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Quotidiano di informazione – Anno 29 n° 175

Posts Tagged ‘investimenti’

Salute della donna: Si parla di prevenzione, mentre si riducono gli investimenti

Posted by fidest press agency su giovedì, 27 aprile 2017

Lorenzin beatriceLe politiche di prevenzione sanitaria sono di vitale importanza non solo per il miglioramento della salute dei cittadini, ma anche per lo sviluppo socioeconomico del Paese e del suo sistema sanitario. Nonostante ciò, l’Italia continua ad essere fanalino di coda nel mondo per la prevenzione e la sanità integrativa.
Questa constatazione rende ancora più ipocrita la “Giornata della salute della donna” istituita su proposta del ministro della Salute Beatrice Lorenzin, che impegnata a sottolineare la consapevolezza e l’importanza del tema della prevenzione per la salute femminile, si è dimenticata di specificare quanto (poco) investe l’Italia proprio in questa direzione.I dati parlano chiaro: in base al rapporto di Meridiano Sanità – elaborato da The European House-Ambrosetti, l’Italia investe pochissimo in prevenzione. Nonostante il Piano Sanitario Nazionale preveda una percentuale di spesa per la prevenzione del 5%, il nostro Paese risulta ben al di sotto di questa soglia, e se ci addentriamo nell’analisi specifica delle regioni, i risultati riescono anche ad essere più negativi: il il Lazio, ad esempio, non arriva nemmeno al 2%. In un Paese in cui le principali cause di mortalità, morbosità e invalidità sono collegate a malattie la cui incidenza potrebbe essere fortemente limitata attraverso valide politiche di prevenzione, pare una totale irresponsabilità ridurre gli investimenti in tale direzione. Ancor di più, appare irresponsabile e insensato dedicare un’intera giornata al tema della prevenzione, se nel contempo non si interviene su di esso. Il Ministro della Salute, invece di propinare lezioni teoriche su un “vademecum della prevenzione”, dovrebbe comprendere quanto sia fondamentale investire. E se non bastasse avere come monito la salute dei cittadini, si può considerare il fattore economico: se l’Italia si allineasse alla media europea degli investimenti per la prevenzione, si potrebbero ottenere risparmi, nell’arco di 10 anni, pari a 8 miliardi di euro.Investire di più, investire con forza, è l’unica soluzione: la prevenzione è una priorità, innanzitutto per la salute dell’intero Paese, ma anche per il risparmio, finora sfumato, che ne deriverebbe.
Quanto ancora saremo costretti a sopportare queste patetiche farse? Ci auguriamo che al più presto ci possa essere un Ministro della Salute che si occupi realmente degli interessi dei cittadini ed eviti il totale sfacelo del nostro sistema sanitario, già gravemente colpito.

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Desertificazione investimenti esteri

Posted by fidest press agency su sabato, 25 marzo 2017

cantiereDuomodiPavia2Pavia. “Marvell è solo l’ultima di una serie di aziende e multinazionali che abbandonano il nostro paese. In particolare, Pavia e il nostro territorio pagano un caro prezzo per la scarsa attrattività ed assenza di servizi causata da anni di amministrazioni inadeguate e di scelte politiche sbagliate dettate a livello centrale e locale. C’è una forte responsabilità politica in ciò che sta accadendo sul nostro territorio in cui è in atto una progressiva desertificazione degli investitori esteri dettata da politiche incapaci di valorizzare le potenzialità del nostro territorio, di sostenere l’innovazione e la crescita del sistema produttivo. Poi come sempre si aprono gli occhi quando il male è già conclamato dopo anni di latenza, senza alcuna lungimiranza nel saper individuare le necessarie strategie per operare a monte e non, in emergenza, a danno fatto salvando il salvabile. Quanto accade è purtroppo frutto di una cecità politica colpevole che uccide l’occupazione sui territori, quella stessa che di fronte ai licenziamenti innesca il solito ed ipocrita teatrino della solidarietà ai lavoratori, senza avere più uno straccio di credibilità”, così Iolanda Nanni, capogruppo del M5S Lombardia sull’audizione in Commissione Attività produttive l’audizione di Marvell Italia. (Stefano Bolognini) (fonte: http://www.lombardia5stelle.it)

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Agricoltura: Più investimenti

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 marzo 2017

mondo agricoloIn dieci anni sono calate le superfici agricole, le aziende, problemi al settore dell’allevamento, ma cresce la propensione ad investire in innovazione e adeguamento tecnico. Dal Focus di Veneto Agricoltura di oggi, presenti Pan, Negro, i Presidenti delle organizzazioni agricole, l’Università, il mondo bancario, anche una nota stonata sulla PAC, che guarda troppo a nord. E la necessità di essere presenti nel dibattito per la definizione di quella futura.C’era anche (virtualmente) Paolo De Castro, il V.Pres. Comm.ne Agricoltura del Parlamento UE, all’incontro di stamattina a Veneto Agricoltura su Investire in agricoltura e Nuova PAC: dall’Ass.re regionale Giuseppe Pan, al Direttore dell’Agenzia Alberto Negro, i Presidenti delle organizzazioni professionali agricole (Coldiretti, Confagricoltura, CIA, Copagri), le banche (FriulAdria/Credit Agricole), l’Università di Padova (il Tesaf), il CREA, etc.; tutti presenti per capire il trend “economico” del settore primario e cosa dovranno aspettarsi gli agricoltori dalla futura politica agricola europea, la PAC. Un Focus, quello organizzato oggi a Legnaro-Pd da Veneto Agricoltura-Europe Direct, d’intesa con Regione e Università di Padova, per fornire al mondo agricolo e istituzionale strumenti di discernimento. Non solo parole ma dati. Che facevano riferimento al volumetto appena pubblicato da Veneto Agricoltura-Europe Direct proprio su “Investire in agricoltura”. Del resto in questi giorni a Bruxelles sono state avviate le discussioni sulla PAC post 2020, con la messa in rete da parte della Commissione europea di una consultazione pubblica aperta (fino al 2 maggio). Lo scenario dell’agricoltura veneta è stato descritto da Renzo Rossetto (Veneto Agricoltura). Negli ultimi dieci anni (periodo 2005-2015) le superfici investite nelle principali colture agricole in Veneto sono passate da circa 645 mila ettari a 580 mila, con un calo del -10%: giù gli ettari coltivati a cereali (-20%), orticole (-32%) e frutticole (-23%); in crescita (+8%) la vite (effetto Prosecco) e le colture industriali (+19%), trainate dall’espansione della soia. Anche il numero di allevamenti segna il passo: 3.600 quelli di bovini da latte nel 2015 (-60% rispetto al 2005), che registrano la flessione più rilevante; circa 2.200 quelli di suini (-45%), in calo anche gli allevamenti di bovini da carne (-7%) e avicoli (-6%). Nonostante ciò, l’investimento medio per azienda, vera cartina di tornasole, evidenzia una maggiore propensione delle aziende ad investire: in crescita gli ettari mediamente coltivati dalle aziende per tutte le principali colture (gli aumenti maggiori per vite e cereali). Anche gli allevamenti vedono aumentare il numero medio di capi per azienda: raddoppiano, ad esempio, il numero di vacche da latte per allevamento, in forte crescita anche il numero di capi avicoli (+45%) e suini, mentre scende leggermente il numero di capi bovini per allevamento.
Agriculture and Fisheries CouncilInsomma: conviene o non conviene investire in agricoltura? Prova del nove è il valore della produzione per ettaro o per singolo allevamento: quasi raddoppiato, sostengono gli economisti dell’Agenzia veneta per l’innovazione nel settore primario, il valore prodotto da un ettaro di vite, che supera gli 11.000 euro, in forte crescita anche quello delle orticole (da poco meno di 38 mila a oltre 43 mila euro/ettaro), cereali (+35%) e frutticole (+24%). Per quanto riguarda la zootecnia, triplicato il valore prodotto per singolo allevamento di vacche da latte, quasi raddoppiato quello suinicolo, +83% per l’allevamento avicolo. Ciò significa che nonostante il calo di superficie e di aziende, quelle rimaste riescono ad impiegare in maniera più efficiente ed efficace i fattori produttivi e ad aumentare la produttività aziendale.
In questa logica, l’Assessore regionale Giuseppe Pan, che ha aperto i lavori, è stato chiaro: “L’obiettivo più importante è quello di mantenere, come minimo, gli attuali finanziamenti comunitari. Non sarà facile, perché tutto dipenderà dal bilancio che l’Unione Europea avrà a disposizione nel periodo 2020-2027 e dalla consistenza del relativo capitolo agricolo. Inoltre, sono prevedibili forti pressioni da parte di tutti gli Stati Membri, a cominciare da quelli dell’Est Europa. L’Italia dell’agricoltura, a differenza di quanto accaduto in passato, dovrà fin da subito fare fronte comune e lavorare in squadra per far sì che la nuova PAC possa sostenere le filiere produttive più deboli”. Anche per il Direttore dell’Agenzia Veneto Agricoltura, Alberto Negro è giunto il tempo di avviare il dibattito sul futuro della PAC. Futuro che, al momento, sulla base di quanto si sta delineando a livello europeo, vede vari possibili scenari: mantenimento delle regole attuali della PAC; una PAC che punti solo su alcune priorità quali per esempio la gestione del rischio, i servizi a favore dei cambiamenti climatici e degli ecosistemi, ecc.; una PAC che metta in sinergia i Pagamenti diretti e la gestione del rischio; una PAC che preveda una nuova ridistribuzione delle risorse; fino ad arrivare addirittura all’ipotesi di un possibile smantellamento agricolturadella politica agricola europea e una conseguente completa sua liberalizzazione, come chiedono alcuni vari del Nord Europa. Fortunatamente alcuni di questi sono solo scenari ipotetici con scarse possibilità di affermazione. La PAC post 2020 è dunque tutta da costruire ma proprio per questo è importante monitorare il dibattito in atto a livello europeo e risultare propositivi a livello nazionale e regionale. Anche gli interventi dell’Università di Padova (Proff. Luca Rossetto, Samuele Trestini) e di Crea (Andrea Povellato) hanno messo a confronto la futura PAC con i possibili strumenti a disposizione degli agricoltori, offrendo valutazioni e proiezioni sugli scenari in campo e strumenti di analisi utili alla Regione e agli stakeholders per definire la piattaforma che sarà di riferimento per i negoziati che andranno intrapresi con la burocrazia di Bruxelles. Quest’ultima è stata una dei grandi imputati nella discussione apertasi grazie alla Tavola Rotonda coordinata da Alberto Andrioli de L’Informatore Agrario. Dal NeoPresidente di Confagricoltura Veneto Lodovico Giustiniani a quello della CIA regionale Flavio Furlani a quello di Coldiretti Padova Federico Miotto (sostituiva quello veneto Cerantola, impossibilitato), tutti hanno puntato il dito contro una PAC densa di carichi amministrativi e dunque da semplificare. Ma non basta, serve facilitare l’accesso a strumenti finanziari a sostegno degli investimenti dell’imprenditoria agricola, che necessitano anche di ombrelli assicurativi. In questo senso si è espresso Davide Goldoni di FriulAdria. Ma l’interrogativo più pesante l’ha posto sul tavolo il Prof. Vasco Boatto (Univ. di Padova), che ha denunciato come il Veneto in tutti questi anni ha più perso che guadagnato dalla Politica Agricola Comunitaria, che ha favorito maggiormente le agricolture del Nord Europa.

