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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 30

Posts Tagged ‘infermieri’

Ogni anno circa 5mila infermieri subiscono violenze fisiche o verbali

Posted by fidest press agency su venerdì, 24 gennaio 2020

L’89,6% degli infermieri – in prima linea ad esempio nel triage ospedaliero che “accoglie” i pazienti e li smista nella struttura con tempi spesso lunghi non dovuti però alla professionalità dell’operatore, ma all’organizzazione – è stato vittima, secondo una ricerca condotta dall’Università di Tor Vergata di Roma, di violenza fisica/verbale/telefonica o di molestie sessuali da parte dell’utenza sui luoghi di lavoro.In base ai dati rilevati dall’Università di Tor Vergata (Roma) si può dire che praticamente circa 240mila infermieri su 270mila dipendenti durante la loro vita lavorativa hanno subito una qualche forma di violenza, sia pure solo una aggressione verbale.
Di tutte le aggressioni (secondo l’Inail) il 46% sono a infermieri e il 6% a medici (gli infermieri sono i primi a intercettare i malati al triage, a domicilio ecc. e quindi quelli più soggetti).Durante l’audizione di oggi alla Camera, dinnanzi alle Commissioni riunite Giustizia e Affari Sociali, nell’ambito dell’esame dei progetti di legge recanti “Disposizioni in materia di sicurezza per gli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie nell’esercizio delle loro funzioni”, Cosimo Cicia, componente del Comitato centrale della Federazione nazionale degli ordini degli infermieri (FNOPI: oltre 450mila iscritti) e Giovanni Grasso, presidente dell’ordine degli infermieri di Arezzo che ha lanciato la campagna social ormai virale #RispettaChiTiAiuta rivolta ai cittadini, hanno illustrato le richieste FNOPI per il disegno di legge:
tolleranza zero verso la violenza nelle strutture sanitarie. L’inasprimento delle pene deve servire soprattutto a far sì che chi compie atti di violenza sappia (quindi massima informazione) sta perpetrando un reato severamente punibile;
regolamentare l’uso dei social nei luoghi di lavoro e rispetto all’attività professionale per evitare commenti, furti di identità e proposte inappropriate (ne sono vittima circa il 12% dei professionisti coinvolti che nel caso degli infermieri sono per il 77,42% donne;
snellimento delle attese stressanti in pronto soccorso con meccanismi di smistamento alternativi a bassa intensità e gestione infermieristica per ridurre la tensione e la reattività dei pazienti anche grazie all’applicazione dei nuovi codici già previsti per la classificazione delle urgenze; pene anche più severe per chi aggredisce verbalmente e fisicamente un professionista sanitario donna sul luogo di lavoro, prevedendo l’aggravante del pericolo che possono correre gli assistiti; maggiore formazione del personale nel riconoscere, identificare e controllare i comportamenti ostili e aggressivi prevedendo anche appositi corsi Ecm (educazione continua in medicina): oggi la formazione degli operatori su questo argomento è del tutto carente e chi si trova ad affrontare situazioni pericolose in prima linea, spesso è impreparato a meno di un suo personale interessamento, mentre dovrebbe essere previsto a livello di corso universitario, anche grazie a una modifica agli ordinamenti didattici e al sistema Ecm;
maggiore informazione e formazione perché siano denunciate da tutti e in modo chiaro le azioni di ricatto e le persecuzioni nell’ambiente di lavoro rispetto alla posizione e ai compiti svolti; predisposizione di un team addestrato a gestire situazioni critiche, in continuo contatto con le forze dell’ordine soprattutto (ma non solo) nelle ore notturne nelle accettazioni e in emergenza;
lo stesso team dovrà anche sensibilizzare i datori di lavoro a non “lasciar fare”, ma a rifiutare la violenza anche prevedendo sanzioni;
stabilire procedure per rendere sicura l’assistenza domiciliare prevedendo anche la comunicazione a un secondo operatore dei movimenti per una facile localizzazione; evitare per quanto possibile che i professionisti sanitari effettuino interventi “da soli”, ma fare in modo che con loro sia presente almeno un collega o un operatore della sicurezza; riconoscere lo status di pubblico ufficiale, ritenendolo strumento indispensabile per arginare le violenze; inserire la predisposizione delle opportune misure per la sicurezza degli operatori sanitari e per prevenire atti di violenza tra gli obiettivi individuali del Direttore generale dell’azienda. La Federazione si è già più volte espressa e ha preso posizione sul tema della violenza sugli operatori, anche a supporto delle numerose denunce e delle iniziative via via prese dagli Ordini provinciali ed è disponibile a dare supporto, collaborare e operare con le altre istituzioni per definire percorsi di prevenzione efficace. La FNOPI non ha intenzione – e chiede che la legge possa essere una garanzia in questo senso – di lasciare solo nessun collega. L’infermiere, come ogni professionista della salute, non è un bersaglio, non è un capro espiatorio, non è un contenitore inerme dove riversare rabbia, frustrazione e inefficienze del sistema.

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Gli infermieri sono pronti ad assistere gli anziani

Posted by fidest press agency su mercoledì, 27 novembre 2019

“A casa loro e accanto a loro. È uno dei nostri primi target sul territorio e l’infermiere di famiglia che sta nascendo in tutte le regioni con il nuovo Patto per la salute e le proposte di legge di maggioranza presenti in Parlamento ne è la prova e la soluzione ai loro bisogni di salute”.Barbara Mangiacavalli, presidente ella Federazione nazionale degli oltre 450mila infermieri – la Federazione più grande d’Italia – ordini delle professioni infermieristiche, interviene così a Rimini alla cerimonia di apertura del congresso nazionale Senior Italia FederAnziani, la federazione delle associazioni della terza età fondata nel 2006 con lo scopo di tutelare i diritti e migliorare la qualità della vita delle persone Senior. Senior Italia FederAnziani riunisce numerose associazioni per un totale di 3.700 Centri Sociali per Anziani (CSA) su tutto il territorio nazionale ed oltre 3,8 milioni di persone aderenti.“L’anziano sano – spiega Mangiacavalli – deve cercare quanto più possibile di mantenere il benessere, ma spesso è soggetto a patologie croniche e, speriamo il meno possibile, a non autosufficienza che ne limitano la qualità della vita. C’è bisogno di assistenza quindi. Nel 2028, tra la popolazione della classe di età 45-74 anni, gli ipertesi saranno 7 milioni, quelli affetti da artrosi/artrite 6 milioni, i malati di osteoporosi 2,6 milioni, i malati di diabete circa 2 milioni e i malati di cuore più di 1 milione. Inoltre, tra gli italiani ultra 75enni 4 milioni saranno affetti da ipertensione o artrosi/artrite, 2,5 milioni da osteoporosi, 1,5 milioni da diabete e 1,3 milioni da patologie cardiache”.Secondo gli ultimi dati Eurostat l’Italia è già al primo posto nel 2018 in Europa per percentuale di over 65: 35,2% (circa 21 milioni), contro una media Ue del 30,5 per cento. La buona notizia è che nel 2050 l’Italia non è più prima e a batterla è il Portogallo con il 65,8% di ultrasessantacinquenni, ma la cattiva notizia è che il nostro paese è al secondo posto con ben il 64,7 per cento. E le cose peggiorano dopo altri 50 anni, nel 2100, quando la Croazia è al top col 71,7%, l’Italia raggiunge il 66,7%: oltre due terzi della popolazione è over 65.E ancora. In un anno sono stati trattati secondo le rilevazioni del ministero della Salute poco meno di un milione di casi di assistenza domiciliare integrata – nell’80% dei casi da infermieri -, di cui nell’82,3% dei casi si è trattato di anziani. Ma gli over 65 nel nostro paese superano ormai i 13,6 milioni e la maggior parte ha bisogni di salute.
Secondo gli ultimi dati Istat Gli indici ISTAT solo l’1,2% di anziani (over 65) in Italia ha usufruito dell’assistenza domiciliare integrata nel 2015: -0,6% rispetto a dieci anni prima, nel 2005, quando erano l’1,9 per cento. A livello provinciale poi la percentuale maggiore di anziani assistiti in ADI nel 2015 è stata a Bolzano (4,9%), seguita da Aosta (4,7%), Belluno (3,8%) e quindi una provincia del Sud, Ogliastra in Sardegna con 3,6 per cento. Quella minore a Pisa (0,1%) e a Perugia e Pistoia (entrambi 0,2%). E comunque sono sotto l’1% 53 Province e la media nazionale si ferma all’1,2 per cento. Per,3%) mentre l’aumento più consistente è ad Aosta (+2.3%).L’infermiere geriatrico oggi, quindi, è il risultato di un processo clinico – assistenziale e sociale importante e in questo senso deve essere sviluppata e codificata la specializzazione, così come dovrebbe esserlo per chiunque operi in sanità accanto al malato, a questo nuovo malato che invecchia sempre di più.
“Anche per questo – conclude – la priorità per il futuro è per quasi l’80% degli italiani l’istituzione della figura dell’infermiere sul territorio, analoga a quella del medico di medicina generale: l’infermiere di famiglia. Una figura molto apprezzata da tutti e su cui sono presenti due recenti proposte di legge in Parlamento, che rende ottimale l’assistenza in un settore chiave per ridurre l’utilizzo improprio dell’ospedale. Questi professionisti, oltre a dare assistenza ai pazienti, possono facilitare il percorso tra le strutture ospedaliere, le strutture territoriali e, sul territorio, tra i medici di famiglia e gli altri attori dell’assistenza e coordinare le attività assistenziali a livello territoriale e domiciliare. Tra gli obiettivi c’è la riduzione delle ospedalizzazioni evitabili e il ricorso improprio al pronto soccorso a favore dei pazienti. Anziani in testa ovviamente”.

