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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 25

Posts Tagged ‘interventi’

“Pazienti affetti da ipoparatiroidismo”

Posted by fidest press agency su martedì, 11 aprile 2017

tiroide5Mantova. Da malattia rara a patologia comune: l’ipoparatiroidismo cambia il suo profilo eziologico: se prima era causata da fattori autoimmuni, congeniti e familiari, oggi in Europa oltre la meta’ dei casi l’anno sono causati da danni alle ghiandole paratiroidi durante gli interventi di tiroidectomia totale.“I pazienti affetti da ipoparatiroidismo” sottolinea il Prof. Andrea Giustina, Direttore della Cattedra di Endocrinologia dell’Universita’ Vita e Salute San Raffaele di Milano, durante l’8° Skeletal Endocrinology Meeting che si è appena concluso a Mantova “ presentano sintomi prevalentemente sensitivi e motori causati dalla riduzione dei livelli circolanti di calcio come parestesie, soprattutto alle mani ma anche alle labbra ed alle dita dei piedi, convulsioni, crampi muscolari sino alla tetania, condizione caratterizzata da spasmi e prolungamento doloroso della contrazione dei muscoli dovuta ad una alterazione dell’attività delle fibre di actina e miosina.Nell’intervento di asportazione della tiroide il danno alle ghiandole paratiroidi è la complicanza più comune che può interessare fino al 40-50% dei pazienti. Nella maggioranza dei casi, l’ipoparatiroidismo e’ transitorio correlato ad un danno funzionale su base vascolare e meccanica durante le procedure chirurgiche. Tuttavia, l’ipoparatiroidismo post-chirurgico può anche essere permanente (fino al 7-10% dei casi). Ciò può accadere anche in mani di chirurghi esperti quando si rendono necessari interventi chirurgici estesi e demolitivi per malattie tiroidee neoplastiche o per gozzi multi nodulari di grandi dimensioni. “L’ipoparatiroidismo permanente e’ una malattia invalidante a causa dei disturbi causati dall’ipocalcemia cronica dovuti alla frequente inefficacia della terapia farmacologica, che peraltro risulta pure spesso poco accettata dai pazienti ipoparatiroidei” prosegue Giustina “Fino ad oggi, infatti, il trattamento dell’ipoparatiroidismo si e’ basato sull’utilizzo di analoghi attivi della vitamina D e di composti a base di calcio che, per le loro modalità di somministrazione (necessarie più somministrazioni al giorno) e per i non infrequenti effetti collaterali gastrointestinali, risultano spesso poco tollerati dal paziente che pertanto tende ad assumerli con incostanza”.Ne può derivare quindi una inefficacia terapeutica con conseguente persistenza di ipocalcemia e rischio di complicanze cliniche che talvolta causano il ricorso alle cure ospedaliere. In Italia, è stato calcolato che ogni anno si verificano oltre 3000 ricoveri ospedalieri per complicanze acute causate correlate all’ipoparatiroidismo con una durata media di ricovero di circa 7 giorni. Numeri importanti che rendono l’ipoparatiroidismo una malattia ad elevato impatto clinico per il paziente e per il sistema socio-sanitario.
Come per le altre malattie endocrine caratterizzate da un deficit ormonale, anche per la terapia dell’ipoparatiroidismo sarà possibile avere a disposizione il corrispondente ormone sintetico (paratormone 1-84) per la cui immissione in commercio è stato dato parere positivo dal comitato per i medicinali per uso umano (CHMP) dell’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA). Gli studi condotti finora con il paratormone 1-84 hanno dimostrato una maggiore efficacia del farmaco nel normalizzare i valori circolanti di calcio rispetto alla terapia convenzionale e soprattutto un miglioramento della qualità di vita del paziente, correlato sia alla migliore correzione dell’ipocalcemia che alla ottimizzazione del trattamento in termini di riduzione dell’elevato numero di farmaci che il paziente ipoparatiroideo ancora oggi e’ costretto ad assumere. (foto: logo)

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Il ‘non detto’ nella crisi delle banche italiane. Sono necessari interventi sistemici

Posted by fidest press agency su giovedì, 29 dicembre 2016

bancaIl comunicato stampa di Banca MPS dell’altro giorno ha lasciato molti stupiti e tanti scandalizzati. La maggior parte dei commentatori si e’ concentrata sull’aumento richiesto dalla Banca Centrale Europea (BCE) dei capitali necessari per mettere in regola la Banca: si è passati, infatti, da 5 a 8,8 miliardi. L’aspetto più rilevante di questa vicenda, a nostro avviso, non è tanto l’aumento richiesto, quanto il fatto che la né Banca MPS né il Tesoro erano a conoscenza dei criteri di calcolo applicati.Il comunicato stampa di MPS termina con questa frase: “La Banca ha tempestivamente avviato le interlocuzioni con le Autorità competenti al fine di comprendere le metodologie sottese ai calcoli effettuati da BCE”. In altre parole MPS non sa come siano stati calcolati questi 8,8 miliardi ed ha chiesto subito spiegazioni. Lo stesso ministero italiano del Tesoro è stato preso alla sprovvista e non era a conoscenza di questa eventualità.Ma come è possibile che la Banca (ed il massimo esponente in materia dello Stato) non sappia quali sono e quali regole applica la BCE?La BCE ha una discrezionalità così forte che può decidere come gli pare e di volta in volta?Come è possibile che una banca non sia informata preventivamente quali siano i requisiti di patrimonializzazione nei vari scenari?Abbiamo delle regole europee di gestione del sistema bancario che lasciano margini d’incertezza su un aspetto così centrale come i requisiti di patrimonializzazione?
Stiamo parlando di Topolinia o dell’Unione Europea?E’ evidente che questo sistema di vigilanza bancaria non funziona e non può funzionare.Il sistema bancario sta in piedi solo ed esclusivamente perché i clienti hanno fiducia nel fatto che le banche siano in grado di far fronte ai propri impegni. Se la BCE non fa una chiarezza cristallina su quali siano le regole di patrimonializzazione in tutti gli scenari, è evidente che mina alla base la fiducia che gli operatori hanno sul sistema bancario.E’ chiaro che l’incertezza, se da una parte è un serio problema per il sistema bancario, è molto utile politicamente perché se non vi sono delle regole ben chiare tracciate che si debbano semplicemente applicare, allora si ampliano molto i margini di trattativa politica e si può agevolmente tentare di applicare i propri obiettivi.Il punto, infatti, appare chiaramente politico.
La Germania vuole che l’Italia applichi il dogma dell’austerity e vuole che risolva il problema delle banche chiedendo aiuto, come hano fatto Spagna e Grecia, al così detto “fondo salva Stati”. Questo implica una serie di vincoli di bilancio che metterebbero l’Italia in una sorta di commissariamento. L’Italia, fino ad oggi, ha sempre negato di voler chiedere questo tipo di aiuti, ma ha un solo modo per evitare questo commissariamento: presentare un piano sistemico nazionale di supporto all’intero sistema bancario. Deve smettere di negoziare con compromessi al ribasso ogni singolo passaggio con la commissione europea e la BCE. Deve smettere di prendere soluzioni tampone come i GAGS o il Fondo Atlante. Fino ad oggi il ministro Padoan si è dimostrato largamente inadeguato al ruolo.
E’ difficile che possa gestire un cambio di politica così radicale.Se non si prenderà contezza che quella che stiamo vivendo è una vera e propria crisi sistemica, che richiede interventi non caso per caso, ma per l’appunto sistemici, la crisi si allargherà di più e verrà il giorno che non potremo far altro che richiedere aiuto al fondo salvastati. L’Italia può evitarlo, ma ha già perso tantissimo tempo. (Alessandro Pedone, responsabile Aduc per la Tutela del Risparmio)

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Cardiochirurgia: Interventi sempre più complessi