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La Cina e il calcio globale: Aspetti culturali ed economici

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 marzo 2017

pechinoMilano martedì 14 marzo dalle 9:45 alle 13:00 nell’Aula Magna del Polo di Mediazione interculturale e Comunicazione dell’Università degli Studi di Milano (Piazza Montanelli 1, Sesto S. Giovanni – MM1 Sesto Marelli). Relatori provenienti dal mondo istituzionale, sportivo, giornalistico e accademico offriranno prospettive originali sul fenomeno, partendo dal caso di F. C. Internazionale: dal calcio come spazio culturale e di mediazione, alle reazioni della stampa italiana e cinese alla notizia dell’acquisizione di F.C. Internazionale; dall’analisi del significato commerciale e finanziario degli investimenti cinesi nello sport globale, alle strategie del marketing sportivo; con in più una testimonianza diretta dello stesso club milanese. Un’occasione senza precedenti per affrontare un fenomeno sempre più attuale, che riguarda ben più che il mondo degli stadi. L’iniziativa è organizzata dall’Istituto Confucio dell’Università degli Studi di Milano e dal Contemporary Asia Research Centre dell’Università degli Studi di Milano, in collaborazione con il Dipartimento di Scienze della Mediazione linguistica e di Studi interculturali dell’Università degli Studi di Milano.
L’ingresso della Cina nel calcio globale ha stupito tifosi e osservatori di tutto il mondo. A colpire, oltre all’entità degli investimenti cinesi nell’acquisizione di club stranieri, nell’acquisto di giocatori internazionali di grande valore e notorietà e nella promozione massiccia della pratica calcistica all’interno della Repubblica popolare, è l’articolato approccio di sistema messo in campo dalla Cina. Una strategia ambiziosa tradotta in azioni coordinate che puntano dichiaratamente alla realizzazione di quel “sogno” di supremazia calcistica di cui il presidente della Repubblica e segretario del partito comunista cinese, Xi Jinping, è il primo promotore.
L’acquisizione di F.C. Internazionale da parte del gruppo commerciale cinese Suning, annunciata a Nanchino il 6 giugno 2016, si inserisce in questo contesto di ridiscussione degli equilibri sportivi globali. Il fenomeno riguarda gli spogliatoi e le stanze dirigenziali del calcio mondiale, ma ha anche profonde implicazioni culturali, economiche, sociali e politiche. Oltre ai destini del “bel gioco”, la crescente presenza cinese nei salotti buoni dello sport più seguito al mondo invoca infatti riflessioni su temi che vanno dalle strategie di soft power al marketing internazionale, senza dimenticare le ragioni di politica interna cinese.Tutti elementi che saranno al centro della giornata “La Cina e il calcio globale: il caso Inter.

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Barilla investe nell’ampliamento dello stabilimento di sughi per la pasta situato a Rubbiano