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Infermieri: Le problematiche della professione

Posted by fidest press agency su mercoledì, 20 novembre 2019

Recupero della Retribuzione individuale di anzianità, esclusiva della dirigenza infermieristica, intramoenia, accesso al Servizio sanitario nazionale e alla direzione di struttura complessa, interventi sulle piante organiche dei ministeri per garantire la presenza dei rappresentanti della professione infermieristica tra i dirigenti, riequilibrio del ruolo di dirigenza e delle funzioni dei Coordinatori infermieristici con la loro valorizzazione all’interno delle strutture, sistema di classificazione, graduatorie, normativa concorsuale.Un lungo elenco di problematiche che la presidente della Federazione degli ordini delle professioni infermieristiche Barbara Mangiacavalli e il portavoce Tonino Aceti hanno illustrato al ministro della Pubblica Amministrazione, Fabiana Dadone e al Capo di Gabinetto del ministero, Guido Carpani.Argomenti e posizioni necessarie per garantire un bilanciamento della professione infermieristica all’interno degli organici non solo della dirigenza del Ssn, ma anche a livello di gestione clinica e manageriale delle strutture.Argomenti su cui il ministro ha manifestato la sua disponibilità a collaborare – soprattutto sui temi che riguardano l’accesso al Ssn, ma non solo – se naturalmente riceverà l’input dal ministero della Salute, che vigila su tutte le professioni sanitarie.Poi la Pubblica Amministrazione concorderà anche con le Regioni “datori di lavoro” oltre che con la Salute i passi necessari a dare il supporto alle richieste/proposte FNOPI, perché si realizzino nel più breve tempo possibile.
“Ci auguriamo quindi – ha detto la presidente Barbara Mangiacavalli – che il ministero della Salute prenda in carico rapidamente anche le questioni di cui abbiamo parlato con il ministro Dadone, perché si possano sbloccare una serie di situazioni che oggi non riconoscono pienamente il ruolo, la funzione e la professionalità ormai raggiunta dagli infermieri”.

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La FNOPI incontra il Viceministro alla Salute Pierpaolo Sileri

Posted by fidest press agency su venerdì, 1 novembre 2019

La presidente della Federazione degli ordini delle professioni infermieristiche, Barbara Mangiacavalli e il portavoce, Tonino Aceti, hanno incontrato il viceministro alla Salute Pierpaolo Sileri che ha mostrato, come anche in precedenza nella veste di presidente della Commissione Igiene e Sanità del Senato, disponibilità a prendere in carico le questioni che riguardano la professione infermieristica.
Su intramoenia e infermiere di famiglia la Federazione ha sottolineato al viceministro l’importanza di partecipare al percorso legislativo per ottimizzare il contenuto dei testi e Sileri ha spiegato che una volta nominato il nuovo presidente della XII Commissione di Palazzo Madama, i due Ddl riprenderanno il loro iter parlamentare, possibilmente per essere chiusi in breve tempo.
La Federazione ha poi posto al viceministro la questione della RIA, reintrodotta nella scorsa manovra di bilancio per i medici, ma non per gli infermieri. La FNOPI ha chiesto a Sileri di prendere in carico questa priorità, argomento su cui il viceministro ha dato la sua disponibilità a verificare le opzioni possibili.
Sull’equo compenso Sileri ha manifestato l’interesse a ragionare a un tavolo più allargato sul tema della sanità privata anche con gli altri stakeholder del settore e sulle specializzazioni infermieristiche il viceministro faciliterà l’interazione della Federazione con il MIUR nella consapevolezza che l’infermieristica deve poter lavorare e far crescere sempre di più le sue competenze.

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Le Regioni incontrano la Federazione nazionale degli ordini degli infermieri

Posted by fidest press agency su domenica, 27 ottobre 2019

Prosegue il lavoro di confronto tra le Regioni e il mondo delle professioni, mediche e sanitarie, che sono assi portanti del Servizio Sanitario Nazionale. Dopo l’incontro con la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici il 16 ottobre scorso, oggi Luigi Genesio Icardi (Assessore alla Salute della Regione Piemonte), coordinatore della Commissione Salute della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome e Sergio Venturi (Assessore alla Salute della Regione Emilia-Romagna), presidente del Comitato di Settore Regioni-Sanità, hanno incontrato Tonino Aceti, portavoce della Federazione Nazionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche (Fnopi) e Franco Vallicella del Comitato Centrale della Fnopi.Il confronto odierno rappresenta l’avvio del Tavolo previsto dal protocollo siglato dalla Fnopi e dalla Conferenza delle Regioni il 20 dicembre scorso. Sono stati affrontati i principali temi relativi allo sviluppo della professione infermieristica alla luce del futuro Patto per la Salute.Sotto questo profilo si è concordato un percorso che possa portare a una definizione puntuale della funzione e del ruolo dell’infermiere di famiglia. Una figura che si intende proporre nella stesura definitiva del nuovo Patto.Quello odierno è un metodo innovativo di confronto che si inserisce in un più ampio contesto che intende coinvolgere insieme tutte le professioni che a vario titolo lavorano e concorrono allo sviluppo del Servizio Sanitario.
Un metodo che ha portato alla proposta di una Conferenza Nazionale sulla Salute. Idea che ha già incontrato la valutazione positiva del Ministro della Salute, Roberto Speranza. Una Conferenza che vuole essere anche il progetto di una grande alleanza fra le istituzioni statali e regionali e le professioni, mediche e sanitarie, con l’obiettivo di rilanciare e valorizzare la Sanità pubblica italiana.

