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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 259

Posts Tagged ‘invecchiamento’

Digiuno controllato per ridurre i rischi legati all’invecchiamento

Posted by fidest press agency su mercoledì, 29 maggio 2019

Con l’estate alle porte proliferano le diete fai da te che prevedono regimi alimentari restrittivi o, nei casi estremi, periodi di digiuno arbitrario: soluzioni che possono risultare dannose per la salute e che spesso non portano a risultati concreti di dimagrimento o remise en form.La prova costume rappresenta una fonte di stress per la maggior parte delle persone, provocando disagio sia dal punto di vista estetico che emotivo. Un alleato in questo senso arriva dalla ricerca scientifica, che ha validato il ‘digiuno periodico’, ossia un digiuno controllato e a tempo, quale trattamento d’urto per depurarsi e riacquistare energia.
Il Programma Mima Digiuno (PMD) è un protocollo alimentare ipocalorico di 5 giorni che riproduce esattamente gli stessi risultati di un digiuno totale, senza però provocarne gli effetti collaterali. Gli studi preclinici e clinici hanno messo in evidenza un miglioramento significativo della salute, anche in termini di ottimizzazione dei marcatori metabolici e di riduzione del grasso addominale, con un impatto positivo sulla longevità. Non solo: i benefici vanno ben oltre il controllo del peso corporeo, provocando una reazione che implica effetti convalidati su longevità e riduzione dei fattori di rischio delle malattie legate all’invecchiamento, come Alzheimer, diabete, patologie cardiovascolari, autoimmuni e tumori.Il digiuno rappresenta una tradizione millenaria che abbiamo ereditato dai nostri avi e che viene osservato anche in molte religioni.“Gli animali, compresi gli umani – ha affermato il Prof. Giorgio Sesti, Ordinario di Medicina Interna presso l’Università della Magna Grecia di Catanzaro – si sono evoluti in ambienti in cui il cibo era relativamente scarso, sviluppando numerosi adattamenti che hanno permesso loro di funzionare molto bene, sia fisicamente, sia cognitivamente, anche in situazioni di privazione di cibo o di digiuno”.Il PMD è stato studiato dal Prof. Valter Longo, inserito dal TIME nella lista dei 50 personaggi più influenti del 2018 nell’ambito della salute ed è il frutto di una lunga e meticolosa ricerca di base e clinica: attraverso questo programma il corpo viene resettato e riprogrammato, il processo di invecchiamento rallenta e l’organismo si rigenera attraverso la produzione di cellule staminali.“Il Programma Mima Digiuno – prosegue il Prof. Sesti – è stato condiviso anche dal Prof. Umberto Veronesi che ne apprezzava i benefici sulla riduzione dei fattori di rischio associati all’invecchiamento come, ad esempio, le malattie cardiovascolari, il diabete, l’obesità e il cancro”. http://www.prolon.it

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I quattro cavalieri dell’apocalisse dell’invecchiamento cutaneo

Posted by fidest press agency su lunedì, 20 maggio 2019

Rispetto a pochi decenni fa, il lavoro del medico è cambiato radicalmente: la grande mole di conoscenze che la ricerca ha prodotto ha fatto sì che la medicina si sia super-specializzata “e questo – afferma Domenico Centofanti, vicepresidente della Società italiana di medicina estetica SIME in occasione del 40° congresso della società scientifica in corso a Roma – se da un lato ci ha messo nella condizione di essere dei professionisti competenti per singoli organi, dall’altro ci ha fatto perdere di vista il corpo nella sua globalità. La pelle è tra gli esempi più evidenti in questo senso, ci preoccupiamo di curarla come se fosse un organo a sé, perdendo di vista il suo ruolo nel resto dell’organismo”. La pelle rappresenta l’interfaccia con il mondo esterno e comunica il nostro equilibrio psicofisico, riflettendo lo stato di salute e di invecchiamento di tutto il corpo. Su di essa influiscono fattori quali radiazioni ultraviolette, inquinamento, fumo, stress, alimentazione, alcool, sonno, quadro ormonale. Gli ormoni tiroidei, ad esempio, intervengono nel controllo del turnover cellulare e del tempo di rigenerazione cellulare che da 3-4 settimane, caratteristico dell’età giovanile, passa a 4-6 settimane nell’età adulta. “La nutrizione è senza dubbio uno dei principali responsabili della salute cutanea – continua l’esperto – il legame, o piuttosto l’effetto dell’alimentazione sull’invecchiamento cutaneo, è stato un interessante campo di ricerca non solo per gli scienziati, ma anche un campo comune di interesse per gli esseri umani negli anni, dai tempi antichi ai giorni nostri. Tralasciando l’importanza e le ben note azioni di vitamine, minerali e di altri nutrienti sul benessere cutaneo, l’attenzione dev’essere spostata su un concetto più ampio di alimentazione. Per rendere un’idea dell’impatto che la malnutrizione (sia qualitativa che quantitativa) può avere sulla pelle, basta pensare a pazienti affetti da disturbi dell’alimentazione, come anoressia nervosa”. Possiamo individuare principali responsabili nell’aging cutaneo, correlati al cibo, quattro processi fortemente connessi tra loro in una sorta di circolo vizioso che vengono attivati da un’alimentazione poco equilibrata:
L’eccesso di zuccheri, le diverse metodologie di cottura, l’improprio e eccessivo utilizzo di dolcificanti, favoriscono questo processo con produzione dei cosiddetti Advanced Glycation End products (AGEs) che si legano a recettori specifici denominati Receptor for Advanced Glycation End products (RAGE), localizzati su fibroblasti, adipociti, mastociti, macrofagi, cellule endoteliali, quindi sia epidermide che derma, favorendo la produzione di citochine infiammatorie, la glicazione delle fibre collagene e l’elastoressi (rottura delle fibre collagene). Gli AGEs promuovono l’infiammazione, lo stress ossidativo e l’alterazione della struttura e della funzione delle proteine intracellulari e di superficie anche indipendentemente dal recettore, attraverso danni diretti alla struttura delle proteine di membrana o intracellulari.
È la ridotta capacità dell’insulina di far utilizzare il glucosio nelle cellule dell’organismo, una condizione cioè in cui si favorisce una risposta biologica subnormale con accumulo di grasso e produzione di citochine infiammatorie da parte del tessuto adiposo, danneggiando anche l’architettura cutanea.
Nella sua genesi sicuramente l’alimentazione ha un ruolo primario. Una dieta tipicamente occidentale favorisce lo stress ossidativo con la formazione di radicali liberi, veri e propri killer anche per la cute.Infiammazione. Si parla di infiammazioni subcliniche generate da sedentarietà, ambiente, fumo, farmaci, stress e dieta. Un’alimentazione ricca di grassi saturi e trans – rispettivamente quelli di origine animale e quelli di origine vegetale cui vengono aggiunti atomi di idrogeno, entrambi responsabili dell’aumento del cosiddetto colesterolo LDL, quello ‘cattivo’ – e di zuccheri semplici finisce con l’essere pro-infiammatoria favorendo un’alterazione anche della matrice extracellulare dove si trovano le fibre collagene ed elastiche e da dove parte il nostro sistema linfatico, generando una decadenza estetica.“Per queste ragioni, la prima visita di medicina estetica, in accordo con quanto suggerito dalla SIME, prevede un’indagine anamnestica e un esame clinico tradizionale e mirato alla domanda con una serie di valutazioni morfologiche e funzionali – conclude Centofanti – Questo approccio permette di formulare innanzitutto un progetto di prevenzione e, poi, di correzione. La terapia antiaging, oltre alle metodiche impiegate abitualmente in medicina estetica, non può non valutare lo stile di vita del paziente e la sua alimentazione in particolare. E’ questo, forse, l’elemento che condiziona maggiormente la differenza di risultato”. Insomma una alimentazione variegata e corretta riesce davvero non fa la differenza solo in termini di ‘forma fisica’, perché la salute dell’organismo di riflette anche sulla superficie: “È comprensibile da tutto ciò l’importanza dell’educazione alimentare che rientra a pieno titolo tra gli obiettivi del medico estetico dopo il check up di Medicina Estetica – conclude il professor Emanuele Bartoletti, presidente della SIME – L’elaborazione di un ‘Diario alimentare’ da parte del paziente permette al medico estetico di capire se vi sono degli errori nelle abitudini alimentari e di aiutare il paziente ad evitarli e correggerli”. (by Domenico Centofanti)

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“Implicazioni del rapido invecchiamento demografico per gli investimenti”

