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Quotidiano di informazione – Anno 29 n° 229

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Indagine per la difesa degli psoriasici

Posted by fidest press agency su martedì, 30 maggio 2017

psoriasiA scattare una fotografia accurata del vissuto del paziente affetto da Psoriasi e Artrite Psoriasica (circa due milioni e mezzo in Italia, 250mila nel Lazio), e dei clinici coinvolti nel percorso di cura è un’indagine realizzata dall’Associazione per la difesa degli Psoriasici (Adipso) e dalla Società Italiana di Comunicazione Scientifica e Sanitaria (Sics) chiamata Bridge, il ponte, appunto che riunisce tutti i protagonisti della cura: pazienti, dermatologi, reumatologi, farmacisti ospedalieri. Azioni comuni come andare a lavorare, recarsi a scuola e anche vivere serenamente la propria vita sociale possono infatti diventare difficilissime. Una diagnosi di malattia quasi mai precoce e un conseguente allungamento dei tempi di accesso a terapie adeguate rendono poi il loro cammino ancora più faticoso. I pazienti preferirebbero poter assumere i medicinali per bocca ed evitare di andare in ospedale per sottoporsi alle cure. Anche i dermatologi prediligono la somministrazione orale e i loro “desiderata” sono avere una terapia con un migliore livello di sicurezza a lungo termine, costi contenuti e una migliore tollerabilità.
I sintomi più pesanti della psoriasi e dell’artrite psoriasici sono l’arrossamento e desquamazione della pelle(34%), prurito (25%) e alterazioni delle unghie (12%) sono le manifestazioni maggiormente segnalate dai pazienti con Psoriasi (PSO). I segni della malattia colpiscono prevalentemente gomiti (19%), cuoio capelluto (14,5%), ginocchia (12,9%) e tronco (11,4%). Per quasi la metà del campione (46,9%) le lesioni cutanee evidenti impattano negativamente sulle attività quotidiane come lavoro, scuola e relazioni sociali. Soprattutto i pazienti denunciano una compromissione della loro qualità di vita. Nel complesso, il 65,1% è soddisfatto della terapia prescritta dal medico anche se un paziente su 3 (27,1% del campione) vorrebbe farmaci a somministrazione orale e 1 su 5 (il 19,75%) preferirebbe non doversi recare in ospedale per assumere la terapia.Però ha ricordato Mara Maccarone, Presidente Adipso: “La garanzia delle cure, in particolare con terapie di ultima generazione, non è assicurata ai pazienti in maniera uniforme sul territorio nazionale per problemi di sostenibilità economica, una criticità che si sta presentando anche in quelle Regioni che fin ora si erano dimostrate virtuose”. “Non avere certezza e continuità delle cure, così come non ricevere informazioni dettagliate da parte dei clinici – ha detto – porta il paziente alla depressione con il rischio di abbandono delle terapie. Per questo porteremo avanti le nostre istanze all’Aifa: questa discriminazione verso i pazienti con psoriasi e psoriasi artropatica è inaccettabile, le persone non possono rimanere senza garanzia di terapie perché la salute è un diritto dei cittadini. Nel Lazio inoltre non c’è comunicazione tra le Associazioni dei pazienti e la Regione. Una mancanza di interlocuzione gravissima e non più accettabile”. “La malattia psoriasica è una patologia particolarmente complessa – ha spiegato la Professoressa Ketty Peris, Direttore della Uoc Dermatologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore Policlinico Gemelli di Roma – richiede infatti un approccio multidisciplinare e multidimensionale in quanto i pazienti presentano numerose comorbidità e malattie associate di tipo cardiovascolare e metabolico. L’approccio deve partire quindi da una diagnosi il più precoce possibile sia per quanto riguarda la parte cutanea che articolare. Sul fronte terapeutico oggi abbiamo a disposizione molte opportunità che ci consentono di andare incontro alle necessità di vita di ogni paziente. Ad esempio chi è in piena attività lavorativa e magari si sposta frequentemente sarà più propenso ad assumere una terapia orale piuttosto che iniettiva. Non dimentichiamo che la soddisfazione dei pazienti e la loro qualità di vita sono i due capisaldi nella aderenza alla terapia”.Per i dermatologi del Lazio i sintomi che spingono il paziente con Psoriasi non ancora diagnosticato a recarsi in visita sono principalmente la desquamazione (50%), l’arrossamento (37,5%) e il prurito (12,5% nel Lazio, 15%, media italiana).
L’obiettivo principale della terapia prescritta è quindi ridurre l’estensione delle manifestazioni cutanee (per il 46,5% del campione dei dermatologi del Lazio contro il 32,5% in Italia), migliorare il benessere generale del paziente (25,6%), desquamazione e arrossamento cutaneo (21,3%).Invece, sintomi che spingono il paziente con Artrite Psoriasica a rivolgersi allo specialista sono il gonfiore (per il 38% del campione dei dermatologi del Lazio), il dolore (27,6% nel Lazio,) e il coinvolgimento delle unghie (13,8%).L’indagine Bridge è stata realizzata con il contributo non condizionato di Celgene.

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Effetto dirompente della Brexit sulle imprese europee

Posted by fidest press agency su venerdì, 21 aprile 2017

londra

The Bridges Not Walls movement drop a banner reading “Bridges Not Walls’ from Tower Bridge in London to coincide with banner drops all over the UK sending a clear message to Donald Trump the 45th president of the United States to build bridges not walls on the day of his inauguration. (photo by Andrew Aitchison)

Londra. Una recente indagine di Willis Towers Watson rivela che circa i due terzi (59%) delle imprese europee con interessi nel Regno Unito vede la Brexit come “ennesimo momento di discontinuità” piuttosto che come una “sfida fondamentale” il 26% degli intervistati, inoltre, dichiara di aver timori al riguardo per il proprio business.La survey, che ha coinvolto circa 100 dirigenti HR europei, appartenenti principalmente a grosse multinazionali, evidenzia inoltre preoccupazioni relative al recruitment, alla retention, alle retribuzioni e ai benefits dei talenti di cui necessita il Regno Unito.
I risultati dell’indagine arrivano in un momento cruciale della Brexit, il governo del Regno Unito ha invocato l’articolo 50 e lo scorso 29 marzo sono iniziati i negoziati formali per lasciare l’UE.Edoardo Cesarini, Amministratore Delegato di Legacy Towers Watson, Willis Towers Watson, commenta: “La Brexit è una questione cruciale per le imprese che hanno forti interessi economici nel Paese ma piuttosto che essere vista come una sfida è percepita come un disagio. Questa relativa fiducia è incoraggiante per la pianificazione e la crescita, ma molte aziende sono chiaramente preoccupate su come mantenere nel Regno Unito personale qualificato e su come attrare e ricompensare i talenti provenienti dal resto dell’Unione Europea”.Più di un terzo (36%) degli intervistati ha dichiarato che le imprese per cui lavorano sono più preoccupate riguardo l’attrarre e trattenere nel Regno Unito cittadini europei con competenze specifiche. Una percentuale simile (31%) sta attualmente affrontando il un problema della mobilità del personale di alto livello tra il Regno Unito e l’Unione Europea e il 29% evidenzia come sia più di una priorità per tutto il resto dei dipendenti.
Inoltre, da quando c’è stato il referendum, il 24% delle imprese ha già valutato la tipologia delle competenze e il numero del personale minimo necessario nel Regno Unito, mentre il 29% lo sta facendo o ha intenzione di farlo entro i prossimi tre mesi.Edoardo Cesarini aggiunge: “Le imprese sono preoccupate per gli ostacoli alle competenze che potranno essere messi in atto nel post-Brexit e stanno facendo il punto della situazione. Molti hanno indicato la mobilità del personale come un problema, sia per le posizioni manageriali senior che per ruoli specialistici.“L’ansia di mantenere personale non britannico è già palpabile. L’abbassamento del valore della sterlina ha avuto come conseguenza retribuzioni meno attraenti. Di fronte a questo, alcune aziende stanno cercando di affrontare la questione aumentando la retribuzione e gli incentivi”.Dall’indagine è emerso inoltre che uno su cinque degli intervistati (20%) ha ammesso che la questione della retribuzione nel Regno Unito è diventata più di un problema per i non residenti nel Regno Unito. Allo stesso modo, quando gli viene chiesto se hanno fatto delle variazioni al costo della vita per gli expatriate, il 15% dichiara di averle fatte o di averle progettate per realizzarle entro i prossimi tre mesi, il 16% ha dichiarato di prendere in considerazione la questione.Per maggiori informazioni: willistowerswatson.com

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13milioni di italiani vivono in Comuni senza una libreria

