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Posts Tagged ‘infezione’

Gli anticorpi neutralizzanti contro il SARS-CoV-2 nei pazienti convalescenti sono ancora attivi a undici mesi dall’infezione

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 aprile 2021

Roma. Gli anticorpi neutralizzanti sviluppati dall’organismo umano dopo l’infezione ad opera del Sars-CoV-2 sono ancora presenti a livelli consistenti anche a distanza di undici mesi dall’infezione: è quanto emerge da una ricerca realizzata dal laboratorio di virologia dell’Istituto Nazionale Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani” di Roma, diretto da Maria Rosaria Capobianchi, appena pubblicato sulla rivista Viruses.I ricercatori del laboratorio di virologia hanno analizzato, tra febbraio 2020 e gennaio 2021, 763 campioni di siero da 662 pazienti Covid-19, prelevati durante il ricovero all’INMI “Lazzaro Spallanzani” o dopo il superamento dell’infezione, nel corso dei controlli di follow-up o degli screening per potenziali donazioni di plasma immune. Questi campioni sono stati quindi sottoposti a sieroneutralizzazione, tecnica virologica classica con la quale si verifica la capacità dei campioni ematici di neutralizzare il virus vivo, e che rappresenta il gold standard per la determinazione dell’efficacia protettiva degli anticorpi, essendo più precisa ed affidabile della tecnica degli pseudovirus alla quale molti gruppi di ricerca oggi ricorrono, soprattutto quelli che non dispongono di laboratori di biosicurezza quali quelli presenti presso l’INMI.Dalla ricerca è emerso anzitutto che i livelli (o titoli) di anticorpi neutralizzanti sono più elevati nelle persone di età superiore ai 60 anni, e tanto più elevati quanto più severi sono stati i sintomi respiratori manifestati dai pazienti. I livelli più elevati sono stati raggiunti dai pazienti che manifestavano la cosiddetta ARDS (Acute Respiratory Distress Syndrome) con una P/F ratio (il rapporto tra la pressione dell’ossigeno nel sangue arterioso e la percentuale di ossigeno inspirata dal paziente) inferiore a 200 mmHg. L’aspetto più significativo della ricerca è stata tuttavia la conferma che la maggior parte dei pazienti seguiti per almeno sei mesi e per un massimo di undici mesi ha mantenuto un livello consistente di anticorpi neutralizzanti. Nel 60% circa dei casi seguiti gli anticorpi neutralizzanti hanno raggiunto il picco tra uno e due mesi dopo l’infezione, hanno subito un lieve calo tra i due e i tre mesi, e successivamente sono rimasti stabili sino a undici mesi dopo l’infezione. Nel 24% dei casi gli anticorpi hanno manifestato un trend di discesa continua, senza tuttavia arrivare mai al livello di non essere rilevabili. Nel 15% circa dei casi, infine, gli anticorpi neutralizzanti hanno evidenziato un trend opposto, di incremento nel corso del periodo osservato.I dati che emergono dalla ricerca hanno importanti conseguenze pratiche: i ricercatori dell’INMI hanno infatti sviluppato un algoritmo per lo screening dei donatori di plasma convalescente, che ha permesso di ridurre il numero di campioni sottoposti a test di neutralizzazione, e quindi il carico di lavoro del laboratorio, senza una perdita significativa di donazioni idonee. Ma i dati che emergono dalla ricerca sono importanti soprattutto dal punto di vista epidemiologico, perché forniscono supporto all’ipotesi che la durata della protezione conferita dall’infezione naturale e dai vaccini possa andare oltre gli otto-dieci mesi sino ad oggi ipotizzati dalla letteratura sull’argomento. “Questa ricerca conferma la bontà dell’approccio che da sempre persegue l’INMI, di stretta collaborazione tra l’attività di laboratorio e l’attività clinica, in questo caso il follow-up dei pazienti dopo la fase acuta dell’infezione”, così Maria Rosaria Capobianchi, direttrice del laboratorio di virologia dell’INMI. “Mentre i medici seguono i pazienti nel percorso successivo all’infezione, i loro campioni biologici ci aiutano a capire meglio la risposta del nostro organismo all’infezione e ad elaborare nuove ipotesi sull’evoluzione della malattia e sulla durata della protezione garantita dall’infezione naturale o dai vaccini, in un circolo virtuoso che mette sempre al centro il paziente e le cure”.

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Infezione da SARS-CoV-2: Test rapidi antigenici

Posted by fidest press agency su lunedì, 5 aprile 2021

Secondo un aggiornamento della revisione Cochrane sulla valutazione dei test rapidi per il rilevamento dell’infezione da SARS-CoV-2, i test rapidi antigenici riescono meglio a identificare correttamente i casi di COVID-19 nelle persone con sintomi rispetto a quelle senza sintomi. «La nostra revisione mostra che alcuni test antigenici possono essere utili in ambienti sanitari in cui si sospetta COVID-19 in persone con sintomi. Questi test non sembrano funzionare altrettanto bene nelle persone che non hanno sintomi» afferma Jac Dinnes, della University of Birmingham, co-autore della revisione. Sono disponibili due tipi di test rapidi da utilizzare presso i point-of-care, che utilizzano campioni da naso o gola. I test antigenici identificano le proteine del virus e sono disponibili in cassette di plastica usa e getta simili ai test di gravidanza, con risultati disponibili entro 30 minuti. I test molecolari rilevano invece il materiale genetico del virus, tramite analizzatori desktop o piccoli dispositivi portatili, con risultati che sono abitualmente disponibili dopo un periodo che va da 30 minuti a due ore. Per capire quanto siano accurati questi test nelle persone con sintomi e in quelle senza sintomi gli esperti Cochrane hanno rivisto gli studi che misuravano l’accuratezza di qualsiasi test point-of-care utilizzato negli ospedali o in comunità in confronto con il test di laboratorio standard, RT-PCR, per rilevare un’infezione da SARS-CoV-2 in corso. La prima versione di questa revisione, pubblicata nell’agosto 2020, comprendeva 22 studi, mentre quella attuale ne comprende ben 64, provenienti per la maggior parte dall’Europa e dagli Stati Uniti. Solo tre studi erano effettuati esclusivamente su persone senza sintomi, e oltre la metà degli studi sul test antigenico includeva campioni di persone sottoposte a test in comunità. Gli studi sui test molecolari, invece, sono stati condotti principalmente in laboratorio. Ebbene, gli esperti hanno scoperto che i test antigenici hanno identificato come infetto in media il 72% delle persone che avevano infezione e mostrava sintomi; i test hanno funzionato meglio nella prima settimana dopo l’inizio dei sintomi, quando hanno identificato il 78% delle persone che avevano la malattia. Nelle persone senza sintomi, invece, i test antigenici hanno identificato in media correttamente il 58% di coloro che erano stati infettati. I test antigenici hanno escluso correttamente l’infezione nel 99,5% delle persone non infette con sintomi simili a COVID-19 e nel 98,9% delle persone non infette senza sintomi. La percentuale di persone infettate che sono state identificate correttamente è risultata variabile a seconda dei marchi del test e dipendeva anche dal fatto che venissero seguite le istruzioni dei produttori. Per le persone con sintomi l’identificazione corretta variava dal 34% (test Coris Bioconcept), al 58% (test Innova) e arrivava fino all’88% (test SD Biosensor STANDARD Q) delle persone infette. I ricercatori hanno esaminato la prestazione di due delle marche di test più performanti (Abbott Panbio e SD Biosensor STANDARD Q) nelle persone con sintomi (dal 75% all’88% dei casi COVID-19 identificati correttamente) e nelle persone che non presentavano sintomi (dal 49% al 69% dei casi COVID-19 identificati correttamente). «Tutti i test antigenici purtroppo non riusciranno a identificare alcune persone con infezione, quindi è importante informare chi riceve un risultato negativo del test che potrebbe comunque essere infetto» concludono gli autori. (Fonte Doctor33)

