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185 persone innocenti negli USA condannate a morte

Posted by fidest press agency su lunedì, 22 febbraio 2021

La pena di morte è ancora in uso in alcuni stati degli Stati Uniti. È particolarmente tragico quando si verificano errori e di conseguenza lo Stato uccide persone innocenti. Secondo un’indagine del Death Penalty Information Center, 185 persone negli Stati Uniti sono state condannate a morte dal 1973, nonostante fossero innocenti. Il rapporto con i numeri spaventosi è stato presentato giovedì a Washington. La polizia e i pubblici ministeri sono responsabili dei motivi più frequenti di errori di valutazione. Anche lo spergiuro e le false dichiarazioni sono spesso problematici. Robert Dunham, direttore del Death Penalty Information Center, ha detto che ci si dovrebbe chiedere se ci si può fidare dello stato per emettere condanne a morte. La Florida è il triste leader delle statistiche: 30 persone sono state condannate a morte lì, ma che sono state successivamente dimostrate innocenti. È seguito dall’Illinois con 21 e dal Texas con 16 innocenti. L’Illinois aveva annullato la pena di morte nel 2011 proprio per questo problema.Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha dichiarato più volte di essere contrario alla pena di morte. La scorsa settimana diversi gruppi per i diritti umani hanno chiesto a Biden di inviare all’ergastolo 49 detenuti condannati ai sensi della legge nazionale. Oltre 1.500 persone sono state giustiziate negli Stati Uniti dagli anni ’70. Per Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, lo studio dimostra come l’infallibilità dei giudici non è che un mito poichè gli uomini sono condannati all’errore, e i giudici, sono uomini. L’errore giudiziario diventa sempre meno un episodio isolato per diventare un fenomeno collettivo, che può minacciare qualsiasi individuo del corpo sociale. La fretta nelle indagini, l’eccessiva fiducia accordata ai testimoni non sempre attendibili, la troppa importanza data alle presunzioni di colpevolezza e agli indizi sono tra i fattori che predispongono all’errore, ai quali va ad aggiungersi la pressione esercitata dall’opinione pubblica che desidera ad ogni costo trovare un colpevole, anche in mancanza di certezze irrefutabili.

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Se sei innocente peggio per te, il fine giustifica i mezzi

Posted by fidest press agency su mercoledì, 12 febbraio 2020

Leggo che per alcuni addetti ai lavori, la media di 1.000 innocenti in custodia cautelare ogni anno rappresentano un dato fisiologico. Non sono per nulla d’accordo, neppure quando questo possa servire a lottare contro qualsiasi tipo di criminalità. Senza contare che un innocente in carcere fa danni enormi alla credibilità della giustizia, perché l’innocente ha parenti e amici e tutti poi perdono fiducia nello Stato di Diritto.Nei miei 28 anni di carcere ho conosciuto tanti detenuti colpevoli di essere innocenti, alcuni pure condannati alla pena dell’ergastolo. Uno di questi, condannato per la strage di Via d’Amelio, dove è morto il giudice Borsellino, grazie alle rivelazioni di un altro pentito che lo scagionava, era stato liberato dal carcere di Spoleto, dopo tanti anni. Mi ricordo che prima di uscire era passato a salutarmi. Sedici anni prima eravamo nella stessa stanza del carcere dell’Asinara (l’Isola del Diavolo, come la chiamavamo noi prigionieri) sottoposti al regime di tortura del 41 bis. L’avevo visto entrare che era un ragazzino, con i capelli neri come il carbone e con il sorriso sempre stampato sulle labbra. E mi ricordo che l’ho visto uscire anziano, senza nessun sorriso e con tutti i capelli bianchi. Ricordo che, sapendo dei miei studi universitari di giurisprudenza, un giorno mi aveva chiesto di fargli una richiesta di permesso premio. Dopo un paio di mesi il magistrato di sorveglianza gli aveva risposto in questo modo: “(…) Si dichiara inammissibile la richiesta perché il detenuto è stato condannato per reati esclusi da qualsiasi beneficio penitenziario se non collabora con la giustizia (…).” Lui venne nella mia cella e mi chiese cosa volessero dire quelle parole ed io gli risposi in maniera semplice, come ormai facevo da anni con tutti gli ergastolani ostativi: “Vuole dire che sei destinato a morire in carcere se non metti in cella un altro al posto tuo.”
Dalla sua espressione del viso notai che forse non aveva capito il concetto e allora glielo spiegai ancora meglio:
“Lo vuoi capire o no? Per uscire devi confessare i reati e fare i nomi di altri e farli condannare, solo facendo arrestare loro potrai uscire tu.”Mi ricordo che per un attimo mi aveva guardato con i suoi occhi da lupo bastonato, poi li aveva abbassati e mi rispose:“Carmelo, io per uscire farei qualsiasi cosa, ma sono innocente e quindi come faccio a confessare un reato che non ho mai commesso?”Incredulo gli replicai: “Abbi pazienza, non è che non ti voglio credere, ma in carcere tutti dicono che sono innocenti.” Lui mi guardò per un lungo istante, quasi con vergogna, poi sbottò: “Carmelo, ma io sono innocente davvero.” Rassegnato, scrollai le spalle e gli risposi: “Mi dispiace, ma non posso fare nulla! Purtroppo se sei innocente è peggio per te.” Mi ricordo che quando ci siamo salutati e abbracciati, gli avevo augurato di tentare di rifarsi una vita, quella poca che la giustizia italiana, seguendo il pensiero filosofico che il fine giustifica i mezzi, gli aveva lasciato. (Carmelo Musumeci)

