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Schiff e l’impeachment di Trump: i repubblicani verso l’assoluzione

Posted by fidest press agency su lunedì, 3 febbraio 2020

“Devo ammettere che Schiff è molto, molto efficace”. Le parole di ammirazione a Adam Schiff, il leader dei sette “manager” della Camera nel processo al Senato per l’impeachment di Donald Trump, sono uscite dalla bocca del senatore James Inhofe, repubblicano dello Stato dell’Oklahoma. Inhofe ha già chiarito che intende votare per assolvere Trump ma allo stesso tempo ha riconosciuto il lavoro brillante di Schiff. Anche il senatore Lindsey Graham, repubblicano del South Carolina, grande sostenitore del 45esimo presidente, si è congratulato personalmente con Schiff.Quando l’ammirazione viene dagli amici ha valore ma quando viene espressa dagli avversari diventa prova lampante di merito. Schiff, infatti, ha svolto il suo compito in maniera esemplare. Gli ultimi dieci minuti del suo discorso al Senato, durato più di un’ora, sono stati ritwittati da 6 milioni di utenti. Schiff, parlamentare della California, è anche il presidente della Commissione Intelligence alla Camera. Per le sue qualità di leadership, la speaker Nancy Pelosi lo aveva nominato a dirigere il processo al Senato contro Trump.
Il presidente della Commissione Intelligence ha condotto le giornate del processo con logica e metodologia che riflette la sua esperienza di procuratore federale in California ma anche per avere servito nell’impeachment di Samuel Kent e Thomas Porteous. Kent, giudice federale nel Texas, si dimise prima della conclusione del processo al Senato. Porteous, giudice federale in Louisiana, fu condannato dal Senato e perse la sua licenza di avvocato nel suo Stato.Nel suo discorso finale al Senato Schiff si è concentrato non sugli aspetti legali per reiterare la necessità di condannare Trump ma su quelli emotivi. Schiff ha riconosciuto che al di là della legalità il Senato non è un tribunale tipico. I 100 senatori non sono solo i giurati ma anche i giudici nonostante la presenza del Presidente della Corte Suprema John Roberts che guida il processo principalmente in maniera formale. Un processo criminale richiede l’unanimità del voto dei giurati per la condanna. Nell’impeachment si tratta solo di due terzi (67 voti).Schiff ha sottolineato non solo il fatto che Trump ha sospeso l’assistenza all’Ucraina per ottenere vantaggi politici con l’annuncio di un’indagine su Joe Biden, suo probabile avversario all’elezione di novembre. Il presidente della Commissione Intelligence ha ricalcato che la condotta di Trump in Ucraina non è un’eccezione ma un modus operandi dell’inquilino della Casa Bianca. Riflette una politica di mettere i suoi interessi personali prima di quelli del Paese. Schiff ha chiesto ai 100 senatori di considerare i “danni” che Trump causerà al Paese e al mondo ma anche alla Costituzione americana. Avrebbe potuto aggiungere che il pericolo di Trump si è ampliato con i licenziamenti di collaboratori di un certo spessore sostituiti da adulatori servili. Per Schiff, il 45esimo presidente rappresenta un pericolo per il Paese poiché “la verità è importante” e senza la verità “siamo perduti”.Schiff ha continuato sfidando i senatori a trovare il “coraggio morale” di condannare Trump e di non cadere nella trappola delle sue minacce, facendo notare che il 45esimo presidente e i suoi seguaci su Twitter attaccano chiunque gli sbarra la strada. Schiff ha esortato i senatori a dimostrare il coraggio che parecchi funzionari della stessa amministrazione di Trump hanno evidenziato, testimoniando contro la condotta illegale del loro capo. In particolare Schiff ha messo in rilievo il colonnello Alexander Vindman, direttore del Consiglio degli affari per la Sicurezza Nazionale, in servizio alla Casa Bianca. Vindman ha testimoniato alla Camera che la richiesta di Trump al presidente Volodymyr Zelensky, presidente dell’Ucraina, di aprire un’indagine sulla presunta corruzione di Joe Biden e del figlio Hunter, non era solamente “inappropriata” ma anche pericolosa per le sue “notevoli implicazioni sulla sicurezza nazionale americana”.Schiff ha anche reiterato ai senatori l’importanza di richiedere le testimonianze di individui che hanno esperienza diretta con lo scandalo dell’Ucrainagate. In particolare, il parlamentare californiano ha sottolineato la necessità di richiedere la testimonianza di John Bolton, ex consigliere della Sicurezza Nazionale che Trump ha licenziato nel mese di settembre del 2019. Bolton ha scritto un libro la cui bozza è stata inviata alla Casa Bianca per revisione prima di essere pubblicata. Vi si legge, secondo il New York Times, che Trump avrebbe detto a Bolton della sua intenzione di sospendere l’assistenza all’Ucraina per forzare l’annuncio dell’indagine su Biden. Proprio di queste ore veniamo informati che il 45esimo presidente ha inviato una lettera all’editore, proibendone la pubblicazione per ragioni di sicurezza nazionale. Bolton causa paura come fanno altri possibili testimoni. Se Trump fosse veramente innocente, come dicono i suoi avvocati, non esiterebbe a presentare informazioni che lo scagionerebbero. Difatti, lui nasconde perché sa benissimo che la verità è pericolosa alla sua sopravvivenza politica.McConnell e Trump avevano fretta per assolvere l’attuale inquilino della Casa Bianca prima del 4 febbraio, data del discorso presidenziale al Congresso sullo Stato dell’Unione. Il voto sull’assoluzione avverrà, a meno di un improbabile colpo di scena, il 5 febbraio, e Trump sarà costretto a presentarsi ai parlamentari e senatori con la macchia non lavata dell’impeachment. L’assoluzione di Trump però non considera seriamente le sue azioni illegali usate dall’attuale presidente per la sua rielezione. Significa che avrà campo libero per richiedere aiuti ad altri Paesi. I repubblicani con il loro supporto di Trump hanno confermato di anteporre gli interessi del loro partito e del loro presidente a quelli della nazione. Il danno alla Costituzione americana sarà permanente, eliminando i paletti che impediscono, anche a futuri presidenti, di abusare il loro potere per essere rieletti. Il brillante Schiff sembra avere perso. Meglio perdere con onore che macchiarsi di complicità con l’illegalità di Trump.Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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Pelosi rallenta l’impeachment: guai per McConnell e Trump?

