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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 220

Posts Tagged ‘invecchiare’

«Invecchiare in salute: quali percorsi?»

Posted by fidest press agency su domenica, 19 gennaio 2020

Roma venerdì 24 gennaio 2020, dalle 14,30 alle 19.00, presso la Sala Zuccari del Senato della Repubblica a Palazzo Giustiniani a Roma in Via Dogana Vecchia 29 organizzato dal Rotary Club Roma Capitale convegno intitolato «Invecchiare in salute: quali percorsi?»
Il convegno-evento, realizzato grazie alla fattiva collaborazione della senatrice Paola Binetti, è organizzato dal Rotary Club Roma Capitale (distretto 2080) con la partecipazione (ad oggi) di 20 differenti club appartenenti a 5 diversi distretti italiani del Rotary International. «Non è un convegno medico-scientifico a favore di qualche casa farmaceutica, ma è un convegno “rotariano”» puntualizza il responsabile e portavoce del Progetto Alzheimer del Rotary Club Roma Capitale.E con ciò il dottor Renato Boccia intende dire che il convegno si occuperà di un problema attuale di grande interesse sociale per il quale il Rotary è in grado di fornire una lettura del problema alla luce dei valori che propugna, quali il «servire al di sopra di ogni interesse personale».In Italia i malati conclamati di Alzheimer sono 1,2 milioni, ma ci sono anche oltre 700 mila persone che ancora non sanno di essere malate. Nel mondo invece i malati sono addirittura 49 milioni, il che equivarrà a dire tra 10 anni un nuovo malato ogni tre secondi. «Cifre che devono far pensare e che devono essere prese seriamente in considerazione» conclude il presidente del Rotary Club Roma Capitale. Anche solo una notte di sonno persa da giovani potrebbe avere effetti gravissimi sul cervello. Questa è la più recente scoperta sull’Alzheimer basata su uno studio condotto da Jonathan Cedernaes, senior researcher dell’«Università di Uppsala» in Svezia, pubblicato sulla rivista «Neurology», che ha messo in evidenza come perdere una notte di sonno porti all’aumento del 17% della proteina tau presente nel sangue, il più probabile marker del rischio di malattia di Alzheimer.«Nel frattempo, però, nuove ricerche aprono la strada verso un vaccino contro questa malattia e il decennio appena iniziato potrebbe così segnare la svolta. Bisogna solo trovare più fondi per finanziare la ricerca e di questo possiamo farci carico noi rotariani, proprio come abbiamo fatto per la poliomelite» commenta il dottor Renato Boccia, portavoce e responsabile -insieme al consocio Claudio Pernazza- del Progetto Alzheimer del Rotary Club Roma Capitale.Combinando due vaccini, i risultati ottenuti sui topi da un team composto da ricercatori dell’Istituto di Medicina Molecolare e dell’Università della California, a Irvine, sono promettenti e sono già stati pubblicati su «Alzheimer’s Research & Therapy», prevedendo di arrivare alla sperimentazione umana entro 2 anni.La sfida più grande, però, parte ora da Roma, più precisamente dal Rotary Club Roma Capitale (distretto rotariano 2080) che -essendo la poliomelite prossima ad estinguersi- sta proponendo ai rotariani di tutto il mondo di concentrarsi nella lotta ad un’altra malattia: l’Alzheimer.Negli ultimi 30 anni l’associazione internazionale fondata da Paul Harris si è concentrata proprio sulla poliomelite ed ha consentito di vaccinare 2,5 miliardi di bambini in 122 Paesi, con un impegno economico di circa 2 miliardi di dollari da parte dei rotariani di tutto il mondo. Ma questa malattia è oggi quasi del tutto debellata.Ci vuole allora un altro ambizioso obiettivo da raggiungere: sconfiggere l’Alzheimer. E d’altra parte gli studiosi italiani stanno dando un contributo fondamentale, con in prima linea i ricercatori della Fondazione EBRI (European Brain Research Institute) “Rita Levi-Montalcini”.In pratica, i ricercatori italiani hanno scoperto una molecola che «ringiovanisce» il cervello bloccando l’Alzheimer nella prima fase: è l’anticorpo A13 che favorisce la nascita di nuovi neuroni e contrasta così i difetti che accompagnano le fasi precoci della malattia.Lo studio coordinato da Antonino Cattaneo, Giovanni Meli e Raffaella Scardigli, presso la Fondazione EBRI in collaborazione con il CNR, la Scuola Normale Superiore e il Dipartimento di Biologia dell’Università di Roma Tre, è stato recentemente pubblicato sulla rivista «Cell Death and Differentiation».

