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Posts Tagged ‘ictus cerebrale’

Patologie infettive ed ictus cerebrale: quale legame?

Posted by fidest press agency su domenica, 24 dicembre 2017

ictusLa varicella, cosi come l’herpes zoster, può causare un ictus cerebrale. Un’evenienza nota anche se non frequente. A far luce sul legame tra alcune patologie infettive e il rischio di ictus cerebrale è la Federazione A.L.I.Ce. Italia Onlus dopo la triste vicenda riportata recentemente dalla stampa internazionale che ha visto protagonista una bambina di soli 3 anni.Nel nostro Paese, ben il 90% dei casi di varicella interessa bambini fino ai 14 anni di età, in particolar modo tra 1 e 4 anni, con una stima di circa 500.000 casi/anno. La varicella, causata da un virus (Varicella Zoster), può comportare complicanze dovute ad un processo infiammatorio reattivo del cervello definito encefalite post infettiva, con gravi manifestazioni neurologiche tra cui disturbi della coscienza di vario grado e crisi epilettiche. Dopo l’infezione primaria, il virus rimane allo stato latente per tutta la vita nelle radici dei nervi sia cranici che spinali. Con il progredire della età, l’immunità cellulare contro il virus si attenua, ma si può riattivare in queste radici provocando la tipica eruzione cutanea caratterizzata da bollicine e croste distribuite a strisce in varie zone del torace e della testa, accompagnate da bruciore e dolore a volte intenso e persistente. Tale fenomeno, conosciuto come herpes-zoster (volgarmente chiamato fuoco di sant’Antonio) riguarda circa 300.000 italiani all’anno, colpendo chiunque, anche se si registra una maggiore frequenza nella popolazione over cinquanta. Denominatore comune nelle persone colpite da herpes zoster è l’aver avuto, in passato, la varicella; chi non ha avuto questa malattia esantematica non sviluppa la manifestazione più tardiva del virus denominato, appunto, varicella zoster.Molto meno noto è il fatto che il virus varicella zoster possa predisporre all’ictus cerebrale sia nei bambini che negli adulti. In chi ha avuto lo zoster è stato rilevato un rischio aumentato di essere colpito da questa patologia pari a circa 1,5 volte rispetto a chi non lo ha avuto.“Oltre ad alterare alcuni fattori della coagulazione, il virus induce una infiammazione della parete delle arterie cerebrali (vasculite granulomatosa). Le cellule infiammatorie attivate dal virus infiltrano la parete del vaso e ne restringono il lume, bloccando la circolazione del sangue e provocando un ictus cerebrale anche grave – dichiara il Professor Domenico Inzitari, Ordinario di Neurologia presso l’Università di Firenze, Dipartimento di Neuroscienze, Psicologia, Area del Farmaco e Salute del Bambino, NEUROFARBA. Questo rischio può giustificare l’impegno della società e delle famiglie nelle vaccinazioni sistematiche dei bambini. Per quanto riguarda l’ictus infanto-giovanile, un recente editoriale, apparso sulla rivista Journal of the American Heart Association, lancia un allarme preoccupante: in pochi anni, l’ictus cerebrale sta raddoppiando nei giovani di età inferiore ai 45 anni, addirittura il 50% in più tra il 2000 ed il 2010. Fino a qualche anno fa in Italia erano circa 10.000 i giovani colpiti da un ictus”.

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Dopo un ictus cerebrale, anche deglutire può diventare difficile

Posted by fidest press agency su venerdì, 28 luglio 2017

ictusLa deglutizione è un atto fisiologico e costituisce una funzione essenziale molto complessa; è un’azione che mediamente eseguiamo oltre 1.000 volte ogni giorno per mangiare, bere e ingoiare la saliva. Ed è proprio la difficoltà a deglutire, la disfagia, una delle complicanze che può manifestarsi frequentemente dopo essere stati colpiti da ictus. E’ stato calcolato, infatti, che una percentuale compresa tra il 45 ed il 67% dei pazienti colpiti da ictus soffra di questa disfunzione entro i primi 3 giorni dall’evento e questa si può manifestare con vari livelli di gravità: dalla occasionale difficoltà a deglutire soltanto alcuni tipi di cibo alla totale impossibilità di alimentarsi arrivando, nei casi più gravi, all’impossibilità di gestire la propria saliva. La disfagia non solo può comportare seri problemi di disidratazione e malnutrizione, ma anche un rischio ben più grave, la polmonite da aspirazione (ab ingestis), di cui soffre – entro i primi 5 giorni dopo l’ictus – una percentuale di pazienti che va dal 19,5% al 42%.La disfagia viene quindi associata ad una maggiore incidenza di complicanze mediche, ad un minor recupero riabilitativo e ad un allungamento dei tempi di ricovero e di ospedalizzazione. Lo screening per diagnosticarla dovrebbe essere effettuato su tutti i pazienti colpiti da ictus prima di iniziare ad alimentarli oralmente per individuare la presenza o meno del disturbo. Risulta infatti fondamentale la diagnosi tempestiva del disturbo e, come da principali raccomandazioni, il controllo dovrebbe essere iniziato non appena il paziente torni ad essere vigile e consapevole in seguito all’ictus. Questo aspetto richiede un processo di sensibilizzazione di tutti i professionisti sanitari coinvolti (neurologo, foniatra, logopedista ed infermiere) e un approccio multidisciplinare per definire i migliori percorsi assistenziali, oltre che una corretta educazione del paziente e del caregiver. Alle persone disfagiche si suggerisce di seguire una dieta che escluda cibi difficili da masticare o a doppia consistenza (come ad esempio, una minestra o uno yogurt con pezzettini di frutta); generalmente la difficoltà principale è la deglutizione dei liquidi che scivolano in gola a causa dell’incapacità di innescare la corretta deglutizione che normalmente avviene in modo automatico.
Ancora una volta, è fondamentale la figura del caregiver che può favorire il recupero della deglutizione cercando di non esporre la persona a situazioni di potenziale pericolo: individuando precocemente i segnali della disfagia (tosse durante e dopo il pasto, schiarimenti di gola frequenti, modificazione del tono della voce) e mettendola nelle migliori condizioni ambientali (mangiare con la tv spenta, ad esempio), rispettando i tempi di alimentazione (senza andare, cioè, troppo veloci).“Il recupero della deglutizione dopo un ictus dipende dalla sua gravità – dichiara la Dottoressa Nicoletta Reale, Presidente di A.L.I.Ce. Italia Onlus. Grazie alla riabilitazione si può sicuramente migliorare la qualità della vita; è necessaria comunque una gestione multidisciplinare tra medici, paziente e familiari che devono essere informati sulla gestione corretta della posizione, sulla giusta preparazione dei pasti e su come mantenere una corretta igiene orale. Ad esempio, posizionare correttamente la testa, secondo una particolare inclinazione, è utile per compensare la difficoltà di deglutizione. E’ quindi con grande piacere che la nostra Associazione presenta alcuni consigli, con l’augurio di fornire uno strumento utile a tutte le persone colpite da disfagia post ictus cerebrale”.Qui di seguito alcuni importanti accorgimenti per evitare che il cibo “vada di traverso”:
– Mangiare sempre seduti comodamente, con il capo piegato verso il petto favorendo così la discesa del cibo nello stomaco
– Non introdurre in bocca un boccone di cibo o un sorso di bevanda fino a quando non si è completamente deglutito il precedente
– Non parlare mentre si mangia, cercando di tossire volontariamente ogni 2-3 bocconi
– Bere le bevande liquide lontano dai pasti; durante i pasti è più sicuro bere acqua addensata fino a raggiungere la consistenza di una crema o di un budino
– La consistenza ideale del cibo è quello degli alimenti semisolidi (purè, frullati e omogeneizzati).

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Nuovi anticoagulanti orali: l’importanza della prevenzione per combattere l’ictus cerebrale

