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Le guerre commerciali tra Stati Uniti e Cina sono da tempo al centro del focus dei mercati finanziari

Posted by fidest press agency su lunedì, 17 giugno 2019

A cura di Roberto Rossignoli, Portfolio Manager di Moneyfarm. Dopo un inizio 2019 di tregua, a maggio abbiamo assistito a una nuova escalation. Il colosso cinese Huawei, già boicottata per le forniture di tecnologie legate al 5G, è stato inserito dal Governo Americano in una black list che rende complesso all’azienda reperimento di componentistica hardware e software da società, tra cui Google che a Huawei offre l’utilizzo del sistema operativo Android.La sfida commerciale sembra dunque aver raggiunto un livello inedito, andando a sovrapporsi al contesto della lotta per la leadership tecnologica tra le due economie più importanti del pianeta.Le aziende cinesi non saranno le uniche a essere penalizzate. Le tensioni commerciali, se non troveranno una soluzione, andranno a penalizzare anche le aziende americane in tre modi: attraverso i dazi cinesi sui prodotti americani; con un aumento dei costi di produzione che impatteranno la catena del valore delle imprese Usa; e infine attraverso il rischio reputazionale delle società americane in Cina. Lo sviluppo di questa situazione rappresenta il principale fattore da monitorare nei prossimi mesi, anche per le Banche Centrali. La Banca Centrale americana, infatti, potrebbe trovarsi nella situazione di dover gestire una condizione di minor crescita economica caratterizzata da inflazione crescente, con l’occhio dei mercati e della Casa Bianca puntati addosso. Negli scorsi mesi abbiamo parlato di un graduale cambiamento delle prospettive di politica monetaria. Ad oggi, le probabilità di uno scenario opposto, ossia il taglio dei tassi d’interesse, ammontano al 100%, si pensi che fino a 6 mesi fa le probabilità di rialzo dei tassi Fed entro fine anno ammontavano a circa il 90%.
Nonostante gli sforzi degli ultimi anni (quantitative easing e tassi negativi), l’inflazione nell’Eurozona non riesce a raggiungere i target. A causa dell’escalation delle tensioni commerciali globali e della frammentazione politica europea, e nonostante le dichiarazioni di Draghi, un ulteriore abbassamento dei tassi resta una possibilità. La notizia che renderebbe felici i debitori di mutui a tasso variabile, ma è il sintomo di un’economia Europea che da troppi anni continua a faticare. I risultati delle elezioni europee di maggio hanno grossomodo rispettato le aspettative e, come previsto, un po’ tutti hanno avuto modo di reclamare la propria porzione di vittoria.
Il risultato elettorale, in realtà, è meno netto di quanto la conformazione del Parlamento lasci presagire. La geografia politica del continente sembra cambiata rispetto a cinque anni fa. Il partito popolare (la formazione di centro-destra a cui fanno riferimento i partiti cristiano sociali, il centrodestra francese e Forza Italia) sembra ormai sparito dall’Europa Occidentale (fatta eccezione per la Germania). Resta il partito di maggioranza relativa, ma costruisce il suo consenso nell’Europa dell’Est e del Nord e non nei Paesi dove storicamente ha trovato il suo bacino d’utenza. All’interno del suo gruppo sono incluse forze politiche, come il partito dell’ungherese Orban, che nonostante abbiano deciso di adottare una strategia conciliante e di cooperazione non sembrano avere una prospettiva europeista in linea con la tradizione della famiglia politica popolare. Anche i socialdemocratici hanno perso moltissimi voti ed evitato il collasso completo solo grazie agli ottimi risultati in Spagna e in Portogallo.In generale sembra che per la prima volta nella storia potrebbe rompersi l’unità politica che da sempre ha legato la maggioranza del Parlamento Europeo, la Commissione e il Governo degli stati membri con maggior potere decisionale. Questa divisione si farà sentire nei prossimi anni, quando l’Unione si troverà a prendere importanti scelte strategiche e già si riflette nella partite delle nomine per la formazione della nuova Commissione. Sebbene sembri che quasi tutti riconoscano i meriti di una riforma progressiva dell’Unione, l’idea che il processo di integrazione – su aspetti importanti come l’economia, la sicurezza, la politica estera – debba proseguire senza ripensamenti è sicuramente sempre meno condivisa (dagli elettori e dalle classi dirigenti stesse).Tutti questi fattori sollevano più di qualche dubbio sulla capacità dell’Ue di far fronte alle sfide economiche e internazionali. In passato, l’Unione Europea ha saputo trovare degli spunti per far progredire il processo d’integrazione proprio quando è stata messa alle strette da cambiamenti repentini del contesto globale, anche se oggi il contesto politico e la volontà popolare sono forse meno favorevoli di quanto lo siano mai stati. La politica europea continuerà probabilmente a rimanere un fattore di instabilità sia per i limiti della sua architettura sia per la sua vulnerabilità alle crisi politiche locali.

