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Posts Tagged ‘indigeni’

Indigeni in Argentina isolati in quarantena forzata

Posted by fidest press agency su giovedì, 11 marzo 2021

Nella provincia argentina di Formosa, al confine con il Paraguay, gli indigeni sono tenuti contro la loro volontà in centri di isolamento. Questo è quanto viene documentato nel rapporto “Nos pronunciamos y proponemos”, (Ci dichiariamo e proponiamo), che ha raggiunto l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) alcuni giorni fa. Alla ricerca di persone infettate da Coronavirus, forze di polizia sono entrate nelle comunità indigene e vi hanno prelevato delle persone. Solo dopo una lunga ricerca i loro parenti hanno potuto scoprire che erano stati portati in centri di isolamento. Secondo il rapporto, le persone in questi centri erano alloggiate in gruppi di 20-30 con bagni in comune e senza sufficiente protezione contro il contagio tra di loro. Le strutture sono sorvegliate dalle
forze di polizia. Alle persone ospitate è stato proibito di lasciare i centri. Le vittime di questa discutibile procedura denunciano percosse e trattamenti umilianti da parte della polizia. Alcune donne riportano attacchi di panico, tachicardia e depressione. Molti bambini, compresi i neonati, sono stati separati dalle loro madri e collocati presso parenti o vicini. Alle persone costrette in questo centro non è stato detto quando sarebbero state rilasciate. Se durante l’isolamento veniva accertato un caso positivo, il periodo di quarantena di tutti si estendeva per altri 14 giorni. Alcune persone colpite hanno dovuto rimanere in questi centri fino a 30 giorni. I parenti hanno riferito di non avere informazioni su dove si trovino i loro parenti. Fino ad oggi non si sa nulla di dove si
trovino 19 persone. Le loro famiglie non sanno cosa sia successo loro. Il rapporto è stato preparato con il sostegno dell’Associazione per la Promozione della Cultura e dello Sviluppo (APCD), la Diocesi per gli Affari Indigeni (EDIPA), il comune di María de la Merced, la Fondazione Manos de Hermanos e il Centro di Quartiere Enrique Angelelli. Più di 20.000 indigeni Wichí vivono nella provincia di Formosa, al confine con il Paraguay. Solo 100 anni fa, abitavano i loro territori, come i popoli indigeni dei Nivaclé, Qom e Pilagá. Oggi, questi territori si sono ridotti al 4,6% della loro area originale. Al più tardi dall’inizio del millennio, le grandi imprese agricole hanno annesso i territori. L’ambiente e la biodiversità stanno soffrendo: Formosa è una delle province argentine più colpite dalla deforestazione.

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La pandemia e gli indigeni sud americani

