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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 229

Posts Tagged ‘intestino’

Intestino, obesità e salute

Posted by fidest press agency su mercoledì, 3 aprile 2019

La comunità scientifica è ormai concorde nel riconoscere l’importanza dell’intestino e del suo microbiota nel mantenimento dello stato di salute generale. Per la prima volta, il CREA, con il suo centro di ricerca Alimenti e Nutrizione, si è focalizzato sul ruolo benefico svolto sulle disfunzioni intestinali dalle pro-antocianidine, una particolare tipologia di flavonoidi tipici della frutta e della verdura di colore blu-viola. I flavonoidi, molecole bioattive naturali ampiamente presenti nel mondo vegetale, sono infatti particolarmente conosciuti ed apprezzati per le loro proprietà salutistiche e per il contributo alla prevenzione di numerose patologie, come quelle cardiovascolari, infiammatorie e persino di alcune forme tumorali.Le disfunzioni intestinali si manifestano in diversi modi e con differenti intensità che vanno dall’alterazione della barriera intestinale che impedisce l’ingresso delle tossine e dei batteri, a vere e proprie infiammazioni, fino ad arrivare a ricadute negative su tutto l’organismo. Di conseguenza, capire come funzionano i meccanismi molecolari che regolano i processi protettivi dell’intestino è fondamentale per lo sviluppo di strategie efficaci di prevenzione e di trattamento. Tali disfunzioni sono spesso associate a condizioni di sovrappeso e obesità.Nel dettaglio, lo studio, pubblicato sulla rivista internazionale Molecular Nutrition and Food Research, è consistito nell’inserire nell’alimentazione di animali da esperimento (topi), suddivisi in gruppi, 2 diverse dosi di pro-antocianidine, estratte da semi di uva per simulare un’assunzione di tipo “nutrizionale” (75 mg) o “farmacologica” (375 mg) per 15 giorni. Al termine di questo periodo, nei 5 giorni successivi, è stata somministrata quotidianamente una dose di LPS, un componente della parete batterica che induce un’infiammazione specifica a livello intestinale. Alla fine del trattamento sono stati prelevati campioni di sangue e di intestino ed è stato possibile osservare che entrambi i dosaggi, nutrizionali e farmacologici, avevano protetto l’intestino dei danni indotti dall’LPS, modulando in maniera positiva l’espressione di geni coinvolti nella risposta antinfiammatoria.«Questo studio indica – ha commentato la ricercatrice del CREA Raffella Comitato, fra gli autori insieme al primo ricercatore Fabio Virgili – che la regolare assunzione di pro-antocianidine può contribuire alla prevenzione delle disfunzioni intestinali di tipo infiammatorio, grazie alla capacità di modulare positivamente la risposta cellulare e tissutale ad agenti tossici, proteggendone le funzioni indispensabili al mantenimento della salute dell’organismo in toto. Questo studio conferma l’importanza di molecole caratteristiche della dieta Mediterranea nella costruzione di una alimentazione funzionale alla salute dell’uomo».

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Capsula endoscopica: la metodica diagnostica in grado di far luce sulle aree buie dell’intestino

