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Sondaggio: con la guerra in Ucraina, aumenta il sostegno all’UE

Posted by fidest press agency su sabato, 25 giugno 2022

Quasi due terzi (65%) degli europei vedono favorevolmente l’appartenenza all’UE. Si tratta del risultato più alto dal 2007, quando il dato era al 58%. L’adesione è vista infatti come “una cosa positiva” dalla maggioranza relativa dei cittadini in tutti i paesi, ad eccezione di Grecia e Slovacchia, dove un numero maggiore di intervistati la considera “né una cosa buona né una cattiva”. Rispetto all’ultimo sondaggio Parlemeter del Parlamento condotto alla fine del 2021, i risultati sono aumentati in modo significativo nella maggior parte dei paesi, in particolare in Lituania (+20 punti percentuali), Malta (+12 pp) ed Estonia (+9 pp). Per l’Italia, il 49% ha risposto di avere un’immagine positiva dell’appartenenza all’Unione, con un aumento di 5 punti rispetto al 2021, contro il 10% che ha dato una risposta negativa.Il 52% degli europei oggi ha una percezione positiva dell’UE con un aumento di tre punti rispetto a novembre-dicembre 2021. Si tratta del miglior risultato misurato dai sondaggi del Parlamento europeo dal 2007. Per quanto riguarda i risultati nazionali sull’immagine positiva dell’UE, si va dal 76% in Irlanda al 32% in Grecia. L’Italia si posiziona appena sotto il dato medio, con il 48% di cittadini che ha una percezione positiva dell’UE (+3 pp sul 2021).La presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola ha accolto i risultati commentando: “Con il ritorno della guerra nel nostro continente, gli europei si sentono rassicurati dal far parte dell’Unione europea. I cittadini sono profondamente attaccati alla libertà, sono pronti a difendere i propri valori e si stanno rendendo conto sempre più che la democrazia non può più essere data per scontata.” Gli eventi recenti hanno anche definito la percezione che gli europei hanno di altri importanti attori sulla scena internazionale. La Russia è vista positivamente solo dal 10% degli intervistati, in calo rispetto al 30% del 2018, quando è stata posta l’ultima volta questa domanda. La Cina torna al penultimo posto con il 22% (-14 pp). Al contrario, gli europei hanno un’immagine più positiva del Regno Unito (65%, +1 pp), seguito dagli Stati Uniti con il 58% (+13 pp).La maggior parte dei cittadini percepisce la guerra in Ucraina come un cambiamento fondamentale: il 61% degli europei non è sicuro che la propria vita continuerà come prima, opinione condivisa dal 50% degli italiani. Solo un terzo circa degli intervistati UE (37%) crede resterà tale, mentre in Italia la percentuale di fiducia sale al 49%. Un sondaggio pubblicato la scorsa settimana dalla Commissione europea mostra che otto intervistati su dieci (80%) sono d’accordo nell’imporre sanzioni economiche al governo russo, nonché alle aziende e ai cittadini ​​russi. La maggioranza dei cittadini in 22 Stati membri è soddisfatta della risposta dell’UE all’invasione russa dell’Ucraina.Con l’inflazione e il costo della vita in aumento da molto prima dell’inizio della guerra russa in Ucraina, quattro europei su dieci affermano di subire già un impatto sul proprio tenore di vita (40%). In Italia il dato scende al 33%. Come segno della resilienza e dell’unità europea, il 59% degli europei considera prioritaria la difesa di valori europei comuni, come la libertà e la democrazia, anche se ciò dovesse incidere negativamente sul costo della vita. Questo vale anche per il 55% degli italiani. Le crescenti preoccupazioni economiche si riflettono anche nelle priorità politiche su cui i cittadini vogliono che il Parlamento europeo si concentri: prima viene citata la lotta alla povertà e all’esclusione sociale (38%), seguita dalla salute pubblica (35%), che è diminuita significativamente di 7 pp negli ultimi sei mesi, e democrazia e stato di diritto (32%), che a sua volta ha subito un aumento significativo di 7 pp. La percezione della guerra e di cosa significhi per l’Unione europea emerge anche nei valori fondamentali dei cittadini che vogliono che il Parlamento europeo difenda in via prioritaria: la democrazia è ancora una volta in cima alla lista, con un aumento di sei punti rispetto all’autunno 2021 (38%, +6pp); per gli italiani il dato sale al 40%. La protezione dei diritti umani nell’UE e nel mondo, così come la libertà di parola e di pensiero, seguono entrambe con il 27%. In Italia, la salute pubblica (47%) e il sostegno all’economia e al mercato del lavoro (43%) sono i temi che più si vorrebbero affrontati dall’istituzione.

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Confindustria e guerra Ucraina. Come i ladri di Pisa. Pecunia non olet

Posted by fidest press agency su venerdì, 24 giugno 2022

Solo alcuni giorni fa alla cosiddetta “Davos russa” a San Pietroburgo, i rappresentanti di Confindustria nella Russia di Putin, Alfredo Gozzi e Vincenzo Trani, sono stati applauditi ed encomiati tra consigli per investire, rassicurazioni e auspici “le nostre aziende restano”, quindi continuano a contribuire a quell’economia che finanzia l’invasione in Ucraina. Oggi, il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, ha siglato un “Memorandum of understanding” col ministro ucraino dell’Economia, durante la missione di Confindustria a Kiev per la ricostruzione del Paese. Ci vengono in mente i “ladri di Pisa” che, nella tradizione toscana sono quelli che di giorno litigano e di notte vanno a rubare insieme.La nostra Confindustria, di giorno litiga coi russi di Putin perché dà una mano agli ucraini per ricostruire, e di notte, d’accordo con gli stessi russi, va a distruggere quello che poi la mattina ricostruirà. Sappiamo che “pecunia non olet” (il denaro non puzza), ma proviamo disagio per tanta sfrontatezza, senza tra l’altro neanche aspettare che i cadaveri ucraini siano sotterrati.Questi sono i presupposti della rinascita economica delle nostre aziende che tanto hanno sofferto durante il covid per il calo dei lavori in altri Paesi.Oltre ad evidenziare come faccia schifo la politica economica delle aziende di Confindustria, c’è poco da stupirsi rispetto agli intrecci tra assassini di vari tacca e industrie che li finanziano magari investendo per i diritti umani. Si pensi allo Yemen, l’Arabia Saudita e il loro petrolio che finisce nei nostri veicoli.Vincenzo Donvito Maxia http://www.aduc.it

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Codici: prevediamo un’economia di guerra per l’Italia, una guerra non voluta

