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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 335

Posts Tagged ‘investimenti’

Vaccini, ricerca, cure e investimenti: l’Europa della salute

Posted by fidest press agency su giovedì, 19 novembre 2020

Venerdì 20 novembre, ore 9:50-12:30 All’evento, organizzato dall’Ufficio del Parlamento europeo in Italia in collaborazione con la Rappresentanza in Italia della Commissione europea e con il Corriere della Sera, si confronteranno rappresentanti delle istituzioni comunitarie e di quelle nazionali e locali con esponenti del mondo della ricerca, della sanità e dell’industria farmaceutica. Presenti, tra gli altri, il ministro della salute Speranza e la commissaria UE alla ricerca Gabriel. Negli ultimi mesi l’UE ha dimostrato nei fatti che la collaborazione tra Stati è fondamentale per affrontare la pandemia. Anche sul fronte sanitario e della ricerca medica per lo sviluppo di cure e vaccini, l’UE ha messo in campo ingenti risorse, attirando altri investimenti pubblici e privati a livello globale.L’approccio comune proposto per garantire vaccini e cure, integra gli sforzi di risposta globale. Per questo, l’Unione ha lanciato un appello ai Paesi ad alto reddito e a vari partner internazionali per mettere in comune le risorse necessarie a prenotare i vaccini dai produttori, anche per i paesi a basso reddito. Questo consente di accelerare lo sviluppo e la produzione di vaccini e cure sicure ed efficaci, massimizzando la possibilità di accesso. Finora, sono stati raccolti oltre 16 miliardi, di cui 6.5 dal bilancio dell’UE e dei suoi Stati membri.Il sostegno europeo fornito alle imprese per la sperimentazione clinica di cure e vaccini e l’ampliamento delle capacità di produzione apporterà benefici a tutta la popolazione mondiale e, consentirà di far ripartire l’attività economica e sociale a livello transfrontaliero. L’UE sarà sicura solo se anche il resto del mondo lo sarà.L’Unione europea anche reso disponibile una linea di credito speciale per la pandemia finanziata dal Meccanismo Europeo di Stabilità, che consente agli Stati membri di richiedere prestiti fino al 2% del proprio PIL a interessi molto vantaggiosi per spese sanitarie dirette o indirette.Nel quadro dei negoziati sul nuovo Quadro Finanziario Pluriennale e su Next Generation EU, il Parlamento europeo si è battuto per aumentare i fondi per la sanità e la ricerca e per rafforzare il ruolo dell’UE nella tutela della salute pubblica. Una battaglia che ha permesso di triplicare, da 1,7 a 5,1 miliardi di euro, la somma destinata alla creazione del nuovo programma EU4Health.Di questi temi discuteranno il vicepresidente del Parlamento europeo Fabio Massimo Castaldo (NI-M5S) e gli eurodeputati Antonio Tajani (PPE-FI), Brando Benifei (S&D-PD), Carlo Fidanza (ECR-FdI) e Francesca Donato (EFD-Lega) con la commissaria UE alla ricerca Marija Gabriel, il ministro della salute Roberto Speranza e i presidenti di Emilia Romagna, Stefano Bonaccini (tbc), e Umbria, Donatella Tesei. Parteciperanno, inoltre, scienziati, medici e rappresentanti dell’industria farmaceutica.

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“Columbia Threadneedle amplia l’offerta di investimenti responsabili”

Posted by fidest press agency su giovedì, 19 novembre 2020

Lo fa con il lancio dei fondi Emerging Markets ESG Equities e Pan European ESG Equities”. Columbia Threadneedle Investments, gruppo specializzato nell’attività di asset management leader a livello globale, ha ampliato la propria gamma di fondi con il lancio dei fondi Threadneedle (Lux) Emerging Market ESG Equities e Threadneedle (Lux) Pan European ESG Equities. Il lancio di questi nuovi fondi si inserisce all’interno di un percorso di ampliamento strategico dell’offerta di investimenti responsabili della società. Il fondo Threadneedle (Lux) Emerging Market ESG Equities è gestito da Young Kim, Gestore con una pluriennale esperienza nella gestione di portafogli. Avvalendosi del sistema proprietario di rating e ricerca di Columbia Threadneedle per gli investimenti responsabili, nonché dell’analisi fondamentale delle società, Young applicherà sistematicamente fattori ambientali, sociali e di governance per individuare opportunità di crescita e rischi significativi tra le società dei mercati emergenti. Young si concentrerà su imprese innovative di alto profilo qualitativo che, a suo avviso, sono in grado di offrire un’elevata redditività del capitale e una crescita sostenuta nel lungo periodo. Punterà inoltre a individuare società focalizzate sull’innovazione che possono acquisire vantaggi competitivi, conquistare quote di mercato e promuovere la crescita a lungo termine creando e adottando nuove idee, processi e tecnologie. Il secondo fondo, Threadneedle (Lux) Pan European ESG Equities, è frutto della conversione del Threadneedle (Lux) Pan European Equities. Questo fondo continuerà a essere gestito da Ann Steele e Dan Ison, che negli ultimi 18 mesi hanno rafforzato l’intensità dell’analisi ESG nel fondo. I gestori puntano a fornire crescita del capitale investendo in società con vantaggi competitivi sostenibili e solide prassi operative. I nuovi comparti ESG di Columbia Threadneedle si vanno ad aggiungere alla gamma di fondi orientati a risultati sostenibili, che comprendono le strategie UK Sustainable Equity e Global Sustainable Equity, Social Bond, European Sustainable Infrastructure e Carbon Neutral Real Estate.L’anno scorso Columbia Threadneedle ha lanciato un sistema proprietario di rating degli investimenti responsabili, che fornisce al team d’investimento globale un solido sistema di valutazione degli investimenti responsabili e una capacità di analisi ottimizzata su oltre 5.500 aziende di tutto il mondo. Basandosi su stewardship finanziaria e fattori ESG, i rating forniscono un unico segnale di investimento prospettico che consente di individuare e valutare rischi e opportunità potenzialmente significativi, in aggiunta a ciò che può essere colto con l’analisi convenzionale.