Posted by fidest press agency su venerdì, 23 giugno 2017

ictus-cerebraleOgni anno, tra le persone che sopravvivono a un ictus, 5 milioni presentano gravi forme di invalidità, come paralisi, perdita della parola o della vista. Situazioni che limitano o rendono impossibili le più comuni attività quotidiane, con importanti ripercussioni sulla qualità di vita dei pazienti stessi e dei loro familiari.La sensibilizzazione assume, quindi, il valore di ricordare a tutti l’importanza della prevenzione per combattere alcuni tra i principali fattori di rischio dell’ictus cerebrale, come ipertensione, obesità, ipercolesterolemia, ma anche malattie cardiache tra cui la fibrillazione atriale (FA), anomalia del ritmo cardiaco, che può creare la formazione di coaguli all’interno del cuore e responsabile di circa il 15% di tutti gli ictus trombo-embolici.In Italia la fibrillazione atriale colpisce circa 1 milione di persone e si associa ad un rischio globale di incorrere in un ictus cerebrale 5 volte maggiore rispetto alla popolazione che non soffre di questa patologia. Rischio che aumenta in modo esponenziale con il progredire dell’età. Dei 200 mila casi di ictus mediamente stimati ogni anno in Italia, 30-36 mila sarebbero imputabili alla fibrillazione atriale.
Questa patologia è, dunque, una condizione molto diffusa, soprattutto nella popolazione anziana, e in continua crescita nella popolazione generale grazie all’aumento dell’aspettativa di vita; la fibrillazione atriale richiede, tra l’altro, frequenti accessi presso le strutture ospedaliere, e solleva temi legati alla sostenibilità per il Servizio Sanitario Nazionale.Recenti dati dello Studio Europeo Euro Heart Survey hanno permesso di stimare l’impatto economico della fibrillazione atriale in 5 Paesi europei, tra cui l’Italia, da cui risulta che il costo medio annuo per ogni paziente, nel nostro Paese, è pari a oltre 3.000 euro, dove le ospedalizzazioni e le procedure interventistiche, influiscono per il 70%.Il costo complessivo della patologia, tuttavia, è influenzato anche dalla gestione cronica dei pazienti, in particolare dall’impiego e dal monitoraggio della terapia anticoagulante orale e dalla profilassi farmacologica delle recidive. Oggi la novità terapeutica è costituita dai Nuovi Anticoagulanti Orali (NAO), ossia molecole di sintesi che inibiscono selettivamente un singolo fattore della coagulazione, entrati nella pratica clinica già da alcuni anni, in grado di andare incontro alle esigenze di medici e pazienti. I NAO non richiedono controlli ematici costanti, poche le probabilità di interazione (Mark J Alberts Lancet Neurol 2012; 11: 1066–81) con alimenti e altri farmaci, sono somministrati a dosaggio fisso e presentano un ridotto rischio di emorragie cerebrali rispetto alla terapia tradizionale.
Caratteristiche che hanno permesso a questi farmaci di assumere un ruolo strategico nella prevenzione di eventi tromboembolici, dimostrando, inoltre, un buon rapporto costo/efficacia. I risultati di diversi studi dimostrano, infatti, che l’introduzione dei NAO comporterebbe una riduzione dei costi totali del Sistema Sanitario sia nazionale che regionale.Nel nostro Paese, si è detto, siamo di fronte a un sottotrattamento dei pazienti con fibrillazione atriale: circa il 50% di essi – soprattutto anziani – con indicazione all’anticoagulazione non riceve alcuna cura specifica.A causa, quindi, dei limiti oggettivi clinici e gestionali, il numero dei pazienti con maggior bisogno clinico non soddisfatto in questa patologia è ancora elevato. Il trattamento di questi pazienti con un NAO consentirebbe una più efficace prevenzione degli ictus, quantificabile in circa 11.000 casi evitabili all’anno, che corrisponderebbero a un risparmio per il Sistema Sanitario Nazionale di circa 230 milioni di euro per anno. Si stima, infatti, che il costo medio annuo per paziente colpito da ictus a carico del SSN sia di circa 20.000 euro, mentre i costi medi annui per paziente a carico della famiglia, (assistenza, riabilitazione, farmaci, analisi, visite, ecc.) e della collettività (mancato reddito da lavoro del paziente e del caregiver) corrispondano a circa 30.000 euro1.
Per valutare il reale impatto dell’introduzione di questa nuova categoria di farmaci nella pratica clinica è stata realizzata nel 2013 dal Centro di Ricerca in Valutazione delle Tecnologie Sanitarie, Istituto di Sanità Pubblica, Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, una valutazione Health Technology Assessment nei confronti di uno dei Nuovi Anticoagulanti Orali, il rivaroxaban.All’interno del Report sono presenti analisi farmacoeconomiche condotte allo scopo di valutare quanto e come l’ingresso della molecola all’interno del contesto nazionale e regionale influisca sul numero di eventi, complicanze e costi. I risultati delle analisi dimostrano, nell’arco temporale di tre anni, come l’introduzione di rivaroxaban, con quote di mercato incrementali (dall’8% nel primo anno, fino al 30% nel terzo anno) consenta di ridurre gli eventi di ictus, embolia sistemica e infarto del miocardio con un risparmio complessivo di risorse sanitarie, nonostante un incremento della spesa farmaceutica.Nello specifico, in questo scenario, per quanto riguarda la riduzione degli ictus è stato stimato nel primo anno una diminuzione di 642 eventi, nel secondo di 636 e nel terzo di 2.504. Per quanto riguarda il risparmio complessivo a carico del SSN, dovuto all’introduzione di questa molecola, è possibile parlare di 7 milioni di euro nel primo anno, 19 milioni di euro nel secondo anno e 32 milioni di euro nel terzo anno. In conclusione, si può affermare che l’introduzione dei NAO nella pratica clinica quotidiana, pur determinando un aumento della spesa farmaceutica, grazie ai vantaggi introdotti rispetto alle terapie tradizionali, dovrebbe consentire una riduzione dei costi sanitari, rendendo, pertanto, sostenibile l’utilizzo clinico di questa categoria farmacologica, soprattutto alla luce dell’efficacia in termini di prevenzione.

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In Lombardia “Facciamo rete contro l’ictus cerebrale”

Posted by fidest press agency su giovedì, 22 giugno 2017

ictus-cerebraleTerza causa di morte, prima di invalidità e seconda di demenza. Parliamo dell’ictus cerebrale, patologia grave e disabilitante che, in Italia, colpisce circa 200.000 persone ogni anno di cui circa 15.000 nella sola Lombardia.
Le persone che hanno avuto un ictus e sono sopravvissute, con esiti più o meno invalidanti, sono oggi circa 940.000, ma il fenomeno è in costante crescita. Fondamentale per la prevenzione è la adeguata consapevolezza da parte dei cittadini dei fattori che da soli o, ancora di più, in combinazione tra di loro aumentano il rischio di avere un ictus: ipertensione arteriosa, obesità, diabete, fumo ed alcune anomalie cardiache e vascolari.
E proprio per informare la popolazione tutta sui fattori di rischio, sull’importanza del riconoscimento dei sintomi e sul cosa fare in caso di ictus A.L.I.Ce. Lombardia Onlus, in collaborazione con Federfarma Lombardia e Simg Lombardia, ha presentato oggi un progetto pilota che vede protagonista la Regione Lombardia, in particolare le città di Milano, Como e Monza. Il progetto prevede la distribuzione di materiale informativo negli studi medici e nelle farmacie, presso le quali sarà inoltre possibile effettuare gratuitamente il controllo della pressione arteriosa e della fibrillazione atriale.“Iniziative di sensibilizzazione e di informazione come questa, realizzate in stretta collaborazione con i medici di medicina generale ed i farmacisti, sono essenziali per favorire continuità e qualità dell’assistenza sanitaria in un sistema che deve porre innanzitutto al centro la persona e il suo benessere – dichiara la Dottoressa Nicoletta Reale, Presidente di A.L.I.Ce. Italia Onlus. E’ sempre più necessario far sapere a tutti che l’ictus non solo si può curare, ma anche prevenire nell’80% dei casi e, a tal proposito, è di estrema importanza promuovere l’adozione di stili di vita salutari: sana alimentazione, attività fisica costante e moderata, niente fumo, consumo modesto e responsabile di alcol.Il controllo della pressione arteriosa risulta fondamentale, fino dai 40 anni, ancora più importante nei diabetici, così come l’astensione dal fumo e il riconoscimento della aritmia cardiaca definita fibrillazione atriale. Il supporto dei medici di famiglia e dei farmacisti risulta quindi strategico – continua la Dottoressa Reale – sia nella prevenzione primaria (per quanto riguarda il controllo dei fattori di rischio, le modifiche dello stile di vita e il trattamento farmacologico) sia nella fase post-acuta, ma ancora di più in quella dell’assistenza al domicilio nel post ictus. Sono dunque molto orgogliosa di questa iniziativa che, mi auguro, possa essere replicata in tutte le regioni italiane e che possa sempre contare sul supporto e la presenza delle Istituzioni”.
Obiettivo principale dell’Associazione è quello di ridurre le conseguenze devastanti dell’Ictus cerebrale, migliorare la qualità della vita delle persone colpite, dei loro familiari e delle persone a rischio, cercando di diffondere le conoscenze necessarie per la prevenzione della malattia e di informare sulla sua diagnosi, cura e riabilitazione.
Il controllo dei fattori di rischio, il riconoscimento tempestivo dei sintomi e la possibilità di poter ricevere, in tempi brevi, assistenza medica e cure appropriate sono aspetti decisivi per limitare l’impatto dell’ictus cerebrale sia sui cittadini sia sul Sistema Sanitario Nazionale.A.L.I.Ce. Italia Onlus è una Federazione di 20 Associazioni regionali di volontariato – suddivise in oltre 80 tra sedi e sezioni – che ha tra i propri obiettivi statutari: diffondere l’informazione sulla curabilità della malattia; facilitare la informazione per un tempestivo riconoscimento dei primi sintomi come delle condizioni che ne favoriscono l’insorgenza; sollecitare gli addetti alla programmazione sanitaria affinché provvedano ad istituire centri specializzati per la prevenzione, la diagnosi, la cura e la riabilitazione delle persone colpite da ictus e ad attuare progetti concreti di screening; tutelare il diritto dei pazienti ad avere su tutto il territorio nazionale livelli di assistenza, uniformi ed omogenei.
A.L.I.Ce. Italia Onlus è membro della World Stroke Organization (WSO), di cui fanno parte associazioni di pazienti colpiti da Ictus di 85 Paesi e di SAFE, Stroke Alliance for Europe, organizzazione che riunisce 30 Associazioni di pazienti di Paesi europei e che ha diffuso le linee guida per la prevenzione e una migliore cura dell’ictus in un documento rivolto al Parlamento europeo e a tutti i governi dell’Unione, oltre che di ISO, Italian Stroke Organization ed ESO, European Stroke Organization.