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Gli infermieri rivendicano il diritto al futuro del Servizio sanitario nazionale e della professione

Posted by fidest press agency su lunedì, 14 ottobre 2019

Cosa vogliono gli infermieri? “Il diritto al futuro di un’assistenza accessibile, equa, sicura, universale e solidale – è scritto chiaro nella mozione – senza accettare più prese di posizione, deroghe o tempi di attesa con l’unico effetto di rimanere ancorati a un immobilismo pericoloso per l’assistenza e i diritti dei cittadini”.E proprio per questo i 450.000 infermieri considereranno come banchi di prova delle Istituzioni e della politica il Nuovo Patto per la Salute, la prossima Legge di Bilancio, e tutte le mozioni-provvedimenti legislativi e gli Accordi-Intese tra Stato e Regioni in corso di esame in Parlamento e in Conferenza Stato Regioni.“Solo questo – affermano – darà la vera misura della volontà di tutelare il nostro Servizio Sanitario Pubblico e di sostenere i diritti dei pazienti. Solo questo darà la misura della capacità di Governo e di attenzione al tema dell’effettività dei diritti dei pazienti”.Per ottenere il risultato “il Consiglio nazionale FNOPI chiede ufficialmente ai ministri competenti, quello della Salute in prima battuta e alle Regioni, che si affronti in tempi brevi questo tema in modo strutturato, attingendo alle evidenze e sottraendolo alla strumentalizzazione politica. I presidenti danno inoltre mandato alla presidenza della Federazione di rappresentarli ai tavoli di analisi e discussione, multi-istituzionali e anche multi-professionali, per giungere a un’organizzazione condivisa e reale dei servizi e dell’assistenza che non sia la facciata di un palazzo vuoto di contenuti innovativi e solo pieno di vecchi ricordi di un’attività ormai lontana dai bisogni reali, ma la base per costruzione di un nuovo e più efficiente modello di Servizio sanitario nazionale”. È una reazione decisa e determinata quella dei vertici delle professioni infermieristiche – infermieri e infermieri pediatrici – che rappresentano oltre 450mila iscritti, dei quali 270mila dipendenti del Ssn e oltre 115mila tra liberi professionisti e dipendenti di strutture assistenziali private che garantiscono ogni giorno l’assistenza ai bisogni di salute dei cittadini, soprattutto (ma non solo) ai più fragili (cronici, anziani, non autosufficienti, terminali ecc.).E lancia un preciso messaggio dopo lo stato di tensione interprofessionale che si è venuto a creare nelle ultime settimane/giorni, che invece di far avanzare il Servizio sanitario nazionale e i diritti dei pazienti, corre il serio rischio di attuare una regressione culturale dei rapporti tra professioni e delle politiche sanitarie pubbliche: “o si cambia, con coraggio e responsabilità, o si danneggia inesorabilmente il Servizio sanitario nazionale e non si va incontro ai reali bisogni dei cittadini”.L’obiettivo di tutte le professioni sanitarie, si legge nella mozione, deve essere dare ai cittadini ciò di cui hanno veramente bisogno, disegnando i nuovi modelli basati su ciò che deve necessariamente venire anche dopo la diagnosi e la terapia: l’assistenza continua e la continuità tra ospedale e territorio, fino al domicilio del paziente. E il presupposto di tutto è e deve essere che i processi vanno costruiti insieme mettendo a disposizione il proprio sapere, quello di ogni disciplina.
In questo senso, sostengono i rappresentanti della professione, mettere in dubbio modelli ormai internazionalmente riconosciuti nel mondo e anche dai nostri maggiori partner europei utilizzando e confondendo definizioni come task shifting, che riguardano tutte le professioni, crea confusione e destabilizzazione nel prezioso rapporto con i cittadini e con gli assistiti che tutte le professioni devono avere secondo le proprie caratteristiche.“L’obiettivo della professione infermieristica – si legge ancora nella mozione – non è altro che quello di rendere coerente l’esercizio professionale con le competenze acquisite costantemente nel corso degli anni, grazie ad uno specifico percorso di studi molto rigoroso e robusto, e in continua evoluzione.Non c’è alcun esproprio di professionalità o invasione di competenze altrui – sottolineano i 102 presidenti degli Ordini e il Comitato centrale della Federazione – atti questi che non devono essere nel pensiero di nessuno: nessun professionista vuole fare il lavoro di altri, nessun professionista che ha scelto una disciplina intende confonderla con quelle di altri”.
Non sostenere questo percorso vuol dire sprecare risorse e competenze secondo la mozione, negare lo sviluppo, l’innovazione e il cambiamento di cui ha bisogno il Ssn per allinearlo e metterlo in grado di rispondere di più e meglio alle nuove sfide, ai nuovi bisogni delle comunità. Vuol dire anche negare lo sviluppo che da oltre 25 anni ha caratterizzato nel settore dell’assistenza, la professione infermieristica: dalle lauree ai master di primo e secondo livello, dai dottorati di ricerca alla docenza universitaria, dalla dirigenza alla responsabilità assistenziale dei pazienti, a partire dai servizi di emergenza-urgenza fino all’assistenza domiciliare e terminale.

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Due risultati chiari dalla maratona sul Patto per la salute per gli infermieri

Posted by fidest press agency su mercoledì, 10 luglio 2019

Si tratta dell’infermiere di famiglia come nel testo del documento e un percorso che in analogia con quanto fatto a suo tempo col DM 70/2015 per l’ospedale, si occuperà di sistematizzare, aggiornare e organizzare gli standard di assistenza sul territorio.
Queste le principali novità d’interesse della Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche, FNOPI (oltre 450mila iscritti, la maggiore d’Italia) emerse dalla maratona per il Patto per la Salute voluta dal ministro della Salute Giulia Grillo per confrontarsi con tutti gli stakeholders sul documento che farà da base all’organizzazione sanitaria del prossimo triennio, alla quale a rappresentare la FNOPI c’era Nicola Draoli, componente del Comitato centrale della Federazione e presidente dell’ordine di Grosseto .Dall’infermiere di famiglia, quindi, asso nella manica per soddisfare i bisogni emergenti e sempre maggiori di cronici e non autosufficienti i cui numeri sono in costante crescita, fino alla valorizzazione dell’infermiere in attività e competenze dove oggi è presente, ma che non si sono potute sviluppare in modo omogeneo su tutto il territorio, come nell’emergenza-urgenza.Il decreto/regolamento sugli standard qualitativi, strutturali, tecnologici e quantitativi relativi all’assistenza sociosanitaria territoriale dovrà prevedere secondo la bozza di Patto la valorizzazione e lo sviluppo delle competenze delle professioni.In particolare, di quella infermieristica, finalizzata alla copertura dell’enorme incremento di bisogno di continuità dell’assistenza, educazione terapeutica, in particolare soprattutto per i soggetti più fragili, affetti da multi-morbilità e grazie anche allo sviluppo di strutture intermedie (es.: ospedali di comunità) a gestione infermieristica.Ma soprattutto prevedendo l’implementazione sul territorio nazionale delle esperienze assistenziali efficaci a partire dall’infermieristica di famiglia e comunità.L’infermiere di famiglia è uno dei molteplici e importanti esempi delle competenze sviluppate dalla professione, ma ce ne sono molte altre anche riguardo all’assistenza ospedaliera e nell’emergenza urgenza. Proprio per questo FNOPI auspica che il nuovo Patto per la Salute sia volano per lo sviluppo e la valorizzazione delle competenze professionali degli infermieri.Così il SSN si innova, si rafforza e cambia nella direzione giusta, quella che serve ai nuovi bisogni di salute delle comunità, ha spiegato la Federazione all’incontro.
I risultati delle Regioni dove il modello è utilizzato da anni sono buoni e tangibili e il modello attuale è quello ottimale e dovrà solo essere formalizzato anche nel Patto e si dovranno sviluppare sempre maggiori competenze delle professioni per renderlo ancora più efficiente.Così la bozza di Patto prevede la realizzazione di un elevato grado di integrazione informativa e funzionale tra i diversi nodi della rete assistenziale (cure primarie, cure intermedie e ospedali per acuti) avvalendosi degli strumenti innovativi collegati alle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione (ICT), la ridefinizione di tutti gli attori della cura accreditati nel territorio per la gestione dell’emergenza-urgenza e della cronicità instabile, anche con l’introduzione di modelli organizzativi dipartimentali “transmurali”, cioè di raccordo ospedale-territorio e delle centrali operative.E di questo gli infermieri sono e saranno protagonisti.