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Green Deal: indirizzare gli investimenti dell’Unione verso attività sostenibili

Posted by fidest press agency su lunedì, 16 novembre 2020

Investimenti pubblici e privati complementari per colmare il divario in termini di investimenti verdi. Venerdì, il Parlamento ha approvato le proprie proposte sul finanziamento della transizione verso le attività economiche sostenibili e neutre in termini di emissioni di carbonio.In una risoluzione non vincolante sul piano di investimenti per un’Europa sostenibile (SEIP) e per il finanziamento del Green Deal, i deputati hanno sottolineato che uno degli obiettivi del SEIP dovrebbe essere di garantire la transizione dalle attività economiche non sostenibili a quelle sostenibili. Ribadiscono che la transizione verde dovrebbe essere incentrata sulla riduzione delle disparità esistenti tra gli Stati membri, che si sono potenzialmente aggravate, e sulla promozione della competitività, e che dovrebbe generare posti di lavoro sostenibili e di qualità.Gli investimenti pubblici dovranno rispettare il principio del “non arrecare un danno significativo” che si applica agli obiettivi sia sociali che economici. Solo i programmi nazionali e regionali che presentano il maggior potenziale in termini di raggiungimento di questi obiettivi dovrebbero ricevere investimenti pubblici. A tal fine, i deputati pongono l’accento sull’importanza di indicatori di sostenibilità armonizzati e su un metodo per misurarne l’impatto. Se un investimento deve rispettare i criteri della transizione verde, occorre anche tenere conto di quanto stabilito dal regolamento in materia di tassonomia.I deputati accolgono con favore il fatto che il Piano dell’UE per la ripresa post COVID-19 e i successivi piani nazionali per la ripresa e la resilienza siano stati concepiti al fine di indirizzare l’UE sulla strada della neutralità climatica entro il 2050, come sancito dalla legge europea sul clima, compresi gli obiettivi intermedi per il 2030, e assicurare la transizione verso un’economia circolare e climaticamente neutra.Chiedono poi l’eliminazione graduale degli investimenti pubblici e privati in attività economiche inquinanti e dannose, nei casi in cui siano disponibili alternative economicamente praticabili. Nel contempo, i deputati rispettano il diritto degli Stati membri di scegliere il proprio mix energetico e sottolineano che la transizione verso la neutralità climatica deve preservare condizioni di parità per le imprese dell’UE e la loro competitività, in particolare in caso di concorrenza sleale da parte di paesi terzi.I deputati mettono in dubbio che il SEIP sia in grado di permettere la mobilitazione di mille miliardi di euro entro il 2030, viste le prospettive economiche negative a seguito della crisi del COVID-19 e chiedono di essere informati su come il nuovo bilancio a lungo termine dell’UE (QFP) possa contribuire al raggiungimento degli obiettivi del SEIP. Sono preoccupati per il fatto che al termine del prossimo periodo del QFP potrebbe presentarsi una carenza di investimenti verdi e chiedono dei piani per colmare tale carenza, tramite investimenti pubblici e privati.Infine, gli investimenti pubblici e privati devono completarsi a vicenda e il settore privato non dovrebbe essere escluso. I deputati accolgono con favore la decisione della Banca europea per gli investimenti di destinare il 50 % delle sue operazioni all’azione per il clima e alla sostenibilità ambientale a partire dal 2025. Suggeriscono l’utilizzo di un approccio dal basso verso l’alto e un’azione, da parte della BEI, per la promozione di un dialogo tra il settore pubblico e quello privato, nonché per il coordinamento con le varie parti interessate.

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Investimenti finanziari e diversificazione: indici, pregi e difetti

Posted by fidest press agency su sabato, 14 novembre 2020

Il modo indubbiamente più semplice ed efficiente per diversificare i portafogli finanziari è utilizzare gli ETF. Questi sono dei fondi comuni d’investimento che investono contemporaneamente in decine, più spesso centinaia e talvolta migliaia di titoli contemporaneamente. Con un singolo si sta acquistando un’ampia diversificazione di portafoglio. La scelta dei titoli che un ETF acquista non è discrezionale. Non c’è un gestore che decide, bensì degli algoritmi che replicano un indice di mercato dichiarato nel regolamento del fondo. In questo secondo articolo vogliamo scendere un po’ più in profondità sul concetto di indice poiché, come è facile intuire, è fondamentale se si sceglie di investire in ETF. Inizialmente gli indici rappresentavano tutte le aziende che venivano scambiate in un mercato finanziario o quelle che, all’interno di quel mercato, facevano più scambi. Anche oggi, i principali indici sono indici rappresentativi di un determinato mercato azionario. Ad esempio il famoso Nasdaq (che viene utilizzato come indicatore delle aziende tecnologiche, perché su quella borsa valori si quotano quasi esclusivamente le aziende tecnologiche) è un indice delle aziende che si scambiano nell’omonimo mercato azionario. Diverso è il caso del noto S&P500 che è un indice delle aziende a maggiore capitalizzazione quotate nei mercati USA. Le regole per l’ingresso e l’uscita dall’indice sono abbastanza complesse e talvolta discutibili. Serve allora un indice di riferimento che contiene azioni di aziende che operano in questo settore. Qui entrano in gioco le società che costruiscono gli indici. Quando un indice si fonda su una caratteristica oggettiva e relativamente indiscutibile (come una zona geografica, la negoziazione presso una borsa valori, la valuta di riferimento, la capitalizzazione di mercato, un macrosettore di appartenenza) allora le cose sono abbastanza semplici. Ma se aumentiamo la profondità, prendendo ad esempio in considerazione dei sotto-settori, diventa difficile stabilire se un’azienda può rientrarci o meno. Decidere quante aziende mettere in un indice microsettoriale è una decisione assolutamente arbitraria e dipende da come si definisce il fatto che un’azienda operi in un sottosettore. Prendiamo ad esempio le aziende che operano nel settore della “digitalizzazione”. Microsoft dovrebbe rientrarci? E le poste tedesche? Chi finisce dentro un indice è molto importante, ma altrettanto importante è decidere che peso percentuale dare a ciascuna azienda. Esistono sostanzialmente due criteri principali (più un terzo che si usa in genere negli indici microsettoriali) che si utilizzano. La cosa più semplice alla quale si può pensare, che spesso è la più sensata, è semplicemente fare la media. E’ ciò che venne fatto inizialmente con il famosissimo indice Dow Jones Industrial Average, creato nel 1869 dal mitico Charles Dow con lo scopo di avere una media delle variazioni dei prezzi delle azioni. Inizialmente questo indice era composto da 12 azioni.Con il tempo, a causa dell’uscita dall’indice di alcune azioni e l’ingresso di altre (oltre ad eventi come le fusioni o il frazionamento) non si è più potuto dividere semplicemente il prezzo totale dei 30 titoli che compongono l’indice per il numero di azioni, altrimenti si sarebbe persa la significatività storica dell’indice. E’ stato necessario quindi adeguare il divisore. Per molti anni successivi al debutto del primo indice azionario, il concetto che si è sempre seguito quando si costruivano indici era quello della media dei componenti dell’indice. La variazione del prezzo dell’indice rappresentava o la variazione del prezzo medio o la media delle variazioni. Veniamo adesso al secondo criterio di composizione degli indici, quello oggi più diffuso. Nell’ultimo quarto del secolo scorso, in America, ha iniziato a diffondersi il concetto di gestione dei fondi indicizzata, una cosa molto buona per chi ama la diversificazione. Significa che il gestore non ha il compito di fare meglio della media del mercato, ma quello di cogliere il rendimento di un’intera classe d’investimento (tutte le azioni di un certo mercato, tutte le obbligazioni di un certo tipo, ecc.). Una terza tipologia che si utilizza per dare un perso ai componenti di un indice è quella utilizzata spesso negli indici microsettoriali. Si tratta di una delle tanti perversioni recenti della finanza, in questo caso indotte dal grande successo degli ETF. Poi abbiamo un altro problema grande. Molte delle aziende selezionate investiranno nelle tecnologie dirompenti solo per una parte del fatturato, più o meno grande. Cosa facciamo in questi casi? Daremo lo stesso peso ad un’azienda che lavora solo su una delle tecnologie selezionate rispetto a quella che per la maggioranza del business sta in un settore tradizionale a cui ha affiancato anche una delle tecnologie selezionate? Si capisce presto che i problemi sono tanti. Quando investiamo su indici di mercato dobbiamo avere ben chiaro in testa che per prima cosa stiamo cercando di ridurre il più possibile le scelte da fare. Usare gli indici significa evitare di scegliere. L’importante è essere pienamente consapevoli che l’esistenza di un indice che ci da l’illusione che queste scelte siano facilmente accessibili a costi molto contenuti non significa affatto né che non ci sia bisogno di fare quelle scelte, né che quelle fatte per comporre l’indice siano “oggettive” (qualunque cosa significhi) o semplicemente sensate. Se abbiamo pochi spiccioli e non possiamo far altro, consapevoli di tutti i limiti, può aver senso usare un ETF microsettoriale. Se abbiamo portafogli finanziari abbastanza consistenti è molto più efficace usare pochissimi ETF per i macrosettori che compongono l’ossatura del portafoglio e – come vedremo nel prossimo articolo – un discreto numero di singoli titoli per le scelte che si discostano dagli indici che vanno scelti più generici possibile. Alessandro pedone, responsabile Aduc Tutela del Risparmio in abstract http://www.aduc.it