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 giugno 2022

“La decisione della Banca centrale europea di chiudere il Qe e di alzare i tassi di interesse a partire da luglio – afferma Ivano Giacomelli, Segretario Nazionale di Codici – sarà anche dettata dall’intenzione di contrastare il livello di inflazione, che ha toccato quota 8% a maggio nell’Eurozona, ma non possiamo e non dobbiamo ignorare le conseguenze che avrà questa scelta. Per i consumatori significa un incremento del costo di mutui e prestiti. Non solo. Con l’accantonamento, di fatto, della famosa Europa a due velocità, si profila una situazione in cui gli Stati più indebitati si avvicineranno al default a meno che non riescano ad attuare un’inversione di marcia a livello di crescita e di occupazione. Nonostante i proclami e gli slanci di ottimismo, l’Italia non si trova in una condizione che permette voli pindarici. Mentre si riapre il dibattito sul salario minimo e su come difendere i lavoratori dall’aumento dei prezzi, i consumatori fanno i conti con i continui rincari, dalle bollette ai carburanti. L’impatto della guerra in Ucraina è devastante, basti pensare alla spesa alimentare. L’analisi di Coldiretti parla di una stangata da 8,1 miliardi per le famiglie italiane. Ad avere la peggio le categorie più deboli, quindi si tratta di un aggravamento di una situazione già critica. Del resto, ci sono 5,5 milioni persone che vivono in una condizione di povertà assoluta. Negli ultimi mesi, con i nostri Sportelli, abbiamo registrato un aumento esponenziale delle richieste di aiuto per casi di sovraindebitamento. Gli ultimi dati Istat sulla produzione industriale che hanno fatto esultare qualcuno andrebbero letti in modo obiettivo. È evidente che l’aumento dei costi energetici è stato scaricato sui consumatori, attraverso l’aumento dei prezzi. Non a caso l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato si è attivata, e noi con essa, per monitorare la shrinkflation, ovvero l’inflazione nascosta, il fenomeno del momento. Sono tutti segnali gravi e preoccupanti, che ci portano a prevedere un’economia di guerra per l’Italia, una guerra non voluta. Ed è per questo che riteniamo fondamentale un cambio di rotta, l’avvio di politiche che puntino a tutelare gli italiani in questo momento così drammatico”.

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Guerra e speculazione: una miscela esplosiva

Posted by fidest press agency su giovedì, 16 giugno 2022

By Mario Lettieri e Paolo Raimondi.Che la pandemia e la guerra in Ucraina abbiano causato grandi turbolenze economiche globali non è in discussione. Dire, però, che siano le sole cause dell’inflazione nel mondo e dell’incipiente recessione economica non sarebbe vero. Non si può nascondere sotto il “tappeto” della pandemia e della guerra tutta l’”immondizia speculativa finanziaria” che ci trasciniamo da decenni. Sarebbe un imperdonabile errore di analisi. Anche i recenti avvisi di crisi fatti da alcuni esponenti della finanza non devono trarre in inganno. Jamie Dimon, amministratore delegato di JP Morgan, si aspetta “un uragano economico” provocato dalla riduzione del bilancio della Fed e dalla guerra in Ucraina. Lor signori sono preoccupati della bolla finanziaria che hanno creato più che delle sorti dell’economia. E’ come il grido di un drogato che non ha più accesso alla droga. Basta analizzare il bilancio della Federal Reserve per comprendere meglio il problema. Dai 900 miliardi di dollari pre crollo della Lehman Brothers, esso era arrivato a 4.500 miliardi nel 2014. C’è stata un’immissione di liquidità per salvare il sistema. Poi, dall’inizio della pandemia si è passati da 4.100 agli attuali 9.000 miliardi di dollari. Più del doppio in due anni!Questo comportamento è stato replicato dalla Bce e dalle altre banche centrali. Negli Usa una parte rilevante è andata a sostenere “artificialmente” le quotazioni di Wall Street e i cosiddetti corporate debt, cioè i debiti delle imprese spesso vicini ai livelli “spazzatura”. A ciò si aggiunga la politica del tasso zero e negativo che ha favorito l’accensione spregiudicata di nuovi debiti, con il rischioso allargamento del cosiddetto “effetto leva”, e ha generato titoli, pubblici e privati, per decine di migliaia di miliardi a tasso d’interesse negativo. Di fatto la Fed, e in misura minore le altre banche centrali, è diventata una vera e propria “bad bank”. L’impennata dell’inflazione ha reso il loro accomodante modus operandi non più sostenibile. L’aumento del tasso d’interesse e la riduzione dei quantitative easing stanno facendo saltare il banco.Anche la narrazione della crescita dell’inflazione non regge. Non basta sostenere che sia l’effetto degli squilibri generati dalla ripresa economica e dalla guerra. Sarebbe stupido negarne l’effetto. La narrazione, però, fa sempre perno sul meccanismo “imparziale e oggettivo” della domanda e dell’offerta. Cosa che però non si è pienamente manifestata con la diminuzione dei prezzi quando la domanda era scesa all’inizio del Covid. Nei mesi della pandemia non c’è stata una smobilitazione industriale mondiale tanto grande da giustificare le forti pulsioni inflattive generate da una modesta ripresa economica e dei consumi. Anche il rallentamento delle “catene di approvvigionamento” è stato esagerato da una certa propaganda interessata. Occorre mettere in conto l’effetto dell’enorme liquidità in circolazione e la necessità per il sistema finanziario di generare a tutti i costi dei profitti, anche con la speculazione. Ecco alcuni dati per una più corretta valutazione dell’inflazione. Riguardo all’indice dei Global Prices of Agriculture Raw Materials, le derrate alimentari, la Fed di St Louis riporta che mediamente era di 91 punti ad aprile 2020, 114 un anno dopo e 123 ad aprile 2022. Il prezzo del petrolio WTI, che era di 18 dollari al barile ad aprile 2020, aveva già raggiunto i 65 dollari un anno dopo. A maggio 2022 superava i 114 dollari. Simili andamenti sono riportati dal Fmi per l’indice delle commodity primarie che sale progressivamente dai 60 punti del 2020 per poi crescere vertiginosamente negli ultimi mesi fino a raggiungere i 150 punti. Evidentemente gli effetti della guerra e delle sanzioni incidono non poco sull’impennata dei prezzi di detti prodotti. L’indice dei prezzi dei fertilizzanti della Banca mondiale, che nell’aprile 2020 era 66,24 a dicembre 2021 era esploso a 208,01, più che triplicato in 20 mesi. L’aumento del 60% negli ultimi due mesi del 2021 ha devastato gli agricoltori di tutto il mondo. A gennaio, un mese prima della guerra in Ucraina, The Wall Street Journal titolava “ Le fattorie stanno fallendo mentre i prezzi dei fertilizzanti fanno aumentare il costo del cibo”. Più che di fisiologici aumenti dei prezzi ancora una volta la fa da padrone la speculazione, cioè i soliti manovratori del mercato e delle borse. E’ singolare che si chieda, anche giustamente, l’immediata sospensione delle attività belliche e non s’intervenga contro la speculazione i cui effetti devastanti si riverberano a livello globale. Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista

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I prezzi non arrestano la loro corsa, la guerra continua a devastare l’Ucraina