Posted by fidest press agency su venerdì, 8 gennaio 2021

In Sudamerica milioni di colpiti aggrediti dalla pandemia rischiano di non ricevere assistenza e cure necessarie. La situazione è più a rischio proprio nei territori del Rio de la Plata: Argentina, Brasile ed Uruguay. La stima è di 3 milioni di indigeni che stanno morendo a causa del Covid-19, a un tasso che è il doppio rispetto a quello nel resto della popolazione dei Paesi coinvolti.A denunciarlo è la ong «Casa Dinastica del Rio de la Plata» (www.virreinatodelriodelaplata.org), che dal 1989 si batte per i diritti delle minoranze svantaggiate e delle popolazioni indigene nei distretti del Rio de la Plata. La pandemia ha già colpito 42 tribù di indios argentini, 44 tribù di indios brasiliani, e 9 tribù di indios uruguaiani. Vista la gravità della situazione, Casa Dinastica del Rio de la Plata sollecita l’attenzione delle Nazioni Uniti e dei singoli governi sull’aumento dei casi di Covid-19 nei villaggi indigeni della regione del Rio de la Plata, affermando di trovarsi di fronte alla mancanza di politiche pubbliche efficienti per combattere la malattia.«I governi degli stati coinvolti non stanno adeguatamente aiutando con i test rapidi e non riescono a raggiungere le popolazioni indigene più isolate» puntualizza Viola Lala, press officer della World Organization for International Relations (www.woirnet.org).Certo è che la pandemia di Coronavirus rappresenta una grave minaccia per la salute delle popolazioni indigene di tutto il mondo. «Le comunità indigene hanno già uno scarso accesso all’assistenza sanitaria e tassi significativamente più elevati di malattie trasmissibili e non trasmissibili» sottolinea Alejandro Gastón Jantus Lordi de Sobremonte, presidente della Casa Dinastica del Rio de la Plata.Associandosi alle preoccupazioni del Dipartimento per gli Affari Economici e Sociali del Segretariato delle Nazioni Unite (UNDESA), del Presidente del Forum Permanente delle Nazioni Unite sulle Questioni Indigene, Anne Nuorgam, e della World Organization for International Relations, la Casa Dinastica del Rio de la Plata (www.virreinatodelriodelaplata.org) lancia dunque l’allarme sulla vulnerabilità delle popolazioni indigene, aderendo alla campagna #WeAreIndigenous dell’ONU e #WeAllAreIndigenous della WOIR.Secondo la Casa Dinastica del Rio de la Plata, anche quando le popolazioni indigene sono in grado di accedere ai servizi sanitari, subiscono stigma e discriminazione. E molto più spesso sono vittime della mancanza di accesso ai servizi essenziali ed alle altre misure preventive chiave come acqua pulita, sapone e disinfettanti.Le strutture mediche locali —se e quando ve ne siano— sono spesso poco attrezzate e carenti di personale. «Un fattore chiave è garantire che questi servizi e strutture siano forniti nelle lingue indigene e in base alle situazioni specifiche di queste popolazioni» sottolinea Viola Lala, press officer della WOIR.«Noi tutti dobbiamo impegnarci per includere le esigenze e le priorità specifiche delle popolazioni indigene nell’affrontare la pandemia di Covid-19» conclude Alejandro Gastón Jantus Lordi de Sobremonte, presidente della Casa Dinastica del Rio de la Plata. (AJ-Com.Net) AJ/VL 06 GEN 2021 10:00 NNNN

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La Federazione Russa ignora ripetutamente i diritti dei popoli indigeni

Posted by fidest press agency su domenica, 31 maggio 2020

I popoli indigeni cercano di proteggere la loro terra dalla distruzione ambientale causata dalla ricerca e dall’estrazione di materie prime. Questa è una spina nel fianco dei servizi segreti russi: in un’intervista all’agenzia di stampa TASS, il vicecapo dei servizi segreti, il generale Vladimir Kulishov, si è lamentato ieri dei “sostenitori stranieri” dei popoli indigeni e dei ricercatori polari. L’accusa che ogni protesta contro il governo russo sia controllata da agenti stranieri è un classico della propaganda di Putin. I popoli indigeni della Russia hanno tutto il diritto di difendere il loro territorio e il loro stile di vita contro gliinteressi di sfruttamento delle industrie estrattive. Kulishov è a capo delle autorità di controllo delle frontiere e della guardia costiera, che sono sotto il controllo dei servizi segreti FSB. Nella fase finale della seconda guerra cecena, combattuta dal 1999 al 2009, è stato a capo del FSB in Cecenia (2006-2008). È accusato di innumerevoli crimini contro la popolazione civile. Nell’agosto 2008 è diventato vicedirettore dell’FSB per tutta la Russia e vicepresidente del Comitato nazionale antiterrorismo. Dal 2013 è responsabile della guardia costiera e della sorveglianza delle frontiere. Ha già ricevuto diverse medaglie militari per il suo lavoro. Ha il grado di generale dell’esercito perché l’FSB è affiliato all’esercito. Le organizzazioni non governative in Russia, che ricevono donazionidall’estero, devono registrarsi come “Agenti stranieri” dal 2012. Da allora la legge in materia è stata più volte inasprita. Per le organizzazioni interessate, la registrazione comporta una notevole limitazione delle loro attività. Fare completamente a meno delle donazioni dall’estero di solito non è un’opzione, tanto che molte organizzazioni hanno dovuto chiudere.