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“Pictet Asset Management consolida ulteriormente il proprio primato negli investimenti ESG”

Posted by fidest press agency su lunedì, 5 ottobre 2020

Pictet Asset Management, la divisione di asset management del Gruppo Pictet, conferma ancora una volta, il rating A+, il punteggio più alto ottenibile, nella valutazione dei Principi di Finanza Responsabile delle Nazioni Unite (UN PRI) 2020 nella categoria “Strategy & Governance”. A ulteriore conferma della centralità che i temi ESG ricoprono da sempre in Pictet Asset Management, con €5 miliardi di masse gestite in prodotti SRI (pari a circa il 15% del totale delle masse collocate), la Società è oggi la prima casa di gestione estera in Italia per investimenti socialmente responsabili, e seconda in termini assoluti. I Principles for Responsible Investment sono standard di eccellenza a livello internazionale lanciati dalle Nazioni Unite nel 2006 con l’intento di favorire la diffusione dell’investimento sostenibile e responsabile tra gli investitori istituzionali. Pictet Asset Management è stata una delle prime a sottoscrivere gli UN PRI nel 2007 e, in questi anni, si è sempre confermata fra le società di investimento più attive nel favorire un approccio sostenibile agli investimenti. UN PRI, ad oggi, sono adottati da più di 1200 firmatari tra investitori istituzionali, società di gestione del risparmio e fornitori di servizi. Il principale obiettivo è quello di far comprendere le implicazioni positive che comporta operare scelte di investimento che tengano conto dei fattori ambientali, sociali e di governance (Environmental, Social and Governance – ESG) e di favorire, a livello internazionale, l’introduzione di tali fattori nelle decisioni di investimento e di ownership.Per raggiungere risultati di questa portata, in un ambito relativamente recente come quello degli ESG nel settore degli investimenti, è imprescindibile un impegno costante. Pictet AM ha adottato già dal 2007 i Principi per l’Investimento Responsabile delle Nazioni Unite proprio con la convinzione che considerazioni di carattere ambientale, sociale e di governance siano fondamentali per prendere decisioni di investimento migliori nel lungo termine. Forti di un approccio olistico, oltre a integrare i fattori ESG all’interno di tutti i processi di investimento e di gestione del rischio, in Pictet AM è tangibile l’impegno nel collaborare attivamente con gli emittenti su delicate questioni legate ad ambiente, società e governance (engagement). Altra componente imprescindibile dell’approccio di investimento di Pictet AM è l’azionariato attivo, cioè l’esercizio proattivo del diritto di voto per le partecipazioni detenute (proxy voting), oltre a dare informativa in modo trasparente ai clienti su tali attività e a promuovere l’adozione di un approccio responsabile all’interno del settore del risparmio gestito.

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Acquisizioni di startup e investimenti di CVC

