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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 259

Posts Tagged ‘insicurezza’

La situazione di insicurezza in Burkina Faso costringe migliaia di rifugiati maliani alla fuga

Posted by fidest press agency su giovedì, 9 aprile 2020

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, esprime nuovamente apprensione per la crescente insicurezza in Burkina Faso, che, ogni giorno, costringe migliaia di persone alla fuga.Per effetto delle violenze scoppiate in tutta la regione del Sahel, a partire da gennaio 2019 il Burkina Faso ha registrato la fuga di oltre 838.000 persone – una cifra che, giorno dopo giorno, non fa che aumentare.La diffusione del COVID-19 ha introdotto un nuovo fattore di insicurezza nella già instabile situazione.Inoltre, gli attacchi dei militanti hanno colpito circa 25.000 rifugiati maliani, che vivevano presso campi in aree remote a ridosso del confine tra Burkina Faso e Mali. La maggior parte di questi ora ha preso la decisione di fare ritorno a casa, nonostante le condizioni di insicurezza vigenti anche in quelle aree, ritenendo che tale scelta rappresenti il minore tra i due mali. In seguito ad attacchi e ultimatum imposti da parte di gruppi armati, che hanno costretto i rifugiati a fuggire per mettersi in salvo, il campo di Goudoubo, che di recente era arrivato ad accogliere 9.000 persone, di fatto ora risulta essere svuotato.In seguito alla chiusura delle scuole, dell’ambulatorio e del posto di guardia del campo, circa la metà degli ospiti, direttasi verso le regioni di Gao, Mopti e Timbuctu in Mali, ha riferito come insicurezza e aggressioni armate abbiano costituito le ragioni che li hanno costretti a fuggire senza avere altra opzione se non quella di fare ritorno.La restante metà si è trasferita in altre località all’interno del Burkina Faso. Circa 2.500 rifugiati hanno raggiunto i numerosi sfollati burkinabé presenti nella città di Dori, in cui la popolazione vive in condizioni disperate e necessita con urgenza di alloggi, acqua e servizi sanitari. Attacchi sferrati nell’area circostante il campo hanno costretto alla fuga anche una parte di abitanti del villaggio di Goudoubo.La situazione di insicurezza ha ora travolto tutte le 13 regioni del Burkina Faso. La settimana scorsa, nel corso di una serie di attacchi, almeno 32 persone sono state uccise e moltissime altre sono rimaste ferite.Le violenze, inoltre, a novembre 2019 hanno costretto l’UNHCR a ricollocare il proprio personale fuori dal campo profughi di Mentao, vicino a Djibo. Da allora, l’accesso a oltre 6.000 rifugiati è potuto avvenire solo sporadicamente e le loro condizioni di vita sono andate peggiorando. Molti rifugiati accolti nel campo, inoltre, hanno riferito l’intenzione di fare ritorno in Mali una volta allentate le restrizioni dovute alla diffusione del COVID-19.Tuttavia, l’instabilità della situazione in Mali non permette a molti di fare ritorno alle proprie terre di origine. Le condizioni di insicurezza permangono e, nell’ambito della risposta al COVID-19, le autorità hanno imposto il coprifuoco, misura che ha alimentato le preoccupazioni in relazione alla sicurezza e alla salute tra le categorie vulnerabili. L’UNHCR lavora sul campo con le autorità e con i partner, assicurando che i rifugiati di ritorno ricevano alloggio, beni di prima necessità e assistenza in denaro per soddisfare le esigenze iniziali. L’UNHCR, inoltre, sta fornendo alle autorità i dispositivi sanitari e igienici necessari nell’ambito della risposta alla pandemia da COVID-19.

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Nigeria: Ora vi è insicurezza in tutto il Paese

