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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 244

Posts Tagged ‘intestino’

Intestino: un sistema all’avanguardia per individuare le patologie del tenue

Posted by fidest press agency su martedì, 23 marzo 2021

Per i pazienti che soffrono di malattie del piccolo intestino c’è un nuovo sorprendente strumento in grado di accorciare nettamente i tempi necessari a diagnosticare la patologia da cui sono affetti. Per la prima volta, non solo in Italia, ma in tutta Europa, Fondazione Poliambulanza utilizza un sistema di intelligenza artificiale di assoluta avanguardia, in grado di estrapolare le immagini più rilevanti ai fini diagnostici dal filmato che “registra” una video-capsula mentre attraversa l’intestino umano. Al paziente basterà ingerire una piccola “pillola” e un po’ d’acqua. Durante il passaggio attraverso l’apparato digerente, la capsula acquisisce immagini, simili a quelle ottenute dagli endoscopi, e le trasmette al registratore, indossato dal paziente. Ma non è qui la novità, questo sistema è infatti già in uso da alcuni anni in vari centri di Italia e nel mondo. È invece il passaggio successivo il vero unicum di Poliambulanza. Non sarà il medico a dover guardare ore di filmato per cercare le lesioni. Ci sarà qualcuno che lo farà al posto suo. Si tratta di un software di intelligenza artificiale, che non solo accorcia i tempi ma garantisce anche la massima accuratezza diagnostica. Lo spiega il Professor Cristiano Spada, Direttore Unità Operativa di Endoscopia Digestiva e Gastroenterologia di Fondazione Poliambulanza: “L’intelligenza artificiale è non solo un ausilio per il lavoro umano, ma permette addirittura di farlo meglio. Prima era il medico che doveva visionare il video generato dal passaggio della videocapsula attraverso l’apparato digerente. La revisione del video è solitamente molto lunga: può durare anche 1 ora. Con l’ausilio del software, per la revisione del filmato, occorrono 5-6 minuti. Il sistema di intelligenza artificiale, infatti, isola le immagini più significative, con un grado di accuratezza che supera anche quello del medico, per quanto allenato possa essere. Minore dispiego di tempo, maggior numero di pazienti che possono essere esaminati. Un aspetto di rilevante importanza se si considera che l’esame endoscopico consente di individuare la presenza di malattie come emorragie digestive e/o neoplasie del piccolo intestino, malattie infiammatorie croniche intestinali (come il morbo di Crohn). Recentemente nell’Istituto bresciano abbiamo offerto questa innovativa tecnologia al primo paziente. Si trattava di un paziente con una emorragia di cui non si conosceva l’origine. Aveva già eseguito una gastroscopia ed una colonscopia che non avevano individuato la fonte dell’emorragia. Il paziente ha eseguito l’esame con videocapsula che ha individuato la fonte del sanguinamento. Dal momento in cui abbiamo ricevuto la registrazione, in pochi minuti siamo stati in grado di effettuare la diagnosi ed il paziente è stato immediatamente trattato. Ora il paziente sta bene. Non ha più avuto episodi di emorragia”. Con l’intelligenza artificiale a sostegno della diagnostica intestinale, Fondazione Poliambulanza consolida ancora il suo livello di eccellenza in ambito endoscopico.

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I batteri che ospiti nel tuo intestino cambiano nel corso della vita e rivelano la tua età biologica