Posted by fidest press agency su mercoledì, 1 giugno 2022

Le prospettive per la situazione economica non accennano a migliorare, ma, nonostante ciò, l’Istituto Nazionale di Statistica fotografa una situazione rosea, in cui la fiducia dei consumatori e quella delle imprese aumentano.Cresce l’indicatore relativo alla situazione personale e quello sulle prospettive future, rileva l’Istat. “Ci dispiace non condividere l’ottimismo di queste analisi, ma la situazione che ogni giorno i cittadini denunciano ai nostri sportelli è decisamente differente – afferma Michele Carrus, Presidente di Federconsumatori. – I rincari dei costi energetici e dei beni alimentari hanno messo in ginocchio molte famiglie, che sono costrette ad un numero sempre maggiore di rinunce e privazioni.”Secondo le rilevazioni dell’O.N.F. – Osservatorio Nazionale Federconsumatori, diminuisce di oltre il 16% il consumo di carne e pesce (visti i forti rincari soprattutto della carne, dovuti ai maggiori costi sostenuti per l’allevamento), si scelgono verdure e ortaggi più convenienti e di stagione, si evita sempre più spesso di mangiare fuori casa. Anche le spese per la cura della persona e la salute sono molto intaccate dalla crisi.Lo studio di Legacoop-Ipsos, pubblicato oggi, aggiunge ulteriori dati negativi a tale quadro: il 50% di chi ha contratto un mutuo dichiara di avere difficoltà a pagare le rate dei prossimi mesi.Le misure finora adottate dal Governo per far fronte a questa grave situazione si limitano ad interventi di carattere emergenziale, che, seppur positivi, rappresentano ancora un palliativo temporaneo e insufficiente per far fronte ad un andamento che si prospetta di ampio respiro, che avrà ripercussioni, come minimo, nel medio termine.Per questo, Federconsumatori, insieme a tutte le Associazioni dei consumatori riconosciute a livello nazionale, ha avanzato al Governo una piattaforma di proposte di carattere strutturale per calmierare i prezzi, sostenere le famiglie, ridurre le disuguaglianze e rilanciare il sistema economico. Proposte che ribadiremo prossimamente nelle principali piazze italiane, per manifestare contro i rincari e rivendicare dal Governo misure adeguate.

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Marco Bertolini e Giuseppe Ghini: Guerra e pace al tempo di Putin

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 Maggio 2022

Genesi del conflitto ucraino e nuovi equilibri internazionali. Tra la Russia e l’occidente è in atto uno vero è proprio scontro di civiltà. Occorre ammettere con coraggio e chiarezza che questo è il motivo principale della Guerra che è scoppiata in Ucraina e che perciò è molto difficile aprire un tavolo di trattative serio per la pace. Chiunque, che per dovere di chiarezza, riferisca fatti che non avvallano la tesi occidentale amplificata dai Media, ovvero che la Russia e il Tiranno Putin rappresentano il male assoluto, è tacciato di intelligenza con il “Nemico”. È assolutamente intollerabile che nella culla della democrazia e della libertà venga avvalorato solo un racconto che considera unicamente alcuni aspetti di una vicenda che ha risvolti volutamente taciuti e non considerati.Cantagalli 2022 | pp. 288 | euro 20,00 In libreria dal 20 maggio 2022

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Cyber: Siamo in guerra digitale

Posted by fidest press agency su martedì, 24 Maggio 2022

Gli attacchi cibernetici verso i siti istituzionali italiani vanno considerati, come proposto anche dal presidente del Copasir Adolfo Urso, come veri e propri attacchi terroristici. I livelli di resilienza cibernetica della Nazione vanno aumentati e garantiti amplificando le risorse finanziarie e di personale dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale, migliorando la qualità della normativa nazionale in materia con un Testo unico e strutturando, all’interno dell’Agenzia, un dialogo fra pubblico e privato nell’ottica dell’interesse nazionale. Presenteremo atti in questo senso.” Così il responsabile nazionale Innovazione di Fratelli d’Italia, deputato Federico Mollicone.

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A proposito della Guerra scatenata da Putin nel cuore dell’Europa

Posted by fidest press agency su lunedì, 23 Maggio 2022

Renato Serra così riassunse il comune sentire di quel tempo (eravamo nel lontano 1918): “La guerra non cambia niente.” Non migliora, non redime, non cancella, per sé sola. Non fa miracoli. Non paga i debiti. Non lava i peccati. […] Essa non cambia i valori artistici e non li crea. Non cambia nulla nell’universo morale. E anche nell’ordine delle cose, anche nel campo della sua azione diretta… Che cosa è che cambierà su questa terra stanca, dopo che avrà bevuto il sangue di tanta strage. “Quando i morti e i feriti, i torturati e gli abbandonati dormiranno insieme sotto le zolle e l’erba sopra sarà tenera lucida nuova, piena di silenzio e di lusso al sole di primavera che è sempre la stessa?” (dal libro di Riccardo Alfonso: Novecento. Storie del nostro tempo”)

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Mostra “Goya. I disastri della guerra”

Posted by fidest press agency su sabato, 21 Maggio 2022

Roma Fino al 5 giugno. Dal mercoledì alla domenica dalle ore 18 alle ore 21. c/o La Galleria delle Arti Via dei Sabelli, 2. Ingresso gratuito. Mostra “Goya. I disastri della guerra”, una selezione delle celebri incisioni dal titolo originale “Los desastres de la guerra” che Francisco Goya produce dopo essere stato inviato a Saragozza nel 1808 dal generale Palafox, al fine di documentare graficamente l’eroica difesa dell’esercito spagnolo dalle truppe napoleoniche. L’efferatezza fu tale che il pittore decise invece di testimoniare la “intrahistoria” bellica, descrivendo i soprusi e le barbarie e condannando ogni tipo di guerra in maniera imparziale.L’artista registra con inclemente realismo le atrocità commesse durante gli scontri e tra il 1808 ed il 1823 realizza un ciclo di disegni dai quali viene tratta una serie di 82 incisioni ad acquaforte su rame, in cui denuncia gli orrori della guerra, racconta la carestia del popolo spagnolo e critica il potere monarchico e della Chiesa attraverso immagini allegoriche e figure dalle sembianze mostruose.La Galleria delle Arti espone una selezione di 33 tavole impresse dai rami originali incisi da Goya, che mettono in luce la figura del grande maestro in qualità di moderno fotoreporter.L’esposizione segue l’ordine numerico delle tavole, i cui i titoli sono talvolta correlati, quasi dando origine ad un dialogo tra le stesse. Tutte le incisioni in mostra, provenienti da una collezione privata di Roma, hanno una dimensione variabile tra 155x205mm e 175x215mm. La mostra ha l’intento di condurre il visitatore a una riflessione più ampia e profonda nei confronti delle conseguenze che la guerra ha portato e porta tutt’oggi con sé.

