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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 338

Posts Tagged ‘infarto’

“L’infarto nell’era del Covid”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 14 aprile 2021

Torino Venerdì 23 aprile alle 17.30, l’Accademia di Medicina di Torino organizza una seduta scientifica on line dal titolo “L’infarto nell’era del Covid”. Introduce l’incontro Patrizia Presbitero, primario di chirurgia interventistica presso l’Istituto Humanitas di Rozzano (MI), socio ordinario dell’Accademia di Medicina. Il relatore sarà Giulio Stefanini, Professore Associato di Cardiologia, Università Humanitas.La pandemia da Covid-19 ha avuto rilevanti implicazioni in ambito cardiovascolare. Innanzitutto per un interessamento diretto dei pazienti con patologie cardiovascolari, che sono da subito risultati a più alto rischio di un decorso sfavorevole. Inoltre è stato mostrato da una serie di studi che la patologia Covid-19 ha un coinvolgimento diretto vascolare e miocardico, con un conseguente rischio di infarto del miocardio e di danno cardiaco, con meccanismi fisiopatologici solo parzialmente noti. Infine, non vanno sottovalutate le implicazioni indirette del Covid-19 sul trattamento delle patologie cardiovascolari: la riorganizzazione del sistema sanitario finalizzata alla gestione del Covid-19 ha avuto conseguenze negative sul trattamento tempestivo delle emergenze cardiovascolari, soprattutto nella prima fase della pandemia. Complessivamente, le patologie cardiovascolari e, in particolare, l’infarto del miocardio hanno avuto un ruolo centrale nell’era del Covid-19. L’esperienza degli ultimi 12 mesi dovrà rappresentare un bagaglio per la gestione clinica e organizzativa di possibili future emergenze sanitarie. In ottemperanza alle disposizioni del DPCM relative alle misure di contenimento della pandemia, si potrà seguire l’incontro solo collegandosi al sito http://www.accademiadimedicina.unito.it.

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Da studio italiano nuove linee guida per l’infarto

Posted by fidest press agency su domenica, 13 settembre 2020

Lo studio destinato a cambiare gli standard mondiali di approccio all’infarto, è stato presentato in una conferenza stampa online in concomitanza con il congresso della European Society of Cardiology, in chiusura oggi: è stato realizzato in 30 centri d’eccellenza, distribuiti in tutta Italia, sotto la guida del professor Giuseppe Tarantini, direttore di Cardiologia interventistica dell’Università di Padova e presidente Gise e del professor Giuseppe Musumeci, direttore di Cardiologia dell’Ospedale Mauriziano di Torino. «L’attuale pratica clinica italiana con coronarografia effettuata entro 24 ore dall’infarto Nstemi ed eseguita da accesso radiale – ha spiegato Giuseppe Musumeci – ha garantito eccellenti risultati in entrambi i gruppi di studio, che hanno reso di fatto superfluo un ulteriore confronto tra le due strategie di trattamento farmacologico antiaggregante, nessuna delle quali può essere raccomandata come approccio routinario. Piuttosto, ci deve essere un percorso personalizzato che individui la migliore strategia per il singolo paziente. Con i risultati del DUBIUS potremo evitare a circa 80mila pazienti l’anno una somministrazione a tappeto di potenti antiaggreganti prima della coronarografia, con una riduzione di potenziali effetti collaterali e notevoli ricadute sull’appropriatezza delle cure». Tutto questo significa anche riduzione dei tempi di attesa nel caso di bypass, giornate che il paziente trascorre in ospedale e che possono aumentando rischi di complicanze e costi di gestione. «Nell’era Covid-19 un risultato ancora più prezioso per la pratica clinica», commentano gli esperti. «Lo studio ha coinvolto inizialmente oltre 2500 pazienti – ha illustrato il coordinatore della ricerca Marco Mojoli, cardiologo emodinamista dell’Ospedale Civile di Pordenone -. I pazienti arruolati nel DUBIUS sono stati assegnati casualmente, in base alla sequenza generata da un computer, a una delle due strategie, pretrattamento o assenza di pretrattamento farmacologico».
Il lavoro ha dimostrato un’incidenza di eventi avversi gravi (morte, infarto, ictus, sanguinamento) entro 30 giorni dall’arruolamento molto bassa (3%) e numericamente sovrapponibile nei due gruppi di studio. Inoltre, il 99% dei pazienti è stato sottoposto a coronarografia, eseguita in oltre il 95% dei casi tramite un’arteria del polso – in linea con la migliore pratica clinica italiana – e non dall’inguine. Nel 75% dei casi la procedura è stata eseguita entro un giorno dal ricovero. Il 72% dei malati nel corso dell’esame è stato sottoposto a un’angioplastica. Una minoranza di casi (6%) ha richiesto l’esecuzione di un intervento cardiochirurgico di bypass aorto-coronarico. «I risultati del DUBIUS contribuiscono a mettere la parola fine all’interrogativo che da sempre è motivo di dibattito nel mondo della cardiologia sull’opportunità di somministrazione di antiaggreganti prima o dopo la conferma della diagnosi con la coronarografia – ha concluso il professor Giuseppe Tarantini – la Cardiologia interventistica italiana (Gise) si distingue a livello internazionale per una sperimentazione clinica in grado di influenzare le pratiche di trattamento dell’infarto. Il DUBIUS ci dice anche, forte e chiaro, che sull’infarto l’Italia è best in class, con risultati che riducono gli eventi avversi a meno della metà rispetto al resto del mondo: 2 su 100 trattati contro i 7 a livello globale. E ci rivela inoltre che la ricerca e la pratica clinica nel nostro Paese sono davvero in ottima salute». (fonte: Doctor33)

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Infarto miocardico acuto

Posted by fidest press agency su mercoledì, 6 Maggio 2020

Un documento di consenso firmato dall’American College of Cardiology (ACC), dall’American College of Emergency Physicians (ACEP) e dalla Society for Cardiovascular Angiography & Interventions (SCAI) descrive in modo esaustivo come trattare i pazienti con infarto miocardico acuto durante la pandemia da COVID-19. L’articolo, primo autore Ehtisham Mahmud dell’Università di California San Diego, è stato appena pubblicato sul Journal of American College of Cardiology. «Anche durante la pandemia da COVID-19 l’angioplastica coronarica percutanea (PCI) rimane lo standard di cura nei pazienti con infarto miocardico e sovraslivellamento del segmento ST (STEMI), ma solo negli ospedali in grado di attuare la procedura tempestivamente in un laboratorio di emodinamica dotato di personale esperto che indossa i necessari dispositivi di protezione individuale (DPI)» consigliano gli autori, aggiungendo che una strategia alternativa basata sulla fibrinolisi può essere invece preferibile negli ospedali senza emodinamica oppure in situazioni specifiche in cui la PCI non può essere eseguita o non è considerata la migliore opzione. Il presidente SCAI Mahmud e i coautori invitano inoltre tutti i medici a ricordare che le manifestazioni cardiovascolari di COVID-19 sono complesse, e che in questi casi l’infarto acuto del miocardio dovrebbe entrare in diagnosi differenziale con la miocardite che simula uno STEMI, la cardiomiopatia da stress o comunque non ischemica, lo spasmo coronarico oppure una lesione miocardica aspecifica. «Prima di scegliere la strategia riperfusoria si dovrebbe prendere in considerazione un ampio ventaglio di patologie alternative che potrebbero essere alla base del sovraslivellamento del tratto ST, non ultima la miocardite spesso associata all’infezione da nuovo coronavirus» ribadisce Mahmud. E conclude: «È indispensabile, inoltre, che durante la pandemia da COVID gli operatori sanitari utilizzino DPI adeguati in tutte le procedure invasive eseguite, e che i nuovi test rapidi COVID-19 vengano diffusi rapidamente in tutti gli ospedali che gestiscono pazienti con infarto miocardico acuto». (fonte doctor33)