Posted by fidest press agency su sabato, 26 dicembre 2020

Negli ultimi anni, la ricerca scientifica ha messo sempre più in luce il ruolo cruciale che il microbiota intestinale ha per il benessere generale dell’individuo e quanto poco ancora si sappia su questo affascinante mondo. La campagna educazionale YOVIS Fingerprint batterico ha evidenziato che l’unicità insita in ogni individuo, per gusti, preferenze e carattere, si ritrova anche dal punto di vista del profilo batterico del microbiota e rende ognuno di noi unico. Sterili – dunque privi di batteri – fino al momento della nascita, ereditiamo parte dei batteri materni attraverso una trasmissione verticale durante il parto, dando così inizio alla colonizzazione intestinale che si implementa poi con l’allattamento, diventa più ricca e complessa con lo svezzamento, e si “stabilizza” all’incirca al terzo anno di vita. È così che ogni individuo sviluppa la propria “impronta digitale batterica” o fingerprint batterico, unica e univoca rispetto a quella di chiunque altro.Ma, oltre che diverso a livello individuale, il nostro microbiota varia fortemente nelle diverse fasi della nostra vita. I batteri che colonizzano pacificamente il nostro intestino, infatti, cambiano con l’età, fornendoci una serie di attività metaboliche-funzionali calibrate per rispondere alle esigenze delle diverse età. Basti pensare che la composizione del nostro microbiota è un indicatore piuttosto preciso della nostra età biologica. La correlazione tra età dell’individuo e microbiota è considerata talmente forte da permettere, tramite un approccio di machine learning, di risalire all’età di una persona partendo dalla composizione del suo microbiota.Nell’adulto il microbiota assume una struttura molto più complessa, caratterizzata da un’alta diversità, che supporta attività metaboliche e funzionali necessarie a mantenere soprattutto l’omeostasi sia a livello energetico, facilitando l’estrazione di energia da alimenti non digeribili dall’uomo, sia a livello immunitario, sostenendo la produzione di sostanze anti-infiammatorie. Naturalmente come tutto il nostro organismo, anche il tratto gastrointestinale non è immune dal processo di invecchiamento.Pertanto, per tutto l’arco della nostra vita dovremmo mantenere in buona salute il nostro intestino, preservando e garantendo la varietà, la ricchezza e l’equilibrio del microbiota, supportandolo con una sana alimentazione, facendo movimento, e aiutandolo con integratori probiotici, che aiutano il benessere intestinale.La linea di integratori alimentari YOVIS probiotici multiceppo, multispecie e multigenere, contiene miliardi di fermenti per aiutare a ripristinare l’equilibrio del microbiota, con una varietà di referenze che possono essere scelte in base alle proprie preferenze e allo stile di vita: perché ognuno di noi ha una flora intestinale differente, anche nei vari momenti della propria vita, e YOVIS lo sa.www.alfasigma.com

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Sindrome dell’intestino irritabile

Posted by fidest press agency su martedì, 27 ottobre 2020

Con episodi di colite ricorrenti, rettocolite ulcerosa o altre malattie infiammatorie del colon. Sono spesso patologie alle quali il paziente teme di doversi rassegnare. L’importanza di diagnosi certe è quindi fondamentale per risolvere sintomatologie che durano da anni o vere e proprie malattie. Oggi esiste un’arma in più per capire il motivo di tanti ‘mal di pancia’; la tecnica di ‘tipizzazione del microbiota’, utilizzata per scoprire quanti e quali batteri sono presenti nella flora intestinale. Attraverso un campione di feci si verifica come è composto il nostro microbiota fecale e se non c’è equilibrio tra i vari componenti. Si parla allora di disbiosi: se mancano batteri ‘buoni’ e prevalgono tipi di microorganismi nocivi, il paziente può accusare molti disturbi non facili da risolvere per il medico. Per la prima volta nel nostro Paese un ospedale offre un percorso di cura completo, dalla diagnosi alla terapia fino al follow up, dedicato a chi soffre di disbiosi. Fondazione Poliambulanza – prima in Italia – ha avviato, presso l’Unità Operativa di Gastroenterologia diretta dal Prof. Cristiano Spada, un percorso dedicato allo studio del microbiota intestinale, in collaborazione con una start up italiana, MyMicrobiota e con il suo direttore scientifico, il Prof. Francesco Di Pierro.“Questa esigenza è nata perché nel territorio – e non solo in quello bresciano – continua Spada – c’è una grande confusione sul tema delle intolleranze alimentari; le persone si sottopongono a troppi test costosi e non scientificamente validati per risolvere problemi come il colon irritabile o altre situazioni che determinano varie forme di colite. Purtroppo la maggior parte degli esami che vengono offerti non rispecchia un rigore scientifico e non dà risposte alle nostre domande. Ad esempio il test della disbiosi intestinale – oggi molto in voga – consente di capire se sussista una condizione di disequilibrio ma non di indagarne la causa. Ne consegue che il paziente viene trattato con i probiotici, ma in maniera poco mirata, non conoscendo la natura del problema. È su queste basi che Poliambulanza si è attivata per fornire un servizio di qualità ai suoi pazienti ed ha avviato un’importante collaborazione con MyMicrobiota”.Nel nuovo ambulatorio, situato nel reparto di Gastroenterologia, viene eseguita la tipizzazione genetica del microbiota – in questo il vero punto di svolta – attraverso la quale è possibile non solo individuare quali sono i batteri presenti nell’intestino ma anche quali rapporti di forza sussistono e in quali percentuali. In questo modo il gastroenterologo può individuare il trattamento più idoneo per il paziente. Poiché però la lettura del referto presenta un alto livello di complessità, Poliambulanza si avvale della maggiore expertise in materia; dopo aver ricevuto l’esito, il paziente ha l’opportunità di accedere ad una visita multidisciplinare, con lo specialista gastroenterologo e la consulenza del prof. Di Pierro per la discussione del risultato, per un’anamnesi approfondita e per analizzare le abitudini dietetiche e l’uso dei farmaci. Solo a seguito di una valutazione complessiva, viene poi assegnata una terapia mirata, che dia il massimo beneficio al paziente. “Il nostro obiettivo – conclude Spada – è di fornire un percorso completo. Non ci limitiamo alla sola tipizzazione del microbiota intestinale. Questo è il primo passo per poi fornire al paziente, al termine del percorso, informazioni circa l’interpretazione del referto e le indicazioni terapeutiche”.

