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Male-pattern baldness and premature greying associated with risk of early heart disease

Posted by fidest press agency su venerdì, 1 dicembre 2017

indiaKolkata, India Male-pattern baldness and premature greying are associated with a more than fivefold risk of heart disease before the age of 40 years, according to research presented at the 69th Annual Conference of the Cardiological Society of India (CSI). Obesity was associated with a fourfold risk of early heart disease. The congress is being held in Kolkata, India, from 30 November to 3 December. Experts from the European Society of Cardiology (ESC) will present a special programme. “The incidence of coronary artery disease in young men is increasing but cannot be explained by traditional risk factors,” said author Dr Sachin Patil, a third year resident at the U.N. Mehta Institute of Cardiology and Research Centre, Ahmedabad, Gujarat, India. “Premature greying and androgenic alopecia (male-pattern baldness) correlate well with vascular age irrespective of chronological age and are plausible risk factors for coronary artery disease.”This study investigated the association of premature hair greying and alopecia patterns in young Indian men with coronary artery disease. The study included 790 men aged less than 40 years with coronary artery disease and 1 270 age-matched healthy men who acted as a control group.All participants had a clinical history taken, electrocardiogram (ECG), echocardiography, blood tests, and coronary angiogram. Participants were given a male-pattern baldness score of 0 (none), 1 (mild), 2 (moderate), or 3 (severe) after analysis of 24 different views of the scalp. A hair whitening score was determined according to the percentage of grey/white hairs: 1: pure black; 2: black greater than white; 3: black equals white; 4: white greater than black; 5: pure white.
The researchers analysed the correlation between premature grey hair and alopecia with the complexity and severity of angiographic lesions (an indicator of coronary artery disease) and compared the results between the two groups.The researchers found that young men with coronary artery disease had a higher prevalence of premature greying (50% versus 30%) and male-pattern baldness (49% versus 27%) compared to healthy controls. After adjusting for age and other cardiovascular risk factors, male-pattern baldness was associated with a 5.6 times greater risk of coronary artery disease (95% confidence interval [CI] 4.0–7.8, p<0.0001) and premature greying was associated with a 5.3 times greater risk (95% CI 3.7–7.5, p<0.0001).Male-pattern baldness and premature greying were the strongest predictors of coronary artery disease in young Indian men followed by obesity, which was associated with a 4.1 times greater risk (95% CI 2.8–6.0, p<0.0001). Diabetes mellitus, hypertension, family history of premature coronary artery disease, central obesity, higher body mass index, dyslipidaemia and smoking were predictors of coronary artery disease but to a lesser extent than male-pattern baldness, premature greying, and obesity.
Principal investigator, Dr Kamal Sharma, associate professor, Department of Cardiology, U.N. Mehta Institute of Cardiology and Research Centre, said: “Baldness and premature greying should be considered risk factors for coronary artery disease. These factors may indicate biological, rather than chronological, age which may be important in determining total cardiovascular risk. Currently physicians use common sense to estimate biological age but a validated scale is needed.”Dr Dhammdeep Humane, lead author, senior cardiology resident, U.N. Mehta Institute of Cardiology and Research Centre, added: “Men with premature greying and androgenic alopecia should receive extra monitoring for coronary artery disease and advice on lifestyle changes such as healthy diet, exercise, and stress management. Our study found associations but a causal relationship needs to be established before statins can be recommended for men with baldness or premature greying.”Dr K. Sarat Chandra, CSI President Elect, said: “It is an established fact that premature coronary artery disease is becoming more common in India with each passing day. We do not know the exact reasons behind this. The present study suggesting that premature greying and male-pattern baldness could be important risk factors goes a long way in our understanding of this riddle.”
Professor Marco Roffi, course director of the ESC programme at CSI and head of the Interventional Cardiology Unit, Geneva University Hospital, Geneva, Switzerland, said: “Assessment of risk factors is critical in the prevention and management of cardiovascular disease. Classical risk factors such as diabetes, family history of coronary disease, smoking, sedentary lifestyle, high cholesterol levels and high blood pressure are responsible for the vast majority of cardiovascular disease. It remains to be determined whether potential new risk factors, like the ones described, may improve cardiovascular risk assessment.”