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Donne con fegato grasso più a rischio di ictus cerebrale e di infarto

Posted by fidest press agency su venerdì, 6 dicembre 2019

Numerosi studi di popolazione, sia in Europa che negli USA, hanno dimostrato che il sesso femminile (probabilmente a causa del differente assetto ormonale) è protettivo, rispetto al sesso maschile, nei confronti delle malattie cardiovascolari come l’infarto o l’ictus. Questi dati sono così forti per cui il sesso femminile è considerato un fattore protettivo quando valutiamo il rischio di questi eventi nella pratica clinica ambulatoriale, insieme all’età, alla pressione arteriosa, ai livelli di colesterolo ed all’abitudine al fumo che sono invece fattori sfavorevoli. La steatosi epatica non alcolica – o fegato grasso (NAFLD) – è definita dall’accumulo eccessivo di grasso nel fegato in soggetti che non abusano di alcol. Data la sua associazione con componenti della sindrome metabolica come l’obesità, il diabete, le dislipidemie e l’ipertensione arteriosa, la NAFLD è attualmente la più comune causa di danno epatico cronico e può evolvere verso la cirrosi epatica ed il carcinoma epatocellulare. Studi degli ultimi 5-6 anni hanno però dimostrato che la NAFLD non è solo associata alle componenti della sindrome metabolica, ma anzi può contribuire alla genesi della sindrome metabolica stessa e può rappresentare un fattore di rischio per l’insorgenza del diabete. Non deve quindi sorprendere che le principali cause di mortalità nei pazienti con NAFLD siano rappresentate dalle CVD.Studi recenti hanno quindi valutato se il sesso rimane un fattore protettivo nei confronti di infarto ed ictus nelle donne con fegato grasso. Negli USA esistono sistemi informatici che raccolgono i dati clinici di larghe fasce della popolazione e quindi sono stati valutati tutti gli individui adulti nella contea di Olmsted, in Minnesota. I pazienti con steatosi epatica (83.869) sono stati confrontati con una popolazione, analoga per età e sesso, di soggetti senza NAFLD (15.209). In questi due gruppi è stata quindi valutata l’incidenza di infarto del miocardio, angina ed ictus nei sette anni successivi di valutazione. Questa valutazione su una fascia così ampia di popolazione ha confermato che, nella popolazione generale, infarto del miocardio ed ictus sono ridotti nella popolazione femminile rispetto a quella maschile. Quando invece consideriamo i soggetti con fegato grasso, l’incidenza di eventi ischemici cardiovascolari nei pazienti con NAFLD è risultata essere simile negli uomini e nelle donne. Quindi la presenza del fegato grasso fa perdere alle donne l’effetto protettivo del sesso nei confronti delle malattie cardiovascolari. Di conseguenza, le donne con fegato grasso sono affette da malattie cardiovascolari in età più giovane rispetto a donne senza steatosi epatica, aumentando in modo drammatico l’età cardiovascolare di questi soggetti di ben 18 anni, raddoppiando il rischio di infarto e/o ictus nelle donne giovani o di mezza età con fegato grasso. Al contrario, le differenze tra soggetti con o senza fegato grasso sono assenti o marcatamente ridotte nel sesso maschile. Questo studio dimostra quindi che le donne con fegato grasso hanno un rischio di infarto o ictus paragonabile a quello degli uomini, osservazione spiegabile con le alterazioni metaboliche nelle donne con NAFLD che annullano l’effetto protettivo degli ormoni sessuali femminili. Quindi questi dati e questo studio dovrebbero influenzare da subito la pratica clinica quotidiana identificando quindi quelle donne con fegato grasso a rischio precoce di infarto e/o ictus, spingendo il medico di base a convincere la paziente sulla necessità di modificare lo stile di vita (attività fisica, aderenza alla dieta mediterranea, astensione dal fumo e dall’eccesso di alcolici) ed eventualmente ad iniziare terapia con statine ed aspirina a basso dosaggio per la prevenzione di infarto ed ictus. Secondo il presidente della Sige professor Domenico Alvaro “sono ormai consolidate le evidenze che dimostrano come il Fegato grasso rappresenti una variabile predittiva di rischio di malattie cardiovascolari, di sindrome metabolica e di rischio oncologico. Pertanto quando in un paz. viene scoperta la presenza di steatosi epatica, dovrebbero essere messe in atto tutte le misure per una adeguata e globale valutazione dello stato di salute del paz. oltre che misure dietetiche e comportamentali (esercizio fisico che riducono il rischio) atte a ridurre i rischi”.

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Infarto, test della troponina può essere fuorviante. Ecco perché

Posted by fidest press agency su venerdì, 29 marzo 2019

Il limite superiore di normalità per il test della troponina cardiaca ad alta sensibilità indicato dal produttore potrebbe essere troppo basso e quindi diventare fuorviante, secondo uno studio pubblicato sul British Medical Journal. «Su 20.000 pazienti consecutivi sottoposti a esami del sangue presso il nostro ospedale, uno su 20 aveva livelli di troponina maggiori del limite superiore raccomandato dal produttore. Ma la maggior parte di questi pazienti si trovavano in ospedale per altre patologie e non presentavano segni o sintomi clinici di infarto. Inoltre, i livelli di troponina differivano anche in base a fattori come età, sesso e il fatto di essere degenti o pazienti esterni» spiega Nick Curzen, della University Hospital Southampton NHS Foundation Trust, Southampton, Regno Unito, autore senior dello studio. Secondo i ricercatori, anche se questo esame viene usato con successo per escludere la presenza di infarto quando i valori che ne risultano sono bassi, c’è il rischio che qualcuno possa ricevere un trattamento inappropriato. Per valutare meglio la situazione, gli esperti hanno misurato i livelli di troponina in 20.000 pazienti ricoverati e ambulatoriali sottoposti a esami del sangue per qualsiasi motivo presso l’ospedale tra il 29 giugno e il 24 agosto 2017, con età media di 61 anni. Ebbene, i ricercatori hanno scoperto che il 99° centile di concentrazione per la troponina, ovvero il valore sul quale si calcola nella popolazione sana il limite superiore di normalità, per l’intera popolazione dello studio era pari a 296 ng/L, ed era quindi molto diverso dal livello indicato dal produttore di 40 ng/L. Uno su 20 (5,4%) di tutti i 20.000 pazienti aveva un livello di troponina superiore a 40 ng/L, ma nella maggior parte di questi pazienti non vi era alcun sospetto clinico di infarto. Complessivamente, il 39% di tutti i pazienti delle unità di terapia intensiva, il 14% di tutti i pazienti ricoverati e il 6% di tutti i pazienti del pronto soccorso avevano una concentrazione di troponina superiore al limite superiore di normalità raccomandato. «Questi dati evidenziano la necessità per il personale clinico di interpretare attentamente le concentrazioni di troponina, in particolare quando si applica il limite superiore di normalità raccomandato per diagnosticare l’infarto miocardico acuto, al fine di evitare diagnosi errate in assenza di una presentazione clinica appropriata» concludono gli autori. (fonte: doctor33 e BMJ. 2019. doi: 10.1136/bmj.l729 https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/30867154)