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Sindrome da intestino irritabile

Posted by fidest press agency su domenica, 22 settembre 2019

Interessa tra il 10 e il 20% della popolazione con disturbi di varia entità: dal gonfiore al dolore addominale, dalla flatulenza alla distensione dell’addome, dalla stipsi ostinata all’evacuazione liquida o una alternanza delle due situazioni. Un insieme di sintomi cronico, debilitante, con un impatto negativo sulla qualità di vita che può portare ad ansia e depressione che interessa il sesso femminile in misura doppia rispetto a quello maschile.
Ma dove si trovano esattamente? “I FODMAP sono presenti in grano e cereali, alcuni tipi di frutta come mele, albicocche, ciliegie, fichi mango, pere, pesche, prugne e anguria. Tra le verdure ne contengono in quantità rilevante carciofi, broccoli, cavoli, funghi, piselli, cipolle e aglio. Banditi anche latte e latticini, almeno per le settimane della dieta insieme ai dolcificanti artificiali contenuti in molti prodotti industriali come sciroppo di mais, mannitolo, sorbitolo e xilitolo. Alcuni contengono fruttani, inulina e GOS, prebiotici che stimolano la crescita e costituiscono la ‘dieta’ della flora batterica buona ma che in soggetti predisposti determinano i sintomi che abbiamo citato. Ecco perché la dieta FODMAP deve avere una durata ben precisa, stabilita, dopo numerosi trial, in 2-4 settimane di esclusione in cui l’alimentazione è ristretta a carne, pesce, uova. Mentre già 6 settimane aprirebbero la strada ad alterazioni del microbiota e all’equilibrio nutrizionale con rischi di malnutrizione. Un regime severo che deve essere seguito pedissequamente da un nutrizionista esperto. Il fai da te può infatti provocare malnutrizione, impoverimento della flora batterica intestinale o peggiorare la stipsi a causa della scarsità di fibre alimentari. quest’ultima evenienza è transitoria e destinata a risolversi con la progressiva reintroduzione dei cibi ricchi di fibre.

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Fegato grasso: scoperto il meccanismo di origine nell’intestino