Posted by fidest press agency su sabato, 18 febbraio 2017

barillaRubbiano (Parma) Barilla rinnova il suo forte legame con l’Italia, con il territorio locale di Parma e investe nell’ampliamento dello stabilimento di sughi per la pasta situato a Rubbiano, in provincia di Parma, inaugurato nell’ottobre del 2012. Tutto questo in occasione di un anniversario speciale: i 140 anni della Barilla, nata come semplice bottega nel centro di Parma e divenuta oggi leader della pasta nel mondo e dei sughi in Europa continentale.
Grazie all’ampliamento, il nuovo stabilimento diventerà il più grande ed efficiente impianto di produzione di sughi per la pasta in Europa e uno dei più sostenibili al mondo. L’ampliamento sarà caratterizzato da un investimento di oltre 50 milioni di Euro e vedrà un incremento dell’occupazione stabile, a regime, di circa 60 persone. Oggi Barilla è leader di mercato a valore in Italia, si posiziona al secondo posto in Germania e in Francia e al terzo posto nella graduatoria a livello mondiale nel mercato dei sughi per la pasta.A nemmeno 5 anni dall’inaugurazione dello stabilimento sughi, realizzato con un investimento inziale pari a 40 milioni di Euro, la risposta dei consumatori è stata entusiastica ed i volumi di vendita dei sughi sono aumentati di oltre il 45% dal 2012. Oggi le vendite sono destinate per il 75% della produzione all’export, in particolare in Europa.Un successo reso possibile grazie alla straordinaria qualità delle materie prime, le principali delle quali di origine italiana (pomodoro e basilico), alla profonda integrazione con gli agricoltori del territorio e ad una tecnologia di produzione unica e proprietaria.
barilla1Il processo produttivo è caratterizzato dai più alti standard di sicurezza alimentare e di sicurezza sul lavoro, dalla massima attenzione per l’impatto ambientale con la riduzione dei consumi di energia, delle emissioni di anidride carbonica e dei consumi idrici. Inoltre, da più di tre anni, la piattaforma digitale Guardatustesso consente a tutti di accedere virtualmente al sito produttivo, per mostrare con assoluta trasparenza la cura e l’attenzione riposta in ogni fase.Oggi lo stabilimento produce la gamma dei sughi a base pomodoro e quella dei pesti e pestati. L’ampliamento consentirà di estendere la produzione anche a tutte le ricette con carne.“Sarà una fabbrica totalmente integrata, progettata internamente e assolutamente coerente con la strategia aziendale del “Buono per Te, Buono per il Pianeta”, dichiara Carlo Carteri Responsabile degli stabilimenti pasta e sughi in Europa. “Sarà caratterizzata da impianti e tecnologie innovative, robotizzate e digitalizzate, in linea con le logiche dell’Industria 4.0, in grado di elevare ulteriormente i già alti livelli di qualità e sicurezza del prodotto, coniugando gli aspetti di efficienza e flessibilità, anche attraverso un sofisticato sistema di tracciabilità”.
Il progetto è stato comunicato alle Organizzazioni Sindacali di riferimento che, nel quadro di un proficuo e consolidato sistema di relazioni industriali, saranno direttamente coinvolte nel percorso di confronto sullo sviluppo del sito produttivo, che si prevede sarà completato ed operativo entro il 2018. (foto: barilla)

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Università: Mai così tanti studenti iscritti nel mondo, in Italia investimenti inadeguati

Posted by fidest press agency su mercoledì, 15 febbraio 2017

universita-la-sapienza-romaL’approfondimento odierno di ‘Repubblica’ riporta cifre impressionanti: duecento milioni di studenti affollano gli atenei del globo e a oggi rappresentano un terzo dei giovani in età da università. Tra otto anni cresceranno fino a 260 milioni. L’Unione europea non è da meno: guida la classifica delle pubblicazioni universitarie e ha il blocco di atenei con maggiore proiezione internazionale. Il Belpaese è in pericolosa controtendenza con investimenti pubblici e privati non adeguati: il Paese attrae pochi stranieri e i nostri laureati restano il 25,3% della popolazione tra i 30 e i 34 anni anche se nell’agenda di Lisbona si chiede come soglia minima il 40%.Marcello Pacifico (Anief-Cisal): si continua a investire poco per l’orientamento. La stessa Legge 107/2015 ha previsto investimenti per l’alternanza scuola-lavoro, anello anch’esso rilevante (se ben fatto) ai fini della collocazione post-diploma, ma quasi nulla per ancorare i nostri ‘maturati’ al mondo accademico. A rendere la situazione ancora più difficile, considerando le difficoltà delle famiglie e degli stipendi bloccati per tanti lavoratori, è stato il continuo innalzamento delle tasse d’iscrizione: basta dire che nell’ultimo decennio per gli studenti fuori corso i costi di frequenza sono aumentati dal 25% al 100%. E, dulcis in fundo, ogni tanto qualche benpensante al Governo propone pure di cancellare il valore legale del titolo di studio.
Anief-Cisal ricorda che le immatricolazioni a un corso accademico dal 2003 (anno del massimo storico di 338 mila) al 2013 (con 270 mila) sono calate del 20%. La tendenza al ribasso non si è arrestata. Addirittura, non c’è nemmeno più il desiderio di diventare ‘dottori’: si è ridotta del 10% la percentuale dei quindicenni italiani che vogliono iscriversi all’università (da circa il 50% al 40%). Nel nostro Paese, la spesa pubblica pro capite per l’istruzione è pari a 1.103,89 euro l’anno, contro i 1.511,04 della media Ue, circa il 27% in meno. Il risultato è che all’Università si registra una situazione di stand by, con sempre meno iscritti, troppi studenti fuori corso e un numero altissimo di cultori, assegnisti, dottori di ricerca, ricercatori (figura a esaurimento) e quasi-docenti in perenne attesa. E nel 2015 è stato pubblicato il decreto-beffa sul riparto del Fondo di finanziamento ordinario alle università statali e sul ‘costo standard’ di formazione per studente, che penalizza gli atenei minori.

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“Investimenti a impatto sociale: analisi e opportunità”

Posted by fidest press agency su sabato, 4 febbraio 2017

ministero-finanzeIn un contesto finanziario in piena evoluzione, peraltro agevolato da una domanda di “sociale” in crescita, l’investimento a impatto sociale rappresenta oggi un terreno estremamente fertile sul quale gli investitori, in particolare quelli istituzionali che perseguono essi stessi un obiettivo sociale, possono coltivare concrete e valide ambizioni di rendimento (finanziario) e sviluppo (sociale). Nonostante un interesse già consistente, il social impact investing rappresenta però una tipologia di investimento in fase di consolidamento e non priva di complessità, che necessità quindi di percorsi di avvicinamento ben calibrati e basi tecniche solide.
Si pone in quest’ottica l’analisi realizzata dal Terzo Quaderno di Approfondimento “Investimenti a impatto sociale: analisi e opportunità” a cura di Assoprevidenza e Itinerari Previdenziali, fotografia circa lo stato dell’arte e i possibili margini di sviluppo ulteriore che si prospettano all’orizzonte per questa tipologia di investimenti. La pubblicazione, che costituisce l’ideale continuazione del workshop “Investimenti a impatto sociale: analisi e opportunità”, svoltosi a Roma lo scorso 22 giugno, s’inserisce quindi all’interno del dibattito sul tema, cui si propone di contribuire attraverso una chiave di lettura concreta e attuale. Se da un lato, infatti, prende in considerazione e s’interroga sugli aspetti più tecnici, dall’altro ne traccia i driver di crescita, le possibili criticità, nonché il valore potenzialmente assunto sia in ottica finanziaria che sociale.
Ci troviamo nella fase del consolidamento, in cui si affinano i presupposti tecnico-culturali e si recepiscono gli stimoli affinché il filone degli impact investments giunga a compiere un salto di qualità e divenga obiettivo credibile delle strategie di investimento. In una sola parola, si stanno creando i giusti presupposti per proporsi al mercato e attingere a un pubblico di investitori ben più ampio di quanto già oggi si osservi, mettendo pienamente a frutto le grandi potenzialità che contraddistinguono questo segmento.Da un lato, tuttavia, alcuni contorni di tipo meramente tecnico sono in fase di ottimizzazione: si pensi alla difficoltà tuttora presente nell’inquadrare il concetto stesso di impatto sociale e nel misurarlo quantitativamente, o alla definizione di un equilibrato rapporto rischio/rendimento atteso esplicitato in termini finanziari, o infine – e questo vale soprattutto per il nostro Paese – alla tradizionale diffidenza delle imprese e del privato sociale verso i mercati finanziari e la riluttanza ad “adattare” i loro profili di governance in maniera coerente con i requisiti richiesti dai mercati finanziari.
Dall’altro lato – e qui, forse, sta la sfida più impegnativa – l’esigenza di standardizzazione/ industrializzazione dell’investimento a impatto sociale e dei suoi veicoli, rendendolo replicabile su più ampia scala sia sul versante degli investitori sia su quello degli impieghi “sociali” e degli obiettivi perseguibili. Un passaggio, quest’ultimo, che sarà in grado di giovare al comparto in termini di efficienza delle iniziative sul fronte vuoi sociale vuoi finanziario, di livellamento dei costi delle operazioni finanziarie e di ulteriore attrattività del comparto verso nuovi operatori che oggi mantengono un interessamento tiepido.
Curato da Laura Crescentini, Coordinatore Tecnico di Assoprevidenza, e da Edoardo Zaccardi, Centro Studi e Ricerche di Itinerari Previdenziali, il Quaderno è stato realizzato con i contributi di:
Alberto Brambilla, Presidente Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali; Alessandro Bugli, Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali; Enrico Camerini, Head of Institutional Clients iShares Italy; Simone Castello, Responsabile Centro Studi sulla Filantropia Strategica Fondazione Lang Italia; Guido Cisternino, Responsabile Enti, Associazioni e Terzo Settore UBI Banca; Sergio Corbello, Presidente Assoprevidenza; Anton Giulio D’Amato, Institutional Sales Italy & Mediterranean Countries Union Bancaire Privée; Davide Dal Maso, Partner Avanzi; Alessandra Franzosi, Head of Pension Funds & Asset Owners Borsa Italiana – Capital Markets at LSEG; Marco Gerevini, Consigliere Delegato e Direttore Fondazione Housing Sociale; Fabio Marchetti, Direttore Centro di Ricerca per il diritto di impresa (CERADI) Luiss Guido Carli; Pasquale Merella, Risk Manager Quadrivio Capital SGR; Paolo Novati, Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali; Felice Damiano Torricelli, Presidente Ente Nazionale di Previdenza ed Assistenza per gli Psicologi (ENPAP)

