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Quotidiano di informazione – Anno 34 n° 25

Posts Tagged ‘intestinale’

La flora intestinale può interferire coi farmaci. Ecco quali e in che modo

Posted by fidest press agency su martedì, 19 ottobre 2021

Secondo un articolo pubblicato su Nature l’intestino può trasformarsi in una vera e propria trappola che interferisce con l’efficacia delle cure. In altri termini, i farmaci possono accumularsi nei batteri intestinali, da un lato alterando la flora batterica e dall’altro influenzando gli effetti delle medicine. Nella trappola possono finirci i farmaci per il diabete, quelli per l’asma e molti altri tra cui gli antidepressivi.«Così si spiegherebbe come mai alcuni medicinali, antidepressivi per primi, funzionano in certi pazienti e non in altri. Tale perdita di efficacia avviene attraverso due tipi di meccanismi, il bioaccumulo e la trasformazione chimica dei medicinali da parte dei microrganismi» spiega il coautore Kiran Patil del Laboratorio europeo di biologia molecolare (EMBL) a Heidelberg in Germania, che assieme ai colleghi dell’Unità di tossicologia del Medical Research Council di Cambridge, Regno Unito, ha mappato queste interazioni coltivando 25 batteri intestinali comuni e studiando come interagivano con 15 diverse molecole farmacologiche, per un totale di 375 test. «Così facendo abbiamo osservato la presenza di 70 interazioni tra microrganismi e farmaci, 29 delle quali non note» scrivono gli autori, spiegando che più di metà delle nuove interazioni dipende dal bioaccumulo, meccanismo in cui i batteri immagazzinano il farmaco a livello intracellulare senza modificarlo chimicamente ma riducendone la disponibilità per l’organismo. Viceversa, negli altri casi il meccanismo in causa è la biotrasformazione, ossia l’alterazione da parte dei farmaci della funzione e della composizione del microbioma intestinale con ripercussioni sul rischio di effetti collaterali. Tra i farmaci accumulati nei batteri ci sono l’antidepressivo duloxetina, l’antidiabetico rosiglitazone, l’antiasmatico montelukast e il roflumilast, indicato nella malattia polmonare cronica ostruttiva. In qualche caso i farmaci vengono accumulati da un tipo di batteri e in altri modificano il microbioma. La duloxetina, per esempio, agisce con entrambi i meccanismi: accumulandosi altera i prodotti rilasciati dai batteri accumulatori di cui si nutrono altri batteri. Questi ultimi aumentano di numero rompendo l’equilibrio della flora intestinale con conseguenze sulla metabolizzazione dei farmaci. (fonte doctor33)

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Dall’analisi del microbiota intestinale uno strumento in più per la diagnosi del Covid-19