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Presentati al Parlamento Europeo i risultati dello studio sul percorso di cura dei pazienti colpiti da ictus cerebrale

Posted by fidest press agency su sabato, 13 maggio 2017

european parliamentLa Stroke Alliance for Europe ha presentato oggi la tanto attesa e completa analisi sull’intero percorso dell’ictus in Europa. Davanti a decine di membri del Parlamento Europeo, Jon Barrick, Presidente di SAFE e Valeria Caso, Presidente dell’European Stroke Organization, hanno illustrato le principali conclusioni della ricerca condotta dal King’s College su 35 Paesi Europei in contemporanea.“Anche se, in Europa, il tasso di mortalità legato all’ictus cerebrale è diminuito nel corso degli ultimi 20 anni, l’ictus cerebrale rimane una catastrofe umanitaria che si verifica sotto i nostri occhi perché più persone sopravvivono all’ictus e sono sempre più le persone che rimangono con gravi disabilità – ha dichiarato Jon Barrick. Il peso economico e sociale complessivo dell’ictus aumenterà drammaticamente nei prossimi 20 anni a causa dell’invecchiamento della popolazione. Gli organi decisionali in Europa devono individuare il modo migliore per combattere l’ictus cerebrale e rendere più facile la vita per coloro che sopravvivono all’ictus e alle loro famiglie”.I dati raccolti nello studio Burden of Stroke indicano che tra il 2015 e il 2035 ci sarà complessivamente un aumento del 34% nel numero totale degli eventi cerebrovascolari acuti nell’Unione Europea, dai 613.148 casi nel 2015 agli 819.771 nel 2035.
Un confronto a livello europeo sull’ictus e sull’assistenza sono fondamentali per aiutare ogni singolo Paese a mettere in atto strategie di prevenzione efficace per questa patologia, fornire un’assistenza adeguata e appropriata e supportare tutti quelli che vengono colpiti da ictus. SAFE invita ogni Paese Europeo ad istituire un registro nazionale per l’ictus al fine di mantenere un adeguato controllo sulla patologia.
Il registro consentirebbe di monitorare le risorse e le prestazioni erogate durante l’intero percorso di cura. La condivisone dei risultati permetterà, inoltre, ad ogni Paese di imparare dagli altri e rinforzare e accelerare il processo di miglioramento dei modelli di cura per l’ictus adottati dai singoli paesi.Molti milioni di persone viaggiano in Europa da paese a paese ed è spaventoso pensare che possano ricevere cure eccellenti in una nazione mentre in un’altra possano andare incontro alle conseguenze catastrofiche dell’ictus cerebrale a causa della mancanza di adeguate cure per l’ictus.“Il costo totale dell’ictus in Europa è stimato nel 2015 in 45 miliardi di euro ed è destinato ad aumentare, includendo sia i costi derivanti dall’assistenza sanitaria sia quelli indiretti a carico delle famiglie e delle società. Le previsioni mostrano che il numero delle persone colpite da ictus come condizione cronica passerà da 3.718.785 nel 2015 a 4.631.050 nel 2035, rappresentando quindi un incremento del 25% pari circa a 1 milione di persone in Europa. Si tratta di una gigantesca onda che sta per abbattersi su di noi ed è meglio iniziare a prepararsi per affrontarla – ha sottolineato ancora Jon Barrick, aggiungendo che è necessario un piano di azione comune contro l’ictus in Europa in modo che il previsto incremento del 34% del numero di nuovi casi di ictus dal 2017 al 2035 non travolga i Sistemi Sanitari Nazionali e le famiglie dei pazienti colpiti da ictus cerebrale.SAFE ritiene che il modo migliore per combattere l’ictus sia che ogni Paese membro della Comunità Europea abbia una strategia per l’ictus a livello nazionale attivamente supportata e sostenuta dal Governo e che riguardi l’intero percorso di cura dell’ictus: dalla diffusione della conoscenza tra la popolazione alla prevenzione, diagnosi e trattamenti, dai modelli di rete, riabilitazione specialistica per trattamenti a lungo termine, dall’integrazione sociale alla partecipazione alla vita comune. La strategia dovrebbe prendere in considerazione anche la questione delle cure palliative e del fine vita.Nella pianificazione di queste strategie è fondamentale che vengano coinvolti i rappresentanti di tutte le professioni coinvolte nella cura dei pazienti, caregiver, persone che sono state colpite da ictus e le associazioni di volontari di ciascun paese.
A.L.I.Ce. Italia Onlus è una Federazione di Associazioni regionali di volontariato – suddivise in oltre 80 tra sedi e sezioni – che ha tra i propri obiettivi statutari: diffondere l’informazione sulla curabilità della malattia; facilitare la informazione per un tempestivo riconoscimento dei primi sintomi come delle condizioni che ne favoriscono l’insorgenza; sollecitare gli addetti alla programmazione sanitaria affinché provvedano ad istituire centri specializzati per la prevenzione, la diagnosi, la cura e la riabilitazione delle persone colpite da ictus e ad attuare progetti concreti di screening; tutelare il diritto dei pazienti ad avere su tutto il territorio nazionale livelli di assistenza, uniformi ed omogenei.A.L.I.Ce. Italia Onlus è membro della World Stroke Organization (WSO), di cui fanno parte associazioni di pazienti colpiti da Ictus di 85 Paesi e di SAFE, Stroke Alliance for Europe, organizzazione che riunisce 30 Associazioni di pazienti di Paesi europei e che ha diffuso le linee guida per la prevenzione e una migliore cura dell’ictus in un documento rivolto al Parlamento europeo e a tutti i governi dell’Unione, oltre che di ISO, Italian Stroke Organization ed ESO, European Stroke Organization.

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Quarta edizione del Congresso Nazionale sull’ictus Cerebrale “Stroke2017”