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Da oltre due mesi le immagini della guerra in Ucraina ci inseguono incessantemente

Posted by fidest press agency su domenica, 8 Maggio 2022

By Tom Corradini. Sparito il virus è arrivata la guerra nel continente europeo. Questa riflessione non vuole essere un’analisi prettamente politica su quanto sta succedendo, piuttosto un taglio di lettura ‘drammaturgico’ e ‘narrativo’ su come sono stati presentati finora gli eventi.Da sempre le arti accompagnano i fatti politici, e militari. Sia come denuncia, per esempio il famoso ‘Guernica’ di Pablo Picasso, sia come propaganda. Schiere di artisti vengono arruolati per la loro destrezza con note, penna o pennello. Si compongono marce e canzoni militari; si disegnano poster, loghi e simboli; si scrivono discorsi iperbolici dal forte contenuto emotivo. Il tutto a favore della cosiddetta ‘giusta causa’ che in uno scontro bellico, occorre ricordare, è semplicemente quella di chi vince.Soprattutto, in questo ventunesimo secolo niente conta di più che le immagini. È il secolo dei videomaker, dei giornalisti embedded, dei reporter improvvisati. Le immagini impressionano, emozionano, scandalizzano ed arrivano immediate, senza filtri direttamente sui nostri smart-phone. E qui possiamo già notare che in questa guerra in Ucraina prevalgono due cose. Innanzitutto una censura totale della parte avversaria per non permettere di inquinare menti e cuori. In secondo luogo un bombardamento continuo a livello narrativo ed emotivo del fatto che la propria parte è ‘moralmente’ dalla parte giusta della storia. Dovendo fare un crudo riassunto, in Occidente il ventunesimo secolo è quello dove la morale prevale sul diritto. Questa confusione tra morale e diritto sembra essere un male quasi sconosciuto nelle altre grandi civiltà: cinese, indiana, araba, turca, persiana e anche russa, occorre ricordare che anche quella russa è una grande civiltà. Il risultato finale di questa confusione è la mancanza di utilizzo della logica e della razionalità, sostituita da un semplice sentimentalismo che chiama all’azione senza valutarne le conseguenze. L’invasione dell’Iraq? Un atto di giustizia di fronte al male assoluto. La Libia? Un imperativo morale per salvare un paese da un pericoloso dittatore. La Siria? Un giusto intervento per contrastare un governo autoritario e malvagio. Si badi bene, non sono giudizi, sto solo cercando di dire che la politica occidentale del ventunesimo secolo è diventata prigioniera di una mentalità ‘moralista’ che impone qualunque azione al di fuori di ogni fredda analisi della realtà. Con la guerra in Ucraina Vladimir Putin ci ha brutalmente teletrasportato nel diciannovesimo secolo. Un secolo dove predominava un ordine mondiale multipolare i cui protagonisti erano principalmente paesi Europei (Francia, Gran Bretagna, Germania, Russia) e dove prevaleva la cosiddetta politica di ‘equilibrio di potenze’. La maggior parte dei commentatori italiani nei primi giorni di scontro ha sottolineato che Putin è un pazzo (Enrico Letta), un maiale (Luigi Di Maio), Adolf Hitler (Mario Draghi). Sono uomini del ventunesimo secolo. Non riescono a pensare che al di sopra delle grandi potenze regna solo l’anarchia e che, come diceva Kant nel suo libro ‘Per La Pace Perpetua’ se le relazioni tra le nazioni non sono animate dalla razionalità queste vengono attratte naturalmente verso la guerra così come la gravità attira i corpi verso terra. Prendiamo per esempio la seguente frase: “Restaurare il Regno di Polonia in qualsiasi forma equivale a creare un alleato per qualunque nemico ci voglia attaccare… dobbiamo distruggere i Polacchi fino a quando, una volta persa ogni speranza, si accascino e muoiano; ho una gran simpatia per la loro situazione, ma se dobbiamo sopravvivere non abbiamo nessun altra scelta se non spazzarli via.” Si tratta di una dichiarazione pronunciata dal cancelliere prussiano Otto Von Bismarck. Per gli uomini del diciannovesimo secolo un grande statista. Per quelli occidentali del ventunesimo secolo un semplice malato di mente bisognoso di cure immediate.Oppure questa “La somma delle flotte delle due potenze più grandi in Europa non deve mai superare le dimensioni di quella britannica. Non possiamo permettere che nessuna potenza diventi egemone nell’Europa continentale. Oggi questa potenza è la Germania ma se domani dovesse divenire la Francia dichiareremo guerra alla Francia” attribuita a Winston Churchill quando cercò di convincere il gabinetto di Lloyd George a dichiarare guerra alla Germania nel 1914 portandosi dietro Canada, Nuova Zelanda, Australia in un conflitto che fece 20 milioni di morti e dalle cui ceneri nacquero comunismo e nazismo. Vladimir Putin con ‘l’operazione militare speciale’ in Ucraina ci ha portato tutti su una macchina del tempo indietro di due secoli. Vi è da dubitare che affrontare questa sfida in modo puramente emotivo e sentimentale perché pensiamo di essere dalla parte ‘moralmente’ giusta risolverà alcunché. Anche perché il resto del mondo non vede la realtà come la vedono gli occidentali. Per le élite e le popolazioni di questi paesi la nostra mentalità moralista appare fuori dalla razionalità e spesso fa orrore. Visto dal loro punto di vista l’Occidente appare come narcisista, individualista, edonista, nichilista e in ultima analisi anche pericoloso; più portatore di caos che di equilibrio. Stiamo parlando della maggior parte dell’umanità e di potenze economiche emergenti o affermate. Tra queste: India, Arabia Saudita, Iran, Brasile, Sud Africa, Indonesia, Vietnam e persino la Turchia che sta riscoprendo orgoglio nazionale e volontà di potenza. In cima vi è la Cina; il futuro avversario degli USA ‘alla pari’ e che prima o poi sarà tentato a sfidare lo status quo per affermarsi come potenza egemone mondiale. Un avversario che calcola ogni mossa con cautela, fredda logica e razionalità. Un’altra grande potenza retta da uomini del diciannovesimo secolo. Fonte: Società Libera

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Effetto guerra anche su ortofrutta. Costi fino al 70% più alti

Posted by fidest press agency su sabato, 7 Maggio 2022

L’aumento degli eventi climatici estremi con effetti diretti sui campi, i danni da insetti alieni come la cimice asiatica, la frammentazione della filiera e una catena del valore ancora non equa per gli agricoltori. L’ortofrutta italiana porta già sulle spalle il peso di problematiche non risolte, ma ora le conseguenze della guerra in Ucraina rischiano di mettere definitivamente ko il settore. I rincari energetici, così come quelli di fertilizzanti, trasporti e imballaggi, hanno più che raddoppiato i costi correnti per la produzione di frutta e verdura, con incrementi tra il 65% e il 70% in particolare per l’orticoltura, e perdite di reddito che raggiungono anche l’80% nelle aziende specializzate, solo in parte compensate dal rialzo dei prezzi al consumo. Ecco perché adesso occorre intervenire con misure di sostegno specifiche per il comparto ed evitare di far andare in pezzi un patrimonio nazionale da 15 miliardi di euro di fatturato all’anno, che coinvolge oltre 300 mila imprese per 1,2 milioni di ettari coltivati. Tutto ciò in uno scenario, quello italiano, già difficile per l’ortofrutta. C’è l’annoso problema del forte squilibrio di filiera (su 100 euro spesi dal consumatore, al produttore rimangono in tasca solo tra i 6 e gli 8 euro netti) con la necessità di stimolare processi di aggregazione tra gli agricoltori e costruire relazioni più eque e innovative tra tutti i soggetti del sistema ortofrutticolo. A questo, si aggiungono il post pandemia e le conseguenze dei cambiamenti climatici, tra la recrudescenza di fitopatie e avversità e il ripetersi di eventi estremi -continua Cia-. Basta ricordare che solo le gelate tardive hanno procurato, nel 2021, oltre 800 milioni di danni alla frutticoltura primaverile ed estiva, mentre quelli causati dalla cimice asiatica sono ammontati a più di 700 milioni di euro.Inoltre, è sempre più necessario “favorire e incoraggiare la ricerca e l’innovazione, sia tecnologica che genetica, per garantire la sostenibilità e salvaguardare le produzioni ortofrutticole Made in Italy contro i cambiamenti climatici e le malattie, costruendo anche un modello efficace di gestione integrata del rischio con nuovi strumenti di difesa attiva e passiva delle colture, più tempestivi e snelli. Senza la tutela degli agricoltori -conclude il presidente di Cia- non si tutela né l’economia né l’ambiente”. (Abstract) Fonte Cia-Agricoltori Italiani.