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Invecchiare bene si può

Posted by fidest press agency su giovedì, 16 agosto 2018

«Creare la figura del geriatra di base e responsabilizzare il medico di famiglia, il primo anello della catena di spesa sanitaria». Subito dopo s’impone un altro aspetto del problema: come migliorare le condizioni dell’invecchiamento degli italiani? Dobbiamo innanzitutto capire qual è la sua entità. Diciamo che il 34,6% della popolazione italiana ha raggiunto i 65 anni, e se osserviamo il fenomeno a livello mondiale sappiamo che gli over 65 nel mondo passeranno dagli attuali 756,45 milioni a più di un miliardo e 400 milioni. Negli anni abbiamo riempito il territorio di consultori, dove si trovano tutte le professionalità mediche: psichiatri, sociologi, pediatri di base ecc. È incomprensibile come in un paese che invecchia progressivamente come l’Italia, ancora non si sia pensato di istituire la figura del geriatra di base che punti sulla prevenzione per migliorare le condizioni di vita dell’anziano. Dobbiamo inoltre tornare ad attribuire al medico di famiglia quel ruolo centrale che merita. È il medico di medicina generale che può decidere della spesa farmaceutica, diagnostica e specialistica. C’è poi scarsa sinergia tra medico di famiglia, guardia medica, servizi territoriali, pronto soccorso ecc. L’informatizzazione dei dati sanitari potrebbe aiutare a tenere sotto controllo la situazione medico-sanitaria del territorio. Lo stesso medico ospedaliero, in caso di ricovero, troppo spesso non fa che ripetere visite specialistiche e diagnostiche già prescritte al paziente dal medico di medicina generale, con il risultato di raddoppiare la spesa e i tempi di cura». Il servizio sanitario nazionale in generale funziona. Ma negli ultimi 15 anni, non siamo riusciti ancora a definire né i livelli di assistenza sanitaria né quelli socio-assistenziali di base, né a rendere uniforme la qualità del servizio su tutto il territorio nazionale. Tutto ciò rende difficile contribuire al miglioramento delle condizioni degli anziani e non solo. (Redazione Fidest)

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In Italia si invecchia male

Posted by fidest press agency su giovedì, 28 settembre 2017

istat“Siamo un paese tra i più longevi d’Europa ma quantità non è sinonimo di qualità – ricorda Lorenzo Gasparrini, Segretario Generale di DOMINA, sindacato delle Famiglie datori di Lavoro Domestico – e a confermarlo sono i dati”. “Secondo le ultime stime Istat – afferma Gasparrini – il 23,1% degli anziani ha gravi limitazioni motorie e il 58,1% necessita di assistenza. Non tutti però riescono ad accedere alle prestazioni di cura necessarie, solo nel Sud Italia la quota di aiuto non soddisfatta ammonta al 67,5%”.
“Inoltre, come riscontrato dai dati della nostra Ricerca – prosegue Gasparrini – molti anziani non riescono a permettersi l’assistenza privata. Oltre il 70% dei pensionati ha un reddito complessivo inferiore ai 14.600 € l’anno mentre il costo di una badante full-time raggiunge i 16.000 € all’anno”.
“La percentuale di aiuto non soddisfatto – conclude la nota – tra gli anziani meno abbienti raggiunge il 64,2%; è evidente che sono necessarie delle misure di welfare mirate per consentire ai nostri anziani di ricevere le cure di cui hanno bisogno e di condurre una vita lunga ma soprattutto serena”.