Posted by fidest press agency su lunedì, 3 febbraio 2020

«In passato, i problemi legati alla sicurezza erano limitati al nord-est della Nigeria. Ora vi è insicurezza in tutto il Paese». Così dichiara, in un’intervista ad Aiuto alla Chiesa che Soffre, monsignor Augustine Akubeze, arcivescovo di Benin City e presidente della Conferenza episcopale della Nigeria. Il presule denuncia una insicurezza senza precedenti, «se non durante la guerra civile», che grava in particolar modo sui cristiani, come conferma il recente rapimento di quattro seminaristi a Kaduna, uno dei quali è stato rilasciato. «La notizia del sequestro ci ha riempito di tristezza», afferma il presule ricordando tuttavia che non si tratta di una novità per la locale comunità cattolica. «Molti sacerdoti e religiosi sono stati rapiti recentemente!». Riguardo al seminarista rilasciato, monsignor Akubeze informa che sta ricevendo cure mediche. Il presidente della Conferenza episcopale aggiunge che quasi tutti i seminari della Nigeria hanno mura di protezione, ma che «purtroppo però non sono sufficienti a fermare gli attacchi di Boko Haram». Non tutte le strutture hanno invece telecamere di sicurezza. «Se tutti i seminari, i monasteri e i conventi che ospitano religiosi disponessero di telecamere, sarebbe utile perlomeno per catturare alcuni terroristi». Ma purtroppo le risorse della Chiesa sono limitate e le parrocchie sono perfino costrette a pagare per avere la protezione della polizia durante le messe domenicali. Il presule ricorda anche il recente omicidio di Lawan Andima, membro dell’Associazione cristiani in Nigeria (CAN) decapitato da Boko Haram, e si domanda perché il presidente nigeriano Muhammad Buhari abbia ha recentemente dichiarato di essere scioccato dalle numerosi uccisioni che avvengono in Nigeria, soprattutto a danno dei cristiani. «Molti nigeriani si chiedono se il presidente viva in un universo parallelo. Come può essere sorpreso? Dopo che alcuni di noi hanno partecipato a numerose sepolture di massa di cristiani uccisi da Boko Haram?».Monsignor Akubeze si sofferma inoltre sulla composizione del governo guidato da Buhari, appartenenti alla stessa estrazione etnica hausa-fulani del presidente. «Il 95 percento di loro sono musulmani, in un Paese in cui vi sono circa il 50 percento di cristiani. Chi dovrebbe assicurare la nostra sicurezza appartiene ad una setta di una religione, ad un solo gruppo etnico, in una nazione multi-religiosa e multietnica!». L’appartenenza etnica del presidente getta ombre anche sulla totale passività con cui il governo sta affrontato l’emergenza rappresentata dalle violenze dei pastori islamisti fulani. Pur specificando che non vi sono prove certe di un supporto governativo ai fulani, l’arcivescovo di Benin City sottolinea come «la mancanza di azioni penali significative nei loro confronti alimenta ulteriormente la convinzione che essi godano del sostegno del governo federale».Di fronte ad una grave mancanza di sicurezza e all’aumento di attacchi anticristiani, monsignor Akubeze rivolge tramite ACS un accorato appello ai governi e ai media occidentali. «Raccontate le atrocità che avvengono in Nigeria. In questo modo il nostro governo potrebbe sentirsi sotto pressione ed agire. La nostra speranza è che le nazioni dell’Unione europea e gli Stati Uniti sentano l’obbligo morale di proteggere le vite dei cristiani e di tutti i nigeriani che vengono costantemente attaccati e uccisi da Boko Haram e dai pastori fulani».

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Crisi climatiche e insicurezza alimentare