Posted by fidest press agency su martedì, 29 novembre 2016

cardiologyE’ il 21 settembre 1960: il cardiochirurgo americano Albert Starr impianta la prima protesi di valvola cardiaca, sviluppata insieme all’ingegnere idraulico Miles Lowell Edwards. Si tratta di una valvola meccanica, che assomiglia a una gabbietta per tappo da champagne. Trascorrono poco più di 7 anni. Il 3 dicembre 1967 l’equipe di Christiaan Barnard, a Città del Capo, esegue il primo trapianto di cuore umano al mondo. Sembra passata una vita, ma sono trascorsi meno di cinquant’anni. Da allora molta strada è stata percorsa da una disciplina che può essere considerata un paradigma dell’innovazione scientifica e tecnologica in medicina. Siamo, infatti, passati dall’introduzione della circolazione extra-corporea, e quindi dell’intervento ‘a cuore aperto’, a fine anni ‘50, all’avvento e al consolidamento, oggi, delle procedure minimamente invasive, delle protesi valvolari sutureless a impianto rapido, dei VAD (dispositivi di assistenza ventricolare, costituiti da pompe meccaniche che aiutano il cuore nell’attesa di un trapianto), del cuore artificiale.“Contemporaneamente si assiste a un ulteriore cambiamento epocale, legato all’evoluzione dei trattamenti medici, al miglioramento dello stile di vita, allo sviluppo della cardiologia interventistica e delle procedure percutanee: all’inizio degli anni 2000, in Italia, si effettuavano circa 70mila angioplastiche coronariche, oggi sono 146mila, con un raddoppio di interventi in 15 anni. Tra le opzioni di cura per le malattie cardiache si sono affermate tecniche interventistiche che prima non esistevano, come ad esempio l’impianto di valvola aortica per via transcatetere, la TAVI, nata nel 2002 e arrivata in Italia nel 2007: nel 2015, nel nostro Paese, sono stati trattati con questa metodica circa 3.500 pazienti”, spiega Francesco Musumeci, Direttore Cardiochirurgia e Trapianti di Cuore dell’AO San Camillo Forlanini di Roma e presidente eletto SICCH. “Come conseguenza, il fabbisogno di interventi cardiochirurgici è diminuito sul territorio nazionale: oggi se ne effettuano circa 50.000 l’anno, con una riduzione di circa il 10% rispetto a quanto avveniva 5-6 anni fa”, aggiunge.Un altro aspetto fondamentale è il profondo cambiamento del profilo clinico dei pazienti che vengono sottoposti ad intervento. Grazie al miglioramento delle tecniche e delle tecnologie, e al progressivo aumento dell’aspettativa di vita, chi va incontro alla cardiochirurgia oggi è più anziano, presenta un numero maggiore di comorbidità di tipo medico e problemi cardiaci più articolati: si assiste, quindi, a un sensibile incremento di interventi combinati, di maggiore complessità, come ad esempio la sostituzione valvolare più il bypass coronarico.Positivi sono i risultati clinici. Secondo i dati rilevati dal Programma nazionale esiti di Agenas, l’agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, la mortalità a 30 giorni per gli interventi di valvuloplastica o sostituzione di valvole cardiache è in continua diminuzione, dal 3,5% del 2008 al 2,9% del 2014; è stabile, intorno al 2,4%, la mortalità a 30 giorni per interventi di bypass aortocoronarico. “Tutto questo è indubbiamente reso possibile dal progresso scientifico, dalla messa a punto di nuove tecniche d’intervento, dalla disponibilità di tecnologie ultramoderne e di nuovi materiali”, prosegue Musumeci.Ne è un esempio la protesi valvolare aortica Inspiris Resilia, capostipite della nuova classe di valvole ‘resilienti’ sviluppata dai ricercatori e dai tecnici di Edwards Lifesciences, l’azienda fondata dall’inventore della protesi valvolare cardiaca impiantata da Starr, alla quale anche si deve la messa a punto delle valvole biologiche in tessuto animale.Questa nuova classe di valvole ha due caratteristiche. La prima è la costruzione con un nuovo tessuto, denominato RESILIA™– pericardio bovino trattato con una tecnologia brevettata – che gli garantisce caratteristiche di resilienza, ossia la capacità di resistere e adattarsi a ogni sollecitazione dinamica, e permette lo stoccaggio delle valvole in ambiente asciutto anziché immerse in un liquido di conservazione. “Il nuovo tessuto permette alla valvola, dal punto di vista pratico, di resistere meglio al processo di calcificazione e di avere migliori proprietà emodinamiche. Inoltre, il non dover lavare e preparare la valvola prima dell’intervento, per eliminare i residui del liquido di conservazione, semplifica e rende più rapido il lavoro in sala operatoria”, dice Musumeci.Seconda caratteristica è la tecnologia VFit, che le predispone la valvola, laddove in futuro se ne presentasse la necessità, all’alloggiamento ottimale di una seconda protesi impiantata con la procedura valve in valve. “Questa tecnica – spiega Musumeci – corrisponde all’inserimento per via percutanea di una protesi all’interno dell’altra, qualora la prima risulti, col tempo, a sua volta degenerata o danneggiata. Proprio grazie alla sua conformazione e alla capacità resiliente sarà possibile impiantare, nella prima, protesi valvolari di dimensioni più adeguate al bisogno”, chiarisce Musumeci.

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La Regione Lazio approva il “Sistema integrato degli interventi e dei servizi sociali”

Posted by fidest press agency su domenica, 17 luglio 2016

regione-lazio«Finalmente anche la Regione Lazio ha una legge che regolamenta le politiche sociali, un provvedimento che pone al centro la Persona quale titolare di diritti fondamentali a prescindere dalla cittadinanza, dal motivo di presenza nel territorio, dall’età e dalla regolarità della residenza».
Il direttore della Caritas di Roma, monsignor Enrico Feroci, esprime così apprezzamento per il lavoro svolto dalla Giunta e dal Consiglio regionale con l’approvazione – la scorsa notte – della proposta di legge 88 sul “Sistema integrato degli interventi e dei servizi sociali”.Per il direttore della Caritas «si tratta di un ottimo passo avanti verso la definizione di una struttura normativa con la quale sarà possibile realizzare politiche integrate che eliminino la divisione dei beneficiari in categorie, ma che riconoscano come diritti per tutti l’assistenza sanitaria, l’alloggio, l’integrazione sociale e lavorativa, il diritto allo studio».
In particolare, monsignor Feroci ringrazia la Giunta e i consiglieri regionali per aver posto tra i beneficiari della “presa in carico” della rete integrata i soggetti più fragili «così come avviene naturalmente all’interno di ogni famiglia»: tra questi i minori, le vittime del gioco d’azzardo patologico e le persone con disagio psichico, in particolare quelle dimesse dagli ospedali psichiatrici giudiziari.

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Interventi urgenti per garantire cure salva vita per epatite C a oltre 100.000 pazienti

Posted by fidest press agency su giovedì, 12 maggio 2016

epatite-CLettera aperta al Presidente del Consiglio
In nome e per conto di migliaia di pazienti affetti da Epatite C, con La presente vogliamo esprimere profonda preoccupazione per la grave situazione in cui versano almeno 100.000 pazienti che tuttora non posso accedere ai nuovi e potenti farmaci salva vita che curano l’epatite C nel 95-100% dei casi.
Il primo dei farmaci innovativi in oggetto è stato autorizzato nel Dicembre 2014, ma reso rimborsabile solo ed esclusivamente per i pazienti con malattia grave o gravissima, attraverso limitazioni di accesso decise dall’Agenzia del Farmaco.
Tali limitazioni furono elaborate sulla scorta di un presunto impatto economico “devastante”, calcolato sul costo medio per terapia, ma soprattutto su un numero di pazienti da curare ancora indefinito.
Il solo fatto che nessuna Istituzione pubblica abbia provveduto a stimare con precisione il numero di pazienti con epatite C da curare rappresenta un primo fatto sorprendentemente negativo e che impedisce la elaborazione di qualunque stima di investimento necessario nel breve e medio periodo per garantire la cura per tutti i pazienti.
A una tale mancanza, ha cercato di provvedere l’associazione EpaC onlus, che attraverso la raccolta delle esenzioni per patologia di tutte le regioni Italiane, ha tentato di stimare il numero totale di pazienti diagnosticati ed eleggibili a un trattamento antivirale, in circa 160/180.000.Se le nostre stime sono epatite C ospedale cardarelliveritiere, e in virtù di imminenti rinegoziazioni dei prezzi dei farmaci con le aziende farmaceutiche, è assolutamente fattibile un piano di intervento pluriennale sostenibile per garantire la cura a tutti, da subito.
Vogliamo sottolineare che altri Paesi al mondo hanno già deciso di non porre alcun limite di accesso alle cure per l’epatite C, come l’Australia, il Portogallo, Olanda, Croazia ed altri Paesi.Le limitazioni di accesso stanno generando una serie di storture e anomalie incredibili a cui stiamo assistendo da diversi mesi.
Parliamo del fenomeno del turismo farmaceutico, ovvero cittadini italiani che si recano nelle farmacie di Paesi come India, Marocco, Egitto per acquistare di tasca propria la formula generica di tali farmaci, disponibili per qualche migliaio di euro e altrettanto efficaci.Nei fatti, per quello che ci riguarda siamo in presenza della fine dell’universalismo sanitario, da più parti sbandierato, poichè lo Stato non è più in grado di garantire l’assistenza farmaceutica necessaria a un esercito di pazienti.
Eppure, Signor Primo Ministro,Ci viene detto che per curarci dobbiamo attendere che la malattia si aggravi, nonostante la letteratura scientifica e ogni elementare assunto sulla prevenzione, affermi chiaramente che le malattie infettive trasmissibili e cronico degenerative debbano essere bloccate e curate il prima possibile;ma, soprattutto, ci viene detto che non ci sono le risorse per curare tutti.Tuttavia nessuno sa quanti sono questi “tutti”.Vogliamo e pretendiamo che questa follia cessi.Noi, in rappresentanza di migliaia di pazienti affetti da epatite C, le chiediamo un intervento immediato per garantire la cura a tutti i pazienti attraverso uno stanziamento pluriennale ragionevole e che consenta all’Agenzia del Farmaco di eliminare immediatamente le restrizioni di accesso tuttora vigenti.

