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Lotta alle infezioni batteriche in ospedale

Posted by fidest press agency su martedì, 9 ottobre 2018

Le infezioni ospedaliere spaventano più di molte malattie. Su 9 milioni di ricoverati negli ospedali italiani, ogni anno si registrano da 450mila a 700mila casi di infezioni ospedaliere. Le infezioni colpiscono dal 5% all’8% dei pazienti ricoverati, in special modo quelli assistiti nelle terapie intensive. Nell’ 1% dei casi tali infezioni sono mortali con circa 7mila decessi all’anno. L’impatto economico del fenomeno è stimabile in circa 1 miliardo di euro all’anno, cifra che grava sul bilancio sanitario e che viene quindi sottratta ad azioni di prevenzione e a risorse per il corretto utilizzo dei nuovi antibiotici. La resistenza agli antibiotici da parte di alcuni microrganismi rappresenta un ulteriore problema che nasce da un uso inappropriato degli antibiotici stessi (inutili in quasi il 50% dei casi in cui sono prescritti).
Per questo il Gruppo italiano per la stewardship antimicrobica (Gisa) avanza alcune proposte per migliorare l’utilizzo degli antibiotici, per favorire l’accesso a quelli di nuova formulazione diminuendo l’uso inappropriato, perciò inutile, degli stessi, e per ridurre il rischio infettivo dei pazienti in ospedale. Questo può avvenire a partire da una maggiore attenzione alle buone pratiche assistenziali, dalla necessità di promuovere le vaccinazioni tra gli adulti, i soggetti a rischio e tra gli operatori ospedalieri, dal potenziamento dei servizi di microbiologia e da un forte coinvolgimento dei farmacisti ospedalieri.
Una fotografia sulla situazione europea, secondo il recente report 2016 dell’ECDC (European Center of Disease Control and Prevention), mostra che i Paesi del Centro e del Sud dell’Europa sono quelli a più alta incidenza di germi MDR. Batteri Gram-positivi, come Staphylococcus aureus meticillino-resistente (MRSA), e Gram negativi, come Escherichia coli, Klebsiella pneumoniae, Pseudomonas aeruginosa ed Acinetobacter baumannii resistenti ai carbapenemi, sono le specie di microrganismi MDR che più spesso sono alla base di infezioni ospedaliere gravi e potenzialmente fatali.
Nel nostro Paese la percentuale di MRSA e di Escherichia coli resistenti alle cefalosporine risulta tra il 25% e il 50% (ECDC, report 2017). Ancora più preoccupante è la situazione relativa a Klebsiella pneumoniae, per cui la percentuale di ceppi resistenti alle cefalosporine risulta superiore al 50% e quella di ceppi resistenti ai carbapenemi tra il 25 e il 50%. Allarmante soprattutto il quadro per Acinetobacter baumanii, la cui percentuale di resistenza combinata ad aminoglicosidi, fluorochinoloni e carbapenemi resta superiore al 50%.
Secondo un’indagine presentata la scorsa settimana da Assosalute, l’antibiotico è la prima soluzione per il 15% degli italiani per bloccare l’influenza. Teoria errata, visto che gli antibiotici contrastano i batteri e non i virus, e la loro azione può essere pericolosa per la possibilità di alterare la flora batterica delle prime vie respiratorie, con l’eventualità di favorire una superinfezione da parte di un microrganismo resistente.
Nel nostro Paese alcune regioni hanno già messo in campo autonomamente strategie mirate per ridurre il livello di infezioni e contrastare l’antibiotico-resistenza. Il report SMART della regione Toscana ha documentato ad esempio che nel 2017 si è verificata una sostanziale stabilità dell’epidemiologia delle antibiotico-resistenze nel 2017 rispetto al 2016. In Campania sono state messe a punto di recente alcune azioni a partire dalla redazione di “Linee di indirizzo per l’attuazione di programmi di Antimicrobial Stewardship e per l’implementazione locale di protocolli di terapia antibiotica, rivolte alle ASL, alle AO, alle AOU e agli IRCCS del Sistema Sanitario Regionale della Campania”, con indicazioni precise riguardanti l’ambito ospedaliero e territoriale, la formazione di team multidisciplinari, lo sviluppo di campagne di comunicazione sul modello Oms e corsi FAD mirati.
Lo sviluppo di nuovi antibiotici ha aperto nuove possibilità terapeutiche. La capacità di questi microrganismi di sviluppare meccanismi di resistenza anche nei confronti delle ‘neonate molecole’ rende comunque necessario un approccio multidisciplinare, multiforme e multi-istituzionale.

