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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 244

Posts Tagged ‘impatti’

“Un focus sugli impatti della Brexit per le imprese e per i commercialisti”

Posted by fidest press agency su domenica, 17 maggio 2020

E’ il documento pubblicato dalla Fondazione Nazionale dei Commercialisti. “Un focus sugli impatti della Brexit per le imprese e per i commercialisti”. Il lavoro è una ricognizione dello scenario economico, finanziario e legislativo connesso all’attuazione della Brexit, una guida operativa in relazione alle principali tematiche toccate dal cambiamento in corso. I cambiamenti che scaturiranno, anche in funzione delle tempistiche e delle modalità definitive di uscita dalla UE, appaiono di enorme rilevanza non solo per i professionisti interessati per attività professionale in loco o perché seguono direttamente clientela UK in Italia o italiana in UK, ma anche per chi affianca imprese italiane, anche di minori dimensioni, che hanno flussi import-export con il Regno Unito. Non da ultimo per chi svolge compiti di revisione e/o incarichi sindacali in società che – direttamente od indirettamente – subiscano impatti di compliance e/o di mercato dalla Brexit stessa.Tra le principali problematiche operative, le modifiche alla regolamentazione, alla decorrenza e alle modalità di adempimento degli obblighi ai fini doganali, IVA e Intrastat, la “passaportabilità” delle licenze finanziarie/assicurative e delle certificazioni farmaceutiche, nonché quelle legate alla regolamentazione della sicurezza sui prodotti. Attenzione anche alle tematiche riguardanti il diritto di stabilimento per ragioni di lavoro e la reciproca tutela dei cittadini all’estero e quelle relative agli impatti della Brexit nelle valutazioni di risk management e di audit per le imprese italiane coinvolte. Il documento include una significativa raccolta di normativa e link a documentazione istituzionale e/o di commento al processo attuativo delle decisioni bilaterali UK/UE.

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Le 4 aree di ricerca su cui puntare per valutare al meglio gli impatti della crisi da Coronavirus

Posted by fidest press agency su venerdì, 15 maggio 2020

A cura di Colin Moore, Global Chief Investment Officer di Columbia Threadneedle Investments. Secondo Colin Moore, Global Chief Investment Officer di Columbia Threadneedle Investments: “Pur consentendo di quantificare quanto è già successo, i parametri economici “ordinari” non permettono di valutare cosa accadrà. Di conseguenza, abbiamo spostato l’attenzione su altri indicatori economici, ad esempio livelli di inquinamento, traffico e spostamenti dei telefoni cellulari. Una volta incrociati, questi dati permettono di rilevare la ripresa degli spostamenti, un potenziale indicatore importante dell’attività economica. Per quanto riguarda i movimenti delle persone, ci stiamo concentrando maggiormente sugli spostamenti durante il fine settimana (tendenzialmente volontari) come parametro di sostenibilità, anziché su quelli nei giorni feriali (che possono essere condizionati dal datore di lavoro)”.Ciò che si aspettano Colin Moore e il suo team è una ripresa a U nell’economia globale che potrebbe richiedere 10 trimestri. Ma la traiettoria potrebbe essere complicata da una seconda e da una terza ondata di contagi, sempre all’interno della fase di ripresa. “Ci attendiamo un miglioramento della risposta sanitaria e un’attenuazione delle conseguenze economiche ad ogni ondata successiva. Sempre secondo il nostro scenario di base, ipotizziamo la prosecuzione e, in alcuni casi, l’espansione degli interventi di natura fiscale e delle banche centrali. Queste misure rappresentano un ponte di importanza cruciale per superare il baratro economico in cui ci troviamo.”Sono ipotizzabili anche una ripresa economica globale a V entro sei mesi (fino al quarto trimestre del 2021) e una ripresa a L che potrebbe estendersi oltre il 2022, anche se meno probabili.

