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Posts Tagged ‘insulina’

Seduta scientifica on line dal titolo “Cento anni fa: luci ed ombre sulla scoperta dell’insulina”

Posted by fidest press agency su venerdì, 22 gennaio 2021

Torino. Venerdì 29 gennaio alle 17.30, l’Accademia di Medicina di Torino organizza una seduta scientifica on line dal titolo “Cento anni fa: luci ed ombre sulla scoperta dell’insulina”. Introduce l’incontro Paolo Cavallo Perin, professore di Medicina Interna all’Università di Torino e Presidente della Società Italiana di Diabetologia dal 2008 al 2010. Il relatore sarà Massimo Porta, anch’egli professore di Medicina Interna all’Università di Torino, già Segretario generale della “European Association for the Study of Diabets” (EASD) dal 1999 al 2001. Sia il prof. Cavallo Perin che il prof. Porta sono soci ordinari dell’Accademia di Medicina. Il 2021 inaugura il centenario dall’inizio degli esperimenti che portarono l’anno successivo a sviluppare estratti di “insulae” pancreatiche (insulina) che permisero di salvare, per la prima volta, la vita di persone, soprattutto bambini e giovani adulti, colpite da diabete di tipo 1, fino allora inesorabilmente mortale. Fu il primo miracolo della medicina moderna, con lo sviluppo di un nuovo farmaco per via razionale e non per serendipità (scoperta casuale in una ricerca scientifica volta ad altri obiettivi). Tuttavia, questo trionfo della scienza medica fu accompagnato da una serie di incomprensioni, approssimazioni ed anche omissioni che, a un secolo di distanza, dimostrano come anche i giganti della ricerca possano rivelarsi umanamente non all’altezza delle scoperte da loro stessi realizzate.In ottemperanza alle disposizioni del DPCM relative alle misure di contenimento della pandemia, si potrà seguire l’incontro solo collegandosi al sito

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L’insulina degludec migliora il controllo glicemico

Posted by fidest press agency su venerdì, 5 ottobre 2018

Berlino. Presentati al 54th Annual Meeting of the European Association for the Study of Diabetes (EASD 2018), in svolgimento a Berlino, i risultati delle analisi post-hoc dagli studi SWITCH 1 e 2. I dati dimostrano che le persone con diabete tipo 1 e 2 nella pratica clinica possono raggiungere un miglior controllo glicemico (HbA1c) con l’insulina degludec rispetto a insulina glargine 100 U, senza un aumento degli episodi di ipoglicemia, che consistono in abbassamenti dei livelli dello zucchero nel sangue potenzialmente pericolosi.Abbassare il livello di zucchero nel sangue è importante per aiutare a prevenire le complicanze del diabete, ma questa riduzione può aumentare il rischio di ipoglicemia. In queste analisi post-hoc, si stima che le persone con diabete possano raggiungere una riduzione media del livello di HbA1c dello 0,61 per cento, nel diabete tipo 1, e dello 0,67 per cento, nel tipo 2, con l’insulina degludec rispetto a insulina glargine 100 U con tassi simili di ipoglicemia. Questa analisi post-hoc è stata fatta sulla base dei dati dei soggetti arruolati negli studi SWITCH 1 e 2. Il programma di studi SWITCH ha dimostrato tassi statisticamente significativamente più bassi di ipoglicemia sintomatica complessiva rispetto all’insulina glargine 100 U in persone con diabete tipo 1 e 2.2,3. Queste analisi post-hoc hanno studiato a livello individuale il rischio di incorrere in episodi di ipoglicemia con insulina degludec e insulina glargine 100 U al fine di confrontare in che modo il controllo glicemico cambi con tassi simili di ipoglicemia. In ogni visita il livello di HbA1c di ciascuno dei partecipanti allo studio veniva collegato al numero di episodi di ipoglicemia avuti a partire dall’ultima visita. La riduzione del rischio di ipoglicemia con insulina degludec è stata calcolata utilizzando la riduzione dell’ipoglicemia osservata con insulina degludec rispetto all’insulina glargine 100 U negli studi SWITCH.

