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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 126

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Segregazione delle persone con disabilità: si muove l’Europarlamento

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 maggio 2015

disabili“In tutta l’Unione europea vi sono centinaia di migliaia di minori, disabili, persone affette da problemi di salute mentale, anziani e persone senza fissa dimora che vivono segregati all’interno di istituti e subiscono per tutta la vita le conseguenze dell’istituzionalizzazione.”“Gli Stati membri dell’UE dovrebbero essere incoraggiati ad abbandonare l’assistenza istituzionale a favore di un sistema di assistenza e sostegno basato sulla famiglia e sulla comunità.”È lo stralcio di una Dichiarazione scritta su cui 13 europarlamentari (nemmeno uno italiano) chiedono la sottoscrizione da parte dell’Europarlamento. Se la dichiarazione raccoglierà l’adesione della maggioranza diventerà un atto di indirizzo di storica rilevanza culturale e politica: no alla segregazione delle persone con disabilità.
“Siamo molto soddisfatti che FISH sia esattamente nel solco di quelle che sono le riflessioni più avanzate in tema di diritti umani. Le persone con disabilità devono poter scegliere dove vivere e con chi vivere. Le politiche sociali devono favorire innanzitutto la domiciliarità e solo in casi particolari contribuire alla realizzazione di soluzioni alternative che comunque, per standard e organizzazione, devono riprodurre il contesto familiare.”Così commenta Vincenzo Falabella, presidente della Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap. “La Convezione ONU sui diritti delle persone con disabilità, all’articolo 19, ribadisce il contrasto alla segregazione e all’isolamento. Su questo principio richiamiamo l’impegno politico del nostro Parlamento e quello culturale delle associazioni e delle organizzazioni dell’impegno civile. Ovviamente chiediamo a tutti gli europarlamentari di sottoscrivere la dichiarazione.”L’impegno per la deistituzionalizzazione – e quindi l’inclusione – delle persone con disabilità è un tema centrale per FISH su cui ha approvato una specifica mozione all’ultimo congresso.

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Infezioni ospdedaliere

Posted by fidest press agency su martedì, 13 dicembre 2011

Le infezioni urinarie sono le più frequenti, seguite da polmoniti e infezioni da ferite chirurgiche. L’80% di tutte le infezioni “in corsia” riguarda quattro sedi principali: il tratto urinario, le ferite chirurgiche, l’apparato respiratorio e le infezioni sistemiche. Quelle del tratto urinario, da sole, raggiungono il 35-40%. Negli ultimi quindici anni però si sta assistendo ad un calo di questo tipo di infezioni, e a un aumento di quelle sistemiche, tra cui le polmoniti, a causa della presenza di ceppi batterici resistenti agli antibiotici, visto il largo uso di questi farmaci a scopo preventivo o terapeutico. Le infezioni della ferita chirurgica, rappresentano dal 20 al 30% delle infezioni ospedaliere e contribuiscono fino al 57% di giorni in più di ricovero e al 42% dei costi extra per il sistema sanitario. In questo panorama, particolare attenzione la meritano i pazienti oncologici che presentano un rischio maggiore di infezione derivante principalmente dalle caratteristiche proprie della malattia tumorale e dalle terapie immunosoppressive necessarie. Oggi all’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena in occasione del “First International Conference On nosocomial infections and cancer”, esperti internazionali si riuniscono per affrontare il problema in modo interdisciplinare. Ogni anno in Europa sono circa 25.000 i decessi causati da infezioni provocate da batteri resistenti ai farmaci. Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) indica che in Europa la resistenza agli antibiotici “di ultima linea” è in aumento. E’ ormai una realtà accertata in diversi paesi che la resistenza agli agenti patogeni che sono spesso all’origine di polmoniti e di infezioni delle vie urinarie in ambiente ospedaliero si va accentuando in tutta l’UE. In Italia, ad esempio, emerge come sia in preoccupante aumento la resistenza ai carpabenemi in Klebsiella pneumoniae, passata dal 1,4% del 2009 al 16% del 2010. I carbapenemi sono farmaci di “ultima generazione” utilizzati per infezioni gravi, si comprende pertanto come l’antibiotico-resistenza sia un vero rischio per la salute pubblica che necessita di sistemi di sorveglianza sempre più organizzati tra ospedali e governi regionali e nazionali.
Esperti in malattie infettive, oncologia clinica, dermatologia e oncologia chirurgica si confrontano sulla difficoltà dell’utilizzo, in ambito oncologico, delle linee-guida per prevenire le infezioni ospedaliere, per la complessità della patologia e delle terapie. “Nonostante vengano attuate tutte le procedure necessarie per ridurre il rischio infettivologico nei malati oncologici – spiega Luigi Toma, infettivologo degli Istituti Regina Elena e San Gallicano e coordinatore scientifico dell’evento – questi ultimi sono tra i pazienti a maggior rischio, non solo per la patologia tumorale ma anche per altri fattori quali l’immunodeficienza secondaria alla malattia ed ai relativi trattamenti e l’età avanzata che spesso si accompagna anche ad altre patologie come il diabete, l’anemia, l’insufficienza renale e le cardiopatie.”“Per questi motivi – prosegue Toma – le terapie anti-infettive nei pazienti oncologici sono particolarmente complesse ed ancor più difficili risultano le decisioni terapeutiche quando sono causate da germi multi-resistenti.” “Il rischio clinico e le infezioni correlate all’assistenza sanitaria – afferma il Prof. Lucio Capurso, Direttore Generale IFO – richiedono l’adozione e l’applicazione di protocolli di prevenzione in cui sono coinvolte figure professionali multidisciplinari a garanzia della sicurezza dei pazienti e per lo sviluppo di un sistema sanitario di qualità e vicino alle esigenze dei cittadini.” Secondo gli esperti è fondamentale l’organizzazione di sistemi di sorveglianza che permettano di definire le caratteristiche epidemiologiche delle diverse strutture ospedaliere e dei diversi reparti. Solo con l’analisi dei dati locali si potranno valutare le necessità specifiche dei singoli centri e l’efficacia degli interventi. Infine, nell’ambito del convegno viene presentata L’ANCIO – L’Associazione Nazionale Contro Infezioni Ospedaliere – una iniziativa nata in modo spontaneo dai pazienti sensibili al fenomeno. (Lorella Salce)