Posted by fidest press agency su giovedì, 7 marzo 2019

A cura di Alessandro Aspesi, Country Head Italia di Columbia Threadneedle Investments. Ai quattro angoli del pianeta sta per infrangersi un’“onda grigia”. In Giappone i decessi superano le nascite da un decennio e oltre un quarto della popolazione ha più di 65 anni. L’Europa è avviata nella stessa direzione: secondo Eurostat la percentuale di ultrasessantacinquenni dell’UE dovrebbe aumentare dal 19,5% nel 2017 al 27% nel 2040, con un incremento di quasi il 40% in poco più di vent’anni.Secondo qualsiasi criterio, siamo in presenza di un cambiamento epocale con importanti implicazioni per le aziende e gli investitori, al punto che il britannico International Longevity Centre terrà il suo primo Business Summit, incentrato sulle opportunità commerciali del cambiamento demografico, a metà del 2019. Con il rallentamento della natalità, il numero di persone che entrano nella forza lavoro comincerà a ridursi, incrementando la concorrenza tra le imprese per attrarre personale. Per gli investitori che mirano a tener conto di questi cambiamenti demografici nelle loro decisioni di portafoglio, alcune conclusioni sono evidenti. Innanzitutto, nei prossimi decenni gli anziani eserciteranno un’influenza maggiore sui modelli di consumo a causa della loro crescente numerosità e ricchezza. La cautela è d’obbligo: gli anziani non sono un gruppo più coeso di qualsiasi altro. Ma le società di settori quali viaggi e turismo (le compagnie di crociera sono tra le preferite), beni di lusso, cosmetica, prodotti di salute e benessere, alta gastronomia e cibi pronti potrebbero beneficiare dell’aumento della domanda. Anche la disponibilità degli anziani a spendere somme considerevoli per i loro animali da compagnia dovrebbe dimostrarsi un trend affidabile.
Analogamente, il prolungamento della vita attiva rafforzerà la domanda di un’ampia gamma di prodotti e dispositivi medici. Smith & Nephew, un produttore di dispositivi ortopedici e medicali quotato nel Regno Unito, afferma di “operare in un mercato in forte crescita, trainato dall’invecchiamento demografico e dalla capacità della tecnologia di consentire ai pazienti di vivere più a lungo e di godere di una vita più attiva”.3 Il fatto che i nostri corpi si logorano con l’età produrrà verosimilmente opportunità analoghe, ad esempio, per le società specializzate in tecnologie odontoiatriche avanzate. Minore futuro è per le case di riposo.Nel 2018 più di tre quarti degli intervistati hanno dichiarato all’American Association of Retired Persons di voler rimanere nella propria casa nel periodo della vecchiaia.Data questa preferenza diffusa, vi saranno maggiori opportunità per le aziende che sviluppano tecnologie mirate ad adattare le abitazioni alle esigenze dei loro occupanti anziani. Si va dalle soluzioni di domotica per alleviare il carico delle faccende domestiche come le pulizie, alle soluzioni di efficienza energetica che permettono di ridurre al minimo i costi di gestione nel corso degli anni di occupazione supplementare dell’alloggio.Il riconoscimento vocale potrebbe giocare un ruolo importante in questi prodotti; la platea dei consumatori anziani potrebbe inoltre fornire una grande opportunità ai fornitori di veicoli autonomi che favoriscono l’indipendenza e la mobilità.Tuttavia, non dobbiamo focalizzarci unicamente sulle preferenze dei consumatori anziani: il cambiamento demografico interessa ogni singola parte della società.
In questo contesto le aziende dovranno trovare il modo di fidelizzare i lavoratori anziani per evitare di perdere le loro competenze ed esperienze, magari attraverso prassi lavorative più flessibili che meglio si adattino alle priorità di vita nella terza età. L’esame delle politiche volte a trattenere in azienda tali talenti potrebbe diventare parte dell’analisi ambientale, sociale e di governance (ESG) applicata abitualmente dagli investitori.Per le autorità di governo, intanto, le pressioni per migliorare l’efficienza e la produttività dei servizi sanitari diventeranno schiaccianti, il che produrrà significative opportunità per aziende di aree come la medicina rigenerativa, che sfrutta le proprietà autocurative dell’organismo per ridurre i costi del trattamento di determinate patologie.Nel caso dei giovani, la consapevolezza di trovarsi probabilmente a lavorare ben oltre i 65 anni di età alimenterà la domanda di riqualificazione professionale a metà carriera e di formazione per adulti. Nei prossimi decenni il numero di bambini in età scolare potrebbe in effetti diminuire, ma la necessità di svolgere due o tre professioni nell’arco della vita lavorativa riempirà le aule scolastiche di persone mature. Il cambiamento demografico in atto interesserà ogni aspetto della nostra società: l’invecchiamento non riguarda solo gli anziani.
Sicuramente in questo ambito guardiamo anche con molta attenzione alle principali macro-tendenze ed evoluzioni di mercato, cercando di individuare le società best in class che al meglio le cavalcano.

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Identificati geni coinvolti nell’invecchiamento del cervello

Posted by fidest press agency su mercoledì, 21 marzo 2018

Un gruppo di geni coinvolti nell’invecchiamento del cervello correlato all’età è stato identificato dal team di ricerca del Dipartimento di Biologia e biotecnologie “C. Darwin” della Sapienza, in collaborazione con il Babraham Institute di Cambridge. I risultati dello studio, pubblicato sulla rivista Aging Cell, mostrano che uno di questi geni, denominato Dbx2, può determinare un invecchiamento precoce delle cellule staminali neurali, riducendone la capacità di crescita.Le cellule staminali neurali sono responsabili della produzione di nuovi neuroni nel cervello adulto. Con l’età, le cellule staminali producono sempre meno cellule nervose e ciò può causare un deterioramento delle capacità cognitive del cervello.Il team di ricerca internazionale ha confrontato l’attività genica delle staminali neurali di topi vecchi e giovani, identificando 254 geni la cui attività si altera nelle cellule vecchie. E’ stato osservato che, mentre per molti di questi geni l’attività si riduce, per il gene Dbx2 aumenta.“Siamo riusciti ad aumentare l’attività di Dbx2 nelle cellule staminali neurali giovani – spiega Giuseppe Lupo della Sapienza, primo autore dello studio – quindi ad accelerare alcuni aspetti del processo di invecchiamento. Ciò ha permesso di osservare in queste cellule l’acquisizione di caratteristiche simili a quelle delle cellule vecchie, in particolare un rallentamento della proliferazione.”La ricerca, diretta per la Sapienza da Emanuele Cacci e per il Babraham Institute da Peter Rugg-Gunn, potrebbe avere una forte ricaduta nell’ avanzamento delle conoscenze sui meccanismi del declino cognitivo durante l’invecchiamento.“Proveremo ora – conclude Lupo – a utilizzare la genetica e le cellule staminali neurali per far “tornare indietro” le cellule più vecchie affinché recuperino la capacità di crescita. I risultati ottenuti con le cellule staminali neurali di topo potrebbero in futuro essere applicati alle cellule staminali umane”.

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Strategie di tutela dell’anziano

Posted by fidest press agency su venerdì, 2 febbraio 2018

montecitorioRoma, 5 febbraio 2018, h. 11.30-13.30 Camera dei Deputati, Palazzo Montecitorio – Sala Aldo Moro – Via di Monte Citorio L’invecchiamento della popolazione costituisce una conquista e allo stesso tempo una sfida per la società. Nel 2015 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato che entro il 2050 raddoppierà il numero di over 60 nel mondo, identificando come strategia principale per far fronte a questa emergenza sanitaria e sociale l’invecchiamento attivo attraverso la tutela e la promozione dei suoi determinanti: salute, partecipazione e sicurezza. Intervengono
Sen. Emilia Grazia De Biasi, Presidente Commissione Igiene e Sanità, Senato della Repubblica
Sen. Maria Rizzotti, Vicepresidente, Commissione Igiene e Sanità, Senato della Repubblica
Raffaele Antonelli Incalzi, Presidente SIGG, Società Italiana di Gerontologia e Geriatria
Luigi Bergamaschini, Professore Associato in Medicina Interna, Università degli Studi di Milano e Direttore IV UOC di Riabilitazione Neuro-motoria, A.S.P. IMMeS e Pio Albergo Trivulzio, Milano
Flavia Bustreo, ex Vicedirettore Generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per la Salute della Famiglia, delle Donne e dei Bambini
Gilberto Corbellini, Direttore Dipartimento d Scienze Sociali e Umane, Patrimonio Culturale (Dsu), Consiglio Nazionale delle Ricerche
Claudio Mencacci, Direttore Dipartimento di Salute Mentale e Neuroscienze, ASST Fatebenefratelli-Sacco, Milano
Francesca Merzagora, Presidente Onda, Osservatorio nazionale sulla salute della donna Paola Tincani, Direttore Responsabile Hachette

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Salute e condizioni sociali

Posted by fidest press agency su domenica, 12 novembre 2017

034-Figura di vecchio seduto addormentato con mani strette a pugno chiuso, 1944, Carboncino, cm 1Le condizioni sociali ed economiche in cui una persona nasce e cresce possono avere un forte impatto sul suo stato di salute e sulla qualità della sua vita. Lo ha affermato l’epidemiologo Paolo Vineis, nella relazione che ha tenuto all’apertura dei lavori della conferenza Invecchiamento di successo, organizzata ad Alba dalla Fondazione Ferrero. Vineis insegna Salute globale all’Imperial College di Londra ed è coordinatore del progetto europeo Lifepath, che si occupa di studiare i meccanismi biologici tramite i quali le condizioni socioeconomiche condizionano la salute delle persone. Ad Alba, Vineis ha presentato i risultati finora ottenuti nella comprensione scientifica delle “disuguaglianze di salute”. Di come, in altri termini, le disuguaglianze sociali si traducano in eventi biologici che possono determinare un invecchiamento più o meno in salute, e spesso una mortalità prematura.Ci sono persone che possono scegliere di andare a vivere in contesti più confortevoli e meno inquinati, di mandare a scuola i figli e di adottare stili di vita più sani. Ci sono altre persone, invece, che sono più esposte a una cattiva alimentazione, che non possono permettersi di coltivare l’istruzione loro e dei propri figli, e che sono costrette ad abitare in quartieri malsani, trafficati, se non addirittura asfissiati da discariche e poli industriali. Queste differenze, che vanno sempre più allargandosi, generano a loro volta preoccupanti differenze a livello di salute e qualità della vita.In Europa, l’86% dei decessi è attribuibile alle malattie croniche non trasmissibili, che a loro volta determinano il 77% degli anni di vita in buona salute persi e il 75% dei costi sanitari (soprattutto in assistenza a lungo termine). La maggior parte di queste malattie, e le conseguenti morti premature, vengono attribuite a cause complesse (largamente ambientali o comportamentali), che hanno negli stili di vita insalubri le cause principali: alimentazione scorretta, scarsa attività fisica, fumo, alcol. In realtà gli stili di vita, così come altri fattori di rischio, risentono fortemente di determinanti sociali di salute come la posizione nella società e sul lavoro, il reddito, e il livello educativo. I quali, quindi, vanno di fatto considerati le cause delle cause, che andrebbero tenute presenti nelle azioni di prevenzione e contrasto messe in opera dai sistemi sanitari.Le disparità sociali che si traducono in disuguaglianze di salute sono evidenti anche in paesi come l’Italia, meno colpita di altri paesi, probabilmente grazie all’effetto positivo che ancora giocano fattori come la alimentazione e la presenza di un sistema sanitario universalistico. Ciononostante, anche in Italia, fra un operaio non qualificato e un dirigente si osservano in media 5 anni di svantaggio nella speranza di vita.Perché questo accade? Attraverso quali meccanismi biologici e molecolari lo svantaggio sociale si traduce in malattia? Una delle spiegazioni più accreditate individua queste differenze di longevità e benessere negli stili di vita connessi allo stato socioeconomico, ma anche nello stress psicosociale connesso a condizioni di deficit educativo, lavorativo, ambientale, relazionale ed economico. Lo stress cronico che ne consegue può tradursi in malattia e mortalità precoce attraverso una serie di meccanismi fisiopatologici: dagli ormoni dello stress (rilascio aumentato di cortisolo) a marcatori di rischio cardiovascolare come la proteina C reattiva, allo stato di infiammazione cronica e alle malattie che ne derivano.Un gruppo di ricercatori del progetto Lifepath ha recentemente dimostrato che il 20% della mortalità prematura è dovuto a povere condizioni socioeconomiche, che si rivelano essere il terzo fattore di rischio dopo il fumo e l’inattività fisica. Altre ricerche realizzate dal consorzio coordinato da Vineis hanno mostrato come le disuguaglianze nella vita materiale e psicologica delle persone comincino ad esercitare la loro influenza a partire addirittura dalla gestazione. Già da quel momento, infatti, le condizioni materiali dei genitori influiscono sul nascituro, determinando in parte anche parametri come l’altezza e la predisposizione futura a sviluppare malattie. È nella prima fase della vita, almeno fino alla tarda adolescenza, che è massima l’incidenza dello svantaggio socioeconomico sulla biologia della persona, che poi si manifesterà nei decenni successivi in termini di malattie e mortalità prematura.
Riconoscere l’importanza delle condizioni sociali ed economiche nell’influire sulla salute e sulla qualità dell’invecchiamento, secondo Vineis, è dunque il primo passo necessario per capire dove intervenire per migliorare il benessere delle persone. Inoltre, la comprensione dei processi biologici attraverso i quali le disuguaglianze sociali si traducono in disuguaglianze per la salute consentirebbe di fornire accurate importanti prove scientifiche a istituzioni sanitare e decisori politici, che a loro volta potranno rendere più incisive le politiche di sanità pubblica.