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Una sentenza storica che deciderà del futuro dei popoli indigeni brasiliani

Posted by fidest press agency su lunedì, 14 agosto 2017

popoli indigeni brasilianiLa prossima settimana, la Corte Suprema del Brasile emetterà una sentenza storica che potrebbe sferrare il più grave colpo ai diritti territoriali indigeni dai tempi della dittatura militare.La sentenza è attesa per mercoledì 16 agosto, quando i giudici decideranno se includere una proposta sui diritti territoriali indigeni redatta dall’ufficio del procuratore generale. Nel frattempo sono previste proteste su larga scala in molte parti del paese.
Secondo tale proposta, i popoli indigeni che non stavano occupando le terre ancestrali alla data, o prima, del 5 ottobre 1988, quando l’attuale costituzione del paese entrò in vigore, perderanno il diritto di vivere lì.Se i giudici dovessero essere favorevoli, in Brasile il livello di riconoscimento dei diritti indigeni precipiterà indietro di decenni, con il rischio di distruggere centinaia di tribù autosufficienti, che dipendono dalla loro terra per l’autonomia e per la sopravvivenza.L’organizzazione brasiliana pan-indigena APIB sta coordinando numerosi eventi e proteste nella capitale Brasilia e altrove. Le manifestazioni si protrarranno fino alla sentenza con lo popoli indigeni brasiliani1slogan: “La nostra storia non è iniziata nel 1988. Niente limiti di tempo”.
La proposta del Presidente Temer di adottare un parere legale controverso ha suscitato grandi proteste indigene a Brasilia. Secondo gli attivisti, la proposta sarebbe stata spinta dal presidente Temer con l’obiettivo di rinsaldare la sua posizione politica. Da quando ha assunto l’incarico, nell’aprile 2016, a seguito dell’impeachment dell’ex presidente Dilma Rousseff, Temer ha collezionato valutazioni del suo operato misere, instabilità e proteste diffuse.
Se diventerà politica, la misura avvantaggerà la lobby agroalimentare rurale del Brasile, che considera la protezione delle terre dei popoli indigeni come un inutile ostacolo al profitto.Ulteriori dettagli sulla sentenza e sulla situazione generale dei popoli indigeni qui.I Guarani Kaiowá del Brasile sud-popoli indigeni brasiliani2occidentale sono solo una delle tante tribù che sarebbero colpite. Se la misura verrà approvata, non potranno mai recuperare la maggior parte della loro terra.”La nostra storia non è iniziata nel 1988″ – è lo slogan principale della campagna di APIB contro la sentenza. © APIBUno dei portavoce dei Guarani, Eliseu Guarani, ha dichiarato: “Per noi è durissima… non ci saranno altri riconoscimenti giuridici dei territori indigeni… Ma ci sono violenze, che tutti noi subiamo, attacchi da parte dei paramilitari, criminalizzazione e razzismo”.
Survival International sta conducendo una campagna contro la misura, che è illegale sotto il profilo del diritto internazionale, e ha invitato i suoi sostenitori ad agire.
“Il furto di terra è il problema più grande che i popoli tribali devono affrontare, e questa proposta è poco più che un manifesto di land grabbing” ha commentato il direttore generale di Survival Stephen Corry. “È un brusco taglio ai diritti territoriali indigeni, ceduti ad allevatori, taglialegna, baroni della soia e altri interessi costituiti.” (foto:popoli indigeni brasiliani)

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Greenpeace nel mondo

Posted by fidest press agency su sabato, 23 luglio 2016

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Greenpeace activists protest in front of Siemens office in Buenos Aires, against the company’s plans to get involved in the new mega dam project at the Tapajos River in the Amazon. The Munduruku indigenous people inhabit rainforests in the banks of the Tapajós river where the Brazilian government intends to build a large complex of more than 40 dams that would force the Munduruku to leave their traditional home against their will, losing their livelihood.

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Siemens inaugurates its new headquarters in Munich. The company, which will be climate neutral by 2030, claims that the new building also sets standards for climate-friendly construction and a modern corporate culture even though Siemens is planning to get involved in the building of the new Brazilian mega dam at the Tapajos river in the Brazilian Amazon. The environmentally and socially highly controversial project would destroy large forest areas and home to thousands of indigenous Munduruku. 