Posted by fidest press agency su giovedì, 5 dicembre 2019

Almeno 33 milioni di persone in Africa orientale e meridionale, tra cui più di 16 milioni di bambini, sarebbero vittime dell’insicurezza alimentare causata dalle crisi climatiche, che in alcuni casi possono portare fino a una vera propria emergenza fame. Più di 1200 persone hanno perso la vita a causa di cicloni, inondazioni e frane in Mozambico, Somalia, Kenya, Sudan e Malawi nel 2019; in Africa meridionale, inoltre, negli ultimi 50 anni le temperature si sono alzate del doppio rispetto alla media globale, con molti Paesi che sono stati colpiti da crisi multiple, come il Mozambico che quest’anno ha sperimentato due forti cicloni nella stessa stagione per la prima volta nella storia.
Questi alcuni dati evidenziati da Save the Children, l’Organizzazione internazionale che da 100 anni lotta per salvare i bambini a rischio e garantire loro un futuro, a pochi giorni dall’inizio della 25a Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP 25). L’Organizzazione chiede ai leader mondiali di impegnarsi per incrementare gli sforzi per ridurre l’impatto della crisi climatica che colpisce in particolar modo i bambini, sia in Africa orientale e meridionale che a livello globale.Un recente rapporto del panel intergovernativo delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (IPCC) mostra come il cambiamento climatico stia contribuendo ad aumentare le temperature nella regione e come le temperature elevate stiano aggravando le conseguenze della siccità e delle inondazioni. Crisi climatiche che decimano i mezzi di sussistenza, lasciando le famiglie alla disperata ricerca di cibo esponendole al rischio di malnutrizione acuta, una condizione pericolosa per la vita che richiede un trattamento urgente. In quasi il 90% dei casi, inoltre, sono proprio i bambini ad essere i più colpiti da malattie attribuibili anche ai cambiamenti climatici come la malaria e la dengue.
A tutto ciò si aggiungono gli spostamenti di massa della popolazione che hanno creato ulteriori rischi di sfruttamento, separazione dalle proprie famiglie o abbandono scolastico per i bambini. Alla fine di giugno 2019, i nuovi sfollati per via di calamità legate ai cambiamenti climatici erano oltre 1 milione. Per oltre la metà dei casi, gli sfollamenti sono stati dovuti alle conseguenze del ciclone Idai, che ha colpito il Mozambico, lo Zimbabwe e il Malawi nel marzo 2019, ed è stato seguito sei settimane dopo dal ciclone Kenneth. Cicloni che sono stati i più forti mai verificatisi nel continente africano
Di fronte a questo scenario, Save the Children chiede alla comunità internazionale di incrementare gli sforzi per affrontare la crisi climatica e il suo impatto sui bambini di tutto il mondo. In particolare, l’Organizzazione esorta i leader mondiali ad impegnarsi a raggiungere gli Obiettivi di sviluppo sostenibile, approvati dalle Nazioni Unite con l’Agenda 2030, e a garantire i diritti di tutti i bambini come sancito dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia.Inoltre, sottolinea l’Organizzazione, la comunità internazionale deve lavorare con i governi dell’Africa orientale e meridionale e di tutto il mondo per sostenere lo sviluppo e l’attuazione di piani d’azione nazionali sui cambiamenti climatici.

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L’insicurezza ostacola l’accesso alle popolazioni sfollate nel nordest del Burkina Faso

Posted by fidest press agency su mercoledì, 27 novembre 2019

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, e i suoi partner stanno incontrando serie difficoltà nell’accedere alle popolazioni rifugiate e sfollate in Burkina Faso a causa dell’insicurezza che attanaglia le regioni nordorientali del Paese.Mentre il numero di sfollati è ormai arrivato a quasi 500.000, la recente recrudescenza di attacchi violenti perpetrati dai militanti nei confronti di militari e civili stanno costringendo alla fuga altre migliaia di persone per salvarsi. Sono circa 300.000 le persone che sono dovute fuggire solo negli ultimi quattro mesi. Il numero di sfollati potrebbe arrivare a 650.000 entro la fine dell’anno.Le persone in fuga dalle violenze riferiscono di attacchi nei villaggi perpetrati da estremisti che spesso reclutano con la forza i cittadini maschi sotto la minaccia delle armi, uccidendo quanti oppongono resistenza. I militanti, inoltre, hanno fatto razzìa di bestiame e altri possedimenti. Terrorizzati dagli attacchi, i residenti sono fuggiti, molti cercando rifugio a Dori – un paese di circa 20.000 abitanti vicino al confine col Mali e col Niger.L’UNHCR rimane molto preoccupata per l’incolumità e le condizioni di sicurezza dei residenti e dei 26.000 rifugiati maliani colpiti dai recenti attacchi violenti perpetrati dai militanti nella regione burkinabè del Sahel.La sorte di coloro che vivono a ridosso del confine nordorientale nella città di Djibo – compresi i circa 7.000 rifugiati del campo di Mentao – costituisce particolare motivo di apprensione. Le vie di accesso sono chiuse da inizio novembre in seguito a una serie di attacchi a opera dei militanti. Gli aggressori hanno assassinato il sindaco, distrutto le case e gettato nel caos la vita quotidiana.All’interno del campo di Mentao i rifugiati vivono nella paura. Tutte le scuole sono state chiuse e l’accesso umanitario al campo è divenuto sempre più problematico, ostacolando seriamente la distribuzione degli aiuti, comprese le scorte alimentari. L’UNHCR si è vista costretta a trasferire temporaneamente il proprio personale da Djibo per lavorare a distanza.L’UNHCR collabora coi propri partner per fornire aiuti a coloro che si trovano ancora a Djibo e per assicurare assistenza anche ai cittadini e ai rifugiati che sono giunti a Dori, Bobo Dioulasso e Ouagadougou.Le famiglie sfollate hanno disperato bisogno di ricevere alloggio, acqua potabile e cibo. Molte dormono all’aperto, dal momento che prendere in affitto dai residenti le piccole abitazioni in muratura rappresenta una spesa non sostenibile. L’UNHCR sta distribuendo tende speciali – conosciute come unità abitative per rifugiati (Refugee Housing Units/RHU) – dotate di maggiore ventilazione, porta con serratura e un piccolo pannello solare sul tetto che permette di illuminare l’interno o ricaricare le batterie dei telefoni.Si stima che, attualmente, solo il 10 per cento delle necessità di alloggio delle persone sfollate in Burkina Faso sia soddisfatta. L’UNHCR sta intensificando il proprio intervento al fine di acquistare con urgenza ulteriori alloggi, oltre alle 3.335 unità già distribuite e alle 1.880 attualmente in fase di costruzione sia nel Sahel sia nelle regioni centrosettentrionali. Per le comunità locali e per quanti sono costretti alla fuga, l’accesso ai documenti di identità è essenziale per potersi vedere garantita libertà di movimento. Per gli sfollati interni, l’UNHCR ha facilitato e finanziato il rilascio di carte d’identità, nonché di certificati di nascita e di altri documenti necessari per dimostrare l’identità, circolare liberamente o richiedere assistenza.L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati chiede maggiori sforzi volti a garantire la sicurezza della popolazione civile e l’accesso umanitario a tutte le persone colpite nella regione. A settembre di quest’anno, Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger hanno adottato le “Conclusioni di Bamako” riaffermando il loro impegno per proteggere i civili. Attualmente, tutte le 13 regioni del Burkina Faso accolgono persone in fuga dalle violenze. La regione del Centro-Nord accoglie il numero più esteso – oltre 196.000 persone nella sola provincia di Sanmatenga – seguita dalla regione del Sahel – con quasi 133.000 persone nella provincia di Soum.

