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Quotidiano di informazione – Anno 34 n° 316

Posts Tagged ‘infezione’

Le infezioni/sepsi sono oggi al terzo posto tra le cause di morte neonatale nel mondo

Posted by fidest press agency su sabato, 24 settembre 2022

Coinvolgono circa il 2,2% dei nati vivi, con una mortalità che varia dall’ 11 al 19%. Ma le gravi infezioni sono responsabili anche di elevati tassi di morbosità, che rappresentano circa il 3% di tutti i DALY (disability-adjusted life year) cioè gli anni di vita persi a causa di morbosità, mortalità e disabilità. La sepsi neonatale si presenta in due forme nosologiche, diverse per età di insorgenza, patogenesi ed eziologia: la forma precoce con esordio entro le prime 72 ore di vita, a trasmissione verticale del patogeno dalla madre prima o durante il parto e la forma tardiva, che esordisce dopo le 72 ore di vita, a trasmissione orizzontale del patogeno, quindi correlata all’assistenza dei neonati ricoverati. Nonostante gli importanti progressi tecnologici e il miglioramento del livello di cure, che hanno determinato un significativo aumento della sopravvivenza dei neonati pretermine, la sepsi rimane, ancora oggi, una patologia con una mortalità e morbosità non significativamente modificate negli ultimi anni. L’immaturità del sistema immunitario dei neonati, li rende più fragili e maggiormente esposti all’azione degli agenti patogeni. Questa suscettibilità alle infezioni è tanto più elevata quanto più il neonato è pretermine. Infatti, le forme precoci interessano l’1,4% dei nati con peso < 1500 g (circa 28 volte maggiore che nei nati a termine) con una mortalità del 34%, mentre le forme tardive interessano il 19,9%, con una mortalità del 17,1% a livello mondiale.Dati ancora più allarmanti riguardano i neonati di peso < 1000 g che presentano, per la sepsi precoce, una incidenza dell’1,8% con una mortalità del 46%, mentre per la sepsi tardiva un’incidenza del 34% con una mortalità del 17%. By Marinella Proto Pisani, Valentina Casertano e Giancarlo Panico – http://www.sin-neonatologia.it

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Covid-19, l’infezione favorisce lo sviluppo successivo di malattie cardiovascolari e diabete

Posted by fidest press agency su lunedì, 1 agosto 2022

Secondo quanto conclude un articolo pubblicato su PLOS Medicine a firma dei ricercatori del King’s College di Londra, Regno Unito, nei pazienti che contraggono il COVID-19 aumentano le probabilità di sviluppare malattie cardiovascolari e diabete, specie nel trimestre dopo l’infezione. «È sempre più evidente che il COVID-19 è una patologia multisistemica che può causare malattie in tutto l’organismo, probabilmente innescando percorsi che causano infiammazione» esordisce la prima autrice Emma Rezel-Potts, ricercatrice associata presso il Department of Population Health , Faculty of Life Sciences & Medicine al King’s College, che assieme ai colleghi ha verificato se l’incidenza di diabete e malattie cardiovascolari fosse più elevata nei pazienti COVID-19 rispetto a un gruppo di controllo formato da coetanei rimasti liberi da entrambe le patologie nell’anno successivo all’infezione. A tale scopo sono state analizzate le cartelle cliniche anonime di oltre 428.000 pazienti COVID-19 e lo stesso numero di individui di controllo, abbinati per età, sesso e medico di medicina generale. E a conti fatti è emerso che i pazienti COVID-19 hanno avuto l’81% in più di diagnosi di diabete nelle prime quattro settimane dopo aver contratto l’infezione e che il loro rischio è rimasto il 27% maggiore dei controlli fino a 12 settimane dopo l’infezione. Ma non solo: l’infezione da SARS-CoV-2 si associa anche a un aumento di sei volte delle diagnosi cardiovascolari, principalmente embolie polmonari e aritmie cardiache. Il rischio di nuove diagnosi a carico del cuore inizia a diminuire cinque settimane dopo l’infezione e torna ai livelli basali entro 12 settimane con punte fino a un anno. «I nostri dati suggeriscono che l’infezione da COVID-19 correla con un aumento delle probabilità di diabete e malattie del cuore e del circolo che fortunatamente non sembra protrarsi a lungo termine» osserva Rezel-Potts. E conclude: «Sulla base di questi risultati i clinici dovrebbero consigliare ai loro pazienti convalescenti dopo un’infezione da COVID-19 di ridurre il rischio di diabete e cardiopatie con una dieta sana e un appropriato esercizio fisico». (fonte: Doctor33)

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Covid-19, la risposta immune a lungo termine dopo infezione è maggiore nei bambini

Posted by fidest press agency su venerdì, 29 luglio 2022

Da uno studio di coorte svolto su bambini e adulti italiani con infezione da COVID-19, prima autrice Costanza Di Chiara della Divisione di malattie infettive pediatriche presso il Dipartimento per la salute della donna e del bambino all’Università di Padova, emerge che le IgG anti-dominio di legame del recettore spike (S-RBD) SARS-CoV-2 persistono fino a 12 mesi dopo l’infezione in tutte le fasce di età, con picchi anticorpali più elevati nei più giovani.«La vaccinazione contro il virus SARS-CoV-2 è uno degli strumenti più efficaci per ottenere l’immunità di gregge nel breve periodo» scrivono gli autori su JAMA Network Open. Di conseguenza, una comprensione più profonda dei meccanismi relativi alla cinetica a lungo termine e alla durata della risposta immunitaria antivirale è fondamentale per ottimizzare le strategie vaccinali. A questo proposito, gli anticorpi IgG anti-SARS-CoV-2 S-RBD con la loro forte correlazione positiva con gli anticorpi neutralizzanti (NAbs), rappresentano uno strumento riproducibile, conveniente e preciso per definire la qualità della risposta immunitaria dell’ospite contro il COVID-19. Da qui lo studio di coorte, cui hanno preso parte 252 cluster familiari COVID-19 sottoposti a follow-up sierologico fino a 10 mesi dopo l’infezione con quantificazione delle IgG anti-S-RBD mediante chemiluminescenza. «Dei 902 partecipanti, 697 avevano un’infezione da SARS-CoV-2 confermata, inclusi 351 bambini o fratelli maggiori (età media 8,6 anni) e 346 genitori (età media 42,5 anni). «Di questi, il 96,7% erano casi asintomatici o lievi, e i bambini avevano livelli di IgG S-RBD significativamente più alti rispetto ai più anziani, con un titolo nei pazienti sotto i 3 anni che risultava 5 volte più elevato di quello degli adulti. Inoltre, l’analisi longitudinale di 56 partecipanti allo studio campionati almeno due volte durante il follow-up ha dimostrato la persistenza degli anticorpi fino a 10 mesi dall’infezione in tutte le classi di età, nonostante un progressivo declino nel tempo.«Questo studio può fornire una base per definire sia il programma di vaccinazione COVID-19 nei bambini non precedentemente infetti sia l’immunizzazione di richiamo nei pazienti in età pediatrica che hanno già sperimentato l’infezione da SARS-COV-2» concludono gli autori. (fonte Doctor33)