Posted by fidest press agency su mercoledì, 24 febbraio 2021

By Curiale Salvatore. Roma-San Giovanni Rotondo. Una ricerca dell’INMI e dell’IRCCS Casa Sollievo della Sofferenza apre nuove prospettive per la gestione clinica dei pazienti. L’infezione da Sars-Cov-2 provoca alterazioni della flora intestinale che, opportunamente analizzate con sistemi di sequenziamento genomico di nuova generazione, possono fornire nuovi strumenti per la diagnosi e per la terapia del Covid-19, e per la stratificazione dei pazienti per profili di rischio. Sono questi i risultati più importanti di una ricerca condotta congiuntamente dall’Istituto Nazionale Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani” di Roma e dall’IRCCS “Casa Sollievo della Sofferenza” di San Giovanni Rotondo (FG), appena pubblicata dalla rivista scientifica PLOS ONE.Il Covid-19, come noto, è una malattia che interessa le basse vie respiratorie, ma il virus Sars-Cov-2 che la provoca è stato individuato anche in altri distretti corporei. In particolare, la presenza del virus in tamponi rettali dimostra che, oltre che nei polmoni, esso può aggredire anche altri organi, come l’intestino: d’altra parte il recettore ACE2, che è la porta d’ingresso attraverso la quale il virus penetra nelle cellule umane, è abbondantemente presente anche nelle cellule del tratto gastro-intestinale.Per di più una importante proporzione di pazienti Covid-19 evidenzia sintomi gastrointestinali, e diverse ricerche in passato hanno dimostrato che le infezioni respiratorie, e tra esse il Covid-19, si associano ad alterazioni della composizione del microbiota intestinale, quella complessa “comunità” composta soprattutto da batteri, ma anche da lieviti, parassiti e virus, che comunemente chiamiamo “flora intestinale” e che svolge una funzione essenziale nel mantenere l’equilibrio (la cosiddetta “eubiosi”) dell’organismo. Recenti ricerche hanno evidenziato l’esistenza di un “asse polmoni-intestino”, nel quale il microbiota intestinale, quando le cellule immunitarie intestinali hanno individuato patogeni estranei, rilascia prodotti microbici e immuno-modulatori che aiutano la regolazione dell’immunità polmonare, e viceversa.Sulla base di queste premesse, i ricercatori dell’INMI e della Casa Sollievo della Sofferenza hanno ipotizzato che la polmonite da Sars-Cov-2 possa influenzare il microbiota intestinale, e che da queste alterazioni si possano estrarre marcatori diagnostici che potrebbero essere di grande aiuto nella stratificazione dei pazienti e dei relativi profili di rischio di malattia grave.Per la ricerca sono stati raccolti, tra aprile e maggio 2020, i tamponi rettali di 23 pazienti ricoverati presso l’INMI, suddivisi in tre gruppi: nove positivi al Sars-Cov-2 ricoverati in degenza ordinaria (w-COVID19), sei positivi al Sars-Cov-2 ricoverati in terapia intensiva (i-COVID19), e otto pazienti ricoverati in degenza ordinaria o terapia intensiva ma negativi al test per Sars-Cov-2, utilizzati come gruppo di controllo. I campioni di questi pazienti sono stati quindi sottoposti a sequenziamento genomico dell’RNA ribosomiale 16S, tecnica che permette di individuare i diversi microorganismi presenti nel microbiota in maniera assai più rapida ed efficiente rispetto alle tecniche microbiologiche classiche.
Dall’analisi sono emerse significative differenze nella composizione del microbiota tra i tre gruppi di pazienti. Rispetto al gruppo di controllo e ai pazienti w-COVID19, i pazienti i-COVID19 hanno per esempio evidenziato un calo dell’indice Chao1, che misura la ricchezza microbica. I pazienti w-COVID19, invece, hanno evidenziato una maggiore quantità di Proteobacteria, mentre i pazienti i-COVID19 mostravano maggiori quantità delle famiglie Staphylococcaceae, Microbacteriaceae, Micrococcaceae, Pseudonocardiaceae, Erysipelotrichales.“Questi dati possono aprire nuove prospettive anche in campo terapeutico in un prossimo futuro” ha precisato Valerio Pazienza, biologo del Laboratorio di ricerca in Gastroenterologia dell’IRCCS Casa Sollievo della Sofferenza. “È possibile presupporre una opzione terapeutica adiuvante agli attuali trattamenti oggi disponibili, dove l’integrazione di specifiche miscele di probiotici, opportunamente selezionati per competere selettivamente con i microorganismi dannosi aumentati nei pazienti Covid-19, possa sia attenuare la perdita di ricchezza del microbiota intestinale che mitigare il decorso della malattia, evitando magari il rischio di trasferimento nel reparto di terapia intensiva per i pazienti SARS-CoV-2 positivi”. By Salvatore Curiale Science communicator Istituto Nazionale Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani” – I.R.C.C.S.

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Parto cesareo e microbiota intestinale