Posted by fidest press agency su sabato, 17 febbraio 2018

La capsula endoscopica è oggi la soluzione diagnostica più moderna, sicura e tecnologicamente avanzata disponibile per la visualizzazione dell’apparato digerente e in particolare del piccolo intestino (composto da duodeno, digiuno e ileo). Ciononostante, a sedici anni dal suo ingresso in Italia e dopo un’importante evoluzione tecnologica, risulta ancora sottoutilizzata: circa 7.500 casi l’anno contro i 25.000 francesi. Questo sebbene gli italiani siano stati tra i primi a impiegarla. Si tratta di una capsula monouso, ingeribile, dotata di una o due telecamere che acquisiscono immagini dell’intestino mentre lo percorrono sfruttando la sua naturale peristalsi. Lanciata in Italia nel 2001 in un solo modello, la capsula ha avuto negli anni una notevole evoluzione tecnologica, che la rende oggi disponibile in quattro modelli, ciascuno ottimizzato per un preciso segmento o patologia gastrointestinale (intestino tenue, intestino crasso, tratto gastrointestinale superiore, malattia di Crohn) in base al tipo d’indagine richiesta. «La videocapsula permette di vedere un tratto dell’apparato digerente prima sconosciuto. Ci ha permesso di entrare nel piccolo intestino, lungo circa 6 metri, un tempo indagabile solo tramite la radiologia o l’intervento chirurgico – spiega il dottor Renato Cannizzaro, Direttore della Gastroenterologia Oncologica Sperimentale presso il Centro di Riferimento Oncologico di Aviano -. Quando nel 2000 negli Stati Uniti, durante un Congresso medico, furono presentati i primi dieci volontari sottoposti a diagnosi con capsula endoscopica, ci alzammo tutti e 5mila in sala ad applaudire una scoperta che fino ad allora sembrava fantascienza».
Le indicazioni per il suo utilizzo sono: sanguinamento dell’apparato digerente oscuro non a carico dell’esofago, dello stomaco e del colon e in tutti i casi non rilevabili con colon e gastroscopia. Negli ultimi anni, poi, le indicazioni si sono allargate. Si è visto che può essere utile quando c’è una celiachia che non risponde al trattamento, nei casi di malattia di Crohn difficili da diagnosticare (con particolare, ma non unica, attenzione a quella che colpisce l’intestino tenue), in caso di malattie genetiche che possono portare al tumore dell’intestino, come la Sindrome di Peutz-Jeghers, o se si sospetta la presenza di polipi.
In assenza, fino a tempi recenti, di una normativa nazionale uniforme sulla rimborsabilità della videocapsula, in alcune regioni essa è tariffata come procedura ambulatoriale, in altre, invece, richiede un ricovero ospedaliero. Nel 2017, tuttavia, la metodica è stata inserita nei nuovi Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), permettendo così una teorica tariffazione omogenea su tutto il territorio nazionale. Ad oggi, questo non è avvenuto. Le Regioni che, in diversa misura, rimborsano l’esame con videocapsula sono il Friuli Venezia Giulia, la Lombardia, il Veneto, l’Emilia Romagna, la Basilicata, le Marche, il Piemonte, il Trentino Alto-Adige, la Val d’Aosta e l’Umbria. «I LEA vengono recepiti in termini molto variabili – afferma il dottor Cristiano Spada, Direttore dell’Unità di Endoscopia Digestiva, Fondazione Poliambulanza di Brescia -. Ci sono resistenze importanti: si teme che, laddove venga rimborsata, se ne faccia un uso sconsiderato. Un timore infondato, considerando che nelle Regioni dove è già disponibile non si è registrato questo problema. Anzi, si è visto che tendenzialmente ci si attiene alle indicazioni, le più importanti delle quali sono il sanguinamento oscuro e la malattia di Crohn. Ci sono poi strutture che, non avendo il rimborso, decidono di utilizzare la capsula endoscopica in regime di ricovero in modo da ammortizzare le spese con i DRG. Così, un esame che potrebbe costare 1.000 euro finisce per costarne oltre 2.500. Uno studio recente ha rivelato che, in alcune Regioni, da quando la metodica è stata rimborsata c’è stato un risparmio annuale di circa 1milione e 700mila euro, erogando l’esame in regime ambulatoriale piuttosto che in regime di ricovero».
Nei prossimi mesi saranno pubblicate le Linee Guida Tecniche Europee su come eseguire nel modo più efficace l’enteroscopia con videocapsula. In attesa di queste indicazioni, un gruppo di esperti coordinato dal dottor Cannizzaro ha promosso un’indagine conoscitiva che ha visto la partecipazione di 120 Centri sul territorio nazionale. Da questo studio – un questionario dedicato con più di 40 domande a risposta multipla – è emerso che annualmente in Italia vengono eseguite circa 7.500 enteroscopie con videocapsula. I Centri che hanno aderito sono per l’80 per cento strutture pubbliche e/o IRCCS ed eseguono in media circa 40 esami con capsula endoscopica l’anno; solo 13 Centri, invece, ne fanno più di 100. Oltre il 70 per cento delle strutture ha più di cinque anni di esperienza nell’uso della metodica e il 50 per cento degli esami sono svolti in regime di ricovero o di day-hospital. «Dopo sedici anni di utilizzo nella pratica clinica di questa innovativa tecnologia ci sono dimostrazioni di costo-efficacia importanti – informa il dottor Marco Pennazio, Divisione di Gastroenterologia Universitaria, Azienda Ospedaliero-Universitaria, Città della Salute e della Scienza di Torino, che ha coordinato la stesura delle Linee Guida della Società Europea di Endoscopia Digestiva sulle indicazioni cliniche all’impiego della capsula endoscopica -. Si è visto, infatti, che la metodica garantisce un risparmio di risorse nelle cure successive del paziente perché la diagnosi è più precisa ed accurata. Siamo, quindi, alla ricerca di un consenso da parte dei responsabili politico-amministrativi».
Una delle indicazioni della capsula endoscopica è nella diagnosi dei casi più gravi di malattia di Crohn, che in Italia colpisce circa 100-120 mila persone con una localizzazione in almeno 1 paziente su 2 nell’intestino tenue. Medtronic ne ha lanciata una specifica per questa patologia; sul suo utilizzo verrà presentato nei prossimi mesi un position paper firmato da quattro Società Scientifiche.«Si tratta di una metodica di grande importanza per il Crohn, soprattutto quando ci sono sintomi suggestivi per la presenza della malattia, ma la colonscopia e la gastroscopia risultano negative – afferma Maurizio Vecchi, Professore di Gastroenterologia e Direttore dell’UO di Gastroenterologia ed Endoscopia della Fondazione Ca’ Granda Policlinico di Milano».