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Impatti negativi sul clima del settore della finanza italiana

Posted by fidest press agency su venerdì, 1 maggio 2020

In contemporanea con l’Assemblea dei soci di Intesa Sanpaolo, Greenpeace Italia e Re:Common lanciano un nuovo studio che analizza gli impatti negativi sul clima del settore della finanza italiana. Nel report “Finanza fossile”, le due organizzazioni mostrano infatti nel dettaglio il ruolo che le più grandi banche, le compagnie assicurative e i fondi di investimento italiani hanno nel peggioramento dell’emergenza climatica.Nel 2019, la finanza italiana ha causato 90 milioni di tonnellate di CO2, più delle emissioni dell’intera Austria in un anno. Le due maggiori banche italiane, Intesa Sanpaolo e UniCredit, sono responsabili di oltre 75 milioni di tonnellate di CO2, e si pongono al vertice di questa non invidiabile classifica.«La crisi sanitaria che stiamo vivendo ci insegna a dare ascolto alla scienza, un concetto che si deve estendere al contrasto alla crisi climatica in corso», dichiara Luca Iacoboni, responsabile della Campagna Energia e Clima di Greenpeace Italia. «Proprio la comunità scientifica dice chiaramente da tempo che dobbiamo smettere di bruciare gas, petrolio e carbone per limitare le peggiori conseguenze dei cambiamenti climatici. Anche banche e assicurazioni dovrebbero dare il proprio necessario apporto alla lotta all’emergenza climatica, eppure fino a oggi hanno solo contribuito ad aggravare la situazione, nascondendosi dietro operazioni di puro greenwashing».
Come emerge dai dati dello studio, Intesa Sanpaolo e UniCredit sono insieme responsabili dell’equivalente di quattro volte il volume di emissioni di tutte le centrali a carbone d’Italia. UniCredit è oggi la banca italiana con il più alto livello di emissioni (37 milioni di tonnellate di CO2), mentre Intesa è al secondo posto con 35 milioni di tonnellate. Se la scalata del gruppo torinese ad Ubi Banca dovesse andare a buon fine, Intesa balzerebbe in testa alla graduatoria.«Mentre si nascondono dietro a operazioni di facciata, istituti come Intesa Sanpaolo e UniCredit continuano a finanziare i più grandi inquinatori del Pianeta, come Eni, Shell e Gazprom», dichiara Alessandro Runci, campaigner di Re:Common. «Intesa Sanpaolo, che oggi tiene la sua Assemblea dei soci a porte chiuse e senza possibilità di partecipazione da remoto, è inoltre una delle pochissime banche in Europa a non avere ancora adottato alcuna policy sui combustibili fossili».Per le due organizzazioni, in questo momento di crisi economica è fondamentale che gli aiuti pubblici alle imprese inquinanti siano condizionati a dei piani di decarbonizzazione in linea con gli accordi di Parigi. Un criterio che dovrebbe essere adottato da tutto il settore finanziario, banche incluse. Per questa ragione Greenpeace e Re:Common chiedono a istituti bancari, compagnie assicurative e fondi di investimento di smettere immediatamente di finanziare il comparto del carbone e l’espansione di tutti i combustibili fossili.

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“Get Brexit done” Boris Johnson si aggiudica le elezioni. Possibili impatti