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Burkina Faso: la perdurante situazione di insicurezza ostacola gli aiuti umanitari

Posted by fidest press agency su domenica, 17 marzo 2019

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, esprime viva apprensione per la perdurante situazione di insicurezza, specialmente nella regione settentrionale del Burkina Faso, che colpisce i civili, fra i quali sfollati interni e rifugiati.Dal 2015, il Burkina Faso è teatro di una crescente situazione di insicurezza, segnata da una serie di attacchi di inaudita gravità nella capitale Ouagadougou e dal moltiplicarsi delle rivolte nelle regioni settentrionali e orientali del Paese.Nonostante le misure di sicurezza e il dispiegamento di forze militari, alcune parti del Paese hanno assistito a un incremento vertiginoso delle violenze a partire dal 2018. Tali violenze, che sempre più prendono di mira anche gli operatori umanitari, riducono la capacità della comunità internazionale di assicurare assistenza cruciale nelle aree colpite. In seguito agli incidenti più recenti, vi sono ora oltre 115.000 sfollati interni, mentre più di 11.000 persone sono state costrette a fuggire dal Burkina Faso per cercare rifugio nei Paesi confinanti. Le violenze hanno inoltre seriamente ostacolato l’accesso della popolazione sfollata nel Burkina Faso agli aiuti umanitari.L’UNHCR teme che altri civili possano divenire vittime di ulteriori violenze e, insieme ad altri partner umanitari, chiede che siano assicurati la loro sicurezza e il rispetto della neutralità degli operatori umanitari, al fine di poter assistere ininterrottamente quanti necessitano di protezione.Oltre il 90 per cento degli sfollati interni sono accolti da comunità locali. Circa il 70 per cento si trova nella regione del Sahel, di cui il 30 per cento nella sola città di Djibo. L’UNHCR è presente con due uffici nel Sahel, uno a Djibo e l’altro a Dori.Il Burkina Faso attualmente accoglie circa 25.000 rifugiati provenienti dal Mali, anch’essi colpiti dal conflitto. Le violenze hanno limitato le nostre possibilità di accesso a migliaia di rifugiati insediati fuori dai campi nelle province di Soum e Oudalan nella regione del Sahel, in prossimità del confine con il Mali. L’UNHCR esorta i rifugiati presenti in queste aree a spostarsi verso campi in cui l’Agenzia e i partner potranno assicurare loro protezione e l’accesso ai servizi sociali di base. Tuttavia, è necessario raccogliere ulteriori fondi. Nel 2018, solo il 26 per cento dei 27,3 milioni di dollari USA necessari per il Burkina Faso è stato finanziato.
8.500 dei 10.000 burkinabé fuggiti in Mali vivono ora a Gossi, Timbuktu, N’Tilit e Gao, aree anch’esse segnate da instabilità. Si ritiene che solo quest’anno circa 3.000 rifugiati siano fuggiti in Mali. L’UNHCR, attualmente, sta registrando e assistendo questi nuovi arrivati.Circa 300 persone, inoltre, si sono recate in Ghana, dopo essere state costrette a fuggire dalla regione settentrionale del Burkina Faso, in seguito al conflitto fra capitribù scoppiato a Zoaga.