Posted by fidest press agency su venerdì, 25 settembre 2020

“I bambini nati da parto cesareo vengono scippati di quell’eredità microbica che madre natura ha programmato per il neonato, ovvero il passaggio attraverso il canale da parto e la conseguente consegna di microbiota materno. Questi bambini hanno un’alterata composizione del microbiota intestinale e quindi una disbiosi”. Lo dichiara Leonardo Miniello, vicepresidente della Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale (SIPPS) e docente di Nutrizione infantile all’Università di Bari, anticipando il proprio intervento al congresso virtuale in live streaming della Sipps ‘Napule è…’, in programma da domani al 20 settembre. Il titolo della sua relazione, prevista sabato, sarà ‘Microbiota: i biomodulatori’. Il microbiota intestinale agisce in difesa del nostro corpo da agenti patogeni, ha delle funzioni immunitarie vitali e sviluppa quelle metaboliche, però “l’Italia- denuncia il professor Miniello- detiene il triste primato, insieme alla Cina, sull’incidenza del parto cesareo. La media del Paese è del 38%, in Campania si arriva anche al 55/60% e la Puglia si attesta al 45%”. Secondo il vicepresidente SIPPS non solo neonati e bambini possono avere delle disbiosi intestinali, ma “quasi tutte le persone sotto stress. Queste, hanno delle ricadute sensibili sulla composizione del microbiota intestinale, dovuto all’esistenza di un asse tra intestino e cervello. Il 90% della serotonina, l’ormone del buon umore- approfondisce l’esperto- viene prodotto dall’intestino e regolato dal microbiota intestinale. Quindi, una disbiosi può determinare un’alterazione del carattere e del comportamento”.Per risolvere il problema di squilibrio microbico intestinale dei bambini “si può fare ricorso- consiglia Miniello- ai biomodulatori. Ce ne sono di quattro tipi: probiotici, prebiotici, simbiotici e postbiotici. L’importante è chiedere sempre al pediatra che saprà consigliarne uno che abbia funzioni immunomodulanti favorevoli”.Scavando più a fondo il professore definisce il microbiota intestinale come “l’organo fragile, perchè, negli ultimi 50 anni, abbiamo alterato la sua composizione con cibi sempre più curati microbiologicamente e con l’antibiotico terapia facile. Noi- prosegue- veniamo dalla campagna, consumavamo la carne una volta alla settimana e avevamo una dieta ricca di carboidrati, legumi e cereali. Purtroppo, questo tipo di alimentazione è stato abbandonato. Per un ragazzo è più ‘cool’, fa più ‘figo’ essersi ‘sparato’ un bigburger piuttosto che aver mangiato la pasta e ceci della mamma. Dobbiamo tornare alle nostre tradizioni ed esportare la nostra cultura culinaria. Invece- conclude- siamo stati assediati ed espugnati da culture oltreoceano che hanno alterato e violato la nostra entità biologica”.

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Il microbiota intestinale può frenare la cancerogenesi

Posted by fidest press agency su mercoledì, 19 febbraio 2020

Secondo uno studio coordinato da Humanitas, con il sostegno di Fondazione Airc, all’interno del microbiota intestinale sono presenti alcuni ceppi batterici che potenzialmente in grado di frenare lo sviluppo dei tumori intestinali. «Analizzando il microbiota di pazienti in uno stadio precoce di sviluppo del tumore intestinale, il cosiddetto adenoma, abbiamo osservato l’assenza di una famiglia di batteri chiamati Erysipelotrichaceae, vista anche nel modello preclinico» spiega in un comunicato stampa Maria Rescigno, Principal Investigator del Laboratorio di Immunologia delle mucose e Microbiota di Humanitas e docente di Humanitas University, autrice senior del lavoro pubblicato su Nature Microbiology.
«Isolando questi batteri, abbiamo riscontrato delle proprietà antitumorali capaci di bloccare il proliferare incontrollato delle cellule, cosa che invece accade nel caso di una loro mancanza» aggiunge.
I ricercatori hanno dimostrato che i cambiamenti nella composizione del microbiota e del muco avvengono in concomitanza con la cancerogenesi. Hanno quindi identificato due ceppi anticancerogenici del microbiota, ovvero Faecalibaculum rodentium e il suo omologo umano, Holdemanella biformis, che sono fortemente sottorappresentati durante la cancerogenesi. Viene ormai considerato un dato di fatto che il microbiota intestinale abbia un ruolo attivo nello sviluppo del tumore del colon-retto, ma nessuno aveva finora dimostrato un effettivo ruolo protettivo di alcuni batteri. In questo caso gli esperti sono riusciti nell’intento, aprendo la via a possibili impieghi nella diagnosi precoce in pazienti a rischio dello sviluppo del cancro. «Il fatto che il microbiota rilevato nelle feci non presenti questa famiglia di batteri è estremamente importante ai fini della diagnosi precoce della malattia nei pazienti con adenoma avanzato. Inoltre, proprio per questi pazienti si potrebbe pensare di ridurre il rischio restituendo il batterio sotto forma di probiotico» conclude Rescigno. (fonte: Dctor33)

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Disbiosi intestinale nel paziente celiaco