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Broccoli antitumore

Posted by fidest press agency su martedì, 25 gennaio 2011

Che broccoli, cavolfiori e cavolini di Bruxelles avessero proprieta’ anticancerogene, per i tumori all’intestino, era cosa nota e confermata da due studi dell’Istituto britannico per l’alimentazione e dalla Universita’ John Hopkins di Baltimora (USA). Questi studi rilevano che il consumo di un chilogrammo a settimana dei suddetti prodotti diminuisce del 50% il rischio di tumore all’intestino.
Ma la novita’ e’ che la assunzione di germogli di broccoli protegge dal cancro al seno perche’ inibiscono lo sviluppo delle cellule staminali tumorali, interrompendo l’accrescersi della massa neoplastica. E’ quanto emerge da uno studio pubblicato dalla University of Michigan Comprehensive Cancer Center sulla rivista Clinical Cancer Research. Il sulforafano, in particolare, sarebbe in grado, oltre che di prevenire il cancro al seno, di uccidere le cellule staminali che permettono alla neoplasia di svilupparsi. I germogli contengono, in misura 100 volte superiore alla pianta matura, isotiocianato (estero dell’acido isotiocianico), dal caratteristico odore di senape, che ha una azione “disintossicante” delle cellule. L’esperimento e’ stato fatto sui ratti, trattati con l’estratto di germogli. Ma anche la pianta matura dei broccoli, contenente indolo-3-carbinolo, ha effetti inibitori del cancro al seno. Una attivita’ e informativa, consentirebbe ai consumatori di indirizzare le proprie scelte alimentari verso questi prodotti invernali che, oltretutto, sono ampiamente diffusi nel nostro Paese. (Primo Mastrantoni, segretario Aduc)

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La primavera “irrita” l’intestino

Posted by fidest press agency su martedì, 27 aprile 2010

La sindrome dell’intestino irritabile tende ad acutizzarsi con l’arrivo della bella stagione, chi ne soffre deve attendersi un peggioramento di dolore addominale, gonfiori, meteorismo, stipsi o al contrario scariche frequenti. Lo ha spiegato, a margine di un convegno sulle malattie croniche intestinali, Maurizio Vecchi, professore di gastroenterologia all’Università degli Studi di Milano. “La colite spastica, ovvero tutto quell’insieme di sintomi che la nostra psiche tende a somatizzare a livello dell’apparato digerente – sottolinea Vecchi – colpisce di più di un milione di persone e certamente può avere momenti di stagionalità e dunque significative accentuazioni in certi momenti dell’anno, come la primavera”. Vecchi ha anche sottolineato che in questo campo le ricerche stanno facendo grandi passi in avanti: “Si stanno studiando altre possibili cause o meccanismi alla base di questi disturbi, oltre allo stress che fino a oggi è servito a catalogare così facilmente queste malattie” (fonte farmacista33)

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Autorizzazione UE alla Patata Amflora