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Senza infermieri si perde qualità dell’assistenza e aumenta il rischio di mortalità

Posted by fidest press agency su mercoledì, 19 giugno 2019

“Il Servizio sanitario nazionale senza professionisti e management all’altezza, impegnati in un’assistenza di qualità e nella sicurezza delle cure, sarebbe naufragato da un pezzo. Ma se l’appello lanciato dal presidente Fiaso, Francesco Ripa di Meana, alla presentazione del Report Aopi, l’Associazione degli ospedali pediatrici italiani, sull’assistenza nelle strutture pediatriche è per un cambio di passo che preveda nuovi modelli di assistenza, nuove tecnologie e un grande piano di assunzioni, è bene che i decisori politici guardino con attenzione il rovescio della medaglia, quello cioè che accadrebbe senza la buona volontà di chi gestisce e offre assistenza, se non si metteranno davvero in campo questi cambiamenti”.Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche (FNOPI), commenta lo studio realizzato dal Gruppo di studio italiano RN4CAST@IT-Ped, ribadendo che è la volontà dei professionisti e la capacità manageriale delle aziende che finora ha garantito qualità e sicurezza, ma sottolineando che non per questo devono sfuggire i rischi che si corrono senza un cambio di passo nel sistema.Gli infermieri in area pediatrica hanno in media circa 2,5 assistiti in più di quelli che sarebbero i numeri ottimali: per ogni paziente extra il rischio di mortalità a 30 giorni aumenta del 7%. Un dato che si traduce in un aumento del rischio di circa il 17-18 per cento.Per il 10% di attività infermieristiche mancate (quelle proprie dell’assistenza di questi professionisti) il rischio di mortalità cresce questa volta del 16%, sempre a 30 giorni dal ricovero dei piccoli pazienti: la media rilevata dallo studio in Italia è di circa il 5%, che si traduce in un rischio di mortalità dell’8% in più.
“Sommati, i due dati portano a un aumento del rischio di mortalità del 25-26%, inaccettabile se legato a queste cause. E soprattutto perché per di più si parla di bambini”, commenta Mangiacavalli.Che aggiunge: “Sono dati che grazie alla buona volontà dei professionisti e alla capacità del management delle aziende non si sono realizzati, ma il livello di allarme è alto e di questo si deve tenere conto in modo determinante al momento della scelta delle politiche di programmazione. Oggi abbiamo una carenza di infermieri in costante aumento. Senza contare ‘Quota 100’ al tavolo del fabbisogno dei posti per i corsi di laurea, dove la FNOPI è presente con il ministero della Salute e le Regioni, la Federazione ha evidenziato che rispetto alla domanda dei cittadini ci sono circa 30.000 infermieri in meno che diventeranno 58.000 in meno nel 2023; circa 71.000 in meno nel 2028 e quasi 90.000 in meno nel 2033”.“Se poi a questi dati che rispecchiano gli effetti dei blocchi di turn over e di Quota 100 ai aggiunge che secondo lo studio Aopi il 25% circa degli infermieri delle pediatrie sono insoddisfatti del proprio lavoro e lascerebbero, se potessero, l’impiego nell’ospedale nel giro di un anno, l’allarme diventa un vero e proprio allarme rosso. E ancora se a questo si aggiunge che sempre lo studio ha verificato un burnout infermieristico (associato alla volontà di assicurare elevati livelli di qualità che non possono raggiungere mentre riscontrano l’insoddisfazione dei pazienti oltre alla loro volontà di cambiare il proprio ruolo o lasciare il lavoro) che sfiora il 20%, il quadro della situazione è davvero a rischio di naufragio evitato finora solo, come sottolinea il presidente Aopi e Dg del Gaslini Paolo Petralia, dalla buona organizzazione aziendale che ha fatto fronte alle carenze di personale e ha permesso di garantire comunque una buona qualità delle cure e la messa in sicurezza dei pazienti”.“Mancano tanti professionisti – conclude Mangiacavalli – e come dimostra lo studio a mancare in modo allarmante sono gli infermieri. Quei professionisti cioè che prendono in carico il malato dopo qualunque intervento abbia subìto e fino alle sue dimissioni. Quei professionisti che hanno il compito di seguirlo in ospedale come a domicilio per assicurare che si curi, lo faccia bene e non abbia complicazioni e se queste dovessero subentrare, a casa come in ospedale, far scattare il giusto allarme con tutti gli interventi che, come dimostrano i dati, sono anche salvavita”.

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Codice deontologico delle professioni infermieristiche

Posted by fidest press agency su domenica, 16 giugno 2019

Roma venerdì 21 giugno a partire dalle 9 del mattino e fino alle 13 presso l’hotel NH Vittorio Veneto in Corso d’Italia 1. la Federazione nazionale delle professioni infermieristiche (450mila iscritti, il maggior Ordine italiano) presenta ufficialmente il suo nuovo Codice Deontologico che riconosce l’infermiere come professionista e come persona; riconosce il cittadino come curato e come persona; riconosce la società nella quale viviamo e quella in cui vorremo vivere; riconosce la normativa attuale e ne prefigura la sua evoluzione; riconosce la relazione con l’assistito come momento di cura.
Soprattutto fa da guida all’agire degli infermieri nei confronti dei cittadini e degli assistiti sotto la vigilanza degli Ordini professionali, e rappresenta per gli stessi cittadini anche una guida per sapere quali sono i doveri degli infermieri verso i loro bisogni di salute.All’evento, che si terrà a Roma presso l’hotel NH Vittorio Veneto in Corso d’Italia 1, interverranno le massime autorità sanitarie istituzionali del Paese.
Hanno dato conferma della loro partecipazione (gli interventi sono previsti partire dalle 10,45), oltre alle associazioni dei pazienti che rappresentano i primi destinatari del Codice deontologico, il ministro della Salute Giulia Grillo, il presidente delle Regioni Stefano Bonaccini, il presidente della Commissione Igiene e Sanità del Senato Pierpaolo Sileri, la presidente della Commissione Affari sociali della Camera Maria Lucia Lorefice, il Commissario e futuro presidente dell’Istituto superiore di Sanità Silvio Brusaferro, la vicepresidente della Commissione Affari sociali della Camera Rossana Boldi.

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Gli infermieri senesi invitano i cittadini a scoprire la loro professione

Posted by fidest press agency su giovedì, 9 maggio 2019

Siena venerdì 10, sabato 11 e domenica 12 maggio anche nella città del Palio si celebra la Giornata Internazionale dell’Infermiere, un appuntamento che ogni anno unisce idealmente 13 milioni di infermieri che operano in tutto il mondo.Una data scelta a livello mondiale per ricordare Florence Nightingale (nata appunto il 12 maggio 1820) fondatrice delle Scienze infermieristiche moderne, ancora oggi punto di riferimento per chi svolge questa professione.
Si comincia venerdì 10 maggio alle ore 14.30 quando nella sala convegni di Palazzo Patrizi si svolgerà un convegno aperto al pubblico e dedicato al lavoro infermieristico e, in particolare, ai primi venti anni dalla legge 42/99.
Sabato 11 invece gli infermieri saranno in Piazza Gramsci e domenica 12 maggio in Piazza Matteotti dove, dalle ore 10 alle ore 14, in un spazio appositamente dedicato, offriranno ai cittadini informazioni su vari temi legati alla salute quali le malattie sessualmente trasmissibili, le cure palliative e hospice, la donazione di organi e tessuti, la banca del latte e molto ancora.Un modo per raccontare come la loro professionalità abbracci saperi e competenze differenti, frutto di un percorso formativo importante che costantemente viene sottoposto ad aggiornamenti e approfondimenti.”Come ogni anno, in occasione della Giornata Internazionale dell’Infermiere – commenta il presidente di OPI Siena, Michele Aurigi -, vogliamo richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sui valori etici di cui siamo portatori, ma anche raccontare chi è l’infermiere del secondo millennio, come è cambiato negli ultimi decenni e quali sono le potenzialità della professione che, già riconosciute a livello accademico e normativo, migliorerebbero i servizi ai cittadini, ma che non sempre le organizzazioni sanitarie in Italia riescono a cogliere e lasciar esprimere al meglio”.