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UE sull’invecchiamento attivo con le aspettative dei futuri pensionati

Posted by fidest press agency su domenica, 3 settembre 2017

pensionatiIncludere l’attività di svago e tempo libero nei fattori che misurano l’invecchiamento attivo e promuovere così alcuni degli hobby più comuni come viaggi, cinema, teatro, giardinaggio, musica, modellismo e pittura. È l’esigenza che emerge da un’indagine condotta dall’Inrca – Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico per Anziani – tesa a valutare la corrispondenza dell’agenda UE sull’invecchiamento attivo con le aspettative dei futuri pensionati. Lo studio, pubblicato sulla rivista Ageing & Society dell’Università di Cambridge, rientra nel progetto europeo Ewl – Extending Working Lives – che ha l’obiettivo di comprendere le conseguenze dell’allungamento della vita lavorativa sulla salute, oltre a indagare l’impatto del pensionamento sullo stile di vita. “Il collocamento a riposo – spiega il Direttore scientifico dell’Inrca Fabrizia Lattanzio – comporta nuove routine che riguardano una vasta serie di attività quotidiane come l’esercizio fisico, la dieta, il sonno e le relazioni sociali. È un periodo di transizione in cui possono nascere anche nuovi impegni, come volontariato e assistenza ai familiari”.Lo studio ha coinvolto 133 lavoratori prossimi alla pensione in tre Paesi: 55 in Inghilterra, 40 in Italia, e 38 negli Stati Uniti. Tramite interviste condotte 10 mesi prima del pensionamento, sono stati chiesti quali fossero i progetti per il futuro. Ne è stata valutata così la rispondenza con i fattori che compongono l’Indice di Invecchiamento attivo (Active Aging Index), che serve per misurare l’invecchiamento attivo in un contesto geografico attraverso vari fattori, tra cui il mantenimento di un lavoro dopo la pensione, la partecipazione alla vita sociale e familiare (volontariato e cura di genitori e nipoti), il grado di indipendenza economica, l’autonomia psico-fisica (che comprende attenzione alla salute, attività motoria e studio) e la capacità di mantenere relazioni con amici, parenti e colleghi.
“Benché i piani dichiarati siano nel complesso in linea con gli indicatori inclusi nell’Indice – commenta Andrea Principi, del Centro ricerche socio-economiche per l’invecchiamento – molti soggetti nei tre campioni hanno affermato di voler riprendere gli hobby abbandonati a causa degli impegni lavorativi, o iniziarne di nuovi”. “Oggi – spiega – gli anziani gestiscono efficacemente il tempo libero. Vanno al cinema, visitano musei, viaggiano, si dedicano alla manutenzione del verde, attività importanti per il benessere psico-fisico alla pari dell’attività motoria. Ciò che manca quindi è l’inclusione nell’Indice di attività dedicate allo svago, il cosiddetto ‘active leisure’, ed il fatto che questa tendenza emerga in contesti socio-culturali diversi indica che si tratta di un’esigenza diffusa e pertanto da promuovere”.Se la propensione a dedicarsi agli hobby trova d’accordo gli intervistati dei tre Paesi, diversi sono i punti di vista sull’impiego del proprio tempo da pensionati. Ritornare al lavoro non sembra tra le priorità, in particolare degli italiani. “Dopo 42 anni e sei mesi sono pronto per fare altre cose nella vita” dichiara un sessantenne italiano. Meno categorici sul tema gli anglosassoni. “Non vorrei niente di fisso. Potrebbe essere qualcosa che mi impegni un giorno a settimana, per sei mesi, così avrei altri sei mesi all’anno per viaggiare” afferma una donna inglese 55enne. L’orientamento a rimanere nel mercato del lavoro è invece più evidente oltreoceano: “Andrei in pensione per fare qualcosa di diverso: preferirei un impiego che mi consentisse di modificare lo stile di vita” dichiara invece un 64enne americano.
Anche in prospettiva di eventuali difficoltà economiche, all’estero si ipotizza un possibile impiego, mentre gli italiani consultati lo escludono totalmente. Piuttosto si accetta l’idea di limitare i consumi: “Non importa se avrò finito i soldi e dovrò aspettare dieci giorni per ricevere la pensione. Se dovessi fare rifornimento all’auto, vorrà dire che non la userò. Ma non ricomincerei di certo a lavorare per pagare le spese”, dichiara un’italiana di 59 anni.Accudire i familiari, specialmente anziani, almeno nel campione italiano non sembra una ‘scelta volontaria’, ma imposta dalla situazione. “Mi piacerebbe riprendere gli hobby, viaggiare, ma nessuna di queste ipotesi è realistica, a causa dei miei genitori. Tutti i piani sono sospesi per ora”, sostiene un’italiana 62enne. Meno marcato, in genere, l’atteggiamento inglese, visto come supporto occasionale alla famiglia: “Ho già fatto da padre ai miei figli. Ora è loro compito accudire i propri bambini. Potrei stare con i nipoti due o tre volte a settimana, ma voglio fare anche altre cose” dice un 59enne britannico.C’è chi afferma di non avere piani. “La mancata pianificazione delle attività future comporta in alcuni casi uno stato d’ansia che può compromettere le sensazioni positive generalmente associate al pensionamento. È necessario quindi un maggiore supporto durante la transizione lavoro-pensione, mediante corsi o colloqui di orientamento” – spiega Principi. Proprio per valutare in che misura i programmi dichiarati saranno rispettati, lo studio prevede due successive interviste a distanza di uno e due anni. “In Italia si tende ad uscire dall’età produttiva prima possibile, poiché si ha paura di rimanere bloccati a causa di una riforma dell’ultima ora che possa cambiare i requisiti, come l’innalzamento dell’età pensionabile. Una situazione che molti degli intervistati italiani hanno già vissuto, avendo dovuto rimandare, la data pianificata anche un paio di volte”.

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La medicina coniugata al sociale

Posted by fidest press agency su martedì, 25 luglio 2017

la medicina coniugata al sociale(Medicina sociale Vol. 1) (Italian Edition) Kindle Edition. Uno storico contemporaneo della medicina, l’inglese Roy Porter, ha affermato: “Fino a qualche tempo fa la vita era vissuta sotto l’impero della malattia”. Il mondo è un grande ospedale, si affermava. Il genere umano appariva impotente di fronte alla malattia, al dolore, all’invalidità, all’invecchiamento precoce. Ora qualcosa è cambiata, se non altro in termini d’enunciato. Alla conferenza d’Alma Ata nel 1978 l’Oms si pose l’obiettivo della “salute per tutti entro l’anno 2000”. Salute intesa come assistenza sanitaria primaria. In proposito dobbiamo considerare che lungo il corso del XX secolo abbiamo consolidato, innanzitutto, la cultura e la pratica dei diritti umani. In tale situazione la salute ha ricevuto una sorta di riconoscimento giuridico. Vi ha fatto da corollario la consapevolezza che non vi può essere un’equità della salute senza una giusta distribuzione delle risorse, un’indipendenza finanziaria delle singole persone e un sostegno importante dello Stato.
Dobbiamo entrare nell’ordine d’idee che la salute deve essere considerata talmente importante da trasformarla in obiettivo, fine e valore dell’esistenza. (foto: medicina sociale)

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Cellulite? Impara a depurarti!