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“Gli interventi delle Banche Centrali”

Posted by fidest press agency su giovedì, 7 aprile 2016

Banca europea per gli investimentiA cura di Yuchen Xia, Portfolio Manager in MoneyFarm. Dopo circa 10 anni durate i quali le banche centrali hanno operato per rimediare alla crisi finanziari che ha colpito l’economia globale, la fede degli investitori nell’efficace dei loro interventi ha iniziato a svanire negli ultimi anni. Il QE, i bassi tassi d’interesse, la strategia di comunicazione pubblica etc non sono stati risolutivi e gli investitori temono che banche centrali abbiano giocato tutte le carte in loro possesso per aiutare la crescita globale e generare inflazione. Inoltre, la lenta crescita economica, la mancata spinta inflazionista e i fattori di rischio esterni hanno portato i policymakers a rimanere sulla difensiva, come dimostrato in particolare nei primi mesi del 2016. Nell’ultimo periodo, come sintetizzato nella tabella sottostante, abbiamo assistito a diverse operazioni da parte delle banche centrali. Prime fra tutte, la Banca Centrale Europea (BCE) e la Bank of Japan (BoJ) si sono mostrate le più determinate nella lotta contro la deflazione e la stagnazione economica.
Il pacchetto di misure previste dalla BCE include un ulteriore taglio dei tassi d’interesse, una estensione del QE non solo nell’ammontare di titoli comprati ma anche nella tipologia di titoli comprati (oltre a titoli governativi, ora anche alcuni titoli obbligazionari societari potranno essere comprati) e di conseguenza un incoraggiamento verso la maggiore circolazione di denaro, spingendo le banche all’erogazione di nuovi prestiti.
Anche negli Stati Uniti, dove la situazione economica appare più solida, non mancano le preoccupazioni per una crescita globale lenta, come dimostrato della FED e della sua decisione di tenere invariati i tassi di interesse.
Emergono quindi temi comuni alle banche centrali globali accomunate dalla risoluzione delle medesime problematiche.
L’intervento delle banche centrali, nonostante sia la dimostrazione di un sostegno necessario ad un’economia che fatica a crescere, ha rinvigorito la fiducia degli investitori e influenzato i mercati. La volatilità sui mercati azionari e di credito negli ultimi anni è stata molto correlata con il tono usato dalle banche centrali. Un esempio recente è l’intervento a marzo della BCE, che annunciando l’espansione del suo piano di acquisto ha avuto un impatto enorme sul mercato delle obbligazioni societarie.
È importante sottolineare come anche la cosiddetta forward guidance (la strategia di comunicazione pubblica) sia a tutti gli effetti uno strumento di politica monetaria, tramite la quale una banca centrale regole le attese degli operatori economici. L’annuncio della BCE di nuove politiche hanno fatto, come è normale aspettarsi, indebolire l’Euro, che poi si è rafforzato in seguito alle parole di Draghi sul fatto che ulteriori tagli non saranno necessari. Le aspettative di tassi non in diminuzione hanno pesato più delle effettive politiche dispiegate.Si era osservata una reazione simile alle scelte della Boj di implementare tassi di interesse negativi, che contrariamente alle attese ha portato a un rafforzamento dello Yen.
Una chiara evidenza dei limiti delle politiche monetarie in atto che tuttavia, stanno sostenendo i mercati e la loro ripresa, dopo un inizio anno difficile.
Alcuni economisti non mancano di rimarcare il fatto che in fondo l’intervento della Bce è solo un palliativo, un modo per temporeggiare in mancanza di riforme strutturali efficaci. La ripresa economica non potrà che passare per i governi e il loro operato, meglio ancora se prima che l’effetto “palliativo” possa svanire.

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Caso Libia e interventi militari

Posted by fidest press agency su venerdì, 26 febbraio 2016

libia“Pensare che la situazione in Libia possa essere risolta con un intervento di terra senza mettere dei paletti ben precisi è fuori da ogni logica. È infatti impensabile mettere gli scarponi in quel territorio senza la seguente premessa: la presenza di un governo solido che, data la situazione, non può che essere di tipo federale prevedendo larghe autonomie a Cirenaica, Tripolitania e Fezzas. In un sistema federale di questo tipo saranno sia la Lega Araba che l’Unione africana, l’Ue, la Russia e gli Usa a volerne fare parte. E questo è un bene”.Lo dichiara l’on. di Area Popolare, Alessandro Pagano.“In Libia gli equilibri sono fragili e l’Occidente non può pensare di entrare in una terra così difficile come farebbe un elefante in una cristalleria… La nostra priorità – spiega Pagano – deve essere il depotenziamento del rischio che la presenza occidentale diventi il collante fra i Paesi arabi disposti ad annientare differenze e diffidenze pur di contrastare un nemico comune”.“Se il nostro Paese dovesse decidere di dare l’ok a un intervento militare dovrà essere pienamente consapevole che – conclude Pagano – i rischi per questo contingente, che sarebbe logico fosse a guida italiana, arriverebbero da due fronti: da parte dell’Isis e di fazioni contrarie al nuovo governo pronti a mettere in pratica attacchi terroristici e rivolte popolari da parte di chi si dice contrario alle scelte politiche/gestionali della nuova amministrazione. Alla luce di tali rischi è ovvio che i paletti cui abbiamo fatto riferimento in precedenza debbano essere insuperabili”.

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Convegno sulla Prevenzione FICT