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Covid-19: Cosa fare se si sospetta di aver contratto l’infezione?

Posted by fidest press agency su martedì, 16 febbraio 2021

I sintomi della malattia Covid-19 sono febbre, tosse, difficoltà respiratorie, brividi ripetuti, dolori muscolari, mal di testa, gola infiammata, perdita dell’olfatto e/o del gusto. In questi casi le indicazioni del Ministero della Salute sono di non recarsi al Pronto Soccorso, ma di chiamare il medico di base, il pediatra di libera scelta, la guardia medica o i numeri regionali di emergenza, disponibili sul sito del Ministero della Salute. Se invece i sintomi sono lievi e non si è stati recentemente in zone a rischio epidemiologico, e non si sono avuti contatti con casi confermati o probabili, il consiglio del Ministero della Salute è di rimanere a casa fino alla risoluzione dei sintomi applicando le consuete misure di igiene delle mani e delle vie respiratorie. Secondo le linee guida dell’ECDC85, recepite in Italia dal Ministero della Salute86, possiamo avere:
• un caso possibile, quando una persona manifesta sintomi clinici (febbre, tosse, difficoltà respiratorie, perdita del gusto o dell’olfatto);
• un caso probabile, quando ai sintomi clinici si unisce un link epidemiologico nei 14 giorni precedenti l’insorgenza dei sintomi (per esempio contatto stretto con un caso confermato, oppure aver vissuto o lavorato in una istituto residenziale per persone vulnerabili nel quale è confermata la trasmissione di Covid-19), oppure una radiografia evidenzia lesioni compatibili con il Covid-19;
• Caso confermato: qualunque persona che è risultata positiva al test per la ricerca dell’acido nucleico del virus SARS-CoV-2 (test molecolare) oppure ad un test per il rilevamento delle proteine virali (test antigenico) effettuato entro cinque giorni dalla comparsa dei sintomi o entro sette giorni dall’esposizione al virus.(fonte: Istituto Nazionale Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani” – I.R.C.C.S.)

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Covid-19: Come si trasmette l’infezione?

Posted by fidest press agency su martedì, 16 febbraio 2021

La trasmissione interumana avviene nella grande maggioranza dei casi attraverso le goccioline del respiro (droplets) della persona infetta, che vengono espulse con la tosse, gli starnuti o la normale respirazione, e che si depositano su oggetti e superfici intorno alla persona. Le porte di ingresso del virus sono la bocca, il naso e gli occhi: il contagio avviene inalando attraverso il respiro le goccioline emesse da una persona malata, oppure tramite contatto diretto personale, oppure toccando superfici contaminate e quindi toccandosi la bocca, il naso o gli occhi con le mani. Il periodo di incubazione è in media di 5-6 giorni, con un range massimo che va da 1 a 14 giorni27. Gli US Centers for Disease Control and Prevention (CDC), nelle loro linee guida28, indicano come modalità più diffusa di infezione il contatto ravvicinato con una persona infetta, seguito dalla cosiddetta trasmissione “airborne”, ovvero attraverso le “micro-droplets”, goccioline di dimensioni inferiori ai 5 micrometri emesse con la normale respirazione, che rimangono sospese nell’aria per lunghi periodi e si diffondono a maggiore distanza, specialmente negli spazi chiusi e non adeguatamente ventilati. Meno probabile ma comunque possibile il contagio cosiddetto da fomite, ovvero per il tramite di oggetti o superfici inanimate contaminati da secrezioni respiratorie di persone infette. (fonte: Istituto Nazionale Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani” – I.R.C.C.S.)

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Covid-19: I bambini sono più soggetti all’infezione?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 6 gennaio 2021

L’impatto del Covid-19 sui bambini appare significativamente diverso rispetto per esempio a quello dell’influenza stagionale, che registra tipicamente tassi di infezione più elevata nelle persone in età pediatrica rispetto alla popolazione adulta. Per quanto riguarda invece il SARS-CoV-2 e la malattia Covid-19 che esso provoca, i dati epidemiologici dei primi mesi della pandemia, in Italia e nel resto del mondo, evidenziano che le persone in età pediatrica sviluppano l’infezione in maniera spesso asintomatica e sono comunque meno sog-getti a forme gravi della malattia Covid-19. A oggi in Italia i decessi per Covid-19 nelle classi di età inferiori ai 19 anni sono stati complessivamente meno di venti. (Salvatore Curiale Science Communicator Istituto Nazionale Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani” – I.R.C.C.S.)

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Occhi: infezione e prevenzione