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Dati Mite: gasolio ancora sopra inizio guerra!!

Posted by fidest press agency su lunedì, 25 aprile 2022

“E’ incredibile e scandaloso che il gasolio dopo il taglio di 30,5 cent deciso dal Governo, 25 cent di accise e 5,5 cent di Iva, non sia ancora sceso né ai prezzi pre-guerra né sotto quelli successivi all’inizio del conflitto in Ucraina” denuncia Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.”Secondi i dati di oggi la benzina in modalità self service è a 1,757 euro al litro, un prezzo inferiore a quello della rilevazione del 24 gennaio, quando era pari a 1,779 euro al litro, il gasolio invece è a 1,751 a euro al litro, un livello ancora superiore al dato registrato il 28 febbraio, dopo lo scoppio della guerra, quando era 1,740 euro” prosegue Dona sulla base dello studio condotto sui dati settimanali resi noti ora dal ministero della Transizione Ecologica.”Da quando c’è stata l’invasione dell’Ucraina il 24 febbraio, come dimostra il confronto rispetto alla rilevazione del 21 febbraio, se un litro di benzina, dopo l’intervento del Governo, costa circa 9 cent in meno (9,27 cent), con un calo del 5%, pari a 4 euro e 64 cent per un pieno da 50 litri, un litro di gasolio è ancora maggiore di quasi 3 cent (+2,837), con un rialzo percentuale dell’1,6%, pari a 1 euro e 42 cent a rifornimento” prosegue Dona.”Anche la benzina, comunque, resta più cara rispetto all’inizio dell’anno e costa ancora il 2,2% in più, pari a 1 euro e 88 cent per un pieno di 50 litri, 45 euro su base annua. Un litro di gasolio è salito addirittura del 10,4%, 8 euro e 27 cent a rifornimento, equivalenti a 198 euro annui” prosegue Dona.”Ecco perché il Governo deve ridurre ulteriormente le accise e prolungare oltre il 2 maggio il provvedimento almeno fino a quando, pur ripristinando le vecchie accise e salendo di 30,5 cent, si potrà tornare ai livelli di ottobre 2021, con il gasolio sotto 1,6 euro e la benzina sotto 1,7 euro” conclude Dona.

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La Guerra d’Inverno tra Finlandia e Russia

Posted by fidest press agency su domenica, 17 aprile 2022

Pochi la ricorderanno, ma nel 1939 ci fu una guerra tra la Russia (all’epoca Urss) e la Finlandia, detta Guerra d’Inverno, che terminò con la sconfitta della Finlandia e la cessione del 10% del territorio finlandese alla Russia. L’attacco alla Finlandia fu motivo di espulsione della Russia dalla Società delle Nazioni, organizzazione intergovernativa preludio all’ONU.Motivo del contendere? La Russia non “si sentiva sicura” e quindi dichiarò guerra per acquisire territori che la ponevano in sicurezza. Troviamo analogie con la guerra che si svolge in Ucraina? Si, la Russia non “si sentiva sicura” per cui ha invaso un Paese, l’Ucraina, che non ha armi nucleari e la cui integrità territoriale è garantita dal diritto internazionale. Sono, invece, i miti dell’impero zarista (Putin è chiamato zar invece che criminale) e della terza Roma cristiano-ortodossa (si vedano le dichiarazioni del patriarca russo Kirill) che hanno condotto alla tragedia. Vista la situazione di guerra in Ucraina, la Finlandia ha deciso di aderire alla Nato e, immediatamente, sono arrivate le minacce russe: non si potrà parlare di status denuclearizzato. Già, ma non lo era neanche l’Ucraina, eppure è stata invasa. Bene hanno fatto la Finlandia e Svezia, i due Paesi nordici neutrali, ad avviare le procedure di adesione alla Nato. A garanzia della propria integrità territoriale, della propria libertà e…. della pace. Primo Mastrantoni, Aduc

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La guerra evita la crisi del governo Draghi ma la legislatura è finita e l’unità nazionale anche