Posted by fidest press agency su martedì, 3 novembre 2015

basilica san giovanni romaRoma 5 Novembre 2015 presso la Sala dell’Unicef di via Palestro 68, dalle ore 9,30 alle ore 16,00, Convegno: “Prevenzione nel nulla chimico… E se la chiamassimo educazione e promozione della connettività sociale?” in collaborazione con l’Istituto Superiore Universitario di scienze psicopedagogiche e sociali “Progetto Uomo” affiliato all’Università Pontificia Salesiana di Roma. La Federazione Italiana Comunità Terapeutiche da sempre pone al centro di ogni sua azione la centralità della persona e la promozione del benessere come azione preventiva. Tramite i suoi 44 centri federati riesce a mettere in campo in Italia un’ampia capillarità di interventi, coinvolgendo la famiglia, la scuola, gli oratori, le periferie, i luoghi di aggregazione giovanile e il mondo dello sport.
Come si legge dall’ultima Relazione annuale sulle tossicodipendenze al Parlamento, sebbene il momento preventivo sia riconosciuto come vitale, nel corso degli ultimi 8 anni, in Italia, si evidenzia una rilevante riduzione delle sue attività, passando dal 55,5% del 2007 fino al 18% nell’anno 2014. Altro dato significativo: gli istituti scolastici, che hanno attuato progetti di prevenzione all’uso di sostanze psicoattive, passano nel corso degli anni dal 58% nel 2008, al 50% nel 2011, a circa il 46% nel 2014. Mentre la prevalenza di cannabis, nell’ultimo anno, riferita dagli studenti, passa dal 23% nel 2007 al 26,4% nel 2014, come anche rilevante è l’uso di alcol e di psicofarmaci senza prescrizione medica nella popolazione studentesca. Il trend degli utenti in trattamento rileva un costante aumento delle persone tossicodipendenti assistite dai servizi pubblici del sistema sanitario nazionale. L’età media dei nuovi utenti è di 34 anni, di cui meno del 9% ha un’età compresa tra i 15 e i 19 anni. La diagnosi precoce, il riconoscimento tempestivo dei sintomi, l’anticipo dell’accesso ai Servizi rappresentano sicuramente importanti obiettivi preventivi. Ma, come riportato anche all’interno del titolo scelto per il convegno, nel nostro presente fatto di “nulla chimico”, una prevenzione attenta deve trascendere l’approccio esclusivamente medico, per connotarsi di aspetti educativi e formativi. Inoltre, nell’attuale realtà sociale va considerato che occuparsi di prevenzione significa non solo fare riferimento alle forme di dipendenza, ma anche di altre situazioni di disagio, che rappresentano i nuovi bisogni sociali emergenti: il contrasto all’illegalità, l’immigrazione, la protezione delle vittime di tratta, l’inclusione sociale, l’inserimento lavorativo.
Il Convegno approfondirà gli aspetti peculiari dell’azione educativa nel territorio, presentando alcuni modelli di riferimento e prassi operative consolidate. Spiega la dr.ssa Maria Calabrese, coordinatrice della Rete sulla prevenzione FICT: “Il metodo preventivo, la struttura e la professionalità degli operatori sono chiari; tuttavia, gli interventi di prevenzione dipendono per la quasi totalità da progettazioni a termine. La mancanza di continuità negli interventi realizzati rischia di vanificare il lavoro svolto, creando interventi spot, piuttosto che servizi stabili e verificabili nel tempo. Dal punto di vista territoriale, esistono grandi differenze sul nostro territorio nazionale, sia nel servizio pubblico che nel privato, creando un’eterogeneità nelle possibilità di intervento ed una struttura a macchia di leopardo. Le Associazioni che operano nella prevenzione sono costrette, a volte, a rispondere alle esigenze e alle richieste dei propri territori adattandosi alle possibilità offerte e alle esigue risorse; oltre che agendo innanzitutto in forme di volontariato e di gratuità. Per questo è fondamentale creare reti territoriali in cui le istituzioni, le associazioni e i servizi dialoghino e si confrontino a livello nazionale e locale, in cui diventi centrale anche il contributo di una visione politica. Una prevenzione alle dipendenze che basa tutte le sue intuizioni e le sue azioni attraverso il solo paradigma della cura e rimane orfana di una visione politica, intesa come attenzione al ben-essere della popolazione – afferma – è una visione riduttiva del senso di partecipazione sociale alla comunità. Pertanto, lo scopo di questo incontro è di far nascere domande che aprano a nuovi modi di pensare e di leggere i bisogni emergenti per tracciare possibili risposte metodologiche, culturali, educative e politiche di promozione alla salute.” Interventi:
Saluti: Consigliere Patrizia De Rose – Dipartimento Politiche Antidroga , Sac. Mimmo Battaglia – Presidente FICT e il prof. Nicolò Pisanu – Presidente Istituto Progetto Uomo. Relatori: Marica Ferri – EMCDDA, Osservatorio Europeo delle droghe e delle tossicodipendenze, Lisbona, Franca Olivetti Manoukian – Psicosociologia, consulente di organizzazione dei servizi – Studio APS, Milano, Francesco D’Angella – Psicosociologo Studio A. P. S. di Milano. Ci sarà inoltre una tavola rotonda dal titolo: “Dove sta andando la prevenzione? Pre-visioni, pre-testi e pre-supposti” a cui parteciperanno: Maria Calabrese – FICT; Mario Dondi – Istituto Progetto Uomo; Leopoldo Grosso – Gruppo Abele; Riccardo De Facci – CNCA; Franco Taverna – EXODUS. Prenderà parte alla tavola rotonda anche la dr.ssa Filomena Rocca, Dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione, MIUR.

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Screening per la preeclampsia, nel primo trimestre di gravidanza ha limitata utilità

Posted by fidest press agency su mercoledì, 9 settembre 2015

test screeningI test di screening per la preeclampsia svolti nel primo trimestre di gravidanza hanno un basso valore predittivo positivo, e non ci sono prove che il loro svolgimento porti a risultati migliori. Questo, almeno, è il parere di una commissione di esperti dell’American College of Obstetricians and Gynecologists appena pubblicato sulla rivista Obstetrics & Gynecology. Nella preeclampsia compaiono ipertensione e proteinuria che possono manifestarsi dopo la 24° settimana di gestazione, causando ritardo dello sviluppo fetale, distacco di placenta, insufficienza renale, edema polmonare, emorragia cerebrale e convulsioni. «Raccogliere una dettagliata anamnesi per valutare i fattori di rischio è attualmente l’unico approccio di screening consigliato per la preeclampsia, e dovrebbe rimanerlo finché gli studi in corso non avranno dimostrato che l’aspirina o altri interventi riducono l’incidenza di della malattia nelle donne ad alto rischio individuate sulla base dei test predittivi svolti nel primo trimestre, che includono la velocimetria Doppler e la misurazione dei livelli sierici di PlGF (Placental Growth Factor) e PAPP-A (Pregnancy Associated Protein A)» scrivono gli esperti, puntualizzando che in precedenti ricerche basse dosi di aspirina hanno dimostrato di ridurre la grave preeclampsia e altre complicazioni nelle gravide che hanno iniziato la terapia prima di 16 settimane, ma questi studi utilizzano fattori di rischio clinici per identificare le donne che potrebbero beneficiare del trattamento. «I test di screening, invece, dovrebbero in teoria consentire ai medici di fornire alle loro pazienti una maggiore sorveglianza o terapie preventive, ma in pratica non ci sono prove che migliorino la prognosi» riprendono gli autori dell’articolo. E concludono: «Per raggiungere valori predittivi positivi sufficienti a un’esauriente valutazione del rischio i futuri test di screening dovrebbero avere sensibilità e specificità ben al di sopra di quanto attualmente realizzabile». (Fonte doctor33)

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Fiumicino: criticità e investimenti

Posted by fidest press agency su mercoledì, 5 agosto 2015

aeroporto-romaLa gestione di un Hub internazionale come Fiumicino, con 40 milioni di passeggeri l’anno, è un sistema complesso soggetto a molti fattori, che va armonizzato. I fili da tenere legati sono: 1)controllo del traffico aereo (Enav); 2) servizio a terra ad aeromobili e passeggeri (Società di Handling) spesso svolto con esiti disastrosi, 3) trasporto da e per Roma: una ferrovia inadeguata e un’unica bretella stradale che termina su un intasatissimo GRA; 4) la città di Fiumicino che ha una dotazione di forze di Polizia, Vigili del fuoco, Vigili urbani assolutamente inadeguata. Quindi, per superare la debolezza strutturale, che è frutto di una assenza di pianificazione ultraventennale, occorre un grande lavoro di armonizzazione dei soggetti interessati. E maggiori investimenti, non solo quelli di ADR che pure dal 2013 si stanno attuando.” Lo ha detto il senatore Bruno Astorre intervenendo in aula al Senato durante un’informativa sull’aeroporto di Fiumicino.