Posted by fidest press agency su domenica, 1 novembre 2020

Il periodo di emergenza sanitaria ha inevitabilmente cambiato le nostre abitudini, comprese quelle relative alla salute. Per approfondire alcuni temi inerenti il benessere visivo, ZEISS ha coinvolto il Dott. Franco Spedale – Direttore dell’Unità Operativa a funzione Dipartimentale dell’Oculistica dell’Ospedale di Chiari ASST Franciacorta – per analizzare l’attuale situazione e ricordare, in questo periodo più che mai, l’importanza della prevenzione e dell’adozione di comportamenti corretti per proteggere i propri occhi.Diverse sono le problematiche a cui stiamo assistendo come spiega il Dott. Franco Spedale, Direttore del reparto di Oculistica dell’Ospedale di Chiari: Una maggiore attenzione nel caso di un arrossamento oculare che potrebbe essere causato da virus Un crescente utilizzo di computer, tablet e smartphone. La necessità di adottare semplici ma importanti norme igieniche per prevenire trasmissioni di virus, infiammazioni e affaticamento agli occhi, anche attraverso l’utilizzo di lenti da vista adatte al proprio stile di vita. La congiuntivite, ad esempio, è oggi uno dei sintomi che possono essere associati al Covid-19. Ecco perché, come conferma il Dott. Spedale, è aumentata l’attenzione ai suoi sintomi, la preoccupazione e di conseguenza il ricorso allo specialista.I consigli: Lavare spesso le mani ed evitare di toccarsi gli occhi; Se proprio ci si deve strofinare gli occhi, farlo con le mani assolutamente pulite, Non utilizzare mai lo stesso fazzoletto per asciugarsi naso e occhi. Un fenomeno che sta incidendo notevolmente sulla salute dei nostri occhi e che causa anch’esso arrossamento e sindrome dell’occhio secco, è l’affaticamento visivo, spesso dovuto al maggior tempo che le persone passano di fronte al computer, tablet e smartphone. A questo proposito, come conferma il Dott. Spedale, “è importante tenere gli occhi sotto controllo, ancora prima di arrivare all’insorgere del problema. In questo momento specifico è quindi fondamentale adottare comportamenti corretti anche dal punto di vista visivo per evitare di sviluppare patologie che possono in qualche modo far insorgere la paura di aver contratto il virus e quindi generare stati di ansia e preoccupazione”. I consigli: Non trascorrere troppo tempo troppo fissando ininterrottamente dispositivi digitali Alternare frequentemente visione a distanza e visione ravvicinata Assicurare una corretta illuminazione all’ambiente Mantenere una postura corretta La prevenzione non passa però esclusivamente da norme igieniche ma, come ci ricorda ZEISS, anche dall’utilizzo di lenti da vista che tengano in considerazione il nuovo stile di vita. Ad esempio, le ultime nate in casa ZEISS, le lenti ZEISS SmartLife, tengono conto delle esigenze visive derivanti da uno stile di vita connesso e in movimento e assicurano campi di visione più ampi, su tutta la superficie della lente, anche nelle aree laterali. Questo è fondamentale al giorno d’oggi, perché gli studi dimostrano che i nuovi schemi di comportamento visivo implicano un minore movimento della testa e un maggiore movimento degli occhi, che però vengono sottoposti a continui stimoli visivi provenienti da diverse direzioni e a diverse profondità di sguardo.

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Infezione da Sars-CoV-2, maggiore prevalenza e gravità nei maschi

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 settembre 2020

Sharifi e coll hanno recentemente proposto due meccanismi relativi al possibile ruolo degli androgeni nell’infezione da Sars-CoV-2, facendo riferimento alle conoscenze che derivano da altre patologie, come il tumore prostatico. In effetti, osservano Pina Lardo e Antonio Stigliano, Uoc Endocrinologia, Azienda ospedaliera Sant’Andrea, Roma «le manifestazioni cliniche dell’infezione da Sars-CoV-2 (severe acute respiratory syndrome coronavirus 2) hanno fin dall’inizio della pandemia mostrato una maggiore prevalenza e un decorso più grave nel sesso maschile. Sebbene l’eziologia sia molto probabilmente multi-fattoriale, i livelli di androgeni potrebbero in parte aiutare a spiegare tali dati». Un primo possibile meccanismo, riportano Lardo e Stigliano, è legato all’espressione di TMPRSS2 (transmembrane serin protease 2), una proteina della famiglia delle serin-proteasi che funge da co-recettore cellulare per il virus Sars-CoV-2. «Il recettore TMPRSS2» spiegano «è costituito da un dominio trans-membrana di tipo II, un dominio recettoriale, un dominio ricco di cisteina e un dominio proteasico che scinde proteoliticamente e attiva le glicoproteine s (spike) virali facilitando la fusione con la cellula ospite. Esso è utilizzato oltre che dal virus Sars-CoV-2, anche dal virus dell’influenza e da altri CoV umani (HCoV-229E, Mers-CoV, Sars-CoV). Il gene che codifica per TMPRSS2 è ampiamente conosciuto nella patogenesi del tumore prostatico, di cui è nota l’androgeno-dipendenza: esso, infatti, viene up-regolato nelle forme neoplastiche androgeno-dipendenti e down-regolato in quelle androgeno-indipendenti». Diversamente dal tessuto prostatico, non è però chiaro il ruolo degli androgeni a livello del tessuto polmonare e degli altri tessuti, fanno notare gli specialisti. Se l’inibizione dell’espressione di TMPRSS2 avesse un’efficacia anti-virale, l’utilizzo di farmaci in grado di inibire la sintesi androgenica (gonadica e surrenalica) potrebbe avere un ruolo a livello clinico. «Il secondo possibile meccanismo attraverso cui gli androgeni sarebbero implicati nella patogenesi dell’infezione virale, influenzandone le manifestazioni cliniche, deriva dalla capacità degli androgeni di modulare la risposta immunitaria» aggiungono Lardo e Stigliano. «È noto, infatti, il ruolo immuno-soppressivo degli androgeni, confermato da diverse evidenze (Zein JG, Erzurum SC. Curr Allergy Asthma Rep 2015): a) la maggior prevalenza di patologie infiammatorie/autoimmuni nelle donne; b) l’aumento della risposta immune conseguente alla deprivazione androgenica gonadica, in seguito alla castrazione farmacologica o chirurgica; c) l’associazione tra ridotta sintesi periferica degli androgeni, sintetizzati a partire dai precursori surrenalici, e peggior esito clinico nelle patologie infiammatorie. A livello della zona reticolare surrenalica avviene la sintesi degli androgeni DHEA e DHEA-S, convertiti poi a livello dei tessuti periferici in androgeni più potenti dall’enzima 3β-idrossi-steroido-deidrogenasi di tipo 1, codificato dal gene HSD3B1». Esistono due forme di questo gene – specificano gli esperti – che corrispondono a due alleli differenti: l’allele HSD3B1 (1245A) codifica per una forma enzimatica “restrittiva”, rapidamente degradata, che limita la conversione del DHEA negli androgeni a valle della biosintesi steroidea; l’allele “permissivo” HSD3B1 (1245C) codifica per un enzima resistente alla degradazione, responsabile della sintesi costante di androgeni».Numerosi studi condotti su pazienti affetti da carcinoma prostatico trattati mediante castrazione hanno dimostrato che a ciascun allele corrisponde un differente fenotipo clinico, specificano Lardo e Stigliano: a) nei soggetti con l’allele permissivo, a cui corrisponde una maggiore sintesi periferica di androgeni, si è osservata una più rapida progressione verso forme resistenti alla castrazione; b) nei portatori della forma allelica restrittiva, in cui vige un micro-ambiente androgenico più basso, tale progressione è più lenta. Questo differente assetto genetico è stato chiamato in causa nella regolazione del sistema immune. Pazienti affetti da asma severa con un genotipo cosiddetto “restrittivo” (capace di ridurre la sintesi di androgeni) avevano un esito peggiore rispetto a quelli con un genotipo “permissivo”, a sostegno dell’ipotesi che gli androgeni siano modulatori del sistema immune a diversi livelli, stabilendo un cosiddetto “fenotipo immunologico”. «È stato ipotizzato anche che alla “diversità” genotipica dell’allele HSD3B1 sia da ricondurre la diversità dei quadri clinici della pandemia da Sars-CoV-2» riferiscono gli specialisti. «La maggiore diffusione dell’infezione nella popolazione italiana e spagnola è stata correlata, almeno in parte, alla frequenza dell’allele permissivo che, incrementando la sintesi di androgeni, indurrebbe un effetto immuno-soppressivo. Attribuendo agli androgeni un ruolo permissivo per l’infezione da Sars-CoV-2, gli autori propongono di considerare un approccio farmacologico di tipo anti-androgenico in una fase precoce della malattia. In conclusione» scrivono Lardo e Stigliano «emerge come l’assetto ormonale condizioni l’ingresso del virus nell’organismo e probabilmente anche la risposta di quest’ultimo». (fonte: Endocrinologia33)