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Medici e ricercatori vicini alla comprensione delle diverse origini di ischemia e infarto

Posted by fidest press agency su mercoledì, 12 luglio 2017

infarto-miocardico-acutoNonostante i progressi degli ultimi decenni le malattie coronariche rimangono il killer numero uno. Abbiamo farmaci efficaci per ridurre i danni da infarto, ma sono necessarie ulteriori ricerche per comprendere i diversi responsabili delle malattie coronariche, primi tra tutti ipertensione, colesterolo ma anche infiammazione. È però sorprendente che a fronte di questa forte evidenza epidemiologica i finanziamenti pubblici e privati a sostegno della ricerca sulle cause e sul trattamento delle malattie coronariche siano stati, negli ultimi anni, progressivamente ridotti. È con questi presupposti che a Roma si è svolto il Simposio internazionale dal titolo “Ischemic heart disease: the main cause of morbidity and mortality worldwide. What can we improve?” organizzato dal Professor Filippo Crea, Direttore del Polo di Scienze Cardiovascolari e Toraciche della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli e promosso dalla Fondazione Internazionale Menarini. «L’obiettivo del Simposio è stato quello di definire le linee di ricerca più promettenti per ridurre la mortalità causata dalle malattie coronariche» spiega Crea. «In particolare, sono state discusse le cause dell’infarto alla luce del fatto che quella che sembrava una malattia unica è invece causata da diversi meccanicismi che necessitano di terapie diverse. Questo importante innovazione concettuale è stata resa possibile da nuove tecnologie di imaging, in particolare l’OCT. Una tecnologia che consente di “curiosare” dentro le coronarie dei nostri pazienti con una risoluzione simile a quella di un microscopio».
OCT è l’acronimo di “Optical Coherence Tomography”, ossia tomografia a coerenza ottica. Sfrutta le caratteristiche fisiche delle onde luminose trasformando in immagini l’interazione tra le onde elettromagnetiche e le diverse strutture che compongono l’arteria o la placca aterosclerotica. La sua caratteristica principale è di permettere una visualizzazione dall’interno dell’arteria: l’analisi OCT viene condotta mediante l’introduzione nella coronaria, attraverso un normale catetere da angioplastica, di una sonda che scansiona l’intera arteria in un tempo molto rapido. Grazie al suo elevatissimo potere di risoluzione, 10 micron, rispetto ai 200 o 600 micron della coronarografia o della TAC coronarica, l’OCT permette di visualizzare le strutture che compongono la parete dell’arteria, o la placca aterosclerotica, con una precisione unica tra le attuali tecniche cosiddette di “imaging”. Di fatto l’OCT permette di vedere in tempo reale, e all’interno di un cuore battente, cose altrimenti visibili solo al microscopio.
Nel corso del Simposio è stato inoltre discusso il ruolo delle alterazioni del microcircolo coronarico. Negli ultimi anni, un grande interesse scientifico si è rivolto allo studio della fisiopatologia dei piccoli vasi coronarici. Alterazioni strutturali e funzionali del microcircolo possono spiegare l’insorgenza di ischemia miocardica in diverse situazioni cliniche, che vanno dalla cardiopatia ischemica a cardiopatie strutturali. «Questa importante innovazione concettuale è stata resa possibile da nuove tecnologie che hanno reso possibile un’esplorazione funzionale delle coronarie e che hanno documentato che in circa metà dei pazienti gli episodi di angina, infarto e scompenso cardiaco non sono causati da ostruzioni coronariche “visibili” alla coronarografia ma piuttosto da alterazioni del microcircolo coronarico» prosegue Crea. «Pertanto, moltissimi pazienti che presentavano una malattia coronarica “invisibile” sfuggivano alla diagnosi. Sempre più spesso, nei pazienti in cui risultano ostruite le vie più piccole, si scopre che le disfunzioni del microcircolo coronarico erano in realtà già presenti prima dell’infarto. Queste, perciò, sono una causa della prognosi non positiva». (foto: filippo crea)

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Ischemia e infarto, i nuovi test per prevenire il rischio

Posted by fidest press agency su giovedì, 29 giugno 2017

infarto-miocardico-acutoRoma dal 5 al 7 luglio 2017 Villa Aurelia, Largo di Porta S. Pancrazio 2 L’ischemia cardiaca e il conseguente infarto rappresentano la principale causa di morte nel mondo. Negli ultimi decenni i progressi della scienza hanno consentito di ridurre la mortalità cardiovascolare, ma si può fare ancora molto per il futuro. È con questi presupposti che a Roma si svolge in simposio internazionale dal titolo “Ischemic heart disease: the main cause of morbidity and mortality worldwide. What can we improve?” organizzato dal Dipartimento di Cardiologia dell’Ospedale A. Gemelli-Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e promosso dalla Fondazione Internazionale Menarini.«Ricercatori e cardiologi di fama internazionale e provenienti da tutto il mondo affronteranno diversi temi, a iniziare dai recenti progressi per diagnosticare tempestivamente i problemi cardiaci» spiega Filippo Crea, Direttore dell’Instituto di Cardiologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e Presidente del simposio. «Si parlerà, tra l’altro, delle nuove tecniche di imaging non invasive per individuare le placche trombotiche che possono provocare l’infarto, ma anche delle indagini sull’RNA (l’acido nucleico coinvolto nei processi di codifica, decodifica, regolazione ed espressione dei geni) presente nel sangue per individuare malattie coronariche in pazienti con angina. E ancora, parleremo delle disfunzioni del microcircolo coronarico, i vasi sanguigni più piccoli che non sono visibili alla coronarografia e che scorrono all’interno della parete del cuore stesso. Disfunzioni che spesso non sono visibili alla coronarografia ma che possono precedere la malattia coronarica “classica”». Sono questi alcuni tra i temi in discussione durante tre giorni di relazioni, letture e tavole rotonde.

