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Incidenza dell’asma in Italia

Posted by fidest press agency su lunedì, 22 ottobre 2018

L’asma ha assunto negli ultimi anni caratteristiche di diffusione e gravità preoccupanti, sia in termini di morbilità che di mortalità. In Italia l’l’incidenza dell’asma è pari al 4,5% della popolazione, ossia circa 2,6 milioni di persone e una buona parte dei casi di asma è causata dalla presenza di una o più allergie. L’asma grave invece riguarda fino al 10% della popolazione complessiva di asmatici ed ha un importante impatto sulla qualità di vita delle persone che ne soffrono. L’asma grave attualmente è responsabile del consumo di circa l’80% delle risorse dedicate all’asma e tra i circa 300.000 asmatici gravi italiani, uno su tre è un giovane di età inferiore a 14 anni. Se, l’asma grave, non viene trattata in modo adeguato, può condizionare gravemente la qualità della vita, causando limitazioni dell’attività fisica, disturbi del sonno e assenze dal lavoro o dalla scuola. Nei casi più gravi possono essere necessari frequenti ricoveri in ospedale e, talvolta, le crisi più acute e intense possono mettere a repentaglio la vita dei pazienti, come riportato in occasione dei recenti tragici episodi di cronaca.
Per l’asma grave la soluzione è la medicina di precisione grazie ai nuovi farmaci biologici. Per i pazienti colpiti da asma grave per i quali la terapia inalatoria non funziona adeguatamente sono oggi disponibili farmaci biologici innovativi, che hanno fornito risultati molto positivi ed estremamente rapidi.
“La sfida cruciale per allergologi e pneumologi – osserva il Presidente Musarra – è la fenotipizzazione dei pazienti, cioè una selezione guidata da specifici biomarcatori, che possa consentire una terapia di precisione con il farmaco più adatto a quel determinato tipo di asma. In questo senso il registro è uno strumento importante per raccogliere dati su una vasta gamma di età colmando il divario tra adolescenti e adulti. Identificare i fattori di rischio, aiutando a comprendere gli aspetti epidemiologici e clinici legati alla patologia, fornire nuove informazioni utili per migliorare l’assistenza sanitaria per l’asma e gestire i pazienti secondo la miglior pratica clinica.”

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Malattie cardiovascolari: è l’unione che fa la forza

Posted by fidest press agency su venerdì, 9 marzo 2018

Napoli. Le società scientifiche italiane scendono in campo compatte contro le malattie cardiovascolari e mettono a punto un documento intersocietario, che rappresenta una call to action per una lotta a tutto tondo contro queste patologie, principale causa di morte nel mondo occidentale. Prevenzione a tutto campo dunque, con i consigli di una task force di esperti italiani, che hanno stilato raccomandazioni di prevenzione ritagliate su misura per gli italiani, disegnando al contempo una roadmap che mira a coinvolgere nel dialogo sulla prevenzione anche la politica italiana ed europea. L’obiettivo è quello di abbattere l’incidenza delle malattie cardiovascolari e di regalare agli italiani non solo anni di vita in più, ma anni da godere in salute. Riportiamo alcuni interventi dei presidenti delle società scientifiche che hanno redatto il ‘Documento di consenso’ alla tavola rotonda di presentazione nel corso del 16° congresso Siprec a Napoli.
Incominciamo con il Professor Massimo Volpe, presidente della Società Italiana per la Prevenzione Cardiovascolare (Siprec) Ordinario di Cardiologia, II Facoltà di Medicina e Chirurgia Università ‘La Sapienza’ di Roma; direttore della Cattedra e dell’UOC di Cardiologia Ospedale Sant’Andrea, Direttore Scuola di Specializzazione in Malattie dell’Apparato Cardiovascolare, Sapienza Università di Roma, Preside della Facoltà di Medicina e Psicologia, Università ‘La Sapienza’ di Roma con questa domanda: Perché un documento italiano sulla prevenzione cardiovascolare a tutto tondo?
Soprattutto perché i documenti internazionali di linee-guida sono difficilmente traslabili a realtà di singoli paesi per le differenze etniche, demografiche, socio-culturali,di stili di vita, abitudini alimentari, organizzazione dei sistemi sanitari, accesso ai farmaci, e così via. Poi perché i numeri raccontano la storia di un disastro in termini epidemiologici. Le malattie cardiovascolari sono la prima causa di morbidità, ospedalizzazioni e mortalità nel nostro Paese. E per motivi demografici (invecchiamento della popolazione) il trend è in aumento. C’è ancora scarsa cultura della prevenzione a livello della nostra società. E non solo. Anche il mondo della sanità è focalizzato soprattutto sulle cure. Si spende troppo poco in prevenzione, che non significa solo attenzione a tavola e una camminata, che fanno senz’altro bene, ma anche, ove necessario, la somministrazione di farmaci efficaci e sicuri. L’emergenza sostenibilità del Ssn italiano passa per la prevenzione cardiovascolare, che consente anche di aumentare gli anni di vita vissuti in salute. Da tutte queste premesse nasce l’idea della redazione di un documento intersocietario, poiché in questo modo, a parlare e a dare indicazioni e raccomandazioni sono gli esperti e perché è possibile affrontare, ad esempio, temi trascurati anche nei documenti internazionali come: bambini, anziani, donne, esercizio e sport, vaccinazioni, polifarmacoterapia, compliance. Senza naturalmente trascurare i grandi temi sviluppati da altre linee guida, quali ipertensione e diabete. Il nostro documento a mio avviso segna una traccia ed apre una strada nuova che speriamo generi altre azioni.Dottor Roberto Volpe, Ricercatore del Servizio di Prevenzione e Protezione del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Roma, rappresentante SIPREC all’European Heart Network di Bruxelles
La prevalenza dei fattori di rischio cardiovascolari nella popolazione generale è sempre drammaticamente elevata: l’ipercolesterolemia interessa il 68 per cento dei maschi adulti e il 67 per cento delle femmine adulte; la prevalenza del diabete è dell’11 per cento tra i maschi e dell’8 per cento tra le donne; quella della sindrome metabolica del 24 per cento tra i maschi e del 19 per cento tra le femmine. Importante anche la prevalenza di sedentarietà (32 per cento tra i maschi e 42 per cento tra le femmine) e di obesità (25 per cento in entrambi i sessi), che rappresentano fattori di rischio non solo per le malattie cardiovascolari, ma anche per i tumori. Se consideriamo che circa il 70 per cento dei decessi è dovuto a malattie cardiovascolari e tumori, si comprende bene l’importanza del credere nella prevenzione, sia individuale che a livello di popolazione. Prevenzione che può e deve essere cardio-oncologica. Ma per migliorare la prevenzione, non è sufficiente solo un maggior impegno della classe medica, è fondamentale allearsi con altre figure professionali: infermieri, psicologi, dietisti, farmacisti, personale della ristorazione, insegnanti, studenti, giornalisti, politici. A tal proposito, come Siprec stiamo portando avanti una campagna di sensibilizzazione nei confronti dei nostri europarlamentari affinché entrino a far parte dell’Heart Group del Parlamento Europeo, che finora contava solo due parlamentari italiani. Per il momento, un primo piccolo successo l’abbiamo ottenuto: siamo passati a cinque rappresentanti. Un altro aspetto che coinvolge direttamente noi medici e il nostro rapporto con i pazienti, è l’inadeguatezza del trattamento. Nonostante l’ampia disponibilità di farmaci dotati di un buon rapporto costo/beneficio, ancora oggi, raggiungono gli obiettivi terapeutici fissati dalle linee guida solo il 24 per cento dei maschi e il 17 per cento delle femmine con colesterolo elevato, solo il 13 per cento dei maschi e il 21 per cento delle femmine con diabete.
Tutto ciò comporta una maggior morbilità e mortalità e maggiori costi. Questo dato deve farci riflettere ed essere uno stimolo a fare screening opportunistici per identificare i soggetti a rischio, sensibilizzarli e motivarli al fine di migliorarne l’adesione ai giusti stile di vita, o agli interventi nutraceutici o farmacologici e seguirli nel tempo, sempre in ottica di migliorarne la compliance, altro ‘tallone di Achille’ della prevenzione cardiovascolare su cui lavorare. (Altri interventi seguiranno nei nostri successivi lanci d’agenzia)
(fonte: Giampaoli S, Vannuzzo D e Gruppo di Ricerca del Progetto Osservatorio Epidemiologico Cardiovascolare/Health Examination Survey: La Salute degli italiani. Terzo Atlante Italiano delle Malattie Cardiovascolari. Edizione 2014. G Ital Cardiol 2014;4(S1):1S-31S)