Posted by fidest press agency su martedì, 13 dicembre 2016

amazon-libriEsistono oggi circa 13milioni di italiani che vivono in comuni senza una libreria. E’ quanto emerge da un’analisi dell’Ufficio studi dell’Associazione Italiana Editori (AIE) presentata oggi a Più libri più liberi, la Fiera nazionale della piccola e media editoria che si conclude oggi al Palazzo dei Congressi dell’EUR a Roma.
L’indagine evidenzia come il 21,1% della popolazione residente in comuni con più di 10mila abitanti non ha una libreria vicino (sono esclusi i comuni dove possono esserci cartolibrerie, edicole-negozio, centro commerciale con librerie come bacino di attrazione del comune). Detta in altro modo esistono oggi in Italia 687 Comuni sopra i 10mila abitanti, l’8,6% del totale, che non hanno una libreria. Nelle Isole e nel Sud la percentuale di assenza di librerie si alza: il 15,1% dei Comuni delle Isole (+10mila ab.) delle Isole e ben il 33,3% di quelli del sud (+ di 1 su 3!) è senza librerie. Ma questo è vero anche per il Nord est, in cui il 20,5% (1 su 5!) è senza librerie”.
Non appare più rosea la situazione sul fronte delle biblioteche scolastiche: circa mezzo milione (486.928) di ragazzi frequenta scuole senza biblioteche scolastiche. Sono 262mila nella scuola primaria, 147mila nella secondaria di primo grado e 77mila nella secondaria di secondo grado. Circa 3,5milioni di studenti frequenta scuole con un patrimonio librario inferiore alla media, con conseguente e ridotta possibilità di scegliere cosa leggere. E stiamo parlando di medie di patrimoni bibliotecari che oscillano – a seconda degli ordini scolastici tra 1.500-3.500 volumi.
Esiste una correlazione tra assenza di librerie e indici di lettura? “A giudicare dai dati, sì – spiega il responsabile dell’Ufficio studi AIE, Giovanni Peresson – Nelle aree metropolitane e centri urbani maggiori (+50.000 abitanti) – dove il tessuto di librerie, ma anche di servizi bibliotecari, è più fitto e solido – gli abitanti residenti che si dichiarano lettori di libri sono, rispettivamente, il 51,1% e il 44,4%. Già nelle periferie delle aree urbane questo valore scende al 42,8% (nonostante la relativa facilità di spostamenti verso le aree centrali della città). Poi l’indice di lettura cala al calare della dimensione del centro urbano: 38,1% nei comuni tra 10-50mila abitanti; 39% in quelli da 2-10mila; fino al 35,4% nei comuni (e sono tanti) fino a 2mila residenti. E non è un caso che le perdite maggiori di lettori negli ultimi 5 anni sia avvenute nei piccoli centri (-15,3%, rispetto a una perdita media nazionale del -9,1%). Mentre nelle aree metropolitane questo calo si è arrestato al -3,1% ma per risalire al -5,1% nelle periferie”.

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Etiopia: indagine indipendente per il massacro degli Oromo

Posted by fidest press agency su domenica, 4 dicembre 2016

etiopiaA due mesi dalla terribile strage compiuta durante la festa di Irreechaa lo scorso 2 ottobre, l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) accusa il governo etiope di voler nascondere il vero numero delle vittime nonché lo svolgersi delle circostanze che hanno portato alla loro morte e chiede che venga finalmente autorizzata l’indagine indipendente chiesta anche dalle Nazioni Unite.Dopo aver analizzato le dichiarazioni dei numerosi testimoni, l’APM non solo nutre grossi dubbi sulla veridicità del rapporto ufficiale rispetto allo svolgimento dei fatti ma è anche convinta che il numero dei morti durante il raduno religioso sia notevolmente maggiore dei 56 morti dichiarati ufficialmente dalle autorità etiope. Secondo le stime avanzate dalle organizzazioni per i diritti umani locali e da rappresentanti del popolo degli Oromo, durante la festa di Irreechaa sono morte almeno 678 persone quando le forze di sicurezza hanno iniziato ad attaccare i due milioni di pellegrini presenti. Centinaia di famiglie sono ancora in attesa di avere notizie dei loro cari scomparsi durante il raduno religioso e vi sono parecchie testimonianze considerate affidabili che raccontano di oltre 100 cadaveri trovati lungo le rive del lago Hora a Bishoftu poco dopo la strage. E’ proprio verso il lago che la gente scappava in fuga dalla polizia quando in seguito all’intervento delle forze dell’ordine è scoppiato il panico tra la massa e molti sono evidentemente morti annegati nel lago.Finora le autorità si sono rifiutate di rispondere alle molte domande dei familiari delle vittime. La strage di Bishoftu rappresenta un pericoloso spartiacque nella politica del paese africano che ha ulteriormente scatenato l’ira degli Oromo, già pesantemente vittime della politica economica del paese sostenuta peraltro dalla cosiddetta cooperazione allo sviluppo europea, e che ora accusano il governo di essere il principale responsabile della morte di tante persone innocenti.Secondo le dichiarazioni dei testimoni oculari, la festa religiosa si è svolta per molto tempo in modo del tutto pacifico fin quando dei rappresentanti governativi sono saliti sul palco al posto dei responsabili Gadaa che per tradizione si occupano dell’organizzazione dell’evento. Di fronte ai cori dei presenti intonati per impedire ai rappresentanti governativi di tenere un comizio durante la festa religiosa, la polizia ha innescato una reazione di panico di massa lanciando gas lacrimogeni e sparando sulla folla.Per l’APM è del tutto fuorviante parlare di uno “spiacevole e tragico incidente” ma è evidente che la strage sia da imputare alla reazione spropositata e fuori luogo delle forze di sicurezza. Nella già difficile situazione etiope, questa strage insieme al rifiuto di un’indagine indipendente rischiano di inasprire ulteriormente le violenze nel paese. L’APM chiede quindi che il governo etiope acconsenta all’indagine indipendente chiesta anche dalle Nazioni Unite.

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Indagine sul mercato immobiliare americano

Posted by fidest press agency su sabato, 5 novembre 2016

mercato-immobiliareSecondo l’indagine condotta dal Gruppo Immobiliare RE/MAX sull’andamento del mercato immobiliare in USA, settembre è stato il migliore settembre da 9 anni. Le vendite sono calate dell’11,7% da agosto a settembre, in linea con l’11% di media. Le vendite sono però aumentate del 2% rispetto a settembre 2015, considerato il migliore settembre fino ad ora.Il prezzo mediano di vendita di settembre è di $219.780 maggiore del 5,1% rispetto ad un anno fa. Il maggiore aumento si è registrato a Birmingham, AL (17.,0%) e Miami (15,2%). La media dell’offerta è aumentata da 3.4 di agosto a 3.9, la più alta da febbraio. Nonostante questo, siamo ancora lontani dai 6 mesi di offerta per essere considerati in un mercato bilanciato tra compratori e venditori. Otto mercati, prevalentemente nel nord est, hanno 6 o più mesi di offerta, mentre 19 città ne hanno 3 o meno, la maggior parte si trovano ad ovest del Paese.“Il mercato solitamente vede molto meno vendite tra agosto e settembre, ma nonostante questo le vendite sono state le più alte di tutti i settembre da quando abbiamo lanciato gli Housing Report nel 2008. Inoltre, i prezzi continuano ad aumentare di un moderato 5% di anno in anno. Questo è un mercato di cui si può essere soddisfatti.” – dichiara Dave Liniger, Amministratore delegato e Presidente del consiglio di amministrazione. RE/MAX LLC
Nelle 52 aree metropolitane coinvolte nell’indagine condotta da RE/MAX a settembre, il numero degli immobili venduti è salito del 2,0% rispetto allo scorso anno, che segna l’ottavo mese con aumenti rispetto allo scorso anno. Questo è il settembre più forte di vendite dal 2008, nonostante la diminuzione di 11,7% rispetto al mese scorso, ma comunque in linea con l’11% di media. A settembre, in 34 delle 52 aree metropolitane intervistate si sono registrate vendite maggiori rispetto all’anno scorso, vedendone 6 con aumento percentuale a doppia cifra. Tra queste troviamo Trenton, NJ, +17,9%, Augusta, ME, +14,1%, Des Moines, IA +13,6%, Raleigh & Durham, NC, +11,6%, Boise, ID +11,3% e Seattle, WA 10,6%.Il prezzo mediano di vendita degli immobili venduti nelle aree analizzate nel mese di settembre è stato di $219,780, minore del 3,1% rispetto ad agosto 2016 e maggiore rispetto al mese di settembre 2015. Il prezzo mediano di vendita a Providence, RI è rimasto invariato rispetto allo scorso anno ma le altre città analizzate hanno visto un aumento; 12 con percentuali a doppia cifra: Birmingham, AL +17,0%, Miami, FL +15,2%, Tampa, FL +14,6%, Portland, OR +14,5%, Denver, CO +13,1% e Boise, ID +12,6%. (foto: mercato immobiliare)

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M5S a Roma: Se la cantano e se la suonano

Posted by fidest press agency su martedì, 13 settembre 2016

campidoglio«Partecipo al consiglio comunale di Roma e vedo da parte dell’Amministrazione Raggi molto pressapochismo e un certo grado di presunzione, che mi spaventano. Ormai sappiamo tutto delle correnti e delle beghe interne del movimento 5 stelle, delle nomine e degli assessori più brevi del mondo ma non c’è la notizia, dopo tre mesi, di una delibera fatta per i romani.
E mi fanno sorridere Grillo ed alcuni esponenti del m5s: dicono di essere assediati dai poteri forti e nessuno più di me condivide l’idea che in Italia esistano dei poteri forti che tentano di indebolire la politica, ma qui siamo di fronte a una situazione diversa. Hanno nominato un capo di gabinetto senza leggere la legge; hanno nominato un assessore indagato che non aveva detto di essere indagato e quando lo ha detto hanno mandato una lettera al loro superiore, che ha letto la email ma non l’ha capita. Hanno nominato un altro assessore al bilancio che il giorno dopo ha detto di non aver mai visto la Raggi. Insomma, come si dice a Roma, quelli del movimento 5 stelle “se la cantano e se la suonano”».
Lo ha detto nel corso della trasmissione “L’aria che tira” il presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni
«Il post della Raggi? Capisco il senso e con lei voglio solidarizzare perché l’assedio sotto casa di giornalisti e dei fotografi dà molto fastidio, soprattutto quando stai con un bambino piccolo: senti che la tua vita non ti appartiene più e purtroppo questo coinvolge anche persone che non si possono difendere. Credo serva un po’ di tregua ed è bello che i politici possano mantenere una dimensione di semplicità. Quello che tuttavia non funziona nel ragionamento della Raggi è che è stata su tutte le cronache per essere andata a fare la spesa con la scorta. A me, in Campidoglio, hanno bocciato la mozione con la quale chiedevo che il sindaco e la giunta rinunciassero alle auto blu: si può fare e lo dico perché io stessa ho fatto il ministro senza auto blu. L’ho presentata e hanno votato contro tutti i consiglieri m5s. Non volete toglierle? Va bene ma poi non potete presentare la stessa mozione nelle amministrazioni in cui governano gli altri. Ecco, questo è un problema rispetto alla narrazione del movimento 5 stelle e le garanzie di discontinuità per le quali hanno preso i voti degli italiani», ha spiegato Meloni.