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L’emergenza in Italia resta l’Industria

Posted by fidest press agency su mercoledì, 13 giugno 2018

“Cioè la produzione e la competitività del nostro sistema economico, non certo quello di gestire una “decrescita felice” che purtroppo con questi dati sarebbe letale”. È quanto dichiara il Senatore di Fratelli d’Italia Adolfo Urso a fronte dei dati allarmanti diffusi oggi dall’Istat sulla produzione industriale in aprile.
“Siamo ancora oltre 20 punti sotto rispetto ai livelli precedenti la crisi del 2008, l’Italia è ultima tra le grandi economie europee nella capacita di recupero, mentre si profilano altre pericolose minacce per il nostro sistema produttivo: dalle guerre commerciali in atto, alimentate dalla politica daziaria americana e dalla perduranti sanzioni nei confronti di nostri importanti partner, come Russia e Iran, al netto aumento del prezzo del petrolio e di conseguenze delle altre fonti energetiche, alla crisi di alcuni paesi emergenti che potrebbe avere ulteriori riflessi negativi sul nostro export”.“Siamo – ha concluso Urso – in una situazione di forte criticità, il lascito dei governi delle sinistre si rivela pesantemente negativo, purtroppo non vi è nessun “tesoretto” da dilapidare, ma tanti problemi da affrontare con serietà e determinazione per dare fiducia e non ulteriori preoccupazioni al nostro sistema industriale. Il Contratto di programma ha bisogno di un nuovo capitolo “I” come Impresa, cioè industria, innovazione, infrastrutture. Una grande lettera “I” che ancora manca”.

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Guerra commerciale tra USA e Cina

