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Quotidiano di informazione – Anno 34 n° 316

Posts Tagged ‘intellettuali’

Stefano Traini: Le avventure intellettuali di Umberto Eco

Posted by fidest press agency su venerdì, 22 gennaio 2021

Collana i Delfini, pp. 176, 13 euro. È possibile ricostruire il pensiero di un personaggio poliedrico e camaleontico come Umberto Eco? Stefano Traini, uno dei suoi allievi che oggi insegna Semiotica, in questo libro ci prova: parte dalla sua tesi di laurea sul pensiero estetico in Tommaso d’Aquino, prosegue con i suoi studi sulle avanguardie e sulla cultura di massa con i quali si è affermato negli anni Sessanta e arriva alla teoria semiotica nella quale Eco affronta con metodo scientifico lo studio dei segni, dei codici, dell’interpretazione. Ripercorre quindi i romanzi che lo hanno reso celebre in tutto il mondo e ricostruisce le sue riflessioni sui media e le comunicazioni di massa, laboratorio privilegiato in cui Eco ha affinato il suo sguardo critico sulla società e ha messo a punto gli strumenti dell’analisi semiotica. Conclude con alcune note sulla morte, molto presente in tutti i suoi romanzi e oggetto di riflessioni anche ironiche in certi scritti occasionali. Così, pagina dopo pagina, ci scorre davanti la vita intellettuale di un uomo straordinario, che con la sua diffidenza granitica e la sua proverbiale ironia ci ha insegnato un metodo nuovo per osservare il mondo e interpretarne i segni. (Editore La nave di Teseo)

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Il difficile rapporto tra Sindacati e intellettuali