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Arriva l’influenza: cautele

Posted by fidest press agency su lunedì, 11 dicembre 2017

influenzaMilano. Preceduto da notizie preoccupanti provenienti dall’Australia, dove c’è stato un alto incremento della diffusione della malattia e dei casi gravi rispetto agli anni precedenti, con oltre 50 morti, il male di stagione è alle porte e non è il caso di prenderlo “sotto gamba”. Secondo le previsioni, quest’anno saranno circa 5 milioni gli italiani colpiti dall’influenza, con un maggiore interessamento delle fasce che comprendono bambini ed anziani.L’influenza non va sottovalutata poiché è la terza causa di morte fra le malattie infettive, dopo la Tubercolosi e l’Aids. Il 90 per cento dei decessi si registra fra gli anziani, questi spesso preceduti da complicanze che ne determinano l’ospedalizzazione. “Se è vero che l’influenza non deve destare preoccupazione nella popolazione sana, essa può portare conseguenze gravi nei soggetti più a rischio” – dichiara il Prof. Fabrizio Pregliasco, Virologo, Ricercatore del Dipartimento di Scienze Biomediche per la Salute dell’Università degli Studi di Milano e Direttore Sanitario IRCCS Galeazzi di Milano. “In tal senso, il vaccino costituisce, senza dubbio, un salvavita per le categorie più fragili: i bambini piccoli, gli over 65 e coloro che sono affetti da patologie croniche sia di natura respiratoria che cardiaca”.
Anche se il picco influenzale è atteso dopo l’Epifania, migliaia di italiani sono già bloccati a letto in queste ore; la causa però non è solamente l’influenza vera e propria, infatti si stanno ancora registrando infezioni ad opera di virus “cugini”: “Attualmente, oltre i primi casi di influenza conclamata, stiamo assistendo, principalmente, alla circolazione di forme parainfluenzali legate agli sbalzi termici, causate da uno dei 262 virus diversi che hanno sintomi meno pesanti dell’influenza stagionale, ma che sono ugualmente debilitanti” – precisa il Prof. Pregliasco.
Le regole per non “farsi influenzare”Per il picco dell’influenza “vera” bisognerà ancora aspettare un almeno mese, ma come distinguerla dagli altri “mali di stagione”? “La “vera” influenza – continua il Prof. Pregliasco – si riconosce perché causa la presenza contemporanea di tre fattori: febbre elevata (più di 38 gradi) ad esordio brusco, sintomi sistemici come dolori muscolari/articolari e sintomi respiratori come tosse, naso che cola, congestione/secrezione nasale o mal di gola. Questi sintomi perdurano per diversi giorni e, nei soggetti più deboli, possono insorgere gravi complicanze, purtroppo a volte dall’esito addirittura fatale. Per tutte le altre patologie circolanti nei mesi invernali, si parla di infezioni respiratorie acute o sindromi parainfluenzali, ugualmente fastidiose, certo, ma non pericolose come può essere l’influenza per alcune categorie o fasce d’età”.
Oltre alla vaccinazione ci sono alcune misure efficaci nel prevenire infezioni di questo tipo: lavarsi frequentemente le mani, coprire la bocca e il naso quando si starnutisce e tossisce e rimanere a casa nei primi giorni di malattia respiratoria febbrile per non contagiare le persone con cui si viene in contatto.
L’influenza è altamente “età-dipendente”: se è vero che il paziente anziano è maggiormente vulnerabile al virus di tipo A, il virus B ha un impatto relativamente maggiore nei bambini e negli adolescenti. Una strategia vaccinale ottimale dovrebbe tener conto di questi aspetti epidemiologici.“Gli anziani, anche se in buona salute, hanno una ridotta capacità di risposta agli stimoli antigenici ed è quindi importante scegliere per loro un vaccino in grado di potenziare la risposta immunitaria” – continua il Prof. Pregliasco. “Nei vaccini adiuvati, oltre all’antigene, cioè quella sostanza che è propria dei batteri o dei virus verso la quale dobbiamo innescare la difesa, contiene anche altre sostanze adiuvanti, che aiutano il sistema immunitario a reagire in maniera più efficace alla presenza del virus”. Tutto ciò è stato ampiamente confermato dalla ricerca scientifica, infatti il vaccino adiuvato viene utilizzato in circa 30 paesi del mondo, inclusi gli Stati Uniti d’America. Recentemente, anche il Joint Committee on Vaccination and Immunisation (JCVI) Inglese ha espresso parere positivo per l’utilizzo del vaccino trivalente adiuvato negli over 65 in Gran Bretagna a partire dalla stagione influenzale 2018-19.

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Tumore del rene in Italia

Posted by fidest press agency su giovedì, 7 dicembre 2017

tumore reneNel 2017 in Italia sono stimati 13.600 nuovi casi di tumore del rene, con una netta differenza geografica nell’incidenza. La malattia colpisce di più nel Nord del nostro Paese: quest’anno si stima che i nuovi casi riscontrati nel Mezzogiorno siano il 43% in meno tra gli uomini e il 40% tra le donne rispetto al Settentrione. Il maggiore consumo di frutta e verdura fresca, tipico della dieta mediterranea, molto diffusa al Sud, protegge dal rischio di insorgenza della neoplasia. Oggi ci sono nuove armi nella lotta contro il tumore del rene. L’immuno-oncologia ha evidenziato importanti risultati positivi, consentendo di controllare a lungo la malattia anche nella fase metastatica, migliorando la sopravvivenza con una buona qualità di vita. In particolare, nivolumab è la prima molecola immuno-oncologica a dimostrare un beneficio di sopravvivenza in pazienti precedentemente trattati: il 39% è vivo a 3 anni rispetto al 30% di quelli che hanno ricevuto everolimus (terapia target). Inoltre il tasso di risposta oggettiva, a 36 mesi, ha raggiunto il 26% con nivolumab rispetto al 5% con la terapia target. Il nuovo approccio che sta cambiando lo standard di cura di questa neoplasia è approfondito oggi in un incontro con i giornalisti a Roma. “I dati aggiornati a 36 mesi dello studio CheckMate -025 su 803 pazienti, che ha condotto all’approvazione della molecola ad aprile 2016 in Europa e a febbraio 2017 in Italia, confermano l’efficacia dell’immuno-oncologia – spiega il prof. Giacomo Cartenì, Direttore dell’Oncologia Medica dell’Ospedale Cardarelli di Napoli -. Sono risultati davvero importanti. Va inoltre considerato che le percentuali a tre anni, raggiunte grazie all’immuno-oncologia, tendono a mantenersi a lungo termine, come dimostrano i dati di sopravvivenza in altri tipi di tumore, come il melanoma. L’obiettivo è arrivare in poco tempo alla personalizzazione del trattamento che è sempre più articolato grazie alle continue innovazioni nelle conoscenze biologiche della malattia”.
Oggi nel nostro Paese vivono circa 130mila persone con la diagnosi di questo tumore, cifra che è aumentata del 31% in otto anni (2010 – 2017). Il carcinoma a cellule renali a cellule chiare è il tipo a prevalenza più alta e costituisce l’80-90% dei casi totali. “Sono diversi i fattori di rischio associati all’insorgenza di questa neoplasia – afferma il prof. Camillo Porta dell’Oncologia Medica della Fondazione IRCCS Policlinico ‘San Matteo’ di Pavia -, in particolare il fumo, l’ipertensione arteriosa e l’esposizione occupazionale a cancerogeni chimici. Un ulteriore fattore di rischio importante è attribuito al sovrappeso, a cui va ricondotto il 25% delle diagnosi: un dato preoccupante se consideriamo che il 31,7% degli italiani over 18 è in eccesso di peso e il 10,5% obeso. Per questo, la lotta contro il tumore del rene parte dalla prevenzione e un ruolo chiave è svolto dalle campagne di sensibilizzazione e informazione”.
Il 60% circa delle neoplasie renali è individuato casualmente, come diretta conseguenza dell’impiego, sempre più diffuso, della diagnostica per immagini. “Un terzo dei pazienti arriva però alla diagnosi in stadio avanzato metastatico e in un terzo la malattia si sviluppa nella forma metastatica dopo l’intervento chirurgico con limitate possibilità di trattamento – continua il prof. Cartenì -. Quindi solo il 30% dei casi guarisce grazie alla sola chirurgia. Nel cancro del rene la chemioterapia e la radioterapia si sono dimostrate, storicamente, poco efficaci”. “Importanti prospettive – sottolinea il prof. Porta – si stanno aprendo anche grazie alla combinazione delle molecole immuno-oncologiche. La combinazione di nivolumab e ipilimumab ha evidenziato in prima linea (cioè in pazienti non trattati in precedenza) un netto miglioramento dei benefici clinici rispetto allo standard di cura (sunitinib), con una riduzione del rischio di morte del 37%. Non solo. La risposta obiettiva è quasi raddoppiata (42% nivolumab + ipilimumab vs 27% sunitinib) e la sopravvivenza libera da progressione ha raggiunto 11,6 mesi con la combinazione rispetto a 8,4 mesi con sunitinib”. Il dato emerge dallo studio di fase III CheckMate-214 che ha coinvolto 1082 pazienti con carcinoma a cellule renali avanzato pretrattato. Questo studio è stato interrotto anticipatamente lo scorso settembre perché ha raggiunto l’endpoint co-primario: la combinazione di nivolumab e ipilimumab ha infatti dimostrato una sopravvivenza globale superiore rispetto a sunitinib, in pazienti a rischio intermedio e sfavorevole.
Inoltre un’ulteriore analisi esplorativa dello studio in sottogruppi con diversa espressione del marcatore PD-L1 ha confermato che la combinazione delle due molecole è in grado di migliorare la sopravvivenza indipendentemente dai livelli di PD-L1, con un vantaggio anche nel controllo dei sintomi della malattia. L’agenzia regolatoria europea (EMA) ha recentemente validato la domanda di variazione di nivolumab in combinazione con ipilimumab per pazienti adulti con rischio intermedio/sfavorevole di carcinoma a cellule renali, seguirà la valutazione di questa procedura di variazione.

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Le nuove prospettive offerte dalle “terapie rigenerative”