Posted by fidest press agency su domenica, 4 ottobre 2020

Superano i 25 miliardi di dollari, nel mondo, gli investimenti di Corporate Venture Capital effettuati tra il 2015 e il 2019 dalle imprese del settore Energy nel capitale di giovani aziende innovative ad alto contenuto tecnologico – oltre 17 miliardi solo da parte dei primi 15 gruppi automotive, che con 248 deal rappresentano il settore più attivo -, e sono addirittura quadruplicate le acquisizioni di startup, passata da 11 nel 2015 a 45 nel 2019, in particolare europee e statunitensi.Dati che testimoniano la centralità dell’innovazione nel settore dell’energia e che sono contenuti nella seconda edizione dell’Energy Innovation Report 2020, realizzato dall’Energy&Strategy Group della School of Management del Politecnico di Milano e presentato questa mattina. Uno studio che vuole indagare – anche grazie al contributo delle molte aziende partner della ricerca – come il mondo Energy stia affrontando la sfida del rinnovamento, oggi fondamentale per aziende chiamate ad anticipare i trend tecnologici, a sviluppare nuovi modelli di business e a creare collaborazioni con player innovativi per integrare rapidamente le proprie competenze, unica via per restare efficienti e competitive. Purtroppo, in questo panorama l’Italia non brilla: solo 18 delle 600 startup Energy censite sono italiane (contro le 56 della Germania) e faticano a crescere a causa della difficoltà ad accedere ai capitali necessari a sviluppare e commercializzare le loro innovazioni. Le nostre startup sono nettamente più piccole rispetto alle altre europee e alle statunitensi, poiché devono fare maggiore leva su finanziamenti legati a progetti di ricerca pilota italiani o europei, o sull’equity crowdfunding. La minore disponibilità di investitori di venture capital nostrani si traduce non solo in ridotte capacità finanziarie, ma anche nella difficoltà a reperire competenze manageriali e asset complementari, come catene di distribuzione già strutturate per lanciare prodotti all’estero.Gli investimenti di Corporate Venture Capital – L’Energy Innovation Report 2020 affronta per primo il tema degli investimenti di Corporate Venture Capital (CVC), un fenomeno in forte diffusione che rappresenta una leva strategica sempre più adottata da imprese mature per accedere a nuove idee, tecnologie e competenze altrimenti difficili da sviluppare internamente, secondo il modello dell’Open Innovation. Vengono considerati tre tipi di imprese, dal 2015 al 2019: 23 utility europee, statunitensi e israeliane attive nel settore della generazione, trasmissione, distribuzione e vendita di energia elettrica, per un totale di 166 investimenti di CVC; 23 fornitori di tecnologia per la filiera dell’energia (242 investimenti CVC) e i primi 15 gruppi automotive al mondo per fatturato, che hanno effettuato 248 investimenti CVC su 189 imprese target.Con 6 miliardi di dollari investiti in 192 startup innovative troviamo poi i fornitori di tecnologia, che però, a differenza dei gruppi automotive, hanno interessi molto diversificati: negli ambiti strettamente Energy investono soprattutto nella mobilità elettrica e nelle applicazioni digitali dell’energia, ossia lo Smart Grid e lo Smart Building, mentre nel “non Energy” si concentrano su Smart Manufacturing e ICT e Cybersecurity, in particolare per lo sviluppo di hardware e software. Le utility, invece, hanno effettuato investimenti per 2,2 miliardi di dollari nei confronti di 148 target: a livello di volume finanziato, l’ambito di maggiore interesse è lo Smart Mobility (663 milioni di dollari investiti in 17 startup), mentre Smart Building, Energy-Altro e Renewable Energy rimangono costanti nel numero di deal. Al contrario, Energy Storage e Smart Grid hanno ricevuto investimenti altalenanti, nonostante la loro centralità per la trasformazione sostenibile e digitale del sistema elettrico. Sono state analizzate 600 startup attive nel mondo Energy, di cui il 55,5% in Europa, il 41,3% negli Stati Uniti e il 3,2% in Israele. L’Italia, con 18 startup, è al livello di Israele, Spagna, Svizzera e Belgio, ma ha numeri nettamente inferiori rispetto a Germania (56 startup), Regno Unito (49) e Francia (47). Dal punto di vista degli ambiti, vi è una forte preponderanza delle startup attive nella Smart Mobility (204, 34% del campione), anche se in flessione nel 2019, seguite da quelle di Renewable Energy (88, 15% del campione) ed Energy Storage (78, 13% del campione). Scarsamente rilevanti risultano invece le categorie Smart Grid (23 startup), Smart Building (22) ed Energy Efficiency/Facility Management (28), ambito tuttavia significativo nel contesto italiano. Tra il 2010 e il 2019 è stato riscontrato un trend di crescita del numero di pubblicazioni scientifiche relative all’energia pari al 15,8% (CAGR), in tutti gli ambiti. Cumulando il numero di articoli scientifici, i primi tre ambiti in cifra assoluta sono Renewable Energy-Solare (che invece ha il trend in flessione), Renewable Energy-Biomasse ed Energy Storage, che da soli comprendono circa il 75% degli articoli complessivi pubblicati. L’Energy Storage ha un CAGR piuttosto alto (28,7%), da cui si evince che il tema è destinato ad essere sempre più centrale per gli istituti di ricerca universitari o industriali in tutto il mondo, a causa della versatilità del suo utilizzo finale e delle tecnologie emergenti ad esso legate.(fonte: Federico Frattini, vicedirettore dell’Energy&Strategy Group della School of Management del Politecnico di Milano)

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CDP Venture Capital Sgr: Investimenti

Posted by fidest press agency su mercoledì, 30 settembre 2020

CDP Venture Capital Sgr – Fondo Nazionale Innovazione investe 3,5 milioni di euro nella società BrandOn Group, marketplace expert enabler, attraverso il Fondo Italia Venture I – già azionista al 9,1% dal 2018 con 1 milione di euro investimento – e il Fondo Italia Venture II. Il round, che ammonta a circa 5 milioni di euro, vede CDP Venture Capital Sgr quale lead investor, in coinvestimento con Primomiglio e Vulcano, già azionisti della società.Le finalità dell’operazione sono di facilitare lo sviluppo della società, anche attraverso nuove acquisizioni, e rafforzare il suo posizionamento come uno dei principali partner tecnologici per le vendite online nel mercato europeo, con l’obiettivo di supportare il sostegno, in questo momento di emergenza Covid-19, alle PMI italiane che desiderano sviluppare le vendite attraverso i canali digitali e marketplace internazionali. Il nuovo round di raccolta servirà anche a potenziare la struttura organizzativa della sede di Napoli della società.BrandOn Group, fondata da Paola Marzario nel 2012 e con sede a Milano e Napoli, è oggi la società digitale che vende sui principali marketplace internazionali i prodotti e i brand di gruppi italiani ed europei.“La multicanalità e la digitalizzazione sono prerogative che l’emergenza COVID-19 ha reso ancora più urgenti e fondamentali per le imprese del nostro Paese” – commenta Enrico Resmini, Amministratore Delegato e Direttore Generale di CDP Venture Capital Sgr – Fondo Nazionale Innovazione – “L’operazione mira ad accelerare lo sviluppo dei processi di internazionalizzazione delle aziende italiane, attraverso le competenze e le tecnologie messe in campo da BrandOn Group come partner per la gestione delle vendite online attraverso i canali digitali”.BrandOn Group ha fatturato 21 milioni di euro nel 2019, in crescita del 130% sul 2018, e ha raggiunto un EBITDA di circa un milione di euro e un utile netto per la prima volta positivo.Nonostante il Covid, la Società ha saputo cogliere le opportunità di crescita del canale digitale, raggiungendo nel I semestre del 2020 un fatturato di 15 milioni, in crescita dell’85% rispetto al I semestre dell’anno precedente. Le referenze offerte da BrandOn Group sono oltre un milione rispetto alle 370 mila del 2018, per un totale di 1,2 milioni di prodotti venduti nel 2019, su oltre 50 piattaforme di e-commerce, in 35 Paesi, sia nell’Ue che nell’Europa dell’Est, oltre che in Medio Oriente.