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Credito specializzato: aumento utilizzo di imprese e famiglie

Posted by fidest press agency su martedì, 26 luglio 2016

evoluzione flussiL’indagine sull’attività di credito specializzato in Italia è condotta dalle tre Associazioni di categoria (Assifact, Assilea e Assofin) cui aderiscono le banche e gli intermediari finanziari attivi rispettivamente nel settore del factoring, del leasing e del credito alle famiglie. L’ottava edizione annuale raccoglie i dati relativi al 2015, facendo luce sulle recenti dinamiche positive e sull’importanza che il settore ricopre nel panorama economico rispetto ai principali indicatori macroeconomici.
Dopo la ripresa avviatasi nel 2014, è proseguita anche nel 2015 la crescita aggregata dei flussi di nuovi finanziamenti (+9.6%). Tale trend tuttavia non si riflette ancora appieno sulla dinamica delle consistenze (+0.3%), in quanto una quota rilevante di erogazioni di credito alle famiglie è stata assorbita dal “refinancing” di operazioni già in essere.
Nel complesso, i flussi erogati nel 2015 dalle Associate, sotto forma di contratti di credito alle famiglie, factoring e leasing confermano il ruolo di tali strumenti quali importanti forme di supporto e finanziamento per famiglie e imprese: coprono, infatti, più del 23% degli impieghi totali in essere del sistema bancario e finanziario e il 17% del PIL. L’incidenza di credito specializzato sugli investimenti delle imprese e sulla spesa delle famiglie si attesta rispettivamente al 6,3% e al 7,7%, con una leggera ripartizione crediticrescita rispetto al 2014.
Famiglie e imprese rappresentano i principali settori serviti dal credito specializzato. In coerenza con la migliore dinamica registrata sul fronte dei consumi, rispetto a quella osservata sugli investimenti, la ricomposizione per comparto di clientela vede crescere ulteriormente la quota relativa alle famiglie, che tocca il 68,8% (credito al consumo e mutui), a scapito di quella delle imprese (factoring e leasing), che si attesta al 25,1% dell’outstanding totale al 31.12.2015. La quota destinata al settore pubblico scende lievemente al 3,6% del totale portafoglio ed è garantita per oltre il 90% da operazioni di factoring.
I nuovi flussi di credito finanziati dagli operatori specializzati, ripartiti tra intermediari finanziari, banche specializzate e società commerciali di leasing operativo, sono stati pari al 67,4% del totale erogato. Tale quota risulta in contrazione rispetto al 2014 (71,3%), in quanto nel 2015 vi sono state alcune importanti operazioni di incorporazione del business di tali operatori all’interno del gruppo bancario di appartenenza.
Tra gli specializzati, gli intermediari finanziari, con il 49,1% di incidenza sul totale, sono la classe di operatori che finanzia la maggior quota di credito specializzato.
A seguito di tali operazioni di incorporazione, nel 2015 si assiste ad un’ulteriore crescita, rispetto al 2014, della quota delle banche generaliste: il 54,9% degli impieghi in essere fa riferimento, infatti, a tali operatori, seguito da una quota del 25,5% degli intermediari finanziari e da un 19,1% di banche specializzate. (grafico: evoluzione flussi, Ripartizione del credito)

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“Matteo Renzi sentito in indagine su insider trading per privatizzazione banche popolari”

Posted by fidest press agency su domenica, 26 giugno 2016

La_Borsa_-_Dettaglio_-_Foto_di_Giovanni_Dall'OrtoLo scrive su Twitter Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera, commentando la notizia, riportata oggi da alcuni quotidiani, che rivela come il presidente del Consiglio sia stato sentito qualche settimana fa dalla Procura di Roma come persona informata sui fatti nell’inchiesta sulle plusvalenze sospette ottenute in Borsa con le compravendite di azioni delle banche popolari, a ridosso del decreto del governo che le trasformava in società per azioni. Nello stesso cinguettio il presidente dei deputati azzurri pubblica un articolo a sua firma pubblicato da “Il Giornale” nel febbraio del 2015 e nel quale venivano raccontati le speculazioni e i sospetti relativi al caso Etruria.“Matteo Renzi sentito su insider trading privatizzazione banche popolari: adesso capiamo perché non vuole Commissione parlamentare inchiesta”, sottolinea in un successivo tweet.E ancora: “Matteo Renzi sentito come teste in indagine su insider trading per privatizzazione banche popolari: oggi capiamo fretta nel fare decreti”. “Matteo Renzi sentito come teste in indagine su insider trading per privatizzazione banche popolari: ora capiamo perché voleva colpire Vegas”. “Matteo Renzi non è possibile che con tutto quello che è successo e può succedere in sistema bancario italiano ci siano aree grigie e oscure”. “Matteo Renzi vogliamo Commissione d’inchiesta su crisi sistema bancario italiano. Ti eri impegnato a farlo, poi perché marcia indietro?”. “Che strano che notizia di Matteo Renzi sentito su insider trading sia uscita dopo ballottaggi con premier indebolito. E pare non finisca qui”, conclude Brunetta.

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Indagine sui giovani e previdenza

Posted by fidest press agency su giovedì, 5 maggio 2016

basilica san giovanni romaSi è tenuta a Roma la conferenza stampa di presentazione dei risultati del progetto “Sei sicuro?”, un’indagine sul rapporto tra i giovani e i temi previdenziali realizzata dall’istituto di ricerca Eures per l’associazione dei consumatori Adoc, sviluppata all’interno del programma di ricerca “Gli scenari del welfare” promosso dal Forum ANIA-Consumatori.
Il progetto “Sei sicuro?” nasce con l’obiettivo di sensibilizzare i giovani su tematiche indispensabili per scelte complesse che li attendono nei diversi ambiti di vita: prevenzione, gestione dei rischi, previdenza, pianificazione e assicurazione e promuovere, nei giovani che cominciano ad affacciarsi alla vita lavorativa, una maggiore consapevolezza del rischio e una cultura della sua prevenzione e gestione nel percorso di vita, al fine di incentivare comportamenti corretti e consapevoli in grado di tutelare il proprio benessere futuro.Per questo l’Adoc ha promosso una indagine campionaria realizzata da Eures– Ricerche Economiche e Sociali, che ha somministrato un questionario a un campione di circa 500 giovani di età compresa tra i 18 e 35 anni, su tutto il territorio nazionale. Il rapporto di ricerca costituirà un importante strumento di riferimento per la lettura della consapevolezza dei giovani sul tema e le forme previdenziali offerte sul mercato.Da quanto emerge dal rapporto di ricerca l’approccio dei giovani rispetto al futuro è denso di preoccupazioni e incertezze, siano esse economiche che sociali e sanitari. Le principali preoccupazioni sono di tipo salutistico, pensionistico e reddituale: circa 8 su 10 (il 77,1%) si dichiarano infatti “molto o piuttosto preoccupati” per la diminuzione del benessere e per la propria situazione previdenziale e pensionistica (77,3%), e oltre l’84% degli intervistati esprime un elevato livello di preoccupazione per la presenza e/o la qualità del lavoro. L’aspetto reddituale gioca un ruolo chiave: il valore delle entrate mensili degli intervistati è pari a 787 euro, poco meno di 10mila euro l’anno, mentre oltre un terzo dispone di meno di 500 euro al mese. Il basso tenore di reddito pesa molto anche sul fattore risparmio: il campione intervistato riesca a risparmiare solo il 17,3% delle proprie entrate, pari a 136 euro mensili (ovvero oltre 1.600 euro in un anno), anche se solo il 30,8% degli intervistati dichiara di non risparmiare. Chi riesce a mettere da parte qualcosa, seppure in misura minima, lo fa principalmente per garantirsi un futuro migliore (49%) o per far fronte a situazioni di difficoltà (41,2%).Dal punto di vista sanitario il 67,2% del campione ha dichiarato di aver usufruito negli ultimi 3 anni del Sistema Sanitario Nazionale ma l’ampia maggioranza dei giovani ritiene che il sistema previdenziale pubblico andrebbe coadiuvato con altre forme assistenziali (mutue) o assicurative (polizze infortuni o fondi sanitari), al fine di garantire al cittadino ogni prestazione sanitaria richiesta.
Riguardo il lato pensionistico, nonostante la riforma “Fornero” abbia spostato significativamente in avanti la soglia pensionabile (pari attualmente a 66 anni e 7 mesi), e nonostante tale limite sia destinato ad aumentare negli anni per effetto dell’adeguamento alle aspettative di vita, circa un quarto degli intervistati (il 24,3%) ritiene che potrà andare in pensione prima dei 65 anni. La quota prevalente del campione (il 37,8%) ipotizza tuttavia una termine della vita lavorativa in linea con le attuali aspettative pensionistiche, indicando un’età pensionabile compresa tra i 65 e i 70 anni, mentre un significativo 38% proietta ancora oltre la propria età pensionabile, immaginando che lavorerà anche oltre i 70 anni. Passando ad analizzare il cosiddetto “tasso di sostituzione” (ovvero il valore della pensione netta in termini percentuali rispetto all’ultimo stipendio netto) circa la metà del campione “informato” (ossia che conosce le modalità dell’attuale sistema di calcolo pensionistico, pari al 62% degli intervistati) prevede un tasso di sostituzione compreso tra il 50 e il 74%; elevata risulta tuttavia la quota dei “pessimisti” (pari al 37,3%), convinti che la propria pensione coprirà meno del 50% dell’ultimo stipendio percepito. Entrando nel merito del valore della pensione la quota prevalente degli intervistati (37%) ipotizza un importo mensile compreso tra 500 e 800 euro; soltanto per il 19,6% la pensione percepita potrà consentire un adeguato livello di benessere, a fronte dell’80,4% di giovani convinto che il sistema previdenziale sarà in grado di garantire “poco” (42,7%) o “per niente” (37,7%) un adeguato livello di benessere ai futuri pensionati.E’ significativo che oltre 7 giovani su 10 (il 72,6%) ritengono utile avviare un piano di pensione integrativa/complementare (di questi il 25,7% ritiene tale operazione “molto utile” e il 46,9% “abbastanza utile”), anche se ben il 60% dichiara di non sentirsi completamente informato su tale forma di previdenza. Con la conseguenza che solo il 28,3% ha avviato una forma previdenziale integrativa.