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L’ipertensione è il singolo fattore di rischio più elevato per ictus

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 marzo 2017

saloniccoSalonicco (Grecia) il 10 e 11 marzo 2017 Palazzo dei Concerti, Odos 25 Martiou & Paralia simposio internazionale dal titolo “From risk factors to target organ damage: how to diagnose and how to treat” è organizzato dal Dipartimento di Cardiologia dell’Ospedale Asklepeion di Atene, con il supporto della Fondazione Internazionale Menarini e in collaborazione con l’Università Aristotele di Salonicco, la Società Ellenica di Cardiologia e la Società Ellenica di Ipertensione. L’ipertensione è il singolo fattore di rischio più elevato per ictus, insufficienza renale e infarto. Livelli di pressione fuori controllo per un periodo prolungato possono provocare diverse mutazioni nella strutture del miocardio, nelle coronarie e in generale al sistema cardiocircolatorio. Mutazioni che determinano lo sviluppo di diverse malattie e condizioni patologiche.
«Durante il simposio saranno affrontati diversi temi, tra cui la fibrillazione atriale, l’embolismo polmonare, le disfunzioni sessuali, i nuovi fattori di rischio cardiologici» annuncia Athanasios J. Manolis, Responsabile del Dipartimento di Cardiologia dell’Ospedale Asklepeion di Atene e Presidente del simposio. «Le sessioni del simposio saranno interattive e i partecipanti avranno la possibilità di confrontarsi con gli esperti riguardo a casi clinici reali»

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Infarto: una struttura sanitaria su due non rispetta i volumi minimi fissati dal Ministero della Salute

Posted by fidest press agency su venerdì, 24 febbraio 2017

infarto-miocardioIn Italia una struttura sanitaria su due (49%) non rispetta i volumi minimi di attività fissati dal Ministero della Salute per quanto riguarda gli infarti. Solo il 51% raggiunge infatti i 100 casi annui di infarto miocardico acuto di primo ricovero.
Il dato emerge da un’indagine di Doveecomemicuro.it, il primo motore di ricerca che aiuta i cittadini nella scelta della migliore struttura sanitaria per la propria salute, e rappresenta un campanello d’allarme non soltanto in termini di riorganizzazione della rete ospedaliera. Come dimostra una vasta letteratura scientifica, infatti, i volumi hanno un notevole impatto: dove si fanno più interventi è più probabile che gli esiti siano migliori.
Per quanto riguarda l’infarto miocardico acuto, le strutture più virtuose che rispettano i volumi minimi di ricoveri, sono principalmente al Nord (45%), seguono il Sud e le Isole (34% complessivo) e il Centro Italia (21%). In particolare si distingue l’Emilia Romagna con le strutture Ospedale di Parma e l’Arcispedale Sant’Anna (Cona) e la Campania con l’Azienda Ospedaliera A. Cardarelli di Napoli.
Se si tiene conto della minore mortalità a 30 giorni dal ricovero nel rispetto dei volumi, la classifica dei cinque migliori ospedali riserva qualche sorpresa. Al primo posto troviamo l’Ospedale Civile di Guastalla (Emilia Romagna) seguito dallo Stabilimento San Bartolomeo di Sarzana (Liguria), l’Ospedale di Bentivoglio (Emilia Romagna), l’Ospedale Civile San Giovanni di Dio – Frattamaggiore, Napoli (Campania) e l’Ospedale Santa Croce – Castelnuovo Garfagnana, Lucca (Toscana).
Prendendo in esame gli interventi di by pass aorto-coronarico la situazione peggiora: il 76% delle strutture sanitarie pubbliche e private accreditate non rispetta i volumi minimi (200 interventi chirurgici all’anno per struttura). Il 24% virtuoso è distribuito nel territorio senza grandi differenze geografiche.
by-passCosì troviamo in cima alla classifica degli ospedali che effettuano più interventi di by-pass l’Azienda Ospedaliera OO.RR. San Giovanni di Dio e Ruggi, Salerno (Campania), l’Ospedale Borgo Trento, Verona (Veneto), la Casa di Cura Sant’Anna Hospital, Catanzaro (Calabria).Tra le prime cinque strutture che, anche in questo caso, rispettano i volumi minimi e hanno un basso tasso di mortalità troviamo al primo posto Città di Lecce Hospital (Puglia), Ospedale di Parma (Emilia Romagna), Ospedale Mazzini, Teramo (Abruzzo), Casa di Cura Sant’Anna Hospital, Catanzaro (Calabria) e Fondazione Gabriele Monasterio, Pisa (Toscana).
Per avere il quadro complessivo degli interventi al cuore in Italia, Doveecomemicuro.it ha preso in considerazione anche l’intervento di aneurisma all’aorta addominale non rotto, ovvero quell’intervento usato per correggere una dilatazione dell’aorta addominale prima che questa si rompa. La situazione in Italia è simile a quella del by-pass: il 76% delle strutture non rispetta i volumi minimi (60 interventi annui). La distribuzione di queste strutture è a favore del Nord Italia (56%), con una menzione all’Ospedale San Raffaele di Milano (Lombardia), il Presidio Molinette aneurisma-non-rottodi Torino (Piemonte) e il Policlinico Umberto I a Roma.Considerando le strutture con minor tasso di mortalità e che rispettano i volumi minimi, emergono come migliori Azienda Universitaria Careggi di Firenze (Toscana), Presidio Ospedaliero Spedali Civili di Brescia (Lombardia), Azienda Ospedaliera Universitaria Senese (Toscana), Azienda Ospedaliera Universitaria Pisana (Toscana), Fondazione Poliambulanza di Brescia (Lombardia).
Come descritto in precedenza, il volume di attività di una struttura sanitaria è una caratteristica misurabile del processo e ha un impatto sull’efficacia e sull’esito delle cure. Il rispetto delle soglie ministeriali influirebbe quindi positivamente sulle prestazioni relative alle malattie del sistema circolatorio che rappresentano da anni, insieme ai tumori, la più frequente causa di morte in Italia.
Se tra gli uomini queste due patologie hanno lo stesso peso (il 34% circa), tra le donne le malattie cardiovascolari (41,2%) superano di molto i tumori (25,2%). Più ci si sposta verso età più elevate e più questa tendenza è evidente: dopo i 75 anni infatti le malattie del sistema circolatorio sono la prima causa di morte in entrambi i generi.
Doveecomemicuro.it mette a disposizione di tutti gratuitamente un database di oltre 1.300 strutture ospedaliere pubbliche e private accreditate SSN e oltre 700 strutture territoriali (poliambulatori, centri diagnostici, case della salute, centri specialistici), con oltre 400.000 informazioni. Le valutazioni si basano su fonti ufficiali come il Programma Nazionale valutazione Esiti (PNE), gestito dall’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (Agenas) per conto del Ministero della Salute. (grafico: infarto miocardio, by pass, aneurisma non rotto)

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Non sempre la coronarografia individua un infarto

Posted by fidest press agency su martedì, 7 febbraio 2017

infarto miocardico acutoDolore al petto e al braccio sinistro, i sintomi rivelatori di un infarto, la corsa in ospedale, ma la coronarografia non rivela un problema alle coronarie, per cui il medico esclude che sia avvenuto un attacco cardiaco. «In passato molti di questi pazienti venivano etichettati come psichiatrici: accusavano dolore, ma il medico non trovava ostruzioni alle coronarie, per cui il dolore non poteva essere provocato angina e catalogava il paziente come stressato. Invece non è così, a volte il problema c’è ma non si vede» ha spiega Filippo Crea, Docente di Cardiologia all’Università Cattolica di Roma, con una relazione presentata al congresso. «Abbiamo scoperto negli ultimi anni che molte delle persone con angina non hanno ostruzioni alle coronarie. Il problema in questi casi riguarda le arterie più piccole, che possono avere vari tipi di disfunzione responsabili di una riduzione della quantità di sangue che raggiunge il cuore. Il 10 per cento degli infarti è dovuto a un’alterazione del microcircolo, che non si vede alla coronarografia, che consente di esplorare soltanto i vasi più grossi e non i rami di diametro minore di mezzo millimetro che compongono il microcircolo coronarico. Una serie di studi eseguiti negli ultimi dieci anni hanno dimostrato che il microcircolo coronarico presenta spesso importanti alterazioni che è impossibile evidenziare con la coronarografia. Nel casi si sospetti un infarto non evidenziato dalla coronarografia, le metodiche da utilizzare dipendono dal contesto clinico e comprendono l’eco-doppler cardiaco eseguito con mezzo di contrasto, la scintigrafia miocardica, la risonanza magnetica e la coronarografia completata da esame doppler» conclude Crea.