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Investimenti real estate in Italia pari a 3,5 miliardi di euro nel primo semestre 2020

Posted by fidest press agency su lunedì, 21 settembre 2020

La pandemia di COVID-19 e le conseguenti misure di lockdown varate per il suo contenimento hanno inevitabilmente segnato anche l’andamento degli investimenti nel settore immobiliare in Italia nel corso del primo semestre del 2020. Secondo i dati elaborati da Duff & Phelps, infatti, il loro valore ha raggiunto i 3,5 miliardi di euro, registrando una significativa contrazione (del -32%) rispetto allo stesso periodo del 2019, quando avevano raggiunto i 5,1 miliardi di euro. In questo scenario, spicca il ruolo di Milano quale “città calamita” degli investimenti real estate nel nostro Paese: nel primo semestre 2020, infatti, il capoluogo lombardo ha raggiunto gli 1,8 miliardi di euro, confermando di fatto l’ammontare dello stesso periodo del 2019.Osservando le diverse asset class si nota come gli impatti siano stati piuttosto differenziati: il comparto uffici ha raccolto più della metà (il 53%) del totale degli investimenti nei primi sei mesi dell’anno, mostrando quindi una sostanziale tenuta, in vista di una fase in cui gli effetti dell’adozione su larga scala dello smart working porteranno a ripensare in modo profondo spazi e organizzazione dei luoghi di lavoro. Una buona performance viene evidenziata anche dalla logistica, spinta dalla significativa crescita dell’e-commerce nel periodo di lockdown, che raggiunge il 16% del valore complessivo degli investimenti. Le flessioni maggiori si evidenziano nei settori maggiormente colpiti dalle misure restrittive, che faticano a trovare spunti di ripresa, come quelli del retail, con una quota del 14% e dell’hospitality, che non va oltre il 12% del totale.Analizzando la provenienza geografica degli investitori, lo studio Duff & Phelps mostra che, nel comparto office, del valore complessivo di 1,8 miliardi di euro nel primo semestre 2020, la parte del leone (il 67%) la fanno quelli domestici, seguiti a distanza dai tedeschi, con una quota del 15% e dagli statunitensi, che rappresentano il 12% del totale. Soffermandosi sul settore logistico, gli investitori italiani e inglesi, entrambi con una quota del 30%, si spartiscono la maggioranza degli investimenti, che raggiungono i 545 milioni di euro, seguiti dagli statunitensi con il 15%. Infine, i 421 milioni di euro del segmento hospitality arrivano per il 61% dall’Austria, seguita dagli investitori italiani con il 18% e da statunitensi e svizzeri, entrambi con il 9%.Una comparazione a livello europeo, infine, evidenzia che, fra i maggiori Paesi, solo la Germania ha fatto registrare un aumento degli investimenti immobiliari nel primo semestre dell’anno, con un progresso del +16% rispetto al 2019. Nelle altre nazioni, le contrazioni vanno dal -10% e -15% rispettivamente di Francia e Regno Unito al -33% della Spagna. Nel valutare questi dati occorre anche tenere presente che nei vari Paesi europei la curva epidemiologica ha raggiunto picchi in periodi temporali differenti, e comunque con un ritardo rispetto all’Italia.I dati elaborati da Duff & Phelps sono stati inoltre lo spunto per avviare il dibattito della discussion online “Italy Re-valuations”, all’interno dell’e-Europe GRI 2020, moderata da Paola Ricciardi, Country Managing Director di Duff & Phelps REAG in Italia, durante la quale alcuni dei principali esponenti del settore immobiliare italiano e estero hanno espresso il loro punto di vista riguardo le previsioni sul mercato immobiliare nel nostro Paese in termini di investimenti, format e di repricing.

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Pictet Asset Management: al via un calcolatore per misurare l’impatto ambientale degli investimenti

Posted by fidest press agency su domenica, 20 settembre 2020

Pictet Asset Management, la divisione di asset management del Gruppo Pictet, ha ideato un calcolatore online per permettere agli investitori di quantificare l’impatto dei propri investimenti attuali o futuri, prendendo a riferimento il comparto Pictet-Global Environmental Opportunities, una strategia globale di investimento che mira a conseguire la crescita del capitale investendo in società attive lungo l’intera catena del valore ambientale. Pictet AM, da sempre pioniere nell’ambito degli investimenti responsabili, si colloca al terzo posto tra gli asset manager attivi in Italia in termini di patrimonio SRI in gestione.
Il calcolatore fa parte di un Advisor Toolkit che offre ai consulenti finanziari svariati strumenti, disponibili online, in grado di supportarli nel confronto con clienti attuali e potenziali; lo strumento è accessibile anche ai singoli investitori che potranno così misurare efficacemente l’impatto ambientale positivo derivante da scelte di investimento più sostenibili e consapevoli.
In particolare, grazie al calcolatore l’investitore potrà verificare direttamente l’impatto in termini di acqua risparmiata (equivalente al consumo medio giornaliero), kg di materiale riciclato (l’equivalente in bottiglie di plastica PET), minori emissioni di CO2 (l’equivalente in viaggi in business class Londra-New York), rifiuti riciclati (in termini di numero di persone che producono rifiuti quotidianamente), energia rinnovabile prodotta (l’equivalente in km percorsi con un veicolo elettrico) e minor uso di fertilizzanti riversati nei laghi e negli oceani (in termini di m3 di acqua dell’oceano non inquinata). Oltre al calcolatore, tra i materiali sviluppati nell’Advisor Toolkit di Pictet AM, ci sono anche un quiz tematico sulle conoscenze ambientali che mette in evidenza come, oltre alla mera emergenza climatica, stiamo oggi affrontando anche altre sfide ambientali fondamentali. Infine, un Listicle e un modulo “e-learning” che introduce e spiega a 360 gradi il concetto di investimento ambientale responsabile.

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Pictet Asset Management: al via un calcolatore per misurare l’impatto ambientale degli investimenti