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VII Giornata Mondiale contro l’ICTUS Cerebrale

Posted by fidest press agency su sabato, 29 ottobre 2011

Neurología de Nobel 9

Image by Explora Proyectos via Flickr

Si è celebrata ieri 29 ottobre. L’iniziativa, targata World Stroke Organization (WSO), patrocinata dal Ministero della Salute, anche quest’anno promuove il tema “ONE IN SIX”: ogni sei secondi, nel mondo, una persona viene colpita da Ictus, indipendentemente dall’età o dal sesso ed 1 persona su 6 viene colpita dall’Ictus nell’arco della sua vita. L’Ictus è responsabile di più morti ogni anno di quelli attribuiti all’AIDS, tubercolosi e malaria messi insieme; costituisce la seconda causa di morte a livello mondiale e la terza causa di morte nei Paesi del G8. In Italia, l’Ictus è responsabile del 10-12% di tutti i decessi per anno, rappresenta inoltre la prima causa d’invalidità e la seconda di demenza con perdita di autosufficienza. Nel nostro Paese si verificano oltre 200.000 casi di Ictus ogni anno e ben 930.000 persone ne portano le conseguenze. L’Ictus non è soltanto una malattia dell’anziano (negli anziani di 85 anni ed oltre l’incidenza dell’Ictus è fra il 20 ed il 35%): circa 10.000 casi, ogni anno, riguardano soggetti con età inferiore ai 54 anni.

La Federazione A.L.I.Ce. Italia Onlus, alla presenza dell’eminente neurologo internazione, co-fondatore della WSO, Vladimir Hachinski, oggi ha presentato alla stampa la sua campagna di prevenzione contro l’Ictus cerebrale: presso oltre 3000 farmacie nelle principali città italiane, è possibile effettuare gratuitamente il controllo della pressione arteriosa e della fibrillazione atriale, anomalia del ritmo cardiaco che colpisce 1 ultracinquantacinquenne su 4. La fibrillazione atriale causa circa 40.000 Ictus l’anno nel nostro Paese, ma con una costante prevenzione e un’attenta diagnosi precoce, si possono evitare ben 3 Ictus su 4, pari a 30.000 casi.