Posted by fidest press agency su giovedì, 10 marzo 2016

ricercatoreRoma dal 9 all’11 marzo 2016 sesto Congresso C.O.R.T.E. presieduto dal prof. Nicolò Scuderi presso il Palazzo dei Congressi di Roma Eur. Intervento del prof. Mauro Picardo. Le ricerche cliniche e laboratoristiche svolte in questi anni sulla riparazione delle ferite difficili ci hanno portato a capire meglio i meccanismi biologici alla base delle rigenerazione tissutale, la rilevanza della ‘comunicazione’ e cooperazione tra le varie popolazioni cellulari e il ruolo dei mediatori solubili. Una delle sessioni del Congresso riguarda il lichen scleroatrofico (LS) una patologia infiammatoria a carattere cronico-recidivante che può interessare, con formazioni maculari o a placche, le mucose genitali maschili e femminili, la cute adiacente e in misura meno significativa la cute di altri siti corporei. Si caratterizza a livello clinico, con uno stato di sclerosi e/o atrofia tessutale inteso come pallore, perdita di elasticità ed indurimento dei distretti coinvolti. Per la sua elevata incidenza, circa il 25% delle osservazioni nei centri di patologia vulvare e per le importanti ripercussioni funzionali, è causa di una elevata morbilità soprattutto a carico della popolazione femminile. La maggiore frequenza nelle donne con un rapporto femmine/maschi variabile da 10:1 a 6:1 accosta il LS da un punto di vista patogenetico ad altre patologie di tipo autoimmunitario. In considerazione dell’ipotesi patogenetica quale malattia a carattere infiammatorio ed immuno-mediata, il Lichen scleroatrofico ha mostrato una elevata sensibilità alla terapia steroidea locale, con buoni o ottimi risultati sui sintomi, sulla obiettività e nel ridurre le conseguenze funzionali della malattia. Inoltre è stata osservata una regressione dei parametri dell’infiammazione e del danno tessutale anche a livello istologico. Il clobetasolo propionato, farmaco principe in questa azione, usato localmente come unguento o pomata, ha dimostrato un’efficacia superiore rispetto ad altri trattamenti finora effettuati. L’uso del cortisone ad elevata potenza prevede un trattamento di circa 20-30 giorni, due volte al giorno, per poi passare ad applicazioni bisettimanali come mantenimento per alcuni mesi. È importante in seguito monitorare la terapia in funzione del risultato e dei possibili effetti collaterali. Una possibile evoluzione è quella in un carcinoma che coinvolge la cute e le mucose per cui la pazienti debbono essere controllate periodicamente. Una nuova frontiera del trattamento del lichen è la terapia rigenerativa che ha lo scopo di cercare di riattivare le cellule che costituiscono il derma e arrestare o fare regredire il processo sclerotico. Tra le terapie proposte c’è utilizzazione del plasma arricchito di piastrine (PRP) e la combinazione del PRP con cellule staminali mesenchimali isolate dalla cellule adipose del grasso addominale. Le esperienze in corso in diversi centri Italiani dimostrano una significativa efficacia del trattamento che porta, soprattutto se iniziato in fasi non molto avanzate della malattia, a una riduzione della sclerosi con un miglioramento della sintomatologia dolorosa. Studi sperimentali sulle cellule staminali mesenchimali sembrano indicare che un importane ruolo dopo la loro reimpianto sia la produzione di fattori di crescita più che l’eventuale differenziamento in cellule del derma in accordo con alte ricerche in corso.
Staminali: La terapia cellulare… senza cellule. Le cellule staminali diventano vere e proprie ‘fabbriche di farmaci’. I ricercatori dell’Istituto Neurologico Carlo Besta di Milano le hanno utilizzate per la prima volta al mondo per ricavarne proteine e fattori di crescita e aiutare il corpo nel riformare naturalmente e più velocemente i suoi vasi sanguigni e tessuti. Grazie a questa nuova tecnica, infatti, ferite croniche come le ulcere diabetiche si sono cicatrizzate in un tempo sino a due volte più breve. Questo innovativo intervento di medicina rigenerativa è possibile grazie all’uso di piccole strutture, gli scaffolds, costituite della più sottile fibra di seta, che vengono ‘immerse’ nelle cellule staminali e che come spugne si imbevono delle benefiche molecole prodotte da queste ultime. Gli scaffolds, una volta collocati nella lesione, le rilasciano poco per volta, aiutando l’organismo in una cicatrizzazione rapida. Si tratta di un approccio del tutto nuovo all’uso delle cellule staminali. Infatti, invece di usarle direttamente come una sorta di panacea capace di diventare qualsiasi tipo di cellula e così riparare ogni tipo di danno all’interno del corpo, le abbiamo utilizzate come produttrici di molecole attive, una sorta di capsule che contengono più farmaci, senza la necessità di trapiantarle nel corpo. Abbiamo realizzato una vera e propria terapia cellulare senza l’impiego di cellule direttamente innestate sul soggetto trattato. I vantaggi nell’uso della matrice ‘decellularizzata’ sono una più facile conservazione, una riduzione della possibilità di reazioni immunologiche e dunque di rigetto, o patogene, di infezione. Questa ricerca suggerisce un uso potenziale di queste strutture decellularizzate nella cura di ulcere croniche diabetiche negli esseri umani.
L’acne inversa. Un altro risvolto della ricerca sulla riparazione tissutale è la dimostrazione del ruolo rilevante dei processi infiammatori nella induzione del danno tissutale e del ritardo nei processi di riparazione. Focalizzare la terapia verso i mediatori dell’infiammazione a seconda delle patologie può migliorare il decorso o prevenire la perdita di sostanza. L’idrosadenite suppurativa, anche conosciuta come acne inversa o malattia di Verneuil, é una dolorosa malattia cronica, orfana di diagnosi e terapie. Interessa l’epitelio del follicolo pilifero e, in via secondaria, le ghiandole sudoripare apocrine delle zone ‘inverse’ – ascelle, glutei, zona perianale, inguine e seno – ma non disdegna di colpire anche collo, cuoio capelluto e addome. Si manifesta con un’infiammazione della pelle, caratterizzata dalla comparsa noduli sottocutanei infiammatori (cisti), ascessi singoli o multipli, ricorrenti e recidivanti, e fistole. Le neoformazioni creano dei canali sottocutanei che le mettono in collegamento tra loro, estendendo il perimetro dell’infiammazione. Tipico della patologia é il fatto che gli ascessi si aprano (suppurazione), dando luogo alla fuoriuscita di pus ed altro materiale organico purulento risultato. L’estensione e la gravità delle lesioni è molto variabile; alcuni pazienti presentano forme lievi che interessano una sola regione mentre, nella maggior parte dei casi, è presente un coinvolgimento a livello di più aree. Non sappiamo la percentuale di prevalenza dell’idrosadenite suppurativa. La letteratura scientifica internazionale riferisce dati differenti che oscillano tra l’1% circa al 4% della popolazione generale. La patologia colpisce soggetti di ambo i sessi, tuttavia sembra esserci una prevalenza maggiore nelle donne rispetto agli uomini (con un rapporto M:F da 1:2 a 1:5). Sono state riscontrate differenze di genere anche rispetto alla localizzazione delle lesioni: nel sesso maschile è più frequente l’interessamento della regione ascellare, inguinale e interglutea, mentre nella donna la zona ascellare, sottomammaria e importante coinvolgimento della regione genitale. L’esordio della patologia è riscontrabile con maggiore frequenza tra le seconda e la terza decade di vita (20-30 anni), ma anche in età pre-puberale o dopo i 50 anni circa.
Le cause dell’idrosadenite suppurativa non sono ancora conosciute, tuttavia alcuni studi hanno rilevato il coinvolgimento di fattori che potrebbero aggravare il quadro, quali: fattori genetici (malattia può divenire familiare), ormonali e stile di vita (fumo e obesità possono aggravare i sintomi della patologia). Da recenti evidenze anche l’alimentazione ha un ruolo nella frequenza con cui si manifestano gli ascessi. La malattia oltre all’importante sintomatologia ha notevoli riflessi sulla qualità della vita e sui rapporti interpersonali. La terapia non è definita ma vengono in genere prescritti antibiotici topici e sistemici per periodi prolungati e derivati della vitamina A in particolare l’acitretina. Recentemente è stato dimostrato che la somministrazione di farmaci biologici ed in particolare di anticorpi anti la citochina infiammatoria TNFalfa, sono in grado di migliorare significativamente l’evoluzione delle manifestazioni a dimostrazione che la patologia è inizialmente infiammatoria e che successivamente si sviluppa la crescita batterica che dà origine alle fistole e alla produzione di pus. Il microbioma sella cute. L’ipotesi patogenetica che si sta sviluppando considera che in seguito a stimoli ormonali o ad alterazioni del metabolismo del glucosio ed in particolare delle resistenza periferica all’insulina, possano indursi fenomeni infiammatori in gradi di modificare sensibilmente il microbioma cutaneo, cioè della composizione della flora batterica e micotica che normalmente è presente sulla superficie cutanea rappresentata da alcuni miliardi di batteri di alcune specifiche specie il cui equilibrio risulta essere fondamentale nel mantenimento dell’omeostasi cutaneo e nel controllo dell’insorgenza di fenomeni infiammatori e nei processi di riparazione dei tessuti. Obiettivo capire come si sviluppa il microbioma sulla cute e quale sia la sua funzione e soprattutto come bisogna preoccuparsi di ricostituirlo nella riparazione delle feriti difficili con l’utilizzazione di antibiotici specifici e per periodi di tempo limitato e con attento utilizzo di antisettici aspecifici. Ma uno dei problemi più frequenti è quello di riuscire a mantenere il risultato raggiunto dopo i trattamenti terapeutici, aspetto molto importante in considerazione della elevata incidenza di recidive di lesioni ulcerative in relazione alle patologie di base. Tra gli i vari aspetti riabilitativi è estremamente importante l’alimentazione, purtroppo non sempre correttamente considerata: soprattutto i soggetti anziani e defedati vanno facilmente in deficit nutrizionale con una diminuzione della concentrazione di proteine tissutali.

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Dieta mediterranea e metformina, un valido aiuto per i pazienti con malattie metaboliche

Posted by fidest press agency su domenica, 6 marzo 2016

istituto nazionale tumoriSulla base di sperimentazioni cliniche e di promettenti studi osservazionali, viene presentato all’Istituto Nazionale dei Tumori lo studio MeMeMe. Finanziato dall’European Research Council, in cinque anni recluterà 2mila persone con sindrome metabolica.La dieta mediterranea si conferma un’alleata della nostra salute. Sperimentazioni cliniche già condotte in passato suggeriscono che questo tipo di dieta sia efficace nel far regredire la sindrome metabolica, e diversi studi osservazionali dimostrano che può essere associata a un’incidenza più bassa di patologie cardiovascolari e di tumori. Al contempo la metformina, farmaco per il trattamento del diabete di tipo 2, sperimentato con successo anche nella prevenzione del diabete in soggetti con intolleranza al glucosio o con sindrome metabolica ad alto rischio di sviluppare diabete di tipo 2, sembrerebbe essere associata a una minore incidenza di tumori in pazienti diabetici.Sulla base di queste incoraggianti evidenze, è partito dall’Istituto Nazionale dei Tumori (INT) il reclutamento di volontari per il nuovo studio MeMeMe, che valuterà l’efficacia di dieta mediterranea e metformina nella prevenzione primaria delle malattie croniche legate all’età, in persone sane ma esposte a maggior rischio perché affette da sindrome metabolica. Lo studio è stato presentato oggi nel corso del convegno “La prevenzione delle malattie croniche: stile di vita e Metformina”, che si è svolto presso l’INT. Il progetto di ricerca ha ottenuto un finanziamento dall’European Research Council (ERC) e attualmente è l’unico trial di questo tipo attivo in Europa.”Il nuovo studio si basa proprio su questi presupposti – spiega la dottoressa Patrizia Pasanisi, dirigente medico, specialista in Epidemiologia e nutrizionista dell’INT-. L’ ipotesi da cui partiamo è che una frazione importante dell’incidenza e della mortalità per malattie croniche, circa il 25-33%, potrebbe essere prevenuta sia attraverso un cambiamento complessivo, radicale ma sostenibile, dello stile di vita, sia con un trattamento chemiopreventivo con metformina, un farmaco il cui meccanismo d’azione include l’attivazione degli stessi geni messi in moto dalla restrizione calorica e dall’attività fisica”.Lo studio MeMeMe avrà una durata di cinque anni e recluterà 2mila persone con sindrome metabolica da randomizzare in quattro gruppi di 500 persone ciascuno, che riceveranno uno dei seguenti trattamenti: metformina (1700 mg/die) più intervento attivo di stile di vita; placebo + intervento attivo di stile di vita; metformina sola (1700 mg/die); placebo solo.”Non ci sono particolari effetti collaterali – aggiunge Pasanisi -. La metformina è un farmaco molto sicuro usato da più di 50 anni per la terapia del diabete e può essere efficace anche per prevenire il diabete in persone con la glicemia superiore alla norma. Nello studio, prima della randomizzazione, è prevista una fase di ‘prova’ in cui tutti i potenziali partecipanti ricevono un trattamento iniziale per 30 giorni con metformina 500 mg, somministrata per la valutazione di eventuali effetti indesiderati. Al termine di questi 30 giorni lo studio prevede la randomizzazione in metformina o placebo. Il partecipante riceverà un flacone con 62 compresse di Metformina 850 mg o di placebo da assumere però ancora in un’unica pillola al giorno per due mesi. Solo al termine di questi ulteriori due mesi il partecipante assumerà la dose piena prevista, di due pillole al giorno (di metformina o placebo). Nel caso in cui qualcuno accusasse disturbi potenzialmente attribuibili al farmaco, dopo il secondo mese potrà ridurre la dose ad una sola pillola al giorno”.
Per quanto riguarda la dieta, tutti i partecipanti riceveranno raccomandazioni generali per la prevenzione dei tumori, del diabete e delle malattie cardiovascolari, e solo i partecipanti randomizzati nel gruppo di intervento saranno invitati a seguire quattro corsi di cucina e a partecipare mensilmente a un pranzo o a una cena e a incontri informativi per rafforzare il proprio impegno nell’adottare uno stile di vita preventivo.Sono escluse dal trial le persone già diabetiche, con insufficienza renale o che hanno già avuto infarti o tumori maligni. (foto: istituto nazionale tumori)