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Infezioni ospedaliere

Posted by fidest press agency su domenica, 19 agosto 2018

Le infezioni urinarie sono le più frequenti, seguite da polmoniti e infezioni da ferite chirurgiche. L’80% di tutte le infezioni “in corsia” riguarda quattro sedi principali: il tratto urinario, le ferite chirurgiche, l’apparato respiratorio e le infezioni sistemiche. Quelle del tratto urinario, da sole, raggiungono il 35-40%. Negli ultimi quindici anni però si sta assistendo a un calo di questo tipo di infezioni, e a un aumento di quelle sistemiche, tra cui le polmoniti, a causa della presenza di ceppi batterici resistenti agli antibiotici, visto il largo uso di questi farmaci a scopo preventivo o terapeutico. Le infezioni della ferita chirurgica, rappresentano dal 20 al 30% delle infezioni ospedaliere e contribuiscono fino al 57% di giorni in più di ricovero e al 42% dei costi extra per il sistema sanitario. In questo panorama, particolare attenzione la meritano i pazienti oncologici che presentano un rischio maggiore d’infezione derivante principalmente dalle caratteristiche proprie della malattia tumorale e dalle terapie immunosoppressive necessarie.
Ogni anno in Europa sono circa 25.000 i decessi causati da infezioni provocate da batteri resistenti ai farmaci. Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) indica che in Europa la resistenza agli antibiotici “di ultima linea” è in aumento. E’ ormai una realtà accertata in diversi paesi che la resistenza agli agenti patogeni che sono spesso all’origine di polmoniti e di infezioni delle vie urinarie in ambiente ospedaliero si va accentuando in tutta l’UE. In Italia, ad esempio, emerge come sia in preoccupante aumento la resistenza ai carpabenemi in Klebsiella pneumoniae, passata dal 1,4% del 2009 al 16% del 2010. I carbapenemi sono farmaci utilizzati per infezioni gravi, si comprende pertanto come l’antibiotico-resistenza sia un vero rischio per la salute pubblica che necessita di sistemi di sorveglianza sempre più organizzati tra ospedali e governi regionali e nazionali. Esperti in malattie infettive, oncologia clinica, dermatologia e oncologia chirurgica si confrontano sulla difficoltà dell’utilizzo, in ambito oncologico, delle linee-guida per prevenire le infezioni ospedaliere, per la complessità della patologia e delle terapie. “Nonostante siano attuate tutte le procedure necessarie per ridurre il rischio infettivologico nei malati oncologici questi ultimi sono tra i pazienti a maggior rischio.” “Ciò si determina non solo per la patologia tumorale ma anche per altri fattori quali l’immunodeficienza secondaria alla malattia e ai relativi trattamenti e l’età avanzata che spesso si accompagna anche ad altre patologie come il diabete, l’anemia, l’insufficienza renale e le cardiopatie.” Secondo gli esperti è fondamentale l’organizzazione di sistemi di sorveglianza che permettano di definire le caratteristiche epidemiologiche delle diverse strutture ospedaliere e dei diversi reparti. Solo con l’analisi dei dati locali si potranno valutare le necessità specifiche dei singoli centri e l’efficacia degli interventi. (Servizio Fidest)

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Infezioni ospedaliere e possibili rimedi