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Infermieri, con l’allarme carenza a rischio la sicurezza delle cure

Posted by fidest press agency su domenica, 5 maggio 2019

Gli infermieri mancano in maniera più che allarmante. Senza contare ‘Quota 100’ al tavolo del fabbisogno di posti per i corsi di laurea, dove la FNOPI è presente con il ministero della Salute e le Regioni, la Federazione ha portato i suoi dati: oggi rispetto alla domanda dei cittadini ci sono circa 30.000 infermieri in meno che diventeranno – visto che le proiezioni vanno di moda – 58.000 in meno nel 2023; circa 71.000 in meno nel 2028 e quasi 90.000 in meno nel 2033. “Se ‘Quota 100’ oggi registra il rischio di abbandono a breve termine per almeno 22.000 infermieri – afferma Tonino Aceti, portavoce FNOPI – che si aggiungeranno alle carenze descritte dai fabbisogni, le proiezioni parlano chiaro: al 2023 potrebbero salire esponenzialmente anche oltre le 100mila unità.
Cosa significa tutto questo, dovrebbe farlo capire il buon senso, ma a parlare chiaro sono gli studi internazionali (ad esempio: RN4CAST, pubblicato su The Lancet) che hanno quantificato gli effetti della carenza di infermieri: ipotizzando che si riuscisse ad avere un rapporto di 1 infermiere per 6 pazienti e nello staff fosse presente almeno il 60% di infermieri laureati, potrebbero essere evitate 3.500 morti all’anno.
Nella dotazione organica – rapporto infermiere/pazienti – a ogni aumento di una unità-paziente per infermiere, la probabilità di morte del paziente aumenta del 7 per cento.
A ogni aumento del 10% di personale infermieristico laureato corrisponde una diminuzione del 7% di mortalità.
L’associazione dei due valori – continua Aceti – ha rivelato che, negli ospedali in cui il 60% degli infermieri è laureato e il rapporto infermiere/paziente è di 1:6, la probabilità di decesso a trenta giorni dalla dimissione è del 30% inferiore rispetto a strutture in cui gli infermieri laureati sono del 30% ed il rapporto infermieri/pazienti è di 1:8.
In Italia – spiega Aceti – il rapporto infermieri-pazienti era nel 2017 (quindi senza ‘Quota 100’ e le sue carenze future, ma con gli effetti del blocco del turn over) di uno a 8-9 nelle Regioni benchmark, quelle con l’assistenza migliore e si arrivava a fino a uno a 17 nella Campania, che con gli effetti di Quota 100 potrebbe superare a situazione invariata il rapporto di uno a 20, dove il turn over è da decenni un araba fenice e i piani di rientro guardano prevalentemente la spesa.
I numeri – conclude – parlano chiaro: è davvero allarme rosso per la carenza di infermieri e la salute dei cittadini e dei pazienti. Chiediamo ora che ministro, Governo e Regioni corrano ai ripari. Questa sarebbe una delle misure da introdurre per rafforzare la fiducia dei cittadini calabresi e di tutte le altre Regioni nel Servizio sanitario nazionale”.
“Mancano tanti professionisti – conclude Mangiacavalli -. Ma a mancare in modo allarmante sono gli infermieri, quei professionisti cioè che prendono in carico il malato dopo qualunque intervento abbia subìto e fino alle sue dimissioni. Quei professionisti che hanno il compito di seguirlo a domicilio per assicurare che si curi, lo faccia bene e non abbia complicazioni e se queste subentreranno allora proprio quei professionisti faranno scattare l’intervento del medico di medicina generale, dove necessario e possibile, per evitare code, intasamenti e liste di attesa ai pronto soccorso”.

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Pensionamenti: oltre 22mila infermieri in meno da subito

Posted by fidest press agency su sabato, 16 marzo 2019

Quota 100: il servizio pubblico potrebbe perdere di colpo oltre 22.000 infermieri, mentre almeno 75.000 rientrerebbero nei parametri per accelerare il pensionamento.Il dato, calcolato in base agli anni di anzianità lavorativa e all’età anagrafica degli infermieri dipendenti del Ssn, è stato elaborato dal Centro studi della Federazione degli Ordini delle professioni infermieristiche (FNOPI) – la più numerosa d’Italia con oltre 450mila iscritti – ed è riferito alla situazione a fine 2018.
“Il rapporto numerico infermieri pazienti era già ai limiti del rischio prima di ‘quota 100’ – spiega Tonino Aceti, portavoce FNOPI – ma ora con questa ulteriore emorragia di professionisti la situazione si aggrava. Se studi internazionali, Oms e Ocse hanno spiegato ampiamente che riducendo il numero di pazienti assistiti da un infermiere (il numero ideale per abbattere la mortalità del 20% sarebbe 1:6) l’assistenza migliora la sua qualità e si riduce il rischio, ora con la fuoriuscita di oltre 20mila infermieri i numeri salgono. In alcune Regioni, quelle più colpite dai piani di rientro e quindi dal blocco del turn over, il rapporto sale alle stelle: in Campania ad esempio, se con la carenza di oltre 50mila infermieri il rapporto era già 1:17, ora si rischia di sfiorare l’1:19-20. Inoltre, più del 36% delle nuove fuoriuscite dal sistema avverranno nelle Regioni in piano di rientro, già gravemente colpite dal blocco del turn over e il 61% delle nuove carenze è nelle Regioni che dal nuovo sistema di monitoraggio del Livelli essenziali di assistenza risultano inadempienti. Il combinato disposto tra l’attuazione di ‘Quota 100’, il mancato superamento del tetto di spesa per il personale sanitario e il blocco del turnover, rischia di essere la formula perfetta per “mandare in pensione” anche il Servizio sanitario pubblico.
Ovviamente non tutti opteranno per “Quota 100”: si può considerare che data la lunga permanenza in servizio e gli stipendi mediamente non alti (nel Ssn sono in media di 31-32mila euro/anno), circa il 30% medio di chi possiede i requisiti scelga questa possibilità. Si tratta quindi di 22.360 infermieri che potrebbero a breve – da subito: in un solo anno – abbandonare il servizio con un danno fortissimo per l’assistenza, aggiungendosi ai circa 11.500 che hanno raggiunto il limite di età per la pensione. Oltre a sommarsi alla carenza ormai appurata di professionisti infermieri calcolata tra 51-53mila unità, portando il totale a circa 75 mila unità (senza contare i pensionandi naturali che sarebbero comunque stati presenti), gli infermieri maggiormente interessati da “Quota 100” sono evidentemente quelli con età lavorative maggiori e, quindi, con maggiore esperienza e sono ancora quelli che le aziende inviano di preferenza sul territorio per mantenere ad alti livelli il rapporto diretto umano e clinico con il paziente, per un’assistenza domiciliare già scarsa di per se, ma che ora rischia una crisi irreversibile.

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La soluzione per l’assistenza del futuro è nell’infermieristica