Posted by fidest press agency su giovedì, 18 maggio 2017

celluliteL’invecchiamento del corpo è caratterizzato soprattutto dalla diminuzione dell’ossigeno nelle cellule, con minore produzione di energia nei mitocondri e maggiore stasi di sostanze tossiche nel tessuto connettivo, il nostro mare interno dove avvengono tutte le reazioni principali del nostro organismo, sede di importanti cellule staminali dedicate alla funzioni del tessuto adipose, della cute e degli scambi metabolici. Con il passare degli anni, tutte queste situazioni provocano reazioni e alterazioni infiammatorie e degenerative, favorendo artrosi, sovrappeso, lipodistrofia, dolore, alterazione delle varie mucose, sindrome metabolica (diabete, epatosi e dislipemia), patologie vascolari, tumorali e degenerative cerebrali (Alzheimer, Parkinson, etc). Anche i cosiddetti inestetismi, come rughe, cellulite, capillari e cedimenti tessutali, sono segni di un progressivo inquinamento delle nostre cellule e possono essere utilizzati come campanelli d’allarme. In particolare la cosiddetta cellulite è oggi considerate una patologia estetica evolutiva degenerative del tessuto connettivo e della matrice. Tutte queste alterazioni possono essere in gran parte controllate con periodici momenti di disintossicazione e di depurazione, come una macchina che periodicamente viene lavata e controllata. “Da sempre tutte le donne pensano di averla – precisa il presidente della Società Italiana di Medicina Estetica (Sime) Emanuele Bartoletti – anche perchè le donne chiamano cellulite tutto quello che non amano delle proprie gambe. Quest’anno finalmente sulla cellulite abbiamo presentato i risultati di una serie di ricerche e studi molto approfonditi: finalmente abbiamo fatto un punto preciso, e tratto considerazioni scientifiche importanti sull’inquadramento di questa patologia molto comune, ma su cui ancora non c’è una convergenza di opinione sia da un punto di vista di origine clinica che dal punto di vista del trattamento. Che è la cosa più importante”.“Imparare a mantenere sano il nostro corpo è il dovere primario di ciascuno di noi, per prevenire quelle malattie che dovranno essereo poi curate, con un danno alla nostra qualità di vita ed un costo per la società. – cosi afferma Pier Antonio Bacci, già professore a contratto di Chirurgia Estetica nell’Università di Siena e direttore del Centro di documentaizone in Flebologia e Patoogie Estetiche di Arezzo – La medicina moderna mette sempre più in evidenza l’importanza della visita clinica e della diagnosi quanto più precoce, della giusta alimentazione, del movimento e dello stile di vita, con lo studio della postura e stress ossidativo. Soffermandosi soprattutto sui vari momenti di depurazione e di iniziale alterazione dei tessuti. La cellulite è proprio un sintomo che l’organismo utilizza per dire Help me – Aiutami perché qualcosa comincia a non funzionare. Per questo, dei periodici periodi di un semplice schema deacidificante permette di far respirare gli organi, di restituire ossigeno ed energia alle cellule, di ridurre dolore del fibroedema e lipodistrofia, riducendo le degenerazioni e le patologie dolorose muscolari e articolari, infine – continua Pier Antonio Bacci, storico esperto di cellulite e gambe gonfie – rallentando anche gli inestetismi cellulitici ed i processi d’invecchiamento, per mantenere più a lungo possibile la gioventù del nostro organismo.
Al Congresso SIME di questo anno Lei ha presentato una ricerca su 1200 casi che lo hanno lasciato preoccupato, perchè?
“Io vivo oggi una giornata di felicità perché, ormai alcuni anni fa pubblicai dei libri dove si ipotizzava la cosiddetta cellulite come evolutive alterazioni del tessuto connettivo e quindi dell’operativa delle nostre cellule staminali. Su queste basi proposi nel 2015 uno schema deacidificante che, basato sul riposo parziale degli organi, avesse la capacità di migliorare le alterazioni dei tessuti e di quell terreno cellulitico da trattare con tecniche di medicina rigenerativa, come microinnesti connettivali, biostimolanti ed energia luminosa, quindi rigenerare è la parola d’ordine. Le esperienze di questi anni – continua il Bacci – sono state positive ed oggi, importanti ricercatori come il professor Sbarbati ed il dottor Manzo hanno dimostrato la reale presenza di cellule staminali alterate, conclusion che rendono omaggio alle mie ipotesi ed alle mie proposte teraoeutiche, ma soprattutto rendono omaggio all’intuizione del nostro vero Maestro, il compianto professor Carlo Alberto Bartoletti, che già quaranta anni fa ci diceva che la medicina estetica altro non è che un percorso di salute, finalizzato al mantenimento dello stato di benessere e di bellezza del corpo e della mente. Io credo che il messaggio di recupero della gestione della propria salute da parte di ciascuno di noi sia il vero messaggio che noi dobbiamo oggi dare, senza vendere niente perché questo è il primo e migliore inizio di trattamento che, d’ora in poi dovrà essere soprattutto una strategia di medicina rigenerativa”.
Ma cosa lo ha preoccupato nella ricerca presentata?
“Fra tutti i dati ottenuti quello che più mi ha spaventato il trauma psicologico che subisce la maggior oarte di donne con la cellulite, che sono disposte a tutto pur di risolvere il problema che, come è dimostrato, si può risolvere solo con il contributo del paziente: periodica depurazione, movimento e giuste metodiche dopo una precisa diagnosi”.
Cosa è il suo protocollo Vartam?
“E’ un percorso per la cura di celluoite, lipoedema e lipodistrofia doloroa che inizia con uno schema depurativo alimentare di riposo degli organi associate a piacevoli passeggiate, continua con una precisa diagnosi e l’utilizzazione di qualche seduta di medicina rigenerativa, con microinnesti connettivali e energia luminosa che permettono nuove attività a mirocondri e cellule in un terreno quanto più armonico e fertile: I semi germogliano sempre sul terreno adatto”.

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Invecchiamento senza controllo della politica

Posted by fidest press agency su martedì, 7 marzo 2017

istatA seguito dei dati diffusi dall’Istat sull’invecchiamento della popolazione e di quanto deciso dal consiglio nazionale di Senior Italia FederAnziani tenutosi il 27 e 28 febbraio u.s. a Rimini, la federazione della terza età ha indirizzato oggi alle più alte cariche dello Stato, delle Istituzioni e delle forze politiche una richiesta di incontro urgente al fine di concordare soluzioni comuni che permettano di fronteggiare la situazione attuale e sostenere le sfide del futuro, prima del punto di non ritorno.
“Assistiamo con apprensione a una progressiva erosione del diritto alla salute, al venir meno dell’eguaglianza nelle cure, al prevalere di criteri ragionieristici rispetto all’esigenza primaria di tutelare la salute dei cittadini, nel rispetto di quanto sancito dall’articolo 32 della nostra Costituzione”, dichiara il Presidente Senior Italia FederAnziani, Roberto Messina, “Sappiamo dall’Eurostat che nel nostro Paese il 33% delle morti sarebbero evitabili se solo le cure erogate fossero adeguate, mentre il Censis ci informa che nel 2016 ben 11 milioni di Italiani hanno rinunciato alle cure a causa delle liste d’attesa o delle difficoltà economiche, non essendo più in grado di pagare di tasca propria ove necessario. Un quarto dei cittadini che nel corso dell’ultimo anno ha dovuto rinviare o rinunciare a prestazioni sanitarie è costituito proprio da persone anziane”.
“La sfida economica, per la salute e la sostenibilità che abbiamo davanti a noi è di una portata colossale, e la grande crisi non è demografica, bensì politica”, sottolinea Messina, “Il modello socio-sanitario e di welfare attuale non è ancora quello delle società longeve, e ci chiediamo cosa succederà alla nostra nazione quando, nel 2050, una persona su 3 avrà più di sessant’anni. Fonte di ulteriore preoccupazione è la scarsa consapevolezza di tale stato di cose, mostrata da leader di partiti e schieramenti, che appaiono quanto mai privi di una visione strategica e distanti dalle reali problematiche degli anziani e del Paese”.
“A fronte delle nostre ripetute richieste di attenzione su tali temi e della sostanziale indifferenza mostrata dagli esponenti della politica, il nostro Consiglio Nazionale, riunito a Rimini il 27 e 28 febbraio scorso, ha analizzato le principali criticità emerse dalla nostra base ed elaborato una strategia d’azione”, conclude Messina, “Il Consiglio ha ritenuto di evitare azioni di protesta, estranee al nostro approccio filo-istituzionale, deliberando di richiedere incontri urgenti con le massime cariche dello Stato, Istituzioni e forze politiche al fine di poter essere ascoltati rispetto ai temi citati e trovare soluzioni condivise, utili a fronteggiare la situazione attuale e a sostenere le sfide del futuro, di cui la prima è quella dell’invecchiamento della popolazione. In mancanza di rassicurazioni convincenti il popolo della terza età rappresentato da Senior Italia FederAnziani è pronto ad iniziare lo sciopero della fame pur di eliminare questa mancanza di visione e di strategia politica nei confronti dei problemi dell’invecchiamento”.

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“Invecchiamento in Salute e Silver Economy”

Posted by fidest press agency su martedì, 14 febbraio 2017

anzianiRoma 14 febbraio 2014 ore 11 Sala dell’Istituto di Santa Maria in Aquiro in Piazza Capranica, 72 Incontro “Invecchiamento in Salute e Silver Economy” – Proposte di Legge N. 3528 e N. 3538 depositate alla Camera dei Deputati e altre. Relazione introduttiva Lucio Romano, Senato della Repubblica Coordinatore Intergruppo Invecchiamento attivo.
Intervengono: Carlo Dell’Aringa, Camera dei Deputati, Silver Economy: demografia e opportunità, Vittoria D’Incecco, Camera dei Deputati
Anziano attivo e invecchiamento in salute, Anna Giacobbe, Camera dei Deputati Ambienti elder-friendly Manuela Granaiola, Senato della Repubblica Quale welfare per la terza e la quarta età
Segue una tavola rotonda su: Le istanze e le risposte della scienza, della società e del territorio con Michele Conversano, HappyAgeing
Serafino Zilio, Segretario nazionale FAP ACLI, Lucio Alessio D’Ubaldo, Segretario generale Federsanità ANCI, Paolo Boldrini, Società italiana di medicina fisica e riabilitazione, Nicola Ferrara, Società italiana di geriatria e gerontologia, Raffaele Atti, Segretario Nazionale SPI CGIL Livia Piersanti, Segretaria Nazionale UIL Pensionati Serafino Zilio, Segretario Nazionale FAP ACLI Moderatore: Marco Magheri, Giornalista. Discussant: Componenti Intergruppo parlamentare per l’invecchiamento attivo.