Posted by fidest press agency su martedì, 12 aprile 2022

Diciamoci la verità, se non ci fosse la guerra scatenata da Putin in Ucraina, e soprattutto se non ci fossero le pesanti conseguenze che sta producendo con cui avere a che fare, il governo Draghi non esisterebbe più e la legislatura sarebbe (anticipatamente) già finita. La rottura stava per accadere in febbraio, e la visita che il 18 di quel mese Mario Draghi ha fatto a Sergio Mattarella per esternargli tutta la sua irritazione di fronte agli agguati dei partiti (il governo era andato sotto ben 4 volte alla Camera) e il successivo vertice con i capidelegazione, ne erano stati i prodromi. “Se ai partiti e al Parlamento non va bene questo governo, trovatevene un altro”, aveva detto a brutto muso il presidente del Consiglio. Non sappiamo se a dare lo strappo sarebbe stato Draghi (più probabile) o uno dei suoi nemici travestiti da alleati (meno probabile), ma non è azzardato ipotizzare che da lì a pochi giorni la corda di sarebbe rotta. Tuttavia, il 24 febbraio le truppe russe marciavano su Kiev, aprendo uno scenario inedito e drammatico, che non poteva non condizionare le vicende politiche nazionali in tutta Europa, e in Italia congelare la potenziale crisi di governo. E se anche questo stallo non ha impedito ai partiti, in particolare ai 5stelle ma anche la Lega, di logorare l’esecutivo con atteggiamenti ambigui proprio sulla guerra – dal “pacifismo” peloso di Salvini alla polemica di Conte sull’aumento delle spese militari – è evidente che nessuno può, in questa situazione, prendersi la responsabilità di far cadere il governo nel pieno della più grave crisi internazionale dalla fine sella seconda guerra mondiale. Ma fino a quando può durare questo limbo? A giudicare dalla scelta di Lega e Forza Italia di far saltare la riforma del fisco, e dall’aggrovigliarsi di veti incrociati sul provvedimento Cartabia che riforma il Csm, le tensioni all’interno della maggioranza, ma soprattutto nei confronti di Draghi, sono destinate a crescere ogni giorno di più. E, peraltro, non mancheranno le occasioni, visto che il Paese rischia di tornare in recessione, con tutto quel significa in termini di tensioni sociali, e che le decisioni che ci attendono, specie in materia di energia, sembrano fatte apposta per gettare benzina sul fuoco. Con il partito della spesa che già reclama “sforamenti” di bilancio, e le pulsioni populiste che fanno capolino, come dimostra l’inutile polemica sulla frase del presidente del Consiglio su “pace e condizionatori d’aria”, come se non fosse vero che aiutare gli ucraini e perseguire la fine della guerra non comporti sacrifici per tutti noi. La verità è che se si somma il fronte dei putiniani dichiarati e di quelli travestiti da pacifisti, con quello del “chissenefrega degli ucraini, la guerra non ci riguarda” e quello dei vecchi e nuovi riflessi condizionati anti-atlantisti e anti-occidentali, il partito anti-Draghi si fa folto, e a palazzo Chigi l’unica arma che sembra poter (e voler) usare è quella della “fiducia” da mettere sui vari provvedimenti per evitare di essere battuto in aula. D’altra parte, Draghi sa che i parlamentari non faranno karakiri facendogli mancare l’appoggio fino a quando (a settembre) non saranno maturate le coperture previdenziali di questa legislatura. Ma anche lui, che ora è bloccato dall’emergenza del conflitto, non ha nessuna intenzione di tirare a campare. E se solo si aprirà uno spiraglio, ho motivo di ritenere che non si farà scappare l’occasione di togliersi dalla linea di tiro dei partiti. Solo che spaventa cosa possa produrre il combinato disposto tra l’irresponsabilità di buona parte della classe politica, che affronta un passaggio epocale come questo con la logica becera della speculazione elettorale (peraltro presunta), e la stanchezza mista a irritazione di Draghi, cui sembra mancare l’intenzione di usare la leva della sua insostituibilità per forzare la mano e imporre le sue scelte (non lo ha fatto durante la lunga fase della campagna quirinalizia, e non lo sta facendo ora, come dimostra il mezzo passo indietro di fronte a Conte sui tempi di aumento delle spese militari, inopinatamente protratti fino al 2028). Perchè l’Italia non può permettersi, nel bene come grande paese fondatore della comunità europea e nel male come paese appesantito dal debito pubblico e attardato nella crescita economica, di non assumersi la responsabilità di avere un ruolo attivo sia nell’affrontare la catastrofe umanitaria che la guerra sta producendo, sia nell’affrontare tutti i rischi di natura geopolitica che si stanno palesando di fronte alla strategia imperialista di Putin. Purtroppo, è inutile nascondercelo, l’ora buia, pur essendo di una gravità senza precedenti, non è in grado di svegliare coscienze a dir poco sopite, di animare intelligenze e lungimiranze che non ci sono, di rinsaldare solidarietà solo enunciate. Quelli che la politica italiana sta mostrando sono i limiti che ha, non potrebbe essere diversamente. Sì, certo, la nascita del governo Draghi e della maggioranza larga che lo ha votato, tanto più perchè al cospetto di una pandemia che sembrava non domabile, avevano fatto sperare che i drammatici vuoti dei partiti e della classe politica – politici, culturali, programmatici, morali – potessero essere riempiti e che le istituzioni, fragili quando non marce, potessero essere rivitalizzate e risanate. Ma così non è accaduto, e probabilmente è stato ingenuo sperarlo. E così non sembra proprio poter accadere pur di fronte ad una guerra alle porte di casa. E per doverlo constatare non serve scorrere le inchieste giornalistiche (tardive) o attendere quelle giudiziarie (fin qui solo evocate) sui legami che collegano partiti, correnti, fondazioni e singoli politici a Mosca, che in questi anni ha lavorato intensamente per attivare e oliare rapporti, per creare dipendenze e vincoli cui non poter sfuggire. Basta osservare le ambiguità con cui stanno gestendo le proprie posizioni rispetto alla guerra e a Putin, la Lega di Salvini (con poche e poco visibili eccezioni), i 5stelle fuoriusciti e quelli di Conte (ma non Di Maio, fin qui ineccepibile), Berlusconi (ma non tutta Forza Italia), l’insolitamente silenzioso Renzi e chi sta a sinistra del Pd, confortati dalle allucinanti posizioni dell’Anpi. Con il risultato che sulla politica estera l’unica forza di opposizione condivide (magari tatticamente più che convintamente, ma intanto) la linea euroatlantica di palazzo Chigi molto più di varie forze di maggioranza. Devo anche dire che un contributo non secondario a determinare nel Paese questo clima inquinato, antitesi del binomio “riflessione-coesione” di cui invece avremmo disperatamente bisogno, lo stanno dando – more solito – i media e più in generale il mondo culturale e intellettuale. Da un lato, la spettacolarizzazione della guerra e del dolore, dall’altro la banalizzazione dei grandi temi geopolitici: sono gli ingredienti di una indigesta pietanza mediatica che ogni giorno ci viene fornita abusando del titolo di informazione. Che diventa vomitevole quando si aggiungono le risse da talk show, alimentate anche a costo di dare spazio e voce a portatori di tesi improbabili (come già era capitato con i no-vax, che non a caso hanno spesso i medesimi protagonisti) o palesemente false e schifosamente negazioniste. Non voglio qui attribuirmi meriti o menare vanto, ma devo dire che il polso di quanto sia diventato insopportabile, oltre che maledettamente dannoso, questo teatrino mediatico, me lo danno le crescenti manifestazioni di apprezzamento per War Room, sia da parte del pubblico, cui piace riflettere più di quanto non si pensi, ma ancor più da parte degli ospiti, che trovano finalmente un luogo di confronto dover poter esprimere le proprie argomentazioni senza la mortificazione della rissa verbale, dell’ammucchiarsi degli ospiti, dell’esasperazione dei contrasti. Difficile che una società legga le condizioni in cui si trova e che la politica sia indotta a fare scelte coraggiose anziché vellicare i bassi istinti popolari, in un contesto informativo e culturale siffatto. Chiusa questa parentesi e tornando alla questione “vita e durata del governo”, se alle ambiguità sulla guerra si aggiungono tutte le altre questioni su cui un po’ tutti sono intenti a praticare i distinguo, si vede quanto sia consunta la trama e mortificato lo spirito dell’unità nazionale. Se poi si considera il rischio che in Francia possa vincere la destra nazionalista e filo-russa – spero ardentemente di no, ma la crescita della Le Pen è indubbia – andando a rafforzare i significati continentali della riconferma in Orban in Ungheria, con tutto quello che significherebbe anche per noi, si capisce come l’infinita transizione politico-istituzionale italiana possa avere esiti devastanti. Quali? Non sarà, almeno fino a settembre, una crisi di governo. Ma potremmo ritrovarci a dover constatare che c’è qualcosa di peggio: il non-governo. Per ulteriori informazioni, consultate il sito http://www.terzarepubblica.it