Posted by fidest press agency su mercoledì, 27 febbraio 2019

“Quella dell’infermiere è la professione più vicina al paziente che segue 24 ore su 24 sia in ricovero che a domicilio. Ma non allo stesso modo in tutte le Regioni”, sottolinea all’assemblea di tutte le professioni sanitarie e sociali che si è svolta Roma Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche, il maggior Ordine italiano con oltre 450mila iscritti.“Due dati per comprendere – aggiunge -: il rapporto infermieri pazienti che studi internazionali indicano come ottimale per abbattere la mortalità del 20% è di 1:6. In Italia abbiamo Regioni che sono a 1:17 (la Campania ad esempio) e altre a 1:8 come il Friuli-Venezia Giulia. La carenza di infermieri, soprattutto sul territorio e quindi accanto ai più fragili e bisognosi di assistenza continua (malati cronici, anziani, non autosufficienti ecc.) è di circa 50-53mila unità, ma ci sono Regioni dove i numeri potrebbero considerarsi a posto (ad esempio Emilia-Romagna, Veneto, Friuli-Venezia Giulia ecc.) e Regioni dove invece l’assenza di organici è pesante e mette l’assistenza a rischio (in Campania sono circa il 48% in meno di quelli che sarebbero necessari, raggiungono il 55% in meno in Calabria e il 56% in Sicilia)”.“In questo modo – prosegue – anche l’introduzione della figura innovativa dell’infermiere di famiglia e comunità a fianco del medico di medicina generale – voluta fortemente anche dai cittadini – non può essere omogenea: al Nord infatti ci sono già esperienze e modelli affermati, al Sud gli infermieri sono troppo pochi anche solo per assistere i pazienti in ricovero, figuriamoci sul territorio”.Secondo i dati Eurostat, l’Ufficio Statistico dell’Unione Europea, una Direzione Generale della Commissione europea, che collabora a stretto contatto anche con Onu e Ocse, l’Italia nel 2016 aveva 557 infermieri ogni 100.000 abitanti (negli anni successivi sono diminuiti), mentre sei Paesi dell’Ue 28 tra cui i maggiori partner come Germania e Francia, superavano i mille (dai 1.172 del Lussemburgo ai 1.019 della Francia) e altre sette, tra cui anche il Regno Unito, erano comunque tra i 981 infermieri per 100.000 abitanti della Danimarca e i 610 dell’Estonia.Anche volendo solo raggiungere il livello medio di questi Paesi, in Italia mancherebbero tra i 50 e i 60mila infermieri. Per farlo ci si dovrebbe adeguare all’Europa, prevedendo più infermieri in formazione e occupazione, con evidenti progressi nell’eliminazione della carenza globale entro il 2030. La Commissione europea sottolinea che tutti i piani nazionali per la realizzazione della copertura sanitaria universale formulano proposte specifiche per migliorare e sviluppare il ruolo degli infermieri come professionisti della salute più vicini alla comunità; almeno il 75% dei paesi ha un infermiere con responsabilità di alta gestione in materia di salute; quel che serve è una rete globale di leadership infermieristica. Mangiacavalli fa anche riferimento alla diversa epidemiologia della popolazione: le malattie croniche l’anno scorso – secondo i dati Istat da poco evidenziati nel rapporto Osservasalute – hanno interessato quasi il 40% della popolazione, cioè 24 milioni di italiani dei quali 12,5 milioni hanno multi-cronicità. Le proiezioni della cronicità indicano che tra 10 anni, nel 2028, il numero di malati cronici salirà a 25 milioni, mentre i multi-cronici saranno 14 milioni.Attualmente infatti nel nostro Paese si stima che si spendono, complessivamente, circa 66,7 miliardi per la cronicità; stando alle proiezioni effettuate sulla base degli scenari demografici futuri elaborati dall’Istituto Nazionale di Statistica (Istat) e ipotizzando una prevalenza stabile nelle diverse classi di età, nel 2028 spenderemo 70,7 miliardi di euro.
E le cronicità si acuiscono anche secondo le aree geografiche. La prevalenza più elevata di almeno una malattica cronica si registra in Liguria con il 45,1% della popolazione. I Comuni sotto i 2.000 abitanti sono quelli con la quota più elevata di cronicità, quasi il 45%, mentre nelle periferie delle città Metropolitane si riscontra la quota più elevata di persone che soffrono di malattie allergiche, il 12,2% della popolazione residente.
“Anche per questo gli infermieri vogliono dare un contributo ancora maggiore al miglioramento della salute – ha detto -. Nel XXI secolo – conclude Mangiacavalli – vedremo più comunità e servizi a domicilio, una migliore tecnologia e la cura centrata sulla persona: gli infermieri saranno in prima linea in questi cambiamenti e per questo devono imparare a essere leader perché tutte queste qualità le hanno già sviluppate e fanno parte della loro vocazione e della loro professionalità: una nuova epidemiologia richiede nuovi modelli di assistenza e, per questi, c’è già il nuovo infermiere che deve essere specializzato e presente h24 sul territorio. Ma deve essere disponibile ovunque e in tutte le Regioni senza carenze e in modo omogeneo”.

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Assemblea degli Ordini e delle professioni infermieristiche (FNOPI)

Posted by fidest press agency su mercoledì, 20 febbraio 2019

Roma 23 febbraio 2019 ore 9 Teatro Argentina di Roma (Largo di Torre Argentina, 52) e sarà aperta anche alle società scientifiche e alle rappresentanze sindacali delle varie professionalità e ai giornalisti. i rappresentanti di tutti gli Ordini professionali provinciali di 30 professioni sanitarie si riuniranno per la prima volta nella storia per concordare una strategia di azione che sarà proposta con forza a Governo e Regioni.
I presidenti degli Ordini e delle Federazioni nazionali, che rappresentano circa 1,5 milioni di professionisti (più del 3% della popolazione italiana) che si occupano quotidianamente della salute dei cittadini, apriranno, con un manifesto condiviso e sottoscritto da tutti, una riflessione che guiderà il futuro dopo i primi 40 anni del Ssn e si concentrerà sui temi caldi della sanità, dalla spesa al regionalismo differenziato, dalla mobilità ai rischi per la salute che generano i “vuoti” di personale e servizi, per costruire, per la prima volta tutti insieme, un rapporto continuativo di confronto costruttivo e di proposte condivise. E ne parleranno e ne dibatteranno durante l’assemblea con i rappresentanti di Governo e Regioni, invitati a intervenire per promuovere un dialogo e confronto costruttivo e propositivo. Senza la massima condivisione e con la sola conflittualità che nasce da scelte e posizioni unilaterali, a farne le spese non è solo la professionalità, ma soprattutto la salute dei cittadini.
“Siamo i professionisti dell’assistenza – spiegano gli Ordini e le Federazioni -. Siamo i portatori di un bagaglio enorme di competenze, che possono e devono essere spese anche sul versante organizzativo e di una rinnovata governance che garantisca la sostenibilità del Ssn. Ma oggi tutto avviene senza interpellare chi, ogni giorno, produce la salute e vive la sanità. Questo non è giusto nei confronti dei professionisti e lo è ancor meno nei confronti dei cittadini. E non dovrà più essere così. Ora vogliamo fare rete, per mettere le nostre competenze a disposizione di tutti e per trovare, insieme, soluzioni alle diseguaglianze che affliggono il nostro Servizio sanitario Nazionale non solo tra una Regione e l’altra ma anche tra aree differenti all’interno delle stesse Regioni”. “La sanità si evolve e lo deve fare per tutti i cittadini in modo assolutamente universalistico e uguale per tutti. E non lo farà mai più senza di noi”.

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Stipendi docenti, impiegati e infermieri sempre più giù

Posted by fidest press agency su domenica, 27 gennaio 2019

Si chiama inflazione “fantasma”, fenomeno che ha abbattuto i salari dei dipendenti del pubblico impego, sempre più impoveriti per via del blocco del contratto e dell’aumento del costo della vita registrato nell’ultimo decennio. “Con 1.500 in busta paga si può vivere; ma è difficile costruirsi un futuro”, si legge nel Corriere della Sera, in una lucida analisi che mette in evidenza come la classe media si stia sempre più ‘sciogliendo’. Marcello Pacifico, presidente Anief, rinnova alla Ministra per la Pubblica Amministrazione Giulia Bongiorno la richiesta di recuperare il gap nel prossimo rinnovo contrattuale, come già esposto in Parlamento dal sindacato con gli emendamenti al decreto Concretezza.

