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Quotidiano di informazione – Anno 34 n° 349

Posts Tagged ‘invecchiamento’

Invecchiamento di successo

Posted by fidest press agency su martedì, 15 febbraio 2022

Cuneo lunedì 21 febbraio alle ore 15, presso il cinema Monviso (via XX settembre 14), si terrà una conferenza sul tema: “Invecchiamento di successo: mito o realtà?” organizzata dall’Università della Terza Età, sede di Cuneo. Interverrà Giancarlo Isaia, Professore di Medicina Interna e Geriatria, Università di Torino e Presidente dell’Accademia di Medicina di Torino.Un soggetto anziano, ma ancora molto attivo e capace di interagire in maniera partecipativa con la rete sociale, di mantenere normali o accettabili capacità intellettive, un soddisfacente grado di autosufficienza e discrete capacità di spostamento autonomo, può essere definito come “invecchiato con successo”.Certamente la genetica è di fondamentale importanza per condizionare lo stato di salute degli individui: in particolare negli anziani, determinando una variabile risposta agli eventi stressanti, è in grado di condizionare la qualità dell’invecchiamento. Occorre tuttavia precisare che è possibile influenzare in senso positivo questa evoluzione, adottando stili di vita virtuosi, con particolare riferimento all’astensione dal fumo, dall’alcol e dagli eccessi alimentari, ad una regolare attività fisica, alla prevenzione dell’obesità, del diabete, delle carenze nutrizionali e di patologie che influenzano la qualità della nostra esistenza. Il relatore è autore del libro “Invecchiare senza invecchiare”, Pacini Editore, 2018.

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Invecchiamento cognitivo Non sempre il lavoro logora, anzi

Posted by fidest press agency su sabato, 11 dicembre 2021

Un recente ricerca dimostra che ha un ruolo attivo nel mantenere il nostro cervello in salute. “Abbiamo dimostrato l’influenza che ha l’occupazione sulle prestazioni cognitive” racconta la Professoressa Raffaella Rumiati, neuroscienziata cognitiva della SISSA e autrice del paper Protective factors for Subjective Cognitive Decline Individuals: Trajectories and changes in a longitudinal study with Italian elderly, pubblicato recentemente su European Journal of Neurology.Lo studio, condotto da un team di scienziate dell’Università di Padova (Dip. FISPPA), SISSA – Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati e IRCSS Ospedale San Camillo di Venezia, ha quantificato il contributo relativo di fattori demografici (età e sesso), comorbilità, istruzione e tipo di occupazione a ciò che tecnicamente viene chiamato riserva cognitiva, ovvero la capacità di resilienza del cervello rispetto a un danno cerebrale dovuto a una patologia o all’invecchiamento. I partecipanti sono stati valutati con una serie di test neuropsicologici e successivamente suddivisi in tre tipologie di profili sulla base dei risultati: soggetti a rischio di declino cognitivo, soggetti con declino lieve e soggetti con declino avanzato. I test sono stati condotti altre due volte a distanza di alcuni anni: successivamente i partecipanti sono stati classificati come “resistenti” o “in declino” a seconda che avessero mantenuto o peggiorato il loro profilo rispetto alla loro performance iniziale. La novità più importante emersa nell’analizzare i risultati è che, oltre all’età e all’istruzione, fattori già studiati nella letteratura sul tema, anche l’occupazione si è rivelata come un predittore delle prestazioni dei partecipanti alle diverse fasi somministrazioni dei test, come spiega la Professoressa Sara Mondini dell’Università di Padova: “Abbiamo confermato l’osservazione che l’istruzione protegge le persone potenzialmente a rischio di sviluppare il declino cognitivo ma, soprattutto, abbiamo dimostrato che questi stessi individui avevano svolto professioni più complesse degli individui degli altri due gruppi, i soggetti con declino cognitivo lieve e avanzato. Lo studio ha poi evidenziato come il gruppo dei “resistenti” mostrasse in media livelli superiori di istruzione e un’attività lavorativa che prevedeva mansioni più complesse rispetto al gruppo “in declino””. Un risultato che dimostra i benefici della mobilitazione cognitiva promossa dal life-long learning (l’apprendimento permanente) e, più in generale, come connessione sociale, senso costante di uno scopo e capacità di essere indipendenti contribuiscono alla salute cognitiva e al benessere generale nell’affrontare l’invecchiamento.

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Lazio: Approvata la legge sull’invecchiamento attivo

Posted by fidest press agency su mercoledì, 27 ottobre 2021

“Con questa legge, sottoscritta da tutte le forze politiche e di cui sono prima firmataria, il Lazio si pone tra le regioni che per prime si sono occupate del tema in Italia, nel quadro di riferimento delineato in materia dall’Oms e dall’Ue per la promozione di politiche di prevenzione per un invecchiamento attivo e in buona salute. La legge, sentita e plurale, nasce da un percorso iniziato fuori dal Consiglio regionale con una corposa raccolta firme promossa dalle categorie dei pensionati dei sindacati Cgil, Cisl e Uil, e si è resa urgente dopo la lezione del Covid-19, che proprio tra le persone anziane ha mietuto più vittime, accrescendone il senso di isolamento e abbandono”. Lo dichiara in una nota la capogruppo della Lista Civica Zingaretti al Consiglio regionale del Lazio Marta Bonafoni. “La norma, che si avvale di un investimento di risorse pari a 1 milione e 350mila euro nel triennio 2021-2023, ha l’obiettivo di valorizzare e promuovere il ruolo della persona anziana nella comunità e favorire la costruzione di percorsi di autonomia e benessere nei vari contesti della vita quotidiana, superando la logica assistenzialistica schiacciata sui servizi ancora prevalente- aggiunge Bonafoni- Molteplici gli strumenti previsti nei 14 articoli che compongono la legge, per realizzare un cambio di passo culturale, prima ancora che sociale. Oltre alla programmazione di interventi coordinati e integrati negli ambiti della promozione sociale, della salute, della formazione permanente, del volontariato, dello sport e del tempo libero- spiega Bonafoni- la legge dispone la promozione di protocolli con scuole, università, musei e associazioni di categoria, per garantire quello scambio intergenerazionale che può garantire ai nostri anziani l’integrazione e l’arricchimento delle comunità. Non solo. Grazie alla norma, sarà favorita la partecipazione ad attività culturali, di turismo sociale e socialmente utili, oltre alla diffusione di corretti stili di vita, corretta alimentazione e attività motoria, nell’ambito di protocolli operativi tra enti locali, Asl, Terzo settore e centri anziani. Infine, viene istituita la Giornata regionale dell’invecchiamento attivo, che sarà celebrata ogni anno il 22 aprile in occasione della ricorrenza della nascita del Premio Nobel Rita Levi Montalcini. Questo immenso e prezioso lavoro corale- conclude Bonafoni- è dedicato alle nostre anziane e ai nostri anziani, che potranno guardare con speranza al futuro, e rappresenta un primo risarcimento istituzionale e politico per chi in questi due anni di pandemia non ce l’ha fatta. Un primo passo che permetterà alla lezione del Covid di camminare nelle nostre scelte e nelle nostre politiche”.