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Due anni dopo l’infezione, la metà delle persone ricoverate in ospedale con COVID-19 ha almeno un sintomo

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 Maggio 2022

Dopo due anni di pandemia abbiamo imparato a convivere con il Covid-19, ma oggi sappiamo di più sugli effetti a lungo termine. Secondo il più lungo studio di follow-up fino effettuato pubblicato sul Lancet Respiratory Medicine, la metà dei pazienti che sono stati ricoverati in ospedale ha ancora almeno un sintomo due anni dopo l’infezione da COVID-19: il 31% riporta affaticamento o debolezza muscolare e il 31% difficoltà di sonno.“Riscontriamo in ambulatorio delle alterazioni che hanno una ricaduta clinica che tendono a reiterarsi indipendentemente dal tipo di covid dalla variante e dal quadro clinico e uno degli aspetti principali è la fatica. – spiega il Dott. Luca Santoleri Direttore del servizio di immunoematologia e medicina trasfusionale dell’ospedale San Raffaele Milano – la capacità di essere validi sul lavoro e nella vita di tutti i giorni come lo si era di solito cambia post covid. É importante dare una terapia a base di ferro, acido folico e vitamina B12 per supportare una situazione che non consente al paziente di reggersi in piedi”.Dallo studio è emerso inoltre in generale i pazienti guariti da COVID-19 tendono ad essere in condizioni di salute peggiori rispetto alla popolazione generale, indicando che alcuni pazienti hanno bisogno di molto più tempo per riprendersi completamente. Ci sono poi alcuni pazienti particolarmente esposti: le donne, chi soffre di obesità e chi ha avuto bisogno di ventilazione meccanica in un ospedale. Queste tre categorie hanno meno probabilità di recuperare completamente la propria forma fisica nel giro di un anno.Oltre ad una alimentazione varia ed equilibrata, un valido aiuto nutraceutico di integrazione per combattere stanchezza e affaticamento oltre ad un sostegno per il corretto funzionamento del sistema immunitario può arrivare dall’integratore alimentare Ferachel Oro di AQMA Italia, a base di a base di Ferro Sodico EDTA (Ferrazone®), Vitamina C, Niacina, Vitamina B1, Zinco, Manganese, Vitamina B6, Vitamina B12, Biotina, Acido folico, Rame e Selenio. Nello specifico Ferro, Vitamina C, Folato, Niacina, Vitamina B6 e Vitamina B12 contribuiscono alla riduzione della stanchezza e dell’affaticamento.

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Controllo glicometabolico: peggiora dopo infezione da SARS-CoV-2

Posted by fidest press agency su sabato, 16 aprile 2022

Il diabete mellito (DM) è una delle principali comorbilità associate a COVID-19 e studi preliminari hanno evidenziato un’elevata prevalenza di iperglicemia nei pazienti affetti da tale patologia.«Analoghe evidenze erano state precedentemente riportate nei pazienti affetti da SARS-CoV-1, che presentavano livelli più elevati di glicemia a digiuno rispetto a quelli affetti da polmonite non correlata a SARS-CoV-1» spiegano Emanuele Spreafico, SSD Endocrinologia e Diabetologia, ASST di Monza – PO di Desio e Poliambulatorio di Muggiò, ed Eleonora Bianconi, Università degli Studi dell’Insubria, Policlinico di Monza. «Ancora limitate sono le evidenze di un danno diretto o indiretto di SARS-CoV-2 sulla funzione beta-cellulare. È teoricamente possibile che SARS-CoV-2 possa localizzarsi a livello del pancreas endocrino; inoltre sia a livello del pancreas endocrino che esocrino è stato rilevato l’mRNA dell’ACE-2 (angiotensin converting enzyme 2), il principale recettore del virus». Studi recenti – proseguono Spreafico e Bianconi – hanno dimostrato come la beta-cellula pancreatica sia altamente permissiva all’ingresso di SARS-CoV-2 attraverso l’ACE-2. Inoltre, SARS-Cov-2 stimola la cosiddetta tempesta citochinica, provocando un ambiente pro-infiammatorio, che sembrerebbe avere un ruolo importante nell’incremento dell’insulino-resistenza (IR) e dell’iperstimolazione beta-cellulare, le quali a loro volta potrebbero determinare alterata funzione della beta-cellula e morte della stessa. Per Spreafico e Bianconi, «sempre nei pazienti CGM, è stato valutato anche l’assetto infiammatorio mediante il dosaggio di numerose citochine e molecole coinvolte nella cascata infiammatoria. Rispetto ai controlli sani, sono stati rilevati valori più elevati di 10/17 analiti valutati nei pazienti con neo COVID19 e anche nei pazienti post COVID-19; una simile alterazione citochinica è stata riscontrata anche nel T2D. In sostanza, l’assetto infiammatorio è risultato maggiormente stimolato nei pazienti affetti o guariti dalla COVID19 e questo correlava con l’HOMA-IR, a confermare l’eziopatogenesi infiammatoria dell’IR indotta da SARS-CoV-2». Questo studio – in conclusione – ha confermato l’aumentata incidenza di iperglicemia, IR e iperstimolazione beta-cellulare nei pazienti affetti da COVID-19 senza pregressa storia di diabete o iperglicemia. Interessante, inoltre, è l’evidenza che le alterazioni glicemiche possono persistere anche a distanza di mesi dalla guarigione del COVID19. Sicuramente suggestiva, ma per stessa ammissione degli autori limitata dalla numerosità del campione, è la valutazione dell’andamento glicemico tramite CGM e soprattutto l’analisi dell’assetto infiammatorio e la correlazione con l’IR. Sono doverose ulteriori analisi su un campione più ampio di pazienti per confermare tali dati e valutare con maggiore precisione le sequele e complicanze cliniche a lungo termine». (abstract) Fonte: Doctor33

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I ricercatori scoprono un sintomo dell’infezione da SARS-CoV-2 completamente nuovo