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Settima Indagine Eurostudent

Posted by fidest press agency su venerdì, 1 aprile 2016

relatoriCamerino Quanto è costata la lunga crisi economica per gli studenti universitari italiani in termini di disagi, di cambiamenti di strategie delle famiglie rispetto all’investimento in istruzione dei figli? Quanto ha inciso per i meno abbienti la contrazione della possibilità di fare un “lavoretto”? E’ anche a questi interrogativi che risponde la Settima Indagine Eurostudent sulle condizioni di vita e di studio degli studenti universitari nel periodo 2012-2015, presentata oggi 31 marzo all’Università di Camerino nell’ambito del convegno organizzato dall’Ateneo dal titolo “#OBIETTIVOSTUDENTI”. Nel corso dell’evento è stato tracciato un focus particolare sulle condizioni di vita e di studio degli studenti universitari negli Atenei delle Regioni Marche, Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Abruzzo e Lazio.
“Sono estremamente soddisfatto – ha dichiarato il Rettore Unicam Flavio Corradini – di poter ospitare nel mio Ateneo ospiti così illustri per un dibattito con un focus particolare sugli studenti. L’indagine Eurostudent ci fornisce dati significativi sul nostro sistema universitario e su come esso è percepito dai nostri studenti, con i suoi punti di forza e le sue criticità. Ad esempio, il 72,5% degli studenti proviene da famiglie con genitori non laureati. L’università si conferma quindi come “ascensore sociale”: le famiglie in condizione socio-economica modesta riconoscono il valore dell’investimento nell’istruzione superiore come motore di sviluppo del capitale umano e di mobilità sociale degli studenti”.Si fanno poi i conti con la crisi economica. Il 74% abita con la famiglia di origine ed aumenta il pendolarismo come “strategia di sopravvivenza”. Diminuisce poi del 30% il lavoro degli studenti con conseguente riduzione della capacità di auto-finanziamento e maggiore dipendenza dalle famiglie. Emergono però anche comportamenti virtuosi: l’indagine ha rilevato un aumento del tempo dedicato allo studio, sia alle lezioni che allo studio individuale. “La riduzione del tempo dedicato a lavorare – ha affermato il dott. Giovanni Finocchietti, Direttore dell’Indagine italiana Eurostudent – è stato reinvestita in tempo di studio. E’ come se gli studenti, in particolare i fuori sede, avessero la percezione di maggiori difficoltà e assumessero quindi in prima persona una maggiore responsabilità” L’evento si è aperto con i saluti del Rettore Unicam Flavio Corradini, del Presidente della Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (CRUI) Gaetano Manfredi, dell’assessore all’Università, diritto allo studio, istruzione, formazione professionale della Regione Marche Loretta Bravi. Sono seguiti gli interventi di Giovanni Finocchietti, Direttore dell’Indagine italiana Eurostudent, Gaetano Manfredi, Presidente CRUI, Andrea Fiorini, Presidente del Consiglio nazionale degli studenti universitari, Marco Viola, Redattore ROARS (Return On Academic ReSearch), Luigi Bellesi, Ricercatore Censis. A coordinare i lavori la giornalista Fabrizia Flavia Sernia, responsabile Eurostudent dei rapporti con i media. Al termine si è aperto il dibattito con alcuni dei rappresentanti delle Regioni coinvolte, tra cui Patrizio Bianchi, assessore alla formazione professionale, università, ricerca e lavoro.L’Indagine Eurostudent è realizzata in Italia nell’ambito del progetto di indagine comparata europea “Social and economic conditions of student life in Europe”, condotta da un gruppo di oltre trenta paesi partecipanti allo Spazio europeo dell’istruzione superiore.L’obiettivo generale del progetto è quello di rendere disponibili dati quantitativi e indicazioni valutative utili alla definizione delle politiche europee e nazionali per la costruzione ed il rafforzamento dello Spazio europeo dell’istruzione superiore. Al termine dell’incontro è stato consegnato il premio “F.I.R.S.T. in Unicam 2015 – First in Innovation and Results of Studying and Teaching”, riconoscimento attribuito dal Presidio Qualità di Ateneo al Corso di Laurea Unicam che si è particolarmente distinto per l’accuratezza della progettazione e per i risultati ottenuti nelle attività formative nel corso dell’anno 2015. Quest’anno il premio è andato al corso di laurea magistrale a ciclo unico in Chimica e Tecnologia Farmaceutiche della Scuola di Scienze del Farmaco e dei prodotti della salute. (foto: relatori)

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Indagine conoscitiva sul sistema creditizio

Posted by fidest press agency su venerdì, 29 gennaio 2016

camera deputati“La commissione Finanze della Camera avvierà, il prossimo 2 febbraio, un’indagine conoscitiva sul sistema creditizio approfondendo, in particolare, le questioni legate ai rapporti tra istituti bancari, risparmiatori ed imprese” lo annuncia, in una nota, Maurizio Bernardo, presidente della Commissione Finanze della Camera.“Dai costi dei conti correnti bancari e carte di credito alle comunicazioni tra banca e correntista relative ai prodotti finanziari, dalle regole di tutela e trasparenza e rispetto della privacy fino all’educazione finanziaria del pubblico, anche alla luce delle nuove norme del sistema creditizio introdotte dalla disciplina europea: saranno questi i temi e le problematiche di cui si occuperà l’indagine parlamentare e che ci auguriamo possa essere l’occasione per un confronto aperto e proficuo con tutti gli operatori del settore. L’obiettivo è quello di creare tutte le condizioni per favorire un sempre maggior corretto e trasparente rapporto tra banche e clientela” spiega Maurizio Bernardo, presidente della Commissione Finanze.
“Ci confronteremo con le autorità competenti, gli organismi europei, il mondo produttivo e le associazioni di tutela dei risparmiatori del settoe bancario e creditizio. L’indagine partirà con le audizioni dei rappresentanti di Crif e Cerved e proseguirà con quella del ministro dell’Economia, Bankitalia, Consob, Abi, Ania, Confindustria, Rete Imprese, gruppi bancari e finanziari nazionali, le associazioni di tutela dei consumatori, i sindacati del settore bancario, il Garante europeo protezione dati, il Garante della privacy ed esperti e studiosi del settore” conclude Bernardo.