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Specializzazione in farmacia ospedaliera

Posted by fidest press agency su domenica, 10 maggio 2015

farmacia verbanoLa specializzazione è una delle chiavi del futuro della professione farmaceutica, un concetto da tempo al centro della linea d’azione della Federazione degli Ordini dei Farmacisti. Di qui la grande attenzione dedicata alla prima e per ora unica specializzazione riconosciuta: quella in Farmacia ospedaliera. Inevitabile, quindi che a Farmacista Più, l’assise professionale patrocinata dalla FOFI, grande interesse abbia suscitato il convegno “Scuole di specializzazione: le novità del DM 68/2015”, organizzato dalla Federazione e dalla SIFO. E’ stata l’occasione di mettere a fuoco che questo percorso formativo si è enormemente arricchito negli anni dal punto di vista tecnico e scientifico ed è divenuto conseguentemente più impegnativo riducendo, semmai ce ne fossero state, le differenze rispetto alle specializzazioni di area medica. L’hanno ricordato, con i loro interventi, oltre alla presidente della SIFO, dottoressa Laura Fabrizio, la Referente nazionale per il Consiglio direttivo dell’Università, dottoressa Alessia Pisterna, e il presidente della Conferenza dei direttori delle Scuole, professor Santi Mario Spampinato. Ancora più stridente, dunque, il contrasto con il diverso trattamento sul piano della retribuzione e previdenziale che la normativa attuale riserva agli specializzandi in farmacia ospedaliera. “Un tema che è da sempre centrale per l’azione della Federazione” ha detto il vicepresidente della FOFI, senatore Luigi D’Ambrosio Lettieri. “Un tema che abbiamo costantemente riproposto all’attenzione della politica e sul quale abbiamo ottenuto, nel tempo, che venissero stabiliti almeno alcuni importanti punti fermi. Già nel Piano sanitario 2012-2013, con l’allora Ministro Fazio, fu fatta espressa previsione di provvedere a sanare questa disparità nel momento in cui fossero state reperite le risorse necessarie e da allora non abbiamo mai allentato l’attenzione su questo aspetto”. Vanno in questo senso, tra gli altri interventi, gli emendamenti presentati dal Senatore D’Ambrosio Lettieri alla Legge di stabilità 2014, e quello al DDL Lorenzin (AS 1324), l’ordine del giorno della 12ma Commissione Sanità del Senato, approvato trasversalmente da tutte le forze politiche. Un’azione costante, dunque, proseguita con la recentissima interrogazione al Ministro dell’Istruzione Giannini in cui si chiede “come si conti di garantire il trattamento economico di cui agli articoli 37, 38, 39, 40 e 46 del decreto legislativo 17 agosto 1999, n. 368, ai soggetti non medici specializzandi in discipline dell’area sanitaria, in conformità con quanto previsto per i laureati in medicina iscritti ad analoga scuola di specializzazione ai sensi dell’articolo 8 della legge n. 401 del 2000”. Interrogazione alla quale il Ministro ha risposto che il suo dicastero sta che il Ministero sta agendo in pieno accordo con il Commissario ad acta e che insieme alle altre amministrazioni interessate, Ministero della salute e MEF, “anche ai fini della ripartizione annuale delle borse di studio nell’ambito delle risorse già previste”. E’ dunque in atto un percorso positivo. “Le condizioni di fatto per una piena equiparazione di tutte le specializzazioni di area sanitaria ci sono” ha concluso d’Ambrosio Lettieri. “E un riconoscimento legislativo non deve tardare. Continueremo a operare perché questo avvenga al più presto, anche perché non possiamo accettare che ci siano giovani colleghi meritevoli che debbono abbandonare il percorso formativo solo perché le famiglie non possono sostenerne l’onere economico”. Una sorta di selezione negativa che nemmeno il Servizio sanitario può più permettersi.

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Quando si perde coscienza per un attimo

Posted by fidest press agency su domenica, 19 aprile 2015

bolognaUno svenimento improvviso, seguito da una caduta a terra. Si chiama perdita transitoria di coscienza ed è conosciuta anche come sincope, un fenomeno che, almeno una volta nella vita, può riguardare 1 persona su 2. Nel 2014, le chiamate al 118 Bologna Soccorso per un episodio di sincope sono state 2.500, circa 7 al giorno, e in 364 casi si è reso necessario un ricovero in ospedale.
Neurologi, cardiologi, rianimatori, infermieri dell’Azienda e dell’I.R.C.C.S. presenteranno, per la prima volta in Italia in un incontro aperto ai cittadini, la lista di ciò che non si deve fare, 5 pratiche inappropriate, dall’anamnesi non accurata al ricorso ad esami diagnostici importanti ma inutili. I professionisti, attraverso la presentazione di casi clinici, spiegheranno perché eseguire più esami non rappresenta sempre un beneficio per i pazienti che hanno sperimentato un episodio di perdita transitoria della coscienza.Gli esami inutili, infatti, espongono chi vi si sottopone a possibili rischi, dalle false diagnosi, che a loro volta conducono ad altre indagini, a possibili danni per la salute, per esempio quelli derivanti da eccesso di radiazioni, oltre a rappresentare uno spreco di risorse per il sistema sanitario.
Fondamentale, invece, è il ruolo del paziente e di chi, eventualmente, ha assistito all’episodio, che non deve trascurare nessuna informazione già al momento della chiamata al 118. In questo modo, infatti, i medici potranno disporre da subito dei dati di contesto più precisi possibile, anch’essi utili per orientare esami e terapie.

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Chirurgia estetica

Posted by fidest press agency su venerdì, 21 novembre 2014

chirurgia esteticaGran parte degli interventi di chirurgia estetica, in Italia come nel resto del mondo, avvengono in ambulatori chirurgici o strutture di day surgery e non in cliniche. «Si tratta di strutture sicure e controllate periodicamente dalla Asl, che devono garantire altissimi standard di qualità per aprire e per restare aperte. Sbagliato quindi puntare il dito contro questo tipo di realtà, facendo passare l’idea che l’Italia sia una sorta di Far West della chirurgia estetica, con medici che operano nel sottoscala o in sale operatorie improvvisate. Ci sono anche queste realtà, ma sono l’eccezione: la norma è tutt’altra». Parola di Aicpe (Associazione Italiana di Chirurgia Plastica Estetica) che, attraverso il segretario Pierfrancesco Cirillo, intende fare chiarezza, in particolare dopo il recente fatto di Napoli e quello di qualche mese fa a Cagliari, dove due pazienti sono morte in seguito a interventi eseguiti appunto in ambulatori chirurgici. «In Italia sono centinaia le strutture private di day surgery e di chirurgia ambulatoriale, che danno lavoro a migliaia di persone ed erogano migliaia di interventi chirurgici ogni anno – afferma Cirillo -. I controlli sull’esistenza dei requisiti sono deputati in prima battuta alle ASL, che con il servizio tecnico ispettivo verifica severamente prima del rilascio di un’autorizzazione, e quindi ai Carabinieri del NAS, che effettuano controlli a campione per monitorare l’attività». Dall’indagine realizzata dall’Associazione Italiana di Chirurgia Plastica Estetica (Aicpe), la chirurgia estetica in Italia si pratica in oltre il 65% dei casi in day hospital o day surgery (34,4%), o in ambulatorio chirurgico (31,2%), mentre nel rimanente 33.9% in clinica (dati 2013). «Esistono da anni regole e linee guida che prevedono che certi interventi si possono eseguire in tutta sicurezza in regime ambulatoriale o di day surgery – afferma Cirillo -. Purtroppo i regolamenti non sono uniformi e variano da regione e regione: Aicpe è stata la prima a denunciare questa situazione, auspicando che si possano rendere omogenei i criteri per il rilascio dell’autorizzazione a livello nazionale. Dagli anni ’60 la chirurgia ambulatoriale è una realtà negli Stati Uniti e nel 1989 sono state definite le linee guida con un documento che ha come obiettivo la qualità e non dell’inutile burocrazia. Non dimentichiamo che la percentuale di mortalità in chirurgia plastica è molto bassa, dello 0,02%, ma si tratta pur sempre di interventi chirurgici, quindi una percentuale di rischio, anche se bassa, esiste, e spesso è imponderabile. Nei casi di Napoli e Cagliari la magistratura farà il suo corso, ma nonostante gli operatori siano chirurghi plastici di provata esperienza, le cose accadono anche per complicazioni imprevedibili. Ci risulta che in ambedue i casi, le strutture fossero autorizzate per la chirurgia ambulatoriale». La gran parte degli interventi estetici, per la loro natura e complessità, possono essere effettuati con assistenza chirurgica a ciclo diurno, quindi senza pernottamento nella struttura, consentendo così di contenere i costi e di proporre comunque interventi in sicurezza. I modelli organizzativi sono due: la chirurgia ambulatoriale e la day surgery. La chirurgia ambulatoriale può essere effettuata in ambulatori attrezzati secondo rigidi requisiti. Si tratta di interventi di facile esecuzione, da condurre in anestesia locale o analgesia su pazienti dichiarati idonei a questo trattamento, con assistenza anestesiologica. in base a una selezione che comprende condizioni generali e anche aspetti psicologici, logistici e familiari.La day surgery comprende procedure con un ricovero che prevedono un regime di ricovero limitato alle sole ore del giorno con una sorveglianza clinica e un’organizzazione specifica all’interno di strutture per le quali siano definite norme e caratteristiche. In questo contesto, è possibile eseguire operazioni non meno importanti di quelle erogate con il regime di assistenza chirurgica tradizionale. I risultati garantiti e la qualità sono gli stessi, con la riduzione del rischio al minimo accettabile per il paziente, e contenendo i costi. I pazienti adatti per la day surgery sono selezionati in base alle condizioni generali, età, fattori logistici e familiari. In regime di chirurgia ambulatoriale e di day surgery si possono eseguire la stragrande maggioranza degli interventi, in particolare blefaroplastica, rinoplastica, mastoplastica additiva, lifting, otoplastica, mastopessi, lipofilling, trapianto dei capelli, mentoplastica, protesi zigomatiche, lifting del sopracciglio, cheiloplastica e ginecomastia. Anche la liposuzione può essere eseguita in regime ambulatoriale, se la percentuale di grasso prelevato non supera il 5% del peso corporeo e se le zone trattate sono limitate.
AICPE. L’Associazione Italiana Chirurgia Plastica Estetica (www.aicpe.org), la prima in Italia dedicata esclusivamente all’aspetto estetico della chirurgia, è nata nel settembre 2011 per dare risposte concrete in termini di servizi, tutela, aggiornamento e rappresentanza. Ad AICPE, che è gemellata con l’American Society for Aesthetic Plastic Surgery (ASAPS), la più importante società di chirurgia estetica al mondo, hanno aderito oltre 200 chirurghi in tutta Italia. Membri di Aicpe possono essere esclusivamente professionisti con una specifica e comprovata formazione in chirurgia plastica estetica, che aderiscono a un codice etico e di comportamento da seguire fuori e dentro la sala operatoria. L’associazione ha elaborato e pubblicato le prime linee guida del settore, consultabili sul sito internet, in cui si descrive il modus operandi dei principali interventi. Scopo di AICPE è tutelare pazienti e chirurghi plastici in diversi modi: disciplinando l’attività professionale sia per l’attività sanitaria sia per le norme etiche di comportamento; rappresentando i chirurghi plastici estetici nelle sedi istituzionali, scientifiche, tecniche e politiche per tutelare la categoria e il ruolo; promuovendo la preparazione culturale e scientifica. Tra gli obiettivi c’è anche l’istituzione di un albo professionale nazionale della categoria.