Posted by fidest press agency su lunedì, 17 gennaio 2022

Non solo tosse, febbre o un’improvvisa perdita del gusto sono segni di un’infezione da coronavirus. I ricercatori ora sospettano un altro sintomo. Come faccio a sapere se ho il Covid? L’elenco dei sintomi più comuni dovrebbe essere ben noto al grande pubblico. Questi includono segni come mal di gola, tosse, febbre o un’improvvisa perdita dell’olfatto e/o del gusto. Tuttavia, i ricercatori tedeschi hanno ora scoperto che un altro sintomo può essere un segno dell’infezione da SARS-CoV-2. L'”Ärztezeitung”, rivista medica tedesca, descrive il caso di un uomo di 35 anni che è svenuto ripetutamente. Viene visitato più volte in un ospedale di Berlino, ma i medici non trovano altro riscontro, a parte il fatto che è affetto da coronavirus. Gli esperti concludono che la sincope (svenimenti) può anche essere un segno di un’infezione da coronavirus. Questa associazione è dovuta “alle circostanze riproducibili in cui si manifesta la sincope, alla chiara correlazione cronologica dei sintomi con l’infezione da SARS-CoV-2 e all’assenza di caratteristiche indicative di cardiopatie strutturali”, scrive il “giornale medico”. Nell’agosto 2021, i risultati di un totale di 37 studi con 14.438 pazienti affetti da corona hanno mostrato che il 4,2% delle persone infette (604 casi) era svenuto (sincope) o aveva avvertito uno stato di incoscienza imminente (presincope) nelle prime fasi dell’infezione da corona. Secondo questo studio, evidenzia Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, le persone di età superiore ai 60 anni sono particolarmente colpite.

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Covid-19, i geloni associati all’infezione sono causati dalle difese dell’organismo

Posted by fidest press agency su sabato, 23 ottobre 2021

Secondo uno studio pubblicato sul British Journal of Dermatology, la patologia cutanea simile ai geloni stagionali associata all’infezione da Covid (CLL, nella sigla inglese per chilblain-like lesions) sarebbe causata da specifici meccanismi messi in atto dall’organismo per combattere il virus. «Durante la pandemia di COVID-19 è stata segnalata con una certa frequenza la presenza di lesioni simili ai geloni, potenzialmente correlata all’infezione da SARS-CoV-2, ma la sua fisiopatologia di base non è chiara» afferma Laure Frumholtz, dell’Hôpital Saint-Louis di Parigi, prima autrice dello studio.Frumholtz e colleghi hanno cercato di comprendere l’attivazione del sistema endoteliale e immunitario della pelle e del sangue nella CLL confrontando i dati di pazienti con questo problema con quelli di controlli sani e di persone con geloni stagionali, definiti come geloni sporadici indotti dal freddo. Lo studio ha coinvolto 50 pazienti con CLL. L’analisi dei dati ha mostrato che i modelli istologici erano simili e le firme trascrittomiche si sovrapponevano nei pazienti con CLL e in quelli con geloni stagionali, e che in entrambi si notava una polarizzazione dell’interferone di tipo I e una firma del gene citotossico-natural killer. La CLL era caratterizzata da una maggiore deposizione tissutale di IgA e da un’attivazione trascrittomica più significativa dei fattori del complemento e dell’angiogenesi rispetto ai geloni stagionali. Gli esperti hanno osservato nella CLL una risposta immunitaria sistemica associata agli anticorpi citoplasmatici antineutrofili IgA nel 73% dei pazienti, oltre a un’elevata firma ematica dell’interferone di tipo I rispetto ai controlli sani. Infine, utilizzando biomarcatori ematici correlati alla disfunzione e all’attivazione endoteliali e all’angiogenesi o alla mobilizzazione delle cellule progenitrici endoteliali, gli autori hanno confermato la disfunzione endoteliale nella CLL. «I nostri risultati supportano l’ipotesi che nella CLL si presenti un loop di attivazione con alterazione endoteliale e infiltrazione immunitaria di cellule citotossiche e di tipo I IFN-polarizzate che portano a manifestazioni cliniche» concludono gli esperti. (fonte Doctor33)

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Gli anticorpi neutralizzanti contro il SARS-CoV-2 nei pazienti convalescenti sono ancora attivi a undici mesi dall’infezione

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 aprile 2021

Roma. Gli anticorpi neutralizzanti sviluppati dall’organismo umano dopo l’infezione ad opera del Sars-CoV-2 sono ancora presenti a livelli consistenti anche a distanza di undici mesi dall’infezione: è quanto emerge da una ricerca realizzata dal laboratorio di virologia dell’Istituto Nazionale Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani” di Roma, diretto da Maria Rosaria Capobianchi, appena pubblicato sulla rivista Viruses.I ricercatori del laboratorio di virologia hanno analizzato, tra febbraio 2020 e gennaio 2021, 763 campioni di siero da 662 pazienti Covid-19, prelevati durante il ricovero all’INMI “Lazzaro Spallanzani” o dopo il superamento dell’infezione, nel corso dei controlli di follow-up o degli screening per potenziali donazioni di plasma immune. Questi campioni sono stati quindi sottoposti a sieroneutralizzazione, tecnica virologica classica con la quale si verifica la capacità dei campioni ematici di neutralizzare il virus vivo, e che rappresenta il gold standard per la determinazione dell’efficacia protettiva degli anticorpi, essendo più precisa ed affidabile della tecnica degli pseudovirus alla quale molti gruppi di ricerca oggi ricorrono, soprattutto quelli che non dispongono di laboratori di biosicurezza quali quelli presenti presso l’INMI.Dalla ricerca è emerso anzitutto che i livelli (o titoli) di anticorpi neutralizzanti sono più elevati nelle persone di età superiore ai 60 anni, e tanto più elevati quanto più severi sono stati i sintomi respiratori manifestati dai pazienti. I livelli più elevati sono stati raggiunti dai pazienti che manifestavano la cosiddetta ARDS (Acute Respiratory Distress Syndrome) con una P/F ratio (il rapporto tra la pressione dell’ossigeno nel sangue arterioso e la percentuale di ossigeno inspirata dal paziente) inferiore a 200 mmHg. L’aspetto più significativo della ricerca è stata tuttavia la conferma che la maggior parte dei pazienti seguiti per almeno sei mesi e per un massimo di undici mesi ha mantenuto un livello consistente di anticorpi neutralizzanti. Nel 60% circa dei casi seguiti gli anticorpi neutralizzanti hanno raggiunto il picco tra uno e due mesi dopo l’infezione, hanno subito un lieve calo tra i due e i tre mesi, e successivamente sono rimasti stabili sino a undici mesi dopo l’infezione. Nel 24% dei casi gli anticorpi hanno manifestato un trend di discesa continua, senza tuttavia arrivare mai al livello di non essere rilevabili. Nel 15% circa dei casi, infine, gli anticorpi neutralizzanti hanno evidenziato un trend opposto, di incremento nel corso del periodo osservato.I dati che emergono dalla ricerca hanno importanti conseguenze pratiche: i ricercatori dell’INMI hanno infatti sviluppato un algoritmo per lo screening dei donatori di plasma convalescente, che ha permesso di ridurre il numero di campioni sottoposti a test di neutralizzazione, e quindi il carico di lavoro del laboratorio, senza una perdita significativa di donazioni idonee. Ma i dati che emergono dalla ricerca sono importanti soprattutto dal punto di vista epidemiologico, perché forniscono supporto all’ipotesi che la durata della protezione conferita dall’infezione naturale e dai vaccini possa andare oltre gli otto-dieci mesi sino ad oggi ipotizzati dalla letteratura sull’argomento. “Questa ricerca conferma la bontà dell’approccio che da sempre persegue l’INMI, di stretta collaborazione tra l’attività di laboratorio e l’attività clinica, in questo caso il follow-up dei pazienti dopo la fase acuta dell’infezione”, così Maria Rosaria Capobianchi, direttrice del laboratorio di virologia dell’INMI. “Mentre i medici seguono i pazienti nel percorso successivo all’infezione, i loro campioni biologici ci aiutano a capire meglio la risposta del nostro organismo all’infezione e ad elaborare nuove ipotesi sull’evoluzione della malattia e sulla durata della protezione garantita dall’infezione naturale o dai vaccini, in un circolo virtuoso che mette sempre al centro il paziente e le cure”.