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Diabete: nuove conferme per l’insulina degludec

Posted by fidest press agency su giovedì, 16 giugno 2016

diabete_21-300x224New Orleans, 15 giugno 2016 – Nuovi dati emersi dai due studi di fase 3b – SWITCH 1 e 2 – dimostrano che il trattamento con l’insulina basale degludec riduce significativamente il numero di eventi di ipoglicemia totali, notturni e severi rispetto all’insulina glargine1,2. I risultati degli studi SWITCH, i primi in doppio cieco e in disegno cross over sull’insulina basale che abbiano valutato il profilo di sicurezza ed efficacia di insulina degludec rispetto all’insulina glargine1,2, sono stati presentati alla 76esima sessione scientifica dell’American Diabetes Association a New Orleans.Nello studio SWITCH 1, i pazienti con diabete tipo 1 trattati con insulina degludec 100 U, paragonati a quelli trattati con glargine 100 U, hanno mostrato una riduzione dell’11% degli episodi totali di ipoglicemia sintomatica e confermata (95% intervallo di confidenza [CI]: 0,85; 0,94); una diminuzione del 36% dei casi di ipoglicemia notturna sintomatica confermata (95% CI: 0,56; 0,73), e una riduzione del 35% degli episodi di ipoglicemia severa (95% CI: 0,48; 0,89) durante il periodo di mantenimento1. Le analisi hanno mostrato risultati analoghi durante l’intero periodo di trattamento. Nello studio SWITCH 2, i pazienti con diabete tipo 2 trattati con insulina degludec 100 U, sempre paragonati a quelli trattati con insulina glargine 100 U, hanno mostrato una riduzione del 30% degli episodi totali di ipoglicemia sintomatica e confermata (95% CI: 0,61; 0,80) e una riduzione del 42% dei casi di ipoglicemia notturna sintomatica confermata (95% CI 0,46; 0,74). Le analisi hanno mostrato risultati significativi nell’intero periodo di trattamento. Durante il periodo di mantenimento si è riscontrata una tendenza ad una maggiore riduzione dei casi di ipoglicemia severa in favore di insulina degludec rispetto ad insulina glargine. Nell’intero periodo di trattamento, è stata osservata una riduzione significativa del 51% dei casi di ipoglicemie severa nei pazienti trattati con insulina degludec rispetto a quelli trattati con insulina glargine (95% CI 0,26; 0,94)2.L’ipoglicemia è una complicanza frequente nelle persone con diabete tipo 1 e tipo 2. Può essere scatenata da diversi fattori, tra cui l’assunzione di una dose troppo elevata di insulina, il non seguire correttamente la dieta alimentare o un’attività fisica troppo intensa o prolungata. Ne risulta un abbassamento dei livelli di glucosio nel sangue che priva muscoli, cellule e cervello dell’energia necessaria a funzionare a giusto regime6.“L’ipoglicemia è una sfida costante per le persone con diabete tipo 1 e tipo 2”, afferma la dottoressa Wendy Lane, coordinatrice dello studio SWITCH 1 ed endocrinologa al Mountain Diabetes and Endocrine Center di Asheville, Nord Carolina. “Questi risultati sono importanti per le persone con diabete e vanno ad aggiungere ulteriore rilevanza alle prove a favore di insulina degludec”.L’insulina degludec si è dimostrata non inferiore ad insulina glargine nella riduzione dell’emoglobina glicata, HbA1c, in entrambi i periodi di trattamento di entrambi gli studi SWITCH 1 e 21-3. (SWITCH 1, periodo di trattamento 1: insulina degludec 6,92% vs insulina glargine 6,78%; periodo di trattamento 2: insulina degludec 6,95% vs insulina glargine 6,97%; SWITCH 2, periodo di trattamento 1: insulina degludec 7,06% vs insulina glargine 6,98%; periodo di trattamento 2: insulina degludec 7,08% vs insulina glargine 7,11%)1-3. I dosaggi di insulina a fine studio sono risultati simili in ogni periodo di trattamento in entrambi gli studi. Gli eventi avversi più comuni (≥5%) includono rinofaringiti, infezioni delle vie aeree superiori e ipoglicemia 3-5.