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Ictus e infarto: quanto rischio? Anche in Italia un’app lo calcola per aiutarci a prevenirli

Posted by fidest press agency su sabato, 28 gennaio 2017

ictus cerebraleCalcolare e ridurre il rischio di ictus e infarto attraverso l’utilizzo di una semplice “app”. L’applicazione è stata ideata dal Prof. Valery Feigin dell’Università di Auckland, Nuova Zelanda, patrocinata da World Stroke Organization (WSO), International Association of Neurology & Epidemiology (IANE) e European Stroke Organization (ESO), è stata tradotta nelle principali lingue in tutto il mondo. La versione italiana è stata curata e finanziata interamente da ALT- Associazione per la Lotta alla Trombosi e alle malattie cardiovascolari- Onlus (www.trombosi.org). La app è un vero e proprio “riskometro”, cioè uno strumento che misura il rischio di andare incontro alle due malattie vascolari più probabili, più gravi ma anche più evitabili: infarto e ictus cerebrale. In Italia, ci sono circa 736.600 persone che sopravvivono a un ictus. 144.000 sono i nuovi casi di persone colpite da ictus ogni anno, di cui 79.000 muoiono poco dopo l’attacco con un numero totale di anni persi per la malattia.
L’app, disponibile sia per Apple che per Android, funziona in modo semplice e intuitivo: registra le abitudini di coloro che la utilizzano e monitorizza eventuali cambiamenti nel corso dell’anno sia nello stile di vita che nello stato di salute. L’app insegna a riconoscere tempestivamente i sintomi dell’ictus che non devono essere sottovalutati nel momento in cui si presentano: riconoscere i sintomi dell’ictus e chiamare il 118 senza perdere tempo può salvare la vita di chiunque, delle persone care intorno a noi. Nella cura dell’ictus il tempo è cervello, agire rapidamente può fare la differenza fra l’invalidità o il recupero della salute.
Come spiega la dottoressa Paola Santalucia, neurologa, cardiologa e vice-presidente ALT: “I dati raccolti attraverso l’app permetteranno a chi la utilizzerà, previo consenso e in forma anonima, di partecipare a una ricerca mondiale che coinvolge 160 Paesi, finalizzata a comprendere sempre più a fondo i fattori di rischio che causano ictus e infarto. Il progetto aiuterà ricercatori e clinici a tracciare in modo molto accurato strategie di prevenzione e cura basandosi sull’esame di un grande numero di profili di rischio individuali, che, considerati nel loro insieme, avranno una ricaduta fondamentale sulla salute cardio e cerebrovascolare di tutti in Italia e nel mondo”.
infarto miocardico acutoL’ictus è causato da una squadra di complici, che noi dobbiamo conoscere e neutralizzare uno per uno, perché si potenziano a vicenda per tendere la trappola di un evento cardio o cerebrovascolare. Fanno parte di questa squadra molti componenti in qualche modo eliminabili o neutralizzabili che si potenziano tra di loro e che ben conosciamo: fumo, alimentazione sbilanciata per quantità o qualità, pigrizia, stress, diabete, pressione alta, livelli di colesterolo elevati per lungo tempo nel sangue e abuso di droghe.
L’app fornisce i consigli “salvavita”: è sufficiente cliccare sulle informazioni relative a ciascun fattore di rischio incluse nell’applicazione. La versione “Pro” dell’app contiene inoltre una serie di video nei quali esperti internazionali forniscono spiegazioni sui sintomi, sui fattori di rischio e sui provvedimenti necessari per evitare l’ictus cerebrale. Sono informazioni che ognuno di noi dovrebbe possedere e usare, perché sapere “che fare in caso di..” può cambiare la nostra vita e di molte persone intorno a noi. Per saperne di più su: WFN – Word Federation of Neurology, organizzazione leader nel mondo per la promozione dell’eccellenza in neurologia nel mondo https://www.wfneurology.org/

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A Pisa un summit internazionale per comprendere le cause dell’infarto

Posted by fidest press agency su mercoledì, 15 giugno 2016

pisaSi svolgerà a Pisa dal 16 al 18 giugno il quarto “International Summit on Ischemic Heart Disease”, dedicato all’ischemia cardiaca. L’ischemia indica una riduzione della quantità di sangue e ossigeno che arriva al cuore, dovuta al restringimento di una coronaria: la conseguenza più grave è l’infarto. Il restringimento dell’arteria è considerata una malattia da deposito di colesterolo, quindi provocata dall’aterosclerosi, ma questa condizione oggi non è più indicata come l’unico determinante per l’ischemia cardiaca. Si è capito infatti che l’aterosclerosi è in realtà un processo infiammatorio attivo, responsabile dell’evoluzione e delle complicazioni delle lesioni arteriose, e negli ultimi anni è stata rivolta una particolare attenzione al microcircolo coronarico, che può contribuire all’insorgenza di ischemia miocardica anche in assenza di aterosclerosi. Con queste premesse, si può capire perché un intervento di rivascolarizzazione di una coronaria chiusa può risolvere provvisoriamente un’angina o un’ischemia, ma non è in grado di proteggere da eventi trombociti successivi e nemmeno di eliminare la malattia. Il rischio quindi è che i problemi cardiaci possano ripresentarsi nonostante il trattamento.A partire da queste premesse, lo scopo del quarto “International Summit on Ischemic Heart Disease” è di esplorare le diverse cause dell’ischemia sia per avere una diagnosi più precisa, sia per Individuare nuove terapie. L’evento, organizzato dal Dipartimento Cardio Toracico dell’Università degli Studi di Pisa e promosso dalla Fondazione Internazionale Menarini, si svolge dal 16 al 18 giugno 2016 all’Auditorium “G. Toniolo”, Opera della Primaziale, Piazza Duomo 17, Pisa.