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Laudato Sì e Investimenti Cattolici Energia Pulita per la nostra Casa Comune

Posted by fidest press agency su giovedì, 12 gennaio 2017

lateranense_ingressoRoma. Venerdì 27 gennaio a Roma dalle ore 9,00 sino alle 17,00 presso la Sala Pio XI della Pontificia Università Lateranense, in via di San Giovanni in Laterano 4, si terrà la Conferenza Laudato Si’ e Investimenti Cattolici: Energia Pulita per la nostra Casa Comune promossa da FOCSIV – Volontari nel Mondo, la Commissione Giustizia e Pace del USG – Unione dei Superiori Generali e del UISG – Unione Internazionale delle Superiori Generali, il GCCM – Movimento Cattolico Mondiale per il Clima, CAFOD – Catholic Agency Development Charity, Trócaire – Irish Charity Working for a Just World e CIDSE – Coopération Internationale pour le Développement et la Solidarité.
In seguito all’accorato appello alla conversione ecologica di Papa Francesco, proposto nell’Enclica Laudato Si’, l’incontro internazionale intende mettere in collegamento le diverse realtà del mondo cattolico affinché mettano in atto azioni specifiche per una transizione urgente verso la giustizia climatica, compreso il disinvestimento da combustibili fossili e gli investimenti in energie rinnovabili gestite dalle comunità locali. Punto di partenza la condivisione di un’ispirazione comune per il cambiamento e la condivisione delle buone pratiche verso la Casa comune e per le comunità più fragili e vulnerabili. In particolare si vuole indicare fondamenti etici e orientamenti concreti affinché gli ordini religiosi riconsiderino le loro strategie finanziarie, spingendo i fondi pensione e di investimento a togliere risorse alle imprese che non si impegnano nella transizione energetica per investirle in imprese responsabili a favore delle risorse rinnovabili per comunità povere e vulnerabili.Alla conferenza daranno il proprio contributo come relatori il Cardinale Peter Turkson, Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, e Christiana Figueres, ex Segretario Esecutivo della Convenzione ONU su cambiamenti climatici, grazie ai quali si esamineranno i legami tra il disinvestimento dai combustibili fossili e l’investimento in energie rinnovabili gestite da comunità locali ed organizzazioni cattoliche.A questi interventi faranno seguito alcuni responsabili o esponenti del mondo finanziario impegnati nella Responsabilità Sociale d’Impresa ed altri rappresentanti di istituzioni cattoliche, impegnati concretamente sulle questioni relative al clima grazie a precise scelte di disinvestimento e reinvestimento responsabile.A causa del numero limitato di posti è necessario registrarsi appena possibile sul sito http://www.investirenellalaudatosi.com dove è anche possibile avere ulteriori informazioni sulla conferenza.

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20 miliardi per le banche: soldi spesi o investimenti lungimiranti?

Posted by fidest press agency su venerdì, 23 dicembre 2016

Banca europea per gli investimentiE’ ormai chiaro che l’aumento di capitale da 5 miliardi del Monte dei Paschi di Siena non ci sarà. Stando ai numeri comunicati dalla Banca, il contributo degli obbligazionisti subordinati è stato molto elevato e questo dimostra ancora una volta come gli sportelli della Banca siano una “macchina da guerra” nel mobilitare i risparmiatori. Ma tutto questo non è stato sufficiente.
Il Governo Gentiloni si è fatto approvare dal Parlamento la possibilità di fare un ulteriore indebitamento, fino ad un massimo di 20 miliardi, per fronteggiare l’eventuale urgenza che deriverebbe dalla necessità di ricapitalizzare alcune banche. Il provvedimento approvato non contiene alcun dettaglio circa le iniziative che il Governo adotterà per salvare le banche in difficoltà. Tutto ciò che sappiamo è che il Governo potrà utilizzare fino a 20 miliardi. Molti, giustamente, sollevano critiche perché ritengono ingiusto che si “spendano” soldi per salvare le banche, mentre quando si deve spendere per questioni apparentemente più urgenti per la comunità, si dice che i soldi non ci sono. La critica è comprensibile e sicuramente ci sarà più di un politico che la cavalcherà, ma si tratta di una critica sbagliata. Preservare il sistema bancario, in questo contesto, è indispensabile proprio per il bene dei cittadini. La crisi economica che deriverebbe dal crollo del sistema finanziario farebbe impallidire perfino questi anni di crisi, che pure sono stati durissimi ed hanno lasciato danni economici paragonabili a quelli di una guerra (e questa è la ragione principale per la quale ci troviamo con questo sistema bancario pieno di crediti in sofferenza).
C’è da evidenziare che i soldi impiegati per salvare le banche non sono “spesi”, ma investiti. La differenza è enorme, ma un investimento fatto male può trasformarsi in una perdita esattamente come è stato fatto in passato e quindi non ci sarebbe differenza sostanziale con una “spesa”. La critica, quindi, non dovrebbe essere concentrata sul fatto che lo Stato non dovrebbe impiegare soldi nelle “banche-cattive”, ma la critica dovrebbe vergere sul “modo” con il quale il governo agisce.
L’esperienza ci dice che il modo inequivocabilmente sbagliato è di procedere caso per caso e con la logica emergenziale, con piccole “toppe”, provvedimenti insufficienti, non risolutivi.
Questo è quello che è stato fatto in questi anni.
Sono ormai molti anni che sappiamo che il sistema bancario italiano ha un grande problema con le sofferenze bancarie. Per anni si è tentato di negarlo, sostenendo che il nostro sistema bancario era solido. Poi si è proceduto con la logica emergenziale, mettendo un po’ di soldi a più riprese e con “papocchi” in MPS. Poi è venuta la volta del decreto “Salvabanche” per la questione Banca Etruria, Banca delle Marche ed altre due piccoli istituti.
Quando si è voluto affrontare il nodo delle sofferenze bancarie in modo più organico, il Ministro Padoan ha tirato furori un provvedimento chiaramente insufficiente come le cosiddette GACS ovvero una garanzia pubblica per cartolarizzare le sofferenze bancarie. Questo provvedimento, presentato pomposamente come la “Bad Bank italiana” è chiaramente inadeguato. Ciò che servirebbe è una vera “Bad Bank” nella quale far confluire tutti i credi in sofferenza delle banche che non sono in grado di gestire con le proprie forze le sofferenze bancarie ed una ricapitalizzazione generale (se necessario anche usufruendo del Meccanismo Europeo di Stabilità), in modo simile a ciò che ha fatto la Spagna. Così facendo il valore delle azioni delle banche si rivaluterebbe notevolmente e gli investimenti fatti dallo Stato nelle banche, nel medio termine, si trasformerebbero non in spese ma in profitti. In più, un sistema bancario finalmente risanato sarebbe il vero motore per la ripresa economica e torneremo in grado di crescere a ritmi simili a quelli della media europea.
Per fare tutto questo 20 miliardi sono insufficienti, ma se non saremo in grado di fare un provvedimento sistemico il rischio è di “spendere” (invece che investire) sempre più soldi. Se avessimo impiegato 20 miliardi cinque o sei anni fa, probabilmente sarebbero bastati. Oggi rischiano di non essere sufficienti. Fra un anno o due, quelli che servono oggi non saranno più sufficienti.
E’ indispensabile affrontare il problema di petto ed in maniera definitiva. Ciò che serve è il corrispondente di ciò che ha fatto Draghi per mettere la parola fine alla crisi dei debiti sovrani. Con le tre parole “whatever it takes” nel 2012 mise fine ad un crisi che era una crisi aggravata enormemente da una serie di provvedimenti sempre tardivi ed insufficienti. E’ esattamente lo stesso tipo di errore che sta commettendo l’Italia nel gestire la crisi del sistema bancario: lo stiamo affrontando in maniera tardiva ed insufficiente. Servirebbe un “whatever it takes” per il sistema bancario italiano. E’ necessario che il premier Gentiloni, invece di andare a dire in Parlamento che il sistema bancario è solido e contribuisce alla crescita economica dell’Italia, dica qualcosa del genere: “siamo consapevoli che il sistema bancario italiano, nel suo complesso, ha un grande problema legato ai crediti in sofferenza, derivante in massima parte da una lunghissima crisi economica, ma abbiamo deciso di risolvere in maniera strutturale e definitiva il problema, costi quel che costi, perché un sistema bancario in questo modo rappresenta una zavorra che impedisce qualsiasi miglioramento sostanziale delle nostre condizioni economiche”. Comprendiamo che la soluzione non è facile, anche per i vincoli europei che in questi anni hanno bloccato diverse ipotesi, ma la soluzione deve essere trovata una volta per tutte. Costi quel che costi, anche un’infrazione ai trattati, se non si riesce a trovare un diverso accordo. L’Italia non può più permettersi un sistema bancario in perenne stato di fragilità. Contemporaneamente, ad una soluzione definitiva del problema delle sofferenze bancarie e delle ricapitalizzazioni, è necessario, anche –ma non solo– per rendere questi provvedimenti più accettabili ai cittadini, che il Governo emani il decreto atteso; ormai si sta aspettando da troppo tempo in virtù dei requisiti di onorabilità dei soggetti che ricoprono cariche apicali negli istituti bancari, ed è necessario che queste norme siano stringenti. Non v’è dubbio, infatti, che il problema delle sofferenze bancarie sia dovuto principalmente per la lunga crisi economica, ma non v’è dubbio anche che vi abbiano contribuito comportamenti inaccettabili di chi quelle banche le ha guidate. Giusto ed indispensabile salvare il sistema bancario, e va fatto in modo strutturale e definitivo, ma giusto ed indispensabile anche fare in modo che le persone che hanno contribuito a questo disastro paghino in prima persona. (Alessandro Pedone, responsabile Aduc Tutela del Risparmio)