Posted by fidest press agency su lunedì, 20 gennaio 2020

By Domenico Maceri. “Non c’è nessuna possibilità che il presidente sarà rimosso dalla sua carica”. Queste le parole di Mitch McConnell, senatore del Kentucky e presidente della Camera Alta. McConnell si riferiva agli articoli di impeachment approvati dalla Camera che alla fine sono stati consegnati al Senato come richiede la Costituzione.Non è la prima volta che McConnell esprime una simile posizione esplicitamente di parte. In precedenza aveva addirittura dichiarato che stava preparando il processo con la “piena coordinazione” dei legali della Casa Bianca. McConnell, da senatore e adesso giurato nel processo, ha già deciso che il presidente Donald Trump è innocente e per questo stava programmando un processo sbrigativo per mettere la spinosissima questione da parte.Avendo sentito le dichiarazioni di McConnell, Nancy Pelosi, speaker della Camera, si era rifiutata inizialmente di mandare immediatamente gli articoli di abuso di ufficio e ostruzione approvati dalla Camera. Si credeva che la speaker avesse deciso di non mandare gli articoli al Senato per togliere a Trump la possibilità di assoluzione, mantenendo la macchia dell’impeachment sulle spalle del 45esimo presidente. Alla fine, però, sotto pressione di senatori democratici, la Pelosi ha ceduto e ha mandato gli articoli al Senato, includendo, come si richiede, i cosiddetti “manager” dell’impeachment, ossia gli avvocati che presenteranno il caso al Senato. Come si prevedeva, il ruolo di leadership in questo processo per la Camera sarà coperto da Adam Schiff, parlamentare della California, e Jeff Nadler, parlamentare di New York, presidenti rispettivamente della Commissione Intelligence e Giudiziaria. Altri cinque parlamentari democratici li assisteranno. Dall’altro lato per la difesa di Trump ci saranno Pat Cipollone, legale alla Casa Bianca, Jay Sekulow, avvocato personale del presidente, Ken Starr, già procuratore nell’impeachment di Bill Clinton, e Alan Dershowitz, ex avvocato di Jeffrey Epstein. Il presidente della Corte Suprema John Roberts, ha preso il ruolo di leader al Senato nel processo, prestando il proprio giuramento e facendolo fare anche ai 100 senatori, come richiede la costituzione.Il processo sarebbe dovuto iniziare tre settimane fa, pochi giorni dopo il voto di impeachment alla Camera, ma la Pelosi ha tentato di capire il modo in cui McConnell avrebbe organizzato le regole delle procedure che fanno parte del Senato. La speaker temeva giustamente un processo sbrigativo e quindi ha temporeggiato, ottenendo buoni risultati. Le tre settimane di ritardo hanno fatto venire a galla alcuni senatori moderati che non sono d’accordo con un processo lampo per assolvere Trump. Alcuni di questi senatori non volevano dare l’impressione di confermare quanto suggerito da McConnell, ossia un processo fasullo che equivale a un insabbiamento. Il senatore Mitt Romney, repubblicano dell’Utah, ha persino dichiarato che “le accuse fatte sono serie e meritano la considerazione con tutte le argomentazioni a favore e contrarie”. La senatrice Susan Collins, del Maine, ha anche lei espresso preoccupazioni sul processo lampo di assoluzione. Alcuni altri senatori si sono uniti a questi due togliendo la maggioranza a McConnell di un processo sbrigativo di assoluzione immediata. Vi sarà dunque con processo regolare anche se i legali di Trump continueranno ad insistere su una procedura brevissima, sperando che non oltrepassi due settimane. Va ricordato che il processo di impeachment di Andrew Johnson nel 1868 durò 11 settimane e quello di Bill Clinton nel 1999 durò più di un mese..
McConnell però ha già fissato procedure che non richiedono testimoni anche se durante il processo la richiesta di testimoni potrà essere fatta e approvata dalla semplice maggioranza dei senatori. Chuck Schumer, leader della minoranza democratica al Senato, ha già indicato che vuole richiedere le testimonianze di Mick Mulvaney, chief of staff pro tempore di Trump, John Bolton, ex consigliere di sicurezza nazionale alla Casa Bianca, Michael Duffey e Robert Blair, ambedue funzionari del presidente. Le testimonianze di Bolton potrebbero essere esplosive poiché nel caso di Ucrainagate l’ex consigliere avrebbe dichiarato di non volere nulla a che fare con il quid pro quo di Trump con il presidente ucraino Volodimir Zelensky etichettandolo di “spaccio di droga”. Trump, da parte sua, in un’intervista televisiva ha affermato che invocherebbe il privilegio presidenziale per impedire a Bolton di offrire testimonianze.A mettere legna al fuoco nell’imminente processo le ultimissime notizie dovrebbero causare ulteriori grattacapi ai legali difensori di Trump. Il Washington Post ci informa che messaggi telefonici fra Rudy Giuliani, ex legale di Trump, e due dei suoi collaboratori avevano scambiato informazioni che parlano di sorveglianza e possibili minacce a Marie Yovanovitch, ex ambasciatrice in Ucraina. Lev Parnas, uno di questi due, ha concesso interviste ai media in cui dichiara che Trump sapeva tutto sugli imbrogli del quid pro quo con Zelensky. Il New York Times da parte sua riporta che il servizio segreto russo ha hackerato il sito della compagnia ucraina di gas Burisma per la quale Hunter Biden aveva servito nel consiglio di amministrazione. Sembra che i russi stessero cercando informazioni negative sul figlio dell’ex presidente americano Joe Biden, continuando la loro interferenza nelle elezioni americane per aiutare Trump.Il ritardo di Pelosi di inviare gli articoli di impeachment al Senato ha legato le mani a McConnell, costringendolo a mettere in atto un vero processo. Il mancato insabbiamento progettato dal Presidente del Senato potrebbe però produrre frutti politici a quei senatori repubblicani in situazioni difficili di rielezioni questo novembre. Non toglie però una piccola vittoria a Pelosi che ha orchestrato l’impeachment alla Camera e ha influenzato dall’esterno la condotta di McConnell al Senato. Trump da parte sua è rimasto praticamente silenzioso sul processo delegando a McConnell l’iniziativa. Quanto tempo rimarranno silenziosi i suoi tweet velenosi contro quei senatori repubblicani che gli hanno tolto l’assoluzione in tempi rapidissimi? Lo sapremo fra breve. (Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California)