Posted by fidest press agency su martedì, 17 settembre 2019

Il nostro intestino è protetto da due importanti barriere, una epiteliale esterna e una vascolare (chiamata Gut Vascular Barrier, GVB) in grado di impedire ai batteri di passare nel circolo sanguigno. Uno studio diretto e coordinato da Humanitas, pubblicato su Journal of Hepatology*, ha dimostrando che un’alimentazione ricca di grassi altera la composizione del microbiota intestinale che, a sua volta, modifica la barriera vascolare con un conseguente impatto sul fegato e sullo sviluppo della steatosi epatica non alcolica (NASH).“Mettendo per la prima volta in correlazione l’intestino con il fegato, abbiamo dimostrato che un’alimentazione ricca di grassi induce ad un’alterazione del microbiota in grado di danneggiare la barriera vascolare. Una volta aperta la barriera, alcuni batteri possono spostarsi dall’intestino al fegato, creando un’infiammazione che a lungo andare può provocare lo sviluppo della steatosi epatica non alcolica e, in seguito, della sindrome metabolica” – spiega la coordinatrice dello studio, la professoressa Maria Rescigno, Principal Investigator del Laboratorio di Immunologia delle mucose e Microbiota di Humanitas e docente di Humanitas University. L’incidenza di malattie del fegato grasso riguarda almeno il 25% degli italiani. Questa percentuale aumenta con l’età e soprattutto tra le persone in sovrappeso e diabetiche, per arrivare al 50% nelle persone obese. L’impatto clinico di questa scoperta tutta italiana è significativo per le malattie con danno epatico.Nello studio sono stati utilizzati sia tessuti di pazienti affetti da steatosi epatica prelevati dall’intestino, in cui è stato dimostrato che la barriera risulta alterata, sia modelli preclinici in cui è stato possibile stabilire quando aprire o chiudere la barriera. Dalle analisi si è osservato che quando la barriera è chiusa si riesce ad inibire lo sviluppo della malattia. Inoltre, è stato dimostrato che il più delle volte lo sviluppo della malattia si verifica in pazienti con la sindrome metabolica (che poi dà origine a diabete di tipo 2 e obesità) e può essere legato ad una dieta con alto contenuto di zuccheri e grassi.
La ricerca apre nuove frontiere e prospettive di cura per malattie come il fegato grasso o la steatoepatite non alcolica. “Proseguendo nelle nostre ricerche – continua Rescigno – abbiamo osservato che inibendo l’apertura della barriera vascolare o attraverso un metodo genetico o utilizzando l’acido obeticolico (OCA), siamo in grado di chiudere la barriera e non permettere a componenti batteriche di entrare in circolo e quindi di sviluppare la malattia”.La ricerca è stata finanziata dalla Comunità Europea, nell’ambito dei Consolidator Grants dello European Research Council (ERC).
E’ una malattia del fegato caratterizzata dall’accumulo di grasso (lipidi) nel fegato. A differenza della steatosi epatica (il fegato grasso identificato con la sigla NAFLD) è caratterizzata da una condizione più grave in cui il fegato è soggetto a processi infiammatori, di cicatrizzazione e morte dei tessuti (necrosi), che alterano in modo definitivo la funzionalità dell’organo. È una malattia epatica cronica che può evolvere fino allo stadio di cirrosi epatica e portare ad insufficienza epatica. In Italia soffre di questo disturbo almeno il 20% degli italiani e le cause principali sono il sovrappeso e l’obesità, da imputare ai cambiamenti nelle nostre abitudini alimentari che ci hanno portato a seguire diete ricche di cibi industrializzati con alto tasso calorico e lipidico.