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Confronto tra infermieri e la Conferenza delle Regioni e delle Province autonome

Posted by fidest press agency su domenica, 23 dicembre 2018

Nasce un tavolo di confronto permanente tra la Federazione nazionale degli Ordini degli infermieri (FNOPI) – ente pubblico non economico sussidiario dello Stato – che rappresenta gli oltre 445mila infermieri presenti in Italia, di cui più di 384mila attivi e 270mila dipendenti del Servizio sanitario nazionale e la Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, che hanno secondo la legge potestà legislativa concorrente in materia di “Tutela della Salute” e altre attribuzioni conferite dall’ordinamento.
Primo obiettivo: confrontarsi intanto – gli argomenti saranno via via ampliati – su cinque tematiche, anche attraverso tavoli permanenti regionali con gli Ordini provinciali:
1. sviluppo di nuovi modelli organizzativo-assistenziali e delle competenze esperte e specialistiche anche alla luce del nuovo CCNL del personale del comparto Sanità e delle responsabilità definite dalla legge 24/2017;
2. standard del personale infermieristico del SSR anche in considerazione della riduzione degli organici per il blocco del turn over;
3. sviluppo professionale e di carriera, formazione ed aggiornamento del personale infermieristico del SSR – formazione manageriale;
4. definizione del fabbisogno formativo degli infermieri e infermieri pediatrici;
5. avvio di percorsi per lo sviluppo del corpo docente universitario afferente ai settori scientifico-disciplinari dei corsi di laurea delle professioni sanitarie,
In questo senso è arrivato oggi il via libera dei presidenti delle Regioni a un protocollo di intesa che parte dalla necessità di dover rispondere nell’attuale fase di transizione demografica, epidemiologica, sociale ed economica alle nuove sfide che riguardano il settore sanitario, in cui infermieri e Regioni hanno la stessa esigenza di tutelare il diritto alla salute nel sistema sanitario pubblico, proprio come prevede la legge 833 del 1978.
Va quindi rafforzato il rapporto di “leale collaborazione istituzionale tra le Regioni e le Province autonome le professioni infermieristiche” che operano nel Servizio sanitario nazionale e con il protocollo si focalizzano i futuri ambiti di intervento comuni per interventi condivisi.Dal 2019 quindi – ma l’Emilia Romagna per prima ha già convocato il primo tavolo regionale – Fnopi e Regioni metteranno a punto una revisione delle disposizioni nazionali che interessano le professioni infermieristiche per garantire al Ssn un numero adeguato di professionisti legato ai fabbisogni del sistema – pubblico, ma anche privato – con una nuova programmazione del loro percorso formativo e professionale.A livello nazionale il tavolo è composto per la parte regionale e provinciale: dal Coordinatore della Commissione Salute della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, l’assessore del Piemonte Antonio Saitta e dal Presidente del Comitato di settore Regioni-Sanità, l’assessore dell’Emilia Romagna Sergio Venturi e per la Federazione nazionale delle Professioni Infermieristiche dalla Presidente FNOPI Barbara Mangiacavalli e dalla Segretaria Nazionale FNOPI Beatrice Mazzoleni.Ma oltre al livello nazionale, il tavolo si riunirà anche sia a livello tecnico con i rappresentanti delegati dalle parti, sia con tavoli permanenti regionali con gli Ordini provinciali per l’esame delle tematiche indicate a livello locale.“È un risultato molto importante per la professione infermieristica – commenta Barbara Mangiacavalli, presidente FNOPI – perché il lavoro dell’infermiere è sul territorio accanto ai pazienti e al loro domicilio e le reali necessità, l’epidemiologia e l’organizzazione dei servizi per questo sono in capo alle Regioni. Inoltre – prosegue – le Regioni sono i veri ‘datori di lavoro’ dei circa 270mila infermieri che dipendono dalle strutture pubbliche, ma sono anche le istituzioni che conoscendo le necessità locali autorizzano e semmai implementano forme alternative di occupazione come quelle ad esempio della libera professione”.“Per noi – conclude Mangiacavalli – il confronto e l’accordo omogeneo con le Regioni è essenziale per poter disegnare in modo uniforme i nuovi modelli di assistenza e studiare insieme come contrastare in modo organico, non per una sola professione, le carenze che tagli e blocchi del turn over hanno generato. Dalle Regioni dipende il fabbisogno formativo e lo sviluppo di carriera, ma anche i rapporti con le Università che si fissano nei protocolli che queste sottoscrivono con gli Atenei”.

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“L’Ocse conferma: in Italia carenza allarmante di infermieri”

Posted by fidest press agency su sabato, 24 novembre 2018

Il numero di infermieri in Italia per mille abitanti è tra i più bassi dei 35 paesi considerati nel nuovo Rapporto Health at a Glance Europe 2018 appena diffuso, integrato con la banca dati OECD Health Statistics 2018: 5,6 che pone il nostro paese a sette posti dal peggiore (il Messico con 2,9) e ben lontano dalla media Ocse di 9,4. Al contrario, l’Italia è nona su 35 paesi per il numero di medici ogni mille abitanti e così, la proporzione tra infermieri e medici che dovrebbe essere di tre infermieri ogni medico (nell’Ocse la media è 2,87), si ferma inesorabilmente a 1,4, peggiorando l’1,5 registrato l’anno precedente. E si parla solo di medici e infermieri attivi che svolgono cioè davvero la professione (sia in ospedale che fuori e nel privato).“Già il rapporto tra infermieri dipendenti e pazienti che per rivelarsi ottimale nell’assistenza dovrebbe essere di uno a sei – afferma Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini degli infermieri, FNOPI, la maggiore in Italia con i suoi oltre 440mila iscritti -, in Italia è in media di 1 a 11 con punte fino a 17-18 e il rapporto con i medici invece di essere uno a tre si ferma a 1 a 2,5 anche in questo caso con punte che sfiorano la parità (1:1) e un rapporto corretto nelle Regioni benchmark (ma non in tutte le aziende). Se guardiamo l’ultimo dato Ocse ci si rende conto che la maggiore carenza è proprio sul territorio che fa abbassare i valori medi, dove oggi la popolazione ha più bisogno per l’aumento della cronicità e della non autosufficienza legato all’età sempre più avanzata”.
L’Italia infatti ha exploit positivi come quello di essere tra i primi paesi – l’Ocse lo conferma – per aspettativa di vita: quarta dopo Giappone, Svizzera e Spagna con 83,30 anni medi (81 per i maschi e 85,60 per le femmine) e sempre in alta classifica (ma va un po’ peggio come posizione generale) per l’aspettativa di vita a 65 anni.“La FNOPI ha valutato da tempo la necessità di almeno 53mila professionisti infermieri e il dato Ocse conferma la carenza che senza un nuovo modello di assistenza andrà a totale discapito dell’assistenza”.
Un allarme già rilanciato anche dall’Organizzazione mondiale della Sanità a settembre nella sua Assemblea generale: “L’Italia deve affrontare un quadro di malattie croniche legate all’invecchiamento della popolazione che chiedono una risposta assistenziale complessa, proattiva, personalizzata”. E per farlo secondo L’Oms deve rispondere ad alcune sfide tra cui oltre a difendere meglio l’accesso universale all’assistenza, senza disuguaglianze, deve aumentare il numero di infermieri.

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La professione d’infermiere e gli equivoci mediatici