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L’impeachment di Trump al Senato e il dilemma di McConnell

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 dicembre 2019

Le accuse di impeachment a Donald Trump risulterebbero in una “sentenza di condanna in tre minuti precisi”. Così Jeff Nadler, presidente della Commissione Giudiziaria alla Camera mentre spiega la serietà dei capi di accusa sull’attuale inquilino della Casa Bianca. I democratici hanno deciso su due capi d’accusa dopo le indagini sull’Ucrainagate. Il primo consiste dell’abuso al potere e il secondo di ostruzione al Congresso, ambedue approvati dalla Commissione Giudiziaria con 23 voti favorevoli (tutti democratici) e 17 contrari (tutti repubblicani). L’aula voterà la prossima settimana e in caso di approvazione la palla passerà al Senato nel 2020 per il processo.
Nadler è ovviamente di parte come parlamentare democratico ma le indagini della Commissione Intelligence alla Camera hanno riscontrato chiare evidenze che Trump ha infatti abusato i suoi poteri. Com’è ormai noto, il presidente americano ha chiesto a Volodymyr Zelensky, suo omologo ucraino, di aprire un’indagine su Joe Biden, suo possibile avversario presidenziale alle elezioni del 2020. Così facendo, Trump ha cercato per la seconda volta di usare l’interferenza straniera per influenzare il risultato dell’elezione a suo favore.
La prima occasione avvenne nella campagna elettorale del 2016 quando l’allora candidato Trump chiese pubblicamente ai russi di rilasciare le e-mail di Hillary Clinton. I russi lo fecero mediante Wikileaks. Le indagini di Robert Mueller sul Russiagate hanno chiarito categoricamente che la Russia ha interferito nell’elezione del 2016 per aiutare Trump anche se non furono delineate prove di collusione fra le due parti.Nel caso sull’Ucrainagate però la richiesta di aiuto per essere rieletto ci è pervenuta dalle trascrizioni della telefonata di Trump con Zelensky, confermata anche dal noto whistleblower (informatore). Le testimonianze in audizioni a porte aperte e anche a porte chiuse alla Commissione Intelligence ci hanno confermato il tentativo corrotto di Trump.Come nel caso di Russiagate, Trump ha classificato le recentissime indagini sull’interferenza ucraina di caccia alle streghe. I suoi collaboratori repubblicani alla Camera lo hanno assecondato e hanno fatto di tutto per ostacolare le indagini. Hanno anche criticato i loro colleghi democratici di non dare l’opportunità al presidente di potere difendersi.Quando poi verso la fine delle indagini i leader democratici hanno offerto l’opportunità al presidente di partecipare, l’avvocato della Casa Bianca Pat Cipollone ha inviato una risposta negativa. Trump non invierebbe nessun legale a rappresentarlo. In effetti, Trump ha criticato la metodologia dei democratici e poi non ha accettato il loro invito di giocare la partita.Trump sa benissimo che alla Camera, dominata dai democratici, la partita è perduta e sta scommettendo tutto sul processo al Senato dove lui giocherà in “casa” considerando la maggioranza repubblicana alla Camera Alta. Giocare in “casa” ha il grande vantaggio per Trump poiché si prevede che la maggioranza repubblicana (53 vs. 47) sotto la guida di Mitch McConnell, senatore del Kentucky, non lo condannerà anche per il fatto che tale verdetto richiede 67 dei 100 voti al Senato. Ciononostante le “filosofie” di McConnell e Trump non coincidono sulla procedura. Il presidente del Senato vuole programmare un processo rapido per mettere tutto da parte e ritornare alla sua agenda regolare. McConnell si preoccupa di mantenere Trump alla Casa Bianca ma è egualmente interessato alle elezioni del 2020 per mantenere la risicata maggioranza al Senato. Da ricordare anche che i singoli senatori sono preoccupati dalla loro rielezione. Quindi dovendo scegliere fra il loro futuro politico e quello di Trump non sarebbe una scelta troppo difficile per loro soprattutto per una manciata di senatori repubblicani in Stati in bilico dove Trump non li può aiutare in modo significativo.Trump invece vorrebbe un lungo processo in cui parecchi leader democratici verrebbero al Senato per offrire testimonianze. Questi includono Adam Schiff, il presidente della Commissione Intelligence che tanto ha fatto per l’impeachment alla Camera, la speaker Nancy Pelosi, Joe Biden, ex vicepresidente, e il figlio Hunter. Trump non vuole solo l’assoluzione al Senato ma vorrebbe creare uno spettacolo nella Camera Alta le cui immagini potrebbero essere usate come materiale in campagna politica nell’elezione del 2020. In effetti il Senato sarebbe costretto a divenire una specie di reality per il beneficio personale e elettorale dell’attuale inquilino della Casa Bianca.
Richiedere la testimonianza di leader democratici al processo di impeachment al Senato potrebbe condurre anche alla minoranza democratica a richiedere le testimonianze di simili individui dalla parte repubblicana, come l’attuale vicepresidente Mike Pence e Mick Mulvaney, il chief-of-staff di Trump. Le regole dei processi di impeachment al Senato non fanno parte della costituzione americana ma sono stabilite dalla Camera Alta stessa. Quindi, nonostante la loro minoranza, i democratici potrebbero spingere per fare valere almeno in parte le loro ragioni.McConnell riconosce il pericolo di un’atmosfera di circo che potrebbe emergere con le testimonianze di individui chiave da ambedue le parti. In un pranzo con colleghi repubblicani il presidente del Senato avrebbe espresso le sue preoccupazioni che potrebbero essere dannose a ambedue i partiti ma anche al Senato come istituzione decorosa. Un’incognita da aggiungere sarebbe il comportamento della presenza di John Roberts, presidente della Corte Suprema, il quale, secondo la costituzione americana, dirigerebbe il processo di impeachment a Trump. La presenza di Roberts toglierebbe il timone del Senato a McConnell durante il processo, una situazione poco allettante per McConnell. (Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California)