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Diabete: IDegLira migliora il controllo del diabete

Posted by fidest press agency su sabato, 7 maggio 2016

diabete testRimini. IDegLira (Xultophy®), una combinazione di insulina degludec e liraglutide a singola somministrazione iniettiva giornaliera, si è dimostrata più efficace nella riduzione di emoglobina glicata (HbA1c), peso corporeo e tasso di ipoglicemie rispetto a insulina glargine in adulti con diabete di tipo 21. I dati provengono dallo studio “DUAL™ V” di fase 3b, pubblicato a marzo sulla prestigiosa rivista Jama, The Journal of the American Medical Association e presentato a SID 2016, 26° congresso nazionale della Società italiana di diabetologia in svolgimento a Rimini, nell’ambito del simposio “La complessità del diabete: continuum terapeutico, percorsi personalizzati e innovazione”.Lo studio ha valutato efficacia e sicurezza di IDegLira rispetto all’insulina glargine, entrambi in combinazione con metformina, in pazienti con diabete di tipo 2 non controllato dopo trattamento con insulina glargine (20–50 unità/giorno).Dopo 26 settimane, i pazienti in cura con IDegLira hanno raggiunto una riduzione statisticamente significativa dell’HbA1c media dell’1,8% (da 8,4% a 6,6%) rispetto alla riduzione dell’1,1% (da 8,2% a 7,1%) ottenuta dai pazienti che avevano in precedenza aumentato la dose di insulina glargine (p<0.001). Nel gruppo trattato con IDegLira, il 72% dei pazienti ha raggiunto un livello di HbA1c inferiore al 7% alla fine dello studio, rispetto al 47% dei pazienti nel gruppo trattato con insulina glargine (p˂0.001). Infine, il 39% dei pazienti trattati con IDegLira ha raggiunto livelli di HbA1c <7% senza ipoglicemie e aumento di peso rispetto al 12% riscontrato nel gruppo trattato con insulina glargine (p<0.001).“I risultati dimostrano che il trattamento con IDegLira è efficace nel migliorare sensibilmente il controllo metabolico dei pazienti che non raggiungono adeguati target glicemici con la terapia con insulina basale”, ha detto Agostino Consoli, professore ordinario di Endocrinologia della Università G. d’Annunzio di Chieti. “Non solo – ha aggiunto – nei pazienti che hanno utilizzato IDegLira i livelli medi di HbA1c sono scesi fino al 6,6%, ma questo ambizioso target è stato ottenuto senza aumento ponderale, anzi con continua perdita di peso, e con un numero di episodi di ipoglicemia inferiore rispetto ai pazienti che aumentavano il dosaggio di insulina glargine”.In particolare, IDegLira ha ridotto del 57% il tasso di ipoglicemia rispetto all’insulina glargine (2,23 episodi/paziente-anno rispetto a 5,05; p<0.001); in aggiunta è stata osservata una significativa differenza in termini di impatto sul peso corporeo, pari a 3,2 kg (p<0.001), derivante da una riduzione di 1,4 kg nel gruppo trattato con IDegLira ed un aumento di 1,8 kg in quello con insulina glargine. Inoltre, i pazienti trattati con IdegLira hanno richiesto meno insulina, terminando lo studio con l’impiego di 41 unità di insulina degludec (quale componente di IDegLira) rispetto alle 66 di insulina glargine (p<0.001)

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Scoperta un’insulina ‘alien’ che potrebbe provocare il diabete 1 nei bambini