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Yemen: 18,5 milioni di persone vivono in condizioni di insicurezza alimentare

Posted by fidest press agency su sabato, 20 ottobre 2018

“Milioni di bambini e famiglie disperati in Yemen potrebbero presto rimanere senza cibo, acqua pulita o servizi igienico sanitari a causa della profonda crisi economica e delle violenze incessanti al porto della città di Hudaydah. La confluenza di questi due fattori è probabile renda la terribile realtà che i bambini e le famiglie stanno affrontando ancora peggiore mentre sempre più persone stanche della guerra si trovano a dover affrontare una prospettiva reale di morte e malattie. Il prezzo di cibo, carburante e risorse idriche è arrivato alle stelle dato che la valuta della moneta nazionale è precipitata.I servizi idrici e di trattamento delle acque reflue rischiano di collassare per l’elevata crescita del prezzo del carburante – questo significa che molti di quegli stessi bambini e famiglie potrebbero rimanere senza accesso ad acqua sicura e servizi igienico sanitari. A sua volta, tutto questo potrebbe comportare epidemie di malattie e un incremento della malnutrizione – questi due fattori combinati all’insicurezza alimentare fanno crescere il rischio di una carestia. Si stima che altri 1,2 milioni di persone presto saranno in grave bisogno di assistenza idrica di base e di servizi igienico sanitari. Questo numero probabilmente crescerà nei prossimi giorni.Le famiglie che non possono più permettersi alimenti di base potrebbero presto aggiungersi ai 18,5 milioni di persone che già vivono in condizioni di insicurezza alimentare – un numero destinato ad aumentare di 3,5 milioni, compresi circa 1,8 milioni di bambini.
Queste condizioni, già di per sé devastanti, sono aggravate dalla situazione ad Hudaydah dove le violenze minacciano di uccidere i bambini e interrompere la catena di approvvigionamento di base di carburante e degli aiuti umanitari che sostengono 28 milioni di Yemeniti. Se il porto sarà attaccato, danneggiato o bloccato, si stima che altri 4 milioni di bambini nel paese vivranno in condizioni di insicurezza alimentare.L’unico modo per interrompere l’incubo dello Yemen è di ristabilire la pace attraverso esaustive politiche di risoluzione. Fino ad allora, l’UNICEF continuerà a chiedere alle parti in conflitto e a tutti coloro che possono esercitare un’influenza di rispettare gli obblighi legali a porre fine agli attacchi contro le infrastrutture civili – compreso il porto di Hudaydah – e a garantire un accesso sicuro, incondizionato e costante a tutti i bambini che hanno bisogno di aiuto in Yemen”.

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Sicurezza percepita, insicurezza reale