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Indagine sui giovani che non studiano, non lavorano o non si formano

Posted by fidest press agency su mercoledì, 7 ottobre 2015

we worldWeWorld, in collaborazione con la Coop. “La Grande Casa”- CNCA e la Rivista “Animazione Sociale” e con il Patrocinio dell’ANCI è orgogliosa di presentare la prima indagine nazionale sul fenomeno dei Neet: GHOST. Indagine sui giovani che non studiano, non lavorano o non si formano. Un progetto che per WeWorld ha radici profonde nel lavoro sulla dispersione scolastica, dopo aver cercato di capire quanti sono i ragazzi che lasciano la scuola crediamo sia indispensabile indagare chi sono i NEET, giovani che non studiano, non lavorano o non si formano e quali sono le ragioni alla base di questo fenomeno. Attraverso diverse tecniche di indagine, l’obiettivo è conoscere questo fenomeno sotto molteplici aspetti.“Le mie esperienze scolastiche e l’approccio al mondo del lavoro mi hanno portato a sviluppare sempre maggiore ansia e insicurezza. Il malessere diventato ormai fisico nell’affrontare una nuova sfida è tale da bloccarmi in una condizione di stallo, per migliorare questa situazione forse dovrei fare delle esperienze di gratificazione che compensino quelle negative già ampiamente provate” – Giulio, 23 anni, disoccupato.Il tema Neet è sempre più oggetto di attenzione da parte di istituzioni e Media, sia nazionali che europei. Cresce l’attenzione ma cresce, anche, la sensazione della pericolosità nell’usare genericamente questa terminologia, in quanto appare, sempre più chiaramente, che tale termine è un contenitore di situazioni diversissime e che eccessive generalizzazioni corrono il rischio di etichettare in senso negativo e indistinto la situazione specifica di molti giovani.Da qui nasce il progetto di ricerca. Continua infatti ad aumentare la quota di giovani fuori dal processo formativo e produttivo del Paese: Neet (Not in Education, Employment or Training), giovani non più inseriti in un percorso scolastico/formativo ma neppure impegnati in un’attività lavorativa.
Ad emergere da Ghost è una preoccupante correlazione tra questo fenomeno e la dispersione scolastica: 1 ragazzo su quattro, tra quelli considerati NEET, infatti, ha alle spalle un percorso scolastico legato al all’abbandono scolastico.
La dispersione scolastica nel nostro Paese ha assunto dimensioni allarmanti, con il 15% di ragazzi che abbandonano gli studi, l’Italia è in fondo alla classifica europea la cui media è pari al 11,7% , e continua a scontare un gap con gli altri Paesi, come ad esempio la Germania dove la quota è sensibilmente più bassa (9,5%), o la Francia (8,5%) e il Regno Unito (11,8%). Un divario che aumenta se guardiamo al Sud ed alle Isole, dove vi sono regioni ben lontane dalla media europea (Sardegna 24,3 , Campania 22,2%, Puglia 19,9%). La crisi economica rischia di compromettere i passi in avanti fatti dal 2000, quando gli early school leavers (coloro che abbandonano precocemente la scuola, secondo la definizione in uso in Europa per la dispersione scolastica) risultavano il 25,3%.
I percorsi scolastici accidentati (segnati da bocciature, interruzioni, cambi di indirizzo, etc.) sono spesso precursori della condizione di Neet, alla quale sappiamo che concorrono altri fattori importanti: la condizione economica e sociale d’origine, la situazione famigliare e personale (disoccupazione di uno dei genitori, separazione, malattia…), il contesto economico nazionale. In particolare rispetto al loro percorso di studi, la famiglia assume un ruolo determinante e quasi deterministico genitori con titolo di studio basso avranno con ogni probabilità figli poco istruiti.
Parte integrante del progetto di ricerca è un sondaggio nazionale che ha coinvolto 1000 giovani (sia maschi che femmine) , realizzato da IPSOS che ha permesso di cogliere il punto di vista dei giovani su alcune tematiche connesse all’essere giovani e al “fenomeno Neet”. In particolar modo si coglie bene come i ragazzi vedano i Neet: fannulloni, chiusi, poco speranzosi. Proprio questa dicotomia – tra “chi ce la fa” e “chi no”, “chi ha alle spalle una famiglia che sostiene e ispira” e “chi si sente schiacciato da un futuro che vede sempre più nero” – sembra essere destinata a crescere. Ed è proprio qui che crediamo si debba intervenire.
Crediamo si debba implementare una strategia che punti a prevenire il fenomeno Neet, che deve essere necessariamente complessa e articolata, toccando tanto le scuole, quanto le famiglie, la formazione, quanto il lavoro. Le varie esperienze di prevenzione e contrasto della dispersione scolastica (in particolare quella di WeWorld in sette regioni Italiane, Piemonte, Lombardia, Lazio, Campania, Puglia, Sicilia e Sardegna, con il programma Frequenza200, il più ampio programma nazionale non profit sul tema dell’abbandono scolastico) hanno mostrato che solo costruendo stabili relazioni tra scuola, famiglia e territorio è possibile creare un ambiente favorevole al recupero dei ragazzi più fragili, a rischio di abbandono scolastico. (foto: we world)

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FederAnziani: boom animali domestici tra over 65, il 39% ne ha uno

Posted by fidest press agency su sabato, 1 agosto 2015

petsIl 39% degli over 65 in Italia, ovvero 2,1 milioni di persone, possiede un animale domestico, ed è disposto a spendere quasi 800 euro all’anno, una parte importante della propria – spesso esigua – pensione per prendersi cura del proprio “pet”, una compagnia che il 93% degli anziani giudica importante. L’Osservatorio di FederAnziani Senior Italia ha passato al setaccio usi e abitudini dei senior rispetto al loro rapporto con gli animali domestici, attraverso un’indagine condotta su un campione di 5.790 over 65.Dall’indagine emerge come il 39% dei senior intervistati possegga un animale domestico, e per esso spenda 786 euro ogni anno, di cui circa 125 per le spese veterinarie, circa 425 per il cibo e circa 236 per l’igiene del proprio animale domestico, spese che risultano più elevate al Nord rispetto alle altre macroregioni italiane. A livello nazionale, complessivamente, sono 2,1 milioni i senior proprietari di un animale domestico, per un valore economico di circa 1,4 miliardi annui.Alla domanda su quanto sia importante la compagnia fornita dall’animale domestico la somma delle risposte “molto” e “abbastanza” arriva al valore elevatissimo del 93%.Quasi nove su dieci di coloro che dichiarano di possedere un animale domestico hanno un cane (54%) o un gatto (33%). A poco meno della metà del campione analizzato (47%) l’animale domestico è stato regalato, un quarto lo ha trovato, e solo uno su dieci lo ha acquistato in un negozio di animali. Uno su due del campione dichiara di occuparsi in prima persona del proprio animale domestico.Dai dati dello studio risulta che i possessori di cani sono molto attenti alle necessità del loro amico a quattro zampe, infatti l’82% del campione porta il suo “fido” a passeggio ogni giorno. I senior mostrano un buon livello di conoscenza della Pet Therapy (78%) e il 97% degli intervistati la ritiene molto o abbastanza importante nel dare sollievo dalla malattia o beneficio allo stato d’animo delle persone. L’85% del campione dichiara di portare regolarmente il proprio animale domestico dal veterinario. Dallo studio si rileva che mediamente i possessori di cani si recano più frequentemente dal veterinario di quanto non facciano i possessori di gatti. Il vaccino è ritenuto fondamentale, infatti più dell’87% del campione vaccina il proprio animale. La deplorevole pratica dell’abbandono degli animali non appartiene agli anziani, per i quali l’amico a quattro zampe è un vero compagno di vita: il 38% del campione è solito portarli con sé in vacanza; la metà del campione li lascia nelle abitazioni di figli, parenti o amici; il 12% li lascia in strutture/hotel appositi per Pet.Circa il 20% degli intervistati ha rinunciato ad una vacanza perché la struttura di destinazione non accettava animali domestici.“L’indagine evidenzia l’enorme importanza della compagnia degli animali domestici per gli over 65 – commenta Roberto Messina, Presidente di FederAnziani Senior Italia. – Un’importanza che è altrettanto elevata per l’SSN. Proprio FederAnziani, attraverso il suo centro studi, ha stimato che il possesso di un animale domestico, unito ad una corretta alimentazione, produrrebbe 4mld di euro di risparmi annuali per il SSN nella gestione delle malattie croniche (ipertensione, diabete, depressione). L’attività fisica legata al possesso di un animale, infatti, contribuisce alla prevenzione e al contrasto delle patologie metaboliche, mentre la sola presenza di un animale da compagnia contribuisce alla riduzione dell’ipertensione oltre a rappresentare, soprattutto per gli anziani soli, un efficace mezzo di contrasto della solitudine e della depressione che spesso si associa ad essa”.

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Le imprese tornano a investire