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 settembre 2015

stoccolma1Stoccolma. Scoperta un’insulina ‘alien’ che potrebbe contribuire alla comparsa del diabete nei bambini, scatenando la formazione di autoanticorpi che potrebbero avere un ruolo nella comparsa di diabete di tipo 1, il diabete dei giovani e dei bambini. Il dosaggio di questi anticorpi realizzabile con uno specifico test messo a punto dagli autori dello studio potrebbe aiutare ad individuare precocemente i soggetti destinati a sviluppare in futuro diabete di tipo 1, mentre l’insulina modificata potrebbe in futuro diventare un obiettivo terapeutico per prevenire, appunto, il diabete di tipo 1. Lo studio è stato presentato al 51° congresso della European Association for the Study of Diabetes (EASD) in corso a Stoccolma.Il diabete di tipo 1 potrebbe essere causato da una forma di insulina ‘alien’, derivante dalla normale insulina prodotta dal pancreas, ma ‘arrugginita’ dai radicali liberi dell’ossigeno che si producono nel corso di un processo infiammatorio. L’insulina ‘alien’ non più riconosciuta dall’organismo come prodotto autoctono, scatena un bombardamento di anticorpi da parte del sistema immunitario che potrebbe contribuire allo sviluppo del diabete di tipo 1 nei bambini. L’84% dei piccoli con diabete tipo 1 al momento della diagnosi presenta anticorpi anti-insulina modificata dai radicali dell’ossigeno.
I team di ricerca italiani e inglesi hanno messo a punto un esame per rilevare la presenza di questi anticorpi diretto contro l’insulina ‘alien’ e ritengono che la loro scoperta possa portare a nuove strategie di trattamento. Il diabete di tipo 1 è una patologia caratterizzata dal fatto che il pancreas non è più in grado di produrre l’insulina. È una malattia ‘autoimmune’ in quanto il sistema immunitario aggredisce le cellule deputate alla produzione di insulina (cellule beta delle insule pancreatiche), producendo infiammazione e distruggendole. Questo processo è associato allo sviluppo di anticorpi diretti contro l’insulina, riscontrabili in almeno la metà dei bambini affetti dalla patologia. Tuttavia, il motivo per cui ciò avviene non è stato a tutt’oggi compreso. Uno studio presentato al congresso dell’EASD e realizzato grazie alla collaborazione dell’Università Campus Biomedico di Roma e della Queen Mary University di Londra, propone una nuova ipotesi. Secondo gli autori, alcune sostanze tossiche (radicali dell’ossigeno), rilasciate durante il processo infiammatorio autoimmune, si andrebbero a ‘legare’ all’insulina prodotta dal pancreas, modificandone così la struttura tanto da renderla ‘diversa’ dall’insulina normale. Queste forme di insulina ‘alien’ potrebbero innescare una risposta immunitaria, in quanto riconosciute come molecole estranee all’ organismo. Al fine di provare tale ipotesi, gli autori dello studio hanno sviluppato un nuovo dosaggio per individuare la presenza di anticorpi rivolti contro queste forme modificate (ossidate) di insulina nel sangue dei pazienti con diabete tipo 1. Utilizzando una serie di metodiche biochimiche (PAGE, 3D-fluorescence e spettrometria di massa) i ricercatori hanno dimostrato che i radicali dell’ossigeno cambiano significativamente la struttura dell’insulina e che le modifiche generate portano alla produzione di anticorpi specifici diretti più frequentemente contro l’insulina ‘modificata’ rispetto alla forma naturale non modificata. L’84% dei pazienti con diabete tipo 1 al momento della diagnosi presenta anticorpi anti insulina modificata dai radicali dell’ossigeno.
In conclusione – spiega il Dottor Rocky Strollo, Endocrinologia e Diabetologia, Università Campus Bio-Medico di Roma e membro della Società Italiana di Diabetologia – abbiamo dimostrato per la prima volta la presenza di anticorpi contro l’insulina ‘modificata’ nella maggior parte dei pazienti con diabete di tipo 1 e riteniamo che questa forma di insulina modificata possa avere un ruolo nello sviluppo del diabete di tipo 1. “Questo studio – prosegue Strollo – rappresenta un possibile cambiamento di paradigma nella patogenesi del diabete di tipo 1 poiché dimostra che l’autoimmunità pancreatica può essere indotta da modifiche ossidative dell’insulina. Il test da noi messo a punto per il dosaggio degli anticorpi anti-insulina ossidata è altamente sensibile (84%) e specifico (99%) per la diagnosi di diabete tipo 1. Il prossimo obiettivo delle nostre ricerche sarà di valutare se questo test potrà consentire di identificare precocemente i soggetti destinati a sviluppare in futuro il diabete tipo 1. Valuteremo inoltre se l’insulina ossidata possa rappresentare un target terapeutico per la prevenzione della malattia”. “Come presidente della SID vedo con grande piacere e orgoglio – commenta il professor Enzo Bonora – che la ricerca italiana in diabetologia abbraccia praticamente tutte le aree dove è necessario acquisire una maggiore conoscenza. Il diabete tipo 1 interessa una minoranza delle persone con diabete ma si tratta comunque di centinaia di migliaia di italiani, spesso adolescenti e spesso bambini. Riuscire ad identificare nuovi meccanismi di malattia per poi combatterli con gli strumenti appropriati è assai promettente per una cura migliore e anche per una efficace prevenzione. Quella prevenzione che finora nel diabete tipo 1 è stata inefficace”. Presentazione: “Antibodies to posttranslationally modified insulin in type 1 diabetes” Presenter: Dr Rocky Strollo, Area di Endocrinologia, Università Campus Bio-Medico, Roma e Queen Mary University of London, UK. Ricerca condotta in collaborazione tra i laboratori del dottor Ahuva Nissim (Queen Mary University) e del Professor Paolo Pozzilli (Università Campus Bio-Medico di Roma e Queen Mary)