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Il massacro degli innocenti

Posted by fidest press agency su lunedì, 12 marzo 2018

Le televisioni, le radio, i giornali, srotolano filippiche nazional popolari sulla drammaticità degli eventi che vedono come protagonisti destinati al macero, donne, vecchi e bambini. Accadimenti che ci vengono raccontati come fossero eventi critici partoriti da una società che non può farne a meno, perché sangue integrante della propria tradizione. Eppure anche in questo caso, anche in questo frangente in cui l’animo umano sprofonda nella più indegna delle reazioni, viene da pensare che non è vero che siamo uguali, che siamo alla pari, che uomo e donna sono talmente complementari da fondersi. Assolutamente no. Infatti quando si verificano tragedie così devastanti, è sempre l’uomo a improvvisarsi eliminatore, è sempre la follia maschile a schiantarsi su donne e bambini, è sempre l’animo umano al maschile a fare vittime innocenti della violenza più bieca e definitiva. La donna nell’impazzimento della propria gelosia non sopprime la propria creatura, e se ciò accade sono rare e disgraziate volte. L’uomo nella sua contorta e potente gelosia, che null’altro è che l’ossessione della possessività, disgrega e annienta tutto ciò che ha il valore più grande, la propria famiglia. La donna non giunge mai a uccidere il proprio uomo, la propria figlia, nell’esplosione rabbiosa del proprio fallimento o della propria fiducia tradita, potrebbe arrivare al punto di non ritorno di “tagliartelo” mentre dormi, quello si, ma compiere una strage come fosse la risultanza di un’abitudine, assolutamente no. Se la differenza tra i due sessi è così palesemente contorta e disperante, forse c’è necessità di fare chiarezza e mettere da parte le solite parole d’ordine, con cui licenziare l’evento con qualche lacrima o silenzio di circostanza. Forse è più urgente ridefinire il valore e il significato delle parole, la sostanza che sta alla base della realtà che viviamo, che stiamo vivendo, che stiamo radicalizzando nei confronti della donna. Alla radice di ogni parola spesa male, o peggio, non spesa per niente, per proteggere uno status quo a dir poco criminale. Si tratta per molti versi di in-cultura, per altri ancora di sottocultura, la resistenza di un asse di coordinamento sociale fraudolento che invece sarebbe ora spostare verso posizioni meno ingiuste e violente nei riguardi della donna, di tutte le donne. Quando c’è di mezzo il tentativo neppure tanto celato di rendere inconsistente ciò che è giusto dallo sbagliato, il bene dal male, a seconda del gioco infame delle parti che s’accaparrano attenuanti e giustificazioni, la cultura che sta a radice di ogni possibile verità, è sottaciuta, peggio, relegata nei salotti buoni, dove parlare equivale a fare terreno fertile alle scontate prossime tragedie, soprattutto a fare passare come inevitabili le violenze sui bambini e sulle donne. (Vincenzo Andraous)

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Fermare i conflitti in corso, il terrorismo che uccide gli innocenti e ogni forma di violenza

