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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 330

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Gli inibitori di pompa protonica

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 settembre 2019

Dall’inglese proton pump inhibitors, PPI, sono tra i farmaci più utilizzati al mondo. Vengono largamente impiegati per il trattamento della malattia da reflusso gastroesofageo e, data la loro capacità di ridurre efficacemente la secrezione acida dello stomaco, vengono anche utilizzati in molte altre condizioni acido-correlate, come la terapia eradicante l’infezione da Helicobacter pylori, la prevenzione e guarigione dell’ulcera peptica, la gastroprotezione nei pazienti ad alto rischio che assumono aspirina, farmaci anti-infiammatori non-steroidei e anti-aggreganti. Inoltre, dati recenti suggeriscono che la terapia PPI ad alte dosi può ridurre la displasia e prevenire lo sviluppo dell’adenocarcinoma esofageo nei pazienti con esofago di Barrett. Vista la grande utilità dei PPI, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha inserito l’omeprazolo (il capostipite di questi farmaci) nell’elenco dei farmaci essenziali. Siccome la secrezione acida torna rapidamente (nell’arco di 12-24 ore) a livelli fisiologici dopo l’interruzione della terapia, i PPI sono spesso usati in cronico, in particolare nei pazienti con malattia da reflusso gastroesofageo e nella dispepsia acido-correlata, patologie che colpiscono più del 25 per cento della popolazione mondiale (in Italia circa il 30 per cento). Visto l’ampio utilizzo di questa classe di farmaci, è importante assicurarsi che siano sicuri e fornire ai pazienti (e ai medici che li prescrivono) tutte le rassicurazioni al riguardo. Di recente sono state sollevate preoccupazioni riguardo ad un potenziale danno della terapia con PPI a lungo termine. Diversi studi osservazionali hanno infatti suggerito un’associazione tra i PPI e il rischio di polmonite, l’osteoporosi, le infezioni intestinali, eventi cerebrovascolari, l’insufficienza renale cronica, e la demenza. Altri studi offrono tuttavia una visione più equilibrata circa i pro e dei contro dell’utilizzo di questi farmaci.
Sul numero di Settembre 2019 di Gastroenterology, sono stati pubblicati i dati di sicurezza relativi allo studio Compass, uno studio in doppio cieco, randomizzato, e controllato con placebo, condotto su 17.598 soggetti con malattia cardiovascolare stabile e malattia arteriosa periferica, finalizzato alla valutazione della prevenzione del danno cardiovascolare secondaria dall’assunzione di rivaroxaban (unanticoagulate orale) e aspirina, in associazione a pantoprazolo o placebo. I dati di outcome precedentemente pubblicati di questo studio, avevano evidenziato come rivaroxaban e aspirina fossero in grado di ridurre il rischio di eventi cardiovascolari negativi nei tre anni successivi alla randomizzazione, mentre i dati di sicurezza adesso pubblicati hanno riscontrato come gli eventi avversi a lungo termine sono stati simili tra i pazienti che hanno assunto pantoprazolo rispetto ai pazienti che hanno assunto placebo; con la possibile eccezione delle infezioni enteriche, che sono state leggermente più frequenti nel gruppo che assumeva pantoprazolo. Da questo studio, che ha il vantaggio di essere scientificamente molto solido e robusto, si evince come gli inibitori della pompa protonica non sono associati a nessuno danno a lungo termine (lo studio ha avuto una durata di tre anni), tranne forse alcune forme di infezioni intestinali (le infezioni da Clostridium difficile), sebbene tale affermazione richieda maggiori conferme prima di essere considerata definitiva. Quindi, è probabile che i benefici legati all’assunzione di questi farmaci superino di gran lunga i rischi legati alla loro assunzione a condizione che vengano utilizzati ove clinicamente indicato e per indicazioni approvate. Inoltre, è importante sottolineare come l’allarmismo legato ad alcuni articoli spesso debba essere bilanciato da articoli che più attentamente pesino i rischi e benefici delle terapie, sulla base delle evidenze scientifiche più solide. Secondo il presidente della Sige professor Domenico Alvaro “…”.