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Infezione da SARS-CoV-2: Test rapidi antigenici

Posted by fidest press agency su lunedì, 5 aprile 2021

Secondo un aggiornamento della revisione Cochrane sulla valutazione dei test rapidi per il rilevamento dell’infezione da SARS-CoV-2, i test rapidi antigenici riescono meglio a identificare correttamente i casi di COVID-19 nelle persone con sintomi rispetto a quelle senza sintomi. «La nostra revisione mostra che alcuni test antigenici possono essere utili in ambienti sanitari in cui si sospetta COVID-19 in persone con sintomi. Questi test non sembrano funzionare altrettanto bene nelle persone che non hanno sintomi» afferma Jac Dinnes, della University of Birmingham, co-autore della revisione. Sono disponibili due tipi di test rapidi da utilizzare presso i point-of-care, che utilizzano campioni da naso o gola. I test antigenici identificano le proteine del virus e sono disponibili in cassette di plastica usa e getta simili ai test di gravidanza, con risultati disponibili entro 30 minuti. I test molecolari rilevano invece il materiale genetico del virus, tramite analizzatori desktop o piccoli dispositivi portatili, con risultati che sono abitualmente disponibili dopo un periodo che va da 30 minuti a due ore. Per capire quanto siano accurati questi test nelle persone con sintomi e in quelle senza sintomi gli esperti Cochrane hanno rivisto gli studi che misuravano l’accuratezza di qualsiasi test point-of-care utilizzato negli ospedali o in comunità in confronto con il test di laboratorio standard, RT-PCR, per rilevare un’infezione da SARS-CoV-2 in corso. La prima versione di questa revisione, pubblicata nell’agosto 2020, comprendeva 22 studi, mentre quella attuale ne comprende ben 64, provenienti per la maggior parte dall’Europa e dagli Stati Uniti. Solo tre studi erano effettuati esclusivamente su persone senza sintomi, e oltre la metà degli studi sul test antigenico includeva campioni di persone sottoposte a test in comunità. Gli studi sui test molecolari, invece, sono stati condotti principalmente in laboratorio. Ebbene, gli esperti hanno scoperto che i test antigenici hanno identificato come infetto in media il 72% delle persone che avevano infezione e mostrava sintomi; i test hanno funzionato meglio nella prima settimana dopo l’inizio dei sintomi, quando hanno identificato il 78% delle persone che avevano la malattia. Nelle persone senza sintomi, invece, i test antigenici hanno identificato in media correttamente il 58% di coloro che erano stati infettati. I test antigenici hanno escluso correttamente l’infezione nel 99,5% delle persone non infette con sintomi simili a COVID-19 e nel 98,9% delle persone non infette senza sintomi. La percentuale di persone infettate che sono state identificate correttamente è risultata variabile a seconda dei marchi del test e dipendeva anche dal fatto che venissero seguite le istruzioni dei produttori. Per le persone con sintomi l’identificazione corretta variava dal 34% (test Coris Bioconcept), al 58% (test Innova) e arrivava fino all’88% (test SD Biosensor STANDARD Q) delle persone infette. I ricercatori hanno esaminato la prestazione di due delle marche di test più performanti (Abbott Panbio e SD Biosensor STANDARD Q) nelle persone con sintomi (dal 75% all’88% dei casi COVID-19 identificati correttamente) e nelle persone che non presentavano sintomi (dal 49% al 69% dei casi COVID-19 identificati correttamente). «Tutti i test antigenici purtroppo non riusciranno a identificare alcune persone con infezione, quindi è importante informare chi riceve un risultato negativo del test che potrebbe comunque essere infetto» concludono gli autori. (Fonte Doctor33)

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Covid-19: Cosa fare se si sospetta di aver contratto l’infezione?

Posted by fidest press agency su martedì, 16 febbraio 2021

I sintomi della malattia Covid-19 sono febbre, tosse, difficoltà respiratorie, brividi ripetuti, dolori muscolari, mal di testa, gola infiammata, perdita dell’olfatto e/o del gusto. In questi casi le indicazioni del Ministero della Salute sono di non recarsi al Pronto Soccorso, ma di chiamare il medico di base, il pediatra di libera scelta, la guardia medica o i numeri regionali di emergenza, disponibili sul sito del Ministero della Salute. Se invece i sintomi sono lievi e non si è stati recentemente in zone a rischio epidemiologico, e non si sono avuti contatti con casi confermati o probabili, il consiglio del Ministero della Salute è di rimanere a casa fino alla risoluzione dei sintomi applicando le consuete misure di igiene delle mani e delle vie respiratorie. Secondo le linee guida dell’ECDC85, recepite in Italia dal Ministero della Salute86, possiamo avere:
• un caso possibile, quando una persona manifesta sintomi clinici (febbre, tosse, difficoltà respiratorie, perdita del gusto o dell’olfatto);
• un caso probabile, quando ai sintomi clinici si unisce un link epidemiologico nei 14 giorni precedenti l’insorgenza dei sintomi (per esempio contatto stretto con un caso confermato, oppure aver vissuto o lavorato in una istituto residenziale per persone vulnerabili nel quale è confermata la trasmissione di Covid-19), oppure una radiografia evidenzia lesioni compatibili con il Covid-19;
• Caso confermato: qualunque persona che è risultata positiva al test per la ricerca dell’acido nucleico del virus SARS-CoV-2 (test molecolare) oppure ad un test per il rilevamento delle proteine virali (test antigenico) effettuato entro cinque giorni dalla comparsa dei sintomi o entro sette giorni dall’esposizione al virus.(fonte: Istituto Nazionale Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani” – I.R.C.C.S.)

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Covid-19: Come si trasmette l’infezione?