Posted by fidest press agency su venerdì, 13 dicembre 2019

A cura di Richard Flax, Chief Investment Officer di Moneyfarm. Tre anni fa, in un fine settimana di inizio estate, Boris Johnson viveva una lacerante indecisione. A poche settimane dal referendum che avrebbe deciso le sorti della Brexit, ancora non si era espresso: ma il voto era ormai vicino, ed era tempo di prendere una decisione, che sarebbe stata resa pubblica in un editoriale sul Daily Telegraph, uno dei più influenti giornali conservatori. Così, per schiarirsi le idee, Johnson decise di scrivere due articoli: uno nel quale sosteneva la necessità di restare nell’UE e un altro nel quale sposava la causa della Brexit, l’articolo che poi decise di pubblicare.La scelta che Johnson prese durante quel fine settimana ha condizionato la politica e la storia recente della Gran Bretagna e dell’Unione Europea. Il suo contributo è stato, secondo molti osservatori, cruciale nel condizionare il referendum sulla Brexit, soluzione che era osteggiata dal suo stesso partito. Per spiegare il voltafaccia al suo rivale e compagno di scuola David Cameron scelse un’immagine di Rudyard Kipling: “Scusami, la Brexit finirà schiacciata come una rana sotto un erpice. Ma questa era la scelta che dovevo fare…”. A tre anni dal referendum, sotto un erpice sono invece finite moltissime delle convenzioni della politica britannica, la cui geografia è uscita sconvolta dalle ultime elezioni. David Cameron non è più in politica e il partito Conservatore, riorganizzato da Johnson intorno a una agenda concentrata sulla Brexit, ha stravinto un’elezione trionfando in molte zone del Paese storicamente di sostegno ai laburisti. L’etoniano Johnson ha conteso al socialista Corbyn i voti della “working class” in moltissime località che non avevano un rappresentante conservatore anche da 50 o 70 anni.
Il Partito Laburista, che ha subito la peggiore sconfitta degli ultimi trent’anni, ha pagato gli errori strategici nel posizionarsi rispetto alla questione politica più importante per gli elettori. Al contrario Johnson è riuscito a polarizzare il voto delle persone favorevoli alla Brexit e il desiderio – condiviso da coloro che avevano votato “leave”, ma non solo – di chiudere il più presto possibile la questione, dopo tre anni di stallo e crisi. Boris Johnson è riuscito nel capolavoro politico di non farsi associare con la gestione della crisi politica e istituzionale da parte del suo partito sotto la guida di Theresa May e di presentarsi come l’uomo in grado di risolvere lo stallo, spostando la piattaforma del suo partito verso una forma inedita di nazionalismo. “Chiudiamo la Brexit” questo è stato il mantra che ha ripetuto come un’ossessione.
Ma possiamo considerare veramente chiusa la questione? Probabilmente no. L’unica certezza è che la Brexit avverrà veramente e che la maggioranza a Westminster ha i margini e la compattezza per gestire il processo politico senza più ripensamenti. Boris, galvanizzato da una vittoria più ampia delle aspettative, ha parlato di “un mandato chiaro” e ha fatto trapelare l’intenzione di procedere a tappe forzate per rispettare la deadline di dicembre. L’accordo che Johnson ha siglato con l’Unione Europea, tuttavia, è di fatto un modo per rimandare alcune delle questioni più rilevanti da un punto di vista economico, politico e finanziario. Le parti in causa avranno ora fino a dicembre 2020 per definire i propri rapporti. Questo particolare è ovviamente di grande rilevanza nel valutare l’impatto della Brexit sui mercati nel medio termine:
1. È possibile che nei prossimi mesi alcune catene del valore subiranno le conseguenze dell’incertezza legata al negoziato ed eventualmente di nuove regole. Non bisogna inoltre sottovalutare la sfida operativa e logistica che la Brexit pone sulle amministrazioni pubbliche, per continuare a garantire una circolazione senza intoppi delle merci.
2. In questo momento è impossibile escludere la possibilità di una “Brexit dura”, ovvero una Brexit senza accordo commerciale: un’eventualità che probabilmente si rifletterebbe in senso negativo sul mercato.
3. Questa incertezza è legata a un processo politico e negoziale che vivrà di varie fasi. È prematuro in questo momento prevedere quale sarà la nuova postura delle parti.
In definitiva è ragionevole immaginare che la “fase 2” della Brexit resterà un potenziale fattore di mercato almeno per un altro anno. Ci possiamo aspettare che il tema comincerà ad assumere maggiore rilevanza man mano che la scadenza di dicembre si avvicina senza che le parti abbiano definito un accordo. Tuttavia. è plausibile che il risultato elettorale possa agevolare l’apertura di una nuova fase nel rapporto tra UK e UE: eliminando complessità del processo politico. Boris Johnson è ora forte di un chiaro mandato, mentre l’Unione Europea potrebbe assumere un atteggiamento più benevolo ora che la possibilità di invertire il processo Brexit è affievolita. D’altra parte, Johnson non ha mai avuto mano libera per spiegare che tipo di Brexit desiderasse veramente, oscillando tra posizioni più morbide e più oltranziste a seconda dell’opportunità politica, ora finalmente avrà la possibilità di chiarificare meglio la sua agenda. Sicuramente il risultato elettorale rimanda eventuali criticità e sarà importante valutare come le parti approcceranno il negoziato.C’è poi la questione del confine Nord Irlandese. Stando all’accordo che Johnson dovrebbe approvare, si dovrebbe risolvere la questione stabilire un confine non intrusivo nel Mar d’Irlanda. Va da sé che questa operazione presenta più di una criticità. Per citare un documento del ministero dell’Interno britannico pubblicato dal Financial Times, sarà una sfida “strategica, politica e operativa”.Più in generale, il successo dei partiti nazionalista in Scozia e nell’Irlanda del Nord sta a testimoniare che il progetto unitario e unitarista di Johnson (One Nation Conservative Party) ha più di qualche ostacolo: l’Inghilterra sembra oggi aver preso una direzione marcatamente diversa dal resto dell’Unione. Per ovviare a queste difficoltà Johnson metterà mano al portafoglio, allargando i cordoni della spesa pubblica: nel medio termine è da valutare l’effetto sugli spread per l’obbligazionario governativo, anche se un ritorno alla spesa potrebbe avere un effetto positivo sulla crescita.Nel breve periodo, il Pound e il FTSE hanno celebrato con un mini-rally (anche perché è scongiurato l’aumento della tassa sui profitti presentato dai Laburisti). Guardando al futuro, la situazione oltre manica merita di continuare a essere guardata con attenzione. E considereremo tutti questi aspetti quando si tratta di valutare il nostro posizionamento su azionario e bond governativi britannici, che resta comunque limitato.