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Scuola: Si invecchia insegnando

Posted by fidest press agency su giovedì, 14 settembre 2017

scuola-digitale-casnati-como-800x500_cSecondo i dati ufficiali Miur, l’organico degli insegnanti in questo nuovo anno scolastico raggiungerà il livello record di 762mila posti, ma la media dell’età è ancora alta, nonostante le immissioni in ruolo di giovani dall’ultimo concorso: l’età media dei professori italiani – quasi l’83% sono donne – è di 51,2 anni, in aumento rispetto ai 50,7 anni del 2015/2016. I docenti con più di 50 anni superano di gran lunga il 50% dell’organico: nella scuola media sfioriamo il 60%, alle superiori quasi il 70 per cento. Gli under 30 non arrivano allo 0,5%, mentre in Francia sono l’8,3%. Marcello Pacifico (Anief-Cisal): Incurante di tutto ciò, il Governo italiano allunga di due anni il percorso per far entrare di ruolo i candidati più giovani. Ma dimentica anche i nuovi precari nei processi di reclutamento, preferendo ad essere condannato alle spese per risarcimenti. La logica adottata dall’Esecutivo italiano rasenta l’autolesionismo quando si mandano a vuoto un terzo delle assunzioni dell’ultimo concorso. Con docenti selezionati, formati e abilitati lasciati a fare i precari, perché inseriti nella graduatoria B, quella d’istituto, anziché la A, le GaE. È una decisione che fa scalpore, perché in principio, con la Siss, dopo sei anni dall’iscrizione universitaria di poteva entrare di ruolo. Poi con il Tfa e il Pas, subentrati dopo il 2011, nello stesso arco di tempo un aspirante docente era costretto a fare il precario. E ora con il FIT si farà il supplente con lo stipendio da tirocinante, con il pericolo di non essere confermato nei ruoli dopo 8 anni. E iniziare daccapo, come al gioco dell’Oca. Così lo Stato allontana le nuove generazioni dall’insegnamento. Per non parlare dell’estensione a 67 anni dell’età pensionabile che arriverà a 70. Approvata in barba alla riduzione dell’aspettativa di vita e non considerando che proprio tra i docenti – alcuni dei quali arrivano al ruolo solo dopo i 60 anni – i rischi di patologie derivanti da stress professionali risultano tra i più alti in assoluto.

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Invecchiare non fa rima con dolore

