteriori azioni da parte dei propri avversari. Questa strategia di “escalation controllata” è molto rischiosa (e crea una buona dose di incertezza) ma ha funzionato, anche con una certa efficacia, contro la Nord Corea e contro Assad in Siria.Lo scontro con l’Iran potrebbe avere obiettivi, o perlomeno esiti, diversi. L’azione questa volta va a colpire direttamente una delle figure più importanti dell’establishment di un Paese sovrano, ostile all’occidente ma non in aperto conflitto con esso.Ragionevolmente l’Iran prenderà delle contromisure anche se al momento l’amministrazione Usa continua a ritenere che non sia nell’interesse di Teheran scatenare un conflitto armato su larga scala. Prevedibilmente l’Iran coglierà l’occasione per accrescere la propria influenza in Paesi confinanti, ma in questo momento è complesso da prevedere.Le truppe americane si stanno, comunque, mobilitando per prepararsi ad ogni evenienza e Trump ha già annunciato una reazione “sproporzionata”, restando fedele al suo approccio. La situazione resta fluida e aperta a molteplici possibilità, non necessariamente si risolverà nelle prossime ore, ma potrebbe restare un tema ricorrente anche per i mercati nei prossimi mesi.

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Il 2020 anno della guerra allo sfruttamento. Per fermare la strage dei lavoratori

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 gennaio 2020

Il 2019 ci lascia con una contabilità di omicidi sul lavoro di gran lunga superiore a quella degli anni precedenti. Al 26 dicembre erano 696 i morti nei luoghi di lavoro, che raddoppiano contando le vittime in itinere: 1395. Il 25% delle morti ha interessato ultrasessantenni, grazie alla Fornero; il 13% lavoratori immigrati fuggiti da guerre, povertà e cambiamento climatico. Nel complesso gli infortuni sul lavoro al 30 novembre assommavano a 600.000.Una contabilità fredda, che non dà l’idea del dolore e dello strazio che ognuna di queste morti ha prodotto, e nemmeno delle lacerazioni provocate nel tessuto connettivo del Paese. E contabilità è il termine usato per sminuire la portata degli eventi drammatici a cui si riferisce.Non abbiamo assistito ad alcun fremito di sdegno per le incessanti notizie di tragedie nei cantieri, nelle campagne o nelle piccole e piccolissime aziende che costituiscono l’identità della nostra impresa. Non un titolone sparato in prima pagina per indurre nei lettori una riflessione, un ripensamento sul modo di produzione capitalistico che sempre è alla base degli omicidi. Sfruttamento, incuria, inosservanza delle norme, certezza dell’impunibilità, a volte autosfruttamento per tenere in piedi la baracca e resistere alle intemperie della crisi, supportati dalle complicità del sistema armano quella che alcuni ancora osano chiamare fatalità.Chiudiamo l’anno con 1400 lavoratrici e lavoratori in meno, con altrettante famiglie che spesso al dolore della perdita di un proprio caro devono sommare l’improvvisa perdita di un reddito e quindi di una forma di sicurezza – spesso soltanto una parvenza – per il proprio futuro.Sicurezza è la parola che sempre riaffiora quando suona la campana della lugubre contabilità per avvertirci che il numeratore è cambiato. Ma sicurezza sta diventando sempre più una parola vuota, recitata come una litania per dimostrare di conoscerne il significato e contemporaneamente di ignorarne la funzione strategica. Quanto costa la sicurezza nei luoghi di lavoro? Quanto costa dotare gli impianti di quei dispositivi in grado di ridurre se non di impedire le probabilità che un incidente accada?
Molti pensano che i costi siano alti e convenga rischiare l’ispezione – che arriva solo molto raramente visto lo scientifico smantellamento dei programmi di prevenzione e di repressione, di chi non adotta i sistemi di sicurezza – la multa, l’imprevisto che però, in questo frangente, si traduce in mutilazioni e morti.C’è la certezza dell’impunità, la sicumera di chi sa che potrà sempre contare sul silenzio dei media, sull’indifferenza della società, sull’ignoranza diffusa delle norme e dei sistemi di prevenzione in cui vengono scientemente tenuti lavoratori e lavoratrici che quindi non potranno esigere, in un Paese che ha un enorme esercito di disoccupati e precari pronti a rimpiazzare senza fiatare i caduti, di veder rispettare il proprio diritto a lavorare in sicurezza.Chi denuncia, chi avverte del pericolo che si corre a lavorare senza tutele e garanzie viene fatto oggetto di repressione e mobbing, quando non direttamente licenziato come sempre più spesso sta avvenendo nei confronti di RLS o semplici delegati coraggiosi che denunciano la mancanza delle minime condizioni per poter lavorare senza correre il rischio di incidenti.Il 2020 non sarà diverso dal 2019 se non saremo capaci di intraprendere una lotta senza quartiere che riporti al centro la guerra allo sfruttamento e ai suoi frutti avvelenati. Non basta oggi e non basterà domani chiedere misure più severe e cogenti se non aggrediamo con forza il tema dello sfruttamento e il suo essere considerato normale nel lessico della nostra società. È la lotta di classe che potrà interrompere la drammatica contabilità degli omicidi, è la riscoperta della consapevolezza dei propri diritti che può fare la differenza. È l’impegno che assumiamo ancora con più forza per il l’anno che arriva.