Posted by fidest press agency su lunedì, 6 marzo 2017

ictus cerebraleA Napoli si è conclusa la quarta edizione del Congresso Nazionale sull’ictus Cerebrale “Stroke2017”. Gli argomenti trattati hanno riguardato la prevenzione, la cura dell’ictus cerebrale e delle sue conseguenze, cercando di dare particolare risalto alla ricerca di base per trovare nuovi trattamenti di protezione del cervello nelle fasi acute dell’ictus, così come la possibilità di disostruire meccanicamente le arterie cerebrali occluse, grazie all’introduzione di cateteri, per via arteriosa.
Le passate edizioni si sono svolte a Firenze, quest’anno è stata scelta la città di Napoli. L’idea di base è quella di proporre un congresso itinerante per facilitare, chi non può permettersi di seguire un congresso lungo tre giorni e la partecipazione di tutti i professionisti su questo importantissimo tema. Quest’anno hanno partecipato circa 400 delegati tra medici, fisioterapisti, logopedisti, infermieri, psicologi e altre figure professionali.
Si conferma come l’ictus cerebrale costituisce la seconda causa di morte e la terza causa di disabilità a livello mondiale, e la prima causa di disabilità negli anziani. Nel 35% dei pazienti colpiti da ictus, globalmente considerati, residua una disabilità grave. Nel nostro Paese, comunque, negli ultimi vent’anni si è assistito ad una sostanziale riduzione degli ictus cerebrali, sia ischemici, sia emorragici. Dai 180.000 casi all’anno, si è passati ai circa 120.000 e questo grazie soprattutto alle sempre più diffuse ed efficaci misure di prevenzione, nel controllo dei fattori di rischio, prima fra tutti l’ipertensione arteriosa.
Sul versante dell’imaging, la TC e la RM con le tecniche di diffusione e perfusione non hanno attualmente dimostrato chiari vantaggi nella selezione dei pazienti potenzialmente eleggibili per la terapia endovascolare. Le novità da attribuire all’area dei fattori di rischio/prevenzione primaria, sono sostanzialmente da riferire all’intensità del trattamento dell’ipertensione arteriosa, alla prevenzione dell’ictus cardioembolico con gli anticoagulanti diretti nella fibrillazione atriale e all’utilizzo dell’aspirina in prevenzione primaria.
Per quanto attiene all’impego dell’aspirina a 100 mg, nel Convegno è emersa una raccomandazione forte verso la possibilità che nella decisione di instaurare una terapia con aspirina in prevenzione primaria, si tenga conto anche del rischio di cancro.
L’area della fase acuta come principale novità si è concentrata su due aspetti: il dosaggio della trombolisi e le procedure interventistiche, basate sui trattamenti endoarteriosi.I risultati sostanzialmente negativi dello studio ENCHANTED, hanno consentito di rafforzare il messaggio relativo alla necessità di impego della trombolisi al dosaggio universalmente consigliato (0,9 infartomg/kg), ma la significativa riduzione, in una analisi di sottogruppo prespecificata, relativamente all’outcome funzionale (valutato tenendo conto dei vari gradi della scala Rankin), risultata favorevole della bassa dose di r-tPA (0,6 mg/kg) nel gruppo pretrattato con antipiastinici rispetto al gruppo dei non trattati con antiaggreganti (p=0.02), induce a considerare, in questa tipologia di pazienti, l’utilizzo della bassa dose, piuttosto che la non somministrazione in assoluto, della trombolisi.Sul versante del trattamento intraarterioso, una revisione sistematica ha valutato i risultati di alcuni studi su trombolisi intra-arteriosa o qualunque tipo di trombectomia in pazienti con occlusioni extra. e/o intracraniche (MR CLEAN, ESCAPE, EXTEND-IA, SWIFT-PRIME, REVASCAT). I pazienti con occlusione di carotide interna extra-cranica trattati con stenting ha avuto un tasso più alto di ricanalizzazione (87% vs 48%, p=0.001) e di esito clinico favorevole (68% vs 15%, p<0.001) ed un tasso minore di mortalità (18% vs 41%, p=0.048) rispetto ai pazienti trattati con trombolisi i.a. Nel gruppo di pazienti con occlusione tandem, la mortalità è risultata significativamente minore fra i pazienti trattati con trombolisi i.a. rispetto a quelli trattati con qualunque tipo di intervento meccanico dell’occlusione intracranica (0% vs 34%, p=0.002 e 0% vs 33%, p=0.001). Il confronto, tuttavia, non è randomizzato e gli studi sono molto eterogenei, per cui questi risultati non possono tradursi in una indicazione preferenziale ai trattamenti endoarteriosi in pazienti con occlusione di carotide interna extra-cranica. In sintesi, comunque, si è concluso che Pazienti con ictus esordito oltre le 4.5 ore possono trarre giovamento da trombectomia meccanica primaria in particolare se iniziata entro 5 ore dall’esordio dei sintomi, mentre Pazienti con ictus da occlusione di rami arteriosi distali possono trarre giovamento dal ricorso ad agenti trombolitici per via intra-arteriosa. Inoltre, Pazienti con ictus ischemico acuto e recente (1.7 possono trarre giovamento da trombectomia meccanica, previa valutazione del rapporto rischio/beneficio. L’intervento endoarterioso meccanico può essere preso in considerazione, previa valutazione del rapporto rischi/benefici, in pazienti trattati con anticoagulanti diretti e con alto rischio di emorragia, definito dai test di laboratorio specifici (o dall’impossibilità della loro esecuzione) e dal tempo dell’ultima assunzione, in quanto non sembra associato a un incremento del rischio di complicanze emorragiche. Con riferimento, invece, all’impiego della trombolisi sistemica, i Relatori hanno affrontato, come novità non presente nelle precedenti edizioni, la possibilità di somministrazione della terapia in pazienti con ictus ischemico acuto, in terapia con gli anticoagulanti diretti. In questi casi, La letteratura suggerisce la possibilità trombosi-1di prendere in considerazione la trombolisi e.v. in pazienti trattati con DOAC, con verosimile effetto sub terapeutico, evidenziato dalla storia clinica (dose e intervallo temporale dall’ultima assunzione, funzionalità renale) e da test specifici e standardizzati (Tempo di Trombina, Tempo di Ecarina o Hemoclot per il dabigatran, anti-Xa per il rivaroxaban o l’apixaban).
Infine, in pazienti con ictus ischemico acuto, l’uso degli ultrasuoni per potenziare l’effetto della trombolisi e.v. non è indicato routinariamente. Gli ultrasuoni per potenziare l’effetto della trombolisi e.v sono usati all’interno di studi clinici controllati, con particolare riferimento a pazienti con occlusione dei grossi vasi intracranici.
Innanzi tutto, se per convenzione derivata dagli studi clinici, una stenosi carotidea si definisce sintomatica se l’ultimo episodio ischemico cerebrale o retinico congruo si è verificato nei 6 mesi precedenti. Sulla base di recenti revisioni degli stessi studi nella sessione congressuale appositamente dedicata, si è ritenuto opportuno ridurre tale intervallo a non più di 3 mesi.
In caso di stenosi carotidea sintomatica con indicazione chirurgica è indicato considerare il punteggio di rischio di ictus del paziente se trattato con sola terapia medica (e quindi il potenziale beneficio della terapia chirurgica). Nel paziente con elevato punteggio di rischio, ≥4 secondo il modello ricavato dalle revisioni degli studi NASCET ed ECST, il beneficio dell’endoarteriectomia è massimo (NNT 3), mentre nel paziente con basso punteggio di rischio, Le attuali evidenze sul beneficio dell’endoarteriectomia nella stenosi carotidea asintomatica sottolineano l’importanza di valutare il vantaggio della terapia chirurgica nei confronti della miglior terapia medica. Il rischio di ictus nei pazienti trattati con la miglior terapia medica risulta oggi mediamente inferiore all’1% per anno (cioè inferiore al rischio della procedura chirurgica nell’ ACAS e nell’ ACST), pertanto l’intervento non può essere raccomandato di routine, ma indicato solo in pazienti selezionati, e in centri specialistici con documentato rischio perioperatorio di ictus/morte più basso possibile, inferiore a 2% e ancora meglio se inferiore a 1%.
Alcuni studi indicano sottogruppi di pazienti a più netto beneficio dall’intervento in quanto a maggior rischio di ictus se non operati, quali pazienti con pregressi infarti alla TC encefalo, più alto grado di stenosi carotidea o più rapida progressione di stenosi, presenza di occlusione carotidea controlaterale, morfologia di placca ulcerata o irregolare agli ultrasuoni o all’RM e/o presenza di segnali microembolici omolaterali all’ecodoppler transcranico. Altri studi indicano viceversa sottogruppi di pazienti a più scarso o senza beneficio dall’intervento in quanto a maggior rischio di complicanze se operati. Sono auspicabili quindi altre revisioni sistematiche e ulteriori studi che stratifichino i vari fattori di rischio medico e chirurgico, onde specificare meglio le indicazioni o controindicazioni all’intervento.
Per quanto riguarda la scelta del tipo di intervento, fra endoarterectomia classica o stent carotideo, le evidenze hanno finora dimostrato una certa equivalenza o non inferiorità dello stenting carotideo rispetto all’endoarteriectomia solo in centri di eccellenza e sono necessarie ulteriori evidenze, per cui ad oggi è raccomandata di scelta l’endoarteriectomia nella correzione chirurgica della stenosi carotidea. Pertanto, lo stenting carotideo, come alternativa all’endoarteriectomia, dovrebbe essere eseguito solo all’interno di sperimentazioni cliniche controllate o in centri e con operatori a casistica controllata per quanto riguarda il rischio periprocedurale che deve essere per lo meno non superiore a quello dell’endoarteriectomia.
Lo stenting carotideo, con adeguato livello di qualità procedurale e appropriata protezione cerebrale, è raccomandato in caso di significativa comorbidità cardiaca e/o polmonare o in cuorecondizioni quali la paralisi del nervo laringeo controlaterale, la stenosi ad estensione craniale o claveare, la restenosi, una precedente tracheotomia/chirurgia/radioterapia al collo.
Per convenzione, per importanti comorbidità cardiache si intendono:
a) scompenso cardiaco congestizio e/o disfunzione ventricolare sinistra
b) intervento cardiochirurgico nelle sei settimane precedenti
c) infarto miocardico nelle quattro settimane precedenti
d) angina instabile
In caso di stenosi carotidea asintomatica l’endoarteriectomia, comportando un beneficio modesto rispetto alla miglior terapia medica, è indicata nel paziente che è considerato “a rischio” se trattato solo con terapia medica e che presenta quindi almeno una di queste condizioni: pregresso infarto anche silente alla TC/RM encefalo, placca vulnerabile o ulcerata o a rapida crescita, stenosi pre-occlusiva, stenosi tra 70-80% (metodo NASCET) con occlusione della carotide controlaterale o con presenza all’ecodoppler transcranico di segnali microembolici omolaterali. E’ invece indicata la sola miglior terapia medica nel paziente con aspettativa di vita inferiore a quella presunta per ottenere il beneficio dall’endoarteriectomia, quale il paziente ultraottantenne o con diabete insulino-dipendente o cardiopatia grave o broncopatia grave o insufficienza renale cronica in trattamento dialitico.
La dimostrazione del razionale di efficacia di nuovi approcci riabilitativi sviluppati alla luce delle attuali conoscenze sui meccanismi di neuroplasticità è uno dei principali argomenti su cui si sta concentrando la ricerca relativa alla riabilitazione dell’ictus. Sulla scorta delle ampliate conoscenze dei meccanismi neurobiologici della plasticità cerebrale vengono attualmente privilegiati approcci che avvalorano l’intensità, la ripetitività, la significatività di un esercizio e la stimolazione multisensoriale. La realizzazione di questi presupposti avviene:
mediante esecuzione reiterata, supportata da strumenti robotici;
mediante un’esaltazione dell’informazione sensoriale di ritorno, prodotta da sistemi in realtà virtuale; mediante la realizzazione di un Ambiente Arricchito.
L’eziologia dell’emorragia cerebrale nei soggetti giovani è più eterogenea rispetto a quella dei soggetti in età adulta e anziana; in particolare, svolgono un ruolo importante le malformazioni vascolari, le coagulopatie e l’abuso di sostanze quali la cocaina e le amine simpaticomimetiche. La prognosi è migliore di quella degli anziani, senza sostanziali differenze di genere. La gravità dei sintomi all’esordio, la presenza di emorragia intraventricolare, di idrocefalo e di focolai emorragici multipli sono predittori di mortalità nel soggetto giovane.La patologia cerebrovascolare presenta un’elevata prevalenza nel genere femminile con peculiarità relative sia ai fattori di rischio che alle manifestazioni cliniche e agli esiti. Essa rappresenta una delle principali cause di morbidità e mortalità nella donna, tanto che le statistiche internazionali classificano l’ictus come la quinta causa di morte nel sesso maschile, ma la terza nel sesso femminile. Le proiezioni demografiche per il 2030 prevedono che circa il 20% della popolazione sarà rappresentato da soggetti di età superiore ai 65 anni con maggiore rappresentatività delle donne, in funzione dell’aspettativa di vita maggiore. Se consideriamo che circa la metà dei soggetti colpiti da ictus sopravvive con gradi variabili di deficit funzionale e/o cognitivo, è possibile prevedere che ci sarà un numero significativamente superiore di donne con esiti di evento cerebrovascolare rispetto agli uomini, con i prevedibili risvolti anche in termini di costi socio-sanitari. Nonostante ciò, molti vasi sanguigniaspetti del rapporto fra patologia cerebrovascolare e genere femminile sono tuttora sottostimati. I fattori di rischio vascolari presentano specificità di genere riconosciute e ben caratterizzate; le donne hanno spesso sintomi di presentazione di patologia cerebrovascolare non specifici e giungono più tardivamente all’attenzione medica rispetto agli uomini, fattori che contribuirebbero ad una minore probabilità di accesso a trattamenti riperfusivi in acuto. Differenze di genere sono presenti anche per quanto concerne la scelta e la risposta alle terapie di prevenzione primaria e secondaria. I risultati degli studi clinici sui farmaci cardiovascolari sono applicati nella pratica clinica indipendentemente dal genere, nonostante le donne siano numericamente sotto-rappresentate nella ricerca clinica e non sempre nel disegno degli studi sia prevista l’analisi per la differenza di genere. È importante che la comunità scientifica rivolga maggiore e dedicata attenzione alle differenze di genere nella patologia cerebrovascolare promuovendo lo sviluppo di programmi di ricerca e iniziative di servizi e percorsi che definiscano la medicina centrata sul paziente. L’attenzione alla medicina di precisione e personalizzata rappresenta la chiave di volta per contribuire a colmare il gap di conoscenza sulle differenze di genere nella prevenzione cardiovascolare, favorire l’uso appropriato dei farmaci, promuovere la ricerca clinica e il miglioramento generale del sistema salute con beneficio complessivo nella prospettiva della salute di genere.
L’organizzazione assistenziale per processi consiste nell’applicazione di un sistema in ambito organizzativo, che presuppone una esplicita identificazione del processo stesso e delle sue componenti, delle interazioni tra di essi, nonché delle loro modalità di gestione. Il maggiore vantaggio è quello di garantire il governo della continuità assistenziale controllandone la qualità, l’efficacia e l’efficienza.
Uno dei problemi principali di tutte le linee guida è l’implementazione sul territorio nella pratica clinica, in altre parole, la difficoltà a tradurre in azioni pratiche e atti medici competenti, le varie raccomandazioni. Le ragioni di queste difficoltà sono molteplici e vanno dalla scarsità dell’informazione, della formazione e dell’aggiornamento, alla oggettiva impossibilità di applicazione per mancanza di mezzi o di risorse, sino alla non condivisione delle raccomandazioni stesse per disaccordo o scelte differenti.