Posted by fidest press agency su sabato, 3 marzo 2018

Il progetto di razionalizzazione del dispositivo territoriale imposto da una politica miope e messo in atto dai Vertici delle Forze di polizia a carattere generale ha comportato, da quasi un ventennio, una revisione complessiva dei livelli di forza organica ed una riconfigurazione organica anche della componente “pronto intervento”. Un fatto che ha preoccupato molto anche la Rappresentanza Militare proprio perché veniva a mancare, o comunque si stava compromettendo la vera “missione” che ispira qualunque Carabiniere. Il CoCeR Carabinieri ma anche i sindacati della Polizia di Stato si sono da subito espressi in maniera contraria in merito al riassorbimento di unità e mezzi necessari, più che mai, per le crescenti esigenze operative, per l’evoluzione demografica e delle realtà sociali.L’indirizzo politico sembra non voler cambiare. L’azione di contrasto esercitata, il servizio di prevenzione ormai, sembra prescindere dalla presenza dell’uomo “operatore di sicurezza” sul territorio. La politica, le istituzioni, ritengono che le telecamere ed il controllo della “rete” ormai possono sostituire completamente il vecchio modello di “polizia di prossimità”.Oggi sono solo un ricordo gli obiettivi programmati per una maggiore proiezione esterna, per la necessaria prevenzione. Tutto quello che era stato insegnato in termini di “rapidità e gestione dell’intervento”, sembra consegnato definitivamente ai libri di storia. Con buona pace dell’aspettativa di sicurezza dell’utente le cui ragioni non trovano più spazio neanche sulla stampa “rassegnata/addomesticata”.Le forze dell’Ordine, così come sono state riorganizzate, ormai, si occupano principalmente di analisi dell’attività operativa, dell’azione di contrasto con lo scopo ultimo di riuscire a “razionalizzare”, studiando, programmando e mettendo in atto misure per conseguire migliori risultati purchè ciò non comporti l’impiego dell’Operatore, del Carabiniere o del poliziotto sul territorio. Un arretramento che ha sempre più il sapore o che viene avvertito come una sorta di “abbandono”.La campagna elettorale mette a nudo in questi giorni, quei candidati che continuano a riferirsi, come valore-guida, alla “sicurezza percepita”. Un termine soggettivo che sembra creato ad arte, che ciascuno interpreta come meglio crede. Nessuno parla più di “controllo e di livello di sicurezza reale del territorio”.Sembrano tutti rassegnati che la “sicurezza percepita dal territorio” sia il nuovo modello di riferimento; il metodo più corretto di valutazione per capire come stanno realmente le cose. Basta ascoltare con orecchio critico qualunque telegiornale per capire che la realtà sulla giustizia e sulla sicurezza del territorio è molto diversa, non è quella che ci viene commentata dai vertici istituzionali e rimbalzata dai telegiornali. Non è quella che sarebbe commentata dai diretti interessati: i poliziotti ed i carabinieri chiamati ad operare direttamente “sul campo”, sempre più inermi, vittime sacrificate in nome di una “politica miope”, quella sulla sicurezza, che sembra non riguardarci… finchè non ci tocca personalmente. Ma, in questo caso, ormai, è già tardi.E’ necessario promuovere iniziative per invertire questa tendenza ricercando maggiori investimenti sulla sicurezza, per una maggiore presenza e certezza del diritto.Lo dobbiamo a noi stessi. Lo dobbiamo ai nostri giovani.

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A Obama serve il “New Deal” di Roosevelt