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Stanchezza alla guida

Posted by fidest press agency su mercoledì, 7 agosto 2013

La stanchezza alla guida è un problema che può colpire tutti i guidatori, giovani e meno, dai guidatori professionisti a chi lavora la notte, ai vacanzieri. Questo tema è stato ampiamente discusso dai ricercatori e questo documento riassume alcuni punti chiave di ciò che è emerso.Ci sono oltre 1.3 milioni di incidenti stradali all’anno in Europa, che causano circa 3 milioni di feriti1. La stanchezza alla guida è un problema serio, che determina fino al 20% degli incidenti stradali ogni anno2. Queste tipologie di incidenti, nella grande maggioranza dei casi, sfociano in morte o ferite gravi, essendo in genere impatti ad alta velocità perché il guidatore che si è addormentato non può né frenare né sterzare per evitare l’impatto.Il torpore riduce il tempo di reazione – un elemento cruciale nella guida sicura. Riduce anche la soglia di attenzione e concentrazione, quindi la capacità di svolgere attività basate sull’attenzione è compromessa.La velocità con cui un’informazione viene processata dal cervello è ridotta a causa del sonno, così come la qualità del processo decisionale.Una ricerca della Commissione Europea ha verificato che una persona che guida dopo esser stata sveglia oltre 17 ore, raddoppia il suo rischio di avere un incidente4. Nonostante ciò, il 23% dei guidatori guida pur sentendosi molto stanco e il 3% afferma di essersi quasi addormentato al volante.