Posted by fidest press agency su lunedì, 29 ottobre 2018

La dieta priva di glutine, conseguente alla diagnosi di celiachia, non sempre dispensa il paziente dai tipici disturbi dell’IBS, la sindrome dell’intestino irritabile. Molto spesso infatti anche nei pazienti celiaci che seguono attentamente le indicazioni dietetiche persistono problemi gastrointestinali, tipici dell’IBS, dovuti principalmente alla carenza di bifidobatteri nella flora batterica. Fondamentale, quindi, agire in modo efficace sullo squilibrio intestinale, la disbiosi. Uno studio clinico, illustrato oggi a Milano durante la conferenza stampa “Celiachia e probiotici: l’efficacia dimostrata di un nuovo probiotico multiceppo nei pazienti con celiachia e gluten sensitivity”, comprova la validità d’azione di un nuovo probiotico multiceppo, composto da Lattobacilli e Bifidobatteri.
“In letteratura è noto che il rischio di avere sintomi di intestino irritabile per i pazienti celiaci, anche se a dieta, è 4 o 5 volte maggiore dei pazienti non celiaci – spiega il professor Ruggiero Francavilla, Pediatra Gastroenterologo della Clinica Pediatrica Universitaria Ospedale Pediatrico Giovanni XXIII di Bari, che ha condotto lo studio “Clinical and Microbiological Effect of a Multispecies Probiotic Supplementation in Celiac Patients With Persistent IBS-type Symptoms” insieme a Maria De Angelis, Professore associato dell’Università degli studi di Bari Aldo Moro.
L’analisi è partita dal presupposto che la disbiosi intestinale nei pazienti celiaci a dieta, simile a quella dei pazienti con colon irritabile, potrebbe essere alla base dell’aumento della prevalenza della sintomatologia. “L’obiettivo dello studio è stato valutare l’efficacia e la sicurezza di una miscela probiotica composta da 3 Bifidobatteri e 2 Lattobacilli in pazienti con malattia celiaca (CD) con sintomi di sindrome dell’intestino irritabile (IBS) nonostante una rigorosa dieta priva di glutine (GFD). I pazienti che hanno assunto il probiotico hanno mostrato un miglioramento degli score sintomatologici rispetto a coloro che avevano preso il placebo”.
In totale sono stati presi in esame 109 pazienti celiaci, inseriti in questo studio clinico randomizzato, in doppio cieco, controllato con placebo: ad una parte di questi (celiaci a dieta da almeno due anni) è stata somministrata per 6 settimane una miscela di 3 Bifidobatteri e 2 Lattobacilli, mentre a un secondo gruppo è stato somministrato un placebo. Successivamente, per ulteriori 6 settimane, i pazienti sono rimasti in osservazione senza assumere alcun prodotto. Al termine dello studio, i pazienti che hanno assunto il probiotico hanno mostrato un notevole miglioramento degli score sintomatologici rispetto a coloro che avevano preso placebo. La celiachia infatti è una patologia di tipo autoimmune su base genetica, multifattoriale, la cui frequenza si avvicina al 2% della popolazione e può manifestarsi a qualsiasi età.
“Attualmente sappiamo che i fattori determinanti sono genetici uniti a fattori esterni, come l’ingestione del glutine, ma potrebbero esserci altri elementi responsabili della patologia – osserva il prof. Carlo Catassi, Direttore della Clinica Pediatrica Universitaria Politecnica delle Marche -. Possono influire sull’insorgenza della celiachia infezioni riscontrate da bambino, alimentazione infantile, somministrazione di antibiotici. Questi fattori possono modificare il microbiota intestinale, cioè la flora batterica presente nel nostro intestino, che può a sua volta influenzare la funzione immunitaria e la permeabilità intestinale. Sulla base di quanto sopra, possiamo affermare che il microbiota potrebbe giocare un ruolo nello scatenare la patologia celiaca in un soggetto predisposto”.

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Il microbiota intestinale, cos’è e come influisce sulla nostra salute