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Garnell/Fondazione Ca’ Foscari: metriche per quantificare investimenti nell’economia reale

Posted by fidest press agency su mercoledì, 21 dicembre 2016

filippo-la-scalaVenezia Garnell – gruppo milanese attivo nel private equity, nella finanza d’impresa e nella consulenza a grandi investitori – ha siglato un accordo con la Fondazione Università Ca’ Foscari – ente strumentale dell’Ateneo veneziano impegnato nell’ambito della Terza Missione – per l’elaborazione di un metodo di valutazione trasparente e sintetico degli impatti ambientali, sociali e di “buon governo” della propria attività d’investimento.La ricerca prevede lo sviluppo di un set di metriche che consentano di misurare i benefici non monetari degli investimenti nell’economia reale, fornendo una valutazione qualitativa e quantitativa degli stessi in termini di sostenibilità economica, ambientale e sociale, con una particolare attenzione alle ricadute dirette sul territorio.
Lo studio sarà coordinato dalla professoressa Chiara Mio e coinvolgerà un team di professori e ricercatori dell’Università Ca’ Foscari e di professionisti di Garnell. “Gli investimenti in economia reale sono la risposta concreta alla necessità di sostenere lo sviluppo del nostro Paese e di remunerare adeguatamente i capitali dei risparmiatori e degli investitori istituzionali in un periodo di perdurante stagnazione e turbolenza sui mercati finanziari. La crisi di crescita delle economie, in particolare quella italiana, unitamente alla crisi del sistema bancario, ha messo in discussione i paradigmi dell’economia tradizionale – ha dichiarato Filippo La Scala, AD di Garnell – Gli indicatori elaborati in questo progetto rappresenteranno uno strumento fondamentale per supportare advisor e gestori nell’identificazione d’investimenti che mirino alla creazione di un adeguato valore per l’investitore e per la società civile nel suo complesso. E permetteranno all’investitore/risparmia-attore finale di comprendere in maniera immediata ed efficace la sostenibilità e le ricadute non economiche dei propri investimenti”. “Per noi, la collaborazione con Ca’ Foscari rappresenta un elemento di proficua, fondamentale contaminazione tra il mondo accademico e della ricerca e il nostro gruppo, in una concezione della finanza che torna ad essere, con la responsabilità e la consapevolezza degli investitori, quello di architettura dei fini ” ha concluso Filippo La Scala.
“Il progetto mira ad individuare metriche ed indicatori sintetici, affidabili e facilmente gestibili e comprensibili anche dal cliente finale, in grado di fornire una valutazione qualitativa e quantitativa della sostenibilità economica, ambientale e sociale degli investimenti. La misurazione degli impatti è condizione imprescindibile al fine dello sviluppo trasparente del social impact investing. È proprio quando le partnership istituzionali danno vita a progettualità di ricerca applicata, come quella che stiamo portando avanti con Garnell, che l’Università può dirsi realizzare la famosa Terza Missione, dove i mondi della ricerca e delle imprese lavorano insieme per lo sviluppo ed il progresso del territorio” ha aggiunto Chiara Mio, docente dell’Università Ca’ Foscari Venezia.
Il set di metriche consentirà di misurare l’impatto dei fondi gestiti da Garnell nell’ambito di:
Comunità e Stato: valutazione degli impatti dell’attività delle imprese partecipate sulle condizioni economiche dei propri stakeholder e sui sistemi economici a livello locale, nazionale e globale.
Cultura della responsabilità: valutazione degli impatti dell’attività delle imprese partecipate sui sistemi sociali in cui opera in relazione a lavoro, diritti umani/sociali, società e responsabilità di prodotto;
Ecosistema e Ambiente: valutazione degli impatti dell’attività delle imprese partecipate sui sistemi naturali, ecosistema, terreni, aria e acqua.Gli indicatori elaborati con Ca’ Foscari costituiscono un elemento sostanziale del progetto – recentemente annunciato – avviato in collaborazione con Slow Food Italia su Agrifood One, il fondo di investimento destinato a promuovere e a valorizzare le piccole e medie imprese italiane, attive nel settore agroalimentare, con l’obiettivo di sostenere processi virtuosi di crescita e di potenziare il Made in Italy sui mercati esteri.Garnell sostiene le attività della Fondazione Università Ca’ Foscari con un impegno economico pluriennale. (foto. filippo la scala)

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Oracle investe 1,4 miliardi di dollari per la formazione informatica in Europa