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Combattere le malattie dell’invecchiamento

Posted by fidest press agency su domenica, 12 febbraio 2017

regina elenaRoma 15 Febbraio ore 15:00 Centro Congressi Multimediale IFO Via Fermo Ognibene 23 Seminario del neurologo Claudio Franceschi all’Istituto Regina Elena. Geroscienza e malattie dell’invecchiamento sono i temi che tratterà Claudio Franceschi docente emerito all’Università di Bologna, in occasione dell’incontro del 15 Febbraio prossimo all’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena. Ha organizzato l’evento il chirurgo IRE Gianluca Grazi.La ricerca sull’invecchiamento ha fatto negli ultimi anni progressi straordinari poiché ha potuto avvalersi delle tecnologie ad alta dimensionalità, chiamate OMICHE, che consentono di misurare in campioni biologici provenienti da un singolo animale o una singola persona centinaia di migliaia di parametri. In questa nuova era tecnologica, la nuova Geroscienza sta facendo e farà sempre di più uso di strumenti di Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione (Information and Communication Technology, ICT) e della robotica per l’assistenza e la riabilitazione agli anziani fragili e pazienti affetti da patologie diverse. Tutto ciò comporta e comporterà un cambiamento profondo a tutti i livelli della medicina sia terapeutica sia preventiva.“Nell’ultimo secolo – ha spiegato Claudio Franceschi – sono profondamente cambiate la nutrizione, l’igiene e la medicina, ma anche l’attività fisica e la scolarizzazione, e tutte queste variabili hanno avuto, e stanno avendo, un impatto fortissimo sulla longevità, ma anche sul tipo di malattie a cui andiamo soggetti. Fra queste dominano le malattie cronico-degenerative, quali malattie cardiovascolari, diabete, demenza, cancro, malattie croniche dell’apparato respiratorio e del rene. Le ricerche hanno ampiamente dimostrato che il maggiore fattore di rischio è proprio l’invecchiamento, combattendo il quale si può cercare di combattere queste patologie tutte insieme e non una alla volta.”

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Vedere subito come saranno i risultati del botulino?

Posted by fidest press agency su giovedì, 15 ottobre 2015

botulinoLa tossina botulinica, la sostanza più utilizzata al mondo in medicina estetica per contrastare i segni dell’invecchiamento, e la lidocaina, anestetico fra i più diffusi, si alleano per garantire al medico un perfetto controllo sui risultati delle iniezioni e al paziente una “preview” di quelli che saranno gli effetti del trattamento. Lo studio sulla nuova tecnica è stato portato avanti dall’équipe di ChirurgiadellaBellezza: i chirughi plastici Raffaele Rauso e Pierfrancesco Bove hanno pubblicato i risultati sul Journal of Advanced Plastic Surgery Research – Vol. 1 2015 e il 9 ottobre Pierfrancesco Bove ne ha parlato all’International Congresso of Aesthetic Dermatology di Bangkok, Thailandia.«Dal 2010 al 2013 abbiamo praticato 356 trattamenti a base di tossina botulinica di tipo A diluita con 2,4 mL lidocaina invece che con la classica diluizione a base di soluzione fisiologica, trattamenti localizzati nel terzo superiore del volto –spiegano Bove e Rauso–. Il risultato è stato evidente: già pochi minuti dopo le iniezioni era visibile il rilassamento dei muscoli indotto dall’anestetico locale, che in questo caso simula in anteprima gli effetti che nei giorni successivi conferisce il botulino, cosa che permette al medico di rendersi subito conto di eventuali asimmetrie da correggere o se il risultato corrisponda a quanto concordato col paziente». Questo effetto iniziale indotto dalla combinazione botulino/lidocaina sparisce dopo circa 30 minuti e poi, come sempre nei trattamenti a base di botulino, dopo qualche giorno si manifesta il risultato definitivo.La differenza rispetto alle iniezioni tradizionali, in cui il botulino è diluito con soluzione salina (1,2 mL vengono aggiunti alla fiala), è appunto che con queste il medico non può notare subito se ci sono imperfezioni e risulta fondamentale rivedere il paziente dopo qualche giorno per capire se sono necessarie correzioni. «Abbinando la tossina botulinica con la lidocaina si evita questo inconveniente –spiegano ancora Rauso e Bove– perché l’azione transitoria della lidocaina, utilizzata al posto della soluzione fisiologica, simula l’effetto che avrà il botulino stesso. Inoltre la lidocaina apporta anche l’effetto anestetico che le è proprio, minimizzando il fastidio che il paziente può provare con il metodo consueto. Una raccomandazione importante è che questa tecnica sia eseguita da uno specialista esperto: il raddoppio della diluizione fa sì che aumenti la probabilità che il botulino si diffonda in modo indesiderato, causando problemi. Per questo è fondamentale affidarsi a un operatore che conosca al meglio la muscolatura dell’area anatomica ove effettua le infiltrazioni».Grazie all’azione combinata di botulino e lidocaina si ha quindi un’anteprima immediata di come si stabilizzerà il trattamento nel tempo: «Uno strumento importante per il medico, che così può controllare al 100% e in tempo reale il risultato raggiunto, e per il paziente che non deve più tornare al controllo per il classico “ritocco”» concludono Rauso e Bove.
ChirurgiadellaBellezza (www.chirurgiadellabellezza.it) è un surgery network che si occupa di Medicina e Chirurgia Estetica in Lombardia, Toscana, Lazio e Campania. L’équipe, guidata dai chirurghi plastici Raffaele Rauso e Pierfrancesco Bove, è composta da anestesisti, infermieri e personal assistant. Gli standard che garantisce sono elevatissimi in tutte le città in cui opera. La filosofia di ChirurgiadellaBellezza si basa non solo sulla ricerca di risultati armonici e naturali, ma anche sull’assistenza costante al paziente prima, dopo e durante l’intervento.

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Le nuove sfide dell’invecchiamento attivo

Posted by fidest press agency su mercoledì, 6 maggio 2015

034-Figura di vecchio seduto addormentato con mani strette a pugno chiuso, 1944, Carboncino, cm 1Roma, 13 maggio 2015 – ore 11 – 13 Centro Convegni Carte Geografiche – Via Napoli, 36 Oltre 45.000 volontari, quasi 7 milioni di ore di volontariato, oltre mezzo milione di persone che partecipano alle attività di solidarietà e socializzazione. Sono alcuni numeri che emergono dal primo Bilancio Sociale dell’Auser, l’associazione che da 25 anni si batte per una nuova idea di vecchiaia e che fotografa un Paese dove l’impegno degli anziani, soprattutto delle donne, cresce e si diffonde. La nuova campagna di comunicazione dell’Auser pone al centro la sfida culturale dell’Invecchiamento Attivo, fatta di impegno e partecipazione ad ogni età.Verrà presentato lo spot di 30 secondi ed il nuovo sito dell’associazione web arricchito di contenuti e con una rinnovata veste grafica. Presenta il Bilancio Sociale e la Campagna di Comunicazione:
Enzo Costa, presidente nazionale AuserIntervengono:
Pietro Barbieri, portavoce del Forum Nazionale del Terzo Settore
Andrea Volterrani, università di Tor Vergata Roma
Marco Binotto, università La Sapienza Roma
Coordina: Carlo Ciavoni, La Repubblica

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Rischio cardiometabolico: diagnosi e terapia per evitare un invecchiamento precoce