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Artrosi al ginocchio

Posted by fidest press agency su martedì, 30 settembre 2014

????????????????????????????????????????Domenica 12 ottobre a Villa Borghese, nel cuore verde di Roma, la Terrazza del Pincio sarà il punto informativo e di ritrovo per la partenza della Camminata. Il Galoppatoio, il Museo Canonica, ma anche il Museo di Villa Borghese e l’Uccelliera saranno poi le tappe di questa passeggiata simbolica di 6.000 passi, circa 4 km, che ha l’obiettivo di promuovere la salute di un’articolazione così importante quale è il ginocchio, attraverso uno stile di vita sano e attivo. La camminata, aperta non solo ai pazienti che soffrono di artrosi del ginocchio ma a tutta la cittadinanza, è ispirata ai risultati di un recente studio internazionale, che si focalizza sul tema del movimento e incoraggia a camminare un’ora al giorno (cioè l’equivalente di 6.000 passi) per evitare problemi e limitazioni del movimento. A tutti i partecipanti saranno distribuiti t-shirt con il logo della manifestazione #Passidisalute e, soprattutto, contapassi per monitorare il numero di passi effettuati durante la passeggiata e calcolare la distanza percorsa!
L’artrosi del ginocchio (osteoartrosi) è la patologia più comune del ginocchio dopo i 60 anni e interessa soprattutto il sesso femminile. In Italia, colpisce il 26% delle donne, dalla menopausa in poi, e il 12% degli uomini sopra i 65 anni[2]. A causa dell’invecchiamento della popolazione e della crescente epidemia di obesità, a livello mondiale, si prevede che il numero di persone che soffrono di questa malattia sia destinato ad aumentare fino a raggiungere il 40% nel 2025[3]. L’osteoartrosi (OA) è una malattia reumatica cronica causata da una degenerazione irreversibile dell’articolazione del ginocchio, che inizia a manifestarsi con il dolore dell’articolazione o della muscolatura circostante, ma anche con sensazioni di scricchiolio, di rigidità o di debolezza avvertite all’altezza del ginocchio. Tra i suoi principali fattori di rischio, si distingue tra quelli meccanici, che agiscono cioè sul carico sopportato dall’articolazione, come obesità, malformazioni, traumi e microtraumi, lussazioni e fratture, e quelli inerenti la cartilagine, tra cui infiammazione, predisposizione genetica, disordini metabolici e invecchiamento. Anche la mancanza di esercizio fisico e uno stile di vita sedentario possono favorire l’insorgere della malattia. Se non trattata, l’artrosi del ginocchio può comportare una ridotta capacità di movimento, limitando la normale vita di relazione e la qualità di vita.
Per la diagnosi sono fondamentali la radiografia, per individuare l’usura delle cartilagini, oltre ad una visita specialistica, dal reumatologo, dall’ortopedico o dal fisiatra, per capire se ci sono deformità nell’articolazione e indagare il tipo di dolore.Alla diagnosi deve essere necessariamente seguire un trattamento adeguato e tempestivo. Oggi tutti i trattamenti disponibili per l’OA del ginocchio sono utili per ridurre l’entità dei sintomi, prevenendo l’ulteriore degenerazione della cartilagine, riducendo il dolore e migliorando la qualità di vita di chi è affetto da questa patologia. I trattamenti si dividono in tre categorie: non farmacologici (es. dieta, ginocchiere e plantari), farmacologici (antidolorifici e antinfiammatori, infiltrazioni intra-articolari di steroidi o acido ialuronico ) e chirurgici (protesi e irrigazioni)

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Chirurgia plastica, Italia settima al mondo per numero di interventi nei dati Isaps 2013