Posted by fidest press agency su sabato, 19 settembre 2020

Pictet Asset Management, la divisione di asset management del Gruppo Pictet, ha ideato un calcolatore online (calcolatore online) per permettere agli investitori di quantificare l’impatto dei propri investimenti attuali o futuri, prendendo a riferimento il comparto Pictet-Global Environmental Opportunities, una strategia globale di investimento che mira a conseguire la crescita del capitale investendo in società attive lungo l’intera catena del valore ambientale. Pictet AM, da sempre pioniere nell’ambito degli investimenti responsabili, si colloca al terzo posto tra gli asset manager attivi in Italia in termini di patrimonio SRI in gestione.
Il calcolatore fa parte di un Advisor Toolkit che offre ai consulenti finanziari svariati strumenti, disponibili online, in grado di supportarli nel confronto con clienti attuali e potenziali; lo strumento è accessibile anche ai singoli investitori che potranno così misurare efficacemente l’impatto ambientale positivo derivante da scelte di investimento più sostenibili e consapevoli.
In particolare, grazie al calcolatore l’investitore potrà verificare direttamente l’impatto in termini di acqua risparmiata (equivalente al consumo medio giornaliero), kg di materiale riciclato (l’equivalente in bottiglie di plastica PET), minori emissioni di CO2 (l’equivalente in viaggi in business class Londra-New York), rifiuti riciclati (in termini di numero di persone che producono rifiuti quotidianamente), energia rinnovabile prodotta (l’equivalente in km percorsi con un veicolo elettrico) e minor uso di fertilizzanti riversati nei laghi e negli oceani (in termini di m3 di acqua dell’oceano non inquinata). Oltre al calcolatore, tra i materiali sviluppati nell’Advisor Toolkit di Pictet AM, ci sono anche un quiz tematico sulle conoscenze ambientali che mette in evidenza come, oltre alla mera emergenza climatica, stiamo oggi affrontando anche altre sfide ambientali fondamentali. Infine, un Listicle e un modulo “e-learning” che introduce e spiega a 360 gradi il concetto di investimento ambientale responsabile.Il comparto Pictet-Global Environmental Opportunities investe nell’universo delle società operanti nell’ambito della sostenibilità ambientale, un mercato del valore complessivo di 2,5 trilioni di dollari USA a livello globale, con ritmi dicrescita costanti del 6-7% anno. Su 40mila aziende a livello globale, 3.500 operano nello “spazio operativo sicuro” relativamente ai confini ambientali del modello dei Limiti Planetari sviluppato dallo Stockholm Resilience Centre. Il modello individua i limiti entro cui dovrebbero svolgersi le attività umane attraverso nove indici, relativi alle emissioni di CO2, l’acidificazione degli oceani, l’inquinamento chimico, i cambiamenti nell’uso del suolo, l’esaurimento delle riserve di acqua dolce e la biodiversità, tenendo conto dell’impronta ambientale per milione di fatturato generata dalle aziende durante l’intero ciclo di vita dei loro prodotti e servizi.Seguendo questi criteri, solo 400 aziende riescono a far parte dell’universo di investimento del fondo, poiché il loro impatto ambientale rientra nei limiti definiti o le cui attività contribuiscono alla risoluzione di queste sfide, operando nel campo del controllo dell’inquinamento, dell’efficientamento energetico, dell’approvvigionamento idrico, della gestione dei rifiuti e del riciclaggio, dell’agricoltura e della silvicoltura sostenibili e dell’economia dematerializzata. Il comparto Pictet Global Environmental Opportunities ha ottenuto numerosi riconoscimenti negli ultimi anni come best in class nel campo degli investimenti sostenibili generando un rendimento dal lancio dell’8,71% su base annua (classe R-EUR, dati al 08 Settembre 2020). Ad oggi, ha registrato performance superiori rispetto all’indice globale dall’inizio dell’anno. 

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Fondi pensioni e investimenti in infrastrutture

Posted by fidest press agency su lunedì, 14 settembre 2020

“Occorre convogliare il risparmio previdenziale verso investimenti nell’economia produttiva nazionale e in particolare verso le infrastrutture, volano mancato di crescita causa il deficit di investimenti pubblici e privati, come ha sottolineato al Forum The European House – Ambrosetti il ministro Patuanelli. L’iniziativa Assofondipensione-CDP, che comprende anche un fondo di investimenti in infrastrutture, va in questa direzione. Ma proprio per il supporto che sono in grado di fornire alla crescita del Paese questi investimenti vanno incentivati con strumenti fiscali e normativi, un tema che stiamo affrontando direttamente con il MEF. Ulteriori approfondimenti con il ministero sono in programma a breve.” Lo ha affermato Maggi, presidente di Assofondipensione: l’Associazione che riunisce i fondi negoziali italiani con un patrimonio di circa 56 mld di euro.

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Ripartire da investimenti e occupazione

Posted by fidest press agency su martedì, 18 agosto 2020

Per rilanciare l’economia è necessario uscire quanto prima dalla logica dell’emergenza e studiare un piano di investimenti in grado di creare nuovi posti di lavoro e iniettare nuovo carburante nel sistema produttivo. Alla luce della crisi coronavirus, è naturale che il dibattito si sia finora concentrato sulle misure di salvataggio. Tuttavia, noi di Soggetto Giuridico crediamo che sarebbe un grave errore rinunciare a progettare una rinascita che affondi le sue radici nel vero motore dell’economia: gli investimenti che sostengono la produzione e il consumo, generando un circolo virtuoso che può rimettere l’economia italiana in condizione di camminare da sola. C’è molta enfasi sulle nuove risorse del Recovery Fund, ma sulla loro modalità di utilizzo abbiamo al momento poche certezze. Al Governo spetta il compito di individuare gli impieghi più produttivi e di non farsi tentare da misure di tipo assistenzialistico, mirate esclusivamente a raccogliere consenso.Ora più che mai le imprese hanno bisogno di incentivi e agevolazioni fiscali, mentre chi è in cerca di lavoro deve essere messo nelle condizioni di avere una prospettiva che vada oltre il reddito di cittadinanza. Occorre infine fare molta attenzione alle condizionalità che l’Europa potrebbe imporre al nostro Paese in cambio delle risorse stanziate, affinché in nome dell’austerità non si finisca per compromettere l’obiettivo della piena occupazione.

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Gli italiani risparmiano ma non investono