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Le responsabilità delle aziende alimentari nell’aumento dell’ipertensione

Posted by fidest press agency su mercoledì, 10 Mag 2017

ipertensione_polmonareDue giorni e mezzo di relazioni di esperti provenienti da diverse parti del mondo, cinque sessioni dedicate ai principali aspetti dell’ipertensione e alle patologie associate: sono i numeri del simposio internazionale “From arterial hypertension to heart disease”, che si è svolto recentemente a Napoli.
«La Società Europea di Cardiologia sta lavorando alle nuove linee guida sull’ipertensione, e questo simposio ha offerto ai cardiologi un’occasione di confronto e di attenzione sui principali aspetti della circolazione arteriosa e il suo impatto sulle malattie cardiovascolari» spiega Giovanni de Simone, Docente del Dipartimento di Scienze Mediche Traslazionali all’Università di Napoli Federico II e Presidente del simposio, organizzato dal Centro di Ricerca per l’Ipertensione Arteriosa dell’Università di Napoli Federico II e promosso dalla Fondazione Internazionale Menarini. «L’ipertensione rappresenta la prima causa di morte prematura nel mondo e causa ogni anno 4,9 milioni di morti per infarto e 3,5 milioni di morti per ictus» avverte Brian Williams, professore di Medicina all’University College di Londra e presidente del Council on Hypertension della Società Europea di Cardiologia. «Non soltanto l’ipertensione provoca infarto e ictus, ma a causa della sua diffusione sono aumentate anche le conseguenze croniche, come insufficienza cardiaca, fibrillazione atriale, demenza. L’ipertensione è una condizione in crescita costante da quasi vent’anni e gli ipertesi nel 2025 saranno due miliardi nel mondo, soprattutto a causa dell’invecchiamento della popolazione: oggi le persone con ipertensione sotto i 50 anni d’età sono il 23 per cento, mentre dopo i 60 anni sono il 60 per cento».
Durante il simposio, per quanto riguarda la prevenzione ampio spazio è stato dato allo stile di vita, in particolare alla corretta alimentazione, che tra l’altro prevede una minore assunzione di sale. «Senza dubbio il cloruro di sodio necessario al nostro organismo è già contenuto negli alimenti, ma in generale si può consigliare un consumo moderato di sale aggiunto come indicano le linee guida dell’American Heart Association, ovvero un cucchiaino da tè per un apporto mai superiore a 2-3 grammi al giorno» consiglia de Simone. «Nel documento “Global Action Plan for the prevention and control of noncommunicable diseases 2013-2020”, fra gli obiettivi di prevenzione, l’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda agli Stati membri la riduzione del 30% nel consumo di sodio nella popolazione generale. Ridurre il consumo di sale contribuisce a prevenire non solo l’ipertensione arteriosa e le malattie cardiovascolari ad essa correlate, ma anche altre malattie quali gastrite, tumore dello stomaco, osteoporosi, insufficienza renale. Peraltro una riduzione graduale del consumo di sale favorisce anche una variazione del gusto con più facile adattamento ad alimenti meno saporiti».Nonostante le indicazioni degli esperti, però, si continua a consumare troppo sale: la media in Italia è di 10-12 grammi al giorno. E il maggior consumo riguarda soprattutto le regioni del Sud e le persone meno istruite. «Secondo l’articolo “Geographic and socioeconomic variation of sodium and potassium intake in Italy: results from the Minisal-Gircsi programme”, pubblicato sul British Medical Journal, esiste un significativo gradiente Nord-Sud per il consumo di sale in Italia» conferma Francesco Cappuccio, Vicepresidente della Società Britannica di Ipertensione e Docente di Medicina Cardiovascolare all’Università di Warwick, Regno Unito. «Le persone che vivono nelle Regioni meridionali, in particolare Calabria, Basilicata e Puglia, hanno una maggiore escrezione di sodio che altrove, come Val d’Aosta e Trentino-Alto Adige. Inoltre il consumo di sale nel nostro Paese è significativamente più elevato nei gruppi sociali più svantaggiati: esiste infatti un’associazione lineare anche tra occupazione, livello di istruzione e consumo di sale. Le persone con titolo di studio elementare e scuole medie, se paragonate a quelle laureate, hanno un 5,9% in più di sodio nelle urine».
Cappuccio attribuisce parte della responsabilità di questo scorretto stile di vita alle aziende alimentari. «Un’elevata quantità di sale negli alimenti favorisce il profitto delle aziende, non la salute delle persone» dichiara Cappuccio. «Infatti aumenta la palatabilità, rendendo più appetibili anche i cibi di scarsa qualità. Inoltre l’aggiunta di sale aumenta nel cibo l’assorbimento dell’acqua, incrementando il peso del cibo e quindi il profitto. E poi i cibi salati provocano sete e quindi un maggior consumo di bevande, tra cui quelle gassate e quelle alcoliche, con conseguenze sulla salute e sull’aumento di peso».