Dall’Italia al Messico, dal Brasile al Giappone fino alla Germania, nelle ultime settimane Greenpeace è entrata in azione in 16 sedi di Siemens per chiedere al gigante tedesco di non partecipare alla costruzione della diga idroelettrica di São Luiz do Tapajós, mega progetto che devasterebbe il cuore dell’Amazzonia.
Questa opera, la più grande tra le 43 dighe previste sul fiume amazzonico Tapajós, potrebbe sommergere 400 chilometri quadri di foresta pluviale incontaminata, portando inoltre alla deforestazione di un’area di 2.200 chilometri quadri per la costruzione di strade e infrastrutture necessarie alla realizzazione della diga. Un grave pericolo per la biodiversità della regione, che priverebbe gli indigeni Munduruku e le comunità tradizionali delle loro terre e dei loro mezzi di sussistenza.L’organizzazione ambientalista, supportata da un milione di persone che hanno aderito all’appello, chiede inoltre a Siemens – una delle poche aziende a livello mondiale in grado di realizzare turbine idroelettriche per mega dighe – di assumere una posizione netta contro la distruzione della foresta, ed esprimersi in favore del rispetto dei diritti delle popolazioni indigene, dichiarando pubblicamente che non parteciperà al progetto di costruzione della mega-diga di São Luiz do Tapajós. «Lo scorso 7 luglio siamo entrati in azione anche in Italia, a Milano, per spingere Siemens a non replicare quanto fatto con la diga di Belo Monte, nota per il suo devastante impatto ambientale, e includere la protezione delle foreste nelle proprie innovative politiche di sostenibilità ambientale», dichiara Martina Borghi, campagna foreste di Greenpeace Italia. «Investire nello sviluppo di tecnologie capaci sfruttare il potenziale dell’energia solare ed eolica del Brasile sarebbe di gran lunga una mossa meno dannosa e più lungimirante», conclude.

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Giornata internazionale popoli indigeni

Posted by fidest press agency su mercoledì, 7 agosto 2013

In occasione della Giornata Mondiale dei Popoli Indigeni (9 agosto), l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) vuole ricordare la difficile e pericolosa situazione degli attivisti per i diritti umani indigeni. In molti paesi del mondo gli Indigeni che lavorano per il rispetto dei diritti delle proprie comunità corrono grandi pericoli. Perseguitati per il loro impegno da polizia, autorità, latifondisti e/o multinazionali, gli attivisti indigeni per i diritti umani sono troppo spesso vittime di arresti arbitrari, persecuzioni, torture e omicidi. I popoli indigeni normalmente non possano contare su lobby che difendano i loro interessi nei paesi in cui vivono e quindi i crimini commessi contro di loro restano perlopiù impuniti. La Dichiarazione dell’ONU per la Tutela dei Difensori dei Diritti Umani del 1998 impone esplicitamente la protezione degli attivisti per i diritti umani, ma la dichiarazione resta disattesa dalla maggior parte dei governi. Lo scorso 21 marzo 2013 il Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU ha emesso una risoluzione votata all’unanimità in cui viene riaffermato l’obbligo a tutelare gli attivisti e difensori per i diritti umani. La maggior parte dei governi continua inoltre a ignorare la Dichiarazione Generale dell’ONU sui Diritti dei Popoli Indigeni, approvata dall’Assemblea Generale dell’ONU nel 2007.I territori indigeni sono interessanti per governi e multinazionali per lo sfruttamento delle materie prime e dei legni pregiati o per l’espansione dell’industria agraria. Ma anche taglialegna illegali o trafficanti di droga sono interessati ai territori indigeni e minacciano le comunità che vivono nei territori presi di mira. Gli attivisti e le persone che diventano testimoni di violazioni o che semplicemente rivendicano il rispetto dei loro diritti, come ad esempio Benki Piyako del popolo degli Ashaninka nella regione di frontiera tra Perù e Brasile, rischiano la vita. I conflitti latenti da decenni se non addirittura da secoli come ad es. in Cile tra Mapuche e latifondisti continuano a causare morti e feriti, arresti arbitrari e condanne ad hoc di innocenti.
Da anni molte organizzazioni di Adivasi, come vengono genericamente chiamati i circa 85 popoli tribali indigeni dell’India, si impegnano per migliorare l’istruzione delle persone e quindi la possibilità di difendersi dai soprusi per vie legali. Il loro lavoro si scontra con l’opposizione della società, degli esponenti politici e soprattutto degli esponenti dell’economia e gli attivisti per i diritti umani si ritrovano sommersi da un mare di processi e iter giudiziari. La situazione dei difensori dei diritti umani non migliora in Russia dove i rappresentanti delle organizzazioni indigene lamentano i soprusi e la violenza delle autorità in nome di una non meglio precisata “sicurezza nazionale” ogniqualvolta le organizzazioni indigene tentano di opporsi a mega-progetti di sfruttamento sui loro territori o semplicemente chiedono maggiore democrazia e trasparenza.Il semplice fatto di non conoscere singole situazioni di violazioni e soprusi non può giustificare l’indifferenza dei governi europei che anzi, proprio nei casi di accordi commerciali e di rapporti bilaterali sarebbero tenuti a esigere la tutela dei difensori dei diritti umani e il rispetto dei diritti umani dei popoli.