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Trump fra attacchi personali e impeachment

Posted by fidest press agency su martedì, 3 dicembre 2019

“Il presidente si difenderà” e non “resterà a guardare”. Ecco come Lee Zeldin, parlamentare repubblicano di New York, ha cercato di giustificare i feroci attacchi di Donald Trump a parecchi testimoni nella recente vicenda delle audizioni sull’indagine dell’impeachment condotte dalla Commissione di Intelligence della Camera.La difesa di Trump consiste di assaltare i suoi avversari non con argomenti logici ma infangando la loro reputazione. Il 45esimo presidente non risparmia nessuno e ovviamente include anche i suoi collaboratori che non hanno potuto sopportare la condotta del loro capo e lo hanno “tradito”. Alcuni di questi collaboratori erano infatti vicinissimi all’attuale inquilino della Casa Bianca. Il colonnello Alexander Vindman, direttore del Consiglio degli affari per la Sicurezza Nazionale, lavora difatti alla Casa Bianca. Vindman ha testimoniato che la richiesta di Trump al presidente Volodymyr Zelensky, presidente dell’Ucraina, di aprire un’indagine sulla presunta corruzione di Joe Biden e del figlio Hunter, non era solamente “inappropriata” ma anche pericolosa per le sue “notevoli implicazioni sulla sicurezza nazionale americana”. Per Vindman, come per quasi tutti gli analisti, chiedere assistenza a un presidente straniero in una chiamata telefonica per una campagna politica americana non era affatto “bellissimo” come continua a sostenere Trump.Vindman ha rischiato grosso poiché il capo delle forze armate americane è proprio Trump, il Commander-in-chief. Per la sua azione di dire la verità, Vindman è stato attaccato da Trump etichettandolo un “Never Trumper”, uno dei tanti “haters” (odiatori) del presidente. Come spesso avviene, gli attacchi di Trump, vengono riecheggiati dai suoi alleati e sostenitori. Steve Castor, il legale dei rappresentanti repubblicani alla Commissione Intelligence, ha messo in dubbio la fedeltà di Vindman agli Stati Uniti. Va ricordato che Vindman fu portato in America dai suoi genitori all’età di tre anni e ha fatto una carriera brillante nelle forze armate americane. In Iraq, ha infatti ricevuto una “purple heart”, medaglia al valore militare concessa a coloro che vengono feriti o muoiono al servizio della patria. Anche il parlamentare dell’Ohio Jim Jordan ha messo in dubbio il giudizio di Vindman al quale il colonnello ha ribattuto leggendo parte della sua ultima impeccabile valutazione dei suoi superiori. Gli attacchi di Trump e i suoi alleati a Vindman hanno avuto effetti e l’esercito americano è stato costretto a monitorare la sicurezza del colonnello e della sua famiglia, pronti a farli traslocare in una base militare per garantire la loro sicurezza.Trump ha anche attaccato vigorosamente Marie Yovanovitch la quale ha servito il Paese nel servizio diplomatico per più di trent’anni. Il più recente incarico è stato quello di ambasciatrice in Ucraina da dove è stata rimossa da Trump nel mese di aprile del corrente anno, accusata da Rudy Giuliani e altri collaboratori di ostruire gli sforzi americani di persuadere l’Ucraina ad aprire indagini su Joe Biden. Proprio mentre la Yovanovitch stava testimoniando alla Commissione Intelligence, Trump ha mandato un tweet dove riassume tutti gli incarichi dell’ex ambasciatrice, assegnandole la colpa per problemi dalla Somalia all’Ucraina. Il presidente della Commissione Intelligence alla Camera Adam Schiff ha giustamente classificato l’attacco di Trump come tentativo di intimidire la testimone.Parecchi altri testimoni hanno confermato le asserzioni di Vindman, in particolar modo il rapporto del “whistleblower”, (informatore) che Trump e i suoi collaboratori hanno fatto di tutto per smascherarlo, onde attaccarlo pubblicamente come hanno fatto con Vindman e Yovanovitch. Non ci sono riusciti perché i democratici hanno resistito e la sua identità rimane tuttora sconosciuta anche se si sa che si tratta di un membro della Cia. Ciononostante la strategia è sempre la stessa: attaccare personalmente gli avversari, mettendo in dubbio le loro caratteristiche e rendendo loro al vita difficile a causa dalle eventuali minacce anonime che spesso colpiscono mediante l’Internet.Il fatto che Trump abbia tentato di costringere il presidente ucraino ad aprire indagini su Biden ci viene però anche confermato da Gordon Sondland, ambasciatore americano alla Comunità Europea e uno dei promotori della politica del presidente verso l’Ucraina. Nelle sue testimonianze alla Commission Intelligence, Sondland ha chiarito categoricamente che c’era infatti stato un quid pro quo nella richiesta di Trump a Zelensky. Ha anche aggiunto che i vertici di Trump, Mike Pompeo, segretario di Stato, e il vicepresidente Mike Pence, erano “nel giro”.Trump in questo caso non lo ha attaccato preferendo di prendere le distanze, dicendo che lo conosce a malapena. Infatti, Trump lo aveva lodato in un discorso nel mese di maggio in Louisiana dove Sondland era presente. Il 45esimo presidente disse in quell’occasione che Sondland stava facendo un “ottimo lavoro”. Adesso però le cose sono cambiate ma Trump fino ad adesso ha usato la solita strategia di allontanamento messa in evidenza con Michael Cohen, il suo ex legale, e Paul Manafort, suo ex manager della campagna elettorale nel 2016, ambedue attualmente in carcere. Va ricordato che un altro dei suoi ex collaboratori, Roger Stone, è stato recentemente condannato a sette capi di accusa nell’ambito delle indagini di Russiagate del procuratore speciale Robert Mueller sull’interferenza russa nell’elezione americana del 2016.
Mueller non ha incriminato Trump per una dozzina di casi in ostruzione alla giustizia poiché ha seguito la normativa del Ministero di Giustizia la quale ritiene che un presidente in carica è immune eccetto per l’impeachment che spetta alla Camera e poi al Senato. Con la maggioranza alla Camera i democratici stanno procedendo all’inchiesta di impeachment attraverso la Commissione Intelligence la quale ha passato la palla alla Commissione Giudiziaria. Jerry Nadler, capo di questa commissione, ha fissato la prima udienza per il 4 dicembre la quale con ogni probabilità sfocerà in articoli di impeachment. La Camera, con la maggioranza democratica, potrebbe approvare l’impeachment verso la fine di dicembre, che sarebbe poi seguita dal processo al Senato. La rimozione di Trump rimane possibile ma improbabile poiché la Camera Alta è dominata dai repubblicani, i quali fino al momento hanno fatto quadrato sul presidente attuale. (Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California)