Posted by fidest press agency su sabato, 18 novembre 2017

Ospedale Spallanzani, RomaPisa 17 novembre 2017 – Ogni anno si verificano in Italia 450-700 mila[1] infezioni in pazienti ricoverati in ospedale. Un numero ancora molto alto per un fenomeno che potrebbe essere, almeno in parte, evitato e che grava pesantemente sui costi della sanità e sulla salute dei pazienti. Una soluzione è già “a portata di mano”: tra le infezioni correlate all’assistenza, quelle del sangue legate alla presenza di un catetere potrebbero diminuire infatti del 60%, con un risparmio per il Sistema Sanitario Nazionale di circa 15 milioni di euro grazie a 1700 giorni di ricovero in meno l’anno, attraverso l’implementazione di una adeguata strategia di comportamenti e di strumenti (bundle). È quanto emerge da uno studio valutazione di impatto sul budget del sistema sanitario recentemente realizzato dal Gruppo interdisciplinare Azienda Sanitaria Firenze/Università degli Studi di Milano. Il risparmio potrebbe essere a maggior ragione ancora più rilevante se si considera che lo studio ha preso in esame un singolo aspetto della strategia di prevenzione ovvero l’impiego di un “cerotto” a protezione dell’accesso del catetere: si tratta di una medicazione antimicrobica trasparente (Tegaderm CHG prodotta da 3M) che è in grado di ridurre l’incidenza delle infezioni primarie del sangue.“Le infezioni connesse all’assistenza occupano una posizione delicata nell’ambito dell’incidenza degli eventi avversi in sanità, che spesso sono correlati a comportamenti clinico-assistenziali non idonei da parte degli operatori sanitari e a criticità sistemiche in ambito dei deficit organizzativi, – spiega il Dr. Francesco Venneri, Clinical Risk Manager, Direttore S.O.S. Rischio Clinico e Sicurezza del Paziente Azienda USL Toscana Centro. – Come emerge da questo studio, la scelta nell’utilizzo dei dispositivi medici, in particolare delle medicazioni che sono ben delineate nel bundle di adesione alla best practice, è fondamentale per la prevenzione delle infezioni degli accessi vascolari; gli studi evidenziano come una buona adesione ai bundle da parte degli operatori e l’impiego di dispositivi idonei possa incidere sulla riduzione di eventi infettivi in sedi di accesso di dispositivi vascolari. È quindi fondamentale che il Clinical Risk Manager ed il management sanitario lavorino in sinergia per assicurare qualità e sicurezza delle cure ai cittadini e porre anche gli operatori sanitari in condizioni di essere compliant ed aderenti alle buone pratiche clinico-assistenziali. Si tratta di un dovere etico, morale, deontologico e sociale che non possiamo trascurare”.
Lo studio – recentemente realizzato dal Gruppo interdisciplinare del dottor Francesco Venneri, Risk Manager Azienda Sanitaria Firenze, e Carlotta Galeone dell’Università degli Studi di Milano – ha preso in esame i pazienti critici nelle Unità di Terapia Intensiva (UTI) e l’incidenza delle infezioni correlate ai siti degli accessi vascolari. Considerando lo specifico contesto clinico delle UTI in Italia, è stato analizzato come una adeguata strategia di comportamenti e di strumenti (bundle) possa favorire il contenimento della spesa sanitaria. In particolare, è stato considerato un singolo aspetto della strategia di prevenzione, ovvero l’utilizzo di un “cerotto” a protezione dell’accesso del catetere (Tegaderm CHG prodotta da 3M) che è in grado di ridurre l’incidenza delle infezioni primarie del sangue.
Lo studio valuta l’impatto sul budget del Sistema Sanitario Nazionale dell’estensione dell’uso di una medicazione antimicrobica a tutti i pazienti adulti in terapia intensiva per più di 24 ore[3] in sostituzione di una medicazione standard (non antimicrobica). Nonostante il costo superiore della medicazione antimicrobica rispetto ad una medicazione standard, si calcola che se il cerotto venisse utilizzato su tutti i pazienti seguiti nelle UTI in Italia sarebbe possibile prevenire circa il 60% delle infezioni ed evitare circa 1700 giorni di ricovero all’anno, dando luogo ad un potenziale risparmio per il SSN complessivamente pari a circa 15mln di euro.