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Intestino, obesità e salute

Posted by fidest press agency su mercoledì, 3 aprile 2019

La comunità scientifica è ormai concorde nel riconoscere l’importanza dell’intestino e del suo microbiota nel mantenimento dello stato di salute generale. Per la prima volta, il CREA, con il suo centro di ricerca Alimenti e Nutrizione, si è focalizzato sul ruolo benefico svolto sulle disfunzioni intestinali dalle pro-antocianidine, una particolare tipologia di flavonoidi tipici della frutta e della verdura di colore blu-viola. I flavonoidi, molecole bioattive naturali ampiamente presenti nel mondo vegetale, sono infatti particolarmente conosciuti ed apprezzati per le loro proprietà salutistiche e per il contributo alla prevenzione di numerose patologie, come quelle cardiovascolari, infiammatorie e persino di alcune forme tumorali.Le disfunzioni intestinali si manifestano in diversi modi e con differenti intensità che vanno dall’alterazione della barriera intestinale che impedisce l’ingresso delle tossine e dei batteri, a vere e proprie infiammazioni, fino ad arrivare a ricadute negative su tutto l’organismo. Di conseguenza, capire come funzionano i meccanismi molecolari che regolano i processi protettivi dell’intestino è fondamentale per lo sviluppo di strategie efficaci di prevenzione e di trattamento. Tali disfunzioni sono spesso associate a condizioni di sovrappeso e obesità.Nel dettaglio, lo studio, pubblicato sulla rivista internazionale Molecular Nutrition and Food Research, è consistito nell’inserire nell’alimentazione di animali da esperimento (topi), suddivisi in gruppi, 2 diverse dosi di pro-antocianidine, estratte da semi di uva per simulare un’assunzione di tipo “nutrizionale” (75 mg) o “farmacologica” (375 mg) per 15 giorni. Al termine di questo periodo, nei 5 giorni successivi, è stata somministrata quotidianamente una dose di LPS, un componente della parete batterica che induce un’infiammazione specifica a livello intestinale. Alla fine del trattamento sono stati prelevati campioni di sangue e di intestino ed è stato possibile osservare che entrambi i dosaggi, nutrizionali e farmacologici, avevano protetto l’intestino dei danni indotti dall’LPS, modulando in maniera positiva l’espressione di geni coinvolti nella risposta antinfiammatoria.«Questo studio indica – ha commentato la ricercatrice del CREA Raffella Comitato, fra gli autori insieme al primo ricercatore Fabio Virgili – che la regolare assunzione di pro-antocianidine può contribuire alla prevenzione delle disfunzioni intestinali di tipo infiammatorio, grazie alla capacità di modulare positivamente la risposta cellulare e tissutale ad agenti tossici, proteggendone le funzioni indispensabili al mantenimento della salute dell’organismo in toto. Questo studio conferma l’importanza di molecole caratteristiche della dieta Mediterranea nella costruzione di una alimentazione funzionale alla salute dell’uomo».

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Capsula endoscopica: la metodica diagnostica in grado di far luce sulle aree buie dell’intestino