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Terapia degli anziani colpiti da infarto

Posted by fidest press agency su domenica, 15 Maggio 2016

infarto miocardico acutoLa percentuale crescente di invecchiamento della popolazione pone in primo piano il trattamento degli anziani nella pratica cardiologica, in particolare per quanto riguarda la sindrome coronarica acuta. La necessità di orientamento clinico per questo specifico gruppo di pazienti, considerando che le decisioni sulle strategie ottimali nella terapia antitrombotica sono spesso complesse, ha portato la Società Italiana di Cardiologia Interventistica (SICI-GISE) a lanciare una specifica campagna e al contempo realizzare un’applicazione, disponibile dal 12 maggio 2016, per dispositivi mobili iOS e Android. La presentazione ufficiale di questo strumento è prevista nel corso del convegno “Gise Stemi, Clinical cases challenge. Ottimizzazione della terapia antiaggregante nel paziente STEMI”, con il patrocinio di SICI-GISE, in programma a Napoli fino al 13 maggio. “L’app è scaricabile gratuitamente ed è rivolta ai medici specialisti – spiega Giuseppe Musumeci, Presidente SICI-GISE -; ha l’obiettivo di ottimizzare la terapia del paziente anziano colpito da infarto miocardico acuto, ottenendo subito la terapia farmacologica adeguata anche a lungo termine.” “Quello di Napoli è il primo appuntamento, dedicato al sud, della campagna nazionale lanciata dalla nostra società scientifica su questo argomento – continua Musumeci -; il secondo convegno è previsto a Milano dall’8 al 9 settembre 2016. Abbiamo fortemente voluto questa iniziativa perché gli anziani colpiti da infarto sono il 35% circa dei nostri pazienti: sono quelli più a rischio e con prognosi peggiore, perché spesso trattati in modo meno intensivo. Ecco perché SICI-GISE ha predisposto una campagna educativa a livello nazionale nel corso della quale verrà presentato un importante documento di consenso scritto dal dott. Giuseppe Tarantini, Presidente SICI-GISE Veneto.” “Il nostro scopo – spiega Tarantini – è stato quello di standardizzare le procedure e fornire le raccomandazioni pratiche al cardiologo clinico sulla gestione ottimale della terapia antitrombotica nei pazienti con SCA di età superiore ai 75 anni”.
Un gruppo di esperti cardiologi ha, infatti, lavorato sotto l’egida della Società Italiana di Cardiologia Interventistica, per discutere l’argomento e sviluppare il documento, pubblicato sul Giornale Italiano di Cardiologia, dal quale è stata ricavata l’applicazione, scaricabile su tutti i dispositivi mobili per renderla più fruibile. La nuova applicazione, chiamata AEA (ANTITHROMBOTIC THERAPY IN ELDERLY ACS PATIENTS), è di facile utilizzo: basta inserire la diagnosi, l’età e le caratteristiche cliniche del paziente e il sistema indicherà la terapia specifica suggerita da SICI-GISE, consentendo anche di inviarla via email al medico di famiglia. Dopo aver inserito i dati richiesti, l’app esplora i vari scenari clinici di pazienti con infarto miocardico acuto, come gli over 85 o quelli con altre patologie pregresse, fornendo le raccomandazioni del panel per ogni singola situazione. “Riteniamo sia un ulteriore passo avanti – conclude Musumeci – perché permette di intervenire in tempi rapidi ottimizzando la gestione terapeutica, al fine di migliorare l’esito della prognosi”.

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Parere positivo del Comitato dei Medicinali per Uso Umano dell’EMA per evolocumab

Posted by fidest press agency su sabato, 23 Maggio 2015

Thousands OaksThousands Oaks, California, 22 maggio 2015 – Parere positivo del Comitato dei Medicinali per Uso Umano (CHMP) dell’EMA per evolocumab, il primo anticorpo monoclonale completamente umano per il trattamento dell’ipercolesterolemia, sviluppato da Amgen. Il CHMP ha raccomandato l’approvazione di evolocumab per il trattamento dei pazienti con ipercolesterolemia primaria o dislipidemia mista che non riescono a raggiungere gli obiettivi di C-LDL con le statine o intolleranti alle statine e nei pazienti con ipercolesterolemia familiare omozigote.
Il parere del CHMP si basa sui risultati di un vasto programma di studi clinici di Fase III, su diverse tipologie di pazienti, che confermano l’alta efficacia di evolocumab nel ridurre i valori di colesterolo LDL indipendentemente dall’età, dal sesso, da eventuali comorbilità, dal tipo di statine utilizzate e dal profilo di rischio cardiovascolare.
“Innanzitutto dobbiamo dire che si tratta di un approccio terapeutico del tutto nuovo – commenta Alberico L. Catapano, Presidente European Atherosclerosis Society (EAS), Dipartimento di Scienze Farmacologiche e Biomolecolari, Università di Milano – i dati di efficacia dimostrano che il valore di LDL viene più che dimezzato (circa il 55% di riduzione) da evolocumab in maniera indipendente rispetto alla somministrazione o meno di una precedente terapia. Il profilo di tollerabilità è molto buono e apre il campo a quei pazienti che hanno problemi ad assumere statine e/o ezetimibe o che siano lontani dagli obiettivi terapeutici, quindi gli intolleranti e i non-responders alla terapia. Inoltre, il farmaco ha dimostrato di essere molto efficace nel ridurre la colesterolemia LDL nei pazienti con ipercolesterolemia familiare eterozigote ad alto rischio e in alcuni sottogruppi di pazienti omozigoti che però devono presentare una residua espressione del recettore dell’LDL”.
Il vasto programma di sperimentazione clinica su evolocumab ha coinvolto anche diversi Centri italiani, consentendo l’accesso al farmaco a molti pazienti che non avevano valide opzioni terapeutiche, grazie agli investimenti di Amgen nel nostro Paese: “in Italia si è compiuto uno sforzo senza precedenti per cercare di coinvolgere il maggior numero possibile di Centri raggiungendo un ampio bacino di pazienti. I numeri sono di assoluto rispetto, con 39 Centri coinvolti, ben distribuiti in tutta la penisola, oltre 600 pazienti e un totale di 10 studi registrativi. Ma al di là dei numeri, il successo di un così vasto programma di sperimentazione sta nella qualità della partnership tra pubblico e privato”, spiega Francesco Di Marco, Amministratore Delegato di Amgen.
Evolocumab ha mostrato importanti dati di efficacia anche su pazienti a rischio cardiovascolare moderato, con una riduzione del colesterolo LDL e del tasso di eventi cardiovascolari: questi risultati potrebbero allargare il raggio d’azione del nuovo farmaco, aprendo la strada a un futuro utilizzo anche in prevenzione secondaria. “I risultati degli studi OSLER 1 e OSLER 2, condotti su quasi 5.000 pazienti randomizzati, a confronto con la terapia standard, hanno dimostrato un dimezzamento del rischio cardiovascolare nel gruppo trattato con evolocumab – afferma Michele Massimo Gulizia, Presidente ANMCO e Direttore della Struttura Complessa di Cardiologia dell’Ospedale Garibaldi-Nesima di Catania – la riduzione di LDL è stata molto significativa, del 61%, mentre la riduzione del rischio relativo di sviluppare eventi cardiovascolari è stata di oltre il 53%. Direi che evolocumab, considerata la mole di dati a favore della sua efficacia, ha senz’altro ottime prospettive di essere utilizzato in prevenzione secondaria per ridurre le recidive di infarto, ictus eclaudicatio”