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La situazione degli Indigeni in Nepal

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 maggio 2010

Il Nepal è un paese ricco di molteplici culture. Basta infatti pensare che il 37% della popolazione è ufficialmente riconosciuta come appartenente a uno dei diversi popoli indigeni del Nepal. Ciò nonostante le misure concrete adottate dal governo per tutelare e sostenere le minoranze risultano essere molto limitate. Indigeni in Nepal? Il Nepal ha una storia centenaria di migrazioni e insediamenti che rende particolarmente difficile distinguere tra popolazione indigena e non-indigena. Da un punto di vista puramente geografico tutta la popolazione nepalese potrebbe essere considerata indigena, ma i Nepalesi stessi si autodefiniscono Adivasi Janajati, cioè indigeni, solo se i propri antenati vi vivevano già prima dell’arriva degli Hindu più di cinquecento anni fa e si distinguono quindi dagli Hindu dominanti per religione e organizzazione sociale. Le diverse popolazioni indigene nepalesi sono accomunate dal fatto di essere percepite come distinte dalla popolazione maggioritaria e di condividere con altre popolazioni indigene del pianeta determinate richieste riguardanti i loro diritti.

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Repressione indigeni amazzonici

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 novembre 2009

Foto di David DudenhoeferL’annunciato progetto del governo peruviano di sciogliere l’organizzazione nazionale degli Indiani amazzonici peruviana, nota come AIDESEP, sta scatenando dure reazioni di condanna da parte dei leader indigeni di tutto il mondo. “Noi, i Boscimani del Botswana, sosteniamo gli Indiani del Perù. Il governo e le compagnie petrolifere non dovrebbero dimenticarsi dei popoli indigeni. Se distruggi le loro terre, distruggi anche gli Indiani” ha commentato Jumanda Gakelebone della First People of the Kalahari, un’organizzazione boscimane dell’Africa meridionale. Mentre Armand MacKenzie, del Consiglio Innu della Nitassinan, in Canada, ha scritto: “Anziché attaccarla in tribunale, il governo peruviano dovrebbe sedersi a un tavolo e parlare con rispetto all’AIDESEP perchè l’organizzazione rappresenta in modo legittimo gli Indiani amazzonici della nazione.” “È un oltraggio. Condanno il governo peruviano per i suoi tentativi di distruggere la voce della popolazione amazzonica del Perù” ha commentato Lal Amlai, un uomo Junna del Bangladesh. “Se attacchi l’AIDESEP, attacchi tutti i popoli indigeni, non solo in Amazzonia o in Perù, ma in tutto il mondo” ha dichiarato la CAOI, l’organizzazione che riunisce i popoli indigeni di Argentina, Bolivia, Cile, Colombia, Ecuador e Perù. Secondo la CAOI, il piano governativo di sciogliere l’AIDESEP è “assurdo” e costituisce un’ulteriore prova delle politiche “razziste” del governo.L’AIDESEP si è opposta con determinazione ai progetti governativi di aprire l’Amazzonia peruviana alle compagnie minerarie, petrolifere e del gas. La proposta di scioglimento è stata avanzata dal Ministro della Giustizia peruviano tre giorni dopo l’attacco sferrato dalla polizia armata conto una manifestazione pacifica degli indigeni a Bagua , nel nord del paese. La protesta faceva capo ad una più vasta ondata di manifestazioni coordinate a livello amazzonico proprio dall’AIDESEP. L’assalto finì col provocare più di trenta morti e duecento feriti. L’AIDESEP è stata fondata nel 1980 e rappresenta 350.000 indigeni che vivono nella foresta amazzonica peruviana. http://www.survival.it (foto david)