Posted by fidest press agency su mercoledì, 13 settembre 2017

Osnabrueck PanoramaOsnabrück. Perché a soffrirne sono tutti, ma in modo particolare i poveri e i più deboli della terra. Da Osnabrück, nel cuore di una Germania che seppe riconciliare, 400 anni fa, cattolici e protestanti in guerra, è salito questa sera un forte appello di pace. A presentarlo al mondo, davanti ad un popolo proveniente da tutta Europa, sono stati i leader delle religioni mondiali. Hanno sottoscritto frasi importanti, che dissociano dalla violenza in nome di Dio cristiani, musulmani ed ebrei oltre alle diverse fedi orientali presenti all’incontro internazionale “Strade di Pace”.
Ci sono cattolici insieme a protestanti, imam e rabbini, rappresentanti dell’induismo e del buddismo. Per tre giorni, nella vicina Münster, hanno parlato di come le religioni, strumentalizzate, possono infiammare il mondo. E come, al contrario, possono salvarlo restituendo quell’anima che rischia di perdersi per una globalizzazione “che ha puntato troppo sull’economia e sul mercato” e non sull’uomo.
Sono venuti in tanti qui in Germania da tutta Europa per seguire l’incontro che ogni anno la Comunità di Sant’Egidio promuove nello “spirito di Assisi”, un movimento di dialogo che è nato dopo la grande Giornata mondiale per la Pace voluta da Giovanni Paolo II nel 1986 ed ora cresciuto con la partecipazione di tanti leader religiosi e gente comune in diverse parti del mondo: una rete di credenti in dialogo che ha già dato frutti di pace. Come, 25 anni fa, l’accordo che portò alla fine di un conflitto che aveva fatto un milione di morti, quello in Mozambico. E come è successo, da allora in poi, in altre parti del mondo.
Il giorno dell’inaugurazione la Cancelliera Merkel ha parlato di come l’Europa sia una risorsa per la pace, il grande Imam di Al-Azhar, Al-Tayyeb, ha definito il terrorismo “un trovatello di cui non si conoscono i genitori”. Insieme al presidente del Niger, Mahamadou Issoufou e al presidente dell’Europarlamento Antonio Tajani hanno aperto un convegno che ha visto anche la partecipazione di ambientalisti come Jeffrey Sachs, il cardinale Philippe Ouedraogo, arcivescovo di Ouagadougou, la città africana vittima un mese fa di un secondo grave attentato terroristico, e di tanti altri testimoni di terre che soffrono, come padre Solalinde, che ha parlato del Messico stretto fra il narcotraffico e il dramma dei migranti respinti. C’era anche il cardinale di Bangui, Dieudonné Nzaplainga, attore di pace nella martoriata Repubblica Centrafrica.
Nella cerimonia finale il fondatore di Sant’Egidio Andrea Riccardi ha invitato tutti a “non rassegnarsi” di fronte alla violenza e a “non accettare l’indifferenza” nei confronti del “dolore degli altri”. Occorre essere “artigiani di pace”. L’arcivescovo armeno cattolico di Aleppo, Boutros Marayati, ha portato nella piazza di Osnabruck piena di folla “il grido di donne, uomini e bambini” della sua città che attendono di ricominciare finalmente “una nuova vita nel perdono e della riconciliazione”. Hanno tutti sottoscritto un forte appello per aprire con urgenza nuove “strade di pace” e lo hanno consegnato ad un gruppo di bambini originari dei diversi continenti che, in una commovente processione, li hanno a loro volta affidati ai rappresentanti della politica e delle istituzioni presenti: “Il mondo ha bisogno di pace come del pane”, si legge nell’appello, “la globalizzazione è riuscita a riunire l’economia ma non i cuori”, per le religioni è venuto il momento di essere “più audaci”, di guardare al di là dei propri orizzonti e di invitare chi fa la guerra a fermarsi, di avere pietà di chi soffre.
I “pellegrini di pace” delle diverse religioni hanno promesso di allargare la loro rete per prevenire i conflitti e coinvolgere tanti in questo impegno di dialogo e di incontro. Ed già in calendario il nuovo appuntamento: a Bologna, il prossimo anno, invitati dall’arcivescovo Matteo Zuppi, per la prossima edizione della Preghiera per la Pace secondo lo “spirito di Assisi”.