Posted by fidest press agency su sabato, 3 dicembre 2016

Oracle_headquartersLa Commissione Europea e Digital Europe hanno lanciato Digital Skills and Jobs Coalition, una partnership multi-stakeholder che ha l’obiettivo di rafforzare le competenze informatiche e di programmazione a tutti i livelli nella forza lavoro europea. In relazione a questo progetto, Oracle ha annunciato un investimento triennale, per un totale di 1,4 miliardi di dollari fra contributi diretti e in beni, a supporto della formazione informatica negli stati membri dell’Unione Europea. Attualmente, circa mille istituti scolastici e Università europee collaborano con Oracle Academy, il principale programma filantropico dell’azienda in ambito educativo, che offre formazione informatica a quasi 3.100.000 studenti di 110 paesi del mondo. Nel quadro dell’impegno assunto oggi, ci si è posti l’obiettivo di formare in Europa mille nuovi istruttori di CS, Java e Database, e di offrire Oracle Academy agli studenti di altre mille scuole e università europee nei prossimi tre anni. “La competitività dell’Europa e la sua capacità di innovazione hanno bisogno di professionisti dotati di competenze digitali” ha dichiarato John Higgins, Direttore Generale di DIGITALEUROPE. “Negli ultimi dieci anni la domanda di lavoratori con competenze informatiche e di programmazione è cresciuta del 4% ogni anno. L’impegno di Oracle per portare l’informatica nelle classi dell’Unione Europea ci aiuterà a rendere più forte la nostra economia digitale”. “Per Oracle è fondamentale ispirare e coinvolgere studenti di ogni parte del mondo nella formazione informatica” ha commentato Alison Derbenwick Miller, Vice Presidente di Oracle Academy. “Nei mesi scorsi Oracle ha preso impegni significativi nelle iniziative della Casa Bianca
CS for All e Let Girls Learn. Quanto annunciamo oggi conferma il nostro impegno nel diffondere l’educazione digitale e favorire la diversity nel settore tecnologico”.In più, Oracle Academy promuoverà diversi programmi nei prossimi tre anni, fra cui:
· invitare i gruppi di lavoro impegnati a livello nazionale nella promozione dei digital skills a collaborare con Oracle Academy per offrire formazione informatica a insegnanti e studenti dei paesi dell’Unione Europea;
· offrire nuovi curriculum di istruzione superiore dedicati alle tecnologie emergenti;
· parificare l’intero curriculum di Oracle Academy al quadro europeo delle qualifiche (EQF – European Qualifications Framework).

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Crescita degli investimenti esteri in Italia

Posted by fidest press agency su giovedì, 1 dicembre 2016

bilancia pagamentiL’Avv. Stefano Bucci socio dello studio legale Origoni, Grippo, Cappelli & Partners ha rilasciato la seguente dichiarazione: “Con il finire del 2016 è tempo di bilanci anche per il mercato degli investimenti di private equity nel nostro paese. E stato un anno positivo” E soggiunge: “L’anno che si va a chiudere, nonostante la crisi, è stato un anno positivo e che ha visto acquisizioni importanti come il passaggio di due grandi realtà assicurative come la Ergo e la Old Mutual Whealty Italy nel fondo Cinven , senza contare la presenza del Gruppo Uniqa nel mercato. “Il cambio di padrone in RCS , la cessione del Milan ai cinesi , la cessione agli inglesi del Gruppo Optima , leader della produzione dei gelati”. Tutti segnali che il made in Italy è sempre forte e che c’è interesse per gli investitori stranieri nel nostro paese”. “Un trend positive che dovrebbe confermarsi anche per il 2017”.

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Gli investimenti nel Mediterraneo

Posted by fidest press agency su giovedì, 13 ottobre 2016

mediterraneoPer le imprese italiane l’area del Mediterraneo è il primo naturale sbocco verso l’internazionalizzazione (42%) e l’opportunità più prossima per il business (22%) ma per il 58% di loro occorre proteggere da discriminazione commerciale e mancato rispetto dei patti messi in atto dai Paesi esteri ai danni delle aziende italiane che favoriscono il proliferare delle controversie giuridiche e l’allontanamento degli investitori nei suddetti Paesi. Tra le asset class più soggette a criticità troviamo le risorse naturali – petrolio, gas, carbone – (25%), metalli preziosi (20%) e immobiliare (19%). A completare il panorama delle difficoltà di approccio al business nell’area del Mediterraneo troviamo gli ostacoli agli investimenti (32%) e la scarsa capacità attrattiva di capitali (26%).È quanto emerge da uno studio promosso da K&L Gates Legal Observatory, l’osservatorio che analizza il panorama legale nel contesto italiano e internazionale, della sede di Milano dello studio internazionale K&L Gates. La ricerca è stata realizzata in occasione del convegno “Doing Business in the Mediterranean Area – Challenges and Opportunities”. Lo studio è stato condotto su circa 100 imprese italiane per capire difficoltà e opportunità del fare business nel Mediterraneo.“Forse non è un caso che in una congiuntura storica nella quale ci si interroga sull’identità e sul ruolo dell’Europa, attenzione crescente venga rivolta all’area mediterranea. L’intento che ci siamo prefissi con la ricerca è di individuare quali criticità, sul piano della tutela giuridica, gli imprenditori ravvisino allorquando si apprestano a valutare investimenti od opportunità commerciali nel nord Africa e nel vicino oriente”, ha affermato l’avvocato Giampaolo Salsi, administrative partner dello studio legale K&L Gates Milano.Cosa rappresenta l’area del Mediterraneo per le imprese italiane? Il 42% la ritiene il primo naturale sbocco verso l’internazionalizzazione, mentre per il 22% è l’opportunità più prossima per il business. Non mancano però coloro che la ritengono un luogo di difficile approccio per le dinamiche politiche che caratterizzano ogni singolo Paese (19%). Il 14%, infine, pensa possa essere il luogo dove integrare i sistemi produttivi sia investendo in corridoi logistici sia in piattaforme produttive.Quali sono le asset class che più riscontrano interesse, ma, al contempo, criticità? Al primo posto troviamo le risorse naturali (petrolio, gas, carbone), indicate da un quarto delle imprese coinvolte nello studio (25%). Seguono metalli preziosi (20%), immobiliare (19%), liquidità e strumenti assimilati (13%), beni di lusso (12%) e divise estere (9%).In materia di investimenti quali aspetti andrebbero rafforzati? Per 2 imprese su 10 (20%) dovrebbero essere sviluppati modelli formativi per gli operatori economici e la forza lavoro dei Paesi partner, mentre il 18% vorrebbe dare più spazio al settore privato. Il 16% auspica poi una cooperazione transfrontaliera tra Italia e i Paesi dell’area; il 15% indica la necessità di rafforzare le infrastrutture socio-economiche; il 17% si aspetta una semplificazione delle procedure; infine il 12% preme per un consolidamento dei partenariati.Ma quali sono le difficoltà maggiori per le imprese italiane che vogliono investire e vedere accrescere il loro business? Per il 31% dei soggetti coinvolti è auspicabile l’introduzione di misure per incentivare gli investimenti dall’estero, mentre il 29% fa autocritica e punta il dito contro la mancanza di una visione di ampio raggio da parte delle stesse aziende italiane. Un’impresa su 4 (23%) riscontra criticità nell’allacciare rapporti solidi con i Paesi partner mentre il 15%, infine, denuncia difficoltà nel far fronte alla mutevolezza e all’instabilità del contesto giuridico-istituzionale locale.Quali fattori complicano l’approccio al business nell’area Mediterraneo? Ben il 32% ravvisa alcuni ostacoli agli investimenti, come ad esempio la riduzione della copertura patrimoniale richiesta alle imprese di assicurazione e riassicurazione in relazione agli investimenti infrastrutturali. Il 26% indica la scarsa capacità attrattiva, il 22% i rapporti non troppo solidi con il Legislatore, il 15% l’incompletezza delle analisi di mercato.Con riferimento al settore Oil & Gas, quali sono i principali impegni che vengono richiesti alle aziende che investono? Sono fondamentalmente quattro le richieste che vengono fatte dagli investitori e che in linea di massima si equivalgono: maggiore responsabilità finanziaria dei partner e delle istituzioni locali (27%); tutela e protezione dell’incolumità dei lavoratori espatriati (24%); attenzione alla tutela ambientale (23%); alti standard di sicurezza (22%).Come si possono dunque stimolare gli investimenti? Il 46% delle imprese sondate vorrebbe che venisse potenziata l’assistenza tecnica a loro favore nei Paesi esteri. Il 42% auspica la promozione di una buona governance in un contesto difficile. Il 34% punta poi il dito contro la corruzione mentre il 26% indica l’eliminazione delle distorsioni nel mercato. Due imprese su 10 (22%) desiderano un maggior sostegno delle autorità pubbliche dei Paesi partner alle imprese investitrici, mentre il 18%, infine, vorrebbe vedere attuate strategie di liberalizzazione del mercato dell’energia, integrazione dei mercati dei capitali e liberalizzazione degli scambi di merci e servizi.Come si possono infine tutelare gli investitori stranieri nelle controversie giuridiche nei paesi del Mediterraneo? Il 58% delle imprese indica la protezione dalla discriminazione commerciale e dal mancato rispettodegli accordi che i Paesi esteri mettono in atto a scapito delle aziende investitrici. Il 46% chiede che i Paesi partner incidano maggiormente sulle procedure di natura amministrativa. Il 43% auspica di favorire gli investitori nel poter avere accesso a un’efficiente tutela giurisdizionale a livello locale. Il 37% vorrebbe garanzie sulla trasparenza delle procedure.Il 26% vorrebbe poi adottare un codice di condotta per i componenti degli organi giurisdizionali locali. Il 17%, infine, ritiene che maggiori tutele possano derivare da un maggiore controllo statale sui componenti dei collegi giudicanti dei tribunali locali. (fonte: studio legale K&L Gates Milano in occasione del convegno “Doing Business in the Mediterranean Area – Challenges and Opportunities”)