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“Osteoporosi e invecchiamento”: Seduta in presenza dell’Accademia di medicina

Posted by fidest press agency su mercoledì, 20 ottobre 2021

Torino Venerdì 29 ottobre alle ore 21, l’Accademia di Medicina di Torino organizza, in collaborazione con la Fondazione per l’Osteoporosi O.N.L.U.S., una seduta scientifica in presenza, pur continuando la trasmissione via web, dal titolo “Osteoporosi e invecchiamento”. L’incontro verrà introdotto da Giancarlo Isaia, Presidente dell’Accademia di Medicina e della Fondazione per l’Osteoporosi. La relatrice sarà Patrizia D’Amelio, Primario di Geriatria presso il Centre Hospitalier Universitaire Vaudois di Losanna. Viviamo in un mondo che invecchia, nel 2050, una persona su tre avrà più di 65 anni e una persona su dieci avrà più di 80 anni. Tuttavia l’aumento dell’aspettativa di vita non coincide con l’aumento dell’aspettativa di vita passata in buona salute. Per questa ragione le malattie associate all’invecchiamento meritano una diagnosi ed una terapia precoce ed adeguata, tra queste l’osteoporosi è una patologia cronica estremamente diffusa le cui conseguenze, le fratture da fragilità, incidono pesantemente sulla quantità e qualità di vita residua dei soggetti anziani.Si potrà seguire l’incontro sia accedendo all’Aula Magna dell’Accademia di Medicina di Torino (via Po 18, Torino), previa prenotazione da effettuare via mail all’indirizzo accademia.medicina@unito.it e dietro presentazione del Green Pass, sia collegandosi da remoto al sito http://www.accademiadimedicina.unito.it.

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Tecniche di ringiovanimento per affrontare i problemi dell’invecchiamento del collo

Posted by fidest press agency su martedì, 20 luglio 2021

By professoressa Carla Scesa, docente di Cosmetologia dell’Università degli Studi di Siena e della dottoressa Loredana Cavalieri, chirurgo plastico e Consigliere della SIME. Il sogno di un collo da cigno deve far i conti con l’invecchiamento, che spesso lascia a questo livello i suoi segni in maniera più precoce che in altre parti del corpo. Ecco dunque i consigli delle esperte per migliorare l’estetica del collo. Quando si parla di questa parte così in vista e delicata, bisogna tenere a mente che ci sono diverse tipologie di invecchiamento del collo: Le cosiddette collane di Venere.L’invecchiamento del collo (collo ‘da tartaruga’ o ‘da tacchino’). Collo tecnico (o da webinar) Collo ‘ansioso’. Le ‘collane di Venere’ possono essere presenti in età molto giovane e di solito vengono ereditate, sono quelle linee sul collo che, di solito, hanno anche mamma e nonna. L’invecchiamento, invece, è dovuto all’età e si tratta di accumulo di grasso locale e rilassamento dei tessuti. Colpisce soprattutto gli uomini e già prima dei 40 anni. Per questo, si richiede una maggiore prevenzione. Il ‘collo tecnico’ (o da webinar), invece, è un fenomeno abbastanza nuovo che si è notato soprattutto con il Covid-19 e l’aumento delle ore che ci tengono impegnati in posizioni da scrivania, al pc oppure al cellulare. La postura sbagliata ha inciso moltissimo sul collo, dando vita a questo fenomeno. Ma a volte c’è bisogno di un trattamento più energico per ritrovare un collo da cigno, e contrastare il collo da ‘tacchino’ o da ‘tartaruga’, regalo degli anni che passano. “Per contrastare quelle due ‘corde’ verticali (dovute alla contrazione del muscolo platisma) che si formano nella parte centrale del collo, conferendo un aspetto teso e ansioso – spiega la dottoressa Loredana Cavalieri – si può ricorrere all’infiltrazione di pochissime unità di tossina botulinica lungo le cosiddette bande platismatiche, per indurne il rilasciamento. Un’altra metodica, introdotta di recente anche per il collo, è il cosiddetto Endolift, un raggio laser a diodi, emesso dalla punta sottilissima di una fibra ottica (più sottile di un ago) che viene inserita nel derma superficiale, subito sotto la superficie cutanea. Questa metodica sfrutta l’effetto termico del laser per creare una lieve retrazione del derma (effetto ‘tightening’ o di tiraggio), che crea un ‘lifting’ dall’interno, stimolando allo stesso tempo la produzione di neo-collagene da parte dei fibroblasti. L’effetto dell’Endolift si manifesta a partire da un mese dopo il trattamento e dura almeno 12 mesi”. “E non dimentichiamo mai di proteggere il collo dal sole applicando filtri solari ad alta protezione – commenta il presidente della SIME Emanuele Bartoletti – La medicina estetica può fare molto con terapie mirate come peeling, radiofrequenza, filler, biostimolazione, laser endodermici, ma la cosmesi e la prevenzione rimangono capitoli importantissimi”.

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Garantirsi un buon invecchiamento

Posted by fidest press agency su martedì, 20 luglio 2021

By dottoressa Gloria Trocchi, vice presidente della Società Italiana di Medicina Estetica – SIME. Invecchiare in salute è il messaggio che vogliamo lanciare anche dalla medicina estetica. Ricerca e gestione delle eventuali problematiche patologiche, effettuare delle valutazioni diagnostiche che permettano di capire la predisposizione del paziente al processo di invecchiamento. Per un invecchiamento in salute, sia cutaneo che generale, non si può prescindere dalla prevenzione che passa dalle norme di igiene di vita che comprendono: la corretta nutrizione, un programma di prevenzione di invecchiamento cutaneo tramite dermocosmesi e terapie da proporre ad personam valutando il quadro anamnestico del paziente, l’attività fisica. L’invecchiamento è un processo irreversibile che inizia da quando nasciamo, con l’avanzare dell’età diminuisce la produzione di acido ialuronico e questo a lungo andare incide ed è visibile sulla cute che apparirà quindi disidratata, con rughe e così via. Ad incidere di più sull’invecchiamento è soprattutto la nutrizione: un’alimentazione controllata e in stile mediterraneo sicuramente rappresenta un buon metodo di prevenzione per le patologie e per l’invecchiamento in generale, così come l’attività fisica che previene osteopenia e osteoporosi. Tra le novità di quest’anno al Congresso SIME 2021, gli indici diagnostici ed ematochimici che possiamo individuare per andare a capire come sta invecchiando il paziente, se va supportato anche da altri punti di vista. La medicina estetica riguarda tutta la persona e non solo, ad esempio, la cute. Quest’ultima, certamente è il primo strumento per capire se un paziente è in salute oppure no. Non dimentichiamo mai che, anche in Medicina Estetica come in tutte le altre specialità mediche, ogni programma terapeutico deve essere preceduto da un attento e preciso inquadramento diagnostico che si realizza con il check-up di Medicina Estetica. Una visita che dura più di un’ora in cui vengono misurati tutti i parametri fisici e cutanei del paziente per avere un quadro preciso della sua condizione. Diffidate di chiunque propone delle terapie senza una visita e un check-up cutaneo. Non è un Medico Estetico.