Posted by fidest press agency su mercoledì, 30 luglio 2014

MedicinaL’Italia è il settimo Paese al mondo per numero di interventi di chirurgia e medicina estetica. È quanto emerge dal sondaggio condotto dalla International Society of Aesthetic Plastic Surgery (Isaps), la più grande associazione al mondo di chirurghi plastici estetici, che anche quest’anno ha realizzato un’indagine sui principali trattamenti chirurgici e non chirurgici realizzati nel 2013.I Paesi che hanno effettuato il maggior numero di trattamenti sono stati gli Stati Uniti (3.996.631 interventi, 17% del totale), seguiti a distanza da Brasile (2.141.257, 9,1%) e Messico (884.353 (3.8%). Settima l’Italia con 192.576 interventi, pari all’1.6% del totale. «Un risultato che conferma come l’Italia sia uno dei Paesi chiave per il settore della chirurgia e medicina estetica – aggiunge Campiglio -. Tra i soci di Isaps, peraltro, gli italiani sono molto numerosi. Un ulteriore segno del ruolo di primo piano che riveste il nostro Paese in questo campo»Le procedure chirurgiche più richieste al mondo sono state l’aumento del seno (1.773.584); liposuzione (1.614.031); blefaroplastica (1.379263); lipofilling (trapianto di grasso autologo) 1.053.890 e rinoplastica (954.423). Le stesse rilevate in Italia dall’indagine effettuata dall’Associazione Italiana di Chirurgia Plastica Estetica (Aicpe): «Per il 2013 i cinque interventi più praticati in Italia sono gli stessi rilevati da Isaps a livello mondiale – afferma Pierfrancesco Cirillo, segretario di Aicpe -. Questo significa che le esigenze degli italiani sono sostanzialmente allineate con quelle del resto del mondo: una tendenza peraltro che risulta sempre più evidente in tutti i Paesi considerati. I canoni di bellezza sono sempre più globalizzati».Diverso invece il discorso per quanto riguarda la medicina estetica: se a livello mondiale l’intervento più praticato in assoluto si conferma essere la tossina botulinica (5.145.189), seguita a distanza da filler e riassorbibili (3.089.686), in Italia la situazione è diversa. Al primo posto si conferma infatti l’acido ialuronico, seguita dalla tossina botulinica: «Nel nostro Paese si registra ancora una certa resistenza nei confronti della tossina botulinica, a causa spesso di informazioni non sempre scientificamente corrette» commenta Cirillo. I dati sono stati raccolti grazie a un questionario di due pagine inviato ad oltre 30.000 chirurghi plastici di tutto il mondo . Le risposte analizzate da Industry Insight, azienda statunitense indipendente specializzata in queste ricerche da oltre 15 anni, sono state 1.567.
AICPE: L’Associazione Italiana Chirurgia Plastica Estetica (www.aicpe.org), la prima in Italia dedicata esclusivamente all’aspetto estetico della chirurgia, è nata nel settembre 2011 per dare risposte concrete in termini di servizi, tutela, aggiornamento e rappresentanza. Ad AICPE, che è gemellata con l’American Society for Aesthetic Plastic Surgery (ASAPS), la più importante società di chirurgia estetica al mondo, hanno aderito oltre 200 chirurghi in tutta Italia. Membri di Aicpe possono essere esclusivamente professionisti con una specifica e comprovata formazione in chirurgia plastica estetica, che aderiscono a un codice etico e di comportamento da seguire fuori e dentro la sala operatoria. L’associazione ha elaborato e pubblicato le prime linee guida del settore, consultabili sul sito internet, in cui si descrive il modus operandi dei principali interventi. Scopo di AICPE è tutelare pazienti e chirurghi plastici in diversi modi: disciplinando l’attività professionale sia per l’attività sanitaria sia per le norme etiche di comportamento; rappresentando i chirurghi plastici estetici nelle sedi istituzionali, scientifiche, tecniche e politiche per tutelare la categoria e il ruolo; promuovendo la preparazione culturale e scientifica. Tra gli obiettivi c’è anche l’istituzione di un albo professionale nazionale della categoria.
ISAPS: Fondata 43 anni fa alle Nazioni Unite da un gruppo di chirurghi plastici, l’Isaps è oggi la più grande associazione di categoria, con 2.360 membri in 93 Paesi. I chirurghi, per essere ammessi, sono sottoposti a una rigida selezione e devono avere precise qualifiche e requisiti. La missione dell’Isaps è duplice: da un lato informare i chirurghi plastici sulle ultime tecniche del settore e dall’altro promuovere la sicurezza per i pazienti.

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Nuove opzioni per schizofrenia e fibrosi cistica

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 aprile 2012

Novità in ambito terapeutico per il trattamento della schizofrenia a della fibrosi cistica. La prima, già disponibile in Italia, è la formulazione iniettabile che prevede una somministrazione mensile di paliperidone palmitato a rilascio prolungato, un antipsicotico indicato nel trattamento della patologia. Il farmaco ha ottenuto l’autorizzazione dall’Ema e dall’FdaA nel corso del 2011, in seguito a prove di efficacia ottenute in un ampio programma di sviluppo clinico. In particolare: da quattro studi in doppio cieco, controllati con placebo, condotti in pazienti con riacutizzazione della schizofrenia e dauno studio più prolungato in doppio cieco per la prevenzione delle ricadute e il mantenimento. Si arricchisce di un nuovo farmaco anche la gestione della fibrosi cistica: la Commissione europea ha approvato la commercializzazione di un farmaco coadiuvante nell’eliminazione del muco e in grado di migliorare la funzionalità polmonare e contrastare le riacutizzazioni della patologia. L’efficacia nel migliorare i parametri dell’efficienza polmonare e nel ridurre episodi infettivi nei pazienti trattati rispetto ai soggetti di controllo, è stata dimostrata in studi clinici di Fase III.(fonte: doctornews33)

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Pacemaker gastrico

Posted by fidest press agency su sabato, 21 aprile 2012

Abano Terme (PD), È simile a quello utilizzato per il cuore, ma il nuovo peacemaker, posizionato nello stomaco di pazienti obesi, aiuta a perdere peso attraverso impulsi elettrici che provocano un senso di sazietà. Si tratta del dispositivo gastrico ‘abiliti’, presentato oggi in un simposio satellite da Thomas Horbach dell’Università di Erlangen, Norimberga, che ha avviato la prima sperimentazione clinica europea. È questa l’importante novità per i pazienti super obesi che arriva dal Congresso SICOB – SIO (Società italiana di chirurgia dell’obesità e delle malattie metaboliche Società Italiana dell’Obesità) in corso fino al 21 aprile nella città termale. “Al momento i pazienti selezionati per la sperimentazione comparativa post-marketing in Italia sono quelli con obesità di tipo due e tre, con indice di massa corporea (BMI) tra 35-50, e patologie associate, come diabete e problemi cardiocircolatori – spiega Ferruccio Santini, dell’ Azienda Ospedaliero Universitaria Pisana – grazie alla sperimentazione saremo in grado di tracciare un identikit ancor più preciso del paziente che potrà sottoporsi all’impianto del dispositivo e avrà così un ulteriore opzione agli altri interventi di chirurgia bariatrica, come il by-pass gastrico o il bendaggio. La sperimentazione post marketing mette a confronto il dispositivo abiliti con la tecnica del bendaggio gastrico: il primo non impone al paziente un cambiamento drastico nell’assunzione di alimenti o bevande. Va comunque sottolineato che per calare di peso una volta impiantato il device si dovrà optare per cibi sani e dosare le porzioni. Abiliti aiuta a seguire corrette abitudini alimentari, fa avvertire prima e più a lungo la sensazione di sazietà quando il paziente mangia o beve, riducendo in tal modo la frequenza dei pasti.” Le informazioni raccolte dal ‘sensore alimenti’ forniscono un quadro completo del consumo di cibi e bevande del paziente, mentre il ‘sensore attività’ registra l’esercizio fisico e calcola le calorie bruciate. Grazie ad una semplice connessione wireless, il medico e il paziente possono analizzare i dati di consumo e attività e valutare il comportamento alla luce degli obiettivi di perdita di peso. “I dati che arrivano dalla sperimentazione Europea sono incoraggianti – ha aggiunto il Prof. Santini – dopo dodici mesi dall’impianto si è vista una riduzione nei pazienti con diabete di tipo II, ipertensione e una normalizzazione della pressione sanguigna, è stata inoltre riscontrata una miglioramento significativa nei valori del colesterolo LDL e dell’HDL nei pazienti affetti da ipercolesterolemia che hanno preso parte allo studio. Inoltre l’intervento per l’impianto del dispositivo, eseguito in laparoscopia, è breve e con minori complicanze e non costringe il paziente ad un drastico cambiamento delle proprie abitudini alimentari. In Italia la sperimentazione è già stata avviata nel nostro centro a Pisa e in altri 5 centri nell’Ospedale Regionale di Vicenza, nella Casa di Cura S. Pio X Milano, Ospedale San Luca di Torino, Casa di Cura Leonardo di Sovigliana (FI), e nell’Ospedale San Giovanni Decollato Roma. Abiliti ha ricevuto il marchio CE nell’Unione Europea è disponibile in commercio in Spagna, Germania e Regno Unito e Italia. Le sperimentazioni post-marketing del dispositivo nei confronti del bendaggio gastrico è stato condotto in 11 centri europei.