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Uganda: Stop alla guerra sui bambini

Posted by fidest press agency su martedì, 3 dicembre 2019

«Immaginate voi di dover lasciare la vostra casa, la vostra famiglia e i vostri amici per partire da soli verso posti che non conoscete. Camminare di giorno, di notte, al buio e al sole per trovare un posto sicuro. Da soli». Inizia così il video reportage realizzato in Uganda da LaSabri – una delle più note star italiane del web, con milioni di follower su tutte le piattaforme – realizzato in collaborazione con Save The Children, in occasione dei 30 anni dalla firma della Convenzione ONU dei diritti dell’Infanzia e dell’adolescenza. L’Organizzazione che da 100 anni lotta per salvare i bambini a rischio e garantire loro un futuro, infatti, proprio in Uganda garantisce un rifugio sicuro a migliaia di persone in fuga dalla guerra civile in Sud Sudan, un conflitto che ha causato oltre 400.000 vittime e 2.5 milioni rifugiati nei paesi confinanti.L’Uganda è uno dei paesi più ospitali, ma oltre il 57% dei bambini che ha trovato una casa in questa terra non riesce a frequentare una scuola. Da qui nasce lo speciale racconto prodotto dalla major Web Stars Channel, un viaggio durante cui LaSabri ha potuto conoscere e mostrare ai suoi milioni di giovani fan l’impegno di Save The Children per la tutela e l’istruzione dei bambini fuggiti dalla guerra. Un racconto in cui sono stati coinvolti direttamente anche alcuni fan di Sabrina, a cui sono state mostrare in anteprima le immagini di questo viaggio e da cui è emersa una grande solidarietà verso i bambini più sfortunati supportati da Save The Children. L’iniziativa nasce nell’ambito della campagna “Stop alla guerra sui bambini”: oggi, 420 milioni di bambini – uno su cinque al mondo – vive in aree colpite dalla guerra e più di 27 milioni di bambini, sfollati a causa dei conflitti, non possono frequentare una scuola.Save The Children ha scelto LaSabri per la sua capacità di parlare a un pubblico giovane, un pubblico di milioni di ragazzi e ragazze che considerano la creator di Web Stars Channel come una sorella maggiore, affinché questo importante messaggio arrivi a tutte le fasce di età. Un progetto che ha preso forma sui principali social network con un toccante – ma anche divertente – documentario sulla speranza e la forza d’animo dei bambini supportati da Save The Children, narrato nello stile di Sabrina Cereseto. “Mamma adottiva a distanza” di Dorothy, una bambina del Malawi sostenuta sempre attraverso Save the Children, LaSabri è anche stata tra le fautrici della campagna #cyberesistance contro il bullismo online. «Vedere questi bambini che qui stanno bene con dei progetti così importanti dà un senso di gioia pazzesca. E poi basta vedere i loro sorrisi e fanno sorridere anche te!», è il messaggio che LaSabri lascia a tutti i propri fan su questa nuova iniziativa di solidarietà.

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Guerra alla droga. Verso un peggioramento stracciando la storia