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Gli effetti delle politiche populiste sugli investimenti

Posted by fidest press agency su venerdì, 30 settembre 2016

banca europeaUtilizzando l’indice Palma che misura la divergenza tra il 10% della popolazione che guadagna di più e il 40% della popolazione con il reddito più basso, abbiamo riscontrato una forte correlazione con i bilanci delle banche centrali che hanno stampato moneta. Più aumenta la quantità di moneta in circolazione più l’indice Palma della disuguaglianza tende a crescere. L’indice Palma è anche correlato ai voti dei partiti che approfittano di queste divergenze per proporre soluzioni restrittive sull’afflusso di persone e sui dazi doganali.La correlazione tra base monetaria in espansione e protezionismo è stata già verificata da decenni anche nell’America Latina.In Europa l’ascesa di questi partiti potrebbe elevare il tasso di incertezza e instabilità politica.
La quantità di moneta stampata potrebbe quindi avere un effetto distorsivo alle elezioni verso i partiti non-liberali o meglio “populisti” come definiti da autorevoli politologi.Uno scenario di questo genere potrebbe indurre il mercato a investire verso azioni difensive, inflation linked bonds, metalli preziosi e infrastrutture.Queste classi di attivo potrebbero beneficiare più di ogni altra del mix di politica monetaria espansiva e politica economica.Lo scenario dei primi 8 mesi del 2016 costituito da notevoli afflussi di oro negli ETC ed un debolissimo mercato azionario e obbligazionario ricorda molto lo scenario del 2008. Nonostante i prezzi allettanti credo sia importante tenersi lontano dai titoli finanziari, in particolare dalle banche europee.
Oro: Confermiamo un target price di 1510$ l’oncia a giudicare anche dal prezzo delle società aurifere che hanno multipli su quei livelli.
Petrolio: Rimane l’eccesso di offerta. Riteniamo che sia utile muoversi su un ampio range sul wti da 40$ a 50$ ‎al barile. Riteniamo che le riunioni di Vienna e Algeri dei paesi OPEC non convinceranno i paesi produttori a ridurre l’eccedente produzione di greggio. Al contrario l’Iran sembra intenzionato a continuare a produrre sopra le attese e stimiamo che il break even medio delle società americane che estraggono petrolio dalle rocce scisto sia sceso a 40$ al barile. (fonte: commento di Massimo Siano, Head of Southern Europe per ETF Securities)

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Piano europeo per gli investimenti esteri nell’ambito dell’agenda sulle migrazioni

Posted by fidest press agency su venerdì, 23 settembre 2016

BruxellesBruxelles. Il piano europeo per gli investimenti esteri era stato delineato nella Comunicazione della Commissione europea del 7 giugno 2016 “Stabilire un nuovo quadro di partenariato con i Paesi Terzi nell’ambito dell’Agenda europea sulle migrazioni”. Il Consiglio dei capi di Stato e di Governo del 28 giugno ha chiesto che fosse presentata, entro settembre, una “proposta ambiziosa” relativa a tale piano.Il 14 settembre la Commissione ha diffuso in merito due Comunicazioni. La prima definisce la proposta di “un nuovo Piano di Investimenti Esteri” indicandone la relativa articolazione e i relativi strumenti. La seconda propone un testo di Regolamento per il Fondo europeo per lo sviluppo sostenibile e l’istituzione della relativa Garanzia pubblica e del Fondo di Garanzia. Lo stesso giorno, nella relazione al Parlamento europeo sullo stato dell’Unione, il Presidente Juncker presenta la programmazione di tale Piano indirizzato all’Africa e al Mediterraneo/Medio Oriente.La CE ha mantenuto l’impegno affidatole, in coordinamento con l’Alto Rappresentante per gli affari esteri e le politiche di sicurezza. La delusione viene invece dal Consiglio europeo. La “Bratislava Roadmap”, firmata dai presidenti e primi ministri UE il 16 settembre scorso a Bratislava rinvia ogni esame del piano al prossimo Consiglio di dicembre. Un brutto segnale.
Le due Comunicazioni della CE continueranno comunque il loro iter e saranno valutate e perfezionate da istituzioni europee attente alle politiche comunitarie (diversamente dall’attuale Consiglio e dagli Stati membri frenati dai tanti contrapposti interessi nazionali): il Parlamento europeo (PE), il Comitato economico e sociale europeo (CESE), il Comitato delle regioni (CdR), la Banca europea degli investimenti (BEI).
LINK 2007 propone un’attenta analisi delle proposte europee in un documento di “osservazioni e proposte” diffuso il 19 settembre 2016.

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Economia: quando la verità è brutta solo…

Posted by fidest press agency su domenica, 28 agosto 2016

Palazzo chigi1“Forza Renzi al buio, io non lo dico. Se Renzi vuole solidarietà, in questo momento difficile per il Paese, se la deve meritare. E noi siamo disposti a dargliela a una sola condizione: venga in Parlamento a dire la verità”.Così Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati, in un’intervista a “Italia Oggi”.La verità “sull’economia italiana di questi tre anni, sugli errori tragici del suo Governo in politica economica, perché si sono bloccati gli investimenti, non si sono ridotte le tasse né tagliata la cattiva spesa pubblica, né si è diminuito il debito, anzi si è usato il deficit per comprare consenso elettorale, con i vari 80 euro, i bonus, fino ai 500 euro ai giovani. Né d’altra parte, si sono messe in sicurezza le scuole, come aveva promesso sin dal primo giorno. E dunque il premier venga a dire la verità su un Paese bloccato da due riforme, quella costituzionale e quella elettorale, inaccettabili, finalizzate solo al suo potere, per rimanere in sella per i prossimi 20 anni, col rischio, per la perversione della storia, di far vincere Beppe Grillo. Se vuole coesione, venga a dire la verità”.
Vabbé, un attimo dopo una simile confessione, dovrebbe dimettersi. “Esatto. Ma noi non siamo quelli del tanto peggio, tanto meglio, come fece la sinistra col terremoto de L’Aquila. Né, però, diciamo ‘forza Renzi, al buio’, lo ripeto. Credo che il silenzio del presidente Berlusconi non vada mai interpretato. In 20 anni di libera e leale collaborazione con lui, io non l’ho mai fatto. Sono abituato a pensare con la mia testa di dirigente politico, che non fa sconti a nessuno, senza retro-pensieri”, aggiunge Brunetta.

