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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 275

Posts Tagged ‘idrocarburi’

Disciplinare per il rilascio e l’esercizio dei titoli minerari su prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi

Posted by fidest press agency su sabato, 5 agosto 2017

petrolioPer il Governo è una nuova “Caporetto”: su invito del Coordinamento Nazionale No Triv ben sei Regioni, infatti, hanno deliberato di impugnare il decreto del ministero dello Sviluppo Economico del 7 dicembre 2016, pubblicato poi lo scorso aprile, che definisce il disciplinare per il rilascio e l’esercizio dei titoli minerari su prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi.
Le Regioni sono Calabria, Basilicata, Puglia, Abruzzo, Marche e Veneto. La maggior parte, ben cinque, sono a guida centro-sinistra ed una, il Veneto, centro-destra. Era già accaduto in occasione della richiesta del Referendum No Triv. Alle Regioni bisogna aggiungere anche i Comuni di Vasto e Pineto, entrambi in Abruzzo.
Fatale per il Mise è stata la recente sentenza n° 198/2017 con cui la Corte Costituzionale ha dichiarato che non spetta allo Stato e, per esso, al Mise adottare il Disciplinare-tipo senza adeguato coinvolgimento delle Regioni, e che, pertanto, il Discplinare del 2015 ed anche quello del 7 dicembre 2016 sono illegittimi.
A questo punto -afferma Tiziana Medici, portavoce e cofondatore del CNNT- “Il Mise ha di fronte a sé due alternative: o ritira il Disciplinare del 7 dicembre 2016 e ne riscrive uno del tutto diverso, cancellando tutte le amenità denunciate pubblicamente dal CNNT, ricercando l’Intesa con le Regioni, oppure andrà incontro a sonore sconfitte nelle aule dei tribunali ogni qualvolta tenterà di adottare un qualsiasi atto che richiami il Disciplinare-tipo dichiarato incostituzionale dalla Corte. Noi saremo lì ad attenderlo”.
“Siamo ovviamente soddisfatti dell’importante risultato raggiunto – aggiunge il Prof Enzo Di Salvatore, costituzionalista, ispiratore del Referendum No Triv e cofondatore del CNNT – ma non basta. Il Governo deve inserire nella SEN 2017 la previsione del Piano delle Aree e porvi mano, d’intesa con le Regioni e le Autonomie Locali. Tra Disciplinare-tipo ed assenza di Piano Aree, nel nostro Paese le compagnie Oil&Gas hanno di fatto mano libera”. (fonte: Coordinamento Nazionale No Triv)

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Ricerca idrocarburi e territorio

Posted by fidest press agency su martedì, 13 giugno 2017

vincenzi

ANBI di RomaPresidente Associazione Nazionale Bonifiche ed Irrigazioni (ANBI) In the pictures: Francesco VincenziPhoto by Stefano MICOZZI