Posted by fidest press agency su mercoledì, 13 novembre 2019

Gli Usa sono un grande Paese, democratico e pluralista. Nella fattispecie, questo riconoscimento lo prendiamo in considerazione per le politiche sulle droghe. Gli Stati Uniti sono il maggiore laboratorio per la legalizzazione della cannabis medica e ricreativa, con molti Stati che hanno già provveduto in materia e dove il dibattito/confronto a livello federale è avanzato e, soprattutto (rispetto alle abitudini italiane di schieramenti politici), con pro e contro in tutti gli schieramenti. Nel contempo gli Usa sono, ad avviso di chi scrive, il principale responsabile della “war on drugs” (guerra alla droga) che, lanciata a suo tempo dal presidente Richard Nixon, ha collezionato vittime umane ed istituzionali in abbondanza. Soprattutto in America Latina e, in particolare, in Messico, principale fornitore (per produzione e/o transito) delle sostanze illegali che riforniscono il mercato clandestino Usa. La “war on drugs” in Messico, avviata a suo tempo con la collaborazione del presidente Felipe Calderon, non si è fermata con la fine del suo mandato, ma volenti o nolenti, ha coinvolto e continua a coinvolgere chiunque gli sia succeduto, incluso l’attuale Andres Manuel Lopez Obrador. Il Messico, di conseguenza, è oggi uno dei Paesi dove la presenza e il condizionamento dei cartelli dei narcos nella società, nella politica e nell’economia, sono tra i più eclatanti del Pianeta.
Oggi c’è una novità in materia. Il decisamente autorevole quotidiano economico The Wall Street Journal ha pubblicato un editoriale in cui, dando seguito alla disponibilità del presidente Trump, argomenta e motiva la opportunità di una operazione militare statunitense in territorio messicano.A nostro avviso, in questo clima di “botte al narcos” come rimedio per bloccare la situazione messicana, e non solo, c’è una grande assente: la Storia. Sembra che la “war on drugs” non sia esistita, con tutto il suo strascico di cadaveri umani non solo tra le parti in lotta (varie polizie ed eserciti versus narcos), di vittime istituzionali, di condizionamenti economici… il tutto non solo in Messico, in America Latina e nel loro grande mercato Usa, ma con importanti e sempre più influenti aperture dei loro mercati di morte in Europa, in Africa, in Oriente (Cina inclusa) e in Oceania, in tutto il Pianeta.
In questo contesto, il presidente Usa da una parte, il maggiore quotidiano economico Usa dall’altro, perorano nuovi e più cruenti interventi militari per risolvere la situazione. E’ la solita politica, sbagliata per noi, di credere che il fatto contingente da presumibilmente risolvere possa essere foriero del nuovo, cioè far dissolvere i cartelli narcos, ché oggi sono loro il principale problema, in tutto il mondo. E’ probabile che il dispiegamento di forze militari e di polizia, congiunti Usa e Messico (e, perché no, non si può escludere che qualcun altro chieda di accodarsi) negli Stati messicani dove i narcos imperversano (quasi tutti…. quindi si tratta dell’intero Messico), renda più “tranquilla la situazione”, ma per quanto? Ammesso che la presenza militare calmi le esternazioni (non certo i traffici, chè per quanto legati al territorio si fanno beffa di chiunque), si prevede una occupazione permanente? Impossibile (che poi, quando gli Usa si ritirano… vedi Siria…). Noi crediamo che mai come in questo momento, pur in presenza di manifestazioni più estreme del dramma in atto nello specifico territorio e in tutto il Pianeta, sia necessario rimettere in discussione a 360 gradi le politiche seguite fino ad oggi. Tutte politiche perdenti e senza futuro. Noi peroriamo l’ipotesi legalizzatoria, ce ne sono altre? L’importante è non ripetere gli errori del passato. (Vincenzo Donvito, presidente Aduc)

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La guerra a volte unisce e non accentua le diversità etniche

Posted by fidest press agency su mercoledì, 30 ottobre 2019

Basta pensare al miracolo operato da Tito in Jugoslavia e dai guasti, per controprova, che derivarono il giorno dopo la sua dipartita. Il resto, si può dire, è storia dei nostri giorni. Forse più cronaca che storia, per il modo come la stiamo vivendo e per le passioni e le ambiguità che vi riversiamo.
D’altra parte ci volle una guerra mondiale per porre fine alle dittature di “destra” che volevano assicurare un diverso equilibrio mondiale, con una grande Europa dai Pirenei agli Urali, e ridimensionare lo stesso ruolo degli U.S.A. Il seguito mostrò una inevitabile divisione dell’Europa con l’Urss ed i suoi alleati, da una parte, e gli occidentali e gli Stati Uniti dall’altra.
Così incominciammo a gestire il secondo dopo guerra del XX secolo. In entrambi i casi dovemmo prendere coscienza degli orrori di una guerra e alle ragioni che si posero alla loro origine. La risposta, nel primo caso, la diedero le folle che gremirono le piazze di Parigi, Londra e Roma durante la visita del presidente americano Woodrow Wilson.
Tutti fremevano di gioia nella speranza che lo slogan, la “guerra per finire la guerra” sarebbe diventato vero e dal caos di sangue e di lacrime dalla più crudele delle guerre fino ad allora conosciute sarebbe sorta un’era nuova, un’era di nazioni libere, almeno dal timore di essere aggredite. Non più “les jours de glorie”. Quei giorni erano passati per sempre. La stessa parola “gloria” sembrava vuota e retorica o addirittura ipocrita e falsa. Qualcosa come il rhum che si dà ai soldati prima dell’ordine di saltare dalle trincee. Sopra le folle ancora ieri ebbre di guerra, un sogno di ragione apriva le sue ali iridate contro un cielo sereno. Wilson incarnava quello slancio popolare. In uno dei quattordici punti del suo messaggio, nella sessione unita delle camere del Congresso americano, il giorno 8 gennaio del 1918, egli diceva, tra l’altro: “Bisogna costruire una società generale delle nazioni in conformità a patti specifici nell’intento di assicurare agli stati tutti, piccoli e grandi, la loro indipendenza politica e integrità territoriale”. Wilson in questo senso fu un profeta sfortunato. Prima di tutto perché le sue formule risultarono, alla prova dei fatti, vaghe e inadattabili, a certe situazioni, e dando luogo a interpretazioni contraddittorie e che nessuno cercò di correggerle o almeno tentare di farlo. (Riccardo Alfonso)

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