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Nuovo test rapido in grado di individuare la positività all’infezione da Sars-CoV-2.

Posted by fidest press agency su mercoledì, 16 settembre 2020

Il “Daily Tampon”, o tampone giornaliero, è stato realizzato dall’azienda Allum di Merate (Lecco), in collaborazione con l’Università degli Studi del Sannio.Il commento di Floriano Panza – candidato alle prossime elezioni regionali, in programma il 20 e 21 settembre, con la lista Fare Democratico-Popolari – dopo l’incontro con il Magnifico Rettore sannita, Gerardo Canfora.”Congratulazioni al Magnifico Rettore, Gerardo Canfora, al professore di genetica Pasquale Vito, presidente spin-off universitario Genus Biotech, e a Stefania Magni dell’azienda Allum, che hanno sviluppato un nuovo test salivare per individuare la positività all’infezione Covid. Un risultato prestigioso che ci rende una volta di più orgogliosi del nostro Ateneo.
I talenti sanniti sono una preziosa risorsa da valorizzare e dobbiamo creare le condizioni per consentirgli di restare nel Sannio. Queste sono le sinergie che dobbiamo promuovere ed incentivare ad ogni livello, e che dimostrano quali obiettivi possiamo raggiungere quando università, territorio ed imprese riescono a fare rete”.

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L’infezione di un neonato non necessariamente vuol dire ‘mal practice’

Posted by fidest press agency su lunedì, 14 settembre 2020

I nati prematuri sono pazienti critici e fragili, con difese ridotte, spesso ricoverati in terapia intensiva e quindi sottoposti a procedure diagnostico-terapeutiche invasive che aumentano il rischio infettivo. In questo contesto, la SIN lavora da sempre nel campo della prevenzione, ponendo grande attenzione alla formazione continua di medici e infermieri, ben consapevoli che le infezioni costituiscono una costante minaccia per i nati pretermine, proprio in relazione alla loro fragilità.“Un neonato prematuro è estremamente vulnerabile e purtroppo esposto all’attacco di germi, apparentemente innocui, ma che nel suo caso possono causare gravissimi problemi. Procedure standard, volte a garantire la massima sicurezza nelle cure, come ad esempio il lavaggio delle mani o l’attenzione nella gestione dei cateteri, sono applicate con scrupolo nei reparti e sono state ulteriormente rafforzate per fronteggiare l’emergenza sanitaria da Covid-19. La SIN ha ad esempio diffuso nei mesi scorsi un protocollo per il corretto utilizzo dei telefoni cellulari in TIN, rivolto sia ai genitori che agli operatori. Ma tali procedure a volte purtroppo non bastano, aggiunge Mosca. La SIN, in attesa dell’esito delle indagini, ancora in corso, che chiariscano le eventuali responsabilità degli eventi verificatisi, pur comprendendo i sentimenti e le emozioni delle persone coinvolte, condanna con fermezza le inqualificabili minacce rivolte a medici ed infermieri, che svolgono sempre il loro lavoro nell’esclusivo interesse dei neonati, chiedendo di evitare processi sommari e di attendere la conclusione delle inchieste. “Le infezioni non si prevengono solo con i comportamenti corretti del personale sanitario ma è anche necessario dotare le TIN di adeguate risorse umane e strumentali e programmare il meticoloso e regolare controllo ambientale (aria, acqua, igiene delle superfici e delle attrezzature), con il coinvolgimento delle preposte competenze ospedaliere multidisciplinari”, conclude il Presidente della SIN. “La prematurità è una malattia grave e le infezioni in Terapia Intensiva Neonatale (TIN) costituiscono un pericolo reale e costante per i nati pretermine, anche quando sussistono e sono garantite tutte le condizioni di sicurezza. La battaglia contro le infezioni è una battaglia difficilissima che può essere affrontata al meglio soltanto quando tutte le componenti ospedaliere giocano la propria parte”.

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Covid-19. È possibile contrarre l’infezione una seconda volta?

Posted by fidest press agency su venerdì, 4 settembre 2020

In uno studio pubblicato il 25 agosto16 un team di ricercatori del dipartimento di microbiologia dell’Università di Hong Kong ha descritto la prima reinfezione di una persona a distanza di 142 giorni dalla prima infezione, ad opera di un ceppo di virus diverso da quello che aveva innescato la prima infezione. Il paziente, un uomo di 33 anni di Hong King, era stato ricoverato in ospedale a fine marzo con sintomi lievi ed era stato dimesso a metà aprile. La seconda infezione è stata in- dividuata il 15 agosto a seguito di un controllo all’aeroporto di Hong Kong, dove il paziente era tornato dopo un viaggio in Spagna con sca-
lo in Gran Bretagna. Altri due casi di reinfezione sono stati documentati in Belgio, dove l’Università cattolica di Lovanio ha comunicato che una donna che aveva avuto l’infezione a Marzo si è nuovamente infettata a giugno ad opera di un ceppo di virus che presentava undici mutazioni rispetto a quello della prima infezione. Un caso simile è stato comunicato in Olan-
da dall’Erasmus Medical Center di Rotterdam: anche in questo caso le sequenze genetiche hanno confermato che i virus che hanno causato la prima e la seconda infezione sono di ceppi diversi, ma in questo caso il paziente era una persona anziana con un sistema immunitario indebolito. (Fonte Spallanzani)

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Covid-19: La malattia può essere trasmessa da una persona senza sintomi?