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Tumore al seno: incidenza

Posted by fidest press agency su venerdì, 13 novembre 2015

tumore al senoRoma. Aumentano i casi di tumore del seno nelle under 50. In 15 anni nel nostro Paese si è registrato un incremento del 27%: erano 7.921 nel 2000, quest’anno le nuove diagnosi in questa fascia d’età saranno 10.105. Per questo diventa essenziale rivedere i criteri di accesso alla mammografia ed estendere il test a tutte le italiane a partire dai 45 anni. A lanciare l’appello gli oncologi riuniti nell’International Meeting on New Drugs in Breast Cancer, che si apre domani al Regina Elena di Roma con la partecipazione di più di 200 esperti da tutto il mondo. “Lo screening nelle donne dai 50 ai 69 anni ha contribuito in maniera determinante a ridurre di quasi il 40% la mortalità per cancro del seno nell’ultimo ventennio – spiega il prof. Francesco Cognetti, direttore dell’Oncologia Medica del Regina Elena di Roma e presidente del Convegno giunto alla quarta edizione -. L’età del primo esame va abbassata per tutte le donne a 45 anni e i controlli devono proseguire fino ai 74. Oggi solo due Regioni, Emilia-Romagna e Piemonte, hanno ampliato in maniera strutturata la fascia d’età da coinvolgere nei programmi di screening, come suggerito dal ‘Piano nazionale prevenzione’”. Nel 2015 sono stimati in Italia circa 48.000 nuovi casi di tumore del seno, 692.955 donne vivono con una diagnosi per questa patologia. “L’innovazione prodotta dalla ricerca ha permesso di raggiungere risultati importanti – afferma il prof. Cognetti -. In quindici anni le percentuali di guarigione sono cresciute di circa il 10%, passando dal 78 all’87 per cento. Si tratta di un risultato eccezionale, da ricondurre alle campagne di prevenzione e a trattamenti innovativi sempre più efficaci”. E, se si interviene ai primissimi stadi, la sopravvivenza raggiunge il 98%”. “Ma il tumore del seno – continua il prof. Cognetti – resta la più frequente causa di morte per cancro nel sesso femminile anche fra i 40 e i 50 anni. Vanno quindi sensibilizzate le donne ad aderire alla mammografia ed è necessario che le Istituzioni siano pronte a recepire le indicazioni che provengono dalla comunità medico-scientifica”. Nel biennio 2011-2012 quasi 5.300.000 donne di età compresa fra 50 e 69 anni sono state invitate a sottoporsi alla mammografia, circa 3.000.000 sono state esaminate. L’estensione teorica è risultata pari al 94,4%, mentre quella effettiva è stata del 73,3%. Il confronto tra le Regioni del Nord e del Centro con quelle del Sud Italia rivela ancora uno squilibrio nell’estensione di questo esame: mentre al Nord e al Centro è rispettivamente del 94% e dell’86%, al Sud il valore registrato è inferiore al 40%. “Le evidenze scientifiche – conclude il prof. Cognetti – dimostrano che nelle donne ad alto rischio per importante storia familiare o perché portatrici della mutazione di un particolare gene, BRCA1 o BRCA-2, i controlli mammografici dovrebbero iniziare a 25 anni o 10 anni prima dell’età di insorgenza del tumore nel familiare più giovane. Questi sono casi particolari, perché la maggior parte delle diagnosi di tumore del seno sotto i 50 anni non è legata a fattori ereditari. Ma l’incidenza della malattia nelle quarantenni è in costante crescita. Ecco perché è indispensabile abbassare la soglia dello screening a 45 anni. Solo così potremo salvare più vite”. Come dimostrano gli studi scientifici la riduzione della mortalità per carcinoma mammario grazie allo screening è diversa nelle varie fasce d’età. È pari al 14% per le donne fra 50 e 59 anni e al 32% per quelle fra 60 e 69. La sensibilità della mammografia infatti aumenta in relazione all’età per la riduzione della densità mammaria. Da qui l’opportunità di includere nei controlli anche le over 70.

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Tumore al fegato: la ricercatrice From “adottata” da Sancinelli studierà il triste primato bergamasco

Posted by fidest press agency su mercoledì, 27 Mag 2015

sarcinelliIn provincia l’incidenza supera la media lombarda e quella nazionale: l’obiettivo dello studio della ricercatrice Clara Dibenedetto sarà analizzare gli standard di diagnosi e cura per epatocarcinoma sul territorio al fine di ridurne l’impatto clinico. Si chiama Clara Dibenedetto ed ha 32 anni la ricercatrice “adottata” da Roberto Sancinelli, presidente della Montello S.P.A., che lo scorso 26 novembre al Teatro Sociale, in occasione della serata di presentazione della Fondazione per la Ricerca Ospedale Maggiore di Bergamo (FROM) aveva annunciato davanti alla nutrita platea di intervenuti la sua volontà di sostenere la ricerca scientifica di qualità fatta a Bergamo.Oltre al Papa Giovanni XXIII verranno coinvolti anche l’Ospedale di Seriate, di Treviglio, di Ponte San Pietro, di Zingonia e gli Spedali Civili di Brescia. Il progetto è organizzato in 4 fasi: la prima consiste nella creazione di un database condiviso con gli altri ospedali; la seconda nella raccolta dei dati sulle modalità di gestione clinica dei pazienti nei vari centri; la terza nel confronto sulle criticità e nella programmazione di strategie diagnostico-terapeutiche comuni; la quarta e ultima fase consisterà nell’analisi degli “outcome” nelle varie strutture. Il tumore al fegato è la quinta neoplasia più frequente nel mondo e la terza causa di morte per cancro. È conseguenza di altre patologie come virus (epatiti soprattutto), disordini metabolici, malattie congenite delle vie biliari, malattie autoimmuni e vascolari, oppure di abitudini scorrette come l’assunzione di eccessive quantità di alcol. Bergamo e provincia hanno un tasso di incidenza di epatocarcinomi superiore a tutte le altre aree dell’Italia e della Lombardia, e quasi doppia rispetto alle province del Nord Ovest e del Nord Est. In particolare rispetto a tutto il Nord Italia sarcinelli1sia gli uomini che le donne bergamasche hanno un’incidenza notevolmente più alta e un eccesso di mortalità statisticamente significativo pari al 54% nelle donne e al 37% negli uomini. Nel quinquennio 2006-2011 il distretto con un rischio di mortalità significativamente più alto è stato quello di Romano di Lombardia tra gli uomini e la Val Seriana tra le donne.
Clara Dibenedetto si è laureata con 110 e lode in Medicina e chirurgia all’Università degli studi di Milano nel 2008 e si è specializzata in Medicina interna nel medesimo ateneo nel luglio dello scorso anno con il massimo dei voti. Ha lavorato per 6 mesi all’ospedale universitario Hospital Clinic di Barcellona, centro di riferimento in Europa per la cura delle patologie del fegato. E’ attualmente iscritta al Master in Medicina dei trapianti ed epatologia avanzata dell’Università degli studi di Milano-Bicocca, la cui attività didattica si svolge in diversi ospedali lombardi, tra cui il Papa Giovanni XXIII. (foto:Di benedetto, Sarcinelli)

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Algodistrofia

Posted by fidest press agency su mercoledì, 26 novembre 2014

algodistrofiaPatologia con un’incidenza, pari a 26 casi su 100.000 pazienti l’anno, decisamente superiore a quella di una malattia finora considerata rara, che coinvolge quasi esclusivamente le estremità (mani e piedi) ed ha una prevalenza maggiore nel sesso femminile. L’Algodistrofia o “Sindrome Dolorosa Regionale Complessa” (CRPS di tipo I), si manifesta principalmente a causa di un trauma o di una frattura e sviluppa come sintomo dominante il dolore che assume i caratteri particolari dell’iperalgesia (si avverte più dolore di quello normalmente avvertito per uno stimolo algogeno) e dell’allodinia (si avverte dolore anche per stimoli normalmente non dolorosi come lo sfioramento). Se non trattata precocemente può evolvere in una fase in grado di causare invalidità permanente nella funzione della mano e del piede.“La ricerca ASIS, oltre ad essere la prima al mondo sul tema, – dichiara il Professor Paolo Cherubino, Presidente SIOT – si pone come obiettivi quello di fotografare la qualità della vita dei pazienti con Algodistrofia per raccogliere le loro esperienze, i loro problemi e le loro aspettative, al fine di capire il percorso diagnostico affrontato, valutarne l’impatto sull’attività dell’ortopedico e analizzare l’approccio terapeutico adottato. L’attesa è quella di dare una maggiore visibilità a questa problematica a beneficio del paziente, ottimizzando i processi che lo vedono coinvolto dalla diagnosi al trattamento. È opportuno ricordare infatti come a inizio 2014 la situazione dal punto di vista delle indicazioni terapeutiche sia decisamente migliorata. L’AIFA, a seguito di un recente studio italiano, ha indicato il Neridronato come molecola d’elezione per trattare i malati di Algodistrofia, in grado quindi di ridurre sia la sintomatologia dolorosa sia le locali alterazioni trofiche dei tessuti colpiti, fino alla remissione completa della disabilità causata dalla malattia.”L’Algodistrofia oltre al dolore, può presentare una sintomatologia complessa ed essere accompagnata da: cambiamenti della temperatura nella zona interessata, della sensibilità, da un aumento della sudorazione e dalla presenza di edema. Inoltre nella zona colpita non è raro, attraverso un esame strumentale, rilevare un’osteoporosi localizzata.Il Prof. Umberto Tarantino, primario dell’Istituto di ortopedia al Policlinico di Tor Vergata di Roma, illustrando la ricerca ASIS spiega: “Abbiamo selezionato un campione di 34 centri di eccellenza nel trattamento dell’Algodistrofia che rappresentano un punto di riferimento nel mondo dell’ortopedia, per raccogliere le esperienze dei diversi centri dislocati sul territorio italiano. Attraverso questionari e colloqui ortopedico e pazienti selezionati, cercheremo di misurare in modo oggettivo la qualità della vita e l’impatto sociale/lavorativo che l’Algodistrofia produce in chi ne è colpito.”“La SIOT – conclude il Prof. Giovanni Iolascon, Professore di Medicina Fisica e Riabilitazione presso la Seconda Università di Napoli – con lo start-up della ricerca ASIS ha dato il via a un progetto di ampio respiro il cui scopo ultimo è far tornare alla normalità ed alla vita attiva i pazienti, accendendo un riflettore su una patologia, potenzialmente così invalidante, per ottenere con maggior frequenza possibile una corretta diagnosi, adesso che una terapia efficace è stata individuata.”