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Caldo e farmaci

Posted by fidest press agency su mercoledì, 22 agosto 2018

Il calore dei mesi estivi può comprometter l’efficacia e la sicurezza delle cure farmacologiche, sia per interazione diretta con i farmaci, sia perché altera lo stato di alcune patologie croniche. Questa segnalazione è importante in questi giorni in quanto abbiamo subito gli alti e bassi della temperatura con picchi eccessivi. Un discorso che vale sia per chi si porta dietro i farmaci sia per quelli lasciati a casa nell’eventualità che siano stati esposti a temperature troppo alte.
Lo ricorda l’Aifa in una guida all’uso, trasporto e conservazione dei medicinali in viaggio e in vacanza, dalla quale segnaliamo gli spunti meno comuni, che spetta al farmacista segnalare ai pazienti.
I farmaci possono compromettere direttamente i meccanismi centrali e periferici della termo-regolazione, come gli anticolinergici che sono dei potenti inibitori della sudorazione. Gli antipsicotici, in aggiunta, possono interferire con il controllo centrale della temperatura corporea; compromettere le vie nervose riguardanti ed efferenti e causare sudorazione o vasodilatazione cutanea; compromettere la gittata cardiaca e in tal modo l’eliminazione del calore; aggravare le patologie da calore, per esempio i vasodilatatori, che includono nitrati (antianginosi) e bloccanti dei canali del calcio (antipertensivi e antianginosi) possono peggiorare l’ipotensione in pazienti vulnerabili.
D’altro canto l’esposizione al caldo può: aumentare la tossicità e/o ridurre l’efficacia dei farmaci, per esempio aumenta la tossicità dei farmaci con un limitato indice terapeutico, come digossina o litio; aumentare o causare disidratazione e cambiamenti nella distribuzione del volume del sangue. La risposta termoregolatoria può influenzare le caratteristiche cinetiche, l’assorbimento e l’escrezione dei farmaci e quindi la loro attività farmacologica. Per i farmaci che provocano fotosensibilizzazione, specie se in forma topica, è importante non esporre la parte trattata al sole o a lampade abbronzanti, anche per due settimane dalla fine della terapia. (Servizio Fidest)

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L’FDA ha approvato emicizumab di Roche per il trattamento dell’emofilia A con inibitori