Posted by fidest press agency su sabato, 16 marzo 2019

di Giuseppe Bianchi. Sono ormai sempre in numero minore gli intellettuali che si occupano del Sindacato e delle sue strategie. Non che i Sindacati si lamentino di questo disinteresse in linea con il depotenziamento degli uffici studi e la riduzione dei contatti con il mondo dell’Università e degli esperti da loro stessi praticati. Né la cosa deve stupire. C’è sempre stata nella cultura sindacale una linea di sospetto nei confronti degli intellettuali, spesso accusati di spingere il Sindacato al di fuori dei suoi confini tradizionali: tutelare i lavoratori sul posto di lavoro e nel mercato del lavoro. Questo atteggiamento di riserva si è rafforzato nelle fasi espansive dell’industrializzazione che ha consentito di potenziare l’autorità contrattuale del Sindacato con il miglioramento costante dei salari e delle condizioni di lavoro a favore degli iscritti. Il Sindacato, nei Paesi soprattutto anglosassoni di prima industrializzazione, poté svilupparsi in condizioni di relativa autosufficienza rispetto al mondo intellettuale vantando la sua qualifica di Sindacato del “pane e burro”.Diversa la storia del Sindacato in Italia. Il ritardo con cui è avvenuto il processo di industrializzazione ha da subito attivato un conflitto sociale centrato sui problemi occupazionali creati dal disallineamento tra una offerta di lavoro di mestiere ed una domanda che già scontava la parcellizzazione del lavoro prodotta dalle nuove tecnologie di produzione di massa.Un conflitto sociale la cui arena era la piazza più che l’azione contrattuale ostacolata a livello di settore e preclusa a livello aziendale. E nella mobilitazione di piazza erano i partiti della sinistra storica ad esercitare una funzione prevalente. Una fase, questa, in cui la componente intellettuale ha esercitato una funzione trainante nella progettazione di modelli alternativi allo sviluppo capitalistico.Questo coinvolgimento degli intellettuali nella vita sindacale ha proseguito nelle fasi successive di recupero dell’autonomia sindacale nei confronti dei partiti, in quanto il progressivo recupero di autorità contrattuale non è mai stato dissociato da obiettivi macro-economici di sostegno allo sviluppo economico e dell’occupazione, in un Paese sempre caratterizzato dalla fragilità delle strutture economiche e dalla instabilità delle istituzioni politiche. Si può concludere osservando come il Sindacato, nel corso del processo di industrializzazione, abbia prodotto le risorse intellettuali e le strategie di azione per il suo rafforzamento rappresentativo ed organizzativo, proponendosi anche come riferimento ideale per quanti aspiranti ad una società più giusta.Il fatto è che questo mondo è andato mutando sotto la spinta di cambiamenti (la globalizzazione finanziaria, la terziarizzazione dell’economia, le sfide tecnologiche) riproponendo nuove condizioni di sfavore per il lavoro. L’occupazione ed il livello di benessere dei lavoratori sono stati rimessi in discussione. Il quesito è se il Sindacato abbia rimesso in campo le risorse intellettuali e le strategie di azione in grado di fronteggiare la nuova situazione.La risposta è negativa al punto che non pochi studiosi preconizzano che il Sindacato, costola della società industriale, incontrerà difficoltà crescenti nella nuova società digitale, flessibile e diffusa. Lasciando da parte le profezie non mancano riscontri delle difficoltà già incontrate dal Sindacato nel fronteggiare le nuove sfide dell’economia post-industriale.La fase della concertazione sociale, aperta con la crisi 1992-1993, ha risposto ai problemi di breve periodo di contenimento dell’inflazione, ma la protrazione nel tempo della moderazione salariale è stata un anestetico che ha rallentato l’innovazione riformistica del Paese. Così come il protrarsi di un pluralismo conflittuale tra i Sindacati ha ritardato gli adattamenti necessari negli assetti contrattuali e nelle strategie di tutela dei lavoratori provocando un’ erosione dei diritti sociali, soprattutto nel mercato del lavoro, che si è andato progressivamente frantumandosi.
Per restare poi alla cronaca ha ragione il Prof. S. Fadda (Nota Isril n. 8-2019) a chiedersi perché il Sindacato di fronte alle proposte messe in campo dalla nuova maggioranza politica, reddito di cittadinanza e quota cento, orientate a ridurre povertà e disuguaglianza, non sia sceso in campo con proprie proposte in grado di fronteggiare le cause che sono alla base delle maggiori disuguaglianze e povertà e che risiedono nelle distorsioni strutturali delle politiche economiche e sociali perseguite soprattutto negli anni 2000. Nella recente manifestazione di S. Giovanni sono riemersi vecchi fotogrammi di un’ opposizione più motivata da ragioni politiche che sindacali.
Ciò che si vuole sottolineare, in conclusione, è che l’isolamento culturale del Sindacato ha portato ad un conservatorismo a favore degli interessi del lavoro più forti e rappresentati (lavoratori a tempo pieno e pensionati). Una estraneità nei confronti delle nuove dinamiche attivate dal rapporto tecnologie-professionalità-occupazione che ha rallentato le necessarie modifiche nell’organizzazione delle rappresentanze e nelle strategie di azione in un mondo del lavoro che si apre a una inedita varietà di regimi giuridici.Una proposta: perché i Sindacati non mettono in comune le scarse e disperse risorse destinate alla ricerca in un unitario centro di ricerca la cui missione sia quella di studiare i cambiamenti in atto nel mondo del lavoro dal lato della domanda e dell’offerta? Una precondizione per individuare condivise linee di azione. Un’occasione perché i Sindacati facciano pace con la loro storia per poi superarla in una nuova prospettiva di ricomposizione unitaria delle loro strategie. E’ di scarsa consolazione ricordare come i ritardi del Sindacato siano condivisi dagli altri attori (Governo ed imprese). Il risultato è la messa in discussione della nostra democrazia rappresentativa ad opera di un nuovo populismo digitale in cui la politica tende a identificarsi con lo Stato comprimendo l’autonomia vitale del pluralismo sociale. (fonte: isril.it)

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“L’editoria restituita agli intellettuali”