Posted by fidest press agency su domenica, 15 Maggio 2016

batteri patogeniSicuramente tra le più interessanti scoperte della ricerca medica degli ultimi anni ci sono le comunità microbiche (batteri, virus, miceti e in alcuni casi anche protozoi) che popolano il nostro organismo: canale digerente, apparato respiratorio, apparato genito-urinario, cute. Ad appassionare maggiormente è il loro ruolo, la loro importanza, la loro azione all’interno di quello che ormai si è capito essere un super-organismo fatto di due sistemi: il nostro corpo e i microbi. “Indubbiamente di tutto il sistema microbico è quello che vive all’interno dell’apparato digerente a destare maggiore curiosità per il mondo scientifico – dice Domenico Centofanti, vicepresidente della SIME – Parliamo del cosiddetto Microbiota, la comunità microbica che colonizza l’intero canale dalla bocca all’orifizio anale, ma gli organi che ne sono più popolati sono il colon e l’intestino tenue. Una popolazione molto eterogenea e numerosa: circa un chilo di peso, approssimativamente 100 trilioni di batteri, circa dieci volte superiori in numero alle cellule umane, ‘un meta-organo’, com’è stato definito, con il quale abbiamo realizzato un rapporto di perfetta simbiosi, per questa ragione sue alterazioni qualitative e quantitative avranno poi ripercussioni sulla nostra salute. Una comunità batterica con oltre tre milioni di geni, non a caso si parla di Metaboloma intestinale, cioè un vero e proprio organo con delle incredibili attività metaboliche. I batteri del nostro intestino sono stati i primi abitanti della terra, qui vivevano in epoche in cui mancava l’ossigeno, hanno poi trovato all’interno dell’intestino l’ambiente per loro ottimale: caldo, umido, mancanza di ossigeno, buio e cibo. Esiste uno scambio perfetto tra noi e loro, senza di essi, infatti, anche la nostra vita sarebbe impossibile, tant’è che gli animali Germ free, cioè animali senza microbi sin dalla nascita, fatti crescere in una cappa di vetro, sono piccoli, magri e appena liberati e quindi a contatto con il mondo esterno, muoiono. Proprio per questo i microbi non sono dei semplici commensali, ma hanno delle precise funzioni metaboliche e immunologiche. Alla nascita il nostro intestino è sterile, inizia poi la colonizzazione microbica che dipenderà dal tipo di parto, vaginale o cesareo, dall’esposizione ai microbi presenti nell’ambiente, dal tipo di allattamento e dall’alimentazione. Seppur consolidato dopo i primi anni di vita, potrà essere modulato in seguito dal nostro stile di vita, stress, fumo, attività fisica, farmaci, cibo ingerito e da altri fattori, alcuni dei quali ancora da definire. Il suo sviluppo va di pari passo con il nostro sistema immunologico intestinale che sarà, per così dire, da esso educato e quel microbiota sarà poi tollerato da quel sistema immune. Aspetto non trascurabile se si pensa che il 70% del sistema immunitario dell’uomo sia localizzato nell’intestino. Alla funzione immunitaria si associano quella metabolica con regolazione dell’assorbimento di energia, la produzione di vitamine e la funzione protettiva della barriera intestinale. L’alterazione dell’omeostasi, la cosiddetta disbiosi, può portare a conseguenze più o meno gravi come la colonizzazione da parte del Clostridium difficile, diarrea, sindrome dell’intestino irritabile, patologie croniche intestinali. L’azione di questi microrganismi va ben oltre l’intestino, molti studi ormai ci dicono che le persone obese hanno un microbiota intestinale diverso dalle persone magre, se sia la composizione alterata del microbiota la causa dell’obesità o la sua conseguenza è ancora oggetto di studio, ma in ogni caso si è visto che trapiantare il microbiota di un animale grasso in uno magro fa sì che quest’ultimo diventi grasso e viceversa, tutto questo significa che probabilmente esso controlla anche l’aumento di peso dell’uomo. Non solo, sappiamo che modificando il microbiota di un diabetico si possono controllare la glicemia e l’insulino-resistenza.Più in generale esso invia tutta una serie di segnali in un sistema che lo collega al tessuto adiposo, al pancreas, al fegato, al cervello (nutrient sensor pathway), organi che sono continuamente in contatto tra loro. Tutto questo si traduce ad esempio nella possibilità di comunicare al cervello ciò che devo mangiare e ciò che devo assorbire e forse finisce con l’influenzare anche il nostro modo di pensare, il nostro comportamento. Come detto, l’alimentazione e lo stile di vita sono cruciali nella sua formazione prima e nella sua modulazione poi, una dieta bilanciata è di aiuto nell’adulto, ma una particolare attenzione va data alla dieta dei bambini nei primi anni di vita, che sia ricca di fibre, povera di zuccheri semplici, ricca di frutta e verdura, con poche proteine animali. Pensando all’adulto questi consigli vanno seguiti e protratti nel tempo perché diversamente i benefici saranno minimi e il microbiota tenderà a tornare quello originale.
Per ciò che concerne l’utilizzo dei prebiotici e dei probiotici, tra i primi, sostanze non digeribili in grado di stimolare in maniera selettiva la proliferazione e l’attività di uno o di più batteri benefici colici, particolarmente utile è l’inulina (carciofi, cicoria). I probiotici, sono certamente utili, ma purtroppo oggi non ne abbiamo molti rispetto alle migliaia di specie di batteri intestinali. Probabilmente nel futuro avremo probiotici capaci di combattere l’obesità, le malattie infiammatorie, ecc. In ogni caso sembra influenzino l’attività piuttosto che la composizione del microbiota, in questo caso il loro consumo avrebbe effetto benefico anche quando non è alterata la composizione microbica intestinale. “In conclusione i nostri ospiti – commenta il presidente della SIME Emanuele Bartoletti – anche se come dice qualcuno ‘non è l’uomo a ospitare i batteri, ma sono i batteri a ospitare l’uomo’, sono fondamentali per la nostra salute, ma non è ancora ben chiaro come e fino a che punto, così come la possibilità di modificarne composizione. E proprio per questo la nostra società scientifica ha voluto allargare il disco e il confronto scientifico ai temi legati all’alimentazione in senso più ampio”.