Posted by fidest press agency su mercoledì, 22 novembre 2017

rocheRoche (SIX: RO, ROG; OTCQX: RHHBY) ha annunciato che la Food and Drug Administration (FDA) statunitense ha approvato il medicinale emicizumab per l’uso in profilassi, allo scopo di prevenire o ridurre la frequenza degli episodi di sanguinamento negli adulti e nei bambini affetti da emofilia A con inibitori del fattore VIII. Quasi un soggetto su tre con emofilia A severa può sviluppare inibitori a seguito del trattamento con le terapie sostitutive del fattore VIII. Questa complicanza incrementa il rischio di sanguinamenti potenzialmente letali o sanguinamenti ripetuti in grado di causare danno articolare a lungo termine. In due dei più ampi studi clinici registrativi condotti su pazienti affetti da emofilia A con inibitori, emicizumab ha dimostrato di ridurre sostanzialmente i sanguinamenti negli adulti e nei bambini.“Le persone affette da emofilia A che sviluppano inibitori affrontano notevoli difficoltà nella prevenzione dei sanguinamenti e in genere necessitano di infusioni multiple ogni settimana; e per i bambini più piccoli e le rispettive famiglie ciò può rivelarsi particolarmente gravoso”, ha dichiarato Guy Young, MD, Direttore dell’Hemostasis and Thrombosis Program presso il Children’s Hospital Los Angeles e Professore di pediatria presso la University of Southern California Keck School of Medicine, Los Angeles, California. “Questo nuovo medicinale ha dimostrato di ridurre la frequenza dei sanguinamenti rispetto ai farmaci attualmente disponibili e deve essere iniettato solo una volta a settimana. Si tratta di un trattamento che potrebbe fare la differenza per questi bambini”.
Nello studio di fase III HAVEN 1, i soggetti di età uguale o superiore a 12 anni affetti da emofilia A con inibitori, in regime di profilassi con emicizumab, hanno registrato una riduzione statisticamente significativa dei sanguinamenti trattati pari all’87% (IC al 95%: 72,3; 94,3, p < 0,0001) rispetto a quelli non sottoposti ad alcuna profilassi. In un’analisi intra-paziente unica nel suo genere, la profilassi con emicizumab ha evidenziato una riduzione statisticamente significativa dei sanguinamenti trattati pari al 79% (IC al 95%: 51,4; 91,1, p = 0,0003) rispetto al precedente trattamento con agenti bypassanti (BPA) in profilassi, nell’ambito di uno studio non interventistico (NIS) realizzato prima dell’arruolamento. Dai risultati ad interim dello studio registrativo HAVEN 2 su bambini di età inferiore a 12 anni affetti da emofilia A con inibitori è emerso che l’87% (IC al 95%: 66,4; 97,2) dei bambini sottoposti a profilassi con emicizumab ha manifestato zero sanguinamenti trattati. In un’analisi intra-paziente su 13 bambini che avevano partecipato al NIS, la profilassi con emicizumab ha evidenziato una riduzione dei sanguinamenti trattati pari al 99% rispetto al precedente trattamento con un BPA in profilassi (n = 12) o on-demand (al bisogno; n = 1). Gli eventi avversi (AE) più comuni che si sono verificati in almeno il 10% dei soggetti trattati con emicizumab sono stati reazioni in corrispondenza della sede di iniezione, mal di testa e dolore articolare (artralgia).“L’approvazione di emicizumab rappresenta un importante passo avanti per le persone affette da emofilia A con inibitori, che da tempo cercano di gestire questo disturbo emorragico e hanno dovuto attendere quasi 20 anni per poter disporre di un nuovo trattamento”, ha dichiarato Sandra Horning, MD, Chief Medical Officer e Head of Global Product Development di Roche. “Riteniamo che emicizumab potrà migliorare la protezione contro i sanguinamenti e ridurre l’impatto della somministrazione della terapia per le persone con emofilia A ed inibitori.”L’FDA ha valutato emicizumab tramite la procedura regolatoria di Priority Review (Revisione Prioritaria) e nel settembre del 2015 aveva accordato al medicinale la designazione di terapia breakthrough, nei pazienti di età uguale o superiore a 12 anni affetti da emofilia A con inibitori. L’Agenzia europea dei medicinali (EMA) sta valutando, con procedura regolatoria accelerata, i dati degli studi HAVEN 1 e HAVEN 2 ed è attualmente in corso la sottomissione ad altre autorità sanitarie di tutto il mondo.Emicizumab è ad oggi ancora oggetto di studio nell’ambito di un solido programma di sviluppo clinico che comprende altri due studi di fase III. HAVEN 3 sta valutando la profilassi con emicizumab somministrato una volta a settimana o a settimane alterne a soggetti di età uguale o superiore a 12 anni affetti da emofilia A senza inibitori del fattore VIII. HAVEN 4 sta valutando la profilassi con emicizumab somministrato ogni quattro settimane a soggetti di età uguale o superiore a 12 anni affetti da emofilia A con o senza inibitori.

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Antibiotici e inibitori di pompa, possibili interazioni

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 novembre 2016

heart electrocardiogrammIl trattamento combinato con l’antibiotico ceftriaxone e l’inibitore della pompa protonica lansoprazolo può portare a un aumento del rischio di aritmie indotte da farmaci, secondo i risultati di uno studio pubblicato sul Journal of American College of Cardiology. Gli autori, coordinati da Nick Tatonetti, professore associato di informatica biomedica alla Columbia University di New York, utilizzando un algoritmo combinato che prevedeva l’analisi degli eventi avversi da farmaci e delle cartelle cliniche elettroniche dei pazienti, supportato dalla successiva conferma mediante analisi di laboratorio, hanno scoperto che i pazienti trattati con entrambi i farmaci avevano un significativo aumento della frequenza della sindrome del QT lungo (Lqts), una condizione potenzialmente fatale, rispetto a quelli che avevano ricevuto solo l’uno o l’altro dei due medicinali. Per arrivare a questa conclusioni, il team di ricerca ha analizzato un database di 1,8 milioni di segnalazioni di eventi avversi raccolti dalla US Food and Drug Administration con un algoritmo simile a quelli usati da aziende come Google e Facebook per indirizzare agli utenti pubblicità personalizzate. Così facendo i ricercatori hanno scoperto l’associazione tra ceftriaxone, lansoprazolo e Lqts in entrambi i generi: il Qt lungo variava da una media di 12 millisecondi negli uomini e 9 millesecondi nelle donne. Da un’ulteriore stratificazione per etnia è emerso che l’effetto era maggiore negli uomini bianchi e nelle donne nere, con un prolungamento medio di 12 millisecondi in entrambi i gruppi. «Presi singolarmente, entrambi i farmaci soddisfano ampiamente i requisiti normativi di sicurezza per l’approvazione, ma data la misura in cui sono stati in grado di bloccare il canale hERG, sarebbe improbabile che venissero approvati in associazione» commenta Tatonetti, spiegando che la principale causa della Lqts è appunto una disfunzione del canale hERG, indispensabile per la normale attività elettrica del muscolo cardiaco, che resta aperto per troppo poco tempo. «L’interazione tra ceftriaxone e lansoprazolo necessita di ulteriori approfondimenti» concludono gli autori. (fonte: farmacista33) (foto: cuore stilizzato)