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Trump e l’impeachment: l’attacco come miglior difesa?

Posted by fidest press agency su sabato, 2 novembre 2019

By Domenico Maceri professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. “Non ho fatto nulla di male” ha dichiarato Donald Trump ai giornalisti recentemente alla luce dell’inchiesta della Camera sul suo possibile impeachment. Il 45esimo presidente ha continuato spiegando che la condotta dei democratici sta causando uno “smantellamento del Partito Repubblicano”.La strategia di Trump per difendersi dall’inchiesta dell’impeachment si basa non solo sulla sua dichiarazione di innocenza ma di incitare anche i repubblicani a difenderlo a spada tratta. Va aggiunto anche il suo contrattacco come ci rivela l’indagine penale aperta dal ministro di Giustizia William Barr sulla nascita dell’inchiesta del Russiagate. Il procuratore speciale Robert Mueller, dopo le sue indagini, ha concluso nel suo rapporto che i russi avevano interferito nell’elezione americana del 2016 per aiutare Trump senza però incolpare la campagna del magnate di reato. Nella seconda parte del rapporto, però, Mueller ha determinato una dozzina di esempi di ostruzione alla giustizia da parte del 45esimo presidente. Mueller ha però scagionato Trump poiché una normativa del ministero di Giustizia sostiene che un presidente in carica non può essere incriminato. In effetti, Trump l’ha fatta franca.Non contento del suo “successo” con Russiagate, Trump ha incoraggiato Barr a investigare l’origine dell’indagine. Il 45esimo presidente ha sempre sostenuto, senza dare prove, che la sua campagna aveva sofferto abusi da parte dei servizi segreti. Barr anche nelle sedute al Senato sulla sua conferma aveva suggerito che aveva intenzione di dare un’occhiata per esplorare se la campagna di Trump fosse stata spiata dai servizi segreti. Da ministro di Giustizia ha fatto esattamente quello. Ha incaricato John Durham, procuratore di esperienza, il quale ha trasformato una procedura amministrativa in un’inchiesta criminale con pieni poteri investigativi. Vuol dire che potrà costringere ex vertici dell’intelligence come James Comey, ex direttore della Fbi, John Brennan, ex direttore della Cia e persino Robert Mueller, emettendo atti di comparizione e possibilmente anche rinviarli a giudizio. In effetti, il ministero di Giustizia indaga la sua stessa agenzia per soddisfare i complotti escogitati da Trump.Nonostante Barr sia un ministro di giustizia fedelissimo al suo capo i problemi legali e soprattutto politici di Trump continuano a dilagare. La denuncia del whistleblower il mese scorso ha chiarito le azioni improprie nella arcinota telefonata di Trump a Volodymyr Zelensky, presidente ucraino. Il presidente americano ha chiesto un favore al suo omologo ucraino di investigare Joe Biden e poi avrebbe dato il via libera agli aiuti americani al governo ucraino. Barr non ha considerato le informazioni meritevoli di indagini. Ha sbagliato poiché la Camera, dominata dai democratici, ha preso in mano le indagini trovando lo smoking gun, la pistola fumante per procedere a un’inchiesta di impeachment.Trump ha reagito come sempre fa. Prima ha negato il quid pro quo, poi con la trascrizione della sua telefonata e le informazioni venute a galla dal whistleblower, dai diplomatici americani Gordon Sondland e William Taylor, si hanno avuto conferme che infatti c’era stato il quid pro quo. Questo consiste di aiuti militari all’Ucraina in cambio dell’inchiesta sulla presunta corruzione di Biden, suo possibile avversario alle elezioni del 2020. Al di là di reclamare innocenza, Trump ha cercato di attaccare il whistleblower, asserendo di avere inventato tutto. Due dei sostenitori di Trump, Jack Burkman e Jacob Wohl, hanno persino offerto un compenso di 50mila dollari a chi possa fornire informazioni per identificare l’informatore per attaccarlo ferocemente e screditarlo.Adam Schiff, l’incaricato dell’inchiesta sull’impeachment, però, è riuscito fino ad adesso a mantenere l’anonimato dell’informatore, conducendo le indagini a porte chiuse. Trump ha incitato i repubblicani a difenderlo e difatti parecchi parlamentari hanno protestato ad alta voce, occupando per parecchie ore la aule riservate alle sedute di inchiesta. Tutto illegale, ovviamente, anche se non pochi parlamentari e senatori repubblicani hanno erroneamente sostenuto che il “povero” Trump non ha possibilità di difendersi, interrogando i suoi accusatori. A correggerli però è stato addirittura l’ex giudice Andrew Napolitano, collaboratore della Fox News, il quale ha spiegato ai conduttori del programma “The View” che Schiff stava conducendo le sue indagini in modo assolutamente legale. Napolitano ha lasciato a bocca aperta i conduttori asserendo che le regole seguite da Schiff erano infatti state approvate dalla Camera sotto la guida dello speaker John Boehner, repubblicano, nel 2015, quando il Gop controllava la maggioranza alla Camera. Napolitano ha continuato che Schiff stava agendo esattamente come un poliziotto che indaga su un possibile reato in segreto e poi una volta determinata la serietà del caso rende pubblica l’accusa.Le regole però importano poco a Trump. Preferisce la fedeltà dei suoi collaboratori e anche quella del ministero di Giustizia che vede come suo strumento personale invece di difensore della costituzione americana. Nei suoi tre anni di presidenza l’attuale inquilino della Casa Bianca è riuscito a circondarsi di assistenti che sanno benissimo che la fedeltà al loro capo significa anche la loro sopravvivenza nel team presidenziale. Alcuni però hanno dimostrato più fedeltà al Paese e non al presidente. Il colonnello Alexander Vindman, massimo esperto di politica ucraina in servizio al Consiglio di Sicurezza, è uno di questi. Vindman ha ascoltato la fatidica telefonata di Trump con Zelensky e ha giudicato il quid pro quo di Trump come inaccettabile e tutt’altro che produttivo per la sicurezza nazionale del Paese. Vindman la vede come il whistleblower ma è venuto allo scoperto e ha testimoniato alla Camera a porte chiuse. Secondo il Washington Post, Vindman ha testimoniato per 10 ore e secondo alcune fonti ha reiterato le preoccupazioni espresse dal whistleblower. Il New York Times cita fonti secondo cui la trascrizione della telefonata con Zelensky rilasciata da Trump esclude dettagli compromettenti. Trump ha attaccato Vindman accusandolo di essere un “Never Trumper” (Nemico di Trump), deridendolo, mettendo in dubbio la sua veracità. Il problema per Trump è che il colonnello Vindman ha servito il Paese per 20 anni, parte dei quali in Iraq, dove fu ferito, ricevendo un “Purple Heart”, una medaglia concessa a membri delle forze armate americane morte o ferite al servizio della Patria. Nonostante i suoi ovvi meriti, Vindman è stato attaccato da Trump perché non gli ha dimostrato fedeltà. Così facendo, il 45esimo presidente si è comportato come è solito fare, mettendo la sua stessa persona al di sopra di tutti i valori condivisi dagli americani, specialmente per quanto riguarda le forze armate che rischiano la vita per il Paese. Il rischio però al momento lo corre proprio lui. La Camera, sotto la guida della speaker democratica Nancy Pelosi, ha appena approvato (232 voti sì, 196 no) la risoluzione che fissa le regole per il possibile impeachment del presidente. Barr, il suo grande difensore, non potrà fare nulla per difenderlo.