Posted by fidest press agency su venerdì, 7 agosto 2009

Anche se successivamente si è personalmente corretto, il presidente Barack Obama è stato un po’ imprudente a dichiarare che “siamo all’inizio della fine della crisi”. Certo è che i suoi consiglieri lo hanno spinto a rassicurare l’elettorato che, colpito dalla disoccupazione e dalla insicurezza sociale,  sta perdendo fiducia nel suo presidente.  Si è sempre paragonato l’attuale crisi finanziaria ed economica globale con la Grande Depressione del 1929-33. Se analizzassimo sinteticamente quello che è stato fatto nei mesi passati con gli interventi messi in campo dal presidente Franklin Delano Roosevelt subito dopo il suo insediamento alla Casa Bianca nel marzo del 1933, vedremmo che c’è ancora molta strada da fare per rimettere la nave dell’economia americana sulla giusta rotta.  Roosevelt lanciò subito il famoso “New Deal”, un pacchetto di programmi economici per realizzare le “tre R”, Relief (assistenza per i disoccupati), Reform (del sistema bancario) e Recovery (ripresa dell’economia produttiva). L’economia americana annaspava con il 25% di disoccupazione, un crollo dei prezzi del 50%, con fallimenti di industrie e di famiglie con mutui impagabili.   Realizzò la riforma della Emergency Banking Act e, dopo aver chiuso per alcuni giorni l’intero sistema bancario, lo rimise in moto sottoponendolo ad una sorta di riorganizzazione per bancarotta. Con la legge Glass-Steagall  stabilì una rigorosa separazione delle banche commerciali da quelle di investimento per “porre fine alle speculazione fatta con i soldi degli altri”. E introdusse una “rigorosa supervisione sulle operazioni bancarie, sui crediti e sugli investimenti”. Per affrontare di petto la speculazione e “il nuovo dispotismo di Wall Street”, favorì la creazione della cosiddetta “Commissione Pecora” (dal nome del PM italo americano di New York Ferdinand Pecora, uno tra i più stretti collaboratori di Roosevelt) che sfidò le lobby della finanza cominciando dal suo numero uno, J.P. Morgan.   Nel contempo iniziò subito la “guerra contro la Depressione” rimettendo in moto l’economia reale e l’occupazione. Fu lanciato la Public Work Administration (l’agenzia per i lavori pubblici) che con un fondo di partenza di 3,3 miliardi di dollari, una cifra notevole per allora, iniziò una serie di lavori che ebbero un effetto moltiplicatore per l’intera economia e per l’occupazione.  Nel maggio del 1933 partiva anche la famosa Tennessee Valley Authority (TVA) per lo sviluppo dell’intera vallata intorno al fiume Tennessee che copriva il territorio di 7 stati. Attraverso un processo di elettrificazione, di intereventi nei settori della navigazione, dei trasporti e della produzione di fertilizzanti, si mirò alla modernizzazione dell’economia e dell’industria di una delle zone più colpite dalla Grande Depressione. Il New Deal mise in moto 50.000 progetti infrastrutturali di tutte le dimensioni.   In seguito Roosevelt realizzò  il Social Security System che, tra le altre cose importanti, garantiva per la prima volta l’assicurazione contro la disoccupazione e un sistema pensionistico moderno, copiato poi da altri stati del mondo. Superando tanti ostacoli, garantì anche il diritto di tutti i lavoratori di organizzarsi in sindacati.  L’uscita dalla depressione non fu indolore e fu di lunga durata, fino a collegarsi con la mobilitazione militare ed economica della seconda guerra mondiale.  Oggi naturalmente la crisi sistemica ha caratteristiche diverse, in primis la sua dimensione globale, il ruolo preponderante della finanza anche su quello delle banche e una situazione geopolitica molto differente. Obama si trova di fronte ad una lobby finanziaria molto più potente e agguerrita. E quindi la lotta contro “gli speculatori senza scrupoli”, i money-changers di Roosevelt, è molto più difficile e complessa.  Non di meno si possono già  individuare delle profonde diversità con le riforme del 1933, con le quali Obama non potrà non confrontarsi. Anche se la recente “Financial Regulatory Reform” indica alcune importanti regole e modifiche da apportare al sistema bancario e finanziario, lascia comunque quasi intatto l’apparato che ha prodotto le bolle dei derivati, del debito ecc. Va bene sottoporre gli hedge fund speculativi alle stesse regole e restrizioni delle banche e delle assicurazioni ma poi, per modificare i meccanismi della crisi, bisognerebbe incidere il bisturi a fondo nelle operazioni in derivati OTC, nei titoli tossici.  Ma il problema più complesso è la qualità degli interventi nell’economia reale. L’amministrazione di Obama ha sottoscritto pacchetti di stimoli economici per centinaia di miliardi di dollari: 800 miliardi con un solo pacchetto e migliaia di miliardi di liquidità per le banche in crisi. Però ha di fatto lasciato le banche a gestire gran parte di questi fondi, sperando che li trasformino speditamente in crediti per la produzione e in nuovi investimenti.  Roosevelt aveva, invece, creato delle nuove ed efficienti strutture, sotto la direzione dello stato, per convogliare le risorse verso progetti strategici già ben identificati.   Anche Obama dovrebbe cambiare metodo e tornare in modi moderni ai principi  di quel “New Deal”, pilotando direttamente interventi contro la disoccupazione e per il rilancio economico.  E’ un compito importante che il presidente degli Stati Uniti stia giocando tutte le sue carte con la riforma del sistema sociale nazionale.   Quando si opera su una riforma di così grande portata è inevitabile che ci siano delle differenze e anche delle polemiche, ma Obama intende affrontare una questione storica, quella di dare un servizio sanitario e sociale a tutti gli americani, anche ai quei 50 milioni di poveri e socialmente emarginati, che la società del consumo e del profitto ha lasciato fuori dalla porta. Di ciò e della sua capacità di riforma bisogna dargli atto. (Mario Lettieri, sottosegretario all’Economia nel governo Prodi, Paolo Raimondi, economista)