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L’ictus cerebrale è un problema emergente anche in età pediatrica

Posted by fidest press agency su giovedì, 15 dicembre 2016

ictus-cerebralePer i giovani sotto i 15 anni l’incidenza annua è fino a 13 casi su 100.000 bambini ed è paragonabile a quella dei tumori cerebrali infantili. Non si tratta quindi di una patologia che colpisce solo gli anziani: basti pensare che nel giovane adulto (intendendo per persone sotto i 45 anni), l’incidenza è di 10 su 100.000 abitanti. Adulti e bambini possono mostrare gli stessi sintomi (debolezza, difficoltà motoria laterale, cecità, mal di testa, difficoltà ad articolare parole) ma, mentre nell’adulto questi sintomi sono abbastanza individuabili, in un bambino, e ancora di più in un neonato, questi segnali sono spesso più sfumati o aspecifici e quindi più difficili da cogliere. Per quanto riguarda il recupero, dipende ovviamente sia dalla gravità dell’attacco sia dalla tempestività dell’intervento: una percentuale di bambini supera la crisi senza problemi, ma la maggior parte accusa danni neurologici che possono portare all’emiparesi, una diminuzione della motilità volontaria di una parte del corpo, un ritardo cognitivo, deficit visivi, epilessia.Nel bambino e nel giovane adulto è stato riscontrato un ampio spettro di fattori di rischio. In particolare, studi recenti hanno messo in evidenza come alcuni disordini genetici ad ereditarietà mendeliana svolgano un ruolo molto importante. Si tratta di malattie monogeniche, dovute cioè alla mutazione di un singolo gene, che hanno una bassa prevalenza ma un alto rischio di ictus nei portatori della mutazione. E’ quindi di estrema importanza la diagnosi precoce perché può fornire un beneficio concreto per le persone affette. Sono due le strategie da adottare quindi:
– Consulenza genetica: la persona affetta da una malattia ereditaria e i suoi familiari vengono informati sulle conseguenze della patologia, dei modi con cui può essere diagnosticata e curata, del rischio legato alla sua comparsa e della probabilità di trasmetterla
– Follow Up mirato attraverso Misure Terapeutiche Specifiche, quando disponibili, e Misure di Gestione necessarie per prevenire o identificare precocemente altri eventuali danni specifici.
Sulla base di queste considerazioni, l’Unità Operativa Complessa di Genetica Medica dell’Istituto Gaslini di Genova ha elaborato “GENIUS – GENetic Innovation to Understand Stroke”, un progetto di diagnosi genetica attraverso un approccio di sequenziamento massivo e in parallelo di oltre 40 geni responsabili di ictus pediatrico e giovanile, sia nella forma ischemica che in quella emorragica.
Ad oggi e a differenza di quanto accade in altri Paesi, non esiste un centro di riferimento italiano per i pazienti pediatrici affetti da ictus. Per migliorare la qualità della vita di tutte le persone, dai più anziani ai bambini, A.L.I.Ce. Italia Onlus, nell’ambito delle proprie attività istituzionali, guarda al futuro e sostiene con fermezza questo innovativo progetto di ricerca e prevenzione.
A.L.I.Ce. Italia Onlus è una Federazione di associazioni regionali di volontariato sparse su tutto il territorio nazionale, oltre 70 tra sedi e sezioni, le quali, pur autonome e indipendenti nelle proprie attività, collaborano al raggiungimento di comuni obiettivi a livello nazionale.

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Insieme per combattere l’ictus cerebrale

Posted by fidest press agency su giovedì, 1 dicembre 2016

ictus cerebraleNel nostro Paese l’ictus cerebrale è la terza causa di morte, dopo le malattie cardiovascolari e le neoplasie, causa il 10%-12% di tutti i decessi per anno e rappresenta la principale causa d’invalidità. Quasi 200.000 italiani ne vengono colpiti ogni anno e la metà dei superstiti rimane con problemi di disabilità anche grave. In Italia le persone che hanno avuto un ictus e sono sopravvissute, con esiti più o meno invalidanti, sono oggi circa 940.000, ma il fenomeno è in crescita, anche a causa dell’invecchiamento progressivo della popolazione. Da tutto ciò scaturisce un rilevante peso per le famiglie, per le risorse allocate in sanità e per la società intera, onere che può protrarsi anche per decenni, considerando che non sono pochi i soggetti colpiti dalla malattia anche in età non avanzata.
A.L.I.Ce. Italia Onlus, Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale, è fiera di annunciare di aver raggiunto un accordo di collaborazione con la SIMG, Società Italiana di Medicina Generale (SIMG) ufficialmente ratificato nel corso dell’ultimo Congresso Nazionale della Società Scientifica appena conclusosi a Firenze.La medicina generale ha le maggiori possibilità di svolgere un’efficace azione preventiva sulla popolazione: solo un terzo dei pazienti è consapevole di essere colpito da ictus e la maggior parte non conosce i possibili segni o sintomi del danno cerebrale. Per questo motivo è fondamentale migliorare la capacità dei cittadini di riconoscere o sospettare questo tipo di evento.Grande rilevanza ha il ruolo del Medico di Medicina Generale, se non nella fase acuta della patologia, sia nella prevenzione primaria (a livello educazionale, per quanto riguarda il controllo dei fattori di rischio, le modifiche dello stile di vita e il trattamento farmacologico) sia soprattutto in quella secondaria, cioè nella fase post-acuta e ancor di più in quella dell’assistenza al domicilio.
“A.L.I.Ce. Italia Onlus è da sempre impegnata nella lotta a questa patologia e sono particolarmente soddisfatta di poter contare sull’appoggio di questa Società Scientifica con la quale abbiamo già deciso di dare vita ad una campagna educazionale di informazione da realizzare a livello nazionale – dichiara la Dottoressa Nicoletta Reale, Presidente di A.L.I.Ce. Italia Onlus. Il nostro obiettivo è quello di sensibilizzare la popolazione sui percorsi da seguire per la prevenzione, attraverso la correzione dei fattori di rischio modificabili e la promozione di stili di vita sani, e sulla necessità di cura tempestiva attraverso l’immediato riconoscimento dei sintomi ed il ricovero in strutture idonee (Stroke Unit)”. Il Medico di Medicina Generale ha un ruolo chiave e centrale anche nel momento in cui il paziente fa ritorno a casa, visto che condivide il progetto riabilitativo con il paziente stesso e la sua famiglia e nello stesso tempo coordina i vari operatori (specialisti, infermieri, terapisti). Inoltre, è in grado di proporre le soluzioni migliori nella gestione domiciliare della persona colpita e supporta la famiglia comunicando risorse, limiti, obiettivi terapeutici, informazioni sulla somministrazione dei farmaci e sui compiti assistenziali, identificando le tecniche per favorire l’autonomia del paziente nelle attività quotidiane e il suo auspicabile reinserimento sociale/lavorativo.“E’ una malattia in forte crescita in tutto il Paese – afferma il dott. Claudio Cricelli Presidente Nazionale della SIMG -. Oggi è possibile curarlo in maniera efficace ma la prevenzione rimane l’arma migliore a nostra disposizione. Otto casi su dieci sono infatti evitabili. Il ruolo del medico di famiglia è sempre più importante prima, durante e dopo l’insorgenza della patologia. Per questo abbiamo deciso di far partire questo importante alleanza”. Obiettivo principale dell’Associazione è quello di ridurre le conseguenze devastanti dell’Ictus cerebrale, migliorare la qualità della vita delle persone colpite, siano essi bambini, giovani, adulti o anziani, dei loro familiari e delle persone a rischio, cercando di diffondere le conoscenze necessarie per la prevenzione della malattia e di informare sulla sua diagnosi, cura e riabilitazione. Una corretta prevenzione con il controllo dei fattori di rischio, il riconoscimento tempestivo dei sintomi e la possibilità di poter ricevere, in tempi brevi, assistenza medica e cure appropriate sono elementi fondamentali per limitare l’impatto dell’ictus cerebrale, sui cittadini e sul SSN, altrimenti devastante. Questi i messaggi chiave di cui si fa portatrice nel nostro Paese la Federazione A.L.I.Ce. Italia Onlus che, da oggi, può contare sull’appoggio di una realtà forte come quella della SIMG.