Posted by fidest press agency su lunedì, 9 aprile 2018

Londra. Commento di Kim Catechis, Head of Global Emerging Markets di Martin Currie (Legg Mason), sugli effetti della guerra commerciale tra USA e Cina.
Le offensive commerciali tra Stati Uniti e Cina sembrano destinate ad intensificarsi. Non dovrebbero però degenerare in una guerra commerciale su vasta scala e, sul lungo periodo, investitori accorti potrebbero ottenere dei benefici: lo sostiene Kim Catechis, head of global emerging markets di Martin Currie, affiliata del gruppo Legg Mason. I rapporti tra i due colossi sono precipitati il 22 marzo, quando gli Stati Uniti hanno annunciato un nuovo piano di tariffe contro la Cina, con l’accusa che questa stia favorendo il furto di proprietà intellettuali delle aziende americane. I dazi USA sulle compagnie cinesi, concentrati soprattutto sulle importazioni di acciaio e alluminio, potrebbero raggiungere un totale di 60 miliardi di dollari, andando a deteriorare una relazione già molto tesa, e destando timori di una guerra commerciale su vasta scala che danneggerebbe le aziende di entrambi i paesi. La Cina ha risposto subito con sanzioni che potrebbero colpire beni del valore di 3 miliardi di dollari. I mercati di tutto il mondo hanno già reagito, con il crollo di alcuni indici chiave. Tuttavia Catechis – che gestisce il fondo Legg Mason Martin Currie Emerging Markets – ritiene che la guerra commerciale potrebbe rivelarsi una buona porta di ingresso all’azionario cinese e ad altri mercati emergenti. “Le tensioni commerciali e politiche tra Cina e Stati Uniti” spiega Catechis “dovrebbero intensificarsi da qui a metà 2018, ma è probabile che non degenereranno in una guerra commerciale totale o in un conflitto più grave.” “La minaccia di ulteriori dazi per 60 miliardi di dollari non è giunta inaspettata: i cinesi si sono fatti trovare pronti e hanno preparato a loro volta una lunga lista di dazi per contrattaccare.” “Pechino ha avuto molto tempo per organizzarsi, e proprio come l’Unione Europea nel recente caso dei dazi sull’acciaio, ha quindi identificato una serie di prodotti da colpire in risposta ad un’eventuale escalation di dazi da parte degli Stati Uniti. Si è dunque già preparata per una lunga battaglia e difficilmente farà passi indietro, mentre il progetto Nuova via della seta, insieme ad altre iniziative, accelera la diversificazione cinese su più mercati.” Per gli investitori, la reazione sul breve termine dei mercati potrebbe rivelarsi un’occasione da sfruttare. “I titoli dei giornali possono aver generato allarme tra chi investe nei mercati emergenti “ afferma Catechis “ma, sul lungo periodo, queste restrizioni commerciali probabilmente serviranno solo ad accelerare la rapida crescita del commercio intraregionale tra mercati emergenti, con l’esclusione degli Stati Uniti. A nostro parere, ciò sposterà ulteriormente il baricentro del commercio mondiale in favore dei mercati emergenti.” Catechis ritiene che uno scontro commerciale alimentato dagli USA potrebbe accelerare alcuni processi già in corso relativi al commercio internazionale.
Innanzitutto c’è la RCEP, un nuovo accordo commerciale multilaterale tra paesi asiatici, promosso dalla Cina, che comprende anche India, Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Corea del Sud e i paesi ASEAN dell’Asia meridionale. Insieme, queste nazioni rappresentano circa il 40% del commercio mondiale.Nel frattempo, l’iniziativa cinese “One Belt One Road” – che vuole ricreare l’antica Via della Seta – sta costruendo infrastrutture per facilitare il commercio, raggiungendo 65 nazioni. Per Catechis, già ora questo progetto sta avendo effetti positivi sulla velocità delle rotte commerciali tra Europa e Cina.Infine c’è il Partenariato Trans Pacifico, il trattato che venne negoziato dall’amministrazione Obama e per poi essere scartato dalla Casa Bianca l’anno scorso, che continua nonostante l’uscita degli Stati Uniti. Le altre undici nazioni, tra cui le emergenti Messico, Perù, Cile e Malesia, stanno infatti andando avanti coi negoziati. Guardando nello specifico alla Cina, Catechis aggiunge di preferire alcune tipi di compagnie che operano molto sul mercato domestico, e che sono particolarmente esposte alla crescita della classe media. “Vediamo opportunità molto interessanti in Cina, indipendentemente dai rapporti con gli USA” dichiara “soprattutto in quelle aziende favorite dalla crescita della classe media, nelle aree del consumo privato e dei servizi.” Il gestore predilige anche quelle compagnie legate al mondo internet, che in genere assicurano una crescita elevata e redditizia senza aver bisogno di finanziamenti esterni.
Sul lungo periodo, le aziende da seguire sono quelle che traggono vantaggio dal “sogno cinese” del presidente Xi: società ambientali che assicurano acqua e aria pulite, e compagnie di servizi che tagliano tempi di attesa e costi.I settori potenzialmente da evitare, dunque, sono quelli della ‘vecchia economia’: ossia l’industria pesante, che è altamente indebitata, molto inquinante e tende ad avere margini di profitto minimi.“È una scelta limpida” chiude Catechis “preferire l’economia nuova, brillante, con elevato ritorno sul capitale a quella vecchia, inquinante, poco redditizia e molto indebitata.”

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