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Invecchiamento “attivo” degli italiani

Posted by fidest press agency su martedì, 2 marzo 2021

I dati Istat parlano chiaro. Dal 2002 allo scorso anno abbiamo assistito a un progressivo invecchiamento della popolazione italiana: l’età media è passata dai 41,9 a 45,7 anni, e la percentuale di over 65 dal 18,7% del 2002 al 23,2% registrato a gennaio 2020. Quasi un quarto degli italiani è quindi un “over”…ma attenzione a definirli “vecchi”! Sempre secondo l’Istat, infatti, negli ultimi dieci anni si è anche registrato un graduale ma costante miglioramento delle condizioni di salute degli over 65. E non è solo merito dei progressi della medicina, ma anche – e soprattutto – del mantenimento di uno stile di vita attivo, trascorrendo il tempo tra lavoro, passioni, hobby, famiglia e amici. Si sta assistendo ad una vera e propria evoluzione del concetto stesso di anzianità: oggi come oggi i senior italiani sono persone attive che dimostrano una interessante partecipazione alle attività di natura sociale, civica e culturale, dalla cura della famiglia – dei nipoti, in particolare –, passando per le pratiche sportive, fino alla politica o al volontariato. È dunque più corretto parlare di invecchiamento attivo, che l’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce come quel processo di ottimizzazione delle opportunità di salute, partecipazione e sicurezza per migliorare la qualità della vita delle persone che invecchiano[1]. In virtù dei dati incoraggianti, è quindi necessario prendere le doverose precauzioni e condurre uno stile di vita sano, che rispetti le esigenze dell’età incentivando allo stesso tempo attività, buone abitudini e socialità. Proprio per spiegare quanto sia importante mantenere uno stile di vita attivo per contrastare gli effetti negativi del passare degli anni sul proprio corpo, Domitys Quarto Verde ha deciso di offrire un’inedita esperienza a chi ancora non ha raggiunto la terza età (anagrafica). Fino al 9 marzo, dalle 10 alle 18, sarà infatti possibile provare gratuitamente, previa prenotazione, il “simulatore d’età”: una speciale tuta che, inibendo abilità motorie, vista e udito, permette di comprendere sulla propria pelle cosa significhi, davvero, invecchiare e, quindi, quanto sia importante la prevenzione per ritardare quanto più possibile l’emergere di queste difficoltà fisiche. La fotografia Istat: 45,7 anni: l’età media della popolazione italiana
23,2% la percentuale di over 65 a gennaio 2020, Il 25,3% degli over 65 pratica almeno qualche attività fisica (anno 2019), Il 27,5% degli over 75 gode di buona salute, percentuale che sale al 43,7% nella fascia d’età 65-74 anni (anno 2019), Il 10,7% degli over 75 utilizza il pc e il 13,1% naviga su Internet (il 7,1% lo fa tutti i giorni), Rischio isolamento: il 17,5% degli over 75 dichiara di non incontrarsi mai con gli amici e il 3,8% dichiara di non averne (anno 2019).

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Invecchiamento cellulare e cancro

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 novembre 2020

Svelare le connessioni tra invecchiamento cellulare e cancro è l’obiettivo del gruppo di ricerca coordinato da Luca Proietti De Santis, Responsabile dell’Unità di Genetica Molecolare dell’Invecchiamento del Dipartimento di Scienze Ecologiche e Biologiche dell’Università della Tuscia. I risultati più recenti dello studio sostenuto da Fondazione AIRC per la Ricerca sul Cancro sono stati pubblicati sulla rivista PNAS e sono frutto di un’importante collaborazione con gruppi di ricerca italiani e francesi guidati, rispettivamente, da Silvia Soddu, Responsabile dell’Unità Network cellulari e bersagli terapeutici molecolari dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena, e da Jean-Marc Egly, dell’Institut de Génétique et de Biologie Moléculaire et Cellulaire di Strasburgo. I risultati hanno svelato il ruolo delle proteine CSA e CSB nella fase finale della divisione cellulare, garantendo la corretta separazione delle cellule figlie. Più precisamente i dati dimostrano che queste due proteine partecipano alla degradazione di una terza proteina, PRC1, il che dà il via al “taglio” del “ponte” cellulare che teneva unite le due cellule figlie. Quando sono mutate, le due proteine CSA e CSB danno origine alla sindrome di Cockayne, in cui vi è un invecchiamento precoce. La scoperta chiarisce il ruolo delle due proteine, che sono al crocevia tra i processi che conducono all’invecchiamento cellulare, quando esse non sono funzionanti, o alla crescita tumorale, quando invece funzionano troppo. Il processo di divisione di una cellula è monitorato da un macchinario molecolare che, in conclusione, promuove la rottura del ponte cellulare , una struttura proteica transitoria che collega fino all’ultimo le due cellule figlie che si stanno separando. “Abbiamo osservato – spiega De Santis, coordinatore dello studio – che le proteine CSA e CSB si trovano proprio al centro del ponte intercellulare. Le alterazioni di queste proteine comportano un disordine nella divisione e la formazione di ponti intercellulari lunghi e di cellule multinucleate che potrebbero spiegare alcune caratteristiche della sindrome di Cockayne”.

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La teoria genetica dell’invecchiamento

Posted by fidest press agency su giovedì, 3 settembre 2020

È affascinante a questo proposito, rilevare quanto ci dice il prof. Carlo Vergani, già gerontologo all’Università di Milano, nell’esaminare la teoria genetica dell’invecchiamento, cosiddetta della restrizione dei codon (la parte codificante del DNA). ll DNA, com’è noto, è stato scoperto da Francis Crick e da James Watson ed è considerato la struttura molecolare del principale elemento dei cromosomi. Crick fa risalire la provenienza del DNA ad una civiltà superiore di un altro pianeta allogato in una non ben definita galassia. Esso è giunto a bordo di navicelle sospinte da venti stellari e contenenti tonnellate di microrganismi. Presumo si possa trattare di un vero e proprio laboratorio scientifico contenente sia l’iniziale cellula uovo, fecondata e non, sia la cellula dell’organismo nella loro differenziazione e dotazione, per ogni zona dell’organismo, di forme e funzioni specifiche. Questa supposta scomposizione deve, quindi, tenere in considerazione sia la differenza esistente tra i due momenti presi in esame con la cellula uovo che comprende tutte le qualità proteiche dell’individuo che ne deriverà, ivi compresi quindi anche quei materiali comunque necessari per la formazione di altre proteine che compariranno soltanto più tardi nel corso dello sviluppo, sia le cellule differenziate che accolgono soltanto quelle che ne hanno determinato le diverse strutture e la rispettiva funzione. È come se gli analisti extraterrestri abbiano prima studiato la struttura e conformazione terrestre e poi disposta la “semina” delle varie sostanze di cui erano dotati sui terreni ritenuti più idonei e fertili. Esiste, quindi, un disegno preformato del nuovo essere vivente e che si renderà visibile con il concretarsi del fenomeno del differenziamento morfologico e funzionale delle varie parti dell’organismo. In altri termini se in un dato sito del citoplasma ovulare ci sono le proteine specifiche delle fibre cardiache, in un altro si collocano le qualità proteiche di una ghiandola salivare, ecc., secondo una precisa localizzazione chimica e che saranno resi evidenti dalla ripartizione qualitativa di questi materiali contenuti nel citoplasma stesso. Questo preformismo consentirà, in via preliminare, alle varie cellule un differenziamento morfologico e funzionale in conformità di quanto disposto dai grandi fattori morfogenetici dell’individuo in sviluppo.
È realtà o fantasia? Diciamo che possono essere tutte e due le cose messe insieme. Vi è, infatti, sufficiente materiale che ci riconduca alla sintesi proteica, alla ripartizione qualitativa dei materiali ovulari e che sono alla base della nuova concezione preformistica dell’essere vivente. Un essere, per intenderci, che è stato concepito con un processo di sintesi tra gli “ingredienti” venuti dallo spazio e quelli “ricavati” dall’ambiente così come dal seme sotterrato un bel giorno spunta un ramoscello che può trasformarsi in una pianta e persino in un gigantesco albero. (Riccardo Alfonso)