Posted by fidest press agency su martedì, 21 luglio 2020

Aumenta la diffidenza verso le istituzioni che dovrebbero tutelare i risparmi: le famiglie italiane preferiscono la liquidità e i piccoli investimenti in progetti eco-sostenibili. Cala così l’interesse per i titoli considerati più tradizionali. A metterlo in evidenza è il GreenVestingForum, il forum della finanza alternativa green promosso dalla piattaforma di investimenti ambientali sostenibili Ener2Crowd.com.I nostri connazionali non vogliono più investire in maniera tradizionale: a ricorrere ai Bpt Futura —ad esempio— non sono stati i piccoli risparmiatori come si è voluto far credere Da un’analisi dei dati delle aste realizzata da Ener2Crowd.com si evince che la taglia media di ordine è stata pari ad oltre 36 mila euro.«In un Paese dove lo stipendio medio netto mensile dei 18 milioni di lavoratori dipendenti —il 57% della forza lavoro impiegata in Italia— è pari a 1.600 euro ricondotti su 12 mensilità, ci vorrebbero circa 114 mesi, quasi 10 anni, per disporre di una tale cifra» osservano gli analisti di Ener2Crowd.Eppure l’86% degli italiani riesce a mettere qualcosa da parte ogni mese, rispetto ad una media europea pari al 75%. A sottolinearlo è proprio Ener2Crowd.com, la startup italiana che sta rivoluzionando gli investimenti nella sostenibilità ambientale ed energetica.Insomma i nostri connazionali tornano ad accumulare e risparmiano più di prima. Su un campione di mille uomini e mille donne di età compresa tra i 18 ed i 64 anni distribuiti lungo tutto lo Stivale ed intervistati da Ener2Crowd, la propensione al risparmio è risultata essere pari al 12% del reddito.«È la percentuale più alta d’Europa» commentano gli analisti di Ener2Crowd. Ma il 64% degli intervistati si mostra insoddisfatto dai classici investimenti proposti dalle banche o dagli intermediari finanziari, sfiduciati dai crac del passato e scontenti dai tassi di interesse ormai irrisori.E il BTP Futura? Una “fregatura” che aumenterà il divario fra ricchi e poveri in questo Paese, fra rentiers e risparmiatori.
I Btp Futura prevedono certo un meccanismo di «premio fedeltà», ma è indicizzato al pil e non all’andamento dell’inflazione: una vera e propria «lotteria Italia» con un meccanismo che è ancora più pericoloso se lo si legge nell’ottica del suo possibile rendimento e della «trappola di liquidità» che esso rappresenta.Il GreenVestingForum evidenzia inoltre come il tasso di rendimento medio nei 10 anni del Btp Futura sia pari a circa l’1,29%. Ma se l’inflazione si attesta oggi a livelli bassissimi, 0,6% nel 2019 e 0,1% nel 2020, nell’ultimo decennio è stata pari all’1,5% ed in quello precedente al 2%. E l’obiettivo dichiarato dell’Unione Europea in quanto a crescita dei prezzi nell’area Euro è proprio del +2%. I Btp Futura in concreto non proteggono gli investitori nemmeno dall’inflazione «obiettivo» e rischiano di vincolare capitali per alimentare l’economia in altri modi per 10 anni.È questo il giudizio del forum della finanza alternativa green promosso da Ener2Crowd.com, piattaforma nata nel 2018 con lo scopo di finanziare progetti di produzione di energia sostenibile che ha già avviato progetti per un investimento complessivo di oltre mezzo milione di euro che hanno consentito di eliminare 4.500 tonnellate di CO2 dall’atmosfera. «La stessa cifra di 5,7 miliardi di euro del totale obiettivo —reinvestita nei 10 anni tramite gli strumenti di finanza alternativa come quelli di Ener2Crowd direttamente su progetti green ad alto impatto sociale ed ambientale— avrebbe potuto produrre 2,3 miliardi di euro di rendimenti per gli investitori ed un gettito di 600 milioni di euro per le casse dello Stato. Senza considerare ovviamente le tasse pagate da chi i progetti li realizza e ne condivide i benefici, almeno altrettanti» puntualizza Niccolò Sovico, ceo, ideatore e co-fondatore di Ener2Crowd, scelto da Forbes come uno dei 30 talenti globali under-30 di quest’anno, sottolineando il suo ruolo di ispiratore e modello di nuovi talenti ed idee per il futuro dell’Italia.La differenza sarebbe stata sostanziale anche nell’accesso all’opportunità: l’«energy crowdfunding» —o GreenVesting— permette a tutti di aderire a partire da piccole quote, anche con soli 200 euro, i quali —impegnati mensilmente come in un piano di accumulo— possono dare davvero un nuovo significato al risparmio degli italiani: più ricchezza e più felicità per chiunque creda nella possibilità di costruire un futuro sostenibile.

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Investimenti: “In prospettiva”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 24 giugno 2020