Posted by fidest press agency su martedì, 25 agosto 2020

Da diversi giorni i media segnalano la presenza in Italia di persone infette ma asintomatiche, e la domanda più frequente è quella di un timore diffuso di contagio inconsapevole. Approfittiamo di quanto ci comunica periodicamente lo Spallanzani di Roma per fare il punto su questa specifica circostanza: “Anche se i dati scientifici disponibili dimostrano che il virus viene trasmesso in prevalenza da persone con sintomi (tosse, febbre, mal di gola, difficoltà respiratorie), e che la diffusione del virus è più elevata nel tratto respiratorio superiore (naso e gola) entro i primi 3 giorni dall’esordio dei sintomi, le persone infette possono essere contagiose in un periodo variabile da due a tre giorni che segue l’infezione e precede l’insorgere dei sintomi specifici. Pertanto è possibile che le persone infette da COVID-19 possano trasmettere il virus nella fase “pre-sintomatica”, ovvero prima che si sviluppino sintomi significativi. Vi sono anche casi realmente asintomatici, ovvero di pazienti con infezione da COVID-19 confermata in laboratorio che non sviluppano alcun sintomo lungo tutta la durata dell’infezione. Secondo un modello matematico elaborato dall’Università di Oxford10 il 40% delle infezioni sarebbe causato dalle persone sintomatiche, il 10% da contatto indiretto con superfici contaminate, il 5% dagli asintomatici e il 45% dai pre-sintomatici, che avrebbero quindi un ruolo significativo nella diffusione del virus proprio perché in questa fase dell’infezione il paziente, non essendo consapevole di averla contratta, non può essere isolato né adottare precauzioni che possano limitare il contagio, come per esempio indossare una mascherina. In uno studio recentemente pubblicato11 sono stati riportati i risultati di una indagine condotta sulla popolazione di Vo’ Euganeo, il paese in provincia di Padova dove il 21 febbraio, a seguito di un cluster di casi e di un decesso (il primo in Italia per COVID-19), fu creata una “zona rossa” per due settimane. Il governo regionale decise inoltre di sottoporre tutta la popolazione di Vo’ a due test molecolari per il rilevamento del virus, uno all’inizio ed un altro alla fine della quarantena. Da questi rilevamenti è emersa una percentuale di positività del 2,6% nel periodo del primo tampone e dell’1,2% in quello del secondo; inoltre il 42,5% dei casi positivi riscontrati sono risultati asintomatici, e non sono state individuate significative differenze nella carica virale tra infezioni sintomatiche ed asintomatiche. (fonte Spallanzani)

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Covid-19: problematiche cardiovascolari dell’infezione

Posted by fidest press agency su domenica, 14 giugno 2020

È noto che il Covid 19 non provoca solo polmonite virale ma ha ripercussioni sul sistema cardiovascolare; sia i pazienti con i classici fattori di rischio cardiovascolare (diabete mellito, ipertensione arteriosa, obesità, età avanzata) che i pazienti con malattia cardiovascolare accertata costituiscono una popolazione vulnerabile in termini di maggiore morbilità e mortalità. Le complicanze cardiovascolari dell’infezione da nuovo coronavirus includono la sindrome coronarica acuta, la tromboembolia polmonare, la miocardite e i potenziali effetti aritmici del trattamento medico. Il Cardiocenter dell’ospedale Niguarda, che è sostenuto dalla fondazione De Gasperis, sta studiando i meccanismi biochimici che stanno alla base del danno cardio-vascolare. Si tratta di uno studio multicentrico europeo coordinato dal Parigi: Pierre Boutouyrie e Rosa Maria Bruno ( Université Paris-Descartes, Faculté de Médecine René Descartes, INSERM), cui partecipa il Niguarda COVID Resarch Group, seguito dai cardiologi Cristina Giannattasio e Alessandro Maloberti. In particolare, si studiano i mediatori dell’infiammazione e il ruolo della proteina spike. «Fin dall’inizio della pandemia COVID è apparso chiaro quante poche informazioni erano disponibili e quante invece fossero necessarie specialmente se si dovesse venire a determinare una recidiva nei prossimi mesi. Un altro punto caldo è quello relativo alle sequele a lungo termine nei sopravvissuti all’infezione – osserva il cardiologo Alessandro Maloberti -. Purtroppo non è ancora chiaro se vi potranno essere dei danni permanenti a livello polmonare ed ugualmente anche a livello cardiaco e vascolare. La necessità di ricerca su quanto accaduto e sulle sequele a lungo termine ha determinato a Niguarda la nascita del Niguarda COVID Research Group che si propone di raccogliere i dati di tutti i pazienti transitati da niguarda con questa patologia (ben 1000 persone circa) mentre le sequele a lungo termine saranno valutate con un programma di follow-up ambulatoriale pneumologico e cardiologico protratto nel tempo. Due particolari aspetti ci premono a livello cardiologico ovvero le sequele sulla funzione di regolazione autonomica (del sistema nervoso) del sistema cardio-vascolare e sulla sua risposta alla tempesta citokinica ed infiammatoria determinata dall’infezione. Nel primo caso ci proponiamo di valutare la frequenza cariaca, in quanto marcatore della regolazione cardiaca da parte del sistema nervoso centrale) e le sue variazioni nell’ambito del ricovero e nel successivo follow-up. Allo stesso modo la tempesta citokinica-infiammatoria potrebbe determinare danni a livello del sistema cardiaco e vascolare principalmente determinando fibrosi dei vasi e del tessuto del cuore. Tutti i pazienti seguiti presso il nostro ospedale faranno durante il follow-up a lungo termine una valutazione con ecocardiogramma e della rigidità arteriosa con metodica Pulse Wave Velocity».

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L’infezione da Covid-19 nei pazienti reumatologici