Posted by fidest press agency su domenica, 27 novembre 2011

USO MANO / The LowCostBook

Image by zabar zabar via Flickr

Palermo. Un’opportunità perché la laurea sia molto più di un pezzo di carta. Nell’Italia della mobilità sociale ferma all’epoca delle corporazioni, se non delle caste, in cui nepotismo e clientelismo sono la regole ineludibile, la casa editrice Ex Libris propone a laureandi e laureati di trasformare il loro punto di approdo in un trampolino di lancio, grazie alla pubblicazione delle rispettive tesi con gli stessi crismi di un libro. Per farlo, si serve di una piattaforma, che ha davvero pochi precedenti Italia, il cui emblematico titolo è “Accademia”. A illustrarne i contenuti e gli obiettivi è il direttore editoriale, Fabio Bonasera, giornalista e scrittore con una vasta esperienza anche in Nord Italia: “Lo scopo principale che ci siamo intestati quando abbiamo pensato ad ‘Accademia’ era di dare l’opportunità di pubblicare un libro proprio a coloro che paradossalmente, oggi, sono esclusi dal mondo dell’editoria: gli intellettuali. La qualità dei libri è sempre più scadente e gli unici ad avere certe chance sono i calciatori, i politici, soprattutto quelli più discussi come Domenico Scilipoti, le escort e i protagonisti dei gossip. Occorre ripristinare determinate gerarchie in base a valori autentici”.Accademia è anche un modo per abbattere la subcultura della raccomandazione: “Pubblicare un libro con progetto ‘Accademia’ – prosegue Bonasera – significa immettere sul mercato un prodotto a regola d’arte, con codice Isbn, bollino Siae, codice a barre. Selezioneremo, tra le tesi, quelle più originali e brillanti, sia nella forma che nei contenuti. La distribuzione dei volumi avverrà su scala nazionale, dando agli autori l’opportunità di accumulare maggior punteggio nell’ottica di eventuali concorsi, oltre ad aggiungere una ulteriore tacca nel curriculum”.

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Autoritarismo politico e religioso secondo la P.2

Posted by fidest press agency su sabato, 5 marzo 2011

Possedere l’indiscutibile potere di identificare  cosa è “giusto” e poterlo imporre dall’alto del potere, vuoi che sia politico, economico o anche religioso, rappresenta il sogno più antico  inseguito da quanti si sono ritrovati, o si ritrovano, a rivestire una condizione di potere. Questo desiderio ancestrale ha forgiato le menti dei dittatori investiti dal delirio di onnipotenza, e anche degli aspiranti dittatorelli sconvolti dall’uso di un  potere che sovrasta gli indiscutibili limiti intellettuali che li affliggono. L’arte di reggere il potere pretende un esercizio di equilibrio non indifferente; il fascino di selezionare il giusto dal non-giusto, secondo una personale interpretazione, riesce a stroncare molti equilibri, specie se instabili o precari. L’idea della democrazia o del dialogo viene utilizzata per cercare e trovare le scorciatoie di un autoritarismo di fatto, anche se ammantato da un perbenismo di facciata. Fascismo, nazismo e comunismo hanno avuto queste basi culturali; hanno chiuso la loro storia ma sono rimasti i semi che hanno generato un assurdo capitalismo, sfociato nel liberismo di parte, aggressivo, egoista e avido, che sta distruggendo se stesso, non senza avere, prima, distrutto buona parte del mondo che lo circonda. Ma questa parabola evolutiva coinvolge anche l’autoritarismo in campo religioso, con la pretesa di imporre un primato non conquistato, anzi distruttivo di tutto quanto era già stato elaborato per unire credenti di diverse fedi.Nasce da ciò la pretesa ricerca di “radici cristiane dell’Europa”, come se la fede fosse diventata un elemento antropologico distintivo, condivisa da due persone che non avrebbero alcun momento di contiguità se non nell’uso del potere, ciascuno dal proprio punto di vista avente un analogo comun divisore.  Ratzinger e Berlusconi  inseguono un analogo autoritarismo:• antropologico e politico il presidente del consiglio  con la pretesa superiorità culturale della genìa occidentale che disprezza le altre culture in nome di un vetero razzismo sconfitto e condannato dalla storia;• religioso e confessionale  il pontefice (felicemente ?) regnante, supportato da un triplice esercizio di potere: politico in quanto sovrano del piccolo ma potente Stato Città del Vaticano, dottrinario in quanto si ritrova a poter esigere obbedienza alle sue  elaborate dottrine, confessionale in quanto capo della Chiesa di Roma; tutto in contrasto con l’evoluzione del Magistero sociale della Chiesa culminato  nel Concilio Ecumenico Vaticano II  che si cerca di sminuire nelle conclusioni e contraddire nei fatti.Berlusconi è solo l’esecutore materiale di un itinerario disegnato altrove su misura, su progetto della P2 che rappresenta il trait-d’union anche con il Vaticano e con i residui emergenti lasciati in sonno da Marcinkus. Il   21 agosto 1967, Marcinkus entrò a far parte della massoneria, con numero di matricola 43/649 e soprannome “Marpa”. Il suo nome fu trovato nella lista contenente 121 ecclesiastici massoni, fra cui Jean-Marie Villot (Cardinale Segretario di Stato), Agostino Casaroli (capo del ministero degli Affari Esteri del Vaticano), Pasquale Macchi (segretario di Paolo VI), monsignor Donato de Bonis (alto esponente dello IOR), Ugo Poletti(vicario generale di Roma), don Virgilio Levi (ex-vicedirettore de «L’Osservatore Romano») e Roberto Tucci (ex direttore di Radio Vaticana).Ratzinger opera e decide in proprio, con finalità sovrapponibili, aventi come scopo il primato del cattolicesimo su tutte le religioni, un primato preteso, ma non conquistato, che non prevede nessuna forma di dialogo, di incontro e di confronto, alterando le conclusioni del Concilio Vaticano II; ciò è ampiamente dimostrato dalle periodiche derive di scontri con le altre religioni monoteiste. (Rosario Amico Roxas)