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Nelle insuline ‘con il cervello’il futuro della cura del diabete?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 ottobre 2013

L’insulina è uno dei capisaldi della terapia del diabete. Lo è da quando è stata scoperta e introdotta in terapia negli anni ’20 e lo resta ancora oggi, anche se nella versione ‘terzo millennio’ l’insulina (o meglio i diversi tipi di insuline utilizzate ogni giorno da milioni di pazienti in tutto il mondo) ha subito modifiche radicali rispetto all’ antenata. “Nonostante i grandi progressi fatti in questo campo però – ammette il professor Stefano Del Prato, presidente della Società Italiana di Diabetologia – l’insulina ha ancora il grosso limite di dover essere somministrata attraverso iniezioni sottocutanee e in maniera un poco ‘cieca’, nel senso che non si sa quanta glicemia ci sia in giro. Quello che il nostro organismo invece riesce a fare con un incredibile grado di precisione è di produrre insulina in quantità sufficiente per controllare la glicemia, senza farla scendere troppo (cioè senza provocare crisi ipoglicemiche) e senza farla salire eccessivamente”. Per cercare di imitare il più possibile la perfezione del funzionamento del nostro organismo, si stanno studiando varie soluzioni: dal trapianto di isole pancreatiche, al pancreas artificiale. Ma si sta profilando all’orizzonte anche una terza via.“Si tratta di una prospettiva molto affascinante, anche se ancora puramente sperimentale – commenta Del Prato – quella della cosiddetta ‘insulina intelligente’. In pratica si tratta di un’insulina ‘inglobata’, racchiusa in sostanze particolari, dei polimeri che hanno la capacità di ‘sentire’ la glicemia. Quando la glicemia si alza, i polimeri si aprono e fanno uscire l’insulina, mentre se invece la glicemia scende troppo, i polimeri lo ‘avvertono’ e si richiudono impendendo così la fuoriuscita dell’insulina e la sua entrata in circolo. Di questa insulina ‘intelligente’, sono allo studio anche delle versioni ‘per bocca’. Il vantaggio dal punto di vista terapeutico è quello di avere un’insulina che garantisca il controllo della glicemia, riducendo il rischio dell’ipoglicemia, evento non solo spiacevole per il paziente ma anche potenzialmente pericolosa.Lo stato della ricerca. La ricerca sulle insuline intelligenti è per ora arrivata agli studi sugli animali da esperimento – precisa Marco G. Baroni, professore associato di endocrinologia all’Università di Roma ‘La Sapienza’ – che hanno dato risultati molto promettenti. La durata d’azione di queste insuline sperimentali va dalle 12 ore fino a 300 giorni”. Al momento le ricerche sono condotte da gruppi scientifici indipendenti, come l’MIT di Boston nel Massachusetts e gruppi di ricerca cinesi; a questi studi sono interessate anche alcune industrie ma lo stato di queste ricerche è avvolto dal più impenetrabile segreto. Le prime ricerche sulle insuline intelligenti risalgono al 2006, ma è solo negli ultimi tre anni che si sono raggiunti risultati molto promettenti. Le insuline intelligenti di ultima generazione sfruttano le nanotecnologie e la glucosio-ossidasi, l’enzima utilizzato anche sulle strisce reattive per la lettura della glicemia da sangue capillare (quello che si ottiene con la puntura del dito). L’enzima ‘sensore di glicemia’ quando riconosce valori troppo alti, induce una modificazione del pH del sistema che fa allargare le maglie del polimero che ingloba l’insulina, permettendo all’ormone di uscire dal ‘guscio’ e di entrare in circolo dove esercita la sua azione e riporta alla norma i valori di glicemia. L’opposto accade in presenza di ipoglicemia: le maglie del guscio si stringono e l’insulina non entra in circolo. Per ora, almeno nell’animale, il sistema ha dimostrato di funzionare. Anche per molti giorni”.