Posted by fidest press agency su sabato, 17 febbraio 2018

La capsula endoscopica è oggi la soluzione diagnostica più moderna, sicura e tecnologicamente avanzata disponibile per la visualizzazione dell’apparato digerente e in particolare del piccolo intestino (composto da duodeno, digiuno e ileo). Ciononostante, a sedici anni dal suo ingresso in Italia e dopo un’importante evoluzione tecnologica, risulta ancora sottoutilizzata: circa 7.500 casi l’anno contro i 25.000 francesi. Questo sebbene gli italiani siano stati tra i primi a impiegarla. Si tratta di una capsula monouso, ingeribile, dotata di una o due telecamere che acquisiscono immagini dell’intestino mentre lo percorrono sfruttando la sua naturale peristalsi. Lanciata in Italia nel 2001 in un solo modello, la capsula ha avuto negli anni una notevole evoluzione tecnologica, che la rende oggi disponibile in quattro modelli, ciascuno ottimizzato per un preciso segmento o patologia gastrointestinale (intestino tenue, intestino crasso, tratto gastrointestinale superiore, malattia di Crohn) in base al tipo d’indagine richiesta. «La videocapsula permette di vedere un tratto dell’apparato digerente prima sconosciuto. Ci ha permesso di entrare nel piccolo intestino, lungo circa 6 metri, un tempo indagabile solo tramite la radiologia o l’intervento chirurgico – spiega il dottor Renato Cannizzaro, Direttore della Gastroenterologia Oncologica Sperimentale presso il Centro di Riferimento Oncologico di Aviano -. Quando nel 2000 negli Stati Uniti, durante un Congresso medico, furono presentati i primi dieci volontari sottoposti a diagnosi con capsula endoscopica, ci alzammo tutti e 5mila in sala ad applaudire una scoperta che fino ad allora sembrava fantascienza».
Le indicazioni per il suo utilizzo sono: sanguinamento dell’apparato digerente oscuro non a carico dell’esofago, dello stomaco e del colon e in tutti i casi non rilevabili con colon e gastroscopia. Negli ultimi anni, poi, le indicazioni si sono allargate. Si è visto che può essere utile quando c’è una celiachia che non risponde al trattamento, nei casi di malattia di Crohn difficili da diagnosticare (con particolare, ma non unica, attenzione a quella che colpisce l’intestino tenue), in caso di malattie genetiche che possono portare al tumore dell’intestino, come la Sindrome di Peutz-Jeghers, o se si sospetta la presenza di polipi.
In assenza, fino a tempi recenti, di una normativa nazionale uniforme sulla rimborsabilità della videocapsula, in alcune regioni essa è tariffata come procedura ambulatoriale, in altre, invece, richiede un ricovero ospedaliero. Nel 2017, tuttavia, la metodica è stata inserita nei nuovi Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), permettendo così una teorica tariffazione omogenea su tutto il territorio nazionale. Ad oggi, questo non è avvenuto. Le Regioni che, in diversa misura, rimborsano l’esame con videocapsula sono il Friuli Venezia Giulia, la Lombardia, il Veneto, l’Emilia Romagna, la Basilicata, le Marche, il Piemonte, il Trentino Alto-Adige, la Val d’Aosta e l’Umbria. «I LEA vengono recepiti in termini molto variabili – afferma il dottor Cristiano Spada, Direttore dell’Unità di Endoscopia Digestiva, Fondazione Poliambulanza di Brescia -. Ci sono resistenze importanti: si teme che, laddove venga rimborsata, se ne faccia un uso sconsiderato. Un timore infondato, considerando che nelle Regioni dove è già disponibile non si è registrato questo problema. Anzi, si è visto che tendenzialmente ci si attiene alle indicazioni, le più importanti delle quali sono il sanguinamento oscuro e la malattia di Crohn. Ci sono poi strutture che, non avendo il rimborso, decidono di utilizzare la capsula endoscopica in regime di ricovero in modo da ammortizzare le spese con i DRG. Così, un esame che potrebbe costare 1.000 euro finisce per costarne oltre 2.500. Uno studio recente ha rivelato che, in alcune Regioni, da quando la metodica è stata rimborsata c’è stato un risparmio annuale di circa 1milione e 700mila euro, erogando l’esame in regime ambulatoriale piuttosto che in regime di ricovero».
Nei prossimi mesi saranno pubblicate le Linee Guida Tecniche Europee su come eseguire nel modo più efficace l’enteroscopia con videocapsula. In attesa di queste indicazioni, un gruppo di esperti coordinato dal dottor Cannizzaro ha promosso un’indagine conoscitiva che ha visto la partecipazione di 120 Centri sul territorio nazionale. Da questo studio – un questionario dedicato con più di 40 domande a risposta multipla – è emerso che annualmente in Italia vengono eseguite circa 7.500 enteroscopie con videocapsula. I Centri che hanno aderito sono per l’80 per cento strutture pubbliche e/o IRCCS ed eseguono in media circa 40 esami con capsula endoscopica l’anno; solo 13 Centri, invece, ne fanno più di 100. Oltre il 70 per cento delle strutture ha più di cinque anni di esperienza nell’uso della metodica e il 50 per cento degli esami sono svolti in regime di ricovero o di day-hospital. «Dopo sedici anni di utilizzo nella pratica clinica di questa innovativa tecnologia ci sono dimostrazioni di costo-efficacia importanti – informa il dottor Marco Pennazio, Divisione di Gastroenterologia Universitaria, Azienda Ospedaliero-Universitaria, Città della Salute e della Scienza di Torino, che ha coordinato la stesura delle Linee Guida della Società Europea di Endoscopia Digestiva sulle indicazioni cliniche all’impiego della capsula endoscopica -. Si è visto, infatti, che la metodica garantisce un risparmio di risorse nelle cure successive del paziente perché la diagnosi è più precisa ed accurata. Siamo, quindi, alla ricerca di un consenso da parte dei responsabili politico-amministrativi».
Una delle indicazioni della capsula endoscopica è nella diagnosi dei casi più gravi di malattia di Crohn, che in Italia colpisce circa 100-120 mila persone con una localizzazione in almeno 1 paziente su 2 nell’intestino tenue. Medtronic ne ha lanciata una specifica per questa patologia; sul suo utilizzo verrà presentato nei prossimi mesi un position paper firmato da quattro Società Scientifiche.«Si tratta di una metodica di grande importanza per il Crohn, soprattutto quando ci sono sintomi suggestivi per la presenza della malattia, ma la colonscopia e la gastroscopia risultano negative – afferma Maurizio Vecchi, Professore di Gastroenterologia e Direttore dell’UO di Gastroenterologia ed Endoscopia della Fondazione Ca’ Granda Policlinico di Milano».

