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Disquisire sulla parola “cercare” in tedesco

Posted by fidest press agency su sabato, 4 agosto 2018

Nella sua nota introduttiva Hermann Hesse nel suo libro “Siddharta”, Edizioni club – traduzione di Massimo Mila, disquisiva sulla parola “cercare” in tedesco dove il suo uso è sostantivato.
I tedeschi, infatti, usano il participio presente “suchen” con il sostantivo der suchende (colui che cerca) “per disegnare quegli uomini che non si accontentano della superficie delle cose, ma d’ogni aspetto della vita voglio, ragionando, andare in fondo, e rendersi conto di se stessi, del mondo, dei rapporti che tra loro e il mondo intercorrono.” Quel cercare che è già per se un trovare come disse S. Agostino uno dei più illustri cercatori. Un cercare che è in sostanza un vivere nello spirito.
E’ tutta gente inquieta e in cerca e bisognosa di certezze. Gente che questua una verità su cui fondarsi nell’universale relatività della vita e del mondo. Un assoluto che non si colloca fuori di noi ma dentro e ci permette di realizzarci uscendo dalla banalità quotidiana di un’esistenza.
Un’idea della vita e della morte i cui tasselli come tanti pezzi di un puzzle sono distribuiti sin dalla nascita del mondo e poi ancora di quella degli umani.
Non è facile raccoglierli e ancor più metterli insieme. E’ un lavoro certosino di ricerca e selettivo per sgrossare quella parte che vi è estranea e può confonderci le idee. Quante volte, mi chiedo, se noi viviamo realmente o fingiamo. Riusciamo totalmente a fonderci con l’anima del mondo o appena la sfioriamo?
L’alternativa dell’uomo che muore senza essere riuscito a comprendere l’essenza della vita genera un travaglio profondo e gli impedisce di appropriarsi dei concetti puri.
Se considero la questione da una diversa visuale devo richiamarmi alla figura dell’uomo che cerca se stesso.
In questo il primo aspetto è dato dall’irrealtà del tempo. E’ una conquista del pensiero moderno su cui, dopo Bergson, quasi tutti i grandi spiriti della nostra età si sono soffermati e che gradualmente la stessa scienza sta corroborando con le sue esperienze. Siamo al cospetto di due modi di sapere: uno riguarda solamente la mente, ed è un sapere puramente intellettuale e astratto e uno che è un sapere con l’esperienza di tutto il corpo e l’anima, sapere con la fatica delle proprie membra, sapere con il dolore della propria esistenza, sapere che è vita, partecipazione intensa che impegna tutta la persona. L’individuazione come pena, come tormento, come limitazione: il bisogno d’evadere dai limiti del proprio Io e spaziare nella panica immensità del Tutto, respirare il divino vivere nell’eterno. Sono parole di Massimo Mila che ho espunto nella prefazione del già citato libro di Hermann Hesse.
Mila rileva questi temi proposti dal narratore Hesse e che attendono molto alla meditazione. E soggiunge: “Se si considera quanto poco ci vuole perché una nuova concezione della vita e del mondo si affermi come religione, oppure rimanda sepolta nell’oblio d’una perfezione indivi-duale, se si pensa quanto poco dipenda dalla verità intellettuale del sistema il fatto che un cristianesimo e un islamismo dilaghino come irresistibili maree nella vita pratica e nella storia, e gli Esseni e i Terapeuti rimangano sètte eretiche locali senza conseguenza, se si osserva da quali estrinseche circostanze e da quali doti inessenziali dipendono la sorte diversa di un Gesù o d’uno qualsiasi fra i tanti assertori del logos neoplatonico pullulanti intorno allo sfacelo del mondo antico, la sorte diversa di un Lutero o d’un Socino, allora ameremo vedere in Siddharta uno dei tanti Buddha potenziali, uno dei tanti virtuali fonda-tori di religioni, spariti senza lasciar traccia, che pullularono durante quell’irrequieto germoglio di ideologie filosofiche e religiose in cui si manifestò l’esaurimento dell’antica ortodossia brahminica e della sua civiltà.” (Riccardo Alfonso)

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