Posted by fidest press agency su sabato, 28 aprile 2018

Ci scrive Barbara Mangiacavalli Presidente Federazione Nazionale Ordini delle Professioni Infermieristiche (FNOPI): “Noi infermieri iscritti a questa Federazione siamo a volte oggetto di errori mediatici che suscitano grande imbarazzo e risentimento nei professionisti: il termine “infermiere” è utilizzato a vario titolo per indicare operatori di altre professionalità quando questi compiono atti e, spesso, illeciti o reati di varia natura. In sostanza nel mondo sanitario sembrano esistere solo due categorie professionali da citare per i media: medici e infermieri. Indubbiamente dopo la prima richiesta di collaborazione agli organi di stampa si è molto ridotto l’utilizzo improprio del termine “infermiere” che tra l’altro con la Legge n. 3/2018, che ha istituito l’Ordine professionale degli infermieri, ha visto inasprire le pene per chi abusivamente si attribuisce questo tipo di professionalità. Abbiamo appurato che spesso questo errore è legato a esigenze di spazio sui giornali o a semplificazioni eccessive da parte di chi in radio, tv o sul web ha necessità di essere compreso in fretta dal grande pubblico.
Ma questa esigenza non può e non deve legittimare l’attribuzione della professione infermieristica a chi infermiere non è. Il fatto è che in questo modo non si facilita la comprensione, ma si rende al contrario ben più gravoso il compito di chi assiste le persone e ben più difficile da parte delle persone con bisogni di salute sapere esattamente a chi rivolgersi.
Il principale fraintendimento dei mezzi di comunicazione avviene quando si utilizza la qualifica di infermiere, attribuendola erroneamente a personale ausiliario, a operatori sociosanitari. Ad assistenti di base o a operatori tecnici dell’assistenza e per questo scrivo a Lei (e tramite Lei a eventuali sedi distaccate della Sua testata) in quanto responsabile di ciò che da essa viene diffuso, per tentare di scongiurare – anche se la testata da Lei diretta non fosse mai incorsa in questo errore – ulteriori pestaggi mediatici nei confronti di professionisti che, per come operano ogni giorno al fianco dei più deboli, certamente non lo meritano.
I professionisti infermieri chiedono quindi aiuto ai professionisti giornalisti con un fine “preventivo”, che può evitare però a noi tutti di essere indicati come responsabili di comportamenti infamanti anche quando siamo estranei ai fatti, cercando così di tranquillizzare la categoria, ma soprattutto di rasserenare la popolazione sul fatto che davanti ha, se sa riconoscerli, professionisti all’altezza dei suoi bisogni e pronti a prendersi cura di lei.
Maggiore chiarezza che eviterebbe tra l’altro lo spiacevole, quanto inutile seppure necessario ricorso a richieste di rettifica a mezzo stampa – da parte della Federazione e/o dei singoli Ordini provinciali – che dal 2017 in poi sono state almeno dieci, anche se il fenomeno è comunque in calo rispetto agli anni precedenti di oltre il 70% dei casi.
Perciò cerchiamo in poche righe di spiegare la differenza esistente tra la professione di infermiere e le altre attività con cui questa è troppo spesso confusa.
Noi infermieri siamo professionisti laureati responsabili dell’assistenza infermieristica che esplichiamo attraverso valutazioni, interventi e certificazioni competenti e autonome in ambito assistenziale, curativo, riabilitativo, preventivo. Abbiamo l’obbligo già in base a leggi precedenti, ma soprattutto per la legge 3/2018, di iscrizione all’Albo professionale tenuto dall’Ordine, per poter esercitare la professione. Conseguiamo master, laurea magistrale e dottorato di ricerca e svolgiamo funzioni cliniche molto diversificate tra loro con numerose specializzazioni, così come funzioni manageriali (dal coordinamento alla Direzione di strutture complesse), funzioni formative e di ricerca in ambito universitario e non. Seppure in forme diverse e con percorsi professionalizzanti diversi esistono poi una serie di figure dedicate sostanzialmente all’assistenza di base, soddisfacimento di bisogni igienici, di eliminazione e di confort domestico alberghiero, e in alcuni casi di pulizia e manutenzione di utensili, apparecchi, presidi usati dal paziente e dal personale medico e infermieristico per l’assistenza al malato. Al di là del loro valore, riconosciuto dagli infermieri e dagli assistiti e, come nel caso dell’OSS in chiara evoluzione, sono ad oggi figure non professioniste, non iscritte ad Ordini, che lavorano su attribuzione dell’infermiere che rimane il responsabile di riferimento diretto. Per fare un esempio molto pratico, seppur forzato, è come confondere all’interno degli istituti scolastici un insegnante con un operatore scolastico (ex bidello)”.
Sono certa che comprenderà la necessità di questo chiarimento e Le chiedo di nuovo collaborazione per fare il “passo finale” visto il trend positivo registrato e per evitare il ripetersi di tali situazioni, lasciando così a noi infermieri la necessaria serenità nell’attività quotidiana in cui ci prendono cura dei pazienti e la certezza che questi ci riconoscano per quel che siamo e non ci guardino con un sospetto legato in realtà all’agire di altre figure non controllate, non responsabili e che noi, come Ordini professionali, non possiamo neppure sanzionare”. Per la cronaca aggiungiamo che la Federazione di cui la Mangiacavalli è presidente ha inteso parlare anche a nome di tutta la categoria professionale costituita da oltre 440000 infermieri italiani.

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Nuovi ruoli per medici e infermieri

Posted by fidest press agency su giovedì, 12 novembre 2015

chietiChieti 13 novembre, dalle ore 14 nell’Auditorium Cianfarani del Museo Archeologico “La Civitella” di Chieti, in via G. Pianell, un convegno dedicato a “Professioni sanitarie e sostenibilità del Sistema sanitario nazionale: ostacoli e opportunità”. Una seconda sessione è prevista sabato mattina, 14 novembre, dalle ore 8.30.Sarà anche l’occasione per conoscere lo stato di avanzamento delle controverse riforme, allo studio delle Camere, che riguardano il ruolo di medici e infermieri.
E’ attesa, infatti, la presenza delle Presidenti nazionali dell’Ordine dei Medici, Roberta Chersevani, e dell’Ipasvi, Barbara Mangiacavalli, di parlamentari (Maria Amato, Vittoria D’Incecco), giuristi (Gianfranco Iadecòla, già magistrato di Cassazione, e Luca Benci, docente universitario di professioni sanitarie), amministratori regionali (l’assessore alla Programmazione sanitaria, Silvio Paolucci) e locali.
A fare gli onori di casa saranno i presidenti provinciali dell’Ordine dei Medici, Ezio Casale, e dell’Ipasvi, Giancarlo Cicolini, insieme al rettore dell’Università d’Annunzio, Carmine Di Ilio, e al direttore generale facente funzioni della Asl Lanciano Vasto Chieti, Pasquale Flacco, mentre il sindaco, Umberto Di Primio, rivolgerà il saluto della città.«E’ il momento di guardarsi negli occhi – spiegano Casale e Cicolini – e condividere le responsabilità che derivano dal cambio di prospettiva di una sanità che deve necessariamente riorganizzarsi per essere sostenibile. La riforma delle professioni sanitarie deve, inoltre, essere un’occasione di arricchimento e integrazione tra ruoli e competenze dei professionisti sanitari, in particolare di quelli più rappresentati, ovvero medici e infermieri, piuttosto che un semplice scontro su funzioni che sono ormai tradizionalmente e reciprocamente riconosciute».

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Infermieri, dubbi sulla bozza ministeriale anche dall’Ipasvi

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 aprile 2012

La bozza di proposta che riscrive ruolo e ambiti della professione infermieristica lascia perplessa anche l’Ipasvi. È la sintesi del parere che il presidente della Federazione dei collegi degli infermieri, Annalisa Silvestro, ha trasmesso giovedì al Ministero nell’incontro disertato dalla Fnomceo (impegnata nelle stesse ore in una consultazione con i sindacati medici). «Nel colloquio» spiega Silvestro a Doctornews «abbiamo ribadito i nostri dubbi sul documento e abbiamo chiesto un posticipo di almeno due mesi della scaletta di marcia fissata dal dicastero. Questo per permetterci di avviare una consultazione con la nostra base, in fibrillazione perché colta di sorpresa dalla proposta, messa sul tavolo senza la minima condivisione preventiva». Per il presidente dell’Ipasvi, poi, non c’è nessuna preclusione a partecipare al tavolo che i sindacati dei medici hanno chiesto al Ministro per un confronto a tutto campo sul documento. «Io sono disponibile a discutere con tutti» è, però, il suo avvertimento «ma sia chiaro che qui stiamo parlando di competenze dell’infermiere, non del medico. Quindi l’argomento riguarda innanzitutto noi». Intanto dal fronte delle sigle mediche giungono nuove prese di posizione dopo l’incontro di giovedì in Fnomceo. È il caso di Sumai-Assoprof, che per bocca del suo presidente, Giuseppe Nielfi, critica l’assenza di concertazione sulla bozza ministeriale. «Siamo consapevoli della necessità di una rivisitazione delle competenze della professione infermieristica» spiega Nielfi in un comunicato «ma riteniamo che ciò non si possa realizzare attraverso processi di confronto unidirezionali. Cosa che invece è avvenuta con il documento emerso dal tavolo di lavoro tra ministero della Salute e Regioni, in cui non si è adottato assolutamente un metodo condiviso e da cui è emerso un testo con troppe ombre». Per Sumai, invece, il tema dovrebbe essere affrontato «in modo collegiale, definendo chiaramente le competenze e ricordando che spetta unicamente ai medici la titolarità della diagnosi e della cura e la responsabilità nel percorso clinico-assistenziale».(fonte doctornews33)

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