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Fibrillazione atriale e ictus cerebrale

Posted by fidest press agency su sabato, 31 ottobre 2015

ictus cerebrale“Una buona testa ed un buon cuore sono sempre una formidabile combinazione”. Così Nelson Mandela. Mai niente di più vero se facciamo riferimento alla relazione che c’è tra la Fibrillazione Atriale (forma più comune di aritmia, responsabile di un terzo di tutti i ricoveri per disturbi del ritmo cardiaco) e l’Ictus Cerebrale, la più frequente malattia neurologica.
Se ne è parlato oggi nel corso di una Conferenza Stampa durante la quale sono emersi dati allarmanti: in Italia, sono circa 1 milione le persone con Fibrillazione Atriale (FA) e questa aritmia, che colpisce una persona su 4 dopo i 55 anni ed è la causa di circa il 20% degli ictus ischemici. I dati, però, non tengono conto di tutti quei pazienti colpiti da episodi FA asintomatica.
Non solo: l’ictus causato da FA tende ad essere più grave perché l’embolo che parte dal cuore chiude arterie di calibro maggiore, con un danno ischemico a porzioni più estese di cervello.Ed ecco che per sensibilizzare le Istituzioni, il Servizio Sanitario Nazionale ed i cittadini sull’importanza della cura della FA e della prevenzione dell’ictus cerebrale, l’European Brain Council (ente scientifico europeo che rappresenta una vasta rete di pazienti, medici e scienziati in stretto contatto con il Parlamento Europeo) ed A.L.I.Ce. Italia Onlus (Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale), in occasione della Giornata Mondiale contro l’Ictus Cerebrale, hanno indetto una Tavola Rotonda, realizzata con il supporto non condizionato di Bristol-Myers Squibb e Pfizer, che ha visto la partecipazione di importanti esponenti Istituzionali e del mondo medico, scientifico ed economico.“L’ictus rappresenta la prima causa di morte e la terza di invalidità: sono 200.000 gli italiani che ogni anno ne vengono colpiti e oltre la metà di questi rimane con problemi di disabilità grave. E’ necessario aumentare lo sforzo per la prevenzione dell’ictus; occorre garantire equità di accesso su tutto il territorio nazionale per le terapie più acute e un percorso riabilitativo in grado di garantire continuità di cure – dichiara l’On. Gian Luigi Gigli, Coordinatore dell’Intergruppo Parlamentare sui problemi sociali dell’ictus. L’impatto di questa patologia risulta particolarmente gravoso: il costo medio annuo a paziente con disabilità grave per famiglia e collettività, escludendo i costi a carico del SSN, è di circa 30.000 Euro, per un totale di circa 14 miliardi di euro l’anno”.
La prevalenza della FA, attualmente pari all’1,5-2% della popolazione generale (ma al di sopra degli 85 anni interessa quasi una persona su cinque) è destinata ad aumentare notevolemente, passando da 6,3 milioni nel 2007 a 7,5 milioni nel 2017. Le condizioni predisponenti o che favoriscono la progressione della malattia sono: ipertensione arteriosa, obesità, diabete mellito, insufficienza renale cronica, ipertiroidismo e tutte le malattie cardiache organiche (cardiopatie congenite, coronaropatia, malattie valvolari, scompenso cardiaco). Inoltre possono favorire la FA l’abuso di alcol, droghe e caffeina. In molti casi comunque, la FA si manifesta in assenza di fattori predisponenti.
“Chi è affetto da FA vede aumentare di 4 volte il rischio di ictus tromboembolico, che risulta in genere molto grave e invalidante; questa forma di ictus determina una mortalità del 30% entro i primi tre mesi dall’evento e lascia esiti invalidanti in almeno il 50% dei pazienti – sostiene il Prof. Filippo Crea, Direttore del Dipartimento di Scienze Cardiovascolari Policlinico Agostino Gemelli, Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma – E’ di fondamentale importanza ‘intercettare’ più rapidamente possibile i pazienti con FA. Una volta fatta la diagnosi, il passaggio successivo consiste nello stabilire la necessità di una terapia anticoagulante per ridurre il rischio d’ictus e nella identificazione di cause predisponenti sottostanti che spesso necessitano di cure specifiche”.

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Maggiore considerazione dell’ictus cerebrale

Posted by fidest press agency su lunedì, 28 settembre 2015

ictus cerebraleBruxelles. L’Intergruppo Parlamentare italiano per i problemi sociali dell’Ictus ha incontrato, a Bruxelles, alcuni membri del Parlamento Europeo, dell’OMS e la Rappresentanza Permanente d’Italia presso l’Unione Europea, per sottolineare l’urgenza di una presa in carico, al livello centrale e dei singoli Paesi, delle problematiche ancora aperte legate alla prevenzione e gestione dell’ictus cerebrale. Una patologia che ogni anno in Europa uccide 650mila persone e lascia conseguenze anche molto gravi in chi vi sopravvive con un impatto economico e sociale considerevole per le famiglie e la collettività; si stima che nei paesi dell’Europa occidentale l’onere economico a carico dei SSN sia pari al 3-4% dei costi totali per le spese sanitarie (Fonte dati SAFE).L’Intergruppo Parlamentare per i problemi sociali dell’ictus, costituitosi nell’ottobre del 2014 su iniziativa dell’Onorevole Gian Luigi Gigli e a cui aderiscono Deputati e Senatori Italiani di diversi gruppi politici, con il supporto di A.L.I.Ce ITALIA (Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale), è da mesi impegnato nell’analisi e discussione delle problematiche che ancora oggi limitano significativamente le possibilità di prevenire e gestire adeguatamente i casi di ictus cerebrale nel nostro Paese. Si stima infatti che l’ictus cerebrale sia in Italia la terza causa di morte e la prima di invalidità, dopo le malattie cardiovascolari e i tumori, colpendo ogni anno circa 200mila persone, delle quali 10mila al di sotto dei 54 anni. Una patologia, quindi, che per incidenza e severità è tutt’altro che trascurabile, anche se ancora oggi sono in troppi a sottovalutarne la gravità. Una corretta prevenzione con il controllo dei fattori di rischio, il riconoscimento tempestivo dei sintomi e la possibilità di poter ricevere, in tempi brevi, assistenza medica e cure appropriate sono elementi fondamentali per limitare l’impatto dell’ictus cerebrale, altrimenti devastante.L’Onorevole Gian Luigi Gigli, coordinatore dell’Intergruppo Parlamentare per i problemi sociali dell’ictus, commenta – “Noi, come Intergruppo parlamentare sui problemi sociali dell’Ictus crediamo che l’approccio delle istituzioni sanitarie a questa patologia, per la considerevole incidenza e l’impatto socio economico ad essa associato, debba essere quanto prima regolato in tutti i Paesi dell’Unione Europea da una vera e propria legge dello Stato che definisca le indicazioni relative all’intero percorso di cura dei pazienti colpiti da ictus, compresa la delicata fase di riabilitazione”. La proposta partita dall’Intergruppo ha suscitato notevole interesse presso numerosi europarlamentari italiani, tra i quali il Vicepresidente del Parlamento Sassoli, l’Onorevole Toia che ha promosso l’incontro, i membri della Commissione Salute e Ambiente, Pedicini, Zoffoli, Caputo e Gentile. A seguito di questo confronto, potrebbe partire proprio dalla Commissione competente del Parlamento UE un Rapporto di Iniziativa che ponga all’attenzione questo tema che necessita della massima considerazione nei prossimi anni, in virtù dell’aumento della vita media e della nuova realtà sanitaria dell’Europa dei 28 stati membri.
Intanto, un primo segnale incoraggiante arriva proprio dall’’Italia dove recentemente è stato emanato il decreto Ministero della Salute n. 70 del 2 Aprile 2015 (pubblicato sulla GU del 4 giugno 2015) che insieme agli standard ospedalieri per le varie patologie definisce chiaramente il modello organizzativo delle stroke unit di primo e di secondo livello. “Un passo avanti importante nella gestione della patologia che tuttavia non esaurisce le necessità legate ad una corretta prevenzione e adeguata presa in carico delle persone colpite da ictus cerebrale” – spiega Vittorio Crespi, in rappresentanza di A.L.I.Ce ITALIA. “L’incontro a Bruxelles, promosso dall’Intergruppo Parlamentare Italiano, è stato l’occasione per discutere e confrontarsi con i colleghi Europei sugli interventi concreti che ci auguriamo possano essere presi in considerazione in vista della preparazione dei futuri Piani Sanitari Nazionali”.
In particolare l’Intergruppo Parlamentare per i problemi sociali dell’ictus ha identificato cinque aree di intervento prioritarie per l’Italia, su cui ha avviato un dibattito e che si augura possano essere recepiti nel Piano Sanitario Nazionale 2016 – 2018. Di seguito una sintesi di quanto evidenziato dai lavori dell’Intergruppo: Gli studi dimostrano che fino all’80% degli Ictus potrebbe essere evitato con una corretta prevenzione. Fondamentale è quindi accrescere la conoscenza della patologia e dei suoi fattori di rischio attraverso campagne di sensibilizzazione e screening. Tra questi i più importanti sono l’ipertensione, il diabete, l’obesità e le patologie cardiache tra cui la fibrillazione atriale (FA), anomalia del ritmo cardiaco ancora poco conosciuta e diagnosticata, nonostante sia facilmente misurabile e rappresenti un fattore altamente predisponente per episodi di ictus. Si stima infatti che la fibrillazione atriale sia responsabile per circa il 15% di tutti gli ictus e per il 20% di tutti gli ictus ischemici con conseguenze particolarmente gravi in chi ne è colpito. Ad oggi tuttavia si calcola che più di mezzo milione di pazienti affetti da FA non riceva un trattamento adeguato nonostante siano da tempo disponibili diverse soluzioni terapeutiche in grado di trattare in maniera efficace, sicura e agevole questa patologia, tra cui anche i nuovi anticoagulanti orali (NAO).E’ ormai noto come un accesso tempestivo alle cure, idealmente entro le prime 4-5 ore dalla comparsa dei sintomi, permetta di ridurre drasticamente ed in alcuni casi eliminare gli effetti invalidanti dell’ictus. Tuttavia è proprio in questa prima delicata fase di accesso alle cure che si riscontra ancora un ritardo organizzativo del Sistema Sanitario Nazionale italiano: ad oggi, in molte Regioni italiane, non esiste infatti il “Codice Ictus”, che prevede che il paziente a cui siano stati accertati i sintomi dell’ictus, venga trasportato dal personale del 118 in un ospedale dotato di una Unità Emergenza Ictus (Stroke Unit), piuttosto che nel più vicino Pronto Soccorso non adeguatamente attrezzato per fornire i trattamenti specialistici necessari.
In Italia le Stroke Unit rappresentano una realtà a “macchia di leopardo”: il Ministero della Salute ha stimato in 300 il numero di Stroke Unit necessarie per l’intero Paese, ma ad oggi ne risultano operative meno di 170, concentrate principalmente nel Nord Italia. Da qui l’importanza di intervenire con urgenza per far fronte alla carenza strutturale, soprattutto al Centro Sud.
Sono oggi poco meno di 1 milione le persone che in Italia convivono con gli effetti invalidanti dell’ictus cerebrale; un numero destinato a crescere a causa dell’invecchiamento della popolazione. Nonostante l’assistenza al paziente e alle famiglie nella fase di riabilitazione post ictus sia fondamentale e necessaria a garantire una migliore qualità di vita, negli ultimi anni il tempo medio di riabilitazione all’interno delle strutture ospedaliere si è fortemente ridotto, passando da 6 mesi a circa 45 giorni. In questo modo molti dei costi sociali ed economici associati alla percorso di riabilitazione post ictus ricadono sui pazienti e le loro famiglie.
Considerata la complessità della patologia si ritiene indispensabile poter contare su una figura professionale in grado di gestire tanto la parte clinica quanto la parte operativa del trattamento dell’ictus cerebrale: ossia neurologi e neurochirurghi capaci di seguire trattamenti endovascolari per la patologie di specifica competenza. Una questione, questa, di cruciale importanza di cui devono farsi carico le università e le società scientifiche. L’incontro di Bruxelles promosso dall’Intergruppo Parlamentare si inserisce nel contesto della campagna mondiale Sign against Stroke (Firma contro l’Ictus) che ha visto tra l’altro lo sviluppo della Carta Globale del Paziente con Fibrillazione Atriale, patologia che rappresenta il principale fattore di rischio per l’Ictus in persone con oltre 75 anni, ai fini di porre la prevenzione dell’ictus come priorità nei piani sanitari nazionali.