Durante l’incontro stampa, inoltre, A.L.I.Ce. Italia Onlus ha presentato i risultati definitivi dell’indagine condotta sulla conoscenza dell’Ictus ed i costi che gravano sui malati di Ictus cerebrale, realizzata dall’Associazione in collaborazione con il Censis e l’Università degli Studi di Firenze, all’interno del progetto “Promozione dell’assistenza all’Ictus Cerebrale in Italia” finanziato dal CCM – Ministero della Salute. L’indagine ha analizzato i bisogni di assistenza e supporto delle persone colpite da questa malattia, oltre ai costi che vengono sostenuti dalle famiglie dei pazienti, con interviste mirate sulla conoscenza dell’Ictus cerebrale.
L’impatto dell’Ictus in termini di riduzione dell’autosufficienza e di incidenza dei bisogni assistenziali risulta particolarmente gravoso, in particolare alla luce dei tagli alla Sanità previsti dalla Manovra Finanziaria approvata di recente. Nel complesso, il costo medio annuo a paziente con disabilità grave per famiglia e collettività, escludendo i costi a carico del SSN (quantificati ad oggi in circa 3,5 miliardi di euro/anno), è di circa 30.000 euro, per un totale di circa 14 miliardi di Euro/anno. Tale ammontare di 14 miliardi rappresenta il 78,8% del totale ed è distinto tra la riduzione di produttività relativa alla perdita di lavoro dei pazienti (26,2%) e quella principale legata all’assistenza prestata dai caregiver (52,6%), intesa come mancata produttività per chi ha perso il lavoro o lo ha ridotto e come monetizzazione delle ore di assistenza prestate per gli altri caregiver. Dall’indagine emerge dunque che il peso dell’assistenza ricade in maniera considerevole sulle famiglie e che esiste un peso più complessivo pagato dalla collettività: questo rende sempre più urgente e strategico l’avvio di una revisione dell’offerta di servizi e prestazioni, soprattutto sotto il profilo socio-assistenziale.
La trombolisi, terapia molto efficace entro le prime 3/4 ore dalla comparsa dei sintomi, somministrata esclusivamente presso le Stroke Unit, unità specializzate nella diagnosi e nella cura tempestiva dell’Ictus, rappresenta una misura terapeutica fondamentale perché può ridurre in modo decisivo i danni dell’Ictus ed in particolare la disabilità a lungo termine. Ma solo il 26,2% del campione afferma di sapere cosa sia la trombolisi e soltanto il 15% dichiara di conoscere cosa sia una Stroke Unit e l’importanza di esservi ricoverato in tempi brevissimi.Per quanto riguarda lo studio condotto sui pazienti, i dati hanno messo in luce come il carico assistenziale ricada soprattutto sulle famiglie: i caregiver (i parenti prossimi che si occupano dei pazienti, per la maggior parte la moglie o una figlia) convivono con i pazienti nel 66,2% dei casi, comunque li vedono per 6,6 giorni a settimana, e prestano mediamente loro 6,9 ore al giorno di assistenza diretta. Il 55,7% dei caregiver intervistati ha dichiarato di non avere più tempo libero e nel 77,8% dei casi considerano peggiorata, o molto peggiorata la qualità della loro vita, a causa dell’onere assistenziale. Il 72,1% si sente stanco, e uno su quattro (il 24,8%) soffre di depressione.
La Federazione A.L.I.Ce. Italia Onlus, composta da 19 Associazioni Regionali, è un’Associazione di volontariato libera e non lucrativa, formata da persone colpite da Ictus, familiari, medici, personale addetto all’assistenza, riabilitazione e volontari. L’attività degli aderenti è basata sul volontariato e i finanziamenti derivano prevalentemente dai contributi dei soci e degli enti pubblici.
A.L.I.Ce. Italia Onlus è membro di SAFE, Stroke Alliance for Europe, organizzazione che riunisce 20 Associazioni di pazienti colpiti da Ictus di 17 Paesi europei e che ha diffuso le linee guida per la prevenzione e una migliore cura dell’Ictus in un documento rivolto al Parlamento europeo e a tutti i governi dell’Unione: un’alleanza europea contro l’Ictus e da qualche mese è anche membro della WSO (World Stroke Organisation).