In merito al progetto di ricerca di idrocarburi nell’area “Fantozza” (nei comuni di Guastalla, Novellara, Reggiolo, Campagnola Emila, Fabbrico, Reggiolo, Rolo, Rio Saliceto) l’ANBI, su indicazione dei Consorzi di bonifica Emilia Centrale (con sede a Reggio Emilia) e Terre dei Gonzaga in destra Po (con sede a Mantova), evidenzia che la sicurezza idraulica di tali territori è stata raggiunta solamente all’inizio del XX secolo, grazie ad un sistema di canali ed impianti, progettato e realizzato sulla base di livelli altimetrici ben definiti.Gli effetti della subsidenza (fenomeno correlato anche alle estrazioni dal sottosuolo) potrebbero mettere in difficoltà il delicato sistema idraulico di bonifica, causando danni non solamente alle coltivazioni agricole, ma anche agli insediamenti abitativi, produttivi ed infrastrutturali, realizzati dal dopoguerra spesso proprio in aree vallive, rese salubri dalla bonifica.“L’equilibrio idraulico delle pianure italiane – commenta Francesco Vincenzi, Presidente dell’Associazione Nazionale dei Consorzi per la Gestione e la Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue (ANBI) – costituisce il frutto di una secolare attività di manutenzione e di programmazione del territorio. Questa situazione di delicato equilibrio viene data superficialmente per scontata mentre, nella realtà, è costantemente messa a repentaglio da fattori quali il continuo consumo di suolo ed i cambiamenti climatici in atto. Per questa ragione molti territori di bassa pianura, come quella interessata dal progetto Fantozza, sono significativamente esposti al rischio di alluvioni ed allagamenti, accentuato dall’irrefrenabile aumento dell’urbanizzazione.”
“Il tema della subsidenza – aggiunge Massimo Gargano, Direttore Generale ANBI – è stato oggetto di un’apposita riunione, da noi convocata nei giorni scorsi a Rovigo, capoluogo di quel Polesine, dove il territorio non si è ancora stabilizzato a seguito delle estrazioni negli anni ’50. Eppure, nonostante il pericolo ed i grandi investimenti pubblici finora necessari per adeguare le infrastrutture all’abbassamento progressivo del suolo, periodicamente c’è chi ripropone la ripresa delle trivellazioni!” ANBI invita pertanto gli organi competenti a valutare, approfonditamente e senza pregiudizi, gli effetti, che l’estrazione di idrocarburi potrebbe determinare, causando l’aumento del fenomeno della subsidenza, sul sistema idraulico di aree a conclamato rischio.

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Inquinamento da idrocarburi

Posted by fidest press agency su sabato, 4 giugno 2011

Diversi articoli di stampa hanno evidenziato come una zona nel centro di Lecce nelle vicinanze di un vecchio deposito di idrocarburi, risulti inquinata dalla presenza di tali sostanze che sono finite sin nella falda acquifera causando profondi disagi agli abitanti delle abitazioni limitrofe. Non entriamo nel merito delle vicende oggetto di approfondimento giudiziario, ma ci soffermiamo sulla questione che riteniamo gravissima, dei perduranti ritardi nelle operazioni di bonifica che troppo spesso caratterizzano eventi di tal tipo, perché a pagarne sono sempre i cittadini, costretti a subire l’inerzia della P.A. che dovrebbe adottare in via d’urgenza tutti i rimedi possibili per evitare che fatti di tal tipo possano protrarsi nel tempo causando ulteriori danni per la collettività. Secondo, Giovanni D’Agata, componente del Dipartimento Tematico Nazionale “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori e fondatore dello “Sportello dei Diritti” dovrebbe essere profondo motivo d’imbarazzo per le autorità demandate ai controlli ed alle bonifiche se già dal lontano 2005 le stesse erano a conoscenza del problema che pare risulti ad oggi tutt’altro che rimosso. Non ci resta che lanciare un appello alla magistratura affinché faccia luce anche sui motivi di tali ritardi ed alle autorità addette a provvedere in via d’urgenza a tutte le operazioni necessarie per bonificare l’area.

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Incidente nel golfo del Messico