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Fisco, Tancredi (Ap): “Per crescita puntare su investimenti e incentivi a imprese”

Posted by fidest press agency su domenica, 21 agosto 2016

fisco2005a“Una leva fondamentale ed essenziale per la crescita del Paese sono gli investimenti, pubblici e privati. E questo sarà un altro punto sul quale ci batteremo nella nota di aggiornamento del Def e nella prossima legge di Bilancio. Dopo dieci anni di austerità e di spesa pubblica incontrollata, che va una volta per tutte riqualificata e tagliata la componente improduttiva, bisogna dunque insistere da un lato su interventi pubblici mirati e qualificati, soprattutto nel campo delle infrastrutture, e allo stesso tempo dobbiamo sostenere le imprese attraverso incentivi e un abbattimento della pressione fiscale che ne possano favorire gli investimenti. Forse ora come non mai la flessibilità richiesta in ambito europeo è più che giustificata e necessaria”. E’ quanto dichiara il capogruppo di Area popolare in commissione Bilancio alla Camera, Paolo Tancredi.
“La vitalità delle imprese è il metro per capire lo stato di salute di un Paese. Si tratta di un tassello fondamentale del mosaico che la coalizione di maggioranza sta realizzando in vista della legge di Bilancio, e che vede inoltre interventi per irrobustire la detassazione del salario produttivo e sgravi e incentivi per le famiglie. Riteniamo queste misure indispensabili – conclude Tancredi – nelle politiche economiche che si andranno a discutere nelle prossime settimane”.

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Da Pictet Asset Management: Aggiornamento sulla strategia di investimento Luglio 2016

Posted by fidest press agency su martedì, 19 luglio 2016

banca centrale europeaL’evento principale di questo mese è stato il referendum inglese del 23 giugno: la Gran Bretagna, a dispetto delle previsioni della vigilia, ha scelto di uscire dall’Unione Europea (Leave ha vinto con un 52%). La reazione immediata degli asset di rischio è stata fortemente negativa (Eurostoxx -10%, Sterlina -10%, rendimento Bund -0.15%). I titoli obbligazionari e l’oro hanno guadagnato. Tuttavia, è positivo notare il movimento privo di panico sui mercati soprattutto nella componente creditizia/spread BTP che si è allargato moderatamente (da 150 a 160bp dopo aver toccato 200bp in apertura). Il voto inglese evidenzia le fratture geografiche, anagrafiche e politiche UK e crea grande instabilità finanziaria, con la costituzione di un premio per il rischio destinato a durare a lungo.Non mancano le ripercussioni a livello europeo: dall’area Euro, è richiesto un veloce passo in avanti sui temi dell’Unione Bancaria. La settimana successiva al voto inglese è stata migliore del previsto con spread BTP e creditizi di nuovo su livelli pre-Brexit e S&P500 di nuovo vicino ai massimi. Più preoccupante invece il comparto azionario europeo (soprattutto banche italiane).
Lo scudo delle Banche Centrali ha permesso di reggere l’urto e lo stato di calma sui mercati potrebbe durare anche nelle prossime settimane, tuttavia è importante non sottostimare le conseguenze di lungo termine del voto. Difficilmente ci saranno sviluppi significativi fino alla fine dell’estate; le negoziazioni ufficiali (2 anni di tempo per gestire l’uscita dall’EU, una volta invocato l’art.50 della Trattato di Lisbona) inizieranno (forse?) una volta nominato il nuovo PM.Appare chiaro che le banche Centrali possono ormai avere solo un ruolo di garanzia al buon funzionamento della liquidità dei mercati, ma fatichino a fornire ulteriore stimolo. Le mosse della FED avranno un impatto decisivo sui mercati: le attese di mercato pre-referendum erano di un rialzo entro la fine del 2016, aspettative che sono drasticamente cambiate dopo il 24 giugno e che adesso vedono il mercato incorporare nessun rialzo fino al 2018. (a cura di Andrea Delitala, Head of Investment Advisory di Pictet Asset Management e di
Marco Piersimoni, Senior Portfolio Manager di Pictet Asset Management)

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Scontro treni: Investimenti sbilanciati

Posted by fidest press agency su venerdì, 15 luglio 2016

ferrovie“Troppi sono i treni che viaggiano su tratte monobinario la cui sicurezza è affidata a collegamenti telefonici. Il governo avrebbe dovuto assegnare le competenze sulla sicurezza dei viaggiatori nelle linee regionali all’Agenzia nazionale per la sicurezza ferroviaria, compresa la tratta pugliese interessata alla tragedia, la Conferenza Stato Regioni si era espressa positivamente chiedendo ovviamente la copertura dei costi previsti. Ma il governo ha fatto spallucce e non ha dato corso all’iter prendendosi una gigantesca responsabilità. Da troppi anni sono troppi gli investimenti sulla linea business: due ore per raggiungere Milano da Roma, due giorni per raggiungere la Puglia, la Basilicata, la Calabria, la Sicilia. Questo divario Nord-Sud dev’essere eliminato, così come deve essere cancellato il divario sociale tra viaggiatori facoltosi e pendolari. Che ci sia anche più confort per gli utenti business, ma l’efficienza e la sicurezza devono essere identiche per i ricchi come per i poveri, per i settentrionali come per i meridionali. Lo Stato deve finanziare l’ammodernamento delle infrastrutture del trasporto locale su ferro perché le Regioni non sono in grado di provvedervi e deve immediatamente trasferire i doveri di sicurezza all’agenzia nazionale. E questo è l’unico antidoto possibile alle tragedie”. È quanto ha dichiarato il capogruppo di Fratelli d’Italia-Alleanza nazionale Fabio Rampelli intervenendo in aula sull’informativa del ministro dei Trasporti Graziano Delrio.

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Cina: oltre 250 miliardi di dollari di investimenti nell’efficienza energetica

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 giugno 2016

shanghai-chinaNegli ultimi 5 anni la Cina ha investito oltre 250 miliardi di dollari nel settore dell’efficienza energetica, un settore dove l’Italia potrebbe avere un ruolo fondamentale. Ne è convinto l’ingegner Giovanni Campaniello, fondatore e amministratore unico di Avvenia (www.avvenia.com), che da anni ha fatto della white economy il suo marchio di fabbrica, rendendo la sua azienda e l’Italia un polo di eccellenza del risparmio energetico. Innovazione, riduzione dei consumi e gestione aziendale orientata alla sostenibilità ambientale: tutto questo è la white economy, quella che oggi più che mai sembra essere la chiave per lo sviluppo del business del futuro. Ed è proprio Avvenia che ora rimane l’unico dei grandi player a capitale privato ad essere al 100% italiano dopo che nei giorni scorsi un altro importante marchio nazionale della white economy è stato messo in portafoglio da un’azienda straniera.
La fila dei corteggiatori anche per Avvenia è stata lunga, ma l’impegno assunto dalla famiglia Campaniello a fare rimanere italiana l’azienda ha prevalso. «Non abbiamo intenzione di vendere a un concorrente. Vogliamo continuare a sviluppare progetti a medio e lungo termine e non siamo interessati a massimizzare i ricavi nel breve termine come fanno altri. Siamo nati come un’impresa di famiglia e intendiamo restare tale» spiega il dottor Francesco Campaniello, direttore generale di Avvenia, che per il prossimo quinquennio si prefigge di raddoppiare le dimensioni della società creata da suo padre Giovanni e di uscire maggiormente dai confini italiani, all’interno dei quali oggi si realizza oltre l’80% del fatturato.

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