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I battibecchi fra Pelosi e Trump: preludio all’impeachment?

Posted by fidest press agency su sabato, 1 giugno 2019

By Domenico Maceri. “Il fatto è che questo presidente sta ostruendo la giustizia ed è impegnato in un insabbiamento”. Queste le parole durissime di Nancy Pelosi, speaker della Camera, mentre commentava la questione del possibile impeachment di Donald Trump. Qualche giorno dopo, Trump, adirato da queste aspre parole, ha reagito ponendo fine dopo solo tre minuti a un incontro sulle infrastrutture con la Pelosi e Chuck Schumer, leader della minoranza democratica al Senato. In una conferenza stampa nel Rose Garden, Trump ha poi dichiarato che lui “non fa insabbiamenti”.Gli scontri verbali fra i due sono continuati nei prossimi giorni e la Pelosi ha aumentato i toni suggerendo che la famiglia o l’amministrazione del presidente dovrebbe fare un intervento con Trump per metterlo sulla strada giusta. Il 45esimo presidente ha controbattuto immediatamente dichiarando che la Pelosi era “pazza” e che lui era “un genio molto stabile”, espressione usata spesso da Trump per cercare di giustificare alcuni suoi comportamenti poco ortodossi. Trump e i suoi alleati hanno continuato i loro attacchi su Pelosi, cadendo nel ridicolo, distribuendo un video manipolato dove si vede la Pelosi balbettare durante una conferenza stampa per suggerire che fosse ubriaca o poco lucida. Trump ha condiviso il video nonostante il fatto che anche la Fox News lo ha classificato come falsato. Rudy Giuliani, l’avvocato “televisivo” di Trump, ha anche lui condiviso il video, aggiungendo legna al fuoco per deridere la leader democratica. Il video è apparso su Facebook ed altri social media ed è stato visionato da parecchi milioni di utenti. YouTube lo ha rimosso appena stabilito che si trattava di un falso ma i dirigenti di Facebook si sono rifiutati di seguire la stessa strada asserendo che vogliono lasciare al pubblico di decidere per se stessi.Per dimostrare che lui aveva ragione, Trump ha anche fatto una “scenetta” con parecchi suoi collaboratori, telecamere presenti, dove si vede il presidente che chiede loro quale era stato il suo tenore nell’incontro con Pelosi e Schumer. Tutti quelli chiamati in causa hanno detto che il loro capo si era comportato con calma. Ovviamente non potevano dire altrimenti poiché di tratta di individui che lo conoscono bene e si rendono conto dell’importanza di assecondarlo.Trump però ha dichiarato ai giornalisti che non coopererà con i democratici su infrastrutture o altri programmi se loro continuano a investigare sul suo operato. Si tratta di una continua caccia alle streghe, secondo lui, come era stata l’indagine del Russiagate. Ciononostante alcuni dei suoi collaboratori si trovano già in carcere ma Trump non è stato incriminato. Il Congresso, però, continua a indagare tramite le sue commissioni e il 45esimo presidente ha deciso che sfiderà tutte le subpoena che i parlamentari democratici continuano a inviare. Fino ad adesso il sistema giudiziario si è schierato coi democratici ma Trump spera che queste richieste di informazioni verranno esaminate alla fine dalla Corte Suprema, dove crede di uscirne vincitore.Nel frattempo, Trump ha deciso che non svolgerà i suoi compiti legislativi e non coopererà coi democratici. In un certo senso si sbaglia, specialmente nel caso delle infrastrutture. Si tratta di un tema condiviso da tutti poiché bisogna investire per il futuro. Trump potrebbe uscirne vincitore poiché un accordo coi democratici dimostrerebbe a tutti che può governare in modo bipartisan, dando prova di essere il grande negoziatore che si è sempre vantato di essere.Ma al di là dei capricci di Trump, un accordo sulle infrastrutture sarebbe molto utile al Paese anche se politicamente poco vantaggioso per i democratici. Una cooperazione con Trump gli conferirebbe qualità di un leader tradizionale, legittimandolo, anche se non completamente, come “presidenziale”. Conferirebbe a Trump una vera vittoria legislativa poiché nei due anni e mezzo di presidenza può solo additare alla riduzione delle tasse come suo unico risultato, che come si ricorda, ha però beneficiato in grande misura i benestanti. Ovviamente ci sarebbe il nodo del supporto dei repubblicani, i quali non sono propensi a spendere soldi, e quindi Trump li avrebbe dovuto convincere con le buone o con le cattive.Con cooperazione o no, i democratici continueranno le loro indagini e giorno dopo giorno sembra che Pelosi si stia dirigendo verso la presa di posizione dell’ala sinistra del suo partito che ha già deciso sulla necessità di sottomettere Trump all’impeachment. La speaker però continua ad avere dubbi sulla saggezza di una tale manovra. Lei crede che anche se la Camera, dominata dal suo partito, avrebbe la meglio su un voto di impeachment, il Senato richiederebbe 60 voti per condannare Trump. La Pelosi crede che l’impeachment senza la condanna del Senato aiuterebbe Trump a essere rieletto nel 2020. Questa in sintesi la sua spiegazione a un gruppo di leader democratici in un incontro privato.
La Pelosi potrebbe cambiare idea specialmente dopo il recentissimo discorso di Robert Mueller, il reticente procuratore speciale sul Russiagate. In otto minuti Mueller ha reiterato le conclusioni incluse nel suo rapporto. I russi hanno interferito nell’elezione americana del 2016 per aiutare Trump. Questa interferenza dovrebbe preoccupare tutti gli americani, secondo Mueller. Per quanto riguarda l’ostruzione alla giustizia e la possibile colpevolezza di Trump, Mueller ha ripetuto che il suo rapporto non esonera il presidente e se “non avesse commesso un reato” il rapporto lo avrebbe confermato. Con riguardo alla colpevolezza del presidente, Mueller ha anche riconfermato, come si legge nel rapporto, che un presidente in carica “non può essere incriminato”, seguendo la direttiva del ministero di giustizia. Mueller ha di nuovo aggiunto che la costituzione include percorsi per giudicare il presidente. La strada suggerita da Mueller è l’impeachment. Per la Pelosi sta diventando sempre più difficile escludere una tale ipotesi specialmente considerando che Justin Amash, parlamentare repubblicano del Michigan, ha indicato che il rapporto di Mueller non lascia alternative.
Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