Posted by fidest press agency su venerdì, 27 novembre 2015

federanzianiIl dolore non è una condizione intrinseca, quasi obbligatoria, che inevitabilmente si accompagna all’invecchiamento. È questo il messaggio principale del simposio che si è tenuto a cura di Italia Longeva, a Napoli, nell’ambito del 60° Congresso della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria (SIGG). Il simposio, dal titolo “Il dolore: istruzioni per l’uso”, ha rappresentato la tappa conclusiva di un articolato percorso di formazione e approfondimento, che si è sviluppato nel corso dell’anno con l’obiettivo di fornire ai geriatri gli strumenti necessari per una presa in carico diretta del paziente anziano con dolore, al fine di garantirne un adeguato trattamento e una migliore qualità di vita. Alla fase di formazione in aula, basata anche sull’analisi di casi clinici, è seguita una seconda fase di “messa in pratica” di quanto appreso. Cinque tutor hanno supportato un centinaio di discenti nella pratica clinica, attraverso sei mesi di apprendimento al termine dei quali oggi, nel Simposio di pre-apertura del 60° Congresso SIGG, i discenti e i loro tutor hanno condiviso i più interessanti casi clinici analizzati, per un confronto sulla migliore strategia per affrontare le diverse tipologie di dolore dell’anziano.
Nei pazienti anziani, infatti, si riscontra in genere un’elevata incidenza di condizioni di dolore cronico e neuropatico. Le tipologie di dolore più diffuse sono il mal di schiena osteoartritico, soprattutto nella parte bassa della schiena o al collo, il dolore muscoloscheletrico, il dolore neuropatico periferico, spesso causato da diabete o da nevralgia post-erpetica, e infine i dolori articolari cronici. “L’identificazione di trattamenti sicuri ed efficaci per il dolore degli anziani – spiega Roberto Bernabei, presidente di Italia Longeva – è uno dei problema di salute pubblica più critici: non solo per la crescita esponenziale della popolazione anziana nel mondo, ma soprattutto per l’impatto del dolore sulla qualità e sulla speranza di vita degli over 65. Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità, infatti, nel suo ultimo rapporto sulla salute degli anziani, individua nella piena funzionalità fisica il principale obiettivo per la longevità e per un invecchiamento attivo e con un’adeguata qualità di vita. Ebbene proprio il dolore, riducendo la motilità dei nostri nonni, e suggerendo loro di preferire il letto o il divano alle passeggiate e alla vita all’aperto, è il primo responsabile della fragilità, e poi della disabilità che ‘affossa’ gli anziani”.La prevalenza del dolore, del resto, aumenta notevolmente in ogni decade di vita. “Ma il dolore – prosegue Bernabei – benché frequente, non è parte integrante dell’invecchiamento fisiologico. Anzi, il dolore cronico corrisponde a un guasto dei meccanismi di trasmissione o di ricezione dello stimolo doloroso, e quindi deve essere trattato come una vera e propria malattia. Questo è un obiettivo, di carattere culturale prima che clinico, da raggiungere assolutamente e in tempi brevi. Ancora oggi, infatti, il dolore dell’anziano spesso non viene trattato in maniera adeguata e tempestiva, anche perché il paziente tende a riferire solo parzialmente la propria sofferenza, vivendola con fatalismo e rassegnazione; appunto come se fosse un’inevitabile conseguenza della terza età. Dal punto di vista dei trattamenti – conclude Bernabei – per il dolore cronico, anche e soprattutto nell’anziano, la moderna farmacologia mette a disposizione farmaci oppioidi sicuri e appropriati, che rappresentano la prima opzione terapeutica per la sofferenza persistente. Quando il trattamento non si limita a una durata di pochi giorni e a un dolore di modesta entità, infatti, gli antinfiammatori non sono farmaci appropriati e presentano per gli anziani rischi notevoli, legati al pericolo di effetti indesiderati anche di grave entità. È un ribaltamento delle normali credenze e comportamenti di medici e pazienti. Ribaltamento che è stato il cuore del lavoro di formazione svolto”.

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Invecchiare bene si può

Posted by fidest press agency su martedì, 22 giugno 2010

«Creare la figura del geriatra di base e responsabilizzare il medico di famiglia, il primo anello della catena di spesa sanitaria». Questa la duplice risposta che Fabio Menicacci, segretario dell’Associazione nazionale anziani e pensionati (Anap) di Confartigianato Persone, ha dato alla domanda su come migliorare le condizioni dell’invecchiamento degli italiani. Interrogativo emerso durante la tavola rotonda “Vita, salute, dignità nella vecchiaia”, tenutasi nel contesto del convegno “Invecchiare bene si può”, organizzato presso il Cnr dalla Federazione italiana medicina geriatrica (FIMeG). «Nel 2050 – ha argomentato Menicacci – il 34,6% della popolazione italiana avrà oltre 65 anni, gli over 65 nel mondo passeranno dagli attuali 756,45 milioni a più di un miliardo e 400 milioni. Negli anni abbiamo riempito il territorio di consultori, dove si trovano tutte le professionalità mediche: psichiatri, sociologi, pediatri di base ecc. È incomprensibile come in un paese che invecchia progressivamente come l’Italia, ancora non si sia pensato di istituire la figura del geriatra di base che punti sulla prevenzione per migliorare le condizioni di vita dell’anziano. Dobbiamo inoltre tornare ad attribuire al medico di famiglia quel ruolo centrale che merita. È il medico di medicina generale che può decidere della spesa farmaceutica, diagnostica e specialistica. C’è poi scarsa sinergia tra medico di famiglia, guardia medica, servizi territoriali, pronto soccorso ecc. L’informatizzazione dei dati sanitari potrebbe aiutare a tenere sotto controllo la situazione medico-sanitaria del territorio. Lo stesso medico ospedaliero, in caso di ricovero, troppo spesso non fa che ripetere visite specialistiche e diagnostiche già prescritte al paziente dal medico di medicina generale, con il risultato di raddoppiare la spesa e i tempi di cura». «Difendere il buon funzionamento della sanità pubblica – ha concluso Menicacci – è difficile. Il servizio sanitario nazionale in generale funziona. Ma in 15 anni, con quattro governi succedutisi, non siamo riusciti ancora a definire né i livelli di assistenza sanitaria né quelli socio-assistenziali di base, né a rendere uniforme la qualità del servizio su tutto il territorio nazionale. Tutto ciò rende difficile contribuire al miglioramento delle condizioni degli anziani».