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Ictus: interventi tempestivi grazie alle stroke unit mobili

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 aprile 2012

Nei pazienti con sospetto ictus, il trattamento attraverso stroke unit mobili riduce sostanzialmente il tempo medio che intercorre tra il momento dell’allarme e la decisione terapeutica. È quanto emerge da uno studio tedesco randomizzato controllato, condotto in un solo centro sotto il coordinamento di Silke Walter, dell’Ospedale universitario del Saarland, a Homburg. A fronte di una percentuale estremamente bassa (dal 2% al 5%) dei pazienti che ricevono in tempo un trattamento trombolitico dopo un ictus, i ricercatori si sono proposti di verificare l’efficacia di un nuovo approccio di diagnosi e trattamento che inizia direttamente sul posto dove avviene l’emergenza, invece di attendere l’arrivo in ospedale. Sono rientrati in questo studio randomizzato e controllato 100 pazienti di età compresa tra i 18 e gli 80 anni con sintomi di ictus iniziati non più di due ore e mezzo prima della chiamata al reparto di pronto soccorso. Un gruppo di 53 soggetti ha ricevuto un trattamento preospedaliero in una speciale ambulanza equipaggiata con uno scanner per tomografia a raggi X computerizzata, un laboratorio per analisi e una connessione per assistenza telemedica, mentre gli altri 47 sono stati sottoposti al consueto trattamento ospedaliero. L’utilizzo della stroke unit mobile ha ridotto il tempo tra l’allarme e l’avvio del trattamento, che è stato mediamente di 35 minuti rispetto ai 76 registrati nei casi di terapia iniziata in ospedale. Simili risparmi di tempo si sono avuti nell’esecuzione della tomografia, delle analisi di laboratorio e della terapia trombolitica intravenosa. Gli outcome relativi alla sicurezza sono stati simili nei due gruppi. Lancet Neurol. 2012 Apr 10. [Epub ahead of print] (fonte doctornews33)

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Infanzia al Sud: necessarie più risorse e qualità degli interventi

Posted by fidest press agency su mercoledì, 4 aprile 2012

Crescere al Sud, promossa da “Fondazione CON IL SUD” e “Save the Children”, incontra il Ministro per la Coesione Territoriale Fabrizio Barca e il Sottosegretario all’Istruzione Marco Rossi Doria, per avviare un confronto costruttivo a partire dai dati drammatici su povertà e dispersione scolastica nel Mezzogiorno Su 100 bambini che vivono in Calabria e in Campania solo 3 accedono all’asilo nido, ma in tutto il Mezzogiorno la frequenza è comunque 4 volte inferiore alla media nazionale. Un futuro migliore per chi cresce al Sud sembra meno possibile e più lontano se, dopo l’asilo, anche a scuola si perdono per strada 3 studenti su 10 che non arrivano al diploma, servizi spesso essenziali come il tempo pieno sono disponibili in meno di 1 caso su 10 (8,6% nel Mezzogiorno e 7,1% nelle isole), mentre 1 bambino su 2 (42,6%) ne può usufruire nel Nord-Ovest. Un percorso di crescita che in 601 comuni del Sud ad alta densità criminale su un totale di 1.608 espone bambini e adolescenti ad una cultura di illegalità e violenza diffusa. Anche sul fronte della povertà sono i minori che vivono nel Mezzogiorno ad essere maggiormente colpiti, con un numero doppio di bambini e adolescenti in condizioni di povertà relativa (1.227.000 sul totale di 1.876.000 in Italia) e 359.000 in condizioni di povertà assoluta, il 9,3% di tutta la popolazione minorile meridionale . Alla crisi in atto, che aggrava ulteriormente le condizioni economiche delle famiglie e in particolare di quelle con più figli minori, si associa una drammatica e continua contrazione delle risorse pubbliche. I fondi per gli interventi sociali trasferiti dallo Stato centrale alle Regioni si sono ridotti tra il 2008 e il 2011 dell’85% (da 1.213,2 milioni a 178,5) e, sul fronte dell’educazione, già nel 2008 la spesa dell’Italia si è collocata al 29 posto su 34 Paesi secondo le stime dell’OCSE (il 4,8% del PIL contro una media del 6,1%). Questo il punto di partenza di Crescere al Sud, la rete promossa da Fondazione con il Sud e Save the Children che raccoglie 20 associazioni e organizzazioni presenti sul territorio, che in occasione dell’incontro odierno con il Ministro per la Coesione Territoriale Fabrizio Barca richiama con forza l’esigenza di maggiori risorse per l’infanzia al Sud, afidest@gmail.com partire dall’utilizzo dei Fondi Europei. Infatti, nonostante i progressi degli ultimi mesi, l’Italia ha speso solo il 19, 7% dei 43,5 miliardi di euro destinati alle Regioni del Sud e rimane al penultimo posto tra i Paesi europei per capacità di spesa . Grazie alle competenze, al radicamento sul territorio e alla professionalità delle organizzazioni che ne fanno parte, Crescere al Sud punta a favorire una maggiore qualità degli interventi di contrasto alla povertà promuovendo, a partire dal ruolo centrale della scuola, la tutela dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, dalla cittadinanza alla legalità, dal gioco all’ambiente e alla salute.
Tra le prossime iniziative di Crescere al Sud tre appuntamenti di verifica e approfondimento in Puglia (l’ 11 e 12 Aprile 2012), Calabria (Giugno 2012) e Sicilia (Ottobre 2102) rispettivamente su contrasto alla povertà, legalità e comunità educante, per porre le basi di proposte di intervento mirate. Tra i suoi primi obiettivi, Crescere al Sud intende promuovere la creazione, nei Comuni ad alta densità criminale di aree ad “alta densità educativa” che, grazie a nuove risorse pubbliche e private, prevedano progetti per l’aumento del tempo scuola, lo sviluppo e la formazione di una coscienza civile, democratica e responsabile fondata sull’educazione ai diritti di cittadinanza, e consentano il potenziamento degli interventi di volontariato.
I promotori di Crescere al Sud sono: AIMMF (Associazione Italiana dei Magistrati per i Minorenni e per la Famiglia), ANPAS (Associazione Nazionale Pubbliche Assistenze), Associazione Culturale Kreattiva, CGD (Coordinamento Genitori Democratici), CISMAI (Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l’Abuso dell’Infanzia) , Civitas Solis, CNCA (Coordinamento Nazionale delle Comunità d’Accoglienza), CNOAS (Consiglio Nazionale Ordine degli Assistenti Sociali), Cooperativa sociale Iskra , CSI (Centro Sportivo Italiano), Cooperativa sociale Dedalus, E.I.P. Italia – Scuola Strumento di Pace, Fondazione CON IL SUD, Inventare Insieme, Istituto Don Calabria, L’Altra Napoli, L’Orsa Maggiore, Libera, Save the Children, S.I.P. (Società Italiana di Pediatria), UISP (Unione Italiana Sport per Tutti). Per ulteriori informazioni: http://www.crescerealsud.it

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500mila euro alle associazioni di protezione civile

Posted by fidest press agency su domenica, 1 aprile 2012

Protezione Civile - Canadair CL-415

Protezione Civile - Canadair CL-415 (Photo credit: Air Force One)

518mila euro per 42 progetti destinati a migliorare la qualità e la sicurezza degl interventi dei volontari di protezione civile. E’ questa la cifra complessiva “distribuita” dalla Provincia di Torino con il bando, pubblicato a gennaio del 2011, per assegnare i contributi alle associazioni di volontariato di protezione civile iscritte nel registro provinciale.
Il bando – che ha messo insieme i contributi provenienti da trasferimenti regionale di tre annualità, dal 2007 al 2010- teneva conto delle linee di indirizzo del Dipartimento della Protezione Civile nazionale individuando tre “assi” per i progetti: il potenziamento della colonna mobile provinciale (ovvero l’insieme di uomini e mezzi, anche con competenze specialistiche, in grado di attivarsi rapidamente sulla base della tipologia di emergenza da affrontare); progetti formativi che hanno come priorità il rispetto della configurazione territoriale dei Centri Operativi Misti (C.O.M.); progetti per l’acquisto di materiale, mezzi e attrezzature di protezione individuale. 61 sono stati i progetti presentati dalle associazioni di volontariato ai primi di maggio 2011, e solo 8 non avevano a priori i requisiti per accedere al bando. Degli altri 53, la maggior parte ha richiesto contributi per l’acquisto di materiali, mezzi e attrezzature di protezione individuale, al punto che pur avendo la Provincia destinato maggiori risorse a questi progetti di quelle previste inizialmente, la Commissione di valutazione –costituitasi subito dopo la chiusura del bando, a fine maggio 2011- ha dovuto istituire una graduatoria. “Sono molto soddisfatto in termini generali dalla qualità dei progetti presentati” ha commentato il presidente Saitta ”Il nostro obiettivo era distribuire i contributi evitando l’effetto a pioggia, per costruire invece un sistema integrato della protezione civile: individuando quindi anche su base territoriale cosa realmente serve non solo alla singola associazione, ma alla complessiva efficienza della protezione civile. Le associazioni hanno risposto bene, con molta attenzione alla sicurezza di chi opera nelle emergenze –così da rendere effettive le disposizioni previste dalla legge 81 del 2008 in materia di sicurezza sul lavoro- e alla qualità degli interventi, e quindi alla formazione e all’acquisto di mezzi e materiali specialistici. E’ un segnale importante che la protezione civile continua a crescere

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