Posted by fidest press agency su lunedì, 19 gennaio 2015

Brescia. Individuazione dei pazienti a rischio, esami diagnostici che consentano di valutare il danno d’organo e tempestivo trattamento. Sono questi gli strumenti principali per contrastare l’ipertensione arteriosa, il più frequente fattore di rischio cardiovascolare correggibile con la terapia. Una condizione che molto spesso si associa ad altri fattori di rischio metabolici, come la dislipidemia, le alterazioni del metabolismo glucidico e il diabete, spesso associati a obesità, iperuricemia e sedentarietà.
«La pressione alta è un fattore di rischio cardiovascolare tra i più importanti. Gli eventi cardiovascolari, come infarto e ictus, sono preceduti da alterazioni di vari organi bersaglio. Queste alterazioni in molti casi inizialmente non provocano sintomi ma sono in seguito la vera causa della malattia. È su questi danni d’organo che bisogna intervenire, impedendo che si sviluppino o che progrediscano» spiega Enrico Agabiti Rosei, direttore del Dipartimento di Scienze Cliniche e Sperimentali dell’Università di Brescia e presidente del simposio internazionale dal titolo “Management of cardiometabolic risk and healthy aging” organizzato dal Dipartimento di Scienze Cliniche e Sperimentali dell’Università di Brescia e promosso dalla Fondazione Internazionale Menarini.
ipertensione2L’ipertensione provoca un sovraccarico di pressione a danno del ventricolo sinistro del cuore. Ciò determina un’ipertrofia, cioè un aumento della massa muscolare del ventricolo e di conseguenza possibili danni al cuore. Per queste ragioni è raccomandato un controllo nelle persone con pressione alta per verificare il rischio di problemi cardiaci. «Tra gli esami disponibili, l’elettrocardiografia è quello a minor costo, ma anche con una bassa capacità di individuare l’ipertrofia del ventricolo» prosegue Agabiti Rosei. «La risonanza magnetica cardiaca consente di visualizzare immagini in 3D del cuore con un’elevata risoluzione, ma la sua limitazione è rappresentata dalla scarsa diffusione e dai costi elevati. L’ecocardiografia rappresenta sicuramente un valido metodo per l’individuazione dell’ipertrofia, è disponibile in molti ospedali e a un costo relativamente contenuto. La principale limitazione riguarda la minore risoluzione delle immagini rispetto alla risonanza magnetica, ma con lo sviluppo di nuovi programmi per la visione in 3D, l’ecocardiografia potrebbe avere sviluppi promettenti in futuro. Oggi comunque l’ecocardiografia standard rappresenta l’esame più utilizzato per la valutazione della struttura del ventricolo sinistro nei pazienti con ipertensione».
Un altro metodo per individuare i danni provocati dall’ipertensione riguarda lo studio delle arterie di calibro maggiore, che perdono progressivamente elasticità, e anche l’analisi delle piccole arterie e della rete capillare. Infatti l’ipertensione arteriosa provoca alterazioni del microcircolo, principalmente l’incremento dello spessore della parete e la riduzione del diametro interno delle piccole arterie, e queste alterazioni sono un potente predittore di eventi cardiovascolari. «Il microcircolo è quella parte del circolo composta da vasi di piccolissime dimensioni (inferiori a 300 micron), responsabile non solo della distribuzione del sangue negli organi più importanti ma anche delle sue resistenze al flusso» spiega Agabiti Rosei. «Rappresenta dunque la sede di alterazioni che influenzano anche la circolazione delle grandi arterie». In alcuni studi la valutazione della struttura delle piccole arterie è stata eseguita con una tecnica, detta micromiografica, assai precisa e attendibile, utilizzata in pochi laboratori di ricerca, nella quale i piccoli vasi vengono dissezionati e isolati da biopsie tissutali, e sottoposti a misurazioni morfologiche e a valutazione delle risposte funzionali. La tecnica micromiografica ha permesso di confermare le alterazioni delle piccole arterie nei soggetti ipertesi e di confermare come i trattamenti farmacologici e clinici possono invertire questo processo. Da non trascurare, però, anche i cambiamenti dello stile di vita.
«Una cospicua riduzione di peso in pazienti con grave obesità incide significativamente non soltanto su diverse alterazioni emodinamiche (come la pressione arteriosa e la frequenza cardiaca) e metaboliche (dislipidemia, insulino-resistenza) ma anche sul danno d’organo precoce e in particolare sulle alterazioni della struttura del microcircolo» aggiunge Agabiti Rosei. «La riduzione del peso corporeo si associa a un notevole miglioramento delle alterazioni strutturali vascolari nelle piccole arterie sottocutanee nonché degli indici circolanti di stress ossidativo. L’obesità si associa infatti, fra le altre cose, a una marcata alterazione della struttura di parete dei piccoli vasi e a una perdita della normale funzione dell’endotelio, lo strato di cellule che riveste internamente i vasi. Sono fattori che possono concorrere all’aumento del rischio cardiovascolare osservato in questi pazienti».
Anche l’analisi della struttura microvascolare presente nella retina dell’occhio può essere utile per valutare i cambiamenti provocati dall’ipertensione nei piccoli vasi e il danno d’organo cardiaco. La valutazione delle arteriole nel fondo dell’occhio mediante flussimetria laser Doppler potrebbe rappresentare una procedura non invasiva e facilmente ripetibile per ottenere informazioni sulla morfologia microvascolare della retina e le modificazioni provocate dall’ipertensione.
I fattori di rischio, soprattutto l’ipertensione, possono favorire le alterazioni strutturali e funzionali delle arterie di piccolo e grande calibro che configurano il quadro di un precoce invecchiamento vascolare, che a sua volta può essere prevenuto e corretto con una adeguata terapia. Per ottenere il risultato migliore è necessario che venga effettuata un’accurata stratificazione del rischio vascolare globale e un tempestivo trattamento, perché una terapia tardiva o parziale consente di ottenere solo un modesto beneficio.
Oggi sono allo studio nuovi farmaci per il trattamento delle ipercolesterolemie, delle iperuricemie, del diabete mellito e dell’ipertensione arteriosa, dei quali si è ampiamente discusso durante il simposio. Per quanto riguarda il trattamento dell’ipertensione, gli esperti riuniti al Simposio di Brescia hanno sottolineato l’utilità dei farmaci in associazione, in particolare tra un sartano e un calcio-antagonista. «Nonostante l’ampia disponibilità di trattamenti antipertensivi, solo il 30% dei pazienti italiani ipertesi riesce a portare i propri livelli di pressione nella norma, anche perché molti pazienti non assumono i farmaci prescritti» sottolinea Agabiti Rosei. «La combinazione di due antipertensivi semplifica il regime terapeutico, riducendo il numero di compresse da assumere e quindi migliorando l’aderenza alla prescrizione del medico. Anche se spesso la pressione alta non provoca sintomi, le persone ipertese non dovrebbero dimenticare che un abbassamento medio di pochi millimetri di pressione sistolica può ridurre in maniera significativa il rischio di mortalità dovuta a cardiopatia ischemica e ad altri eventi cardiovascolari, nonché il rischio di mortalità da ictus».

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L’Italia guida il primo studio europeo per contrastare l’invecchiamento

Posted by fidest press agency su martedì, 7 ottobre 2014

034-Figura di vecchio seduto addormentato con mani strette a pugno chiuso, 1944, Carboncino, cm 180 ricercatori da 11 nazioni, 1.500 pazienti coinvolti e un finanziamento pubblico-privato di 49 milioni: il progetto SPRINTT coordinato dal prof. Bernabei dell’Università Cattolica di Roma e dalla Dott.ssa Del Signore, Sanofi R&D
Curare le patologie della terza età non basta: la vera sfida è contrastare l’invecchiamento “in sé”. Quel che a lungo è rimasto un’utopia diviene l’oggetto del primo studio clinico europeo che non punta, semplicemente, a testare soluzioni terapeutiche per le malattie tipiche degli anziani, ma si prefigge, direttamente, l’obiettivo di contrastare la fragilità fisica, che dell’invecchiamento è il primo campanello di allarme. Si apre così la strada a concrete strategie anti-invecchiamento che ne affrontino e combattano le conseguenze peggiori: la non autosufficienza e la disabilità. Il progetto SPRINTT (Sarcopenia and Physical fRailty IN older people: multi-componenT Treatment strategies) è stato disegnato da un gruppo di ricercatori europei a guida italiana, e si è aggiudicato un finanziamento di 49 milioni di euro, cifra inedita per la ricerca nel settore. Questi fondi sono stanziati dall’IMI (Innovative Medicines Initiative), la partnership pubblico-privato promossa dalla Direzione Generale ‘Ricerca’ della Commissione Europea in collaborazione con la Federazione europea delle associazioni e delle industrie farmaceutiche (Efpia).“L’identificazione di un trattamento per la fragilità fisica e per la sua base biologica, sarcopenia o perdita di massa muscolare, è imprescindibile per ritardare o prevenire il suo effetto più temibile: la disabilità motoria. Quando vedete una persona rallentare nel suo incedere, avere necessità di accompagnarsi a qualcuno per camminare, appoggiarsi ogni tanto a un mancorrente… ecco la fotografia della vecchiaia. La capacità di camminare alla consueta velocità e senza assistenza, fondamentale per una vita indipendente, è spesso la prima abilità che si perde con la senescenza. Attraverso il progetto SPRINTT, per la prima volta e con un finanziamento così cospicuo, l’Europa scommette sulle concrete possibilità della scienza di contrastare la conseguenza principale e più impattante dell’invecchiamento, e di garantire agli anziani più autonomia e una qualità di vita superiore”, con queste parole il professor Roberto Bernabei, direttore del dipartimento di Geriatria, Neuroscienze e Ortopedia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, nonché responsabile della Managing Entity di SPRINTT, ha presentato oggi il progetto in conferenza stampa. “Il progetto SPRINTT – ha proseguito Bernabei – rappresenta un cambio di paradigma: non cerchiamo di trattare le patologie di anziani già malati; ma puntiamo a prendere in carico, in senso forte, persone fragili, che si avviano alla terza età. Testiamo quindi con loro un approccio multicomponente, che garantisca il mantenimento di un vigore fisico sufficiente a rimanere autonomi e indipendenti. C’è poi l’orgoglio per un grande successo della ricerca italiana: il progetto SPRINTT coinvolge oltre 80 ricercatori di 11 Paesi europei, ed è guidato dal gruppo italiano dell’Università Cattolica, da me diretto in collaborazione con Susanna Del Signore di Sanofi Aventis, che insieme a GSK, Novartis, Eli-Lilly e Servier costituisce il pilastro privato di questa impresa”.L’elemento centrale di SPRINTT è un trial clinico randomizzato controllato di Fase III, identico agli studi condotti, ad esempio, su nuovi farmaci – basato su un intervento multicomponente: esercizio fisico, adeguata nutrizione, ausili tecnologici. 1.500 ultrasettantenni di tutta Europa, definibili “fragili” mediante appositi test, saranno divisi in due gruppi. Il primo gruppo, di 750 soggetti, sarà trattato con 45 minuti di esercizio fisico specifico tre volte a settimana, con una valutazione mensile dello stato nutrizionale e con il monitoraggio continuo, garantito da uno speciale orologio da polso, che registra l’attività fisica giornaliera e le eventuali cadute. Il secondo gruppo di 750 ultrasettantenni rappresenterà il cosiddetto “gruppo di controllo”, al quale saranno impartiti consigli ripetuti sul corretto stile di vita, e saranno semplicemente suggeriti alcuni esercizi per la mobilità degli arti superiori. Nell’arco di due anni, i ricercatori misureranno con precisione l’evoluzione delle condizioni fisiche dei due gruppi di over-70, valutandone le capacità di camminare e di spostarsi autonomamente, di non cadere, di non ammalarsi frequentemente e di non essere ricoverati presso strutture sanitarie o assistenziali in genere. Le metodologie utilizzate e i risultati clinici saranno presentati all’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) al fine di ottenere un parere regolatorio.“Il progetto SPRINTT – ha dichiarato Michel Goldman, Direttore Esecutivo dell’IMI – sottolinea l’importanza della cooperazione tra le aziende farmaceutiche, le Università, gli istituti di ricerca e le piccole e medie imprese. Solo lavorando insieme le diverse figure impegnate nel settore dell’assistenza sanitaria possono porre le basi per affrontare la sarcopenia e la fragilità fisica, bisogni per i quali non esistono terapie efficaci, e che rappresentano sfide importanti per le nostre società che invecchiano progressivamente”.“La fragilità fisica legata alla sarcopenia è una condizione geriatrica per eccellenza, cioè specificamente legata all’invecchiamento – ha affermato Susanna Del Signore, Ass. Vice-President Global Regulatory Affairs di Sanofi R&D –. Grazie a un consorzio pubblico-privato come SPRINTT è possibile realizzare in Europa uno studio clinico a lungo termine per le persone anziane che ne soffrono. Ci aspettiamo inoltre una discussione costruttiva con gli enti regolatori, durante e alla fine di questo programma, che apra la strada a trattamenti farmacologici innovativi”.