Posted by fidest press agency su martedì, 17 marzo 2015

impreseNel 2014, sulla base dell’indagine VenetoCongiuntura, oltre il 44% delle imprese manifatturiere del Veneto con almeno 10 addetti ha effettuato investimenti materiali e immateriali impegnando il 27% di risorse in più rispetto al 2013. Le prospettive per il 2015 mostrano un trend positivo sia per numero di imprese intenzionate ad investire che per valore dell’investimento. L’analisi è realizzata dal Centro Studi Unioncamere Veneto su un campione di quasi 1.900 imprese manifatturiere con almeno 2 addetti.A distanza di 10 anni dall’ultima rilevazione (2005), Unioncamere Veneto ha voluto riproporre agli imprenditori veneti alcune domande: i risultati mostrano un ritorno agli investimenti degli imprenditori dopo sette lunghi anni di recessione (prima) e stagnazione (poi), che hanno causato in Veneto un crollo degli investimenti fissi in termini reali pari a oltre 8 miliardi di euro (-24%).«In questi interminabili anni di crisi – commenta il presidente di Unioncamere Veneto, Fernando Zilio – non so quante volte ci siamo illusi che quella che credevamo di vedere in lontananza fosse la “luce in fondo al tunnel”. Oggi, facendo i debiti scongiuri, direi che quella luce si vede davvero ed è anche una luce bella vivida. L’indagine Veneto Congiuntura – continua Zilio – ci consegna infatti un manifatturiero che, nel corso dell’anno da poco archiviato, ha aumentato in misura sostanziale gli investimenti e si proietta sull’anno in corso con ancora maggiore determinazione».«Più ancora che i dati relativi alla produzione – aggiunge Zilio – sono proprio i numeri relativi agli investimenti quelli che possono aiutare a comprendere che ci stiamo lasciando la crisi alle spalle. Investimenti infatti significano fiducia nel futuro, interesse a presidiare il mercato da protagonisti, voglia di chiudere un capitolo nero per aprirne uno fatto di nuove prospettive. Da non sottovalutare, infine, la suddivisione degli investimenti nei diversi capitoli. Sapere che automazione, formazione e risparmio energetico sono tra le priorità delle aziende conferma la propensione ad un ammodernamento della struttura produttiva che di per sé è sinonimo di una prospettiva di ripresa non effimera ma di lungo termine».Se nel 2004 quasi due imprese manifatturiere su tre avevano fatto investimenti (circa il 64%), nel 2014 la voglia d’investire ha riguardato il 44,1% del settore, quota che scende al 36% se consideriamo anche le microimprese (meno di 10 addetti). La voglia di investire si è osservata principalmente nelle imprese di maggiori dimensioni (il 94,1% ha fatto investimenti), seguite da medie (67%) e piccole (40%). A livello settoriale gli investimenti hanno riguardato soprattutto le imprese del settore alimentare (il 59,9% ha investito), mezzi di trasporto (54,8%) e gomma e plastica (50,5%).
Il 2014 sembra rappresentare un anno di vero e proprio sblocco degli investimenti: il valore degli investimenti effettuati è aumentato mediamente del +27% rispetto al 2013, in particolare per mezzi di trasporto (+54,1%), alimentare (+46%) e legno-mobile (+43,2%). A contribuire maggiormente a questa inversione di rotta sono state le piccole imprese (10-49 addetti) che hanno registrato una variazione del +31%, seguite dalle medie (+29%) e dalle grandi (+17,8%).Gli investimenti delle imprese manifatturiere si sono concentrate sul miglioramento della fase produttiva: l’85% delle imprese ha investito nell’acquisto di macchinari e impianti mentre il 42% ha scelto di ottimizzare l’automazione d’ufficio. Il 26,4% delle imprese ha scelto di investire in ricerca e sviluppo e in formazione e risorse umane. Il 23,4% delle imprese ha realizzato investimenti in fabbricati, da destinare alla produzione o ad uffici, ma solo il 17% hanno puntato gli investimenti sulle energie rinnovabili e sul risparmio energetico.Nel 2014 le imprese manifatturiere del Veneto hanno investito mediamente il 3,6% del fatturato aziendale maturato nell’anno, quota che nelle imprese di maggiori dimensioni (250 addetti e oltre) ha raggiunto il 5% mentre nelle medie si è fermato al 3,2%. Sotto il profilo settoriale è il comparto alimentare a registrare l’incidenza più elevata (5,6%), seguito da quello delle macchine e apparecchi meccanici (4,4%), carta e stampa (4,2%), mezzi di trasporto e metallurgia (3,8%).Se nel 2014 gli imprenditori hanno finalmente riavviato il ciclo degli investimenti, le previsioni per il 2015 sembrano piuttosto confortanti: il 40,3% prevede di investire anche nell’anno in corso, quota che non si discosta sensibilmente da quella registrata nel 2014, sebbene il valore dell’investimento sarà più contenuto. Secondo le previsioni, nel 2015 gli investimenti cresceranno del 12,5% rispetto al 2014, circa la metà rispetto alla variazione registrata tra il 2013 e il 2014. Le grandi imprese prevedono di contenere gli investimenti dell’1,6% rispetto al 2014, riscontrando minori esigenze e optando per un rinvio degli investimenti agli anni successivi, mentre le piccole e medie imprese intendono proseguire con i piani di investimento, valutando un aumento del 16% rispetto al 2014.
Nel 2015 la propensione agli investimenti continuerà ad essere maggiore tra le grandi imprese (l’84,7% intende investire), seguite dalle medie (62,4%) e dalle piccole (36,4%). Spronato probabilmente dalle opportunità offerte dall’Expo di Milano, sarà il settore alimentare a concentrare la maggior quota di imprese intenzionate ad investire (56%), seguite dal comparto della gomma-plastica (47%), delle macchine e apparecchi meccanici (44,5%) e mezzi di trasporto (44%).

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Le donne e il cellulare

Posted by fidest press agency su lunedì, 9 marzo 2015

Beautiful young  hipster woman using smart phone at beachPiù di una donna su quattro (26%) usa due numeri di cellulari diversi e nel 90,4% dei casi le esponenti del gentil sesso scelgono schede ricaricabili. È falso lo stereotipo che le dipinge come responsabili di spese telefoniche altissime e, ancora, continuano ad amare i telefoni tradizionali senza essere troppo affascinate dagli smartphone. Questi sono alcuni dei risultati emersi dall’indagine condotta dall’Istituto di ricerca Demoskopea per Facile.it, sito specializzato anche nella comparazione di tariffe telefoniche (http://www.facile.it/telefonia-mobile.html). Scorrendo i dati dell’indagine si scopre che il 53% dei conti telefonici femminili non supera i 10 euro al mese. Il profilo delle donne al cellulare tracciato da Demoskopea e Facile.it grazie alle interviste condotte su un campione rappresentativo della popolazione italiana, evidenzia come esse non siano assolutamente tecnomaniache e se, a livello nazionale, il 20% degli utenti di telefonia usa ancora un cellulare tradizionale, quando si centra l’analisi sul solo universo femminile, continua a preferire la tastiera il 24,2% del campione.
Escludendo WhatsApp, usata dal 58,1% delle donne al telefono rispetto al 57,8% del totale nazionale, le donne sembrano essere meno amanti delle tecnologie legate al mondo degli smartphone: il 63,5% naviga in Internet dal cellulare (contro il 67,8% del campione totale); usa la posta elettronica da telefono il 55% delle intervistate (60,8% il campione totale); si collega ai social network dal cellulare il 45,4% (vs 49%); utilizza Skype su mobile appena il 17,7% (vs 20,4%). È soprattutto nell’uso delle app che si allarga il divario fra l’universo totale e quello femminile: se a livello nazionale scarica applicazioni sul telefono il 55,2% degli intervistati, la percentuale scende al 48,1% fra le donne e risale al 62,9% fra gli uomini. Da evidenziare, invece, come le signore continuino ad amare SMS ed MMS (92,3% contro l’87,9% dei maschi).
Come detto, lo stereotipo che dipinge le donne come responsabili di grandi costi telefonici si è rivelato sbagliato e, anzi, la loro attenzione alle spese del cellulare è dimostrata anche dal fatto che, nei 12 mesi precedenti alla rilevazione, oltre il 94% delle intervistate abbia valutato di sottoscrivere un piano telefonico diverso o migrare verso un altro operatore. Nel 77% dei casi, fra l’altro, a spingere al cambiamento è stata proprio la volontà di risparmiare. Risparmio che, sempre secondo l’indagine, è stato effettivamente conseguito dal 90,4% di chi ha cambiato. (foto: donne e cellulare)

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Resta stabile la spesa per leggere degli italiani

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 gennaio 2015

20 Più libri più liberi 2009 foto MatteoMignaniE’ un primo dato di quanto emerge dall’indagine dell’Ufficio studi dell’Associazione Italiana Editori (AIE) sul mercato del libro 2014, che sarà presentato domani, 27 gennaio, nella giornata inaugurale del XXXII Seminario di Perfezionamento della Scuola per Librai Umberto ed Elisabetta Mauri, in programma fino al 30 gennaio a Venezia.
Il 2014 si conferma infatti un anno di grande trasformazione per il settore del libro: diversi indicatori risultano negativi ma, sommati, dimostrano complessivamente come l’andamento della spesa degli italiani in libri, ebook, e-reader e collaterali – in altre parole in ciò che serve a leggere – registri un +0,1% complessivo. Quanto hanno speso dunque gli italiani nel 2014 per leggere? Quasi 1,5miliardi di euro (per la precisione 1,452miliardi): 51,7milioni di euro è la stima del mercato 2014 degli ebook venduti, 1,2miliardi il mercato dei libri di carta secondo Nielsen nei canali trade (librerie, librerie online, grande distribuzione), 111milioni di euro quanto pagato dagli italiani per gli e-reader (stima provvisoria su dati Assinform, non si sono considerati i tablet), 54,3milioni di euro la spesa per i collaterali. La somma dei fattori si traduce in un dato sorprendente e soprattutto in una sfida implicita: “La sfida – sottolinea Giovanni Peresson, responsabile Ufficio studi AIE – di fare in modo nuovo il mestiere del libraio o dell’editore, innovando tutti quegli elementi che ci obbligano a guardare in modo diverso i comportamenti del lettore e cliente. Alcuni dati, presi singolarmente, possono risultare negativi ma aggregati all’interno del “sistema lettura” ci possono raccontare una storia diversa. La storia di una trasformazione”.
Diminuisce la lettura in Italia ma… – Secondo i dati Istat si passa dal 43% di italiani con più di 6 anni che leggono almeno 1 libro all’anno del 2013 al 41,4% del 2014. I forti lettori restano sostanzialmente stabili (-0,02%), crollano i lettori occasionali. Se si vuole fotografare la lettura nel lungo periodo, tra 2010 e 2014 si sono persi qualcosa come 2,6milioni di lettori (il 10%).
Parallelamente nel 2014 cresce, secondo Istat, del 32,2% la lettura di ebook: quasi 7milioni di italiani (il 13,1% della popolazione) hanno letto un ebook nell’anno passato. Diminuisce la produzione di libri di carta, cresce quella degli ebook – Gli editori hanno prodotto nel 2014 63.417 titoli, il 5,1% in meno rispetto al 2012 e con un prezzo di copertina alla produzione in media di 18,14 euro (il -7,2% rispetto al 2012). Parallelamente cresce la produzione di e-book: nel 2014, si stimano 53.739 titoli in digitale (esclusi i gratuiti) nei vari formati (epub, pdf, mobipoket), l’88,4% in più rispetto al 2012 e con un prezzo di copertina alla produzione in media di 6,96 euro (-22,8% sul 2012).
Cala il mercato del libro di carta nel 2014 rispetto all’anno precedente, ma progressivamente meno. Cresce del 40% il mercato e-book – Il 2014 si chiude per i libri di carta con il segno meno nei canali trade, secondo i dati Nielsen: -3,8% il giro d’affari, -6,5% le copie vendute, in ripresa rispetto ai primi mesi dell’anno e anche rispetto agli anni precedenti. Il libro di carta si compra prima di tutto nelle librerie di catena (pesano per il 40,6%, anche se in leggero calo rispetto al 2013), un pochino meno nelle librerie indipendenti (al 30,7%), sempre più nelle librerie online, che oggi pesano il 13,8% (+ 8% rispetto al 2013). Diminuisce invece in modo significativo la grande distribuzione. Parallelamente il mercato degli ebook si stima al 4,4% del mercato del libro, con un fatturato di 51,7milioni di euro (+39,4% sul 2013). “Questo quadro – conclude Peresson – ci dice che siamo entrati in una nuova fase: di lettura, di acquisto, anche di produzione. I paradigmi stanno cambiando. Non è in crisi il libro. Siamo di fronte a un radicale cambiamento nel mix, in cui innovazione è la parola chiave per tenere conto di una società più liquida e fluida”.