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Diabete e infarto

Posted by fidest press agency su venerdì, 15 agosto 2014

ospedale ortona1Bergamo, Farmaci di ultima generazione e tempismo: sono queste le armi che cardiologi e diabetologi mettono in campo per contrastare le complicazioni cardiache nei pazienti diabetici. Un binomio frequente e pericoloso: circa il 60% dei pazienti affetti da diabete mellito sviluppa patologie cardiovascolari e il 30% dei pazienti che presentano una sindrome coronarica acuta è affetto anche da diabete.
Il diabete infatti causa una disfunzione piastrinica che aumenta il rischio trombotico, cioè il rischio che si formino dei grumi di sangue. Coaguli che però si possono prevenire con un’appropriata terapia farmacologica antiaggregante, in particolare con ultimi ritrovati come prasugrel o ticagrelor, che in studi recenti si sono dimostrati più efficaci di quelli di prima generazione nel ridurre il rischio trombotico nei pazienti diabetici con sindrome coronarica acuta.Se una coronaria risulta ostruita, occorre intervenire precocemente. Se preferire la cardiochirurgia e quindi il bypass o l’approccio percutaneo dell’angioplastica va valutato da un team interdisciplinare (il cosiddetto Heart Team), non solo in base alla severità del problema cardiaco, ma anche allo stato clinico del paziente e al rischio chirurgico.Lo afferma uno studio pubblicato sul numero di giugno del Giornale Italiano di Cardiologia. Si tratta del primo protocollo multidisciplinare a carattere operativo che spiega come gestire il paziente diabetico colpito da sindrome coronarica acuta. Tre gli specialisti del Papa Giovanni coinvolti: la cardiologa Roberta Rossini, ideatrice e coordinatrice del lavoro, il cardiologo interventista Giuseppe Musumeci, responsabile della sezione lombarda della Società Italiana di Cardiologia Invasiva (GISE), e Roberto Trevisan, direttore dell’Unità di Malattie endocrine e diabetologia dell’azienda ospedaliera bergamasca.Alla pubblicazione seguirà nei prossimi mesi l’attivazione di un Registro Osservazionale in Lombardia, che servirà a capire quanto e come i medici lombardi riusciranno ad applicare concretamente le linee guida e quali miglioramenti sarà possibile raggiungere nel trattamento dei pazienti.“Questo protocollo multidisciplinare, condiviso da cardiologi e diabetologi, affronta per la prima volta problematiche cliniche concrete che non hanno ancora risposte chiare dalla letteratura – spiega Roberta Rossini -. Fornisce raccomandazioni precise sia ai diabetologi che ai cardiologi, dalla fase acuta fino alla dimissione del paziente e al raggiungimento di un adeguato controllo glicemico. E’ un problema di enorme portata se si pensa che nel mondo sono 382 milioni le persone affette da diabete, destinate a diventare quasi 600 milioni tra vent’anni, cioè uno su 10. Solo in Italia i malati sono già 3 milioni cioè il 5% della popolazione ”.Gli specialisti bergamaschi hanno lavorato con altri 8 esperti identificati dalle sezioni lombarde dell’Associazione Nazionale Medici e Cardiologi Ospedalieri (AMNCO), del GISE, la Società Italiana di Cardiologia Invasiva (GISE), della Società Italiana di Diabetologia (SID) e dell’Associazione Medici Diabetologi (AMD) per sviluppare un lavoro tanto prezioso quanto atteso dalla comunità scientifica italiana e non solo.Il documento suggerisce anche come trattare l’iperglicemia, che va curata perché valori di glucosio nel sangue superiori a 180mg/dl peggiorano il danno miocardico.Si tratta del secondo protocollo operativo multidisciplinare, destinato a dare risposte a temi complessi e ancora poco chiari della medicina moderna, che segue un primo lavoro redatto dagli specialisti bergamaschi, pubblicato per la prima volta sul numero di luglio di due anni fa del Giornale Italiano di Cardiologia e dedicato alla gestione della terapia antiaggregante in caso di intervento chirurgico . Il lavoro ha riscosso importanti riconoscimenti da parte della comunità scientifica internazionale, tanto da trovare spazio anche su Eurointervention, rivista ufficiale della Società Europea di Cardiologia Interventistica, e da essere tradotto in un’applicazione per dispositivi mobili. Si tratta dell’app ‘Stent &Surgery’ che fornisce in modo semplice e intuitivo ai medici indicazioni precise sul dosaggio ottimale della terapia antiaggregante da mantenere nel periodo perioperatorio nei pazienti cardiopatici portatori di stent che devono sottoporsi a un intervento chirurgico.

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I calcoli renali aumentano il rischio d’infarto

Posted by fidest press agency su martedì, 30 luglio 2013

Milano, I calcoli renali sembrano aumentare il rischio di malattia coronarica e quindi di infarto. A dimostrarlo uno studio pubblicato nei giorni scorsi su Lancet, che ha coinvolto per vent’anni più di 242 mila persone sane, uomini e donne, tra i 25 e i 75. Quasi 20 mila hanno sviluppato nel corso degli anni calcoli renali e quasi 17 mila di loro sono andati incontro ad un infarto del miocardio, dimostrando quindi che il rischio di infarto in chi ha calcoli al rene aumenta di più del 50%, soprattutto tra le donne.“La calcolosi renale è un problema molto diffuso che interessa 10 uomini su 100 e 7 donne su 100 – ha spiegato Lidia Rota Vender, presidente di ALT – Associazione per la Lotta alla Trombosi e alle malattie cardiovascolari – Onlus -. Sapevamo già che aterosclerosi, ipertensione, diabete e sindrome metabolica sono più frequenti in chi soffre di calcolosi renale. Oggi con questo studio sappiamo anche che i calcoli renali vanno inclusi tra i fattori di rischio dell’infarto”.I responsabili di questo aumentato rischio non sono ancora chiari. Potrebbero essere i disturbi del metabolismo del calcio: un consumo troppo basso di calcio potrebbe favorire la liberazione del calcio contenuto nelle ossa e quindi aumentarne l’eliminazione attraverso il rene, facilitando la deposizione di piccoli ammassi “calcarei”, un po’ come accade nel sistema idraulico delle case quando una acqua troppo ricca di sali favorisce la formazione del calcare sui tubi, che progressivamente li ostruisce riducendo il passaggio dell’acqua. Allo stesso tempo, poiché il calcio è lo ione che permette al sangue di coagulare, un eccesso di calcio circolante potrebbe favorire un aumento della coagulazione del sangue e quindi la formazione di trombi nelle arterie e nelle vene. Altri possibili colpevoli potrebbero essere il processo di invecchiamento, per cui i reni perdendo la propria funzionalità favoriscono il deposito di calcio nei condotti, e l’osteopontina, una proteina coinvolta nel processo di calcificazione dell’osso, che si trova in quantità elevata nelle persone che soffrono di trombosi coronarica, infarto del miocardio o aterosclerosi, che se non eliminata dai reni si accumula nel sangue.“Il legame tra calcoli renali e trombosi va indagato più in profondità, perché i meccanismi che lo regolano non sono chiari, così come non è chiaro perché i calcoli siano più diffusi tra i bianchi, le donne e i diabetici – ha concluso Lidia Rota Vender -. Quel che è certo è che una patologia piuttosto comune come i calcoli va considerata un fattore che aumenta il rischio di trombosi, dato che aiuterà la pratica clinica quotidiana, soprattutto in un’ottica di prevenzione. I prossimi anni saranno decisivi per capirne qualcosa di più e trovare strategie più raffinate di prevenzione e approcci terapeutici sempre più precoci ed efficaci”.Ma c’e’ di più. Con il caldo il rischio di colica renale aumenta. Responsabile numero uno è la disidratazione. Il grande caldo fa aumentare la sudorazione e, se non ci si idrata bene, le urine diventano più concentrate e aumenta il rischio che si formino calcoli di ossalato di calcio. Chi rischia di più? I giovani adulti, tra i 25 e i 40 anni, soprattutto maschi, che hanno una familiarità per questo problema, o che hanno già avuto episodi in passato. Per evitare sorprese è fondamentale bere molto, soprattutto se si fa molta attività sportiva. L’acqua è l’ideale; cautela con tè e bevande arricchite di sali minerali: possono favorire la precipitazione di calcoli di ossalato di calcio.