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VII Giornata Mondiale contro l’ICTUS Cerebrale

Posted by fidest press agency su sabato, 29 ottobre 2011

Neurología de Nobel 9

Image by Explora Proyectos via Flickr

Si è celebrata ieri 29 ottobre. L’iniziativa, targata World Stroke Organization (WSO), patrocinata dal Ministero della Salute, anche quest’anno promuove il tema “ONE IN SIX”: ogni sei secondi, nel mondo, una persona viene colpita da Ictus, indipendentemente dall’età o dal sesso ed 1 persona su 6 viene colpita dall’Ictus nell’arco della sua vita. L’Ictus è responsabile di più morti ogni anno di quelli attribuiti all’AIDS, tubercolosi e malaria messi insieme; costituisce la seconda causa di morte a livello mondiale e la terza causa di morte nei Paesi del G8. In Italia, l’Ictus è responsabile del 10-12% di tutti i decessi per anno, rappresenta inoltre la prima causa d’invalidità e la seconda di demenza con perdita di autosufficienza. Nel nostro Paese si verificano oltre 200.000 casi di Ictus ogni anno e ben 930.000 persone ne portano le conseguenze. L’Ictus non è soltanto una malattia dell’anziano (negli anziani di 85 anni ed oltre l’incidenza dell’Ictus è fra il 20 ed il 35%): circa 10.000 casi, ogni anno, riguardano soggetti con età inferiore ai 54 anni.

La Federazione A.L.I.Ce. Italia Onlus, alla presenza dell’eminente neurologo internazione, co-fondatore della WSO, Vladimir Hachinski, oggi ha presentato alla stampa la sua campagna di prevenzione contro l’Ictus cerebrale: presso oltre 3000 farmacie nelle principali città italiane, è possibile effettuare gratuitamente il controllo della pressione arteriosa e della fibrillazione atriale, anomalia del ritmo cardiaco che colpisce 1 ultracinquantacinquenne su 4. La fibrillazione atriale causa circa 40.000 Ictus l’anno nel nostro Paese, ma con una costante prevenzione e un’attenta diagnosi precoce, si possono evitare ben 3 Ictus su 4, pari a 30.000 casi.

Durante l’incontro stampa, inoltre, A.L.I.Ce. Italia Onlus ha presentato i risultati definitivi dell’indagine condotta sulla conoscenza dell’Ictus ed i costi che gravano sui malati di Ictus cerebrale, realizzata dall’Associazione in collaborazione con il Censis e l’Università degli Studi di Firenze, all’interno del progetto “Promozione dell’assistenza all’Ictus Cerebrale in Italia” finanziato dal CCM – Ministero della Salute. L’indagine ha analizzato i bisogni di assistenza e supporto delle persone colpite da questa malattia, oltre ai costi che vengono sostenuti dalle famiglie dei pazienti, con interviste mirate sulla conoscenza dell’Ictus cerebrale.
L’impatto dell’Ictus in termini di riduzione dell’autosufficienza e di incidenza dei bisogni assistenziali risulta particolarmente gravoso, in particolare alla luce dei tagli alla Sanità previsti dalla Manovra Finanziaria approvata di recente. Nel complesso, il costo medio annuo a paziente con disabilità grave per famiglia e collettività, escludendo i costi a carico del SSN (quantificati ad oggi in circa 3,5 miliardi di euro/anno), è di circa 30.000 euro, per un totale di circa 14 miliardi di Euro/anno. Tale ammontare di 14 miliardi rappresenta il 78,8% del totale ed è distinto tra la riduzione di produttività relativa alla perdita di lavoro dei pazienti (26,2%) e quella principale legata all’assistenza prestata dai caregiver (52,6%), intesa come mancata produttività per chi ha perso il lavoro o lo ha ridotto e come monetizzazione delle ore di assistenza prestate per gli altri caregiver. Dall’indagine emerge dunque che il peso dell’assistenza ricade in maniera considerevole sulle famiglie e che esiste un peso più complessivo pagato dalla collettività: questo rende sempre più urgente e strategico l’avvio di una revisione dell’offerta di servizi e prestazioni, soprattutto sotto il profilo socio-assistenziale.
La trombolisi, terapia molto efficace entro le prime 3/4 ore dalla comparsa dei sintomi, somministrata esclusivamente presso le Stroke Unit, unità specializzate nella diagnosi e nella cura tempestiva dell’Ictus, rappresenta una misura terapeutica fondamentale perché può ridurre in modo decisivo i danni dell’Ictus ed in particolare la disabilità a lungo termine. Ma solo il 26,2% del campione afferma di sapere cosa sia la trombolisi e soltanto il 15% dichiara di conoscere cosa sia una Stroke Unit e l’importanza di esservi ricoverato in tempi brevissimi.Per quanto riguarda lo studio condotto sui pazienti, i dati hanno messo in luce come il carico assistenziale ricada soprattutto sulle famiglie: i caregiver (i parenti prossimi che si occupano dei pazienti, per la maggior parte la moglie o una figlia) convivono con i pazienti nel 66,2% dei casi, comunque li vedono per 6,6 giorni a settimana, e prestano mediamente loro 6,9 ore al giorno di assistenza diretta. Il 55,7% dei caregiver intervistati ha dichiarato di non avere più tempo libero e nel 77,8% dei casi considerano peggiorata, o molto peggiorata la qualità della loro vita, a causa dell’onere assistenziale. Il 72,1% si sente stanco, e uno su quattro (il 24,8%) soffre di depressione.
La Federazione A.L.I.Ce. Italia Onlus, composta da 19 Associazioni Regionali, è un’Associazione di volontariato libera e non lucrativa, formata da persone colpite da Ictus, familiari, medici, personale addetto all’assistenza, riabilitazione e volontari. L’attività degli aderenti è basata sul volontariato e i finanziamenti derivano prevalentemente dai contributi dei soci e degli enti pubblici.
A.L.I.Ce. Italia Onlus è membro di SAFE, Stroke Alliance for Europe, organizzazione che riunisce 20 Associazioni di pazienti colpiti da Ictus di 17 Paesi europei e che ha diffuso le linee guida per la prevenzione e una migliore cura dell’Ictus in un documento rivolto al Parlamento europeo e a tutti i governi dell’Unione: un’alleanza europea contro l’Ictus e da qualche mese è anche membro della WSO (World Stroke Organisation).

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Emergenza ictus

Posted by fidest press agency su mercoledì, 20 luglio 2011

“Prevenzione dell’ictus causato da Fibrillazione Atriale: cosa può fare la Comunità Europea?”: questo il tema al centro dell’incontro che ha visto protagonisti, presso il Parlamento Europeo di Bruxelles, alcuni Membri del Parlamento, medici ed associazioni di pazienti, tra cui A.L.I.Ce. Italia Onlus, l’Associazione che da oltre 10 anni è impegnata nel diffondere una maggiore consapevolezza sulle cause dell’Ictus cerebrale e nel favorire la prevenzione dell’ictus cerebrale. Un’attenzione particolare è stata dedicata ai fattori di rischio come la fibrillazione atriale, anomalia del ritmo cardiaco più diffusa al mondo di cui soffrono 9 milioni di persone solo tra Europa e Stati Uniti. I partecipanti all’incontro hanno illustrato le loro proposte ideate per combattere questa patologia che costituisce un serio problema anche a livello socio-economico.
In particolare, A.L.I.Ce. Italia Onlus, rappresentata dal Presidente Onorario Maria Luisa Sacchetti, ha suggerito che venga realizzata, a livello europeo, un’indagine sulla conoscenza dell’Ictus. A.L.I.Ce. Italia Onlus ha inoltre proposto di istituire una giornata durante la quale, ogni anno, l’Unione Europea informi la popolazione su ciò che è stato fatto per prevenire l’Ictus negli Stati Membri e ha consigliato dicollaborare con la World Stroke Organization in occasione della celebrazione della Giornata Mondiale contro l’Ictus Cerebrale (29 ottobre) con una declinazione, a livello europeo, degli slogan utilizzati a livello mondiale. A sostegno della proposta di A.L.I.Ce. Italia Onlus, la Professoressa Maria Luisa Sacchetti ha presentato alcuni dei risultati emersi dalla ricerca “I costi sociali ed i bisogni assistenziali dei malati di Ictus Cerebrale, presentata nel 2010 dalla Federazione A.L.I.Ce. Italia Onlus, insieme alla Fondazione Censis e al Dipartimento di Scienze Neurologiche e Psichiatriche dell’Università di Firenze.
La Federazione A.L.I.Ce. Italia Onlus, composta da 19 Associazioni Regionali, è un’associazione di volontariato libera e non lucrativa, l’unica in Italia, formata da persone colpite da ictus, familiari, medici, personale addetto all’assistenza, riabilitazione e volontari. L’attività degli aderenti è basata sul volontariato e i finanziamenti derivano prevalentemente dai contributi dei soci e degli enti pubblici.
Da quest’anno, inoltre, A.L.I.Ce. Italia Onlus è diventata membro della World Stroke Organization (WSO) e Vladimir Hachinski, co-fondatore della WSO e promotore della Giornata Mondiale contro l’Ictus, in occasione della riunione del Direttivo di A.L.I.Ce. Italia Onlus, presenterà l’edizione 2011 della Giornata Mondiale contro l’Ictus Cerebrale.