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Diabetici: rimborso incretine

Posted by fidest press agency su giovedì, 25 settembre 2014

diabete_21-300x224La Gazzetta ufficiale del 29 agosto ha pubblicato il decreto che modifica il piano terapeutico delle incretine, con l’estensione della rimborsabilità ai farmaci appartenenti alla classe degli inibitori del DPP4 in caso di prescrizione in associazione all’insulina e a metformina ed insulina. La decisione è stata assunta dall’Agenzia italiana del farmaco AIFA, sotto la spinta della denuncia a suo tempo resa pubblica da FAND-Associazione Italiana Diabetici, a tutela della salute e dei diritti dei milioni di italiani con diabete.“La decisione che era stata presa, e che abbiamo duramente contestato, limitava prescrizione e rimborsabilità delle incretine, comportando un peggioramento della qualità della cura, esposizione a complicanze e limitazione della capacità lavorativa di molte persone con diabete”, spiega Egidio Archero, Presidente FAND. “Grazie anche al nostro sollecito intervento e a quello di Diabete Italia e delle Società Scientifiche dei medici diabetologi, che hanno puntualmente confutato scientificamente le motivazioni addotte da AIFA circa la loro precedente decisione, è stato possibile giungere a questo primo positivo risultato. Il nostro auspicio è che ora si possa concludere questo percorso, consentendo anche la possibilità di ricorrere a tutti i farmaci incretinici – anche ai cosiddetti agonisti del GLP1 – in associazione all’insulina. Stando ai dati economici resi noti la scorsa settimana in occasione del congresso europeo di diabetologia EASD, la terapia con l’utilizzo di queste due classi di farmaci unisce alla sicura appropriatezza terapeutica risparmi considerevoli: con i DPP4 600mila euro annui ogni mille persone con diabete rispetto alla terapia convenzionale, mentre l’impiego dei GLP1 garantirebbe un risparmio di 200mila euro ogni mille persone con diabete”, conclude Archero.

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Rischi per il pancreas dei nuovi antidiabetici

Posted by fidest press agency su giovedì, 28 marzo 2013

L’Agenzia europea dei medicinali (Ema) sta riesaminando i dati di un gruppo di ricercatori universitari indipendenti che suggeriscono un aumento del rischio di pancreatite e modificazioni cellulari pre-cancerose chiamate metaplasie del dotto pancreatico nei pazienti con diabete di tipo 2 trattati con gli incretino-mimetici, agonisti del recettore del peptide-1 glucagone-simile (Glp-1), o con gli inibitori della dipeptilpeptidasi-4 (Dpp-4). I risultati si basano sull’esame di un piccolo numero di campioni di tessuto pancre atico, ottenuti da donatori con o senza diabete mellito, morti per cause diverse dal diabete. Il Comitato per i medicinali per uso umano (Chmp) dell’Agenzia e il Comitato di valutazione dei rischi per la farmacovigilanza (Prac) stanno attualmente riesaminando le informazioni fornite dai ricercatori per determinare la necessità di eventuali ulteriori azioni regolatorie. L’Agenzia non ha ancora raggiunto alcuna conclusione e non vi è necessità per i pazienti di interromperne l’assunzione. Gli effetti sul pancreas erano stati identificati come un possibile rischio di questi medicinali già durante la valutazione iniziale per l’autorizzazione all’immissione in commercio. Attualmente centri di farmacovigilanza indipendenti in tutta l’Unione europea sono impegnati nella raccolta dei dati di sicurezza sui farmaci per il diabete. Lo studio Safeguard, finanziato dalla Commissione europea e realizzato nell’ambito della Rete europea dei centri per farmacoepidemiologia e farmacovigilanza (ENCePP), sta esaminando, tra l’altro, evidenze di pancreatite farmaco-indotta per medicinali che agiscono sul Glp-1 autorizzati prima del 2011, quando è stato avviato lo studio. Gli incretino-mimetici in commercio in Europa sono: exenatide, liraglutide, lixisenatide, sitagliptin, saxagliptin, linagliptin e vildagliptin.(Fonte farmacista33)