Posted by fidest press agency su martedì, 16 febbraio 2021

La trasmissione interumana avviene nella grande maggioranza dei casi attraverso le goccioline del respiro (droplets) della persona infetta, che vengono espulse con la tosse, gli starnuti o la normale respirazione, e che si depositano su oggetti e superfici intorno alla persona. Le porte di ingresso del virus sono la bocca, il naso e gli occhi: il contagio avviene inalando attraverso il respiro le goccioline emesse da una persona malata, oppure tramite contatto diretto personale, oppure toccando superfici contaminate e quindi toccandosi la bocca, il naso o gli occhi con le mani. Il periodo di incubazione è in media di 5-6 giorni, con un range massimo che va da 1 a 14 giorni27. Gli US Centers for Disease Control and Prevention (CDC), nelle loro linee guida28, indicano come modalità più diffusa di infezione il contatto ravvicinato con una persona infetta, seguito dalla cosiddetta trasmissione “airborne”, ovvero attraverso le “micro-droplets”, goccioline di dimensioni inferiori ai 5 micrometri emesse con la normale respirazione, che rimangono sospese nell’aria per lunghi periodi e si diffondono a maggiore distanza, specialmente negli spazi chiusi e non adeguatamente ventilati. Meno probabile ma comunque possibile il contagio cosiddetto da fomite, ovvero per il tramite di oggetti o superfici inanimate contaminati da secrezioni respiratorie di persone infette. (fonte: Istituto Nazionale Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani” – I.R.C.C.S.)

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Covid-19: I bambini sono più soggetti all’infezione?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 6 gennaio 2021

L’impatto del Covid-19 sui bambini appare significativamente diverso rispetto per esempio a quello dell’influenza stagionale, che registra tipicamente tassi di infezione più elevata nelle persone in età pediatrica rispetto alla popolazione adulta. Per quanto riguarda invece il SARS-CoV-2 e la malattia Covid-19 che esso provoca, i dati epidemiologici dei primi mesi della pandemia, in Italia e nel resto del mondo, evidenziano che le persone in età pediatrica sviluppano l’infezione in maniera spesso asintomatica e sono comunque meno sog-getti a forme gravi della malattia Covid-19. A oggi in Italia i decessi per Covid-19 nelle classi di età inferiori ai 19 anni sono stati complessivamente meno di venti. (Salvatore Curiale Science Communicator Istituto Nazionale Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani” – I.R.C.C.S.)

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Occhi: infezione e prevenzione

Posted by fidest press agency su domenica, 1 novembre 2020

Il periodo di emergenza sanitaria ha inevitabilmente cambiato le nostre abitudini, comprese quelle relative alla salute. Per approfondire alcuni temi inerenti il benessere visivo, ZEISS ha coinvolto il Dott. Franco Spedale – Direttore dell’Unità Operativa a funzione Dipartimentale dell’Oculistica dell’Ospedale di Chiari ASST Franciacorta – per analizzare l’attuale situazione e ricordare, in questo periodo più che mai, l’importanza della prevenzione e dell’adozione di comportamenti corretti per proteggere i propri occhi.Diverse sono le problematiche a cui stiamo assistendo come spiega il Dott. Franco Spedale, Direttore del reparto di Oculistica dell’Ospedale di Chiari: Una maggiore attenzione nel caso di un arrossamento oculare che potrebbe essere causato da virus Un crescente utilizzo di computer, tablet e smartphone. La necessità di adottare semplici ma importanti norme igieniche per prevenire trasmissioni di virus, infiammazioni e affaticamento agli occhi, anche attraverso l’utilizzo di lenti da vista adatte al proprio stile di vita. La congiuntivite, ad esempio, è oggi uno dei sintomi che possono essere associati al Covid-19. Ecco perché, come conferma il Dott. Spedale, è aumentata l’attenzione ai suoi sintomi, la preoccupazione e di conseguenza il ricorso allo specialista.I consigli: Lavare spesso le mani ed evitare di toccarsi gli occhi; Se proprio ci si deve strofinare gli occhi, farlo con le mani assolutamente pulite, Non utilizzare mai lo stesso fazzoletto per asciugarsi naso e occhi. Un fenomeno che sta incidendo notevolmente sulla salute dei nostri occhi e che causa anch’esso arrossamento e sindrome dell’occhio secco, è l’affaticamento visivo, spesso dovuto al maggior tempo che le persone passano di fronte al computer, tablet e smartphone. A questo proposito, come conferma il Dott. Spedale, “è importante tenere gli occhi sotto controllo, ancora prima di arrivare all’insorgere del problema. In questo momento specifico è quindi fondamentale adottare comportamenti corretti anche dal punto di vista visivo per evitare di sviluppare patologie che possono in qualche modo far insorgere la paura di aver contratto il virus e quindi generare stati di ansia e preoccupazione”. I consigli: Non trascorrere troppo tempo troppo fissando ininterrottamente dispositivi digitali Alternare frequentemente visione a distanza e visione ravvicinata Assicurare una corretta illuminazione all’ambiente Mantenere una postura corretta La prevenzione non passa però esclusivamente da norme igieniche ma, come ci ricorda ZEISS, anche dall’utilizzo di lenti da vista che tengano in considerazione il nuovo stile di vita. Ad esempio, le ultime nate in casa ZEISS, le lenti ZEISS SmartLife, tengono conto delle esigenze visive derivanti da uno stile di vita connesso e in movimento e assicurano campi di visione più ampi, su tutta la superficie della lente, anche nelle aree laterali. Questo è fondamentale al giorno d’oggi, perché gli studi dimostrano che i nuovi schemi di comportamento visivo implicano un minore movimento della testa e un maggiore movimento degli occhi, che però vengono sottoposti a continui stimoli visivi provenienti da diverse direzioni e a diverse profondità di sguardo.

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Infezione da Sars-CoV-2, maggiore prevalenza e gravità nei maschi