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Greenpeace: nuovo rapporto su rischi ogm

Posted by fidest press agency su mercoledì, 6 luglio 2011

Greenpeace accoglie molto positivamente il voto di oggi del Parlamento europeo che rafforza la proposta della Commissione UE per dare agli Stati Membri il diritto di vietare la coltivazione di OGM sul proprio territorio. Con questa scelta si riconosce l’importanza delle valutazioni ambientali come base per i bandi nazionali contro gli OGM e si permette alle Regioni di vietare la coltivazione di OGM. Fra gli emendamenti votati dal Parlamento spicca quello che rafforza la proposta della Commissione imponendo di considerare anche gli impatti di carattere ambientale per la predisposizione dei bandi nazionali degli OGM. Tra gli impatti previsti dal Parlamento europeo ci sono lo sviluppo della resistenza agli erbicidi e gli effetti negativi sulla biodiversità. Questi sono i temi trattati dal nuovo rapporto di Greenpeace, elaborato in collaborazione con GM Freeze: “Resistenza agli erbicidi e colture OGM. I problemi legati al glifosato”. Nel rapporto si evince che gli erbicidi come il Roundup, a base di glifosato – molecola largamente usata nelle coltivazioni di OGM resistenti agli erbicidi – sono collegati a casi di cancro, difetti neonatali, malattie neurologiche (incluso il Morbo di Parkinson) e inquinamento delle acque. Per l’elaborazione del rapporto, sono stati analizzati quasi 200 studi indipendenti e pubblicati, che dimostrano come erbicidi quali il Roundup, commercializzato dalla multinazionale agrochimica Monsanto come “sicuro”, sono lontani dal poter essere definiti innocui. Il rapporto si conclude ricordando che i sistemi agricoli di stampo industriale, nei quali le colture OGM e la chimica prosperano, sono profondamente insostenibili. “È arrivato il momento di mettere da parte glifosato e OGM, e di indirizzarsi verso un’agricoltura di stampo ecologico: la sola che ci consenta di affrontare le sfide che ci attendono, dall’insicurezza alimentare ai cambiamenti climatici” – conclude Ferrario.

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La Banca mondiale e i suoi finanziamenti

Posted by fidest press agency su lunedì, 12 aprile 2010

La CRBM critica senza mezzi termini la decisione della Banca mondiale di fornire un finanziamento di 3,75 miliardi di dollari alla multinazionale sudafricana del settore estrattivo Eskom per la realizzazione della centrale a carbone di Medupi. Un impianto che, una volta attivo, provocherebbe impatti negativi molto pesanti sui terreni e sulle risorse idriche dell’area  interessata, contribuendo inoltre ai cambiamenti climatici tramite l’emissione di 30 milioni di tonnellate di CO2 l’anno. Per alimentare il nuovo mega impianto, poi, in Sudafrica si apriranno 40 nuove miniere di carbone,  condannando così per i prossimi decenni il Paese alla dipendenza dal combustibile fossile più inquinante che si conosca. Nei giorni scorsi le comunità locali, tramite le organizzazioni Earthlife Africa e Ground Work, hanno inoltrato un reclamo formale all’Inspection Panel, l’organo ispettivo indipendente dell’istituzione di Washington, nel quale si contestano le nefaste conseguenze socio-ambientali del progetto. I sostenitori di Medupi affermano che l’opera faciliterà l’accesso all’energia elettrica da parte dei più poveri. Una tesi fortemente contestata dagli oppositori del progetto, tra cui lo stesso sindacato sudafricano, il COSATU, che invece pensano che la centrale andrà a beneficiare numerose  compagnie multinazionali particolarmente “energivore” e inquinanti che, grazie ad accordi ancora in vigore dal periodo dell’apartheid, spunteranno delle tariffe inferiori rispetto a quelle previste da Eskom per le famiglie più povere. “E’ uno scandalo che il nostro governo e quelli europei abbiano accettato di sostenere un progetto così contestato e che continuerà a perpetrare l’ingiustizia sociale in Sudafrica” ha dichiarato Elena Gerebizza della CRBM. “Invece di usare le proprie risorse finanziarie per aiutare lo sviluppo di progetti energetici a favore dei più poveri, e che facilitino la transizione verso un modello energetico a basse emissioni, la Banca continua a sussidiare lo sfruttamento dei combustibili fossili riconosciuti come estremamente negativi per il clima, l’ambiente e la lotta alla povertà. Agire in questa maniera è un po’ come cercare di spegnere un incendio con il petrolio” ha concluso la Gerebizza.

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