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ll Papa ai cristiani: “Impegno sociale”

Posted by fidest press agency su lunedì, 7 settembre 2009

Con Paolo VI il magistero sociale della Chiesa transitò dalla elaborazione teorica alla formulazione pratica. Cominciò a elaborarsi il concetto di un “cristianesimo sociale” attento, molto attento alle problematiche umane dell’uomo. Intellettuali laici compresero che anche le elaborazioni ideologiche non confessionali, dovevano fare i conti con la nuova e moderna visione prospettata dalle parole e dalle azioni di Paolo VI. Il termine “laico”, che aveva sempre più assunto forme anticlericani, si spostò sull’asse non-confessionale, ma intrinsecamente umanistico. Voci vecchie e antistoriche coniarono per Paolo VI il soprannome di ‘Papa comunista’, perché aveva voluto andare oltre l’interpretazione di un Vangelo consolatorio e aveva voluto calare nell’attualità il Verbo della universalità e della uguaglianza di tutti gli uomini non solo davanti a Dio, (sarebbe stato un discorso limitato al mondo dei credenti), ma identificando tale uguaglianza nell’intima natura dell’uomo, senza distinzioni di razza, cultura, qualità della vita, sviluppo tecnologico o religione: un discorso cattolico e, quindi, universale. Ma quelli furono i tempi di Giovanni Battista Enrico Antonio Maria Montini e Jacques Maritain; i tempi attuali sono quelli di Joseph Alois Ratzinger e Marcello Pera; cos’altro potremmo attenderci se non l’attuale stato confusionale? (Rosario Amico Roxas)

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I Professionisti e la Nuova Economia

Posted by fidest press agency su martedì, 26 Maggio 2009

Udine 30 maggio alle 10 nella Sala Margherita dell’Hotel Là di Moret, con il Ministro Renato Brunetta come ospite e esponente di primo piano del Governo nazionale, nella sua veste di autorevole economista e conoscitore del ruolo dei professionisti in Italia e in Europa.  A scendere in profondità nel tema saranno Gian Paolo Prandstraller, ordinario di sociologia all’Università di Bologna  e studioso delle professioni intellettuali, Massimiliano Pittau, direttore del Centro studi del Consiglio nazionale degli ingegneri e Giorgio De Rita, amministratore delegato di Nomisma Spa. Per le conclusioni, è previsto l’intervento del ministro.  Al centro del convegno, che sarà introdotto da La Pietra, ci saranno dunque le professioni e la “nuova” economia determinata dalla crisi. «Nuova economia – spiega il presidente –  che pone professioni e professionisti in una posizione modificata. Con quali ricadute? Come stanno affrontando la situazione? Quali prospettive e vie d’uscita ricercate? Sono alcune delle domande su cui si rifletterà al convegno, che sarà anche occasione per richiamare l’attenzione sulle professioni come risorsa per il Paese, come fonti di servizi ai cittadini su diritti fondamentali, specie nei settori dell’innovazione, della ricerca, dell’ambiente e dell’energia». Come altre categorie, infatti, «anche i professionisti stanno attraversando una fase difficile, ma – specifica La Pietra –, a differenza di altri soggetti, per noi non esistono ammortizzatori sociali. Siamo abituati, e non certo da oggi, a rimboccarci le maniche, a stare sul mercato e a vincere le nostre sfide senza poter contare sugli aiuti di Stato. Con spirito costruttivo e concretezza, però, auspichiamo un coinvolgimento sempre maggiore delle professioni intellettuali nei processi formativi delle disposizioni di Governi nazionale e locali. Per pesare per quanto siamo, diamo e produciamo per il Paese».

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