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India: pogrom contro indigeni cristiani

Posted by fidest press agency su venerdì, 21 agosto 2009

Da un anno ormai le vittime sopravvissute alle sommosse che poi hanno provocato i pogrom contro gli indigeni Adivasi cristiani nello stato orientale indiano dell’Orissa Attendono invano che i colpevoli vengano adeguatamente puniti. L’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) in occasione dell’anniversario dello scoppio delle violenze il 23 agosto, in cui radicali indù avevano minacciato di morte la popolazione cristiana, riporta il fatto che ora i testimoni oculari vengono minacciati per evitare che depongano per poter ottenere la liberazione degli indiziati. C’è un clima di paura e molti sfollati al loro ritorno nei loro villaggi temono di rimanere nuovamente vittime di attacchi. Per questo motivo i testimoni devono essere assolutamente protetti meglio e si teme una riduzione della protezione delle istituzioni cristiane da parte delle forze di sicurezza. Desta preoccupazione il fatto che già dal mese di luglio è iniziato il ritiro delle ultime 400 unità delle forze speciali della polizia federale indiana CRPF dalla zona di crisi della regione di Kandhamal. Subito dopo l’assassinio del leader radicale indù Swami Laxmanananda Saraswati, il 23 Agosto 2008, erano stati inviati fino a 50000 uomini delle forze speciali nella regione orientale dell’India. Bande indù molto ben organizzate avevano preso di mira e attaccato 315 villaggi di indigeni Adivasi. Le competenti autorità locali di polizia si erano rifiutate di proteggere i cristiani: 120 Adivasi erano stati uccisi, tra loro dieci erano sacerdoti e monache. 50.000 Cristiani sono stati costretti a fuggire, 252 chiese e 13 scuole cristiane sono state distrutte, 4.640 case saccheggiate e bruciate. Fino ad oggi, solo sei criminali sono stati condannati a pene detentive dai due ai sei anni di reclusione, anche se i singoli episodi di violenza sono stati 1004 e 1218 persone sono state arrestate. Almeno 17 imputati sono stati assolti per insufficienza di prove. Sono state sporte 821 denunce e sono stati avviati 480 procedimenti istruttori. Ma poiché i testimoni sono stati intimiditi e minacciati, difficilmente si potrà arrivare a emettere delle condanne. Ad esempio tre estremisti indù armati di pistole (i loro nomi sono noti alle autorità) il 30 giugno 2009 sono andati in diversi villaggi e hanno minacciato di morte i testimoni se si fossero recati in tribunale a testimoniare. Anche un testimone in un procedimento per stupro della suora cattolica Meena, in cui sono inquisiti una decina di persone, ha ricevuto minacce sul suo posto di lavoro. L’APM ha inviato spesso il proprio esperto per l’India James Albert nella zona di crisi, poiché le informazioni fornite dalle autorità locali sin dall’inizio dei tumulti si sono spesso dimostrate inaffidabili. Albert ha verificato come i profughi cristiani vengano costretti da radicali indù a convertirsi all’Induismo. Inoltre i profughi sono sottoposti a forti pressioni perché ritirino le proprie denunce per dare almeno una formale impressione di convivenza pacifica e armoniosa. Circa 1300 profughi si rifiutano ancora oggi di ritornare ai propri villaggi perché la loro sicurezza non è garantita. Quegli Adivasi ritornati alle proprie case riferiscono di continue tensioni tra indù e cristiani.

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