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Infezioni ospedaliere

Posted by fidest press agency su giovedì, 23 ottobre 2014

infezioni ospedaliereFiducia nelle prospettive della ricerca, negli esperti, negli specialisti nella Sanità italiana, ma soprattutto convinzione della possibilità di contribuire a contrastare l’urgente medical need causato da batteri multi-resistenti: sono questi gli elementi sui quali scommette Cubist Pharmaceuticals – leader nel settore degli antibiotici innovativi negli Stati Uniti, Azienda quotata al NASDAQ con un fatturato di 1,1 miliardi di dollari nell’ultimo anno – per investire nel nostro Paese, creando opportunità occupazionali, per dare risposte strategiche al problema delle infezioni batteriche ospedaliere.
Contrarre un’infezione durante un ricovero in ospedale è un’evenienza tutt’altro che rara e altamente rischiosa. L’Organizzazione Mondiale della Sanità considera le infezioni nosocomiali una delle più gravi emergenze sanitarie e di salute pubblica.
In Europa oltre 4 milioni di persone ogni anno vengono colpiti da infezioni batteriche ospedaliere con 25.000 morti stimate per infezioni da germi resistenti. In Italia, in media il 5-8% dei pazienti ricoverati contrae un’infezione ospedaliera, che tradotti significano 450.000-700.000 casi di infezioni l’anno con 4.500-7.500 decessi correlati (dati ECDC, European Center for Disease prevention and Control).
Il fenomeno della multiresistenza dei comuni batteri agli antibiotici è una drammatica emergenza per il nostro Paese, dove le percentuali di resistenza agli antibiotici sono più alte della media europea, creando un medical need elevatissimo. L’esigenza di contrastare questa emergenza sanitaria, con una storia tutta da raccontare e tanta voglia di “costruire”, è alla base del progetto di Cubist, che ha annunciato il suo piano di espansione internazionale e l’ingresso in Italia per commercializzare direttamente le nuove molecole.«Cubist fonda la sua fiducia su un preciso medical need che in Italia è elevatissimo. La scelta strategica di entrare sul mercato italiano significa portare investimenti, creare occupazione, fare ricerca clinica, lavorando a stretto contatto e in collaborazione con Istituzioni ed esperti italiani, che sappiamo essere un’eccellenza a livello internazionale» afferma Roberto Florenzano, recentemente nominato Country Manager di Cubist Pharmaceuticals per l’Italia. «Oltretutto Cubist ha investito e continua ad investire nel nostro Paese centralizzando in Italia una grossa parte della produzione in collaborazione con importanti aziende manifatturiere chimico-farmaceutiche e portando importanti investimenti anche da questo punto di vista. Tanto per fare un esempio, il principio attivo del farmaco più importante di Cubist viene prodotto in Italia, ad Anagni, per tutto il mondo. Ed il piano è di fare lo stesso con nuove molecole».
L’azienda, nata più di 20 anni fa a Lexington (Massachusetts), vanta una mission votata alla ricerca, allo sviluppo e alla commercializzazione di nuovi antibiotici per combattere le infezioni da germi multiresistenti nel paziente acuto ospedalizzato. Un’area terapeutica, questa, estremamente importante e da non sottovalutare.«Un’infezione contratta in ospedale può costare la vita. In Italia le percentuali di germi resistenti sono tra le più alte d’Europa: gli Stafilococchi sono meticillino-resistenti nel 35% dei casi; il 50% delle Klebsielle è resistente alle cefalosporine e il 30% degli Pseudomonas non risponde ai carbapenemi – sottolinea Florenzano – purtroppo quest’area è stata abbandonata da molte grandi Aziende a favore di altre aree nelle quali il ritorno economico, a fronte dell’enorme investimento e rischio di ricerca e sviluppo, è migliore. Pensate che sono circa 30 anni che non viene commercializzata una nuova molecola per le infezioni da batteri Gram negativi…».
I microrganismi colpevoli delle infezioni batteriche ospedaliere sono principalmente Staphylococcus aureus, bacilli Gram negativi non fermentanti (in primis Pseudomonas aeruginosa e Acinetobacter baumannii) ed Enterobacteriaceae. Molti di tali microrganismi hanno sviluppato multi-resistenze, che coinvolgono più classi di farmaci, ed in continua evoluzione: esaustivo è il caso di Staphylococcus spp Meticillino-resistente che nell’ultimo decennio è stato capace di sviluppare ridotta sensibilità anche alla classe di farmaci considerata di riferimento.
Attualmente sono 4 i farmaci di Cubist in commercio negli Stati Uniti; due di questi sono disponibili sul mercato italiano attraverso partnership commerciali. Attraverso il piano di espansione internazionale l’Azienda ha in programma di commercializzare direttamente i nuovi farmaci in Europa e nello specifico in Italia. Al momento Cubist ha all’esame dell’Ente regolatorio europeo EMA due importanti molecole per le quali si attende opinione della Commissione nel 2015. Ci sono inoltre altre molecole in Fase III e l’Azienda sta lavorando ad ulteriori programmi in fasi più precoci di sviluppo che rispondono a significativi medical need.«Investire in ricerca e sviluppo, per una Pharma, è il cuore – spiega Florenzano – il nostro obiettivo è affermare Cubist come leader in ricerca, sviluppo e commercializzazione di antibiotici per la terapia di infezioni gravi e potenzialmente letali causate da “superbugs”. Parliamo con i fatti: ogni anno Cubist investe 400 milioni di dollari in ricerca e sviluppo, che rappresentano circa il 40% delle nostre vendite globali. Il nostro punto di forza è la focalizzazione in un’area ad elevatissimo medical need, le nostre priorità di ricerca sono guidate da questo bisogno insoddisfatto e sono in linea con quelle di Istituzioni come CDC, ECDC e OMS. Cubist si è impegnata a sviluppare 4 nuove molecole contro batteri multiresistenti entro il 2020».Cubist Pharmaceuticals al suo arrivo in Italia ha come priorità cominciare a lavorare sulla fiducia. Costruire un’Azienda di cui le Istituzioni, gli esperti del settore e i medici specialisti possano fidarsi, è il punto di partenza imprescindibile insieme a un dialogo aperto e costruttivo per assicurare un rapido accesso alle terapie innovative per i pazienti e gli specialisti italiani che valorizzi l’investimento in R&D in un’area terapeutica così importante.

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