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Famiglie italiane, l’inflazione fa più paura della guerra

Posted by fidest press agency su lunedì, 11 aprile 2022

A un mese e mezzo dall’inizio del conflitto in Ucraina, che nelle preoccupazioni degli italiani ha sostituito totalmente la pandemia, restano molto forti i timori dei capifamiglia per le ricadute economiche della guerra, anche se in quattro settimane i “molto allarmati” sono passati dal 69,6% al 43%. Non è affatto diminuita invece l’apprensione per l’inflazione, che angoscia il 44,5% delle famiglie, mentre un altro 54% si dice “abbastanza preoccupato”. Nonostante questo, oltre il 70% ritiene che sia un dovere accogliere con generosità i profughi. Ci si attende dunque un lungo periodo di instabilità geopolitica, con ripercussioni importanti sul nostro Paese e risvolti negativi per i prezzi e i consumi: per il 43,1% degli italiani le sanzioni e le restrizioni al commercio con la Russia (valutate con favore dal 63%, nonostante le ripercussioni sull’Italia) porteranno un ulteriore aumento dei prezzi e nei prossimi mesi il 62,5% crede di dover ridurre i consumi, a fronte di una minore capacità di risparmio (63,2%). Addirittura una famiglia su due (53,9%) prevede una diminuzione nell’uso dell’auto. A dirlo sono le rilevazioni effettuate tra fine marzo e inizio aprile del Termometro Italia, indagine avviata nel marzo 2020 da Innovation Team, la società di ricerca del Gruppo Cerved, per monitorare l’impatto del Covid19 e che oggi prosegue per rilevare come le famiglie vivono la ripresa, l’inflazione e le tensioni internazionali, le prospettive future. L’indagine periodicamente intervista oltre 500 capifamiglia ed espande i dati all’universo delle famiglie italiane (26 milioni) in funzione di area geografica, tipologia familiare e professione della principale fonte di reddito.Proprio per evitare ricatti e tariffe-capestro, ben il 78% ritiene che si debba aumentare la produzione italiana di gas per raggiungere l’indipendenza energetica e il 67,5% è favorevole alla riduzione delle importazioni da Russia e Paesi inaffidabili, anche se ciò dovesse comportare sacrifici e razionamenti. Prevale largamente (71,4%) l’idea che la transizione verde debba essere gestita gradualmente, in modo da non bloccare lo sviluppo economico, ma senza alcun ritorno agli idrocarburi, anzi, puntando decisamente sulle fonti rinnovabili (66,5%). Anche sulle aspettative a medio e lungo termine il futuro non è roseo: 8 famiglie su 10 prevedono che i prossimi mesi saranno difficili, 1 su 4 teme addirittura di dover rinunciare a bisogni primari. Né si vedono miglioramenti a un anno: due terzi degli intervistati, al contrario, si attendono addirittura un peggioramento nella condizione economica del Paese, in netto aumento rispetto a un mese fa, e il 41,3% ha previsioni fosche anche sul futuro della propria famiglia, il 23,5% per la propria posizione lavorativa (dato stabile da gennaio). In questo contesto il fronte pandemico non può che passare in secondo piano, anche se – complice l’ennesimo aumento dei contagi – è in calo la percentuale di ottimisti, oggi “solo” il 36,4% contro il 50,7% di fine febbraio, quando il 41,5% degli intervistati si aspettava un ritorno alla normalità entro la fine dell’anno, il 23,6% già con l’arrivo dell’estate. Tuttavia, appena il 15,7% delle famiglie si dice veramente preoccupato per il Covid19 e il 44% crede che si tornerà a viaggiare come prima della pandemia.

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Bilancio 2023: PE chiede fondi per affrontare l’impatto della guerra in Ucraina

Posted by fidest press agency su domenica, 10 aprile 2022

Bruxelles. In una risoluzione sono state avanzate le richieste dei deputati per il bilancio UE 2023, i deputati chiedono un “bilancio orientato al futuro che risponda alle priorità politiche dell’Unione, costruendo un’Unione della salute più forte, assicurando il successo delle transizioni verde e digitale, favorendo una ripresa equa, inclusiva, sostenibile e resiliente, compreso un maggiore sostegno alle piccole e medie imprese (PMI)”.In aggiunta, nel testo si afferma che il bilancio dovrebbe promuovere lo Stato di diritto, i valori UE e i diritti fondamentali, oltre a contribuire alla creazione di maggiori opportunità per tutti, in particolare per i giovani, garantendo un’Europa più forte per i suoi cittadini e nel mondo.Il testo non legislativo è stato adottato con 463 voti favorevoli, 71 contrari e 97 astensioni.I deputati sostengono che, nonostante i segnali incoraggianti che fanno sperare in un’ulteriore crescita nel 2022, “l’incertezza delle prospettive economiche, alla luce di fattori quali le perturbazioni nella catena di approvvigionamento, gli elevati prezzi dell’energia, l’aumento dell’inflazione e il perdurare della pandemia di COVID-19, nonché le conseguenze dell’invasione dell’Ucraina permane”. Pertanto, il bilancio UE per il 2023 “svolgerà un ruolo importante nel rafforzamento dell’economia dell’Unione”.Inoltre, la crisi COVID-19 “ha esercitato pressioni senza precedenti sui sistemi sanitari pubblici e ha aggravato i problemi esistenti”, causando anche “gravi ripercussioni negative sui giovani, sulle loro prospettive occupazionali, sulle loro condizioni di lavoro e sulla loro salute mentale”. I deputati accolgono con favore la priorità attribuita al rafforzamento della politica sanitaria dell’Unione, ma chiedono risorse aggiuntive per i “giovani, sfruttando lo slancio dell’Anno europeo della gioventù 2022 con azioni e politiche concrete”.

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Guerra. Trattative affidate ad un paese con inflazione oltre il 61%?

Posted by fidest press agency su giovedì, 7 aprile 2022

La Turchia di Erdogan ha un tasso inflattivo del 61,4% su base annua, e ad essa sembra ci si voglia affidare per le trattative di pace relative all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia . Certo, la Turchia in questi ultimi anni è diventata come il prezzemolo, dove ti giri la trovi a condimento e non solo di varie iniziative economiche, soprattutto lì dove il tradizionale colonialismo occidentale è fallito e continua a fallire, e lì dove i regimi dei singoli Paesi aiutati sono meno democratici possibile. Turchia come una sorta di Paesi arabi del Golfo, pieni di soldi da investire e in tanti che li accolgono senza andare tanto per il sottile rispetto a democrazia e diritti umani. Certo, la Turchia non è, per esempio, l’Arabia Saudita o il Qatar, dove non si sa quanti siano gli schiavi utilizzati, morti e vivi, per dare strutture e lustro ai campionati mondiali di calcio. Ma le carceri turche hanno tanti, ma proprio tanti ospiti per opinioni e iniziative non in linea con la politica del premier Erdogan. Comunque è un Paese con l’inflazione oltre il 60%: sintomo di una politica interna problematica. Paese che i soldi che ha preferisce investirli per il proprio potere al di fuori dei confini che non per il benessere dei suoi amministrati… investimenti che, visto per l’appunto il 60%, non sembra abbiano grande ricaduta su ricchezza e felicità interna. Ovviamente non esistono parametri economici per il “perfetto mediatore di pace”. Valgono in genere quelli politici. Ma nel 2022 esistono grandi differenze tra economia e politica, non sono entrambe coibentate per ricchezza e prosperità degli amministrati? Consumatori (economia) e cittadini (politica) non sono astrazioni, ma realtà portanti e determinanti la cui armonia determina benessere individuale e collettivo. Se l’auto si rompe, qualcuno andrebbe da un meccanico sapendo che lo stesso, nel 60% dei casi, fa tariffe più alte della media perché non è in grado di amministrare la propria bottega? François-Marie Arouet – Aduc