Posted by fidest press agency su martedì, 27 aprile 2010

La piattaforma Deepwater Horizon della BP (British Petroleum), esplosa il 20 aprile e affondata il 22, oltre a uccidere undici persone ha rilasciato in mare una quantità imprecisata di petrolio, che la Guardia costiera statunitense ha già considerato ingente: “major oil spill”. Il sistema di blocco automatico, che avrebbe dovuto arrestare il flusso in caso di incidente, non ha funzionato! Il disastro della Deepwater Horizon, il massimo della tecnologia delle esplorazioni petrolifere, ha smascherato i rischi che corrono anche i mari italiani (in particolare Adriatico e Canale di Sicilia) oggetto sempre più spesso di permessi di ricerca offshore. Il maltempo nell’area dell’incidente della Deepwater Horizon – circa 90 chilometri al largo della Luisiana nel Golfo del Messico – tiene per ora il petrolio lontano dalle coste. Il petrolio in queste condizioni si emulsiona con l’acqua e le operazioni di recupero saranno praticamente impossibili. In questo periodo, inoltre, nel Golfo del Messico è in corso la stagione riproduttiva del tonno rosso e sta cominciando quella di quattro specie di tartarughe marine. Nell’area sono presenti sei specie di balene e la fascia costiera ospita circa oltre due milioni di ettari di paludi. Già nel 1979, una piattaforma per esplorazioni petrolifere della compagnia messicana “Ixtoc I” era esplosa nel Golfo del Messico: causò il più grave sversamento di petrolio in mare (quasi mezzo milione di tonnellate di petrolio) e ci vollero oltre nove mesi per chiudere il pozzo esploso. Il Messico rifiutò di pagare indennizzi agli Usa ma si dovettero evacuare migliaia di piccole tartarughe di Kemp (specie in via di estinzione) nate sulla spiaggia di Rancho Nuevo per salvarle. Solo tra qualche mese, quando la conduttura sarà chiusa, si saprà quanto petrolio sarà stato sversato nel Golfo del Messico: potrebbe essere un disastro superiore anche a quello della Haven, la petroliera con bandiera cipriota affondata nel 1991 al largo di Genova e che segna ancora il nefasto record degli sversamenti del Mediterraneo. Nella classifica ufficiale degli sversamenti di idrocarburi da navi cisterna, la Haven è al quinto posto, subito dopo la Amoco Cadiz, affondata nel 1978 in Bretagna: un disastro che aveva sconvolto il mondo e dato il via alla legislazione ambientale internazionale per prevenire le “maree nere”. Ovviamente, si tratta di una legislazione insufficiente. «L’unica soluzione – conclude Alessandro Giannì – è smetterla con le esplorazioni offshore e avviare una decisa rivoluzione energetica per liberarci dalla schiavitù del petrolio e dai pericoli del trasporto degli idrocarburi»

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Sanzioni penali per gli scarichi illeciti in mare

Posted by fidest press agency su mercoledì, 6 maggio 2009

Il Parlamento ha adottato una direttiva che rafforza le attuali norme sull’inquinamento provocato dalle navi obbligando gli Stati membri a prevedere, entro un anno, sanzioni penali per gli scarichi in mare di idrocarburi e liquidi nocivi commessi intenzionalmente, per imprudenza o per negligenza grave. Le sanzioni, che dovranno essere effettive, proporzionate e dissuasive, riguardano sia le persone fisiche sia quelle giuridiche, comprese le società di classificazione o i proprietari del carico.  Le sanzioni penali, si legge nel testo della direttiva, «indicano una disapprovazione sociale qualitativamente diversa rispetto alle sanzioni amministrative, rafforzano il rispetto della normativa in vigore contro l’inquinamento provocato dalle navi e dovrebbero rivelarsi sufficientemente severe da scoraggiare i potenziali inquinatori dalla commissione di qualsiasi violazione». La direttiva si applica agli scarichi di sostanze inquinanti di tutte le navi, a prescindere dalla bandiera, ad esclusione delle navi militari da guerra o ausiliarie o di altre navi possedute o gestite da uno Stato e impiegate, al momento, solo per servizi statali a fini non commerciali.  Più in particolare, in forza alla direttiva gli Stati membri dovranno provvedere affinché siano considerati reati gli scarichi di sostanze inquinanti effettuati dalle navi, inclusi gli scarichi di minore entità, «se effettuati intenzionalmente, per imprudenza o per negligenza grave». Dovranno quindi adottare le misure necessarie a fare sì che le persone fisiche o giuridiche che le commettono «possano essere dichiarate responsabili». Ciò non vale però per i casi di minore entità «qualora l’atto commesso non produca danni alla qualità dell’acqua». A meno che questi si verifichino periodicamente, producano nel loro insieme «danni alla qualità» dell’acqua e siano commessi «intenzionalmente, temerariamente o per negligenza grave». Gli Stati membri dovranno inoltre provvedere affinché siano punibili come reati l’istigazione a commettere tali atti intenzionali, il favoreggiamento e la complicità nel commetterli.

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