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 settembre 2020

Sharifi e coll hanno recentemente proposto due meccanismi relativi al possibile ruolo degli androgeni nell’infezione da Sars-CoV-2, facendo riferimento alle conoscenze che derivano da altre patologie, come il tumore prostatico. In effetti, osservano Pina Lardo e Antonio Stigliano, Uoc Endocrinologia, Azienda ospedaliera Sant’Andrea, Roma «le manifestazioni cliniche dell’infezione da Sars-CoV-2 (severe acute respiratory syndrome coronavirus 2) hanno fin dall’inizio della pandemia mostrato una maggiore prevalenza e un decorso più grave nel sesso maschile. Sebbene l’eziologia sia molto probabilmente multi-fattoriale, i livelli di androgeni potrebbero in parte aiutare a spiegare tali dati». Un primo possibile meccanismo, riportano Lardo e Stigliano, è legato all’espressione di TMPRSS2 (transmembrane serin protease 2), una proteina della famiglia delle serin-proteasi che funge da co-recettore cellulare per il virus Sars-CoV-2. «Il recettore TMPRSS2» spiegano «è costituito da un dominio trans-membrana di tipo II, un dominio recettoriale, un dominio ricco di cisteina e un dominio proteasico che scinde proteoliticamente e attiva le glicoproteine s (spike) virali facilitando la fusione con la cellula ospite. Esso è utilizzato oltre che dal virus Sars-CoV-2, anche dal virus dell’influenza e da altri CoV umani (HCoV-229E, Mers-CoV, Sars-CoV). Il gene che codifica per TMPRSS2 è ampiamente conosciuto nella patogenesi del tumore prostatico, di cui è nota l’androgeno-dipendenza: esso, infatti, viene up-regolato nelle forme neoplastiche androgeno-dipendenti e down-regolato in quelle androgeno-indipendenti». Diversamente dal tessuto prostatico, non è però chiaro il ruolo degli androgeni a livello del tessuto polmonare e degli altri tessuti, fanno notare gli specialisti. Se l’inibizione dell’espressione di TMPRSS2 avesse un’efficacia anti-virale, l’utilizzo di farmaci in grado di inibire la sintesi androgenica (gonadica e surrenalica) potrebbe avere un ruolo a livello clinico. «Il secondo possibile meccanismo attraverso cui gli androgeni sarebbero implicati nella patogenesi dell’infezione virale, influenzandone le manifestazioni cliniche, deriva dalla capacità degli androgeni di modulare la risposta immunitaria» aggiungono Lardo e Stigliano. «È noto, infatti, il ruolo immuno-soppressivo degli androgeni, confermato da diverse evidenze (Zein JG, Erzurum SC. Curr Allergy Asthma Rep 2015): a) la maggior prevalenza di patologie infiammatorie/autoimmuni nelle donne; b) l’aumento della risposta immune conseguente alla deprivazione androgenica gonadica, in seguito alla castrazione farmacologica o chirurgica; c) l’associazione tra ridotta sintesi periferica degli androgeni, sintetizzati a partire dai precursori surrenalici, e peggior esito clinico nelle patologie infiammatorie. A livello della zona reticolare surrenalica avviene la sintesi degli androgeni DHEA e DHEA-S, convertiti poi a livello dei tessuti periferici in androgeni più potenti dall’enzima 3β-idrossi-steroido-deidrogenasi di tipo 1, codificato dal gene HSD3B1». Esistono due forme di questo gene – specificano gli esperti – che corrispondono a due alleli differenti: l’allele HSD3B1 (1245A) codifica per una forma enzimatica “restrittiva”, rapidamente degradata, che limita la conversione del DHEA negli androgeni a valle della biosintesi steroidea; l’allele “permissivo” HSD3B1 (1245C) codifica per un enzima resistente alla degradazione, responsabile della sintesi costante di androgeni».Numerosi studi condotti su pazienti affetti da carcinoma prostatico trattati mediante castrazione hanno dimostrato che a ciascun allele corrisponde un differente fenotipo clinico, specificano Lardo e Stigliano: a) nei soggetti con l’allele permissivo, a cui corrisponde una maggiore sintesi periferica di androgeni, si è osservata una più rapida progressione verso forme resistenti alla castrazione; b) nei portatori della forma allelica restrittiva, in cui vige un micro-ambiente androgenico più basso, tale progressione è più lenta. Questo differente assetto genetico è stato chiamato in causa nella regolazione del sistema immune. Pazienti affetti da asma severa con un genotipo cosiddetto “restrittivo” (capace di ridurre la sintesi di androgeni) avevano un esito peggiore rispetto a quelli con un genotipo “permissivo”, a sostegno dell’ipotesi che gli androgeni siano modulatori del sistema immune a diversi livelli, stabilendo un cosiddetto “fenotipo immunologico”. «È stato ipotizzato anche che alla “diversità” genotipica dell’allele HSD3B1 sia da ricondurre la diversità dei quadri clinici della pandemia da Sars-CoV-2» riferiscono gli specialisti. «La maggiore diffusione dell’infezione nella popolazione italiana e spagnola è stata correlata, almeno in parte, alla frequenza dell’allele permissivo che, incrementando la sintesi di androgeni, indurrebbe un effetto immuno-soppressivo. Attribuendo agli androgeni un ruolo permissivo per l’infezione da Sars-CoV-2, gli autori propongono di considerare un approccio farmacologico di tipo anti-androgenico in una fase precoce della malattia. In conclusione» scrivono Lardo e Stigliano «emerge come l’assetto ormonale condizioni l’ingresso del virus nell’organismo e probabilmente anche la risposta di quest’ultimo». (fonte: Endocrinologia33)

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Nuovo test rapido in grado di individuare la positività all’infezione da Sars-CoV-2.

Posted by fidest press agency su mercoledì, 16 settembre 2020

Il “Daily Tampon”, o tampone giornaliero, è stato realizzato dall’azienda Allum di Merate (Lecco), in collaborazione con l’Università degli Studi del Sannio.Il commento di Floriano Panza – candidato alle prossime elezioni regionali, in programma il 20 e 21 settembre, con la lista Fare Democratico-Popolari – dopo l’incontro con il Magnifico Rettore sannita, Gerardo Canfora.”Congratulazioni al Magnifico Rettore, Gerardo Canfora, al professore di genetica Pasquale Vito, presidente spin-off universitario Genus Biotech, e a Stefania Magni dell’azienda Allum, che hanno sviluppato un nuovo test salivare per individuare la positività all’infezione Covid. Un risultato prestigioso che ci rende una volta di più orgogliosi del nostro Ateneo.
I talenti sanniti sono una preziosa risorsa da valorizzare e dobbiamo creare le condizioni per consentirgli di restare nel Sannio. Queste sono le sinergie che dobbiamo promuovere ed incentivare ad ogni livello, e che dimostrano quali obiettivi possiamo raggiungere quando università, territorio ed imprese riescono a fare rete”.