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Europa: tendenza all’invecchiamento ed al calo della popolazione

Posted by fidest press agency su lunedì, 15 giugno 2020

Da uno studio del servizio di ricerca del Parlamento Europeo emerge che, di qui al 2080, si potrebbe avere una riduzione della popolazione europea di 9 milioni di persone. Quindi dovremmo passare dagli attuali 513,5 milioni ai 504,5 nel 2080. La riduzione non sarà in ogni caso costante: per il 2040, ad esempio, sono previsti 524,7 milioni di abitanti in Europa.Il quadro europeo è in contrasto con gli andamenti demografici del resto del mondo che è passato da circa 3 miliardi di persone nel 1960 ai 7.7 miliardi nel 2019 e dovrebbe raggiungere i 10 miliardi nel 2057. Sempre secondo lo studio dovrebbe cambiare anche il rapporto fra popolazione in età lavorativa e over 65. Nel 2050 solo due lavoratori sosterranno il peso di un over 65, contro i 4 del 2001.
Quanto all’età media, sarà la Croazia a raggiungere il livello più alto in Europa, 52,6 anni, differenza notevole rispetto all’età media nel 1970 in Svezia (35 anni), e nel 2019 in Italia e Germania (46 anni). Aumenterà, quindi, anche la speranza di vita, per effetto della migliore qualità della vita riscontrabile in tutti i paesi sviluppati. Il Giappone, in questa situazione, sta facendo da apripista rispetto al resto del mondo; infatti già da ora si occupa di introdurre sistemi di automazione, finanziamento della robotica e iniziale riapertura delle frontiere alla migrazione. Quanto al resto del mondo, il report del Parlamento europeo ci dice che l‘Africa sarà il motore demografico del mondo con 2.5 miliardi di persone nel 2050.

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Sta nel DNA il meccanismo d’invecchiamento?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 marzo 2020

La vecchiaia è stato il tormentone che attraversato si può dire da sempre la ragione ultima dell’esistenza umana. Esso resta, per lo più, sconosciuto, anche se sul piano teoretico possiamo azzardare più di qualche ipotesi. Probabilmente, per comprenderlo, è necessario richiamarsi a temi di carattere più generale dove sono coinvolte stelle e astri che nascono e muoiono anch’essi e le loro “ceneri” disperse nello spazio o risucchiate dai buchi neri. Da un esperimento condotto dal biologo Leonard Hayflick, è stato notato che le cellule d’embrioni umani, inseriti in bottiglie contenenti i necessari composti chimici nutritivi, si sono riprodotti bene e sono andati incontro a una cinquantina di generazioni cellulari prima di “stancarsi”.
Il caso è diverso se il prelevamento proviene da individui adulti. La riproduzione scende nettamente. Si ha, quindi, l’impressione che il potenziale di moltiplicazione è fisso ed è caratteristico di ciascuna specie.
Le tartarughe, Infatti, delle isole Galapagos, che vivono più a lungo dell’uomo, danno luogo a cento duplicazioni della popolazione cellulare in vitro. Le galline arrivano a 50 e i topi a 30.
Vi è ora da chiedersi, dopo aver ammirato questa crescita evolutiva del cervello e assistito al suo “collasso”, da dove può venire e dove si disperde tutta questa materia cerebrale?
Non vi è dubbio che filosofi e sociologi hanno dato svariate risposte nel corso degli ultimi millenni per indicarci i possibili sbocchi a questo dilemma, ma nonostante ciò la risposta conclusiva è di là da venire.
Siamo solo giunti a capire i processi che attendono la crescita e l’evoluzione della mente. Il suo circuito coevo-evolutivo riposa nel DNA.
Da lì è trasmessa l’informazione per la formazione delle proteine e gli altri composti chimici essenziali. Vi è poi un livello successivo nel quale le cellule si formano utilizzando quelle proteine e una serie sempre più ampia di prodotti chimici.
Poi, così come si riproducono e si collegano, si dissolvono ritornando particelle elementari e disperdendosi nello spazio salvo essere ricatturati per riprendere il ciclo della vita. In questo frangente in cui palpita la vita ogni specie, si procura i mezzi idonei per difendersi dagli attacchi esterni. La gazzella fugge, il leone ha gli artigli, l’elefante usa la proboscide e via dicendo.
L’uomo, a sua volta, usa le capacità intellettive del cervello; più lo affina e meglio riesce nell’impresa. Nello stesso tempo s’ingegna ad adattare il suo corpo alle condizioni climatiche e ambientali del territorio che lo circonda. Sono dunque due i ruoli “vitali” dell’uomo. Il primo è dettato dallo “homo abilis” e, l’altro, da quello “faber”. Nel primo caso vi è stato il tentativo razionale di impostare un modello di vita attraverso il ragionamento, l’osservazione, la riflessione e la concatenazione degli eventi e, nel secondo, l’impegno è stato concentrato alla ricerca applicativa della propria struttura fisica attraverso sia l’esercizio della forza sia dell’abilità.
Ed è proprio con l’accorto dosaggio di queste due “proprietà” che siamo partiti prima alla scoperta di quanto già esistevano in natura, nuove specie animali o piante come il grano e le patate o le energie naturali, acqua, fuoco, vento o a conoscere le singole proprietà dei metalli o le tecniche per la lavorazione dell’argilla e la fabbricazione del vasellame, e poi siamo passati alle invenzioni per produrre sostanze nuove, oggetti che non esistevano ecc.
Alla fine, siamo arrivati alla conclusione che, se è possibile prevedere un limite naturale al numero delle scoperte, non si può dire altrettanto per le invenzioni giacché esse, per ogni generazione, pongono problemi e spingono a nuovi risultati.
Sappiamo, tuttavia per certo che il tutto ha avuto inizio dal nostro corpo, organi e pensieri nel loro insieme, almeno nella versione che è sottoposta alla nostra osservazione. (Riccardo Alfonso)

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La teoria genetica dell’invecchiamento