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Mappato il microbiota intestinale dei malati di lupus eritematoso sistemico

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 ottobre 2014

apparato_digerenteE’ stato pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica MBio un lavoro riguardante lo studio del microbiota intestinale mediante l’impiego di un approccio metagenomico di soggetti affetti da lupus eritematoso sistemico. Nello specifico si tratta di una malattia cronica di natura autoimmune, che può colpire diversi organie tessuti del corpo. Come per molte malattie autoimmuni si è recentemente ipotizzato che il lupus eritematoso sistemico abbia anche un effetto di natura microbica con alterazione nella composizione della comunità microbica intestinale.
Mentre la parte clinica del progetto è stata eseguita da un gruppo spagnolo la caratterizzazione del microbiota intestinale dei pazienti, mediante l’impiego di un approccio meta genomico, è stata eseguita nel Laboratorio di Probiogenomica del Dipartimento di Bioscienze dell’Università di Parma e lo spin off accademico GenProbio. Questo è stato reso possibile, grazie alla presenza presso questa struttura, di una piattaforma di genomica microbica unica nel suo genere che oltre alla presenza di sequenziatori di DNA di ultima generazione vede anche l’esistenza di un gruppo bioinformatico specializzato nel settore della genomica batterica e analisi metagenomiche.
Il lavoro pubblicato ha permesso di studiare la composizione del microbiota intestinale di pazienti affetti da lupus eritematoso sistemico e ha fornito informazioni importanti riguardanti le possibili relazioni esistenti tra batteri intestinali e malattie autoimmuni.
Questo studio conferma l’impegno del Laboratorio di Probiogenomica, diretto da Marco Ventura, nell’ambito della genomica batterica, testimoniato dai diversi riconoscimenti internazionali degli ultimi anni, e rappresenta un altro importante passo nella comprensione delle basi molecolari responsabili dell’interazione microrganismi-ospite e dei derivanti effetti positivi o negativi sulla salute dell’ospite.

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Le coliche neonatali hanno origine batterica

Posted by fidest press agency su mercoledì, 9 settembre 2009

Ricercatori dell’University of Texas Health Science Center di Houston hanno scoperto le possibili cause organiche delle coliche, spesso alla base del pianto inspiegabile e grave in neonati che non presentano patologie apparenti. Responsabile del disturbo  sembra essere la Klebsiella, batterio normalmente presente nella bocca, sulla pelle e nell’intestino dei più piccoli. Lo studio ha esaminato 36 bambini, di cui metà presentava il problema: nei casi di colica, i ricercatori hanno riscontrato un’infiammazione intestinale in corso con presenza del batterio. “Crediamo che il microrganismo possa essere all’origine di una reazione che causa uno stato di flogosi, paragonabile a quella di altre malattie infiammatorie croniche dell’intestino” spiegano gli autori. Altro dato rilevante è che nei bambini senza alcun disturbo, la flora batterica intestinale era formata da più tipi di specie, facendo ipotizzare ai ricercatori che alcune di queste possano svolgere un ruolo benefico per l’uomo.(S.Z.)  Journal of Pediatrics 2009 Jul 21 (epub ahead of print)

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