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Invecchiamento attivo. Idee per una carta dei diritti

Posted by fidest press agency su venerdì, 24 aprile 2009

Roma 27 aprile,  Ore 9.30-17, Centro Congressi Frentani, via dei Frentani 4 convegno su Invecchiamento attivo. Idee per una carta dei diritti  – promosso dalla Cgil, lo Spi e l’Auser – verrà presentato il libro a cura di Maria Luisa Mirabile Vita attiva? I «giovani anziani» fra insicurezza e partecipazione realizzato dall’Ires-Cgil (edizioni Ediesse).  Il libro raccoglie e rielabora una fitta serie di risultati di ricerca realizzati dall’Ires sul tema dell’invecchiamento, grazie alla costante collaborazione con lo Spi e con altri istituti e network di ricerca. La discussione si aprirà con un intervento di Carla Cantone, Segretario generale dello Spi-Cgil. Maria Luisa Mirabile, Responsabile dell’area Welfare Ires nazionale e Direttore de La Rivista delle Politiche Sociali, presenterà il volume Vita attiva? e le ricerche Ires sul tema. Seguiranno gli interventi di Piergiovanni Alleva, Ordinario di Diritto del Lavoro – Università di Ancona e direttore della Rivista Giuridica del Lavoro e della Previdenza Sociale, Luciano Caon, Segretario nazionale dello Spi-Cgil, Aurelio De Laurentiis, Presidente dell’Associazione Atdal, Fulvio Fammoni, Segretario confederale della Cgil, Stefano Fantacone, Direttore di Ricerca del Cer – Centro Europa Ricerche, Gianni Geroldi, Direttore generale per le Politiche previdenziali Ministero del Lavoro, della salute e delle politiche sociali, Michele Mangano, Presidente dell’Auser, Alessandro Montebugnoli, Presidente dell’Associazione Servizi Nuovi, Edoardo Patriarca, Consigliere dell’Agenzia per le Onlus, Laura Pennacchi, Economista, Lucio Saltini, Segretario nazionale dello Spi-Cgil. Le conclusioni sono affidate a Morena Piccinini, Segretaria confederale della Cgil.

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Allarme criminale percepito e reale

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 marzo 2009

Il capo della polizia, Antonio Manganelli, ha fatto delle affermazioni molto importanti. Secondo il massimo rappresentante delle Forze dell’Ordine: “Dobbiamo contrastare la criminalità con una misura adeguata all’aggressione criminale ma la sicurezza non va drammatizzata. La criminalità del nostro Paese si è ridotta nell’ultimo anno dell’11,4% “. Eppure, sottolinea Manganelli, “l’allarme criminale sembra sempre in aumento, come la paura della gente, il sentimento di insicurezza”. “Anche a Milano – afferma il segretario provinciale milanese del COISP (Coordinamento per l’indipendenza sindacale delle Forze di Polizia) – c’è, da parte della gente, questa stessa diffusa percezione. Si tratta, ahimè, di una percezione sicuramente errata. Quindi il problema esiste ma va combattuto con i dati che la realtà ci fornisce. E i dati, prove alla mano, smentiscono l’allarmismo”. “Il vero problema – conclude Abagnale – è che esiste una vera e propria speculazione su questo tema, poichè parecchi su questo hanno giocato, e tuttora giocano, il loro futuro politico”.

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Iraq sei anni dopo

Posted by fidest press agency su giovedì, 19 marzo 2009

Cos’è l’Iraq a sei anni dall’invasione Usa? Anche se le voci degli iracheni sono per lo più assenti nei numerosi bilanci fatti finora, dai risultati di un sondaggio annuale realizzato per la BBC e altre emittenti – giunto alla sesta edizione – emerge che la maggioranza ritiene che l’invasione del marzo 2003 sia stata sbagliata, vuole che gli occupanti se ne vadano il prima possibile (e non è preoccupata più di tanto delle possibili conseguenze per la sicurezza), che gli iraniani non interferiscano negli affari iracheni. E che il Paese resti unito, con un forte governo centrale.  Nel marzo 2009 l’Iraq è un Paese che vuole camminare con le proprie gambe, ma dove chi denuncia gli abusi del potere rischia tuttora la vita, in cui le donne sono costrette a vivere in condizioni di povertà, disperazione e insicurezza personale, e nel quale c’è chi – approfittando della guerra – è diventato milionario.

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