Posted by fidest press agency su martedì, 17 marzo 2020

È affascinante a questo proposito, rilevare quanto ci dice il prof. Carlo Vergani, già gerontologo all’Università di Milano, nell’esaminare la teoria genetica dell’invecchiamento, cosiddetta della restrizione dei codon (la parte codificante del DNA). ll DNA, com’è noto, è stato scoperto da Francis Crick e da James Watson ed è considerato la struttura molecolare del principale elemento dei cromosomi. Crick fa risalire la provenienza del DNA ad una civiltà superiore di un altro pianeta allogato in una non ben definita galassia. Esso è giunto a bordo di navicelle sospinte da venti stellari e contenenti tonnellate di microrganismi. Presumo si possa trattare di un vero e proprio laboratorio scientifico contenente sia l’iniziale cellula uovo, fecondata e non, sia la cellula dell’organismo nella loro differenziazione e dotazione, per ogni zona dell’organismo, di forme e funzioni specifiche. Questa supposta scomposizione deve, quindi, tenere in considerazione sia la differenza esistente tra i due momenti presi in esame con la cellula uovo che comprende tutte le qualità proteiche dell’individuo che ne deriverà, ivi compresi quindi anche quei materiali comunque necessari per la formazione di altre proteine che compariranno soltanto più tardi nel corso dello sviluppo, sia le cellule differenziate che accolgono soltanto quelle che ne hanno determinato le diverse strutture e la rispettiva funzione. È come se gli analisti extraterrestri abbiano prima studiato la struttura e conformazione terrestre e poi disposta la “semina” delle varie sostanze di cui erano dotati sui terreni ritenuti più idonei e fertili. Esiste, quindi, un disegno preformato del nuovo essere vivente e che si renderà visibile con il concretarsi del fenomeno del differenziamento morfologico e funzionale delle varie parti dell’organismo. In altri termini se in un dato sito del citoplasma ovulare ci sono le proteine specifiche delle fibre cardiache, in un altro si collocano le qualità proteiche di una ghiandola salivare, ecc., secondo una precisa localizzazione chimica e che saranno resi evidenti dalla ripartizione qualitativa di questi materiali contenuti nel citoplasma stesso. Questo preformismo consentirà, in via preliminare, alle varie cellule un differenziamento morfologico e funzionale in conformità di quanto disposto dai grandi fattori morfogenetici dell’individuo in sviluppo.
È realtà o fantasia? Diciamo che possono essere tutte e due le cose messe insieme. Vi è, infatti, sufficiente materiale che ci riconduca alla sintesi proteica, alla ripartizione qualitativa dei materiali ovulari e che sono alla base della nuova concezione preformistica dell’essere vivente. Un essere, per intenderci, che è stato concepito con un processo di sintesi tra gli “ingredienti” venuti dallo spazio e quelli “ricavati” dall’ambiente così come dal seme sotterrato un bel giorno spunta un ramoscello che può trasformarsi in una pianta e persino in un gigantesco albero. (Riccardo Alfonso)

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L’ipertensione arteriosa è strettamente legata agli stili di vita

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 settembre 2019

Abano Terme (PD) L’ipertensione arteriosa è una condizione di pressione sanguigna arteriosa uguale o superiore a 140-160/90-95 mmHg, che a livello globale interessa circa 1,13 miliardi di persone, di cui oltre 150 milioni solo nell’Europa centrale e orientale. Rappresenta il primo fattore di rischio cardiovascolare nel mondo e in Italia, dove è al primo posto tra le malattie croniche più frequenti (17,3 per cento) ; colpisce in media il 33% degli uomini e il 31% delle donne, di età compresa tra i 35 e i 75 anni, ma può manifestarsi anche prima, in presenza di patologie come il diabete, l’eccesso di peso o obesità.
Secondo le linee guida sull’ipertensione pubblicate lo scorso anno dalle Società Europee di Cardiologia (ESC) e dell’Ipertensione Arteriosa (ESH), la prevalenza di persone con ipertensione continuerà a crescere proporzionalmente all’invecchiamento della popolazione: si stima che il loro numero aumenterà del 15-20% entro il 2025, raggiungendo l’1,5 miliardi.
L’ipertensione è una malattia complessa in quanto la sua comparsa è correlata al rischio di altre patologie quali malattia coronarica, insufficienza cardiaca, malattia cerebrovascolare, ictus cerebrale, infarto di cuore, fibrillazione atriale, insufficienza renale, decadimento cognitivo, disfunzione sessuale maschile. L’ipertensione in particolare si combina a tutte quelle patologie, come iperuricemia, diabete mellito di tipo 2, obesità e/o dislipidemia, che sono alla base del rischio cardiovascolare e sono collegate ad aspetti metabolici.
Per combattere l’ipertensione è necessario partire dall’adozione di un corretto stile di vita, tenendo sotto controllo il peso, moderando il consumo di alcol, evitando il fumo, limitando le condizioni di stress, riducendo l’apporto di sale nella dieta, come ricorda la Società Italiana dell’Ipertensione Arteriosa (SIIA), di cui è si terrà il XXXVI Congresso Nazionale dal 26 al 28 settembre a Roma. Nella popolazione in cui il rischio cardiovascolare non è consistente, possono svolgere un ruolo importante anche i nutraceutici.“La complessità di gestione dell’ipertensione arteriosa deriva dalla sua stretta correlazione con altre problematiche co-determinanti del rischio cardiovascolare, come la dislipidemia, il diabete, l’obesità o l’iperuricemia, recentemente inserita tra i primi dieci fattori di rischio cardiovascolare nelle ultime linee guida ESC/ESH 2018 – dichiara il Prof. Arrigo Cicero, del Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche dell’Università Alma Mater Studiorum di Bologna – Nell’ambito della gestione globale del paziente iperteso, che non sia in una condizione di rischio elevato e che necessiti di trattamento farmacologico specifico, si può intervenire con l’utilizzo di nutraceutici per il controllo dei fattori di rischio cardiovascolare, come il riso rosso fermentato o la berberina per le dislipidemie, la melatonina a lento rilascio per l’ipertensione notturna”.

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La popolazione europea sta invecchiando

Posted by fidest press agency su lunedì, 9 settembre 2019

Milano, 18 settembre 2019 h. 10.30-13.00 Sala Gonfalone – Regione Lombardia – Via F. Filzi, 22 secondo proiezioni Eurostat, nei prossimi 20 anni la percentuale di ultrasessantacinquenni aumenterà del 9 percento e con essi anche la prevalenza delle malattie associate alla terza età, quali le malattie delle valvole cardiache, con conseguenze gravose sulla società in termini di costi sociali e sanitari.In questo scenario, la cura delle malattie delle valvole cardiache, che colpiscono più di 10 milioni di europei, può aiutare le persone over 65 ad essere non solo in salute ma anche attive con conseguenti benefici sul sistema di assistenza sociale. La presentazione del Manifesto europeo per un’Europa più sana costituirà un importante momento di confronto tra Istituzioni e mondo scientifico per far fronte alla sempre maggiore diffusione di queste malattie e proteggere la sostenibilità del nostro sistema sanitario.