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Italiani diabetici

Posted by fidest press agency su mercoledì, 5 novembre 2014

diabete_21-300x224Secondo i dati Istat 2013, in Italia il diabete interessa il 5,4% della popolazione, il che vale a dire che più di 3 milioni di italiani ne soffrono, lo stesso OMS parla addirittura di vera e propria “epidemia” del diabete.
Il diabete di tipo 2 rappresenta il 90% dei casi: la prevalenza aumenta con l’età fino a raggiungere il 20,4% nelle persone con età uguale o superiore ai 75 anni. Per quanto riguarda la distribuzione geografica in Italia, la prevalenza è più alta nel Sud e nelle Isole, con un valore del 6,6%, seguita dal Centro con il 5,3% e dal Nord con il 4,6%.Numeri importanti, che tenderanno a crescere se non si metteranno in atto tutte le misure concrete predisposte all’interno del PND.Di diabete e dello stato di implementazione del Piano nazionale sulla malattia diabetica si discute oggi a Roma durante il Workshop “Il Piano Nazionale sulla malattia diabetica: una best practice al banco di prova dell’implementazione regionale”, promosso da AboutPharma, con il patrocinio del Ministero della Salute e organizzato con il contributo di AstraZeneca. L’evento, che si pone a chiusura di una serie di incontri regionali dal titolo “Il Piano Nazionale sulla Malattia diabetica al banco di prova dell’attuazione regionale: una valutazione di sistema”, vuole illustrare le principali vie proposte dal Piano per affrontare le problematiche relative alla patologia e avviare un confronto tra il livello nazionale e i livelli regionali, analizzando le azioni intraprese e l’impegno assunto da 4 Regioni chiave (Puglia, Sicilia, Lombardia e Liguria) per l’implementazione del PND e la gestione della patologia.
L’obiettivo è quello di definire un’agenda operativa di lotta al diabete che si basi su 3 punti fondamentali, quali: istituzione di PDTA sul diabete, riallocazione delle risorse e concreta partecipazione delle persone con diabete nella lotta alla patologia.“Il Piano Nazionale sulla malattia diabetica è il documento più importante in materia di assistenza alla persona con diabete dai tempi della legge 115 del 1987 ed è l’unico Piano dedicato a una specifica patologia cronica non trasmissibile e pubblicato in Gazzetta Ufficiale, ponendosi così come pietra miliare nella storia dell’assistenza alla cronicità in Italia” – spiega Paola Pisanti dirigente del Ministero della Salute, Presidente della Commissione Nazionale Diabete. “Per un’efficace ed efficiente attuazione degli obiettivi proposti nel PND è fondamentale che le Regioni continuino ad impegnarsi, oltre che nel recepimento, anche nell’effettiva implementazione dello stesso al fine di garantire i più opportuni assetti locali nella gestione del diabete” – conclude la Pisanti.”“Nonostante si riscontrino elevati tassi di prevalenza e un alto rischio di complicanze, la gestione del diabete rappresenta un modello di riferimento tra le patologie croniche, poiché si presta ad essere definito da un percorso diagnostico-terapeutico abbastanza delineato” – sostiene Americo Cicchetti, Professore di Organizzazione Aziendale e Direttore dell’ALTEMS dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. “Lo stesso PND evidenzia la necessità di implementare i LEA secondo le priorità di salute delle persone con diabete e nel rispetto della condivisione dei Percorsi Diagnostici Terapeutici Assistenziali (PDTA), i quali vanno costruiti attraverso rigorosi percorsi che selezionano le tecnologie da adottare (farmaci, dispositivi, ecc.) secondo l’approccio dell’health technology assessment” – conclude Cicchetti.“L’Italia ha una formidabile rete di assistenza specialistica diabetologica, invidiataci in tutto il mondo anche per i risultati che ha conseguito. Ci sono evidenze forti di cost-effectiveness di questa rete” – dichiara Enzo Bonora, Presidente della Società Italiana di Diabetologia. “La rete costa l’1% del totale della spesa attribuibile al diabete” – continua Bonora – “una rete che il PND ha considerato come irrinunciabile e che va solo ottimizzata a costo zero, eliminando piccoli ambulatori isolati i cui professionisti che vanno collocati in centri dotati di tutte le risorse necessarie. Una rete di secondo e terzo livello che va integrata con la rete di primo livello (i MMG) anche grazie all’uso massiccio dell’informatica”.“Nonostante nell’ultimo decennio sia cambiata la percezione della malattia da parte dell’opinione pubblica, il diabete è ancora oggi una di quelle malattie che il paziente stesso tende a trascurare”- sostiene Antonio Ceriello, Presidente dell’Associazione Medici Diabetologi. “Vista la complessività e la variabilità della patologia da soggetto a soggetto, ci stiamo muovendo sempre più verso una personalizzazione dell’approccio, che combini l’appropriatezza della cura con la tempestività, nell’idea che bisogna trattare subito e trattare bene. L’AMD, a questo proposito, ha lanciato il Progetto quadriennale NICE – Need is core of effectiveness” – conclude Ceriello.“Una concreta attuazione degli obiettivi del Piano deve prevedere l’effettivo coinvolgimento delle Associazioni pazienti nei tavoli decisionali, come anche auspicato nel più recente Patto della Salute, con il fine ultimo di raggiungere quei livelli di assistenza appropriati che costituiscono la condizione preliminare essenziale per migliorare la qualità di vita delle persone” – sottolinea Egidio Archero, Presidente della FAND.“AstraZeneca è impegnata a fornire terapie sempre più efficaci ed innovative” – commenta Nicola Braggio, Amministratore Delegato di AstraZeneca Italia. “Con questa consapevolezza abbiamo scelto di contribuire all’organizzazione di incontri regionali per avviare un confronto tra quanto stabilito dal PND e quanto realmente recepito e applicato a livello locale” – conclude Braggio.

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Osteoporosi: stop alla fratture