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L’infezione di un neonato non necessariamente vuol dire ‘mal practice’

Posted by fidest press agency su lunedì, 14 settembre 2020

I nati prematuri sono pazienti critici e fragili, con difese ridotte, spesso ricoverati in terapia intensiva e quindi sottoposti a procedure diagnostico-terapeutiche invasive che aumentano il rischio infettivo. In questo contesto, la SIN lavora da sempre nel campo della prevenzione, ponendo grande attenzione alla formazione continua di medici e infermieri, ben consapevoli che le infezioni costituiscono una costante minaccia per i nati pretermine, proprio in relazione alla loro fragilità.“Un neonato prematuro è estremamente vulnerabile e purtroppo esposto all’attacco di germi, apparentemente innocui, ma che nel suo caso possono causare gravissimi problemi. Procedure standard, volte a garantire la massima sicurezza nelle cure, come ad esempio il lavaggio delle mani o l’attenzione nella gestione dei cateteri, sono applicate con scrupolo nei reparti e sono state ulteriormente rafforzate per fronteggiare l’emergenza sanitaria da Covid-19. La SIN ha ad esempio diffuso nei mesi scorsi un protocollo per il corretto utilizzo dei telefoni cellulari in TIN, rivolto sia ai genitori che agli operatori. Ma tali procedure a volte purtroppo non bastano, aggiunge Mosca. La SIN, in attesa dell’esito delle indagini, ancora in corso, che chiariscano le eventuali responsabilità degli eventi verificatisi, pur comprendendo i sentimenti e le emozioni delle persone coinvolte, condanna con fermezza le inqualificabili minacce rivolte a medici ed infermieri, che svolgono sempre il loro lavoro nell’esclusivo interesse dei neonati, chiedendo di evitare processi sommari e di attendere la conclusione delle inchieste. “Le infezioni non si prevengono solo con i comportamenti corretti del personale sanitario ma è anche necessario dotare le TIN di adeguate risorse umane e strumentali e programmare il meticoloso e regolare controllo ambientale (aria, acqua, igiene delle superfici e delle attrezzature), con il coinvolgimento delle preposte competenze ospedaliere multidisciplinari”, conclude il Presidente della SIN. “La prematurità è una malattia grave e le infezioni in Terapia Intensiva Neonatale (TIN) costituiscono un pericolo reale e costante per i nati pretermine, anche quando sussistono e sono garantite tutte le condizioni di sicurezza. La battaglia contro le infezioni è una battaglia difficilissima che può essere affrontata al meglio soltanto quando tutte le componenti ospedaliere giocano la propria parte”.

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Covid-19. È possibile contrarre l’infezione una seconda volta?

Posted by fidest press agency su venerdì, 4 settembre 2020

In uno studio pubblicato il 25 agosto16 un team di ricercatori del dipartimento di microbiologia dell’Università di Hong Kong ha descritto la prima reinfezione di una persona a distanza di 142 giorni dalla prima infezione, ad opera di un ceppo di virus diverso da quello che aveva innescato la prima infezione. Il paziente, un uomo di 33 anni di Hong King, era stato ricoverato in ospedale a fine marzo con sintomi lievi ed era stato dimesso a metà aprile. La seconda infezione è stata in- dividuata il 15 agosto a seguito di un controllo all’aeroporto di Hong Kong, dove il paziente era tornato dopo un viaggio in Spagna con sca-
lo in Gran Bretagna. Altri due casi di reinfezione sono stati documentati in Belgio, dove l’Università cattolica di Lovanio ha comunicato che una donna che aveva avuto l’infezione a Marzo si è nuovamente infettata a giugno ad opera di un ceppo di virus che presentava undici mutazioni rispetto a quello della prima infezione. Un caso simile è stato comunicato in Olan-
da dall’Erasmus Medical Center di Rotterdam: anche in questo caso le sequenze genetiche hanno confermato che i virus che hanno causato la prima e la seconda infezione sono di ceppi diversi, ma in questo caso il paziente era una persona anziana con un sistema immunitario indebolito. (Fonte Spallanzani)

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Covid-19: La malattia può essere trasmessa da una persona senza sintomi?

Posted by fidest press agency su martedì, 25 agosto 2020

Da diversi giorni i media segnalano la presenza in Italia di persone infette ma asintomatiche, e la domanda più frequente è quella di un timore diffuso di contagio inconsapevole. Approfittiamo di quanto ci comunica periodicamente lo Spallanzani di Roma per fare il punto su questa specifica circostanza: “Anche se i dati scientifici disponibili dimostrano che il virus viene trasmesso in prevalenza da persone con sintomi (tosse, febbre, mal di gola, difficoltà respiratorie), e che la diffusione del virus è più elevata nel tratto respiratorio superiore (naso e gola) entro i primi 3 giorni dall’esordio dei sintomi, le persone infette possono essere contagiose in un periodo variabile da due a tre giorni che segue l’infezione e precede l’insorgere dei sintomi specifici. Pertanto è possibile che le persone infette da COVID-19 possano trasmettere il virus nella fase “pre-sintomatica”, ovvero prima che si sviluppino sintomi significativi. Vi sono anche casi realmente asintomatici, ovvero di pazienti con infezione da COVID-19 confermata in laboratorio che non sviluppano alcun sintomo lungo tutta la durata dell’infezione. Secondo un modello matematico elaborato dall’Università di Oxford10 il 40% delle infezioni sarebbe causato dalle persone sintomatiche, il 10% da contatto indiretto con superfici contaminate, il 5% dagli asintomatici e il 45% dai pre-sintomatici, che avrebbero quindi un ruolo significativo nella diffusione del virus proprio perché in questa fase dell’infezione il paziente, non essendo consapevole di averla contratta, non può essere isolato né adottare precauzioni che possano limitare il contagio, come per esempio indossare una mascherina. In uno studio recentemente pubblicato11 sono stati riportati i risultati di una indagine condotta sulla popolazione di Vo’ Euganeo, il paese in provincia di Padova dove il 21 febbraio, a seguito di un cluster di casi e di un decesso (il primo in Italia per COVID-19), fu creata una “zona rossa” per due settimane. Il governo regionale decise inoltre di sottoporre tutta la popolazione di Vo’ a due test molecolari per il rilevamento del virus, uno all’inizio ed un altro alla fine della quarantena. Da questi rilevamenti è emersa una percentuale di positività del 2,6% nel periodo del primo tampone e dell’1,2% in quello del secondo; inoltre il 42,5% dei casi positivi riscontrati sono risultati asintomatici, e non sono state individuate significative differenze nella carica virale tra infezioni sintomatiche ed asintomatiche. (fonte Spallanzani)

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Covid-19: problematiche cardiovascolari dell’infezione