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Dosi di insulina e pericolo cancro

Posted by fidest press agency su domenica, 5 settembre 2010

La possibilità che vi sia un’associazione tra cancro e le più alte dosi di insulina glargine suggerisce di prendere sempre in considerazione i dosaggi quando si valuta la possibile associazione tra l’insulina e i suoi analoghi con il cancro. L’indicazione emerge da uno studio caso controllo condotto da Edoardo Mannucci e collaboratori dell’Azienda ospedaliero-universitaria di Careggi, Firenze, su una coorte di 1.340 pazienti diabetici sul territorio trattati con insulina. Per ogni caso i controlli sono stati scelti casualmente tra i membri a rischio della coorte per lo stesso periodo di follow-up. Durante un follow-up mediano di 75,9 mesi, 112 casi di cancro incidente sono stati confrontati con 370 controlli appaiati. Una dose quotidiana media significativamente più alta di glargine è stata osservata nei casi versus i controlli (0,24 vs 0,16 UI/Kg al giorno). Il cancro incidente è risultato associato con una dose di glargine >/= 0,3 UI/kg/die anche dopo aggiustamento per il punteggio di comorbidità di Charlson, altri tipi di somministrazione di insulina ed esposizione alla metformina (Or = 5,43). Non è stata riscontrata alcuna associazione tra cancro e dosi di insulina per quanto riguarda l’insulina umana e altri analoghi.  Diabetes Care, 2010 Jun 14. [Epub ahead of print] (fonte doctornews)

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Rischi autosomministrazione insulina

Posted by fidest press agency su sabato, 6 marzo 2010

Food and Drug Administration (Fda) al lavoro per minimizzare i rischi legati ai dispositivi per la auto-somministrazione di insulina. Un panel di esperti si incontrerà oggi e per l’occasione l’Agenzia Usa ha preparato un report sui potenziali effetti mortali di un malfunzionamento: se i device dovessero rilasciare una quantità sbagliata di insulina, anche per colpa di un utilizzo improprio, per il paziente diabetico le conseguenze potrebbero essere gravissime, addirittura letali. L’uso di questo genere di dispositivi è in crescita per l’ampia libertà che lasciano al paziente diabetico, che può iniettarsi l’insulina facilmente e dove vuole: il report della Fda afferma che circa 375 mila adulti con diabete di tipo 1 negli Usa hanno utilizzato questi strumenti nel 2007, contro i 130 mila del 2002. Ma, secondo la Fda, sono necessarie valutazioni sui potenziali pericoli legati all’uso di questi strumenti, su cui ancora non sono disponibili indagini specifiche.

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Diabete e i giovani

Posted by fidest press agency su mercoledì, 26 agosto 2009

Il diabete è una delle  malattie più diffuse al mondo. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha calcolato che sono circa 194 milioni le persone affette da diabete e le stime indicano che per il 2025 questa cifra raggiungerà 333 milioni. Secondo la International Diabetes Federation il diabete è la quarta causa di morte nei paesi sviluppati. Per quanto riguarda l’Italia tra diabete latente e diabete manifesto si può affermare che vi siano circa 3.000.000 di diabetici, pari a circa il 5% della popolazione. Il diabete comporta un patologico aumento della concentrazione di glucosio nel sangue a causa di un difetto assoluto o relativo dell’organismo nella produzione di insulina, un ormone secreto dal pancreas e indispensabile per il metabolismo degli zuccheri. In una persona diabetica, dunque, l’organismo non produce e non utilizza correttamente l’insulina e questo porta ad un eccesso di glucosio non utilizzato in circolo. L’accumulo di glucosio causa la presenza dello stesso nel sangue (iperglicemia) e poi nelle urine; i sintomi sono rappresentati da sete, dimagrimento ed eccessiva produzione di urina. La malattia è divisa in due categorie: diabete mellito di tipo 1: causato dalla distruzione irreversibile delle cellule beta pancreatiche, comporta la necessità di terapia insulinica fin dall’inizio e per tutta la vita. Per questo è detto anche insulino-dipendente; diabete mellito di tipo 2: in questo caso il pancreas produce ancora insulina ma questa non viene usata dall’organismo in modo efficiente per trasformare il glucosio in energia.