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 ottobre 2014

osteoporosiIn occasione della Giornata Mondiale dell’Osteoporosi, il Prof. Giovanni Minisola, esperto di Osteoporosi e Direttore della Divisione di Reumatologia dell’Ospedale di Alta Specializzazione “San Camillo” di Roma, lancia un appello a tutta la popolazione femminile del Lazio, dai 50 anni in poi, affinché non vengano sottovalutati sintomi, come il dolore nei tratti dorsale e lombare della colonna, che possono essere dipendenti da fratture per fragilità ossea causata dall’osteoporosi severa, la cui incidenza è molto più comune di quanto si pensi.
La ricerca ha fornito un interessante spaccato relativo alla popolazione femminile del Lazio, da cui è emerso, ad esempio, che a fronte di una generale conoscenza della patologia (8 donne su 10), l’osteoporosi è però ritenuta grave soprattutto da chi soffre personalmente di fratture ricorrenti e dalle donne anziane (tra i 70 e i 79 anni). Assolutamente sottovalutati, invece, i rischi dovuti alla fragilità ossea a seguito di una caduta, che si accetta come una conseguenza dell’età e con un atteggiamento quasi di rassegnazione. Parlando di fattori di rischio, le donne del Lazio indicano l’essere andate in menopausa precoce come il principale, ma ritengono che anche avere un’alimentazione sbilanciata comprometta a lungo andare la salute delle ossa. Interessante è anche il fatto che, in caso di diagnosi di osteoporosi, esse non sono certe di rivolgersi ad un Centro specializzato per il trattamento di questa patologia e che, in generale, si dicono poco propense a riorganizzare la propria abitazione (togliere tappeti, spostare il mobilio…) in chiave preventiva di rischi di eventuali cadute.
«I risultati dell’indagine – dichiara il Prof. Giovanni Minisola – provano come tra le donne di età maggiore di 50 anni residenti nella nostra Regione sia diffuso rispetto al problema dell’Osteoporosi un atteggiamento arrendevole e rassegnato e come siano poco noti e sottovalutati i fattori che predispongono al rischio di fragilità ossea. Parliamo, ad esempio, del fumo, dell’eccessiva magrezza, dell’abuso di alcolici e della predisposizione famigliare per questa frequente e sottovalutata malattia, che causa fragilità ossea e che predispone al rischio di fratture. È chiaro come manchi ancora tra le donne un’informazione approfondita sull’Osteoporosi e sulle complicanze fratturative della forme severe. Ciò, verosimilmente, dipende anche dalla classe medica che non è stata finora in grado di sensibilizzare nella misura dovuta la popolazione femminile rispetto all’Osteoporosi e ai pericoli delle fratture ossee. Oggi, infatti, assistiamo ad una grave sottostima del rischio correlato alle fratture da fragilità ossea, come quelle del collo del femore, e non si considera che in tutto il mondo tali fratture sono tra le principali cause di morbilità e mortalità. Tutto lascia prevedere, stando alle ultime stime, che nei prossimi 40 anni, in assenza di percorsi diagnostico-terapeutici mirati per la popolazione a rischio, anche in Italia l’incidenza delle fratture da fragilità ossea raddoppierà».«Le istituzioni devono impegnarsi per creare una rete in grado di non lasciare sole le donne che soffrono di fragilità ossea, anche nella fase successiva alla cura, perché le percentuali di ricaduta sono altissime – spiega l’On. Rodolfo Lena, presidente della commissione Politiche sociali e Salute del Consiglio regionale – . Abbiamo nel Lazio dei centri di eccellenza per il trattamento dell’osteoporosi ma la sfida che oggi va raccolta è una piena integrazione sociosanitaria a livello territoriale» L’osteoporosi è una malattia di ampia rilevanza sociale e rappresenta, nel nostro paese, un importante problema di salute pubblica. Si tratta di una patologia sistemica dell’apparato scheletrico, caratterizzata da un aumentato rischio di fratturarsi sia per una bassa densità minerale ossea che per un deterioramento della microarchitettura del tessuto osseo che, come tutto il nostro organismo, è destinato ad invecchiare. Per questi motivi le ossa diventano più fragili e sono più suscettibili al rischio di frattura per traumi anche minimi.L’Osteoporosi può essere primaria, post-menopausale o senile, e secondaria. Quest’ultima forma è così denominata perché associata ad altre malattie e, in particolare, a malattie reumatiche come artrite reumatoide e lupus per le quali viene spesso impiegato il cortisone, un farmaco che favorisce lo sviluppo di osteoporosi anche severa. «La patogenesi dell’osteoporosi associata a malattie reumatiche è multifattoriale – specifica il Prof. Minisola – riconoscendo essenzialmente sia meccanismi specificamente legati alla natura delle diverse malattie, sia meccanismi riconducibili ai farmaci impiegati per il loro trattamento. Tra questi il cortisone, un farmaco largamente utilizzato in Reumatologia, fortemente osteopenizzante e, pertanto, in grado di aumentare considerevolmente il rischio di fratture. Per tali motivi è necessario che quanti sono colpiti da malattie reumatiche, specie se in trattamento cortisonico, vengano attentamente sorvegliati anche per le possibili complicanze a carico dello scheletro provocate non solo dalla malattia di base ma anche dalla terapia».Le fratture da fragilità ossea, conseguenza grave dell’osteoporosi, hanno un’incidenza che non deve essere assolutamente da sottovalutare: secondo la World Health Organization, infatti, ogni 3 secondi, si verifica una frattura da fragilità osteoporotica a carico di femore, polso e vertebre. Ciò equivale a circa 25 mila fratture al giorno o 9 milioni all’anno.Si calcola che almeno il 40% delle donne dopo i 50 anni andrà incontro ad una frattura da osteoporosi quali fratture di femore (17%), vertebrali (16%) o di altri segmenti ossei (polso, pelvi, omero prossimale ecc.). Secondo l’OMS e la IOF (International Foundation of Osteoporosis) la presenza di una frattura da fragilità ossea (vertebrale o di altri segmenti scheletrici), configura sempre una condizione di OP severa. «La politica non deve compiere lo stesso errore di quelle donne che sottovalutano l’emergenza osteoporosi – conclude l’On.le Lena – l’età media sempre più alta della popolazione femminile del Lazio e l’aumentata aspettativa di vita impone una riflessione approfondita su questa patologia, che va affrontata alla stregua delle altri grandi patologie di genere, come il cancro al seno, anche attraverso specifici programmi di informazione e prevenzione».
I principali fattori di rischio per le fratture da fragilità ossea sono l’età, le pregresse fratture da fragilità, la terapia cortisonica cronica, un aumentato rischio di cadute dovuto a carenze visive come anche la concomitanza di malattie neuromuscolari, il ridotto apporto di calcio o la carenza di vitamina D. Ma anche la famigliarità per fratture, la menopausa precoce, l’eccessiva magrezza, il fumo e l’abuso di alcol. Oltre ai cortisonici, anche altri farmaci (ad esempio antiepilettici e anticoagulanti) contribuiscono ad aumentare il rischio di osteoporosi.«Pertanto è assolutamente necessario individuare precocemente i soggetti a rischio – conclude Giovanni Minisola – per intraprendere un adeguato iter diagnostico-terapeutico finalizzato a ridurre significativamente il rischio fratturativo. Sono soprattutto le donne che hanno nella propria famiglia casi di frattura di femore e che hanno un elevato rischio personale di frattura quelle per le quali è particolarmente indicata una MOC. Si tratta di un esame fondamentale e non invasivo, che misura la densità dell’osso, che permette di accertare l’esistenza di Osteoporosi e che mette in condizioni il medico di attuare tempestivamente una terapia efficace e personalizzata».Dai 50 anni di età, per ogni donna è fondamentale conoscere il proprio rischio fratturativo. Sul sito http://www.stopallefratture.it è disponibile il Defra Test online, test di autodiagnosi per valutare il rischio personale di fratturarsi nei successivi 10 anni (basso, medio, elevato, molto elevato). A seconda del risultato ottenuto, verranno indicate, per tutte, raccomandazioni e consigli su come prevenire eventuali fratture da fragilità.

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Dolore episodico intenso

Posted by fidest press agency su domenica, 20 Mag 2012

Fa tappa oggi a Milano, presso lo StarHotels Echo di Viale Andrea Doria 4, il corso di formazione itinerante sull’HTA nel dolore episodico intenso. L’iniziativa consiste in una serie di workshop che si svolgeranno in 8 città d’Italia, per illustrare i criteri dell’Health Tecnology Assessment (HTA) applicati ad una delle più insidiose e rilevanti manifestazioni di dolore che colpiscono i pazienti affetti da patologie oncologiche, appunto il Breakthrough cancer Pain (BTcP) o dolore episodico intenso. Il programma di HTA, che si avvale del sostegno incondizionato di Grünenthal Italia, ha il preciso obiettivo di condividere le conoscenze, creare confronto, collaborazioni e sinergie tra professionisti, organizzazioni, aziende e istituzioni per valorizzare e consolidare la valutazione delle tecnologie come patrimonio dei servizi sanitari. L’HTA, strumento multidisciplinare di valutazione, è di grande attualità in tempi in cui è indispensabile ottimizzare la spesa sanitaria. La sua applicazione è necessaria per fornire ai decisori prove scientifiche, al fine di intraprendere le scelte migliori in termini di efficacia, efficienza ed equità nel contesto sanitario. Nello specifico caso del dolore episodico intenso, a due anni dall’entrata in vigore della legge 38 che disciplina terapia del dolore e cure palliative, l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma ha elaborato un modello farmacoeconomico per la gestione del BTcP, con la collaborazione di un panel di esperti della Società Italiana di HTA (SIHTA), della Società Italiana Cure Palliative (SICP), della Società Italiana Farmacisti Ospedalieri (SIFO) e della Società Italiana Medicina Generale (SIMG). Nel tour formativo, che si svolge sotto l’egida del Ministero della Salute, prendendo le mosse dagli aspetti clinico-epidemiologici, farmacologici ed etici del dolore episodico intenso, un pool di esperti affronterà il tema dell’HTA, per stimolare un dialogo mirato al raggiungimento di un modello di gestione integrata delle cure palliative.
“L’Health Tecnology Assessment – spiega il professor Amerigo Cicchetti, dell’Unità di Valutazione delle Tecnologie del Policlinico Gemelli – è un approccio multidimensionale alla valutazione delle tecnologie sanitarie. Si basa su un metodo scientifico di analisi delle terapie, finalizzato al supporto delle decisioni da prendere nel contesto sanitario, e quindi a beneficio dei policy makers, sia a livello nazionale e regionale che a livello aziendale. Di qui la composizione dell’uditorio che sarà presente in aula: i pubblici decisori dei diversi livelli, ma anche coloro che contribuiscono alla creazione delle evidenze scientifiche da condividere con i policy makers, e quindi ricercatori, analisti economici, operatori sanitari e farmacisti. Per la valutazione della nuova terapia, infatti, prendiamo in esame molti parametri, che coinvolgono gli attori più diversi del panorama sanitario: anzitutto la sicurezza della nuova tecnologia, poi l’efficacia clinica, subito dopo l’impatto economico – la cosiddetta cost-effectiveness – e infine l’impatto organizzativo, sociale, etico e legale. Per quanto concerne l’HTA nella gestione del Breakthrough cancer Pain, ovvero il dolore severo che compare nei pazienti oncologici benché già in cura per il tamponamento del dolore di base, mi pare che abbia particolare rilievo il profilo valutativo che afferisce alla sfera etica. Le implicazioni equitative dell’introduzione di una terapia contro il dolore episodico intenso, infatti, coinvolgono aspetti di giustizia sociale che non possono rimanere sullo sfondo delle nostre valutazioni politico-economiche: per un paziente oncologico che soffra di dolore episodico severo, veder correttamente trattato questo sintomo significa avere accesso ad una qualità di vita di livello superiore, e ciò è tanto più apprezzabile quando si tratti, come purtroppo accade spesso, di un’esistenza cronologicamente limitata proprio dalla patologia che al dolore dà luogo. Emerge così che le valutazioni etiche, nel caso dell’HTA nel dolore episodico intenso, sono forse il profilo valutativo più importante tra quelli presi in considerazione”. Il professor Cicchetti conclude presentando il panel dei relatori della giornata di formazione milanese sull’HTA nel dolore episodico intenso: “Tra i relatori che prenderanno oggi la parola, avremo i rappresentanti della SIFO, della Società Italiana di Farmacologia, della SICP, del Ministero della Salute, nella persona del dottor Marco Spizzichino, e il dottor Marco Marchetti per la SIHTA”.
Prossime tappe del Progetto, dopo la partenza da Roma della scorsa settimana e la giornata milanese di oggi, saranno Padova 21 maggio, Ancona 5 giugno, Messina 11 giugno e Firenze 18 giugno. Seguiranno, dopo la pausa estiva, Bari 13 settembre e Novara (data in corso di definizione). Le 8 città toccate dall’iniziativa sono state scelte cecando di includere, in base alla posizione geografica, il maggior numero di stakeholder.
L’accesso ad un’adeguata terapia antalgica è uno degli obiettivi della Legge 38 del 15 marzo 2010, attraverso la quale l’Italia si è distinta per sensibilità e attenzione verso i diritti del paziente: la cosidetta “legge 38 sul dolore” è infatti il primo sistema normativo, in ambito europeo, che riconosce al problema del dolore un’incidenza sulla qualità di vita del paziente e una capacità inabilitante che vanno arginate attraverso il riconoscimento e la tutela di veri e propri diritti fondamentali del malato. Si tratta di obiettivi ambiziosi, il cui raggiungimento appare un continuo work in progress soprattutto nell’ambito oncologico, nel quale il dolore può divenire uno dei principali problemi da fronteggiare. Per quanto concerne la diagnosi e il trattamento del dolore oncologico, negli ultimi anni particolare attenzione è stata posta nell’identificazione e gestione del BTcP, un tipo di dolore sottostimato e non trattato ancora in maniera appropriata.