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Se sei innocente peggio per te

Posted by fidest press agency su giovedì, 5 gennaio 2012

Asinara Island, view from Stintino beach

Image via Wikipedia

Il racconto del pentito Spatuzza: ecco come preparammo l’auto con il tritolo (…) Via d’Amelio, così abbiamo ucciso Borsellino. E tornano in libertà gli ergastolani condannati nel vecchio processo. (Fonte: La Repubblica, ottobre 2011). Uno di questi ergastolani, Cosimo, condannato per quella strage è uscito dal carcere di Spoleto.
Prima di uscire è passato a salutarmi. Sedici anni fa eravamo nella stessa stanza del carcere dell’Asinara (l’Isola del Diavolo, come la chiamavamo noi prigionieri) sottoposti al regime di tortura del 41 bis. L’avevo visto entrare che era un ragazzino, con i capelli neri come il carbone e con il sorriso sempre stampato sulle labbra.
E l’ho visto uscire l’altro giorno anziano, senza nessun sorriso e con tutti i capelli bianchi.
Cosimo un paio di anni fa, sapendo dei miei studi universitari di giurisprudenza, mi chiese di fargli una richiesta di permesso premio.
Dopo un paio di mesi il magistrato di sorveglianza gli rispose in questo modo:
-(…) Si dichiara inammissibile la richiesta perché il detenuto è stato condannato per reati esclusi da qualsiasi beneficio penitenziario se non collabora con la giustizia (…).
Cosimo mi venne a trovare nella mia cella e mi chiese cosa volevano dire quelle parole, ed io gli risposi in maniera semplice come ormai faccio da anni con tutti gli ergastolani ostativi:
-Vuole dire che sei destinato a morire in carcere se non metti in cella un altro al posto tuo.
Dalla sua espressione del viso notai che forse non aveva capito il concetto e allora glielo spiegai ancora meglio:
-Lo vuoi capire o no? Per uscire devi confessare i reati e fare i nomi di altri e farli condannare, solo facendo arrestare loro potrai uscire tu.
Cosimo per un attimo mi guardò con i suoi occhi da lupo bastonato, poi li abbassò e mi rispose:
-Carmelo, io per uscire farei qualsiasi cosa, ma sono innocente e quindi come faccio a confessare un reato che non ho mai commesso?
Incredulo gli replicai:
-Abbi pazienza, non è che non ti voglio credere, ma in carcere tutti dicono che sono innocenti.
Cosimo mi guardò per un lungo istante quasi con vergogna, poi sbottò:
-Carmelo, ma io sono innocente davvero.
Rassegnato scrollai le spalle e gli risposi:
-Mi dispiace Cosimo, ma non posso fare nulla! Purtroppo se sei innocente è peggio per te.
L’altro giorno quando ci siamo salutati e abbracciati, gli ho augurato di rifarsi una vita, quella poca che lo Stato italiano e le sue medievali leggi gli hanno lasciato ancora da vivere. (Carmelo Musumeci Carcere Spoleto)

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Le “confusioni” del cavaliere

Posted by fidest press agency su sabato, 7 Maggio 2011

Lettera al direttore. Tutti a posto con la propria coscienza: ci muoviamo in una risoluzione Onu, e quindi se l’Onu ci autorizza a compiere nefandezze, la responsabilità non è nostra, è dell’Onu. E così possiamo tranquillamente sganciare bombe su Tripoli. Rischio di ammazzare innocenti? Sì, ma lo abbiamo fatto per salvare altri innocenti. Ma è lecito uccidere innocenti per salvare altri innocenti? Certo, purché si resti nella risoluzione Onu. Ma l’Onu allora è un po’ come Dio? Suppergiù, se ci fa sentire a posto con la coscienza. E così il Capo dello Stato approva le bombe, e anche Bersani approva le bombe, anche se sa che la bombe, per dirla alla sua maniera, non sono mica noccioline. Il Cavaliere, invece, semplicemente deve aver fatto un po’ di confusione: voleva fare gentile omaggio all’amico Gheddafi, ed ha scambiato il Bunga bunga con le bombe bombe. (Francesca Ribeiro)

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Sarah Palin fra parole ed azioni