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Broccoli antitumore

Posted by fidest press agency su martedì, 25 gennaio 2011

Che broccoli, cavolfiori e cavolini di Bruxelles avessero proprieta’ anticancerogene, per i tumori all’intestino, era cosa nota e confermata da due studi dell’Istituto britannico per l’alimentazione e dalla Universita’ John Hopkins di Baltimora (USA). Questi studi rilevano che il consumo di un chilogrammo a settimana dei suddetti prodotti diminuisce del 50% il rischio di tumore all’intestino.
Ma la novita’ e’ che la assunzione di germogli di broccoli protegge dal cancro al seno perche’ inibiscono lo sviluppo delle cellule staminali tumorali, interrompendo l’accrescersi della massa neoplastica. E’ quanto emerge da uno studio pubblicato dalla University of Michigan Comprehensive Cancer Center sulla rivista Clinical Cancer Research. Il sulforafano, in particolare, sarebbe in grado, oltre che di prevenire il cancro al seno, di uccidere le cellule staminali che permettono alla neoplasia di svilupparsi. I germogli contengono, in misura 100 volte superiore alla pianta matura, isotiocianato (estero dell’acido isotiocianico), dal caratteristico odore di senape, che ha una azione “disintossicante” delle cellule. L’esperimento e’ stato fatto sui ratti, trattati con l’estratto di germogli. Ma anche la pianta matura dei broccoli, contenente indolo-3-carbinolo, ha effetti inibitori del cancro al seno. Una attivita’ e informativa, consentirebbe ai consumatori di indirizzare le proprie scelte alimentari verso questi prodotti invernali che, oltretutto, sono ampiamente diffusi nel nostro Paese. (Primo Mastrantoni, segretario Aduc)

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La primavera “irrita” l’intestino

Posted by fidest press agency su martedì, 27 aprile 2010

La sindrome dell’intestino irritabile tende ad acutizzarsi con l’arrivo della bella stagione, chi ne soffre deve attendersi un peggioramento di dolore addominale, gonfiori, meteorismo, stipsi o al contrario scariche frequenti. Lo ha spiegato, a margine di un convegno sulle malattie croniche intestinali, Maurizio Vecchi, professore di gastroenterologia all’Università degli Studi di Milano. “La colite spastica, ovvero tutto quell’insieme di sintomi che la nostra psiche tende a somatizzare a livello dell’apparato digerente – sottolinea Vecchi – colpisce di più di un milione di persone e certamente può avere momenti di stagionalità e dunque significative accentuazioni in certi momenti dell’anno, come la primavera”. Vecchi ha anche sottolineato che in questo campo le ricerche stanno facendo grandi passi in avanti: “Si stanno studiando altre possibili cause o meccanismi alla base di questi disturbi, oltre allo stress che fino a oggi è servito a catalogare così facilmente queste malattie” (fonte farmacista33)

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Autorizzazione UE alla Patata Amflora

Posted by fidest press agency su mercoledì, 3 marzo 2010

Sebbene la Basf, titolare del brevetto della patata Amflora, tenti di rassicurare l’opinione pubblica garantendo che l’ortaggio geneticamente modificato non sarà mai destinato all’alimentazione umana, le preoccupazioni rimangono. L’Ogm in questione, infatti, è stato selezionato utilizzando come marcatore un gene, l’nptII, che conferisce la resistenza a due antibiotici aminoglicosidici, la kanamicina e la neomicina, attivi contro molti batteri. Il rischio è che ora questa resistenza, nel caso gli scarti della patata vengano usati come mangime, venga trasferita ai batteri presenti nell’apparato digerente degli animali, e quindi, attraverso la catena alimentare, alla flora batterica dell’intestino umano. L’Agenzia europea per la sicurezza alimentare (Efsa) ha sminuito il problema dichiarando che “kanamicina e neomicina hanno un uso limitato sia in medicina sia in veterinaria”, e che “la probabilità che il gene nptII si trasferisca dalla pianta ai batteri è molto bassa”. Tuttavia l’Adiconsum fa osservare che la possibilità del trasferimento, per quanto bassa non può essere esclusa; del resto quello della resistenza agli antibiotici è un fenomeno già serio, e la cautela è d’obbligo anche quando il rischio di propagarla sembra trascurabile. Del resto anche la direttiva 2001/18/Ce, sull’emissione deliberata nell’ambiente di organismi geneticamente modificati, vieta l’uso negli ogm di geni della resistenza usati come marcatori quando questi potrebbero avere effetti negativi per la salute umana. Per questo l’Adiconsum accoglie con favore la pronta presa di posizione del ministro Zaia per la promozione di un fronte comune che raccolga tutti i Paesi contrari agli Ogm e più preoccupati per la sicurezza dei propri cittadini e dell’ambiente che per i guadagni delle multinazionali.