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Impeachment per Mattarella?

Posted by fidest press agency su lunedì, 28 maggio 2018

Ieri sera abbiamo dovuto prendere atto del fallimento del contratto di programma tra i pentastellati e i leghisti per un dissenso su un nome da parte del presidente della repubblica. E qui siamo di fronte alla prima anomalia poiché i contraenti rappresentano la maggioranza parlamentare. E allora? ci si chiede. Era proprio necessario che il presidente della Repubblica si mettesse di traverso per un nome indigesto al colle? La percezione che emerge è che si tratti per Mattarella di un clamoroso flop anche perché se il paese attende d’essere governato e sono stati trovati i numeri in parlamento questa condizione di stallo appare innaturale e difficilmente digeribile dall’opinione pubblica. E la domanda che segue è conseguenziale. Ha il presidente rispettato, come afferma, il dettato costituzionale o è andato oltre il suo compito violando le stesse regole che a sua volta cita a suo sostegno? Da qui parte la riflessione dei pentastellati sull’opportunità o meno di mettere in stato d’accusa il Presidente anche se i passaggi sono laboriosi e lunghi e la parola finale non spetta al parlamento bensì alla Corte Costituzionale e il che vuol dire il luogo di provenienza di Mattarella. Il sospetto, quindi, è che non se ne faccia nulla. Resta il vulnus con un governo del Presidente privo del consenso popolare, capace di suscitare un dissenso crescente nell’opinione pubblica e una lacerazione che rischia d’indebolire ulteriormente il rispetto per le istituzioni già in caduta libera nel sentire popolare. Del resto il timore da parte del colle che si arrivi per strade trasverse all’uscita del paese dall’euro non è suffragata dai fatti. Il prof. Savona l’aveva messa in conto come una provocazione per indurre le autorità europee ad accettare un dialogo costruttivo sulla riforma dei trattati e che è auspicato da tutte le forze politiche oggi rappresentate in parlamento e nella società civile.

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South Korea’s president is permanently stripped of her powers