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La manovra al giro di boa

Posted by fidest press agency su giovedì, 22 luglio 2010

Tra le novità più importanti introdotte al Senato: è previsto l’innalzamento dei requisiti anagrafici, elevata a 65 anni, a decorrere dal 2012, l’età per il pensionamento delle lavoratrici dipendenti della pubblica amministrazione. In materia di invalidità civile, è stata mantenuta la percentuale di invalidità al 74 % oltre la quale scattano una serie di benefici per gli invalidi. Si è operato nel senso di un notevole miglioramento delle norme per il contrasto alle false invalidità. Nell’ambito della pubblica amministrazione e in particolare della riduzione dei costi degli apparati amministrativi, sono state apportate alcune correzioni per tenere conto in particolare delle peculiarità delle Forze Armate, delle Forze di polizia e del Corpo nazionale dei Vigili del fuoco. È inoltre prorogato al 31 dicembre 2010 il piano di impiego di un contingente militare per la prevenzione della criminalità, autorizzando la relativa spesa. Si è proceduto inoltre alla sistemazione delle norme relative alla riduzione dei costi degli apparati amministrativi, rendendo le disposizioni meno stringenti nei confronti di determinate istituzioni e, in particolare, delle agenzie fiscali. Nell’ambito del comparto sicurezza-difesa, l’istituzione di un fondo di 80 milioni di euro annui per ciascuno degli anni 2011-2012, destinato alle esigenze del personale adibito alla tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica, nonché al soccorso pubblico. Per il personale della magistratura si procede nel periodo 2011-2013 alla riduzione dell’indennità speciale. In tema fiscale, naturalmente, una pagina importante è stata quella relativa alla questione dell’Abruzzo: nelle zone colpite dal terremoto è stata prorogata la sospensione degli adempimenti tributari di imprenditori e lavoratori autonomi. La manovra passa ora all’esame della Camera, che dovrà approvarla entro il mese di luglio.

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Assegno invalidità

Posted by fidest press agency su giovedì, 8 luglio 2010

Intervento della senatrice Donatella Poretti, Radicali/Pd. Anche se non risolutivo, riteniamo importante l’abrogazione del primo comma dell’articolo 10 riguardante i falsi invalidi, che nulla c’entrava con la doverosa e giusta lotta ai falsi invalidi, mentre era un grave e duro colpo agli invalidi veri. Tale emendamento era privo di efficacia, sia riguardo al contenimento dei costi, sia riguardo al contrasto delle “false invalidità”. L’innalzamento della percentuale di invalidità dal 74% all’85% quale soglia per accedere all’assegno mensile di assistenza riservato agli invalidi parziali, avrebbe comportato un limitato risparmio di 10 milioni di euro per il primo anno, 30 per il secondo, e 40 per il terzo. Peraltro, avrebbe inciso sulla categoria di invalidi civili per i quali già sono previsti requisiti particolarmente stringenti. Senza considerare che se fosse passato tale sciagurato emendamento, l’elevazione di quella percentuale avrebbe comportato l’esclusione di persone affette da significative patologie. La questione delle disabilità non si risolve di certo con un colpo di spugna, in quanto milioni di malati aspettano che venga anche aggiornato, per esempio, il nomenclatore tariffario che garantisce loro il sostegno di importanti presidi medici, che dovrebbero essere inclusi nei LEA, e che dal 1999 rimane in attesa. Si tratta spesso di apparecchiature che per molti malati costituiscono risorse di importanza vitale. Basti pensare ai sintetizzatori vocali che consentono a migliaia di persone malate di SLA o di sindromi da locked-in di continuare a parlare e comunicare con l’esterno, che ancora non sono garantite in tutte le regioni. Questo è anche il senso della dura lotta nonviolenta della Deputata radicale Maria Antonietta Farina Coscioni, impegnata da molti giorni in uno sciopero della fame perchè questi presidi, essenziali per una qualità della vita che sia giusto almeno accettabile, siano garantiti in tutta Italia.
La direzione non era certo quella di questo pericoloso articolo che fino a ieri minacciava milioni di veri disabili nella finanziaria di Tremonti-Berlusconi. Non è ancora  la direzione giusta: dall’alto di un governo che si riempie la bocca (solo quella evidentemente) del suo essere incondizionatamente e dogmaticamente “pro life”, non si può risparmiare sui disabili, è l’ennesima insopportabile ingiustizia. Per queste ragioni, oggi con l’associazione Luca Coscioni, saremo anche noi in piazza Montecitorio per chiedere che cio’ che e’ stato promesso alcuni mesi fa dal Ministro Fazio sui LEA divenga concreta realtà”.