Posted by fidest press agency su domenica, 7 giugno 2020

Non è particolarmente frequente e il rischio di contagio non sembra essere aumentato. Quando però il virus colpisce questi malati la prognosi può essere severa. E’ quanto emerge da “Control-19”, il primo registro avviato al mondo sugli effetti del Coronavirus nei malati reumatologici. Il progetto è promosso dalla Società Italiana di Reumatologia (SIR) e i primi dati sono relativi a 165 pazienti in cura nel nostro Paese e che hanno contratto l’infezione. La ricerca è presentata oggi in una conferenza stampa on line della SIR che si tiene in occasione dell’avvio del congresso EULAR (European League Against Rheumatism). Nello specifico l’età media dei pazienti è di 62 anni e oltre l’80% proviene dalle Regioni del Nord più colpite dalla pandemia: Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna e Veneto. Le patologie al momento dell’infezione erano: artrite reumatoide (35%), spondiloartrite (21%), connettiviti (19%) e vasculiti (12%). Più del 50% dei malati presentava almeno due comorbidità. I pazienti inclusi nello studio erano per il 70% ricoverati in ospedale e nel 7% dei casi si è resa necessaria la ventilazione meccanica in terapia intensiva. “Si tratta di dati preliminari e relativi a marzo e aprile, quando cioè la pandemia ha registrato gli effetti più devastanti su tutta la popolazione – afferma il dott. Luigi Sinigaglia, Presidente Nazionale della SIR -. Ora andranno analizzati nel dettaglio. La confluenza dei nostri dati nei registri internazionali, come quello patrocinato da EULAR, ci consentirà di disporre di informazioni molto preziose per tutta la comunità scientifica sulla base di un numero di casi molto maggiore. La Società Scientifica ribadisce l’invito a tutti i pazienti a proseguire con le terapie reumatologiche prescritte e a non modificare il trattamento in atto poiché la maggior parte delle infezioni si sono verificate in pazienti con malattia non completamente controllata”. Uno dei problemi emersi, negli ultimi due mesi in tutto il Vecchio Continente, è stata la carenza di alcuni farmaci e in particolare di clorochina e idrossiclorochina. Sono due molecole da anni utilizzate in reumatologia e di recente sono state sperimentate per la prevenzione o il trattamento di infezioni da Covid-19. La loro efficacia in realtà è risultata ridimensionata e adesso idrossiclorochina e clorochina non sono consigliate per uso comune al di fuori di studi approvati e tuttora in corso.”. “Anche altre terapie normalmente impiegate nel trattamento di malattie autoimmuni reumatologiche sono state sperimentate contro il Coronavirus – sottolinea Valesini -. E’ questo il caso dei farmaci inibitori di interleuchina 6 e del TNF-alfa. Potrebbero per la loro potente azione anti-infiammatoria avere un ruolo nella terapia dell’infezione. Tuttavia mancano al momento risultati definitivi”. “Molte di queste ricerche vengono condotte anche nel nostro Paese e questo dimostra come la reumatologia italiana sia davvero un’assoluta eccellenza del nostro sistema sanitario nazionale – prosegue il prof. Roberto Gerli, Presidente Eletto SIR -. La SIR si è fatta anche promotrice di due studi che sono stati approvati da AIFA sull’impiego di un ben noto farmaco reumatologico, impiegato nel trattamento di artriti da microcristalli e di malattie auto infiammatorie, la colchicina. Questi studi disegnati con rigore scientifico e patrocinati dalla Società, stanno reclutando nuovi pazienti e presto ci daranno risultati definitivi”. Proprio per facilitare il rapporto con i malati, la SIR avvierà poi nelle prossime settimane un nuovo progetto di telemedicina. Attraverso una piattaforma specifica sarà possibile organizzare televisite reumatologiche e rendere possibile lo scambio di informazioni cliniche tra personale sanitario e paziente. “E’ un esperimento interessante che auspichiamo possa presto essere esteso – sottolinea il professor Giandomenico Sebastiani, Segretario generale SIR -. L’emergenza Coronavirus ha dimostrato come si possono sfruttare alcuni sistemi di telemonitoraggio domiciliare per la gestione dei malati cronici da remoto. Si tratta però di strumenti supplementari al controllo medico diretto che deve comunque restare la base imprescindibile nel rapporto con il paziente”. “Il congresso EULAR quest’anno si svolgerà solo per via telematica e siamo riusciti lo stesso a coinvolgere migliaia di specialisti e pazienti – conclude la prof.ssa Annamaria Iagnocco, Presidente Eletto dell’Eular -. E’ l’occasione per analizzare e fare il punto su patologie in costante aumento in tutto il Vecchio Continente. Il ruolo dell’Italia è sempre di primissimo piano e il nostro Paese partecipa con numerosi contributi scientifici al più importante appuntamento della reumatologia europea”.

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Primo studio nazionale su infezione e immunità del virus

Posted by fidest press agency su sabato, 23 maggio 2020

48 laboratori italiani, afferenti ad alcuni fra i più importanti centri di ricerca e cura del Paese, hanno deciso di unire le risorse per lo studio collaborativo “Progetto Sierologia COVID-19”, con l’obiettivo di valutare se la presenza di anticorpi anti Sars-Cov2 protegge dalla reinfezione e per quanto tempo. Si tratta di un’informazione fondamentale per la ripresa delle attività lavorativo-sociali e la convivenza con il virus che ci aspetta nei prossimi mesi.Il progetto si basa sul test sierologico sviluppato da Istituto Europeo di Oncologia e Università di Pavia e messo a disposizione di tutti i laboratori di ricerca italiani. Un test che non richiede investimenti aggiuntivi in macchinari e materiali rispetto alle dotazioni normalmente presenti nei laboratori di ricerca. Il test ha una sensibilità e specificità elevatissima e costi enormemente inferiori rispetto ai test commerciali.
È proprio partendo dalle proteine glicosilate del virus SARS-CoV-2 che Federica Facciotti, immunologa dello IEO, insieme a Marina Mapelli e Sebastiano Pasqualato specialisti in biochimica del Dipartimento di Oncologia Sperimentale IEO, hanno messo a punto il test che valuta in maniera quantitativa il titolo degli anticorpi circolanti nel sangue. “Gli anticorpi che identifichiamo sono quelli che potenzialmente neutralizzeranno il virus, prevenendo seconde infezioni e quindi garantendo immunità nel breve termine” spiega Facciotti. “Diversamente dai test commerciali, il nostro esame può rilevare diversi tipi di anticorpi che caratterizzano l’intero spettro della risposta immunitaria all’infezione virale, con una alta sensibilità, cioè anche quando gli anticorpi sono presenti a livelli relativamente bassi, come ci si può aspettare da chi ha contratto la malattia in forma lieve, e con un alta specificità, ovvero escludendo anticorpi diretti contro altri virus della stessa famiglia di SARS-CoV-2, che causano le comuni sindromi da raffreddamento.”
L’adesione dei 48 laboratori al Progetto Sierologia Covid 19 fa seguito all’appello lanciato a governo e regioni da un gruppo di 290 scienziati il 26 marzo scorso affinché venissero aumentati i tamponi virali e introdotti i test sierologici.

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Valutare il possibile trattamento dell’infezione da Coronavirus con la colchicina