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Invecchiamento precoce

Posted by fidest press agency su giovedì, 12 settembre 2013

Sappiamo che la popolazione italiana sta invecchiando, i dati ISTAT 2011 indicano che gli over 65 sono aumentati di circa due milioni di unità negli ultimi 10 anni, il 20,8% degli individui, tra i quali, in aumento, anche gli over 85. Quello che non sappiamo è se la popolazione sta invecchiando precocemente, cioè se l’età biologica è superiore a quella anagrafica, e di conseguenza gli organi e i sistemi dell’organismo siano più o meno efficienti di quanto dovrebbero. Molti studi dimostrano che lo stile di vita nei paesi industrializzati logora: inquinamento, stress, alimentazione, tanti sono i fattori che ai giorni nostri inducono all’invecchiamento precoce.L’indagine dell’Osservatorio Nutrizionale Grana Padano dimostra che i fattori modificabili che possono contrastare l’invecchiamento precoce sono poco o solo parzialmente considerati dagli italiani, soprattutto mette in evidenza la scarsa pratica dell’attività fisica e abitudini alimentari che, soprattutto nei giovani, non contrastano l’invecchiamento precoce. Se si paragona lo stile di vita medio dichiarato dagli intervistati con quello consigliato dagli esperti, si comprende quanto si sia distanti dal contrastare l’invecchiamento precoce. Specie i giovani dovrebbero prendere in seria considerazione lo stile di vita che segue perché questo diminuirà il rischio di ammalarsi a tutte le età, ma li aiuterà ad essere degli anziani con minori problemi di salute, ed anche ad avere un aspetto più giovane della loro età anagrafica.Il team di esperti dell’Osservatorio Nutrizionale Grana Padano ha esaminato quanto un individuo adotti uno stile di vita che possa contrastare l’invecchiamento precoce. La gerontologia sostiene che aumentare la durata della vita in sé è sicuramente positivo, ma l’obiettivo vero della società dovrebbe essere la riduzione della disabilità e della perdita di autonomia dell’età avanzata e quindi vivere a lungo e bene.In particolare, la ricerca ha verificato quanto lo stile di vita delle persone aiuti a evitare o contrastare l’invecchiamento precoce, quindi diminuire il rischio di contrarre malattie nel corso della vita (non solo in età avanzata), ma anche avere un aspetto ed una efficienza migliori. Si tratta di fattori detti modificabili, cioè dipendenti dal nostro atteggiamento.Un campione di 1453 persone (77% femmine 23% maschi) ha compilato un questionario che attraverso 15 domande traccia il profilo del soggetto: età, sesso, peso, altezza, attività fisica, fumo e abitudini alimentari. Il campione è stato diviso in tre fasce d’età (18-30, 31-60, over 60) e i dati emersi dal questionario sono stati confrontati con i più importanti fattori modificabili per valutare il grado di contrasto all’invecchiamento precoce della persona: il peso e relativo indice di massa corporea (BMI), l’assunzione regolare e bilanciata di alimenti con nutrienti protettivi, l’attività fisica, il fumo.Dai dati antropometrici emerge che il 60% del campione è normopeso (BMI compreso tra 18,5-24,9), il 26% sovrappeso e il 9% obeso (BMI superiore a 30). Il BMI aumenta con l’età. Si passa da una prevalenza di normopeso dell’80% tra i 18-30 anni, al 37,4% dopo i 60 anni, mentre i sovrappeso o obesi sono l’8,3% i più giovani e il 46% i più anziani.Da tempo la letteratura scientifica segnala che all’aumentare dell’età aumenta il BMI, ma l’entità dell’aumento evidenziato dall’indagine è davvero elevata. Paradossalmente, valutando le abitudini alimentari, emerge che mangiano meglio le persone sopra i 60 anni (più frutta, più verdura, più pesce) rispetto ai giovani.“Possiamo pensare che le persone più anziane siano quelle con le migliori abitudini alimentari da sempre: mangiare correttamente è un fattore importante sull’aspettativa di vita – spiega la Dott.ssa Michela Barichella responsabile medico della SS di Dietetica e Nutrizione Clinica ICP di Milano – In particolare, dai dati dell’Osservatorio nutrizionale Grana Padano, risulta che gli anziani, rispetto ai giovani, assumono più alimenti ricchi di antiossidanti e nutrienti protettivi come alcune vitamine e minerali e i grassi omega 3”.Dai dati emersi dai questionari, infatti, emerge che il 18 % degli intervistati tra i 18-30 anni non assume pesce (rispetto al 9% degli individui sopra i 60 anni). Il 97 e 98% degli over 60 assume giornalmente verdura e frutta (rispetto al 93 e 80,5% dei ragazzi). In particolare, la frutta è più gradita dagli anziani e il 47% di essi ne introduce da due a tre porzioni al giorno. I legumi non sono molto graditi ai ragazzi; il 16% non li consuma (rispetto al 10 % dei sessantenni). L’olio d’oliva è il condimento preferito dopo i 60 anni.
Sebbene la maggior parte delle abitudini emerse siano migliori negli ultra sessantenni, abbiamo una controtendenza per quanto riguarda il consumo dell’acqua. Il 22% degli intervistati sopra i 60 anni assume meno di 0,5 litri di acqua al giorno e solo il 33% introduce più di 1,5 litri al giorno.
Nelle 3 fasce di età i non fumatori sono 88,6% di femmine contro 89% dei maschi, si nota anche come con l’avanzare dell’età i fumatori diminuiscano, infatti tra i 18 e 30 sono il 12,2% mentre gli over 60 che ancora fumano sono il 9,7%, un campione sicuramente virtuoso rispetto alla media. Per l’attività fisica però le cose purtroppo cambiano, le femmine che la praticano sono il 44,3% contro il 63,6% dei maschi. I giovani non si muovono molto di più dei meno giovani; solo il 50,3% ha tra 18 e 30 anni mentre gli over 65 seguono a ruota con il 45,9%.

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La nuova frontiera nella prevenzione dell’invecchiamento cellulare

Posted by fidest press agency su mercoledì, 9 maggio 2012

La popolazione mondiale sta invecchiando e il fenomeno è destinato ad assumere proporzioni sempre più preoccupanti, con oltre 2 miliardi di ultrasessantenni nel 2050[1]. Prevenzione è dunque la parola d’ordine.
L’Esperidina è l’innovativa strada percorsa dai laboratori L’Oréal e Nestlé. Questo attivo è stato presentato al 20° Congresso EADV (European Academy of Dermatology and Venereology) di Lisbona, durante il quale sono state evidenziate le sue proprietà nel contrastare la micro-infiammazione, una nuova causa dell’invecchiamento cellulare solo recentemente scoperta. Da anni è noto il ruolo chiave che lo stress ossidativo ha nel precoce invecchiamento delle cellule: l’assenza di equilibrio tra quantità di radicali liberi (ROS) e antiossidanti presenti a livello cellulare consente ai radicali liberi di danneggiare le strutture delle cellule in profondità. Recenti studi hanno tuttavia confermato l’esistenza di un altro evento in grado di precludere la salute cellulare: la micro-infiammazione cronica. Questo fenomeno è in grado anch’esso di provocare ROS, ed è ugualmente responsabile dell’invecchiamento cellulare.
“La micro-infiammazione cronica è una condizione insidiosa poiché silente e asintomatica, rilevabile solo a livello cellulare. La causa: un disequilibrio tra mediatori pro-infiammatori e anti-infiammatori” conferma Mariuccia Bucci, Vice Presidente e Responsabile Dipartimento NutriDermatologia ISPLAD.
“Il nostro corpo è vittima di stress quotidiani che determinano uno squilibrio ossidativo e infiammatorio.” prosegue Bucci “Un accumulo di radicali liberi ed uno stato di micro-infiammazione cronica causano un danneggiamento di tutti i costituenti cellulari, proteine, lipidi e anche DNA. Le cellule come conseguenza di ciò perdono la loro omeostasi, il loro equilibrio, funzionano male e invecchiano precocemente”. Da questa nuova conoscenza, l’importante intuizione dei laboratori L’Oréal e Nestlé: rallentare l’invecchiamento contrastandone le due principali cause a livello cellulare. La soluzione un approccio nutrizionale che combina antiossidanti, in grado di neutralizzare i radicali liberi, con un potente modulatore dell’infiammazione, l’Esperidina.
Già nel 2008 l’INRA, istituto di ricerca europeo in scienze agronomiche, dimostra le proprietà biologiche dell’Esperidina nella prevenzione dell’alterazione del metabolismo osseo nel processo di invecchiamento[2]. Nel 2011 i ricercatori L’Oréal e Nestlé, consapevoli del fatto che ossa e pelle condividono la stessa origine a livello embrionale, decidono di andare oltre, studiando l’effetto dell’Esperidina sulla cute. Lo studio clinico in doppio cieco contro placebo L’Oréal e Nestlé coinvolge 66 donne che per 6 mesi assumono quotidianamente 430mg di Esperidina o placebo. Le evidenze emerse da valutazione immunoistologica con biopsia e valutazioni strumentali vengono presentate durante il 20° Congresso EADV (European Academy of Dermatology and Venereology), suscitando grande interesse tra gli esperti del settore.
“Le approfondite valutazioni condotte per verificare l’efficacia dell’Esperidina ne hanno evidenziato la capacità di agire sui principali segni dell’invecchiamento cutaneo a livello di derma ed epidermide” spiega Norma Cameli, Responsabile Dermatologia Estetica, Istituto Dermatologico San Gallicano IRCCS di Roma. “I dati raccolti dimostrano come l’Esperidina assunta per via orale sia in grado di ridurre l’intensità delle iperpigmentazioni cutanee, di migliorare le proprietà biomeccaniche della pelle e di accelerare il turnover epidermico, aumentando così la luminosità della cute. Inoltre, è stato dimostrato a livello del derma anche un aumento di collagene, glicosaminoglicani e acido ialuronico, con conseguente aumento d’idratazione ed elasticità della cute”.Ed è così che arriviamo ad oggi, quando, forti delle evidenze emerse sull’Esperidina come modulatore del processo infiammatorio cellulare, della sua azione su metabolismo osseo e cute i laboratori Innéov la selezionano come ingrediente principale di un rivoluzionario integratore alimentare, Anti-Age Cellulaire. Un vero e proprio alleato che, grazie anche alla combinazione con un sistema antiossidante di Selenio e Vitamina C, consente di rallentare l’invecchiamento cellulare dall’interno, combattendo gli effetti dei radicali liberi e proteggendo i costituenti cellulari.