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I radicali e le pensioni di invalidità

Posted by fidest press agency su domenica, 16 agosto 2009

Dichiarazione di Alessandro Massari, componente della Direzione di Radicali italiani, e di Michele De Lucia, Tesoriere di Radicali italiani In Italia la spesa media per alcune prestazioni sociali è decisamente più alta della media dei paesi dell’area UE, soprattutto per quanto riguarda l’ammontare degli esborsi relativi alle pensioni di invalidità. Ed infatti sono oltre due milioni gli italiani percettori di queste pensioni, la cui massima concentrazione si trova nel mezzogiorno con 4,39 persone invalide ogni 100 abitanti contro le 2.91 del nord e le 3.73 del centro. Tra le regioni poi, ci sono delle punte di “eccellenza”: l’Umbria con le sue 5.48 pensioni ogni cento abitanti è la più “colpita”, segue la Calabria con un rapporto pari al 5.03, mentre la regione più “sana” è la Lombardia, con 2,91 pensioni ogni 100 abitanti. Proviamo ad incrociare questi dati con i redditi medi. E’ la Lombardia a guidare la classifica dei redditi più ricchi tra le regioni italiane con quasi 22.500 euro pro capite, reddito di quattromila euro superiore alla media nazionale (18.900 euro).  L’ultima regione è invece la Calabria con un reddito medio pari a 13.410 euro ma anche l’Umbria, con i suoi 17.820 euro e di sotto della media nazionale. La mancanza di un sistema di ammortizzatori sociali in grado di garantire in modo equo ed eguale un sostegno ai cittadini in difficoltà e la preferenza per la cassa integrazione, misura concessa dal potere esecutivo in modo discrezionale e non generalizzato, non risolve tutte le situazioni di bisogno e genera , quindi, delle sacche di illegalità.  Una campagna di controllo dell’INPS, ancora in corso, sulla correttezza delle pensioni di invalidità ha fatto emergere migliaia di  assegni indebitamente erogati facendo ipotizzare che, alla fine dell’anno il 12-13% dei trattamenti controllati saranno ritirati.  Che si sia utilizzata la formula della pensione di invalidità al posto degli ammortizzatori sociali è chiaro. Quanto ancora si dovrà attendere per veder realizzata la riforme del welfare che garantisca il sostegno a chi versa in stato di bisogno e consenta il rispetto il principio dello stato di diritto a tutti i cittadini? In Parlamento sono state depositate numerose proposte di legge radicali su questi temi, prima tra tutte quella che mira ad introdurre un sistema di welfare to work generalizzato sul modello scandinavo.  Se non per virtù, almeno per necessità,  è giunto il momento della riforma del welfare. A meno che non si preferisca continuare a “risolvere” i problemi ignorando ipocritamente la sistematica violazione delle leggi, in qualche caso dovuta al bisogno.