Posted by fidest press agency su martedì, 18 gennaio 2011

Rispondendo alle accuse di un legame fra la sua retorica e il tragico evento avvenuto in Arizona Sarah Palin ha dichiarato che quando lei dice “alle armi” vuole dire “i nostri voti” e non le armi da fuoco. L’arma da fuoco è però stata responsabile per la morte di sei persone innocenti e per ferire gravemente la parlamentare democratica  Gabrielle Giffords dell’Arizona.  Non sono le parole che uccidono dunque ma qualcos’altro. In questo caso specifico sembra che l’accusato, Jared Loughner,  soffrisse di problemi mentali. Ciò non toglie che  le parole di leader politici o religiosi non influiscano e possano condurre all’azione. Certamente le parole pacifiche di Gesù Cristo, Gandhi, Martin Luther King Jr. hanno avuto un forte impatto positivo spingendo non pochi a fare il bene per la nostra società. Bisognerebbe accettare  dunque il principio contrario. Coloro i quali parlano anche se in modo retorico con un linguaggio bellicoso possono anche loro avere un’influenza negativa.  Non c’è dubbio che la retorica politica in America negli ultimi due anni  è diventata tossica e persino bellicosa come si vede dagli inizi della campagna di Sarah Palin a candidato di vicepresidente nel 2008. Gli attacchi di Palin al suo avversario democratico Barack Obama riflettono questa bellicosità. In uno di questi  interventi la Palin aveva dichiarato che Obama era “amico dei terroristi”. Alcuni dei sostenitori di Palin si sono presentati ai comizi gridando “terrorista,  uccidiamolo” riferendosi a Obama. Il servizio segreto americano  notò subito che gli attacchi bellicosi retorici di Palin contro Obama avevano aumentato notevolmente le minacce contro il candidato democratico e la sua famiglia. La bellicosità retorica di Palin non si spense  con la sua sconfitta nel 2008. Dopo essersi dimessa da governatrice dello Stato dell’Alaska la Palin si è mantenuta come figura di primo piano continuando sulla stessa linea “militaristica”. Per aiutare i candidati  repubblicani a sconfiggere i loro avversari democratici nelle elezioni di midterm la Palin aveva annunciato “niente ritirata, ricarichiamo le armi”. Fino a qualche giorno prima della tragedia in Arizona il sito internet della Palin includeva una mappa con venti distretti parlamentari in bilico, incluso quello di Giffords, nella quale si  incoraggiava il tiro al bersaglio per eliminarli.  Come la Palin ha spiegato recentemente si trattava di messaggi che dovevano spingere all’azione del voto ma il linguaggio bellicoso avrà sempre qualche impatto nella mente di alcuni. Oltre alla Palin il linguaggio bellicoso di Michele Bachmann,  parlamentare repubblicana del Minnesota, si aggiunge alla retorica tossica. La Bachmann ha detto che voleva persone “armate e pericolose” per combattere il “marxismo economico” di Obama. La Bachmann è andata oltre citando Thomas Jefferson che “di tanto in tanto ci vuole una rivoluzione”.
Jesse Kelly, l’avversario di Giffords nelle elezioni  di midterm, aveva anche lui promosso un linguaggio militaristico per sconfiggere la sua avversaria. In uno dei più potenti messaggi chiese aiuto ai suoi sostenitori dicendo “di eliminare  Gabrielle Giffords dal suo incarico”. “Venite a sparare un M16 automatico con Jesse Kelly”. Alla retorica bellicosa dei politici bisogna aggiungere anche quella dei media. Glen Beck, conduttore televisivo della Fox News, ha detto in uno dei suoi programmi, che la riforma sanitaria dell’anno scorso andava vista come un atto terroristico  simile a quelli dell’undici settembre e bisognava agire “prima che l’aereo colpisse la torre”. Questa retorica bellicosa aveva già causato grattacapi alla parlamentare Giffords prima del recente attacco. Le vetrine del suo ufficio erano state vandalizzate nel mese di marzo del 2010 subito dopo l’approvazione della riforma sanitaria per la quale la Giffords aveva votato a favore.
Le minacce in questo clima tossico sono aumentate notevolmente del 300% contro i parlamentari, sia democratici che republicani, solo nei primi  mesi del 2010 e del 400% contro la Casa Bianca dal gennaio del 2009. Alcuni membri della sinistra hanno cercato di legare la tragedia dell’Arizona  ai messaggi bellicosi del Partito Repubblicano e soprattutto del Tea Party.  Il solo nome di questo gruppo naturalmente echeggia la ribellione. Difficile provarlo in parte perché sfortunatamente stragi di questo tipo non sono tanto rare e sono dovute principalmente alla facile disponibilità di armi da fuoco. Ciò è particolarmente vero in Arizona. Inspiegabile come l’accusato, un giovane di 22 anni, avesse bisogno di una pistola automatica. La Giffords in questo momento sta lottando per la sua vita e i medici sono cautamente ottimisti che ce la farà. È anche un momento per riflettere e non per limitare la libertà di espressione. Ma come ha detto un senatore repubblicano, che non volle essere identificato, alla rivista online Politico “bisogna smetterla con la retorica di violenza ed odio che è esplosa negli ultimi due anni”.(Domenico Maceri)

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