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Putin ha perso la guerra e l’economia

Posted by fidest press agency su mercoledì, 30 marzo 2022

“Avevamo scritto che il presidente della Federazione russa, Vladimir Putin, aveva perso la guerra. Ora perde anche in economia, trascinando il popolo russo verso una povertà maggiore. Putin riteneva che, dopo l’aggressione alla Cecenia, alla Georgia e alla Crimea, l’Occidente avrebbe accettato l’invasione dell’Ucraina senza reagire, come aveva fatto in precedenza. L’Occidente, secondo il pensiero putiniano, supportato da quello clericale del patriarca di Mosca, Kirill, è in crisi di identità, privo di valori, dedito solo agli affari e ai piaceri e quindi disinteressato a tutto quello che può avvenire al di là dei propri interessi. Non è stato così. L’Ucraina ha reagito, gli Stati Uniti e l’Unione europea hanno reagito. La Cina, oltre le parole, è solo interessata ai lucrosi affari con l’Occidente e a guadagnare posizioni egemoniche. L’altro aspetto della guerra è il crollo della economia russa perché le sanzioni funzionano, eccome! Secondo le previsioni della Banca di Finlandia, il Pil, cioè la ricchezza prodotta dalla Russia, crollerà del 10% e l’inflazione arriverà al 20%. Tradotto, significa maggiore povertà per il popolo russo che già aveva problemi (il Pil della Russia è inferiore a quello dell’Italia). Insomma, i risultati negativi di Putin si scaricheranno sul popolo che dice di amare, ma quando il popolo ha fame il risultato sono le rivoluzioni. Putin dovrebbe ricordare cosa successe nel 1917.” Primo Mastrantoni, Aduc

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Effetto guerra e crisi agricoltura

Posted by fidest press agency su mercoledì, 30 marzo 2022

Col passare delle settimane i dati sul reale impatto della guerra in Ucraina diventano più chiari e delineano una crisi di portata straordinaria per l’agricoltura, in uno scenario per lo più inedito come quello bellico – dichiara Andrea Michele Tiso, presidente nazionale Confeuro. Secondo il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria (Crea), quest’anno il 30% delle imprese del settore rischia di registrare un reddito negativo, mentre prima della crisi erano il 7%. Se a ciò si aggiungono i danni prodotti dalla siccità, che potrebbe causare perdite del 60% per i raccolti di grano e mais, è facile comprendere che occorre una mobilitazione di tutto il Paese per affrontare la tempesta in corso.L’aumento medio dei costi per le aziende agricole è di oltre 15.700 euro, tanto che una su dieci potrebbe non essere in grado di sostenere le spese dirette necessarie a realizzare un processo produttivo – continua Tiso. Lo stanziamento di nuovi fondi, come quelli previsti dal decreto Ucraina, possono portare sollievo nel breve termine ma non tracciano la via di uscita da una crisi la cui durata è molto difficile da prevedere.Mentre si stanno ridisegnando gli equilibri geopolitici globali è necessario trovare soluzioni che possano offrire al primo settore garanzie nel lungo periodo, prendendo atto dei grandi cambiamenti a cui assistiamo. Ignorarli significherebbe soltanto rimandare di qualche mese nodi come quello dell’autosufficienza alimentare e della siccità, che richiedono risposte immediate. Per la nostra Confederazione la strada maestra resta quella di puntare sulla sostenibilità e sullo sviluppo del pieno potenziale dell’agricoltura locale con investimenti mirati.

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Guerra in Ucraina: mantenere la pressione sulla Russia e puntare all’indipendenza energetica

Posted by fidest press agency su domenica, 27 marzo 2022

In un dibattito in Plenaria con i il Presidente Michel e la Presidente von der Leyen sul Vertice informale di Versailles e del successivo Consiglio europeo, i deputati hanno elogiato la risposta rapida dei Paesi UE e l’adozione di sanzioni senza precedenti contro la Russia, subito dopo l’attacco. Hanno inoltre applaudito l’accoglienza di milioni di rifugiati ucraini in fuga dalla guerra. Il Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha sottolineato che “la Russia è responsabile di questa guerra” e ha deplorato la morte, la distruzione e la sofferenza inflitta al popolo e alle città ucraine. Michel ha assicurato che non ci sarà impunità per i responsabili dei crimini di guerra e ha lodato la coalizione internazionale che si è sollevata con “l’obiettivo comune di sconfiggere Vladimir Putin”. Ha poi concluso affermando che, con la pace e la prosperità come obiettivi generali, l’UE deve ridurre la sua dipendenza energetica, migliorare la sua architettura di sicurezza e rafforzare i fondamenti della sua economia.La Presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha affermato che “se la libertà ha un nome, il suo nome è Ucraina e la bandiera ucraina è oggi la bandiera della libertà”. Ha poi sottolineato che l’UE renderà questa guerra un fallimento strategico per Putin. Le severe sanzioni stanno già colpendo duramente ed è necessario drenare le risorse che Putin sta usando per finanziare questa guerra. Per quanto riguarda l’energia, la Presidente ha chiarito che “la politica energetica è anche una politica di sicurezza” e che l’UE ha già adottato e continuerà ad adottare misure per diventare indipendente dalle importazioni di gas e petrolio russo.La maggior parte dei deputati ha convenuto che l’UE deve rafforzare la sua autonomia strategica in materia di difesa e di energia, e dovrebbe farlo rapidamente. Notando come le importazioni UE di gas russo stiano finanziando indirettamente l’attacco russo all’Ucraina, hanno sostenuto la diversificazione degli acquisti di energia e l’investimento nelle energie rinnovabili. Molti deputati hanno sottolineato gli effetti dell’aumento dei prezzi dell’energia sull’economia e i rischi per la sicurezza alimentare, e hanno chiesto un sostegno per famiglie e imprese.Le prospettive di adesione dell’Ucraina all’UE e la necessità di difendere la democrazia contro altri regimi autocratici, come la Cina, sono stati gli altri temi sollevati nel corso del dibattito. Infine, diversi deputati hanno insistito sulla condivisione di responsabilità da parte di tutti i Paesi UE – e non solo dai paesi vicini – per la protezione di coloro che fuggono dall’Ucraina.

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