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Prevenzione cardiovascolare

Posted by fidest press agency su sabato, 3 dicembre 2011

Roma. “Le malattie cardiovascolari costituiscono la più importante causa di morte nel mondo e la loro elevata, crescente prevalenza incide, anche in Italia, sulla salute pubblica e sulle risorse sanitarie ed economiche. I recenti dati Istat riportano che 1 italiano su 4 è affetto da malattie cardiache, che rappresentano la principale causa di disabilità fra gli anziani. La frequenza di nuovi eventi coronarici avviene nella fascia di età 35-69 anni è di 5,7/ 1000/ anno negli uomini e di 1,7/ 1000/ anno nelle donne e la spesa per gli interventi cardiochirurgici è stimabile in circa 650 milioni di euro/anno e rappresenta da sola l’1% della spesa sanitaria. L’invecchiamento della popolazione e l’aumentata sopravvivenza dopo eventi cardiaci acuti ne giustificano l’aumento di prevalenza negli ultimi anni e l’ulteriore incremento previsto nei prossimi decenni”. Questo è l’incipit del capitolo “Malattie cardiovascolari” del Piano Sanitario Nazionale 2011-2013 predisposto dal Ministero della Salute.Un quadro allarmante eppure le malattie cardiovascolari si possono prevenire. Le strategie su cui puntare si basano sul cambiamento di particolari abitudini comportamentali e in particolare su una corretta alimentazione. Le attuali indicazioni nutrizionali per prevenire le malattie cardiovascolari puntano meno sui divieti e più sulle qualità positive dei cibi.Un’alimentazione corretta ed equilibrata, sullo stile della dieta mediterranea, infatti è in grado di offrire un maggiore effetto protettivo del cuore e dei vasi sanguigni senza rinunciare ai piaceri della buona tavola.
In questo ambito è nata l’agenda per la prevenzione cardiovascolare 2012 promossa dalla Società Italiana per la Prevenzione Cardiovascolare (SIPREC) che si pone l’obiettivo di dimostrare che la prevenzione può essere fatta quotidianamente, anche tra le mura di casa, non necessariamente in ospedale o in uno studio medico. E il primo passo è in cucina.L’iniziativa conta del supporto di Teva, azienda farmaceutica leader nella produzione di farmaci equivalenti e impegnata nel miglioramento della qualità dell’assistenza ai pazienti associato al concetto di risparmio e di rispetto dell’ambiente.
L’agenda, oltre a offrire un diario dove annotare i valori di pressione arteriosa, colesterolo, glicemia, ore di attività fisica e calorie assunte, presenta 33 ricette regionali che hanno un effetto positivo sul cuore e che sono adatte a tutta la famiglia. Ogni mese vengono proposte ricette semplici e gustose da preparare con frutta e ortaggi di stagione, alleati della sostenibilità. Infatti scegliendo prodotti di stagione si riducono gli sprechi energetici necessari a produrre le primizie e l’inquinamento del trasporto di questi beni sulle lunghe distanze. In questi mesi invernali meglio portare in tavola barbabietole, broccoli, cavolfiori, finocchi, patate, ananas, arance, mandarini, cachi, kiwi, pere, noci e pompelmi. Senza dimenticare il pesce, il cui consumo settimanale può ridurre del 30% la probabilità di malattie cardiache e vascolari grazie all’apporto degli acidi grassi Omega-3 sia nelle donne sia negli uomini.
Le ricette sono state approvate dal cuoco Filippo La Mantia, dell’omonimo ristorante dell’Hotel Majestic di Roma, che ha letto con attenzione ogni piatto, riconoscendone la genuinità, la semplicità di preparazione e gli effetti positivi sulla salute. Sua una ricetta speciale, tutta salute e tutto gusto: il pesto agli agrumi. “Mangiare bene con ingredienti di qualità per me è una componente imprescindibile della nostra esistenza” dichiara La Mantia. “Avvicinarsi alla cultura alimentare sana deve rappresentare uno stile di vita per ciascuno di noi e non essere visto come un sacrificio, bensì come un piacere in grado di soddisfare corpo e mente”.Seguire un’alimentazione equilibrata significa avere uno stile di vita più salutare e ridurre l’incidenza di malattie cardiovascolari. Attraverso una dieta bilanciata si può arrivare a una consapevolezza alimentare indispensabile per una vita in salute. “Siamo convinti che la prevenzione cardiovascolare possa e debba essere un percorso ricco di stimoli per poter privilegiare la salute a tavola, coniugando il rispetto delle regole di una sana alimentazione al gusto, alle tradizioni regionali e alla convivialità del pasto” conclude Laura Ebbli, dietista S.C. Direzione Medica, Ospedale San Paolo di Savona. “L’agenda SIPREC è l’esempio pratico di come tutto ciò sia realmente e piacevolmente realizzabile”.

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Farmacista: è affare di famiglia?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 6 luglio 2011

Gran cosa la famiglia, soprattutto se si vuole fare il farmacista, il medico o l’avvocato. Lo conferma una ricerca sulle professioni regolamentate condotta dalla Fondazione Rodolfo Debenedetti e presentata in un workshop ospitato dall’Università Bocconi di Milano: tra i farmacisti il numero dei figli o dei nipoti che fanno lo stesso lavoro del papà o del nonno risulta superiore di 3,5 volte alla media che si riscontra nella più ampia e indistinta platea dei liberi professionisti; esattamente la stessa incidenza che si registra tra gli avvocati e mezzo punto sotto i medici, dove la “trasmissione” del camice è addirittura 4 volte superiore alla media. Lo si può chiamare “familismo” e per gli autori dello studio, che ha misurato l’incidenza delle “dinastie professionali” in undici professioni regolamentate (tra le quali anche notai, giornalisti e commercialisti), rappresenta un gigantesco punto interrogativo rispetto all’efficienza e alla qualità dei servizi che quelle stesse professioni erogano. Il “familismo”, infatti, potrebbe avere effetti virtuosi nel caso in cui «i figli di bravi professionisti ricevono dai genitori formazione e consigli utili a diventare anch’essi bravi professionisti». Rischia invece di diventare nepotismo quando la tradizione familiare si fa soltanto scorciatoia per l’ingresso nella professione, in barba alla meritocrazia e alle finalità stesse degli Ordini, che difendono l’accesso selezionato per garantire standard qualitativi elevati. Dallo studio arrivano stime che sembrano confermare entrambe le ipotesi. Nel caso dei medici, per esempio, il “familismo” pare avere effetti virtuosi, perché dove il fenomeno è più diffuso (Sud Italia e Nord est) si registrano dati sociosanitari migliori. Valutazioni apparentemente opposte per commercialisti e consulenti del lavoro, perché nelle regioni con più forte familismo si associano tassi più elevati di evasione fiscale e liti sul lavoro. Al di là di dati empirici che gli stessi autori prendono con le dovute cautele, lo studio serve ad avviare una seria riflessione sull’istituto ordinistico. «Come indicato anche dal Garante della Concorrenza» ricordano i ricercatori «esistono al momento numerose norme che poco hanno a che vedere con la necessità di garantire un elevato livello di qualità dei servizi offerti nelle libere professioni». In particolare, gli autori invitano gli ordini ridurre il più possibile qualsiasi conflitto di interesse nell’esame di ingresso, « evitando che sia preparato e/o corretto dagli iscritti all’albo che saranno a breve concorrenti diretti dei neo-iscritti». Inoltre, gli albi dovrebbero distinguere il ruolo di garanti della qualità dei servizi offerti dai propri iscritti da quello di organi di rappresentanza della categoria, «magari creando due strutture separate che svolgano in totale autonomia queste due diverse funzioni». (fonte farmacista33)

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Pensionati: area povertà

Posted by fidest press agency su giovedì, 23 giugno 2011

Dall’ultima indagine svolta dall’Istat sui trattamenti pensionistici e beneficiari del 2009, è emerso che il 46.5%, ovvero quasi la metà dei cittadini italiani in quiescenza ha un reddito da pensione al di sotto dei mille euro al mese. Sempre nel 2009 si è verificata un’incidenza record per la spesa pensionistica sul Pil, in quanto vi ha pesato del 16,68%, rispetto al 15,38% del 2008, a causa della crisi economica. Aniello D’Angelo, vice responsabile per le Politiche Sociali dell’Italia dei Diritti, ha così commentato: “Ciò che preoccupa maggiormente è il dato del 14,7% dei pensionati che vivono con meno di cinquecento euro mensili. Si pensi a quanti non possiedono una casa di proprietà e quindi alle enormi difficoltà per andare avanti. E’ la carenza delle politiche sociali – continua l’esponente del movimento presieduto da Antonello De Pierro – che permette un’ulteriore impoverimento delle classi sociali più deboli, mentre la popolazione invecchia sempre più e si impoverisce rasentando lo stato di miseria più puro. Oramai la politica del sorriso è fallita e la cruda realtà dice altro”

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“Vota SI’ per fermare il nucleare”

Posted by fidest press agency su domenica, 22 Mag 2011

Roma 23 maggio, in occasione dell’incontro con la stampa organizzata dal Comitato referendario “Vota SI’ per fermare il nucleare” ore 15.30 in piazza Montecitorio, il Movimento Difesa del Cittadino (MDC) e l’avvocato Gianluigi Pellegrino renderanno noti i contenuti integrali del parere pro-veritate richiesto dall’associazione in ordine alla incidenza che il noto testo di legge approvato dal Senato e all’esame della Camera lunedì prossimo, possa avere sull’espletamento della consultazione prevista per il prossimo 12 e 13 giugno. L’avv. Pellegrino ha evidenziato che “i commi 1 e 8 della stessa norma voluta dal Governo, esplicitamente consentono che la realizzazione di centrali nucleari possa avvenire per semplice volontà della Presidenza del Consiglio dei Ministri cui è assegnata l’approvazione del piano energetico. Inoltre, lo studio che dovrebbe precedere il piano è limitato al tentativo di apprestare dispositivi di sicurezza che abbassino il rischio di incidenti, e quindi non esclude in nessun modo anzi conferma la scelta di fondo di procedere alla realizzazione delle centrali nucleari. Pertanto – conclude Pellegrino – la finalità del referendum non solo non è superata, ma è rafforzata dal fatto che la legge nuova rende persino più semplice realizzare le centrali senza necessità di nuovi passaggi legislativi. Con la conseguenza che ritenere superato il referendum sarebbe costituzionalmente errato e odioso in quanto i cittadini verrebbero a trovarsi con le centrali costruite senza aver potuto pronunciarsi sulle norme che lo consentono”. Anche se passa la legge quindi MDC chiederà alla Cassazione la conferma del referendum. “Si tratta – spiega Pellegrino nel proprio parere – esattamente del caso previsto dalla sentenza n. 68 del 1978 della Corte costituzionale, che ha assegnato alla Cassazione il potere di confermare la consultazione quando alle norme oggetto del quesito se ne sostituiscono altre che lasciano ferme le ragioni del referendum. E nel caso tali norme sono espressamente quelle contenute nei commi 1 e 8 del testo voluto dal Governo”.