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Diabete di tipo 2: effetti positivi delle incretine sulla riduzione delle gravi complicanze della malattia

Posted by fidest press agency su giovedì, 15 marzo 2012

English: Skeletal diagram of C-peptide.

Image via Wikipedia

Il Diabete Mellito di tipo 2 (DMt2) è una delle sfide più ardue per tutti i sistemi sanitari del pianeta, a causa della continua e inesorabile crescita della sua prevalenza, dipendente soprattutto dalla diffusione dell’obesità e dall’invecchiamento della popolazione. Si stima che entro il 2030, nei Paesi industrializzati, il DMt2 possa diventare la quarta causa di morte; tra le persone affette da diabete, infatti, le patologie cardiovascolari sono da due a quattro volte più frequenti rispetto ai soggetti non diabetici di pari sesso ed età. Secondo i dati riportati nell’annuario ISTAT del 2010, in Italia è diabetico il 4,9% della popolazione (5,2% delle donne e 4,5% degli uomini), pari a circa 2.960.000 persone. Alla base del diabete di tipo 2 vi sono, principalmente, una ridotta ed alterata produzione di insulina e la resistenza agli effetti biologici della stessa: è stato dimostrato che un controllo glicemico ottimale riduce le complicanze croniche di tale patologia. Fino a poco tempo fa, la terapia farmacologica del diabete tipo 2 era basata in via quasi esclusiva sulla metformina, sui secretagoghi (sulfoniluree e glinidi), sui glitazoni (oggi solo pioglitazone) e sull’insulina. Di recente, si è diffusa una nuova classe di farmaci, le cosiddette incretine, che comprendono gli agonisti del recettore del Gastrointestinal

Like Peptide (GLP-1) (ARGLP-1, exenatide e liraglutide) e le glipitne (inibitori della dipeptil-peptidasi 4 -DPP4).
Il corretto impiego di questa nuova classe di farmaci per il diabete e la relativa appropriatezza prescrittiva sono stati oggetto di discussione durante l’evento “Diabete tipo 2 ed innovazione terapeutica: le incretine”, organizzato oggi in Senato, presso la sala Caduti di Nassiriya, dall’ Associazione parlamentare per la tutela e la promozione del diritto alla prevenzione e dall’Italian Barometer Diabetes Observatory, al quale ha preso parte il Direttore Generale di AIFA prof. Pani.
Per il senatore Antonio Tomassini e la Senatrice Emanuela Baio, firmatari di una mozione parlamentare sul tema, bisogna che a livello nazionale e Regionale venga garantita da parte di AIFA, la piena disponibilità dei farmaci incretinici e l’accesso ai farmaci innovativi in linea con quanto avviene a livello di altri paesi Europei, per garantire a tutti i pazienti diabetici di tipo 2 che ne hanno bisogno una corretta gestione della terapia e una gestione precoce della malattia, con gli effetti positivi sulla riduzione delle gravi complicanze del diabete.
La preoccupazione di fondo da parte delle Società Scientifiche di diabetologia, che hanno redatto un position statement sulle incretine, è che l’imposizione di un tetto di spesa a tali farmaci innovativi da parte di AIFA, rischia di non garantire per tutti i pazienti che già ne traggono beneficio il mantenimento della terapia, e di ostacolarne o negarne l’utilizzo per altri potenziali pazienti che a giudizio del diabetologo dovrebbero farne uso. Secondo il Prof. Gabriele Riccardi, Presidente della Società Italiana di Diabetologia, “la terapia incretinica rappresenta una importante innovazione nel trattamento del diabete di tipo 2 portando innegabili vantaggi soprattutto ai pazienti con complicanze cardiovascolari, particolarmente frequenti nelle persone anziane, oppure a chi ha problemi di obesità”. Nel suo intervento di apertura il Prof. Riccardi ha sottolineato come le incretine “sono farmaci di grande maneggevolezza ed efficacia che possono portare addirittura ad una riduzione della spesa per la cura del diabete se si considera che sono proprio le complicanze e, la conseguente ospedalizzazione che ne può derivare, ad incrementare i costi per questa malattia. Le ipoglicemie rappresentano una frequente causa di ricovero specie nelle persone anziane e i farmaci incretinici riducono drasticamente il rischio di ipoglicemie e di conseguenza anche gli interventi sanitari, inclusa l’ospedalizzazione, che sono necessari per trattarle”. Il Dottor Carlo Giorda, Presidente dell’Associazione Medici Diabetologi ha sottolineato “l’importanza dell’uso mirato dei farmaci incretinici, strumenti di terapia ormai indispensabili per una cura moderna e tempestiva del diabete – facendo notare nel contempo come – in Italia la prescrizione di questi farmaci è pari ad un ottavo di quella degli altri paesi Europei”. Il dottor. Giorda ha spiegato inoltre “come sarebbe semplice e immediato monitorare l’utilizzo dei farmaci incretinici attraverso le reti, già esistenti, di cartelle cliniche elettroniche della diabetologia e della medicina generale, garantendo così, in tempo reale, un efficace controllo dell’appropriatezza d’uso”. Per i presidenti delle due Società Scientifiche, in definitiva la terapia incretinica può offrire un buon rapporto costo/efficacia se impiegata in categorie specifiche di pazienti con diabete mellito di tipo 2. In questi soggetti è possibile calcolare come l’aumento di spesa iniziale possa fornire un risparmio economico a lungo termine grazie alla riduzione dei costi assistenziali diretti e di ricovero. Per ottenere tali risparmi, tuttavia, è indispensabile garantire la prescrivibilità degli ARGLP-1 e delle gliptine ai pazienti nei quali i benefici terapeutici, inclusa la documentata riduzione delle complicanze acute e croniche, giustifichino l’incremento dei costi farmaceutici. L’attuale tetto di spesa non è in grado di garantire la prescrivibilità al paziente fragile, che svolge professioni a rischio, con fattori predittivi di rischio di grave ipoglicemia, in quello con intolleranza alla metformina. A tal fine SID e AMD si rendono immediatamente disponibili a collaborare all’elaborazione di linee guida condivise sull’uso di questi farmaci che prevedano indicazioni precise al loro uso (anche mediante un’apposita nota AIFA alla prescrivibilità di questi farmaci) costituire un osservatorio sull’appropriatezza prescrittiva, verificare gli outcomes della terapia. In questa prospettiva un valore aggiunto avrebbe la promozione delle cartelle cliniche informatizzate già in uso presso Medici di Medicina Generale e Diabetologia Specialistica, con la possibilità di scambio dati per la verifica dell’appropriatezza prescrittiva e degli outcomes della terapia. Il Dott. Carlo Tomino, Direttore Ufficio Sperimentazione e Ricerca di AIFA, ha presentato i dati del monitoraggio AIFA su questi classi di farmaci. Il prof. Lorenzo Mantovani, Presidente Comitato Scientifico “Fondazione Charta”, nel suo intervento ha spiegato: “E’ assodato che la terapia con le diverse incretine, quando usate in modo appropriato, contribuisce in modo efficace e costo efficace alla gestione di un paziente complesso come il soggetto diabetico. Questo ruolo è stato riconosciuto anche dalle agenzie di technology assessment che adottano i criteri severi nel giudizio dei nuovi farmaci, vale a dire lo Scottish Medicine Consortium (SMC) ed il NICE. Nonostante la letteratura scientifica italiana mostri rapporti di costo efficacia simili a quelli stimati da NICE ed SMC per Inghilterra Scozia e Galles, tuttavia l’uso di questi farmaci in Italia rimane a tutt’oggi decisamente più limitato di quanto sia in altri paesi, incluso il Regno Unito.” In conclusione il Prof. Renato Lauro, Presidente dell’Italian Barometer Diabetes Observatory, ha evidenziato come sia necessario oggi affrontare globalmente gli aspetti pandemici dei diabetici, puntando sulla prevenzione, diagnosi e trattamento precoce e che certamente l’utilizzo di nuove classi di farmaci quali le incretine, servono in tal senso a portare un reale contributo nella terapia del diabete tipo 2. (Stefano Sermonti)

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Il tratto distintivo del nostro secolo

Posted by fidest press agency su lunedì, 29 agosto 2011

E di quello che ci ha preceduti. Il secolo XX è stato quello dell’esplosione demografica. Il secolo XXI lo sarà per l’invecchiamento della popolazione. Sta ora da vedere quanto rapido sarà questo processo dato che se sarà troppo rapido rischierà di tramutarsi in un invecchiamento sociale ed economico e, quindi, di una involuzione dell’intera società. Va, tuttavia, fatta una precisazione. Il processo d’invecchiamento è positivo perché deriva da due vittorie che l’umanità ha inseguito per millenni, cioè eliminare le morti precoci e controllare le nascite non desiderate. Si tratta quindi, di farlo procedere con una maggiore gradualità per trovare un adattamento dinamico a questa mutazione demografica. Questo rallentamento è imposto dalla lentezza dei nostri processi istituzionali. Pensiamo a quanto lente sono state le prime riforme del mercato del lavoro in Italia per il lavoro interinale, per il lavoro part-time e via di questo passo. Ma la democrazia avanza e non sta ad aspettare. Tutto questo per dire che le mutazioni demografiche sono silenziose e dirompenti e, se sono troppo veloci, diventano ingestibili.(Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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