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Digiuno controllato per ridurre i rischi legati all’invecchiamento

Posted by fidest press agency su mercoledì, 29 Maggio 2019

Con l’estate alle porte proliferano le diete fai da te che prevedono regimi alimentari restrittivi o, nei casi estremi, periodi di digiuno arbitrario: soluzioni che possono risultare dannose per la salute e che spesso non portano a risultati concreti di dimagrimento o remise en form.La prova costume rappresenta una fonte di stress per la maggior parte delle persone, provocando disagio sia dal punto di vista estetico che emotivo. Un alleato in questo senso arriva dalla ricerca scientifica, che ha validato il ‘digiuno periodico’, ossia un digiuno controllato e a tempo, quale trattamento d’urto per depurarsi e riacquistare energia.
Il Programma Mima Digiuno (PMD) è un protocollo alimentare ipocalorico di 5 giorni che riproduce esattamente gli stessi risultati di un digiuno totale, senza però provocarne gli effetti collaterali. Gli studi preclinici e clinici hanno messo in evidenza un miglioramento significativo della salute, anche in termini di ottimizzazione dei marcatori metabolici e di riduzione del grasso addominale, con un impatto positivo sulla longevità. Non solo: i benefici vanno ben oltre il controllo del peso corporeo, provocando una reazione che implica effetti convalidati su longevità e riduzione dei fattori di rischio delle malattie legate all’invecchiamento, come Alzheimer, diabete, patologie cardiovascolari, autoimmuni e tumori.Il digiuno rappresenta una tradizione millenaria che abbiamo ereditato dai nostri avi e che viene osservato anche in molte religioni.“Gli animali, compresi gli umani – ha affermato il Prof. Giorgio Sesti, Ordinario di Medicina Interna presso l’Università della Magna Grecia di Catanzaro – si sono evoluti in ambienti in cui il cibo era relativamente scarso, sviluppando numerosi adattamenti che hanno permesso loro di funzionare molto bene, sia fisicamente, sia cognitivamente, anche in situazioni di privazione di cibo o di digiuno”.Il PMD è stato studiato dal Prof. Valter Longo, inserito dal TIME nella lista dei 50 personaggi più influenti del 2018 nell’ambito della salute ed è il frutto di una lunga e meticolosa ricerca di base e clinica: attraverso questo programma il corpo viene resettato e riprogrammato, il processo di invecchiamento rallenta e l’organismo si rigenera attraverso la produzione di cellule staminali.“Il Programma Mima Digiuno – prosegue il Prof. Sesti – è stato condiviso anche dal Prof. Umberto Veronesi che ne apprezzava i benefici sulla riduzione dei fattori di rischio associati all’invecchiamento come, ad esempio, le malattie cardiovascolari, il diabete, l’obesità e il cancro”. http://www.prolon.it

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I quattro cavalieri dell’apocalisse dell’invecchiamento cutaneo

Posted by fidest press agency su lunedì, 20 Maggio 2019

Rispetto a pochi decenni fa, il lavoro del medico è cambiato radicalmente: la grande mole di conoscenze che la ricerca ha prodotto ha fatto sì che la medicina si sia super-specializzata “e questo – afferma Domenico Centofanti, vicepresidente della Società italiana di medicina estetica SIME in occasione del 40° congresso della società scientifica in corso a Roma – se da un lato ci ha messo nella condizione di essere dei professionisti competenti per singoli organi, dall’altro ci ha fatto perdere di vista il corpo nella sua globalità. La pelle è tra gli esempi più evidenti in questo senso, ci preoccupiamo di curarla come se fosse un organo a sé, perdendo di vista il suo ruolo nel resto dell’organismo”. La pelle rappresenta l’interfaccia con il mondo esterno e comunica il nostro equilibrio psicofisico, riflettendo lo stato di salute e di invecchiamento di tutto il corpo. Su di essa influiscono fattori quali radiazioni ultraviolette, inquinamento, fumo, stress, alimentazione, alcool, sonno, quadro ormonale. Gli ormoni tiroidei, ad esempio, intervengono nel controllo del turnover cellulare e del tempo di rigenerazione cellulare che da 3-4 settimane, caratteristico dell’età giovanile, passa a 4-6 settimane nell’età adulta. “La nutrizione è senza dubbio uno dei principali responsabili della salute cutanea – continua l’esperto – il legame, o piuttosto l’effetto dell’alimentazione sull’invecchiamento cutaneo, è stato un interessante campo di ricerca non solo per gli scienziati, ma anche un campo comune di interesse per gli esseri umani negli anni, dai tempi antichi ai giorni nostri. Tralasciando l’importanza e le ben note azioni di vitamine, minerali e di altri nutrienti sul benessere cutaneo, l’attenzione dev’essere spostata su un concetto più ampio di alimentazione. Per rendere un’idea dell’impatto che la malnutrizione (sia qualitativa che quantitativa) può avere sulla pelle, basta pensare a pazienti affetti da disturbi dell’alimentazione, come anoressia nervosa”. Possiamo individuare principali responsabili nell’aging cutaneo, correlati al cibo, quattro processi fortemente connessi tra loro in una sorta di circolo vizioso che vengono attivati da un’alimentazione poco equilibrata:
L’eccesso di zuccheri, le diverse metodologie di cottura, l’improprio e eccessivo utilizzo di dolcificanti, favoriscono questo processo con produzione dei cosiddetti Advanced Glycation End products (AGEs) che si legano a recettori specifici denominati Receptor for Advanced Glycation End products (RAGE), localizzati su fibroblasti, adipociti, mastociti, macrofagi, cellule endoteliali, quindi sia epidermide che derma, favorendo la produzione di citochine infiammatorie, la glicazione delle fibre collagene e l’elastoressi (rottura delle fibre collagene). Gli AGEs promuovono l’infiammazione, lo stress ossidativo e l’alterazione della struttura e della funzione delle proteine intracellulari e di superficie anche indipendentemente dal recettore, attraverso danni diretti alla struttura delle proteine di membrana o intracellulari.
È la ridotta capacità dell’insulina di far utilizzare il glucosio nelle cellule dell’organismo, una condizione cioè in cui si favorisce una risposta biologica subnormale con accumulo di grasso e produzione di citochine infiammatorie da parte del tessuto adiposo, danneggiando anche l’architettura cutanea.
Nella sua genesi sicuramente l’alimentazione ha un ruolo primario. Una dieta tipicamente occidentale favorisce lo stress ossidativo con la formazione di radicali liberi, veri e propri killer anche per la cute.Infiammazione. Si parla di infiammazioni subcliniche generate da sedentarietà, ambiente, fumo, farmaci, stress e dieta. Un’alimentazione ricca di grassi saturi e trans – rispettivamente quelli di origine animale e quelli di origine vegetale cui vengono aggiunti atomi di idrogeno, entrambi responsabili dell’aumento del cosiddetto colesterolo LDL, quello ‘cattivo’ – e di zuccheri semplici finisce con l’essere pro-infiammatoria favorendo un’alterazione anche della matrice extracellulare dove si trovano le fibre collagene ed elastiche e da dove parte il nostro sistema linfatico, generando una decadenza estetica.“Per queste ragioni, la prima visita di medicina estetica, in accordo con quanto suggerito dalla SIME, prevede un’indagine anamnestica e un esame clinico tradizionale e mirato alla domanda con una serie di valutazioni morfologiche e funzionali – conclude Centofanti – Questo approccio permette di formulare innanzitutto un progetto di prevenzione e, poi, di correzione. La terapia antiaging, oltre alle metodiche impiegate abitualmente in medicina estetica, non può non valutare lo stile di vita del paziente e la sua alimentazione in particolare. E’ questo, forse, l’elemento che condiziona maggiormente la differenza di risultato”. Insomma una alimentazione variegata e corretta riesce davvero non fa la differenza solo in termini di ‘forma fisica’, perché la salute dell’organismo di riflette anche sulla superficie: “È comprensibile da tutto ciò l’importanza dell’educazione alimentare che rientra a pieno titolo tra gli obiettivi del medico estetico dopo il check up di Medicina Estetica – conclude il professor Emanuele Bartoletti, presidente della SIME – L’elaborazione di un ‘Diario alimentare’ da parte del paziente permette al medico estetico di capire se vi sono degli errori nelle abitudini alimentari e di aiutare il paziente ad evitarli e correggerli”. (by Domenico Centofanti)