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Giornata Mondiale dell’Ictus Cerebrale

Posted by fidest press agency su giovedì, 28 ottobre 2010

Roma 28 ottobre 2010  alle ore 11.30 presso  il Salone Centrale Policlinico Umberto I Viale del Policlinico, 155 Durante l’incontro saranno presentati i risultati preliminari dell’indagine “I costi sociali ed i bisogni assistenziali dei malati di ictus cerebrale” che A.L.I.Ce. Italia Onlus ha realizzato in collaborazione con il Censis e con l’Università degli Studi di Firenze, all’interno del progetto “Promozione della assistenza all’ictus cerebrale in Italia“, finanziato nel 2007 dal CCM – Ministero della Salute. La conferenza sarà anche l’occasione per illustrare la parola d’ordine coniata dalla World Stroke Organization per la Giornata Mondiale 2010: “One in Six” ovvero 1 persona ogni 6 secondi, nel mondo, indipendentemente dall’età o dal sesso, viene colpita da ictus. Potresti essere tu: previenilo, riconoscilo, assicurati di ricevere le cure appropriate. In Italia, ogni giorno, l’ictus colpisce circa 660 persone. Combattere l’ictus si può ma solo con un’attenta prevenzione e una corretta conoscenza della patologia e dei suoi sintomi.  Di seguito, il programma della Conferenza stampa: Moderatore: Franco Di Mare – giornalista Rai
•    Saluto delle Autorità
•    Prof.ssa Maria Luisa Sacchetti – A.L.I.Ce. Italia Onlus: presentazione della Giornata Mondiale 2010
•    Prof. Domenico Inzitari – Università degli Studi di Firenze: presentazione del progetto CCM “Promozione dell’Assistenza all’Ictus Cerebrale in Italia”
•    Dott.ssa Ketty Vaccaro – Fondazione Censis: i risultati preliminari dello studio “I costi sociali ed i bisogni assistenziali delle famiglie in cui vive una persone con disabilità legata all’ictus”
•    Dr. Giuseppe De Rita – Fondazione Censis: commento ai dati
•    Prof. Cesare Fieschi – La Sapienza, Università di Roma: “Ictus, dalla ricerca alle cure per il paziente”
•    Domande dalla platea e chiusura lavori

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L’eccesso calorico dei menù delle feste

Posted by fidest press agency su venerdì, 11 dicembre 2009

Dicembre e gennaio sono i mesi in cui si registra un aumento statistico dei casi di infarto e di ictus cerebrale. “Nei mesi invernali, e in particolare nel periodo natalizio, nei Paesi industrializzati, i casi di infarto aumentano di una quota che va dal 30% al 55% – sottolinea il prof. Sergio Coccheri, ordinario di Malattie Cardiovascolari dell’Università di Bologna e Presidente del Comitato Scientifico dell’Osservatorio Grana Padano – Anche i casi di ictus cerebrale mostrano un aumento della stessa entità, e nei mesi freddi, in base agli ultimi dati elaborati dal gruppo del prof. Manfredini dell’Università di Ferrara, si stima inoltre che in Italia vi siano almeno 8000 casi di TIA (accessi ischemici transitori) in più rispetto al resto dell’anno”. Principali imputati di questo preoccupante fenomeno sono l’aumento del desiderio di cibo determinato dalla ridotta esposizione alla luce solare e il maggior consumo di cibi ad alto tenore calorico, tipico della stagione fredda e del periodo festivo. “In questo periodo dell’anno la circonferenza addominale tende a crescere e questo ha conseguenze negative in quanto si tratta di un importante fattore di rischio di eventi cardiovascolari – aggiunge Coccheri – L’aumento della circonferenza vita infatti si accompagna spesso a maggiori livelli di colesterolo e di grassi nel sangue, a valori elevati di pressione arteriosa” e ad un peggioramento della glicemia, specie nei diabetici”.  La crescita del consumo di alimenti ad alto tenore calorico durante le feste è stata registrata in modo preciso dall’Osservatorio Nutrizionale Grana Padano (OGP).  “Secondo i dati dell’Osservatorio, in inverno il consumo di frutta secca (arachidi, mandorle, nocciole, noci, pistacchi) aumenta del 50%, il consumo di cioccolato del 58% e quello di burro del 47%, mentre di maionese se ne consuma addirittura l’80% in più rispetto al resto dell’anno – spiega la dott.ssa Maria Letizia Petroni medico nutrizionista clinico dell’Istituto Auxologico Italiano di Piancavallo (VB) e Coordinatore Scientifico dell’Osservatorio Grana Padano – Sempre in questo periodo dell’anno, si verifica un aumento nel consumo di salsiccia e mortadella del 38%, di salame e coppa, del 26%, di pasta all’uovo ripiena, del 16%. Gli effetti negativi di una simile dieta sono potenziati anche da una maggiore sedentarietà tipica dei mesi freddi e dall’eccessivo riscaldamento degli ambienti che ostacolano l’attivazione del grasso bruno, che è quello  che permette la dissipazione di energia sotto forma di calore”.

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Ictus cerebrale

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 marzo 2009

Sono 200.000 gli italiani colpiti ogni anno da ictus cerebrale che, spesso, vanno incontro a grave disabilità permanente. Nel 25% dei casi, la causa è la fibrillazione atriale che si manifesta con sintomi di affaticamento, irregolarità del battito cardiaco, palpitazioni, dispnea. “Il 5% dei pazienti con fibrillazione atriale – afferma il prof. Diego Ardissino, direttore dell’Unità Operativa di Cardiologia dell’Azienda Ospedaliera Universitaria di Parma – va incontro a un evento tromboembolico. La malattia colpisce in egual misura donne e uomini e tende a diventare sempre più frequente con l’aumentare dell’età: una persona su tre, superati gli 80 anni, ne soffre. Per anni la comunità cardiologica si è impegnata nella ricerca di un nuovo anticoagulante che potesse superare le difficoltà d’impiego e di gestione dell’attuale terapia anticoagulante con dicumarolici”. Entro l’estate 2009 sarà in commercio anche in Italia rivaroxaban, una molecola di nuova concezione, a somministrazione orale, con l’indicazione nella prevenzione del tromboembolismo venoso (TEV) in chirurgia ortopedica protesica maggiore di anca e ginocchio. Rivaroxaban, con l’efficacia dimostrata nel ridurre il rischio tromboembolico nella trombosi venosa profonda, ha la potenzialità di rivoluzionare anche la terapia dei pazienti a rischio tromboembolico nella fibrillazione atriale. “Infatti il meccanismo alla base della formazione del trombo venoso – spiega Antonio Carolei, professore ordinario di Neurologia all’Università degli Studi dell’Aquila – è identico a quello che porta alla formazione del trombo arterioso. La nuova molecola potrà quindi garantire importanti vantaggi anche alle persone con fibrillazione atriale. Tale indicazione è attualmente in studio nel progetto ROCKET-AF”. Con rivaroxaban i pazienti colpiti da questo disturbo non dovranno più sottoporsi a controlli frequenti per “aggiustare la dose” e avranno a disposizione un anticoagulante orale efficace in dose fissa.  La fibrillazione atriale interessa alcuni milioni di italiani. E vi possono essere casi di persone che non sanno di essere malate, condizione che espone a maggiori rischi a causa della mancata assunzione dei farmaci utili a prevenire le complicanze. “Nella fibrillazione atriale – continua il prof. Ardissino – il cuore perde il normale sincronismo e gli atri non si contraggono più in maniera efficace. La conseguenza è la formazione, all’interno della camera cardiaca, di coaguli di sangue, che, partendo dall’atrio, possono formare emboli nel corpo o nel circolo cerebrale causando danni molto importanti: infarti intestinali, renali, gangrene agli arti inferiori, o molto più frequentemente ictus cerebrale. I due farmaci di cui attualmente disponiamo sono: l’aspirina, facile da assumere ma poco efficace e somministrabile solo nei pazienti con fibrillazione atriale a basso rischio, e l’anticoagulante orale tradizionale, il dicumarolo, che però è difficile da implementare, perché richiede monitoraggi continui e molta attenzione nella dieta e nelle modalità di assunzione da parte del paziente”. “Il paziente infatti – spiega il prof. Carolei – deve sottoporsi al controllo periodico dei valori dell’INR (International Normalized Ratio) che, misurando alcuni parametri ematici, indica se la posologia del trattamento è adeguata: i valori standard devono essere compresi tra 2 e 3. Se il livello è inferiore a 2 non si ha efficacia terapeutica e il paziente continua ad essere esposto al rischio di un evento ischemico. Se il livello è invece superiore a 3 il paziente, pur protetto dalla formazione di emboli in presenza di fibrillazione atriale, è comunque esposto ad un maggior rischio di emorragia cerebrale”. “Può capitare – conclude il prof. Carolei – che il medico preferisca non prescrivere la terapia anticoagulante a persone anziane che vivono sole e possono dimenticarsi di controllare l’INR e quindi di assumere la giusta dose. In questi casi il medico può prescrivere l’aspirina che però è meno efficace della terapia anticoagulante orale”. Grande è l’attesa quindi per i risultati dello studio ROCKET-AF, in cui verranno valutati per la prevenzione dell’ictus oltre 14.000 pazienti in trattamento con rivaroxaban a confronto con la terapia anticoagulante tradizionale. Molti sono i centri italiani coinvolti, coordinati dal prof. Ardissino e dal prof. Carolei, referenti italiani di questo importante studio internazionale.

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