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Ipoglicemizzante per prevenire il diabete

Posted by fidest press agency su lunedì, 20 aprile 2009

Lo studio Act Now, presentato a Nizza al III Congresso internazionale “Prediabete e sindrome metabolica”, ha dimostrato che, intervenendo in anticipo con pioglitazone è possibile ridurre il numero dei pazienti con ridotta tolleranza al glucosio (IGT). Lo studio è stato avviato nel 2004 e concluso nel 2008 da Ralph A. DeFronzo, professore di medicina e direttore della Divisione diabete all’University of Texas Health Science Center. Il trial, randomizzato in doppio cieco contro placebo, ha coinvolto 602 pazienti con IGT e un gruppo di controllo di 102 persone omogenee. I pazienti con IGT presentavano inizialmente una sensibilità all’insulina del 48% inferiore rispetto al gruppo di controllo, mentre l’indice insulino-secrezione/insulino-resistenza (misura della funzione beta-cellulare pancreatica) era più basso del 78%. I pazienti con IGT hanno assunto pioglitazone alla dose di 45 mg al giorno o placebo in modo randomizzato, quindi si è proceduto a un monitoraggio della glicemia ogni tre mesi e a un test annuale orale di tolleranza al glucosio. La sensibilità all’insulina e l’indice insulino-secrezione/insulino-resistenza  migliorato significativamente nei pazienti trattati, ma il dato più importante è che solo 10 pazienti del gruppo trattato, contro 45 del gruppo placebo, hanno sviluppato il diabete. “Pioglitazone ha diminuito dell’81% il tasso di conversione dell’Igt in diabete di tipo 2 – spiega DeFronzo – L’importante riduzione del rischio diabete aumenta il valore di questo farmaco in termini di prevenzione e stabilizzazione della funzione beta-cellulare”.

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Diabete e infarto

Posted by fidest press agency su venerdì, 6 marzo 2009

Trattare i sopravvissuti diabetici ad un infarto miocardico con una strategia insulinica prandiale o basale porta agli stessi livelli di HbA1c, senza alcuna differenza nel rischio di eventi cardiovascolari. Fra i soggetti con diabete di tipo 2, quelli con un’anamnesi di infarto presentano un rischio particolarmente elevato di ulteriori eventi cardiovascolari: la maggior prevalenza dei classici fattori di rischio cardiovascolare in questi soggetti spiega solamente in parte l’incremento del rischio cardiovascolare associato al diabete. L’iperglicemia cronica incrementa questo rischio, e quella postprandiale è stata associata alle malattie cardiovascolari indipendentemente dall’HbA1c o dalla glicemia a digiuno. Nessuno dei due regimi insulinici proposti tuttavia risulta pienamente soddisfacente nel raggiungere i livelli glicemici prefissati. Sarebbe interessante verificare se i risultati sarebbero gli stessi aggiungendo altri farmaci ipoglicemizzanti al regime, oppure con nuovi farmaci che riducono più efficacemente la glicemia postprandiale, come gli agonisti del GLP-1 o i DPP-4-inibitori. Benché non sia ancora certo se l’iperglicemia postprandiale sia davvero un fattore di rischio di malattie cardiovascolari, probabilmente implementare nella pratica clinica strategie volte a diminuirla sarebbe una buona scelta terapeutica, in quanto sembra il miglior approccio per raggiungere i valori raccomandati di HbA1c, il che è sempre positivo per il paziente. (Diabetes Care. 2009; 32: 381-6 e 521-2)

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