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“Implicazioni del rapido invecchiamento demografico per gli investimenti”

Posted by fidest press agency su giovedì, 7 marzo 2019

A cura di Alessandro Aspesi, Country Head Italia di Columbia Threadneedle Investments. Ai quattro angoli del pianeta sta per infrangersi un’“onda grigia”. In Giappone i decessi superano le nascite da un decennio e oltre un quarto della popolazione ha più di 65 anni. L’Europa è avviata nella stessa direzione: secondo Eurostat la percentuale di ultrasessantacinquenni dell’UE dovrebbe aumentare dal 19,5% nel 2017 al 27% nel 2040, con un incremento di quasi il 40% in poco più di vent’anni.Secondo qualsiasi criterio, siamo in presenza di un cambiamento epocale con importanti implicazioni per le aziende e gli investitori, al punto che il britannico International Longevity Centre terrà il suo primo Business Summit, incentrato sulle opportunità commerciali del cambiamento demografico, a metà del 2019. Con il rallentamento della natalità, il numero di persone che entrano nella forza lavoro comincerà a ridursi, incrementando la concorrenza tra le imprese per attrarre personale. Per gli investitori che mirano a tener conto di questi cambiamenti demografici nelle loro decisioni di portafoglio, alcune conclusioni sono evidenti. Innanzitutto, nei prossimi decenni gli anziani eserciteranno un’influenza maggiore sui modelli di consumo a causa della loro crescente numerosità e ricchezza. La cautela è d’obbligo: gli anziani non sono un gruppo più coeso di qualsiasi altro. Ma le società di settori quali viaggi e turismo (le compagnie di crociera sono tra le preferite), beni di lusso, cosmetica, prodotti di salute e benessere, alta gastronomia e cibi pronti potrebbero beneficiare dell’aumento della domanda. Anche la disponibilità degli anziani a spendere somme considerevoli per i loro animali da compagnia dovrebbe dimostrarsi un trend affidabile.
Analogamente, il prolungamento della vita attiva rafforzerà la domanda di un’ampia gamma di prodotti e dispositivi medici. Smith & Nephew, un produttore di dispositivi ortopedici e medicali quotato nel Regno Unito, afferma di “operare in un mercato in forte crescita, trainato dall’invecchiamento demografico e dalla capacità della tecnologia di consentire ai pazienti di vivere più a lungo e di godere di una vita più attiva”.3 Il fatto che i nostri corpi si logorano con l’età produrrà verosimilmente opportunità analoghe, ad esempio, per le società specializzate in tecnologie odontoiatriche avanzate. Minore futuro è per le case di riposo.Nel 2018 più di tre quarti degli intervistati hanno dichiarato all’American Association of Retired Persons di voler rimanere nella propria casa nel periodo della vecchiaia.Data questa preferenza diffusa, vi saranno maggiori opportunità per le aziende che sviluppano tecnologie mirate ad adattare le abitazioni alle esigenze dei loro occupanti anziani. Si va dalle soluzioni di domotica per alleviare il carico delle faccende domestiche come le pulizie, alle soluzioni di efficienza energetica che permettono di ridurre al minimo i costi di gestione nel corso degli anni di occupazione supplementare dell’alloggio.Il riconoscimento vocale potrebbe giocare un ruolo importante in questi prodotti; la platea dei consumatori anziani potrebbe inoltre fornire una grande opportunità ai fornitori di veicoli autonomi che favoriscono l’indipendenza e la mobilità.Tuttavia, non dobbiamo focalizzarci unicamente sulle preferenze dei consumatori anziani: il cambiamento demografico interessa ogni singola parte della società.
In questo contesto le aziende dovranno trovare il modo di fidelizzare i lavoratori anziani per evitare di perdere le loro competenze ed esperienze, magari attraverso prassi lavorative più flessibili che meglio si adattino alle priorità di vita nella terza età. L’esame delle politiche volte a trattenere in azienda tali talenti potrebbe diventare parte dell’analisi ambientale, sociale e di governance (ESG) applicata abitualmente dagli investitori.Per le autorità di governo, intanto, le pressioni per migliorare l’efficienza e la produttività dei servizi sanitari diventeranno schiaccianti, il che produrrà significative opportunità per aziende di aree come la medicina rigenerativa, che sfrutta le proprietà autocurative dell’organismo per ridurre i costi del trattamento di determinate patologie.Nel caso dei giovani, la consapevolezza di trovarsi probabilmente a lavorare ben oltre i 65 anni di età alimenterà la domanda di riqualificazione professionale a metà carriera e di formazione per adulti. Nei prossimi decenni il numero di bambini in età scolare potrebbe in effetti diminuire, ma la necessità di svolgere due o tre professioni nell’arco della vita lavorativa riempirà le aule scolastiche di persone mature. Il cambiamento demografico in atto interesserà ogni aspetto della nostra società: l’invecchiamento non riguarda solo gli anziani.
Sicuramente in questo ambito guardiamo anche con molta attenzione alle principali macro-tendenze ed evoluzioni di mercato, cercando di individuare le società best in class che al meglio le cavalcano.

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Identificati geni coinvolti nell’invecchiamento del cervello

Posted by fidest press agency su mercoledì, 21 marzo 2018

Un gruppo di geni coinvolti nell’invecchiamento del cervello correlato all’età è stato identificato dal team di ricerca del Dipartimento di Biologia e biotecnologie “C. Darwin” della Sapienza, in collaborazione con il Babraham Institute di Cambridge. I risultati dello studio, pubblicato sulla rivista Aging Cell, mostrano che uno di questi geni, denominato Dbx2, può determinare un invecchiamento precoce delle cellule staminali neurali, riducendone la capacità di crescita.Le cellule staminali neurali sono responsabili della produzione di nuovi neuroni nel cervello adulto. Con l’età, le cellule staminali producono sempre meno cellule nervose e ciò può causare un deterioramento delle capacità cognitive del cervello.Il team di ricerca internazionale ha confrontato l’attività genica delle staminali neurali di topi vecchi e giovani, identificando 254 geni la cui attività si altera nelle cellule vecchie. E’ stato osservato che, mentre per molti di questi geni l’attività si riduce, per il gene Dbx2 aumenta.“Siamo riusciti ad aumentare l’attività di Dbx2 nelle cellule staminali neurali giovani – spiega Giuseppe Lupo della Sapienza, primo autore dello studio – quindi ad accelerare alcuni aspetti del processo di invecchiamento. Ciò ha permesso di osservare in queste cellule l’acquisizione di caratteristiche simili a quelle delle cellule vecchie, in particolare un rallentamento della proliferazione.”La ricerca, diretta per la Sapienza da Emanuele Cacci e per il Babraham Institute da Peter Rugg-Gunn, potrebbe avere una forte ricaduta nell’ avanzamento delle conoscenze sui meccanismi del declino cognitivo durante l’invecchiamento.“Proveremo ora – conclude Lupo – a utilizzare la genetica e le cellule staminali neurali per far “tornare indietro” le cellule più vecchie affinché recuperino la capacità di crescita. I risultati ottenuti con le cellule staminali neurali di topo potrebbero in futuro essere applicati alle cellule staminali umane”.