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Endometriosi

Posted by fidest press agency su sabato, 25 luglio 2009

“Si è segnato un altro punto importante nella lunga partita contro l’endometriosi – commenta il prof. Giorgio Vittori presidente della Società Italiana di Ginecologia (SIGO) in merito alla firma del protocollo d’intesa su questa malattia siglato nei giorni scorsi dal Ministro per le Pari Opportunità -. Un cammino iniziato da lontano, con il Convegno “Endometriosi malattia sociale” promosso dal 2005 dalla SIGO con le più importanti società scientifiche della ginecologia italiana. In quell’occasione, per la prima volta, si è parlato apertamente di un problema che coinvolge oltre tre milioni di donne italiane e provoca in un caso su tre infertilità. Sono seguiti un’indagine conoscitiva del Senato, che ha documentato la grave invalidità e i pesanti costi patiti da chi ne è affetta: nell’Unione Europea si stimano circa 30 miliardi di euro in giorni di lavoro persi a causa della malattia, senza includere la spesa per medicinali, chirurgia, tentativi terapeutici ripetuti, fecondazione in vitro e altre terapie per l’infertilità”. Uno studio del 2005 fotografa chiaramente come l’endometriosi sia molto debilitante per la donna: nell’81% delle interviste sono emersi disturbi del sonno, nel 79% riflessi sulla vita lavorativa, nel 77% rapporti sessuali dolorosi quando non addirittura impossibili, con pesanti ripercussioni sulla vita di coppia. E molto spesso, prima di ricevere assistenza, si affrontano lunghi anni di “calvario”: secondo i dati dell’Associazione Italiana Endometriosi (AIE – http://www.endoassoc.it) meno del 50% delle donne che accusava i primi sintomi è stato preso in seria considerazione dal medico, il 65% è stato mal diagnosticato e il 46% ha dovuto consultare almeno cinque specialisti prima di avere una diagnosi corretta, con una media di 8 anni di attesa. “Il nostro parlamento ha compreso l’urgenza di interventi concreti su questo fronte – continua Vittori – e si sono compiuti passi importanti: dal riconoscimento dell’endometriosi come malattia sociale, alla definizione di priorità condivise e bipartisan. Fra tutte, l’istituzione del registro italiano dedicato e dell’Osservatorio nazionale permanente, la definizione e il finanziamento di un “pacchetto di sostegno” per donne con forme gravi o recidivanti di malattia (indagini diagnostiche gratuite, farmaci, riconoscimento di invalidità), l’individuazione di un DRG dedicato, pesato e retribuito in ambito nazionale. Desideriamo quindi esprimere il nostro apprezzamento, come ginecologi in prima linea contro questa patologia invalidante, al Ministero per le Pari Opportunità che ha voluto con questo protocollo d’intesa ribadire la necessità di interventi condivisi a tutela della salute delle donne. Ci auguriamo – conclude il Presidente – che le iniziative di informazione e sensibilizzazione previste ricevano presto adeguati finanziamenti, indispensabili per dare concretezza alle iniziative e finanziare la ricerca scientifica”.

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Il mondo forestale e la sicurezza sul lavoro

Posted by fidest press agency su venerdì, 24 aprile 2009

Quella degli incidenti sul lavoro è certamente una delle piaghe che affligge il nostro Paese.  E’ stato calcolato (fonte ANMIL, Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi sul Lavoro) che ogni giorno in Italia si verificano 2.500 incidenti, di cui 3 mortali e 27 che determinano invalidità  permanenti.  Una sorta di “guerra bianca” che ogni anno miete vittime, determinando perdite sia dal punto di  vista umano che da quello economico. Non a caso anche Giorgio Napolitano, Presidente della Repubblica, ha recentemente rivolto un drammatico appello affinché vengano rispettate le  norme di sicurezza sui luoghi di lavoro onde evitare il ripetersi di quelle che troppo spesso  vengono semplicemente rubricate sotto la voce “disgrazie” ma che a tutti gli effetti sono  determinate da carenze normative e regolamentari.  Proprio per questo l’ANARF (Associazione Nazionale delle Attività Regionali e Forestali) in collaborazione con l’UNIF (Unione Nazionale degli Istituti di Ricerche Forestali) ha curato la  redazione di un manuale sulla sicurezza e antinfortunistica nei cantieri forestali.  “Si tratta del primo lavoro specifico sulla sicurezza nel comparto agroforestale – spiega  Antonino Coletti, Presidente ANARF– un tema che viene abitualmente collegato al mondo  dell’industria e della cantieristica edilizia. Ma anche il settore della cantieristica forestale ha  un ruolo determinante nel nostro Paese, basti pensare che oltre il 30% del territorio italiano è  ricoperto da boschi”.  Un microcosmo che vede impiegati circa 100mila operatori boschivi ai quali vanno aggiunte 400mila unità occupate nella filiera bosco – legno – arredo. Una forza lavoro importante che  svolge la propria attività in condizioni ambientali spesso difficili come dimostra l’indice di  frequenza degli incidenti sul lavoro, decisamente più alta rispetto a quella riscontrabile nel  settore dell’industria e del terziario. Così come è più alta la percentuale di incidenti gravi che portano a morte o a inabilità permanente

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