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Italiani con dolore

Posted by fidest press agency su mercoledì, 10 dicembre 2014

doloreFino all’85% di loro conosce la Legge 38/2010, che tutela gli italiani con dolore, e la Nota n. 66 di AIFA, che evidenzia le controindicazioni dell’impiego di antinfiammatori non steroidei (FANS) e Coxib nei pazienti con patologie cardiovascolari. Sono al corrente delle recenti restrizioni sui medicinali che associano paracetamolo e codeina, il cui impiego è stato limitato a 72 ore. Cresce anche la loro dimestichezza con i farmaci oppioidi: il 94%, infatti, sa citarne le principali marche (contro il 70% rilevato nel 2013). Sono i medici di famiglia italiani alle prese con la gestione della malattia dolore: promossi in teoria ma bocciati all’esame pratico, poiché in oltre il 50% dei casi, spesso a causa di resistenze culturali, dichiarano di non essere intenzionati a modificare le proprie abitudini prescrittive. A tracciare questo complesso scenario è una recente indagine condotta da Doxa Marketing Advice per conto del Centro Studi Mundipharma su 200medici di medicina generale (MMG) di tutta Italia.“Gli intervistati, se da un lato conoscono il quadro normativo di riferimento per il trattamento del dolore acuto e cronico, dall’altro non sembrano propensi ad adeguarvisi, manifestando un atteggiamento di sostanziale inerzia prescrittiva”, commenta Massimo Sumberesi, Managing Director di Doxa Marketing Advice. “In particolare, i più anziani sono quelli che dimostrano una maggiore resistenza al cambiamento. Analizzando le risposte relative alle prescrizioni effettuate, i FANS restano la soluzione più diffusa (36%), seguiti dagli oppioidi (26%, in monoterapia oppure in associazione a paracetamolo) e dagli antipiretici (22%). Rispetto a una nostra indagine condotta sempre sui generalisti nel 2013, si evince una situazione di stallo, dove l’evoluzione delle norme – che dovrebbero limitare l’impiego di antinfiammatori e favorire quello di oppiacei, per una maggiore approp riatezza terapeutica – non si traduce ancora in un comportamento concreto. Va tuttavia segnalato che, guardando al futuro, il 56% degli intervistati ritiene che le proprie prescrizioni di oppioidi aumenteranno”.Secondo l’indagine, un terzodei pazienti visitati ha dolore, lieve nel 34% dei casi, moderato 44%, severo 22%. Per quasi 7 assistiti su 10 si tratta di una forma cronica: in questo caso, i farmaci che i MMG considerano di riferimento sono gli oppioidi (29%), seguiti dai FANS (28%) e dalle associazioni di paracetamolo e codeina (16%). Alla prova dei fatti, però, il 52% delle loro prescrizioni di FANS continua ad avvenire nei pazienti con dolore cronico, nonostante i seri effetti collaterali che questi medicinali possono avere, se impiegati per lunghi periodi. Non solo: le associazioni paracetamolo/codeina vengono prescritte per oltre 3 giorni dal 90% degli intervistati, in media quasi per 10 giorni. Anche chi conosce l’aggiornamento delle relative schede tecniche – che ne ha limitato l’impiego a 72 ore – solo nel 14% dei casi li utilizza secondo la norma. Inoltre nei casi in cui, dopo i 3 giorni di assunzione, il pazi ente continui a riferire dolore, il 71% dei medici dichiara di cambiare terapia, ma solo il 6% passa a un oppioide, benché sia cresciuta la conoscenza di questa valida opzione terapeutica, rispetto al 2013.“Il medico di medicina generale ha un ruolo cruciale nella presa in carico del paziente che soffre”, dichiara Fiorenzo Corti, Responsabile comunicazione nazionale FIMMG. “L’indagine Doxa evidenzia come permangano ancora importanti margini di miglioramento sul fronte dell’applicazione delle normative, delle note e warning di AIFA. Occorrono quindi nuovi sforzi per intensificare le attività di formazione a supporto delle cure primarie. FIMMG sta lavorando proprio in questa direzione, con l’obiettivo di promuovere una maggiore appropriatezza terapeutica. Il nostro Paese tende ancora a un impiego eccessivo di FANS, spesso usati anche in presenza di controindicazioni (soggetti anziani e/o cardiopatici). Al contrario, esistono valide alternative farmacologiche, maneggevoli, efficaci e con minori effetti collaterali, come gli oppiacei. In particolare, le più recenti formulazioni, c he uniscono all’oppioide ossicodone il suo antagonista naloxone, presentano ulteriori benefici sotto il profilo della sicurezza e tollerabilità, in particolare contrastando la stipsi da oppiacei”.Tra i dati presenti nell’indagine, meritano un approfondimento particolare quelli relativi ai pazienti con malattie cardiovascolari che soffrono di dolore cronico, nei quali FANS o COXIB sarebberoesplicitamente controindicatidalla letteratura scientifica e dalla nota AIFA n. 66. L’85% dei medici intervistati ha prescritto un trattamento farmacologico a scopo analgesico a soggetti cardiopatici e, nel 16% dei casi, si è trattato di FANS e COXIB. A questo proposito, il progetto Cardiopain – nato allo scopo di ridurre l’uso improprio di farmaci antinfiammatori nei pazienti affetti da malattie cardiovascolari, con tanto di plauso dell’AIFA – risulta noto solo al 33% del campione, sebbene il 71% si ritenga comunque favorevole all’iniziativa.
“Quest’ultima indagine di Doxa ci restituisce un quadro di inappropriatezza terapeutica”, dichiara Marco Filippini, AD Mundipharma South Europe. “Quadro confermato dai dati di mercato, dai quali emerge come, a un leggero decremento dei FANS, non corrisponda un’adeguata crescita degli oppioidi, nonostante le evidenze cliniche, note AIFA e warning specifici che le Autorità regolatorie hanno comunicato quest’anno. A farne le spese sono poi i pazienti, condannati a non ricevere cure antalgiche adeguate, a rischiare seri effetti avversi e a convivere, nel quotidiano, con la sofferenza. Da tempo Mundipharma e il Centro Studi sono impegnati nel supportare iniziative volte a informare e sensibilizzare clinici e cittadini sul problema dolore. Con questa nuova survey ci auguriamo di poter contribuire a stimolare ulteriormente l’attenzione e il coinvolgimento dei medici di famiglia, sno do fondamentale all’interno della rete territoriale auspicata dalla Legge 38”.