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Apparecchiatura gastroenterologa

Posted by fidest press agency su lunedì, 6 luglio 2009

Un enteroscopio dotato di una sonda con sistema ottico è stato consegnato all’Unità operativa di Medicina I a indirizzo gastroenterologico. Potrà essere utilizzato per lo studio dell’intestino tenue, consentendo anche procedure operative Già punto di riferimento della provincia di Varese, l’Unità Operativa di Medicina I a indirizzo gastroenterologico dell’ospedale di Busto Arsizio mira all’eccellenza lombarda. La Banca di Credito Cooperativo di Busto Garolfo e Buguggiate ha consegnato ufficialmente questa mattina al direttore generale dell’Azienda Ospedaliera di Busto Arsizio, Pietro Zoia, e al primario dell’Unità Operativa, Giordano Bernasconi, un enteroscopio dotato di una sonda con sistema ottico elettronico che potrà essere utilizzato per lo studio dell’intestino tenue, consentendo, oltre a precisazioni diagnostiche in un’area del corpo umano da sempre difficile da raggiungere, anche procedure operative come il trattamento endoscopico (e non chirurgico) di fonti emorragiche, l’esecuzione di prelievi bioptici, l’asportazione di polipi o la dilatazione di tratti ristretti del canale intestinale (ad esempio in pazienti con morbo di Crohn). In pratica, con questa apparecchiatura l’attività diagnostica può essere combinata con quella terapeutica-operatoria anche nel piccolo intestino, come avviene per lo stomaco e per il colon.Grazie a questo generoso gesto, l’ospedale di Busto Arsizio è il primo in provincia di Varese, e il terzo in Lombardia, ad essersi attrezzato con questa apparecchiatura che si aggiunge alla videocapsula endoscopica, una metodica introdotta nel presidio nel 2001 -una microtelecamera che viene ingerita dal paziente e registra le immagini del piccolo intestino- che ad oggi vanta una casistica di rilievo nel panorama italiano ed estero con 440 indagini complessivamente effettuate per una media di 70-80 esami l’anno.  Per enteroscopia si intende una procedura che consente allo specialista di raggiungere ed esplorare il piccolo intestino, cioè quel tratto compreso tra lo stomaco e il colon e lungo dai 3 ai 5 metri, accedendovi, a seconda dei casi, dall’esofago o dall’orifizio anale. L’apparecchiatura utilizza a questo fine una sonda flessibile del diametro inferiore a un centimetro dotata di una telecamera. A Busto Arsizio viene utilizzato un enteroscopio “a doppio pallone”, progettato in Giappone, un sistema che, grazie a due palloncini gonfiabili posti all’estremità della sonda, permette di avanzare facilmente lungo un percorso lungo e tortuoso com’è quello dell’intestino tenue. Lo strumento, oltre a consentire un’accurata analisi della mucosa intestinale, è dotato di un canale nel quale si possono inserire “accessori” per intervenire in loco. E questo avviene, ad esempio, in caso di sanguinamenti “oscuri”, di cui non si riesce a comprendere le origini con le tradizionali tecniche diagnostiche. È quindi possibile cicatrizzare la lesione interna nel corso dell’indagine. Oppure, in presenza di polipi: essi si possono asportare contestualmente all’esame. Inoltre, l’enteroscopio consente di eseguire prelievi di cellule di tessuto per l’esecuzione di un esame istologico (biopsia) e quindi diagnosticare un eventuale tumore nonché di trattare i restringimenti del canale intestinale dilatandolo (ad esempio, in pazienti con il morbo di Crohn).

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