Posted by fidest press agency su lunedì, 13 marzo 2017

presidentSEOUL. She had refused to be questioned, and attended none of the 20 hearings since a trial on her impeachment began on January 3rd. She had blocked investigators from entering the Blue House, the presidential residence, and a fortnight ago she demanded the ejection of one of the justices hearing her case. It was all for nothing. On March 10th Park Geun-hye, South Korea’s first female president as well as its first to have an impeachment upheld by a court, was permanently removed from office. It cut short her five-year term by 11 months.All eight justices currently serving on the country’s constitutional court voted to uphold a parliamentary motion, on December 9th, to impeach her. That motion followed weeks of huge but peaceful crowds gathering in downtown Seoul, the capital, to call for her resignation. MPs had listed 13 constitutional violations, including dereliction of duty, abuse of power and infringing the freedom of the press. The court said it could not find conclusive evidence for most of these charges. But it was able to rule that Ms Park had divulged state secrets to Choi Soon-sil, an allegedly corrupt confidante (whose personal wealth, a special prosecution found, stands at $20m), and colluded to help her extort funds from conglomerates and profit from two cultural organisations that Ms Choi controlled.After the crime, the cover-up. The court also found that throughout the investigation Ms Park’s actions had been aimed at concealing the truth; the justices said she had consistently obstructed the ability of the National Assembly to hold her to account. It all amounted to “an undermining of the rule of law and representative democracy”; she had lost the trust of the public and “let down” her citizens.It will be much more difficult to find such unanimity within South Korean society. Over three-quarters of South Koreans felt she deserved to be impeached, according to a poll conducted shortly before the decision. But that still leaves a vocal, mostly older minority feeling that Ms Park is the victim of a left-wing witch hunt. Conservative protest groups opposing Ms Park’s removal have grown larger and shriller in recent weeks. They threatened a “bloody civil resistance” should the court uphold her impeachment (two from their camp, in their 60s and 70s, died during the protest following the verdict this morning). Over 21,000 riot police were today deployed in central Seoul. In recent weeks police buses have been set up as barricades at large demonstrations to keep Ms Park’s friends and foes from clashing. Outside the constitutional court, where police had once again divided them, the anti-impeachment camp blared out the national anthem in defiance and promised to blast the constitutional court to pieces. Cheers meanwhile rose from a jubilant anti-Park camp, striking gongs and dancing to chants of “We won”. One anxious protester who has been to every one of 19 anti-Park weekly rallies said he had not been able to eat for 24 hours. A father had taken his child out of school for the day, for a historic moment that he said was “a truer education”.Many remember the last time a court ruled on a leader’s impeachment, to citizens’ overwhelming approval: in 2004 Roh Moo-hyun, a liberal president, returned to office after 63 days when the constitutional court ruled that the reasons for his impeachment were feeble. Chon Jong-ik, part of the legal team that ruled on Roh’s case, says that set a precedent for the court’s decision today, by establishing that if public trust in a president’s ability to protect liberal democracy had been lost, he—or she—ought to be removed.An investigation into allegations of Ms Park’s influence-peddling, which first surfaced in October, has already led to more than two dozen indictments. Those include Lee Jae-yong, heir to the Samsung empire, whose trial on charges of bribery linked to the presidential office began this week; as well as Ms Park’s former chief of staff, Kim Ki-choon; and Ms Choi, who will stand trial for her Samsung entanglements on March 13th. South Koreans will expect to see progress on these, and due punishment. But an early presidential election must also be held within 60 days; many expect the National Election Commission will set it for May 9th, to give candidates as much time as possible to win over South Korea’s mass of disenchanted voters in what will be a lightning-speed campaign.Ms Park is no stranger to tragedy. In 1974 her mother died in an assassination attempt on her father, Park Chung-hee, South Korea’s long-ruling strongman. Ms Park in effect became the Blue House’s first lady. But five years later her father’s 18-year rule came to an end when he was shot over dinner by his spy chief.After that, at least, a political career for Ms Park seemed assured, and she herself believed she owed it to her dead parents. She became an MP in 1998, and in 2004 the leader of South Korea’s main conservative party. Her staunchest supporters have long been an older class of voters who stubbornly revere her father for his “miracle on the Han river”, South Korea’s phenomenal economic transformation. But some younger voters, hoping for an economic revival, also voted for her in the election in 2012 that brought her back to the Blue House as president.She has been staying put at the Blue House ever since. From tomorrow, she is likely to sleep in her guarded home in the upscale district of Gangnam, in southern Seoul. As she no longer has presidential immunity from criminal investigation, state prosecutors can indict her. A special prosecution, set up at Ms Park’s request, announced the results of its three-month investigation this week into her alleged abuse of power and the sordid collusion between political and corporate elites. It confirmed, among other findings, that 573 calls had been made on Ms Choi’s personal hotline to Ms Park, using phones registered under borrowed names, over a period of seven months last year. Editorials in the main newspapers, and Buddhist and Christian leaders alike, have urged South Koreans to accept today’s ruling. Park Hyung-jun of Sungkyunkwan University says a fair legal decision was essential for South Koreans, who have lost faith in those governing them and in their institutions. Hard generational divides have surfaced in the scandal: for Ms Park’s successor, says Mr Park (no relation), communicating well and building consensus will be crucial. Many now will be closely watching Ms Park’s reaction to the ruling. As an MP who had supported Roh’s impeachment, she said then that she accepted the court’s verdict and saw the decision as an opportunity to cultivate respect for the constitution. Now her time has come. (font: by The Economist + photo)

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Brasile: Senato approva impeachment, Rousseff sospesa. Subentra Temer

Posted by fidest press agency su sabato, 14 maggio 2016

Rousseff-TemerLa presidente brasiliana Dilma Rousseff è stata sospesa oggi dal suo incarico e dovrà affrontare un processo per l’impeachment, dopo anche il Senato del Brasile ha appena approvato la sua destituzione. Il Senato ha approvato il procedimento di impeachment con 55 voti favorevoli e 22 contrari. L’attuale vicepresidente e avversario politico della Rousseff, Michel Temer (nella foto con la Rousseff), assume le funzioni ad interim di capo dello Stato. (fonte: Web Tv “Il Mondo come io lo vedo”) (foto: Rousseff-Temer)

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La “parentopoli” romana

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 dicembre 2010

“La procura della Corte dei Conti e la magistratura ordinaria valuteranno le responsabilità per i gravissimi abusi di potere e i conseguenti sprechi di denaro pubblico commessi dal sindaco di Roma, dalla sua Giunta e dalla sua maggioranza attraverso l’utilizzo a fini clientelari delle assunzioni nelle società partecipate dal comune di Roma”. Lo dichiara il vicepresidente dei senatori del Pd Luigi Zanda che poi aggiunge: “Ma oggi emerge qualcosa di maggiore gravità politica. I romani possono ancora credere che il sindaco Alemanno sia una persona affidabile? Possono credere a quel che dice? I quotidiani pubblicano, contemporaneamente, una dichiarazione di Alemanno che, per smentire l’accusa di aver fatto assumere dall’Atac la figlia del suo caposcorta, ha testualmente dichiarato: ‘non mi ricordo neanche che quell’agente di polizia avesse una figlia’. Ebbene, accanto a questa dichiarazione compaiono fotografie inequivocabili che ritraggono Alemanno assistere proprio al matrimonio della figlia del suo caposcorta di cui lui sostiene di non ricordare nemmeno l’esistenza”. Conclude Zanda: “Negli Stati Uniti d’America, che sono una vera democrazia, se il responsabile di fatti di questa natura non si dimette, scatta l’impeachment”.

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