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Diabete e anziani

Posted by fidest press agency su mercoledì, 17 settembre 2014

viennaVienna,.Cresce il numero degli anziani con diabete. Oggi, infatti, nel nostro paese su 3 milioni di persone colpite da diabete di tipo 2, due terzi hanno un’età superiore ai 65 anni, con il 25% over 75. Il dato, destinato ad aumentare in vista del progressivo invecchiamento della popolazione, fa riflettere e deve porre l’attenzione sulla cura e l’assistenza dell’anziano con diabete, ma soprattutto sulla prevenzione delle complicanze strettamente correlate alla malattia. “Come diabetologi ne siamo ben consci”, dice Antonio Ceriello, Presidente dell’Associazione Medici Diabetologi (AMD), l’organizzazione cui fanno riferimento i medici diabetologi operanti nei centri del Servizio sanitario nazionale. “Nel 2012, infatti, partendo dal database Annali AMD, che raccoglie oltre 500.000 cartelle cliniche di persone con diabete, assistite in quasi la metà dei circa 650 centri diabetologici nazionali, abbiamo pubblicato il primo Rapporto ‘Anziani con diabete’, che forniva un’importante, e forse unica, fotografia sull’assistenza riservata a questa particolare categoria. Oggi, siamo in grado di presentare, al 50° Congresso della European Association for the Study of Diabetes (EASD), l’analisi dell’evoluzione della qualità dell’assistenza prestata negli otto anni dal 2004 al 2011.”“La nostra indagine si è concentrata sulla particolare categoria degli ultrasettancinquenni, oltre 145.000 persone i cui dati sono registrati nel database Annali AMD, perché queste persone con diabete hanno un maggior tasso di mortalità, maggiori disabilità e malattie associate, quindi richiedono particolari competenze ed un approccio personalizzato alla cura”, racconta Riccardo Candido, diabetologo presso il distretto 3 di Trieste e componente dei gruppi AMD dedicati alla terapia personalizzata e all’anziano. Candido spiega, inoltre, che dal rapporto emerge con chiarezza come l’attenzione e la cura prestata agli anziani con diabete è migliorata di molto nel corso degli ultimi anni. “Ciò è dimostrato, in primo luogo, dal miglioramento dello score Q, l’indice ideato da AMD in collaborazione con la Fondazione Mario Negri Sud, e validato internazionalmente, che valuta l’efficienza delle cure e dell’assistenza prestate, e conseguentemente l’efficacia nel prevenire le complicanze tipiche del diabete, dall’infarto, all’ictus, ai disturbi della vascolarizzazione, alla mortalità. Tra il 2004 e il 2011 è quasi raddoppiata, dal 19,2% al 35,7%, la percentuale di over 75 con score Q superiore a 25. Si consideri che questa è la soglia che identifica la qualità delle cure attese; un valore superiore a 25 indica una situazione migliore dello standard; tra 25 e 15 aumenta del 20% il rischio di complicanze, mentre sotto 15, il rischio cresce all’80%” aggiunge Candido.Il risultato è frutto di numerose variabili: “è cresciuta l’attenzione alla valutazione non solo del grado di controllo della glicemia, ma anche della pressione arteriosa, dei livelli di colesterolo e trigliceridi, della microalbuminuria, indice di danno ai reni. Di pari passo sono migliorati i risultati clinici: si è assistito a una maggior personalizzazione dell’obiettivo glicemico e a una marcata riduzione (-21,5%) del numero di anziani con controllo della glicemia scadente; è cresciuta del 29,8% la quota di anziani con valori di pressione arteriosa inferiori a 150/90 mmHg e ben dell’80,3% quella delle persone con colesterolo LDL inferiore a 100 mg/dl”, dice ancora Candido.E’ infine migliorata l’appropriatezza terapeutica: è in costante riduzione, infatti, la quota di anziani con diabete in cura con sulfaniluree, farmaci ad elevato rischio di ipoglicemia. “Va notato, tuttavia come l’utilizzo di questa classe di farmaci sia ancora elevato e non del tutto appropriato e al contrario sia bassa la percentuale di pazienti curati con le incretine, in particolare gli inibitori del DPP4 meglio indicati per la gestione dell’anziano con diabete”, conclude Candido.

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Criminal profiling

Posted by fidest press agency su lunedì, 27 febbraio 2012

Come si costruisce un profilo psicologico Massimo Centini Collana Pensieri Felici 14×19 cm – 224 pagine – € 15,00 ISBN 978-88-7273-739-2 In libreria È proprio l’aspirazione al bello e al sacro della vita che ci spinge a cercare di capire che cosa possa indurre alcuni individui a compiere, contro altri esseri viventi, atti di ferocia ed efferata violenza, che in noi destano solo incredulità e orrore. Trovare il colpevole di un delitto per punirlo e per fermarlo prima che ne possa compiere altri, è lo scopo dell’indagine investigativa, che negli ultimi due secoli, grazie anche allo sviluppo di altre scienze e al non secondario contributo della letteratura poliziesca, è andata sempre più evolvendosi. Se ne ripercorrono qui le principali tappe, con particolare riferimento a uno dei suoi aspetti più significativi, quello psicologico: dai primi esordi con la fisiognomica e gli studi antropologici di Lombroso, alla fotografi a, alle impronte digitali, alle analisi del Dna, alle più sofisticate tecniche odierne, per riuscire a ricostruire il profilo psicologico del criminale a partire dal suo comportamento, dal modus operandi, che emerge dalle tracce sulla scena del crimine, dai reperti, dai dettagli. Alla fine di questo percorso di chiarificazione, si passa a prendere in esame i casi più importanti di delitti e omicidi avvenuti in Italia, che tanto hanno scosso l’opinione pubblica, lasciando anche spesso numerosi dubbi e misteri ancora irrisolti.
Massimo Centini, laureato in Antropologia Culturale presso la Facoltà di Lettere e Filosofi a dell’Università di Torino, ha lavorato a contratto con Università e Musei italiani e stranieri. Ha insegnato “Storia dell’Antropologia Criminale” ai master di Criminologia organizzati dal “Santo Spirito” di Roma e ai corsi organizzati da MUA – Movimento Universitario Altoatesino – di Bolzano. È autore di numerosi volumi editi da Xenia, tra i quali ricordiamo I serial killer e La criminologia. Comportamenti criminali e tecniche d’indagine.

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Tempi duri per i maschi lombardi

Posted by fidest press agency su mercoledì, 26 ottobre 2011

Impala maschi

Image by CorradoMos @*** via Flickr

Sono oltre 250.000, infatti, quelli che soffrono di disfunzione erettile. Le cause? Il 40% indica lo stress e ritmi troppo frenetici, mentre il 25% indica l’insicurezza e l’inadeguatezza di fronte a donne sempre più esigenti. Per non vedere sminuita la propria virilità, un maschio su due si è affidato almeno una volta ad aiuti farmacologici. Un segreto del quale solo il 4% delle partner è a conoscenza. Tra i rimedi più usati c’è la “mentina dell’amore”, il vardenafil orodispersibile, l’unica che si scioglie in bocca senz’acqua e che associa praticità e discrezione. I dati emergono da un’indagine nazionale, da cui prende spunto l’evento “Benessere sessuale. Libertà di amare sempre”, che vede la provincia di Milano in primo piano con un incontro di approfondimento rivolto ai farmacisti. Tra i protagonisti il dott. Danilo Centrella, dell’Unità Operativa di Urologia presso l’Ospedale di Gallarate (Varese). “Nell’ultimo decennio stiamo assistendo a una graduale presa di coscienza da parte degli uomini sull’importanza della loro salute sessuale – afferma -. Si abbassa anche l’età media di chi ha problemi: il 15% ha meno di 40 anni. Molto importante è capire che le problematiche alla base di questi fastidi sono profondamente cambiate – continua Centrella –. Per questo cerchiamo innanzitutto di rassicurare i nostri pazienti, consigliando loro i rimedi farmacologici più validi, ma al tempo stesso pratici e adatti alle loro necessità. L’uomo di oggi è alla ricerca di un supporto discreto ma efficace, come il nuovo vardenafil, il primo ed unico farmaco di questa classe che si scioglie in bocca e rappresenta la più innovativa terapia oggi disponibile per la disfunzione erettile”. Un problema in costante crescita in regione, a causa di stili di vita sempre più scorretti, primo fra tutti il fumo: secondo i dati dell’Assessorato alla Salute del Comune di Milano (2010), il capoluogo lombardo è la città in cui si fuma di più, soprattutto fra i giovani.La decima tappa dell’iniziativa “Benessere sessuale. Libertà di amare sempre” si svolgerà questa sera alle 19.30 presso Villa Torretta a Sesto San Giovanni e vedrà l’intervento della prof.ssa Chiara Simonelli, psicosessuologa dell’Università “Sapienza” di Roma, della dott.ssa Samuela Malesani, Azienda Speciale Farmaceutica di Bresso e sarà moderata dal dott. Carlo Gargiulo, opinionista scientifico.“La salute sessuale è una componente determinante del benessere complessivo individuale e di coppia – spiega la prof.ssa Simonelli -, ma i maschi italiani spesso la trascurano e rifiutano di affrontare alcuni disturbi per non mettere in discussione la propria autostima e l’immagine di sé. Si tratta di un problema trasversale a tutte le generazioni: nei giovani il confronto con i coetanei diventa serrato ed esplicitamente competitivo e spesso non si sentono all’altezza. L’uomo maturo oggi fatica a rispondere alle aspettative di una partner che lo vuole sempre più ‘perfetto’, impegnato in casa e macho a letto. Nella terza età poi il calo di desiderio e le problematiche cardiovascolari minacciano la funzionalità erettile e le prestazioni, fattori che generano preoccupazione e ansia e influiscono negativamente sulla salute sessuale della coppia”. Di fronte a queste defaillance spesso l’uomo va in crisi, con importanti riflessi sul suo benessere psicologico e sull’autostima. “Gli alleati del maschio sono l’urologo, l’andrologo, i medici di famiglia e noi farmacisti – conclude la dott.ssa Malesani –, figure professionali che rappresentano un importante punto di riferimento per aiutare il maschio ad affrontare e risolvere i suoi problemi sessuali. I disturbi non vanno banalizzati ma affrontati con l’aiuto di uno specialista. In particolare è importante sapere che esistono rimedi efficaci e al tempo stesso discreti come il nuovo vardenafil, che consente grande libertà e flessibilità. Come ha dimostrato anche un recente sondaggio, ben il 35% degli uomini lombardi ha indicato che per sentirsi più libero necessita di un farmaco che sia in primo luogo pratico e discreto, fermo restando ovviamente l’efficacia del rimedio”. Disponibile nelle farmacie italiane da aprile, la ‘mentina dell’amore’ ha conquistato il maschio italiano e ha conosciuto un vero e proprio boom nelle vendite in questi primi mesi, che ha posizionato l’Italia al primo posto in Europa di questa particolare classifica, seguita da Spagna e Germania.

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