Posted by fidest press agency su domenica, 14 giugno 2020

È noto che il Covid 19 non provoca solo polmonite virale ma ha ripercussioni sul sistema cardiovascolare; sia i pazienti con i classici fattori di rischio cardiovascolare (diabete mellito, ipertensione arteriosa, obesità, età avanzata) che i pazienti con malattia cardiovascolare accertata costituiscono una popolazione vulnerabile in termini di maggiore morbilità e mortalità. Le complicanze cardiovascolari dell’infezione da nuovo coronavirus includono la sindrome coronarica acuta, la tromboembolia polmonare, la miocardite e i potenziali effetti aritmici del trattamento medico. Il Cardiocenter dell’ospedale Niguarda, che è sostenuto dalla fondazione De Gasperis, sta studiando i meccanismi biochimici che stanno alla base del danno cardio-vascolare. Si tratta di uno studio multicentrico europeo coordinato dal Parigi: Pierre Boutouyrie e Rosa Maria Bruno ( Université Paris-Descartes, Faculté de Médecine René Descartes, INSERM), cui partecipa il Niguarda COVID Resarch Group, seguito dai cardiologi Cristina Giannattasio e Alessandro Maloberti. In particolare, si studiano i mediatori dell’infiammazione e il ruolo della proteina spike. «Fin dall’inizio della pandemia COVID è apparso chiaro quante poche informazioni erano disponibili e quante invece fossero necessarie specialmente se si dovesse venire a determinare una recidiva nei prossimi mesi. Un altro punto caldo è quello relativo alle sequele a lungo termine nei sopravvissuti all’infezione – osserva il cardiologo Alessandro Maloberti -. Purtroppo non è ancora chiaro se vi potranno essere dei danni permanenti a livello polmonare ed ugualmente anche a livello cardiaco e vascolare. La necessità di ricerca su quanto accaduto e sulle sequele a lungo termine ha determinato a Niguarda la nascita del Niguarda COVID Research Group che si propone di raccogliere i dati di tutti i pazienti transitati da niguarda con questa patologia (ben 1000 persone circa) mentre le sequele a lungo termine saranno valutate con un programma di follow-up ambulatoriale pneumologico e cardiologico protratto nel tempo. Due particolari aspetti ci premono a livello cardiologico ovvero le sequele sulla funzione di regolazione autonomica (del sistema nervoso) del sistema cardio-vascolare e sulla sua risposta alla tempesta citokinica ed infiammatoria determinata dall’infezione. Nel primo caso ci proponiamo di valutare la frequenza cariaca, in quanto marcatore della regolazione cardiaca da parte del sistema nervoso centrale) e le sue variazioni nell’ambito del ricovero e nel successivo follow-up. Allo stesso modo la tempesta citokinica-infiammatoria potrebbe determinare danni a livello del sistema cardiaco e vascolare principalmente determinando fibrosi dei vasi e del tessuto del cuore. Tutti i pazienti seguiti presso il nostro ospedale faranno durante il follow-up a lungo termine una valutazione con ecocardiogramma e della rigidità arteriosa con metodica Pulse Wave Velocity».

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L’infezione da Covid-19 nei pazienti reumatologici

Posted by fidest press agency su domenica, 7 giugno 2020

Non è particolarmente frequente e il rischio di contagio non sembra essere aumentato. Quando però il virus colpisce questi malati la prognosi può essere severa. E’ quanto emerge da “Control-19”, il primo registro avviato al mondo sugli effetti del Coronavirus nei malati reumatologici. Il progetto è promosso dalla Società Italiana di Reumatologia (SIR) e i primi dati sono relativi a 165 pazienti in cura nel nostro Paese e che hanno contratto l’infezione. La ricerca è presentata oggi in una conferenza stampa on line della SIR che si tiene in occasione dell’avvio del congresso EULAR (European League Against Rheumatism). Nello specifico l’età media dei pazienti è di 62 anni e oltre l’80% proviene dalle Regioni del Nord più colpite dalla pandemia: Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna e Veneto. Le patologie al momento dell’infezione erano: artrite reumatoide (35%), spondiloartrite (21%), connettiviti (19%) e vasculiti (12%). Più del 50% dei malati presentava almeno due comorbidità. I pazienti inclusi nello studio erano per il 70% ricoverati in ospedale e nel 7% dei casi si è resa necessaria la ventilazione meccanica in terapia intensiva. “Si tratta di dati preliminari e relativi a marzo e aprile, quando cioè la pandemia ha registrato gli effetti più devastanti su tutta la popolazione – afferma il dott. Luigi Sinigaglia, Presidente Nazionale della SIR -. Ora andranno analizzati nel dettaglio. La confluenza dei nostri dati nei registri internazionali, come quello patrocinato da EULAR, ci consentirà di disporre di informazioni molto preziose per tutta la comunità scientifica sulla base di un numero di casi molto maggiore. La Società Scientifica ribadisce l’invito a tutti i pazienti a proseguire con le terapie reumatologiche prescritte e a non modificare il trattamento in atto poiché la maggior parte delle infezioni si sono verificate in pazienti con malattia non completamente controllata”. Uno dei problemi emersi, negli ultimi due mesi in tutto il Vecchio Continente, è stata la carenza di alcuni farmaci e in particolare di clorochina e idrossiclorochina. Sono due molecole da anni utilizzate in reumatologia e di recente sono state sperimentate per la prevenzione o il trattamento di infezioni da Covid-19. La loro efficacia in realtà è risultata ridimensionata e adesso idrossiclorochina e clorochina non sono consigliate per uso comune al di fuori di studi approvati e tuttora in corso.”. “Anche altre terapie normalmente impiegate nel trattamento di malattie autoimmuni reumatologiche sono state sperimentate contro il Coronavirus – sottolinea Valesini -. E’ questo il caso dei farmaci inibitori di interleuchina 6 e del TNF-alfa. Potrebbero per la loro potente azione anti-infiammatoria avere un ruolo nella terapia dell’infezione. Tuttavia mancano al momento risultati definitivi”. “Molte di queste ricerche vengono condotte anche nel nostro Paese e questo dimostra come la reumatologia italiana sia davvero un’assoluta eccellenza del nostro sistema sanitario nazionale – prosegue il prof. Roberto Gerli, Presidente Eletto SIR -. La SIR si è fatta anche promotrice di due studi che sono stati approvati da AIFA sull’impiego di un ben noto farmaco reumatologico, impiegato nel trattamento di artriti da microcristalli e di malattie auto infiammatorie, la colchicina. Questi studi disegnati con rigore scientifico e patrocinati dalla Società, stanno reclutando nuovi pazienti e presto ci daranno risultati definitivi”. Proprio per facilitare il rapporto con i malati, la SIR avvierà poi nelle prossime settimane un nuovo progetto di telemedicina. Attraverso una piattaforma specifica sarà possibile organizzare televisite reumatologiche e rendere possibile lo scambio di informazioni cliniche tra personale sanitario e paziente. “E’ un esperimento interessante che auspichiamo possa presto essere esteso – sottolinea il professor Giandomenico Sebastiani, Segretario generale SIR -. L’emergenza Coronavirus ha dimostrato come si possono sfruttare alcuni sistemi di telemonitoraggio domiciliare per la gestione dei malati cronici da remoto. Si tratta però di strumenti supplementari al controllo medico diretto che deve comunque restare la base imprescindibile nel rapporto con il paziente”. “Il congresso EULAR quest’anno si svolgerà solo per via telematica e siamo riusciti lo stesso a coinvolgere migliaia di specialisti e pazienti – conclude la prof.ssa Annamaria Iagnocco, Presidente Eletto dell’Eular -. E’ l’occasione per analizzare e fare il punto su patologie in costante aumento in tutto il Vecchio Continente. Il ruolo dell’Italia è sempre di primissimo piano e il nostro Paese partecipa con numerosi contributi scientifici al più importante appuntamento della reumatologia europea”.

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