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Iperplasia prostatica benigna, promettenti inibitori Pde-5

Posted by fidest press agency su venerdì, 11 Mag 2012

Gli inibitori della fosfodiesterasi di tipo 5 (Pde5i) possono migliorare in modo significativo i sintomi del tratto urinario inferiore (Luts) e la disfunzione erettile (De) nei pazienti con iperplasia prostatica benigna (Ipb). I Pde5i sembrano essere un trattamento promettente per i Luts secondari a Ipb con o senza De. Sono queste le conclusioni di una revisione sistematica e metanalisi effettuata da Mauro Gacci del dipartimento di Urologia dell’università di Firenze, e collaboratori, sugli studi prospettici e trasversali disponibili relativi all’impiego dei Pde5i da soli o in associazione con alfa-1-bloccanti in pazienti con Luts da Ipb. Su 107 articoli recuperati, nella meta-analisi ne sono stati inclusi 12. Di questi 7 erano stati svolti con i Pde5i contro placebo, per un totale di 3.214 uomini, mentre 5 erano stati condotti su 216 soggetti confrontando l’associazione tra Pde5i e alfa-bloccanti agli alfa-bloccanti da soli. Il follow-up di tutti i trial è stato in media di 12 settimane. Combinando i risultati dei trial, l’uso dei Pde5i da soli rispetto al placebo è apparso associato – al termine dello studio – a un significativo miglioramento dell’International Index of Erectile Function (Iief) score e dell’International Prostate Symptom Score (Ipss) score ma non del tasso di flusso urinario massimo (Qmax). Rispetto all’alfa-bloccante da solo, l’associazione di Pde5i e alfa-bloccanti a fine studio ha invece dimostrato di migliorare non solo i punteggi Iief e Ipss ma anche il Qmax.Eur Urol, 2012; 61(5):994-1003 (fonte doctornews33)

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Uso degli inibitori della Neuroaminidasi

Posted by fidest press agency su venerdì, 4 dicembre 2009

In una conferenza stampa dei giorni scorsi il dr. Shindo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha ribadito l’importanza dell’uso degli inibitori della Neuroaminidasi Virale, come Oseltamivir (Tamiflu) e Zanamivir (Relenza) quale valido strumento per contenere la diffusione ulteriore della infezione da virus A/H1N1 e ridurre il rischio di complicanze nei soggetti malati. Il trattamento precoce con antivirali (entro le 48 ore dall’inizio dei sintomi) è particolarmente importante nelle persone con patologie croniche sottostanti (sindrome metabolica, bronchite cronica ostruttiva, malattie cardiovascolari croniche, malattie autoimmuni, pazienti con immunosoppressione primitiva o secondaria dovuta a HIV/AIDS, forme mieloproliferative e patologie neoplastiche, bambini sotto i 2 anni di età e donne in gravidanza). L’uso degli antivirali è assolutamente giustificato in tutti i casi di influenza per attenuare i sintomi, ridurre il decorso della malattia, ridurre il rischio di complicanze e limitare la circolazione del virus nella popolazione. A livello mondiale il riscontro di forme virali resistenti al Tamiflu è stato finora limitatissimo. Il pericolo di selezionare forme virali resistenti al Tamiflu non deve essere un elemento che ne pregiudichi l’uso nel nostro paese. Eventuali forme resistenti potrebbero verificarsi in qualsiasi parte del mondo. Se il trattamento precoce con antivirali fosse stato impiegato routinariamente nei mesi scorsi, nelle fasi iniziali della curva epidemica, il picco di tale curva si sarebbe certamente spostata in avanti e avrebbe dato tempo ai vaccini di poter incidere maggiormente nel controllo della epidemia. (Walter Pasini Direttore Centro di Travel Medicine and Global Health)

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A Raltegravir il Premio Galeno 2009