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Bimba muore dopo operazione tonsille

Posted by fidest press agency su martedì, 1 marzo 2011

Aperta un’inchiesta sulla morte di C.M. , di soli 9 anni, deceduta all’ospedale di Lamezia Terme. La piccola, lunedì scorso aveva subito un banale intervento chirurgico alle tonsille per il quale era stata dimessa due giorni dopo. Il venerdì tuttavia Claudia aveva accusato una preoccupante febbre, tanto da indurre la madre ad accompagnarla in ospedale, dal quale veniva rimandata a casa e giudicata in normali condizioni. Gli stessi sintomi, si sono ripresentati il giorno successivo causandone però il decesso durante il trasporto in ambulanza verso il nosocomio calabrese. La famiglia di Claudia era stata già duramente provata da un episodio di presunta malasanità, l’ennesimo purtroppo in terra calabrese. Nel 2003 il padre della piccola vittima si recò, in preda a violenti dolori al petto, all’ospedale di Vibo Valentia. Visitato e successivamente dimesso dalla struttura morì il giorno dopo a causa di un infarto.“La Calabria – dichiara Smiroldo – è la vittima, è un territorio in mano alla organizzazioni criminali legate a doppio filo con le istituzioni, è come il Montenegro nei Balcani,  una regione in mano a contrabbandieri e delinquenti senza scrupoli. Parliamo chiaro: questa è la realtà, gli ospedali sono ritenuti dei mezzi per far soldi, non vengono considerate e salvaguardate le persone ammalate. Ritengo che, se siamo arrivati a questa situazione, ci sia una grande colpevolezza pubblica.  In altre regioni come Friuli, Emilia Romagna o Toscana, ad esempio,  le cose funzionano abbastanza bene. Possiamo e dobbiamo dire che è responsabilità politica, non colpa del territorio. Massimo cordoglio e affetto alla mamma della piccola – conclude l’esponente dell’Italia dei Diritti – una donna colpita al cuore, dopo gli atroci episodi capitati al marito prima e alla figlia ora, in coscienza c’è solo da abbracciarla”.

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Approccio all’infarto dell’anziano

Posted by fidest press agency su lunedì, 17 gennaio 2011

I pazienti anziani con STEMI traggono beneficio quanto le loro controparti più giovani dall’angioplastica primaria piuttosto che dalla fibrinolisi. Il PCI primaria è un intervento sicuro nei pazienti anziani, ed i suoi effetti sono pronunciati quanto quelli osservati nei pazienti giovani. In generale, se il paziente può essere trasportato in un centro attrezzato per interventi invasivi per ricevere un PCI, questo dovrebbe essere l’obiettivo primario del medico a prescindere dalla sua età. Studi futuri potrebbero aiutare ad accertare se praticare la fibrinolisi durante il trasporto verso un centro per il PCI possa diminuire ulteriormente le recidive dell’infarto, gli ictus e la mortalità. Sarebbe anche rilevante effettuare uno studio sui pazienti anziani non candidati alla fibrinolisi per via di controindicazioni, in quanto essi potrebbero trarre grandi benefici da un approccio invasivo. (Am Heart J 2008; 156: 391-6)

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Anziani protetti dall’influenza e dall’infarto

Posted by fidest press agency su lunedì, 27 settembre 2010

Una ricerca pubblicata dal Canadian medical association journal ha rilevato che nei soggetti anziani la vaccinazione antinfluenzale offre anche un effetto protettivo contro il rischio di avere un primo infarto negli anni a seguire. I ricercatori sottolineano che questi risultati non sono la prova che il vaccino prevenga l’infarto ma che aggiungono dati a conferma del fatto che l’infezione influenzale possa avere complicanze cardiache gravi in alcune persone e quindi prevenirla con il vaccino può abbassare il rischio. I ricercatori hanno confrontato 16mila casi di primi infarti in pazienti con almeno 40 anni e quasi 62.700 persone sane come popolazione controllo. Con un appaiamento di 1 caso e 4 controlli è stato osservato che il numero dei vaccinati contro l’influenza era più o meno simile. Ma aggiustando per altri fattori di rischio come pressione alta, diabete, fumo e familiarità a malattie cardiache, i ricercatori hanno trovato che il vaccino era associato a una riduzione del 19% del rischio negli anni successivi rispetto ai non vaccinati. Inoltre, le vaccinazioni fatte nel periodo preinvernale (settembre-novembre) risultavano avere un effetto protettivo più forte rispetto a quelle fatte a stagione inoltrata: 21% vs 12%. (S.Z.) (fonte farmacista33)

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Dall’albumina plasmatica l’esito dell’infarto miocardico

Posted by fidest press agency su lunedì, 12 aprile 2010

In pazienti colpiti da infarto miocardico acuto (Ima), la misura nelle 24 ore dell’albumina modificata dall’ischemia (Ami) rappresenta un elemento predittivo forte e indipendente di outcome cardiaco a un anno e potrebbe aiutare a identificare i soggetti che necessitano di un trattamento medico più aggressivo. È la conclusione di un recente lavoro svolto dal French Nationwide OPERA Study. I ricercatori, considerando l’Ami un marker di ischemia piuttosto che di danno cellulare miocardico, hanno ipotizzato che i relativi livelli plasmatici potessero fornire un valore prognostico addizionale ai classici marker di rischio clinico e biologico nei pazienti con Ima. Sono state rilevate le concentrazioni plasmatiche di Ami e altri biomarker cardiaci (troponina, proteina C-reattiva, peptide natriuretico di tipo B) all’ammissione di 471 pazienti ospedalizzati con infarto. L’endpoint composito primario (morte, arresto cardiaco resuscitato, infarto miocardico ricorrente o ischemia, scompenso cardiaco, ictus) si è verificato in 75 (15,6%) pazienti ospedalizzati e in 144 (30,6%) a 1 anno; il 40% dei pazienti nel quartile più alto dell’Ami (>104 IU/mL) ha raggiunto l’endpoint rispetto al 20% del più basso (<83 IU/mL) entro 1 anno. Un’analisi di regressione logistica multivariabile ha identificato 4 elementi predittivi indipendenti di endpoint compositi a 1 anno: concentrazioni plasmatiche di Ami (P=0,01), peptide natriuretico cerebrale (P=0,001), scompenso cardiaco (P=0,005) ed età (P=0,003). Am Heart J, 2010;159(4):570-6 (fonte doctor news)

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