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Strategie di tutela dell’anziano

Posted by fidest press agency su venerdì, 2 febbraio 2018

montecitorioRoma, 5 febbraio 2018, h. 11.30-13.30 Camera dei Deputati, Palazzo Montecitorio – Sala Aldo Moro – Via di Monte Citorio L’invecchiamento della popolazione costituisce una conquista e allo stesso tempo una sfida per la società. Nel 2015 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato che entro il 2050 raddoppierà il numero di over 60 nel mondo, identificando come strategia principale per far fronte a questa emergenza sanitaria e sociale l’invecchiamento attivo attraverso la tutela e la promozione dei suoi determinanti: salute, partecipazione e sicurezza. Intervengono
Sen. Emilia Grazia De Biasi, Presidente Commissione Igiene e Sanità, Senato della Repubblica
Sen. Maria Rizzotti, Vicepresidente, Commissione Igiene e Sanità, Senato della Repubblica
Raffaele Antonelli Incalzi, Presidente SIGG, Società Italiana di Gerontologia e Geriatria
Luigi Bergamaschini, Professore Associato in Medicina Interna, Università degli Studi di Milano e Direttore IV UOC di Riabilitazione Neuro-motoria, A.S.P. IMMeS e Pio Albergo Trivulzio, Milano
Flavia Bustreo, ex Vicedirettore Generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per la Salute della Famiglia, delle Donne e dei Bambini
Gilberto Corbellini, Direttore Dipartimento d Scienze Sociali e Umane, Patrimonio Culturale (Dsu), Consiglio Nazionale delle Ricerche
Claudio Mencacci, Direttore Dipartimento di Salute Mentale e Neuroscienze, ASST Fatebenefratelli-Sacco, Milano
Francesca Merzagora, Presidente Onda, Osservatorio nazionale sulla salute della donna Paola Tincani, Direttore Responsabile Hachette

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Salute e condizioni sociali

Posted by fidest press agency su domenica, 12 novembre 2017

034-Figura di vecchio seduto addormentato con mani strette a pugno chiuso, 1944, Carboncino, cm 1Le condizioni sociali ed economiche in cui una persona nasce e cresce possono avere un forte impatto sul suo stato di salute e sulla qualità della sua vita. Lo ha affermato l’epidemiologo Paolo Vineis, nella relazione che ha tenuto all’apertura dei lavori della conferenza Invecchiamento di successo, organizzata ad Alba dalla Fondazione Ferrero. Vineis insegna Salute globale all’Imperial College di Londra ed è coordinatore del progetto europeo Lifepath, che si occupa di studiare i meccanismi biologici tramite i quali le condizioni socioeconomiche condizionano la salute delle persone. Ad Alba, Vineis ha presentato i risultati finora ottenuti nella comprensione scientifica delle “disuguaglianze di salute”. Di come, in altri termini, le disuguaglianze sociali si traducano in eventi biologici che possono determinare un invecchiamento più o meno in salute, e spesso una mortalità prematura.Ci sono persone che possono scegliere di andare a vivere in contesti più confortevoli e meno inquinati, di mandare a scuola i figli e di adottare stili di vita più sani. Ci sono altre persone, invece, che sono più esposte a una cattiva alimentazione, che non possono permettersi di coltivare l’istruzione loro e dei propri figli, e che sono costrette ad abitare in quartieri malsani, trafficati, se non addirittura asfissiati da discariche e poli industriali. Queste differenze, che vanno sempre più allargandosi, generano a loro volta preoccupanti differenze a livello di salute e qualità della vita.In Europa, l’86% dei decessi è attribuibile alle malattie croniche non trasmissibili, che a loro volta determinano il 77% degli anni di vita in buona salute persi e il 75% dei costi sanitari (soprattutto in assistenza a lungo termine). La maggior parte di queste malattie, e le conseguenti morti premature, vengono attribuite a cause complesse (largamente ambientali o comportamentali), che hanno negli stili di vita insalubri le cause principali: alimentazione scorretta, scarsa attività fisica, fumo, alcol. In realtà gli stili di vita, così come altri fattori di rischio, risentono fortemente di determinanti sociali di salute come la posizione nella società e sul lavoro, il reddito, e il livello educativo. I quali, quindi, vanno di fatto considerati le cause delle cause, che andrebbero tenute presenti nelle azioni di prevenzione e contrasto messe in opera dai sistemi sanitari.Le disparità sociali che si traducono in disuguaglianze di salute sono evidenti anche in paesi come l’Italia, meno colpita di altri paesi, probabilmente grazie all’effetto positivo che ancora giocano fattori come la alimentazione e la presenza di un sistema sanitario universalistico. Ciononostante, anche in Italia, fra un operaio non qualificato e un dirigente si osservano in media 5 anni di svantaggio nella speranza di vita.Perché questo accade? Attraverso quali meccanismi biologici e molecolari lo svantaggio sociale si traduce in malattia? Una delle spiegazioni più accreditate individua queste differenze di longevità e benessere negli stili di vita connessi allo stato socioeconomico, ma anche nello stress psicosociale connesso a condizioni di deficit educativo, lavorativo, ambientale, relazionale ed economico. Lo stress cronico che ne consegue può tradursi in malattia e mortalità precoce attraverso una serie di meccanismi fisiopatologici: dagli ormoni dello stress (rilascio aumentato di cortisolo) a marcatori di rischio cardiovascolare come la proteina C reattiva, allo stato di infiammazione cronica e alle malattie che ne derivano.Un gruppo di ricercatori del progetto Lifepath ha recentemente dimostrato che il 20% della mortalità prematura è dovuto a povere condizioni socioeconomiche, che si rivelano essere il terzo fattore di rischio dopo il fumo e l’inattività fisica. Altre ricerche realizzate dal consorzio coordinato da Vineis hanno mostrato come le disuguaglianze nella vita materiale e psicologica delle persone comincino ad esercitare la loro influenza a partire addirittura dalla gestazione. Già da quel momento, infatti, le condizioni materiali dei genitori influiscono sul nascituro, determinando in parte anche parametri come l’altezza e la predisposizione futura a sviluppare malattie. È nella prima fase della vita, almeno fino alla tarda adolescenza, che è massima l’incidenza dello svantaggio socioeconomico sulla biologia della persona, che poi si manifesterà nei decenni successivi in termini di malattie e mortalità prematura.
Riconoscere l’importanza delle condizioni sociali ed economiche nell’influire sulla salute e sulla qualità dell’invecchiamento, secondo Vineis, è dunque il primo passo necessario per capire dove intervenire per migliorare il benessere delle persone. Inoltre, la comprensione dei processi biologici attraverso i quali le disuguaglianze sociali si traducono in disuguaglianze per la salute consentirebbe di fornire accurate importanti prove scientifiche a istituzioni sanitare e decisori politici, che a loro volta potranno rendere più incisive le politiche di sanità pubblica.

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