Posted by fidest press agency su giovedì, 23 aprile 2020

È questo l’obiettivo primario che si pone il nuovo protocollo di studio “COLVID-19”. Il progetto è promosso dalla Sezione di Reumatologia del Dipartimento di Medicina dell’Università di Perugia e realizzato sotto l’egida della SIR (Società Italiana di Reumatologia, che finanzia anche la ricerca), della Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali (SIMIT) e dell’Associazione Italiana Pneumologi Ospedalieri (AIPO). L’obiettivo è reclutare 308 pazienti ospedalizzati, colpiti da COVID-19, per i quali però non è ancora necessario il trattamento in terapia intensiva. “La colchicina è un vecchio farmaco che da molti anni utilizziamo contro alcune patologie infiammatorie acute, come gotta e pseudogotta, e altre forme infiammatorie croniche – afferma il prof. Roberto Gerli, Presidente Eletto di SIR e uno dei Principal Investigators dello studio -. Presenta delle peculiarità e delle potenzialità estremamente interessanti. Il farmaco può avere un’azione antivirale, ma contemporaneamente è in grado di bloccare la risposta infiammatoria del sistema immunitario senza però causare una immunodepressione. Sono tutte caratteristiche che possono essere sfruttate per limitare e quindi prevenire alti livelli di infiammazione responsabili dei danni d’organo determinati da un agente patogeno estremamente pericoloso e insidioso come il Coronavirus”. Lo studio COLVID-19 si svolgerà sull’intero territorio nazionale e potranno partecipare tutti i centri che inoltreranno una richiesta. “Dai dati finora disponibili emerge che circa il 25% dei pazienti ricoverati, a causa del virus, ha un peggioramento clinico che causa la necessità di ventilazione meccanica o il ricovero in terapia intensiva – prosegue il prof. Gerli -. Come comunità scientifica dobbiamo quindi trovare nuovi trattamenti per ridurre l’infiammazione polmonare e di altri organi e di conseguenza le ospedalizzazioni. Così sarà possibile dare nuove chances di sopravvivenza agli uomini e donne colpiti dal COVID e ridurre accessi e ricoveri nelle strutture sanitarie. Stiamo inoltre già lavorando a nuovi progetti di studio per il coinvolgimento di pazienti anche a livello domiciliare”. “La SIR e tutta la reumatologia italiana sono in prima linea per arginare questa terribile pandemia – conclude il dott. Luigi Sinigaglia, Presidente Nazionale SIR -. Siamo all’avanguardia nel mondo per il livello di ricerca scientifica prodotta e nel nostro Paese sono attive strutture sanitarie di riferimento a livello europeo. Fin dall’inizio dei boom di contagi alcuni farmaci anti-reumatici sono finiti sotto osservazione. Al momento diversi studi sono in corso per dimostrare se alcuni trattamenti utilizzati per la terapia di alcune patologie reumatologiche possono essere utilizzati anche per contenere l’infiammazione da COVID-19. Il nostro auspicio è di riuscire a breve a produrre evidenze scientifiche rilevanti da mettere poi a disposizione dell’intera comunità scientifica”.

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Tracciamento digitale per individuare l’infezione da Coronavirus

Posted by fidest press agency su mercoledì, 22 aprile 2020

«Il commissario per l’emergenza Covid Domenico Arcuri ha firmato un’ordinanza per la concessione gratuita di un’app di tracciamento digitale che dovrebbe aiutare a rintracciare individui potenzialmente infetti prima ancora che emergano sintomi. Benché l’installazione dell’app sia volontaria, quando si entra nella sfera del trattamento dati – soprattutto quelli sanitari – occorre andarci con i piedi di piombo perché il rischio è sempre molto alto. Per questo è assolutamente impensabile che basti una semplice ordinanza per diffondere il software: un passaggio in Parlamento è d’obbligo. Chi gestirà i dati? Come viene garantita la privacy dei cittadini? Tutti sanno che uno dei più grandi business del nostro tempo sono i dati personali, ed è bene che in un contesto come quello del Covid-19 i dati sensibili dei cittadini siano tutelati e non entrino in nessun modo nelle disponibilità di società private. Auspico che almeno su questa materia il Governo provveda subito ad avviare il confronto con il Parlamento».
Lo scrive su Facebook il presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni.

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Coronavirus: Test molecolare scopre l’infezione in 90 minuti

Posted by fidest press agency su mercoledì, 22 aprile 2020

Solo novanta minuti per sapere se una persona è positiva al coronavirus. È il tempo richiesto dal test “pronto all’uso” per la diagnosi dell’infezione da Covid-19 (STAT-NAT© COVID-19, certificato CE-IVD a fine marzo), disponibile in Italia e in Europa. È stato sviluppato da un’azienda milanese, Sentinel Diagnostics, in collaborazione con alcuni dei più importanti laboratori ospedalieri del nostro Paese impegnati nell’individuazione e trattamento di infezioni da Covid-19. “È un test di diagnostica molecolare, da eseguire in laboratorio – afferma Maurizio Gramegna, Chief Technology Officer di Sentinel Diagnostics -. Il tecnico estrae dal tampone rinofaringeo l’acido nucleico RNA, che poi viene inserito nella provetta di reazione. Il tempo per il risultato finale è di circa un’ora e mezza. È molto rapido, proprio perché è ‘pronto all’uso’, e la provetta contiene già tutti i reattivi necessari. In questo modo, i tempi sono dimezzati rispetto agli altri dispositivi utilizzati finora, che, invece, richiedono fino a 5 ore e prevedono diverse componenti liquide, che devono essere miscelate e ricostituite all’interno della provetta, sottraendo così tempo prezioso al lavoro del tecnico”. Sono disponibili due versioni del kit, a elevatissima sensibilità e specificità: STAT-NAT© COVID 19 HK (che segue il protocollo di Hong Kong) e STAT-NAT© COVID 19 B (basato sul protocollo di Berlino). “Entrambi sono in linea con i protocolli internazionali e permettono di analizzare tutte le sequenze di geni di Covid-19 definite a livello globale – spiega Maurizio Gramegna -. Infatti possiamo scoprire, attraverso il test di biologia molecolare PCR, tutte le sequenze specifiche del coronavirus. I due kit si basano sulla tecnologia brevettata STAT-NAT©, che garantisce il trasporto e la conservazione dei test a temperatura ambiente, assieme ad un’elevata sensibilità del test diagnostico, anche in presenza di campioni poco concentrati”.

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Kedrion: in 3-6 mesi terapia efficace contro Covid-19