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Rapporto 2013 dell’American Heart Association su cardiopatie e stroke

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 gennaio 2013

Ogni anno l’American Heart Association, insieme al Center for Disease Control and Prevention ed il National Institute of Health, pubblica i dati statistici raccolti negli Stati Uniti riguardanti le malattie cardio- e cerebro-vascolari ed i relativi fattori di rischio. Si tratta di un documento ricchissimo di dati, che costituisce un importante punto di riferimento per medici, ricercatori, gestori e manager della sanità, riportando indici di morbilità e mortalità, rischi, qualità delle cure, procedure mediche e interventistiche e costi complessivi. Di seguito viene riportata una breve sintesi dei dati presentati:
i fattori di rischio per mortalità cv nella popolazione americana sono costituiti dall’ipertensione arteriosa nel 40.6%, il fumo nel 13.7%, una alimentazione scorretta nel 13.2%, l’inattività fisica nel 11.9% e una iperglicemia nell’8.8% dei casi nonostante gli interventi promossi il 21.2% dei maschi ed il 17.5% delle donne americane di età superiore a 18 anni continua a fumare ed il 40.1% dei soggetti non fumatori nel 2007-2008 aveva livelli elevati di nicotina nel sangue per esposizione al fumo passivo (percentuali molto più basse in bambini e adolescenti) 1/3 degli adulti non pratica attività fisica nel tempo libero
negli anni si osserva un aumento di apporto calorico (carboidrati in particolare), per pasti più abbondanti ed assunzione di bevande zuccherate
la pr evalenza di sovrappeso ed obesità in età superiore a 20 anni è pari al 68.2% e tra 2 e 19 anni è del 31.8%
la prevalenza di colesterolemia > 240 mg/dL negli adulti sopra i 20 anni è del 13.8% il 33% degli adulti > 20 anni di ambo i sessi è iperteso (l’82% è consapevole di questa condizione, il 75% assume farmaci ma solo il 53% raggiunge il target previsto) la prevalenza di diabete noto nella popolazione adulta è dell’8.2%, con l’aggiunta del 4% di diabete misconosciuto e 39.2% di prediabete; il 34% della popolazione ha una sindrome metabolica (35.1% nei maschi e 32.6% nelle donne). Altri dati di notevole interesse riguardano i tassi di mortalità:
il tasso di mortalità per malattie cv è pari a 236.1 per 100.000, con valori più elevati nei maschi e nella razza negra, con una riduzione tra il 1999 ed il 2009 del 32.7% nel 2009 le malattie cv hanno determinato il 32.3% della morti totali; circa 2.150 soggetti muoiono giornalmente per malattie cv (1 ogni 40 secondi)
1 morte su 6 è correlata a malattia coronarica (nel 2009 n 386.324 decessi); ogni anno 635.000 americani sono ricoverati per un infarto cardiaco di nuova insorgenza o muoiono per cardiopatia ischemica (si registra 1 evento coronarico ogni 25 secondi e una morte coronarica ogni minuto) tra il 1999 ed il 2009 l’incidenza di stroke è diminuita del 36.9% e la conseguente mortalità del 23% (si registra 1 stroke ogni 40 secondi ed 1 su 19 decessi è attribuibile a tale patologia). Gli indicatori di qualità delle cure erogate ai pazienti ospedalizzati per cause cardiovascolari documentano una buona aderenza alle raccomandazioni contenute nelle linee guida. Tra il 2000 ed il 2010 gli interventi e le procedure per problemi cv sono aumentati del 28%, mentre i costi diretti ed indiretti per le malattie cv e stroke nel 2009 sono stimati essere pari a 312.6 miliardi di dollari (a fronte di 228 miliardi per le malattie tumorali).
Go AS et al. Heart Disease and Stroke Statistics-2013 Update. A Report From the American Heart Association. Circulation 2013 DOI: 10.1161/CIR.0b013e31828124ad
(fonte medicinalterna33)

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