Posted by fidest press agency su mercoledì, 3 marzo 2010

Sebbene la Basf, titolare del brevetto della patata Amflora, tenti di rassicurare l’opinione pubblica garantendo che l’ortaggio geneticamente modificato non sarà mai destinato all’alimentazione umana, le preoccupazioni rimangono. L’Ogm in questione, infatti, è stato selezionato utilizzando come marcatore un gene, l’nptII, che conferisce la resistenza a due antibiotici aminoglicosidici, la kanamicina e la neomicina, attivi contro molti batteri. Il rischio è che ora questa resistenza, nel caso gli scarti della patata vengano usati come mangime, venga trasferita ai batteri presenti nell’apparato digerente degli animali, e quindi, attraverso la catena alimentare, alla flora batterica dell’intestino umano. L’Agenzia europea per la sicurezza alimentare (Efsa) ha sminuito il problema dichiarando che “kanamicina e neomicina hanno un uso limitato sia in medicina sia in veterinaria”, e che “la probabilità che il gene nptII si trasferisca dalla pianta ai batteri è molto bassa”. Tuttavia l’Adiconsum fa osservare che la possibilità del trasferimento, per quanto bassa non può essere esclusa; del resto quello della resistenza agli antibiotici è un fenomeno già serio, e la cautela è d’obbligo anche quando il rischio di propagarla sembra trascurabile. Del resto anche la direttiva 2001/18/Ce, sull’emissione deliberata nell’ambiente di organismi geneticamente modificati, vieta l’uso negli ogm di geni della resistenza usati come marcatori quando questi potrebbero avere effetti negativi per la salute umana. Per questo l’Adiconsum accoglie con favore la pronta presa di posizione del ministro Zaia per la promozione di un fronte comune che raccolga tutti i Paesi contrari agli Ogm e più preoccupati per la sicurezza dei propri cittadini e dell’ambiente che per i guadagni delle multinazionali.

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Apparecchiatura gastroenterologa

Posted by fidest press agency su lunedì, 6 luglio 2009

Un enteroscopio dotato di una sonda con sistema ottico è stato consegnato all’Unità operativa di Medicina I a indirizzo gastroenterologico. Potrà essere utilizzato per lo studio dell’intestino tenue, consentendo anche procedure operative Già punto di riferimento della provincia di Varese, l’Unità Operativa di Medicina I a indirizzo gastroenterologico dell’ospedale di Busto Arsizio mira all’eccellenza lombarda. La Banca di Credito Cooperativo di Busto Garolfo e Buguggiate ha consegnato ufficialmente questa mattina al direttore generale dell’Azienda Ospedaliera di Busto Arsizio, Pietro Zoia, e al primario dell’Unità Operativa, Giordano Bernasconi, un enteroscopio dotato di una sonda con sistema ottico elettronico che potrà essere utilizzato per lo studio dell’intestino tenue, consentendo, oltre a precisazioni diagnostiche in un’area del corpo umano da sempre difficile da raggiungere, anche procedure operative come il trattamento endoscopico (e non chirurgico) di fonti emorragiche, l’esecuzione di prelievi bioptici, l’asportazione di polipi o la dilatazione di tratti ristretti del canale intestinale (ad esempio in pazienti con morbo di Crohn). In pratica, con questa apparecchiatura l’attività diagnostica può essere combinata con quella terapeutica-operatoria anche nel piccolo intestino, come avviene per lo stomaco e per il colon.Grazie a questo generoso gesto, l’ospedale di Busto Arsizio è il primo in provincia di Varese, e il terzo in Lombardia, ad essersi attrezzato con questa apparecchiatura che si aggiunge alla videocapsula endoscopica, una metodica introdotta nel presidio nel 2001 -una microtelecamera che viene ingerita dal paziente e registra le immagini del piccolo intestino- che ad oggi vanta una casistica di rilievo nel panorama italiano ed estero con 440 indagini complessivamente effettuate per una media di 70-80 esami l’anno.  Per enteroscopia si intende una procedura che consente allo specialista di raggiungere ed esplorare il piccolo intestino, cioè quel tratto compreso tra lo stomaco e il colon e lungo dai 3 ai 5 metri, accedendovi, a seconda dei casi, dall’esofago o dall’orifizio anale. L’apparecchiatura utilizza a questo fine una sonda flessibile del diametro inferiore a un centimetro dotata di una telecamera. A Busto Arsizio viene utilizzato un enteroscopio “a doppio pallone”, progettato in Giappone, un sistema che, grazie a due palloncini gonfiabili posti all’estremità della sonda, permette di avanzare facilmente lungo un percorso lungo e tortuoso com’è quello dell’intestino tenue. Lo strumento, oltre a consentire un’accurata analisi della mucosa intestinale, è dotato di un canale nel quale si possono inserire “accessori” per intervenire in loco. E questo avviene, ad esempio, in caso di sanguinamenti “oscuri”, di cui non si riesce a comprendere le origini con le tradizionali tecniche diagnostiche. È quindi possibile cicatrizzare la lesione interna nel corso dell’indagine. Oppure, in presenza di polipi: essi si possono asportare contestualmente all’esame. Inoltre, l’enteroscopio consente di eseguire prelievi di cellule di tessuto per l’esecuzione di un esame istologico (biopsia) e quindi diagnosticare un eventuale tumore nonché di trattare i restringimenti del canale intestinale dilatandolo (ad esempio, in pazienti con il morbo di Crohn).

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