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 aprile 2020

Potrebbe arrivare prima del previsto una terapia efficace per l’infezione da SARS-CoV-2, quella rappresentata dall’utilizzo di “plasma da convalescente” (donato da persone che hanno superato la malattia e quindi ricco di anticorpi anti-virus), che richiede l’utilizzo di metodiche per l’inattivazione di patogeni, e dalle immunoglobuline estratte dal plasma di persone guarite ed immuni al virus prodotte a livello industriale.Questo il piano di intervento Kedrion Biopharma ha messo a disposizione per fronteggiare la grave emergenza sanitaria dovuta alla pandemia da Covid-19.“Nel passato sono state numerose le patologie che hanno beneficiato di questo tipo di trattamento – dichiara il dott. Alessandro Gringeri, Chief Medical and R&D Officer di Kedrion Biopharma. “La probabilità di efficacia è molto elevata, vicina al 90-95%. Ciò ci ha spinti a concentrare risorse e investimenti per disporre nell’arco di 3-6 mesi di un concentrato di immunoglobuline iperimmuni con alto contenuto di anticorpi specifici neutralizzanti il SARS-CoV-2, in grado di contrastare la malattia in casi sintomatici gravi e – in futuro – di bloccare l’evoluzione della sintomatologia sia nei pazienti già ospedalizzati con Covid-19 sia nei soggetti a maggiore rischio”.“Come Kedrion – ha concluso Gringeri – ci siamo subito attivati consapevoli che il plasma è un materiale biologico prezioso, le cui proprietà biochimiche e i cui usi terapeutici sono in larga misura inesplorati, il suo potenziale è quindi ancora enorme e siamo convinti possa essere di grande aiuto anche in questa occasione”.La stessa terapia è stata utilizzata con successo per migliorare il tasso di sopravvivenza dei pazienti con sindromi respiratorie acute ugualmente gravi dovute ad altri coronavirus, quali SARS e MERS, e per ridurne la degenza ospedaliera.In attesa dell’avvio della produzione industriale sono molto positivi i risultati registrati dalla somministrazione di plasma iperimmune da convalescente a pazienti con COVID-19 in condizioni critiche effettuato da alcuni centri in Lombardia. In questi casi Kedrion Biopharma ha fornito e installato a tempo di record dispositivi capaci di trattare il plasma da soggetti COVID-19 convalescenti, inattivandolo viralmente in modo da poterlo infondere in sicurezza in pazienti in condizioni critiche. I centri trasfusionali di Mantova, Padova e Pisa hanno ricevuto gratuitamente la strumentazione per questa procedura, unitamente ai kit utili alla preparazione di circa 3.200 unità di plasma convalescente. I centri che hanno già a disposizione le macchine si stanno dotando dei kit necessari per l’inattivazione virale del plasma. Un protocollo clinico-sperimentale è stato già sviluppato dal Servizio di Immunoematologia e Medicina Trasfusionale del San Matteo di Pavia in collaborazione con altre strutture come quelle di Lodi e Mantova, e dall’Azienda Ospedaliera Universitaria di Padova.Questo plasma potrà essere utilizzato nella gestione dei pazienti più critici.Per aumentare la disponibilità di plasma da convalescente – principale alleato nella lotta a questa epidemia infettiva – Kedrion Biopharma metterà a disposizione del Servizio Trasfusionale Italiano le proprie tecnologie per realizzare l’inattivazione virale e i test aggiuntivi richiesti, incluso il titolo degli anticorpi totali e neutralizzanti specifici.Il procedimento potrà essere effettuato presso lo stabilimento produttivo di Sant’Antimo (Napoli), dove il plasma da pazienti Covid-19 convalescenti verrà analizzato per la presenza di virus trasmissibili con il sangue e trattato con solvente/detergente (S/D) per eliminare qualsiasi virus. In un prossimo futuro, con la disponibilità presso i Servizi Trasfusionali di test per titolazione di anticorpi anti-SARS-CoV-2, potrebbe essere utilizzato anche il plasma di donatori COVID-19 asintomatici e divenuti negativi alla PCR

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Cosa fare se si sospetta di aver contratto l’infezione?

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 marzo 2020

Secondo l’OMS si è in presenza di un caso sospetto, che deve quindi essere sottoposto a test, quando si verifica uno di questi casi:
• il paziente presenta una infezione respiratoria acuta (febbre ed almeno un sintomo di difficoltà respiratoria, come tosse o mancanza di respiro) e nei quattordici giorni precedenti l’insorgere dei sintomi sia stato in un’area o in un Paese dove vi sia trasmissione comunitaria locale del virus;
• il paziente presenta una infezione respiratoria acuta di qualunque tipo ed è stato in contatto con un caso probabile o confermato di COVID-19 nei quattordici giorni precedenti l’insorgenza. In base alla definizione dell’OMS, “contatto” è una persona che, nei due giorni precedenti e nei 14 successivi all’insorgere dei sintomi in un caso probabile o confermato:
• abbia avuto un contatto faccia a faccia con il caso probabile o confermato a distanza inferiore ad un metro per più di 15 minuti;
• abbia avuto un contatto fisico diretto con il caso probabile o confermato;
• abbia avuto in cura il caso sospetto o confermato di COVID-19 senza aver utilizzato gli appropriati dispositivi di protezione individuale;
• altre situazioni definite a livello locale;
• il paziente presenta una infezione respiratoria acuta grave (febbre ed almeno un sintomo di difficoltà respiratoria, come tosse o mancanza di respiro), tale da richiedere il ricovero, e non c’è una diagnosi alternativa che spieghi completamente la presentazione clinica.In questi casi, le indicazioni del Ministero della Salute sono di non recarsi al Pronto Soccorso, ma di chiamare il medico di base, il pediatra di libera scelta, la guardia medica o i numeri regionali di emergenza, disponibili sul sito del Ministero della Salute.Se invece i sintomi sono lievi e non si è stati recentemente in zone a rischio epidemiologico, e non si sono avuti contatti con casi confermati o probabili, il consiglio del Ministero della Salute è di rimanere a casa fino alla risoluzione dei sintomi applicando le consuete misure di igiene delle mani e delle vie respiratorie.

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Coronavirus, ricerca: il particolato atmosferico accelera la diffusione dell’infezione

Posted by fidest press agency su sabato, 21 marzo 2020

Una solida letteratura scientifica descrive il ruolo del particolato atmosferico quale efficace “carrier”, ovvero vettore di trasporto e diffusione per molti contaminanti chimici e biologici, inclusi i virus. Il particolato atmosferico, inoltre, costituisce un substrato che può permettere al virus di rimanere nell’aria in condizioni vitali per un certo tempo, nell’ordine di ore o giorni.Un gruppo di ricercatori ha esaminato i dati pubblicati sui siti delle ARPA – le Agenzie regionali per la protezione ambientale – relativi a tutte le centraline di rilevamento attive sul territorio nazionale, registrando il numero di episodi di superamento dei limiti di legge (50 microg/m3 di concentrazione media giornaliera) nelle province italiane. Parallelamente, sono stati analizzati i casi di contagio da COVID-19 riportati sul sito della Protezione Civile. Dall’analisi si è evidenziata una relazione tra i superamenti dei limiti di legge delle concentrazioni di PM10 registrati nel periodo tra il 10 e il 29 febbraio e il numero di casi infetti da COVID-19 aggiornati al 3 marzo (considerando un ritardo temporale intermedio relativo al periodo 10-29 febbraio di 14 giorni, approssimativamente pari al tempo di incubazione del virus fino alla identificazione della infezione contratta).In Pianura padana si sono osservate le curve di espansione dell’infezione che hanno mostrato accelerazioni anomale, in evidente coincidenza, a distanza di 2 settimane, con le più elevate concentrazioni di particolato atmosferico, che hanno esercitato un’azione di boost, cioè di impulso alla diffusione virulenta dell’epidemia, come sottolinea Leonardo Setti dell’Università di Bologna: “Le alte concentrazioni di polveri registrate nel mese di febbraio in Pianura padana hanno prodotto un’accelerazione alla diffusione del COVID-19. L’effetto è più evidente in quelle province dove ci sono stati i primi focolai”.

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