Posted by fidest press agency su venerdì, 30 ottobre 2009

Raltegravir, farmaco antiretrovirale di Merck Sharp & Dohme per il trattamento dell’Hiv, capostipite della classe degli inibitori dell’integrasi, è il vincitore del Premio Galeno 2009, il prestigioso riconoscimento considerato il “Nobel” italiano dei farmaci. La giuria, presieduta dal professor Rodolfo Paoletti, ha indicato raltegravir come “farmaco innovativo dell’anno” per i benefici apportati nella terapia dei pazienti affetti da HIV. Raltegravir è il primo antiretrovirale che abbia mai ottenuto il Premio Galeno, assegnato ogni anno in tre diverse categorie: premio alla carriera, farmaco innovativo e giovane ricercatore.  Con il riconoscimento a raltegravir è stata premiata un’innovazione terapeutica che va nella direzione delle richieste dei pazienti e della comunità scientifica: terapie antiretrovirali che assicurino una vita più lunga e più sana, globalmente migliore grazie alla potenza e alla rapidità d’azione, alla facilità dello schema terapeutico e alla riduzione di effetti collaterali silenti.  In commercio in Italia dal 2008, raltegravir agisce inibendo l’integrasi, l’enzima che, insieme alla trascrittasi inversa e alla proteasi, è essenziale per la riproduzione e la propagazione del virus all’interno delle cellule umane. Farmaco potente, rapido, e con un buon profilo di tollerabilità raltegravir rappresenta oggi un’alternativa per i pazienti che non hanno più opzioni terapeutiche, nei quali riesce ad abbassare la carica virale con una efficacia elevata e senza gli effetti collaterali normalmente correlati alla somministrazione di terapie antiretrovirali.
Oltre 33 milioni di persone in tutto il mondo sono affetti da HIV e AIDS, e si stima che solo nel 2007 siano stati circa 2,7 milioni le nuove infezioni. La maggior parte dei sieropositivi, circa 22 milioni e mezzo, vive nell’Africa sub-Sahariana. In Europa occidentale e centrale vivono circa 760 mila sieropositivi, 1.6 milioni in Europa.  Ogni anno in Italia si registrano oltre 4 mila nuovi casi di infezione da HIV che si aggiungono al bacino degli oltre 100-140.000 sieropositivi, mentre sono circa 20.000 i casi notificati di persone che vivono con una diagnosi di AIDS. ll profilo del paziente con HIV è molto cambiato negli ultimi anni: sempre più spesso sono colpite donne, eterosessuali, quarantenni, non consapevoli di avere avuto comportamenti a rischio. Inevitabilmente queste persone arrivano tardivamente alla diagnosi, e accedono alle terapie in una fase già avanzata di malattia.

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La bpco provoca 4 decessi al minuto

Posted by fidest press agency su sabato, 29 agosto 2009

Svolta nella lotta alla BPCO: dopo anni di ricerche, finalmente messa a punto una nuova classe di farmaci, inibitori della fosfodiesterasi 4 (PDE4), ha dimostrato di ridurre le complicanze polmonari, migliorando significativamente la qualità di vita del paziente. La BPCO è una malattia polmonare cronica, fortemente sottodiagnosticata e sottostimata. A livello mondiale, è responsabile di quattro decessi al minuto e l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) prevede che sarà la terza causa principale di morte entro il 2030. In Italia si calcola vi siano 2.600.000 pazienti con questa malattia. I risultati dei quattro studi sperimentali di fase III con roflumilast, capostipite di questa nuova classe di farmaci, sono risultati di tale rilevanza scientifica da essere pubblicati domani sulla prestigiosa rivista medica The Lancet. Le prove sperimentali di fase III controllati con placebo del roflumilast hanno valutato il trattamento in due studi su 12 mesi e in due studi su sei mesi, che hanno coinvolto 4.500 pazienti in dieci paesi, Italia inclusa. Ed hanno dimostrato che questa molecola ha prodotto una riduzione statisticamente significativa e clinicamente rilevante delle complicanze (crisi respiratorie che devono essere trattate con steroidi sistemici o che comportano il ricovero), anche nei pazienti che stavano già assumendo broncodilatatori. “Il roflumilast nei prossimi anni potrebbe diventare l’unica alternativa completamente nuova per il trattamento della BPCO – afferma Leonardo Fabbri, Professore di Medicina Respiratoria all’Università di Modena e Reggio Emilia e uno fra i principali autori degli studi -. I risultati erano fortemente attesi e mostrano, oltre a confermare i miglioramenti importanti, prolungati e statisticamente significativi della funzionalità polmonare, che il roflumilast ha anche rivelato una tendenza alla riduzione delle complicanze, se somministrato concomitantemente ai broncodilatatori a lunga durata d’ azione per via inalatoria. Ci auguriamo che le autorità europee (EMEA) e statunitensi (FDA), approvino al più presto questa nuova compressa orale a singola somministrazione giornaliera”. Roflumilast è frutto della ricerca Nycomed e Forest Laboratories.

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