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Curare la fibrillazione atriale

Posted by fidest press agency su giovedì, 7 aprile 2011

Questa campagna è mirata a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla Fibrillazione Atriale e sul suo legame con l’ictus cerebrale, dando direttamente alle persone la possibilità di decidere quali progetti, selezionati da una commissione europea,  riceveranno una parte del milione di euro stanziato come finanziamento. Ciascun progetto ha come obiettivo quello di realizzare iniziative per prevenire l’ictus cerebrale conseguente alla Fibrillazione Atriale. Le persone decideranno quali fra i 32 progetti, prescelti dalla commissione europea, riceveranno un premio di €10.000, €50.000 o €100.000. Il progetto della Stroke Unit del Neuromed è stato selezionato per la categoria di 50 mila euro. Il titolo del progetto è: Curare la fibrillazione atriale per prevenire l’ictus cerebrale.Il nostro progetto – dichiara il dr. Rodolfo Grella del Neuromed – prevede la realizzazione di una campagna di sensibilizzazione rivolta alla popolazione, al personale medico e paramedico attraverso la divulgazione di informazioni con materiale cartaceo e campagna pubblicitaria mediante i mass-media, realizzazione di Giornate dove medici esperti incontreranno il pubblico per screening di massa ed opportuni consigli pratici. L’incidenza della Fibrillazione Atriale aumenta con l’età – aggiunge il Responsabile della Stroke Unit Prof. Carmine Vecchione, dopo i 55 anni, in ogni decade successiva di vita, la sua incidenza raddoppia. I dati epidemiologici evidenziano che oltre il 50% degli Ictus cerebrale sono associati alla Fibrillazione Atriale e che colpisce prevalentemente pazienti in età superiore ai 75 anni. La nostra campagna di sensibilizzazione e di prevenzione prevede: -un’ampia produzione e distribuzione di locandine/brochure dal Titolo: “Curare la Fibrillazione Atriale per prevenire l’Ictus cerebrale” al fine di fornire, in particolare alla popolazione, alle associazioni di volontariato, alla Croce Rossa Italiana ed ai medici di famiglia della Regione Molise, Campania, Lazio e Abruzzo, informazioni semplici ed utili.  In particolare, sono previste sei giornate aperte al pubblico gratuitamente ed organizzate presso la Regione Molise- Campania- Lazio- Abruzzo, che rappresentano punti di convergenza cruciali al nostro Istituto. Nel corso delle suddette Giornate, gruppi di medici esperti con un corpo infermieristico specializzato, offriranno la loro professionalità e conoscenza a chiunque sia interessato a tali problematiche. Inoltre, le persone verranno sottoposte a questionari di autovalutazione per il rischio relativo e assoluto della Fibrillazione Atriale ed Ictus cerebrale ed in base al grado di rischio (basso, medio, alto) verranno indirizzate verso ulteriori approfondimenti diagnostici ed adeguati trattamenti terapeutici. Infine sarà possibile effettuare alcuni esami strumentali, misurazione dei valori glicemici e pressori. Non solo, gli esperti presenti illustreranno, anche, come rilevare la pressione arteriosa e come ascoltare il polso al fine di permettere alle persone non competenti di riconoscere un battito non ritmico e suggerire, in tali circostanze, cosa sia necessario fare. Ricordiamo che, molto spesso, basta veramente poco per salvare il cervello dall’Ictus Cerebrale. (logo)

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Il carcinoma orale si può battere

Posted by fidest press agency su lunedì, 17 gennaio 2011

Con  quasi trecentomila nuovi casi all’anno,  il carcinoma del cavo orale è, per incidenza, tra tutti i tumori maligni, all’ottavo posto negli uomini e all’undicesimo nelle donne. Se diagnosticato in fase precoce, la sopravvivenza a 5 anni è del 90%, ma se, come avviene nella maggior parte dei casi, viene rilevato negli stadi finali, scende sotto il 20%. Per portare avanti un’efficace – ed economica – opera di prevenzione, gli Odontoiatri italiani sono scesi in campo contro questa patologia, e hanno varato il Progetto di prevenzione Primaria e secondaria del Carcinoma Orale. I primi risultati del Progetto saranno presentati nel corso dell’Assemblea nazionale dei Presidenti della Commissione Albo Odontoiatri (CAO), che si terrà venerdì 26 e sabato 27 settembre all’Hotel Russot di Giardini Naxos (Messina). “Con questa iniziativa, gli odontoiatri italiani vogliono riconfermare la loro alleanza terapeutica con i pazienti, e aiutarli a riconoscere tempestivamente e a prevenire il carcinoma del cavo orale” afferma il presidente CAO nazionale, Giuseppe Renzo, ospite dell’Assise in quanto anche presidente provinciale. “Nonostante sia facilmente prevenibile, infatti, questo tipo di tumore, se non diagnosticato in tempo, è difficilmente curabile”. Il carcinoma del cavo orale colpisce soprattutto gli uomini tra i 50 e i 70 anni, ma la sua incidenza è in aumento nei giovani e nelle donne. Fumo, alcool e agenti infettivi sono tra i principali fattori di rischio. L’alleanza terapeutica tra Odontoiatri e Pazienti sarà il fil rouge dell’Assemblea, dove si discuterà anche del nuovo Nomenclatore delle prestazioni odontoiatriche, dei criteri per aprire uno studio e dei rapporti con le altre Professioni Sanitarie. In concomitanza con l’Assemblea, dal 25 al 27 settembre, si svolgerà il VII Convegno Nazionale di Aggiornamento Professionale in Odontoiatria, “Tecnologie del Futuro: innovazione e qualità a tutela della salute orale”.

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Economia sommersa in Calabria e altrove

Posted by fidest press agency su martedì, 7 settembre 2010

In un incontro con una numerosa rappresentanza di imprenditori presso Confartigianato Crotone, Salvatore Lucà, ha presentato il documento redatto dall’Ufficio Studi di Confartigianato Imprese sull’economia sommersa in Italia e con un approfondimento particolare sulla Calabria. Quasi 640.000  operatori “irregolari” invadono il nostro Paese, micidiali concorrenti sleali dei nostri piccoli imprenditori, con un’incidenza sul Pil nazionale del 16,8% nel 2008. Una situazione devastante considerato il particolare momento di crisi che le PMI sono chiamate ad affrontare.
Nella mappa disegnata dall’Ufficio studi della nostra Confederazione, Salvatore Lucà ha sottolineato che il fenomeno degli abusivi è forte  nel Meridione con un’incidenza sul Pil di quasi il 20%.  Questo brutto fenomeno, tanto per essere in linea con tutti gli altri fattori negativi,  dilaga in Calabria e come al solito la provincia di Crotone detiene il  primato negativo tra le altre consorelle calabresi.(1 lavoratore abusivo su 4).  Il rapporto di Confartigianato rileva infatti che la provincia italiana con più  attività sommerse è Crotone seguita da Vibo Valentia, Cosenza, Enna, Brindisi, Caltanissetta, Reggio Calabria, Trapani, Nuoro e Catanzaro.  Tra le regioni la Calabria ,in linea con Crotone, è altrettanto prima tra  quelle  meno virtuose  seguita da Sicilia, Puglia, Campania e Molise.  “Purtroppo, ha ribadito  Lucà,  dobbiamo rilevare ancora una volta un triste primato negativo con un’ulteriore maglia nera conquistata dalla nostra Regione e dalla  provincia di Crotone che la dice tutta sulla situazione gravissima che stiamo affrontando. E’ risaputo come le attività abusive minacciano non solo gli artigiani e le nostre piccole imprese ma producono danni ingentissimi alle casse dello  Stato. Infatti tra il 2008 e il 2009, dalle rilevazioni effettuate, si registra un aumento dell’iva non versata di circa il 25%. A livello settoriale  l’incidenza degli abusivi, nell’ambito nazionale,  è alta nei servizi (9,9%), rispetto alle costruzioni (7,7%)  e  al manifatturiero (3,7%). “A margine dell’incontro, sia Lucà che il Presidente D’Ippolito, hanno informato i presenti che “Confartigianato, preso atto di quest’altro fattore negativo,  dedicherà un’attenzione ancora più particolare allo sportello “ANTICRISI” che verrà presentato ufficialmente nelle prossime settimane, una volta completato il quadro di tutte le agevolazioni e servizi messi a disposizione del lavoratori autonomi regolari.”

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Sicurezza stradale

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 agosto 2010

<<I dati diffusi ieri indicano una diminuzione delle morti per pirateria stradale ma dall’altro lato bisogna sottolineare come vi sia un aumento della criminalità stradale. Qui non stiamo parlando di norme  o di sanzioni ma della necessità di una cultura alla legalità che deve essere diffusa anche sulla strada>>. Lo afferma Carmelo Lentino, portavoce di BastaUnAttimo la campagna nazionale per la sicurezza stradale promossa da AssoGiovani e Forum Nazionale dei Giovani in merito ai dati diffusi oggi sulla pirateria.  << L’incidentalità stradale –  spiega Lentino –  è e resta una delle cause maggiori di morte. Per contrastare questo fenomeno non è sufficiente inasprire le sanzioni o avere un atteggiamento repressivo, ma è indispensabile lavorare per cambiare la cultura e questo è possibile solo investendo in formazione ed iniziando a lavorare sull’educazione stradale sin dai primi anni dell’istruzione obbligatoria>>. << Siamo dispiaciuti – conclude il portavoce di BastaUnAttimo – che nell’approvazione del nuovo codice stradale non siano state previste azioni di educazione. La pirateria sulla strada è un rischio che non possiamo lasciare al proprio destino perché ci troveremo veramente in un Far West>>.

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