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Gli ergastolani al Papa Benedetto XVI

Posted by fidest press agency su domenica, 17 gennaio 2010

Santo Padre, siamo degli ergastolani, dei condannati a essere colpevoli e  prigionieri per sempre,  ergastolani con l’ergastolo ostativo ad ogni beneficio. Santo Padre, molti di noi sono in carcere da 20, 30 anni, altri di  più, senza mai essere usciti un solo giorno, senza mai un giorno di permesso con la propria famiglia.  Molti di noi sono entrati da ragazzi adolescenti e ora sono quarantenni destinati ad invecchiare in carcere, altri erano giovani padri  e ora sono nonni con i capelli bianchi. Santo Padre, noi e la Comunità Papa Giovanni XXIII, Le vogliamo dire che la pena dell’ergastolo è una pena che si sconta senza vita; che avere l’ergastolo è come essere morti, ma sentirsi vivi; che la pena dell’ergastolo è una pena del diavolo perché ti ammazza lasciandoti vivo; che la pena dell’ergastolo tradisce la vita; che subire la condanna dell’ergastolo è come perdere la vita prima ancora di morire; che la pena dell’ergastolo ti mangia l’amore, il cuore, e a volte anche l’anima; che la vita senza promessa di libertà non potrà mai essere una vita.Santo Padre a cosa serve e a chi serve il carcere a vita? Si diventa non viventi. A che serve vendicarsi in questo modo? Non vediamo giustizia nella pena dell’ergastolo, ma solo una grande ingiustizia perché si reagisce al male con altro male aumentando il male complessivo. Una società giusta non dovrebbe avere né la pena di morte, né la pena dell’ergastolo. Non è giustizia far soffrire e togliere la speranza per sempre per riparare al male che ha fatto una persona. Il male dovrebbe essere sconfitto con il bene e non con altro male. Il riscatto umano non è possibile con una pena che non potrà mai finire. La nostra vita è di una inutilità totale, è aberrazione, sofferenza infinita. L’ergastolo è una pena che rende il nostro presente uguale al passato, un passato che schiaccia il presente e toglie speranza al futuro.  Santo Padre, 310 ergastolani tempo fa si sono rivolti al Presidente della Repubblica dicendogli di preferire la morte al carcere a vita. Nell’anno 2007 un migliaio di ergastolani, sostenuti da 10.000 persone fra amici e parenti, hanno fatto lo sciopero della fame ad oltranza per l’abolizione dell’ergastolo. Nell’anno 2008 quasi ottocento ergastolani hanno inoltrato un ricorso alla Corte europea per chiedere l’abolizione dell’ergastolo perché in Europa solo in Italia esiste l’ergastolo ostativo. Sempre nell’anno 2008 un migliaio di ergastolani hanno fatto uno sciopero della fame a staffetta per l’abolizione dell’ergastolo.  Santo Padre, i mass media dicono che l’ergastolo in realtà non esiste, ma allora, se non esiste, perché non lo tolgono? Vogliamo scontare la nostra pena, ma chiediamo una speranza, una sola, chiediamo un fine pena certo. Santo Padre ci sentiamo abbandonati da tutti, dagli uomini, dalla Chiesa e a volte persino da Dio, perché non si può essere contro la guerra, contro l’eutanasia, contro l’aborto e non essere contro la pena dell’ergastolo. Santo Padre, non abbiamo voce: ci dia la Sua per fare sapere che in Italia esiste l’ergastolo ostativo, una pena disumana che non avrà mai termine.  Sicuri di sentire la sua voce, grazie! Gli ergastolani in lotta per la vita e la Comunità Papa Giovanni XXIII

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