A cura di Alessandro Aspesi, Country Head Italia di Columbia Threadneedle Investments. 10% – Mentre leggete le prossime pagine, tenete a mente questa cifra. Questo è il rendimento medio annuo approssimativo dell’S&P 500 Index, l’indicatore standard della performance dei mercati azionari negli Stati Uniti, dalla sua data di lancio nel 1926.1 La parola chiave qui è “medio”: in questi 94 anni si sono registrati molti alti e bassi pronunciati. È anche la dimostrazione della potenza, della coerenza e della resilienza del mercato azionario; questo tasso è così elevato che i rendimenti a lungo termine delle azioni hanno ampiamente superato quelli delle altre principali classi di attivi, come le obbligazioni e le materie prime.2 Per gli investitori che si sono impegnati a rimanere investiti a lungo, i benefici sono stati consistenti.L’andamento positivo dei titoli azionari nel tempo crea un quadro generale molto interessante. Un’osservazione più attenta, tuttavia, fa emergere alcuni particolari spiacevoli. A partire dal lancio, l’S&P 500 ha registrato 11 flessioni pari o superiori al 20% rispetto a un massimo storico, fenomeno considerato generalmente indicativo di un mercato ribassista. Ognuna di queste flessioni è scaturita da un insieme specifico di circostanze, e le successive riprese hanno avuto durate molto variabili.In primo luogo, che riusciamo ad affrontarli sempre meglio. All’indomani di ogni evento, i principali operatori di mercato e le autorità di regolamentazione hanno promosso riforme riguardanti la struttura del mercato, l’attività di negoziazione e le regole d’investimento.La seconda cosa che abbiamo imparato è che i mercati hanno sempre recuperato terreno. La volatilità (in entrambe le direzioni) è stata assorbita nel trend al rialzo di lungo periodo. Gli investitori che sono rimasti investiti hanno accusato il colpo, ma ne hanno anche tratto beneficio nel lungo termine.L’attuale contrazione è stata causata in ultima analisi dall’impatto globale del Covid-19 sulle normali operazioni delle imprese, sui governi e sul sistema finanziario. Si tratta di un fenomeno di natura strutturale, dovuto a stravolgimenti economici fondamentali che hanno eroso il valore di mercato e la fiducia degli investitori. La gravità e la durata del ribasso dei mercati sono ancora da determinare, ma il successo nell’affrontare la causa dell’attuale flessione – la diffusione in atto di una pandemia globale – sarà, a nostro avviso, il fattore che ci metterà sulla strada della ripresa. Se la si guarda in questo modo, la situazione appare relativamente semplice. Abbiamo un solo drago da uccidere, il nuovo coronavirus, per quanto si tratti di un nemico mai visto e formidabile.
È importante notare che nell’attuale contesto potremmo osservare una variazione rispetto a queste tendenze. Determinati titoli sanitari, che storicamente hanno sottoperformato, potrebbero evidenziare un andamento molto più sostenuto data la domanda di test, diagnostica, strumenti e prodotti. Si è registrata inoltre un’esplosione dei consumi online per generi alimentari, istruzione e articoli generici. Quella che per molti è nata come una necessità potrebbe diventare la norma, e sarà importante per gli investitori riconoscere questi cambiamenti.Oggi potrebbe sembrare inimmaginabile, ma dopo lo scoppio della bolla delle dot-com gli investitori si sono tenuti alla larga dal settore tecnologico per anni, memori del duro colpo inferto da questi titoli al loro portafoglio. Tuttavia, per gli investitori a lungo termine, cedere all’urgenza di evitare determinati settori può essere un errore strategico, sia dal punto di vista della diversificazione, sia per le possibili opportunità mancate di aggiungere validi investimenti a lungo termine a un portafoglio a fronte di valutazioni interessanti. Queste opportunità mancate sono state evidenti nei periodi successivi ai minimi di mercato del 1987, 2002 e 2009. Per illustrare questo punto, riportiamo l’andamento nei 12 mesi successivi al minimo dei tre settori che hanno registrato le peggiori performance durante le tre fasi di ribasso, paragonandolo a quello dell’S&P 500. In ciascun caso, il rendimento equiponderato dei tre settori più “trascurati” ha superato quello del mercato più ampio.
L’esperienza e il buon senso ci dicono che in una fuga verso la sicurezza a scapito dalle azioni si tende a privilegiare la liquidità e le obbligazioni di alta qualità. Tuttavia, nella prima fase dell’attuale crisi, le obbligazioni di alta qualità (investment grade) hanno evidenziato performance sorprendentemente deludenti, al punto che alcuni dei settori più difensivi hanno registrato risultati altrettanto negativi di quelli delle obbligazioni high yield di scarsa qualità. Ciò è stato determinato dalla carenza di liquidità nel mercato e dai timori riguardo alla qualità creditizia sottostante.Inoltre, i cali delle quotazioni e i disinvestimenti dai titoli di alta qualità rilevati all’inizio della crisi attuale differiscono da quanto riscontrato durante le precedenti fasi di ribasso dei mercati.
La performance storica media delle obbligazioni high yield nel grafico sottostante mostra un andamento simile a quello delle azioni sia nelle fasi di ribasso che in quelle di ripresa. Per gli investitori che non temono un aumento del rischio di default, il mantenimento di un’allocazione strategica in obbligazioni high yield di qualità inferiore durante un mercato ribassista può rivelarsi vantaggioso anche nel corso della successiva ripresa.Alcuni investitori sono tentati di privilegiare la liquidità finché non diminuisce l’incertezza, ma chi non rimane investito non può partecipare a un futuro rimbalzo dei mercati, che può essere molto brusco e repentino. Negli otto anni successivi alla crisi finanziaria globale, la liquidità ha reso meno dello 0,25% su base annua. Una classe di attivi sicura, liquida… e la peggiore in termini di performance.
Ognuno degli 11 mercati ribassisti del passato ha lasciato un segno indelebile sull’economia e sulla psiche degli investitori, e quest’ultimo episodio non sarà da meno. Può essere difficile immaginare come potrebbe configurarsi la ripresa, soprattutto durante i mesi probabilmente più difficili che ci attendono. I rendimenti passati non sono una garanzia di risultati futuri, ma se i mercati si attengono ad alcune norme consolidate, la fase ribassista numero 12 passerà, gli insegnamenti appresi andranno a sommarsi ai dati delle prime 11, e l’anno 95 sarà aggiunto alla media dell’S&P 500 Index.Non c’è dubbio che i listini potrebbero impiegare anni per riportarsi sui massimi precedenti dai minimi di un mercato ribassista, specialmente in presenza di una recessione. Anche così, è improbabile che ritorneremo allo stesso mondo che esisteva prima di quest’ultimo shock. È molto plausibile che, una volta attuato il contenimento del nuovo coronavirus, assisteremo a cambiamenti strutturali e ad un’accelerazione di trend che erano già in atto. I settori della salute e dell’energia erano già avviati verso una trasformazione fondamentale, e la loro performance nei prossimi mesi potrebbe apparire molto diversa da quella delle passate riprese.
Per rispondere a questi impatti e prosperare durante il ribasso e la ripresa sarà necessaria un’intensa ricerca, sia a livello macro che aziendale, per determinare quali potrebbero essere questi cambiamenti strutturali duraturi e la nostra possibile risposta ad essi. E mentre ci riorganizziamo e definiamo la strategia da seguire in futuro, dobbiamo restare agili e al contempo vigili, adottando come sempre la nostra visione positiva a lungo termine dei mercati e delle opportunità che continueranno a fornire agli investitori impegnati. ( abstract)

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“Rapporto 2019 sugli investimenti internazionali in Francia”

Posted by fidest press agency su lunedì, 15 giugno 2020

E’ stato pubblicato il 2 giugno scorso dall’agenzia nazionale Business France, analizza su base annua le dinamiche degli investimenti esteri in Francia. L’ultima edizione evidenzia la dinamicità degli investimenti esteri in Francia e colloca la Francia al 1° posto in Europa per gli investimenti esteri nelle attività industriali e di R&S. Nel 2019, la Francia ha attratto 1.468 nuove decisioni di investimento estero, con una crescita dell’11% rispetto al 2018 (1.323 decisioni). In media, sono 28 le decisioni di investimento registrate ogni settimana in Francia contro le 25 nel 2018; i posti di lavoro creati o mantenuti grazie a questi investimenti hanno registrato una progressione del 30%: 39.542 posti di lavoro nel 2019 rispetto ai 30.302 rilevati nel 2018. Questa dinamica positiva degli investimenti evolve in un contesto di fiducia del mercato. Secondo il barometro Business-France-Kantar, l’87% dei quadri dirigenti stranieri valuta la Francia come “attrattiva per gli investimenti esteri”. Gli investimenti esteri in Francia nel 2019 provengono da 58 Paesi diversi con una predominanza dei progetti generati dai Paesi europei (64% del totale). Nell’ordine si collocano: 1-Stati Uniti (16,2% dei progetti totali), 2- Germania (15,5%), 3- Regno Unito (12%) e 4- Italia (8%) Alcuni punti di notevole interesse emersi da quest’ultimo bilancio degli investimenti internazionali: Nel 2019, il 52% dei progetti registrati ha riguardato un nuovo insediamento in Francia (+3% rispetto al 2018). Il restante ha riguardato invece estensioni e acquisizioni. Gli investimenti con funzioni di produzione industriale e di R&S/ingegneria registrano la maggior crescita e contribuiscono rispettivamente al 26% (+19%) e all’11% (+22%) dei progetti investimenti internazionali in Francia. Tra i settori più dinamici oggetto degli investimenti: software e servizi informatici (21%), ingegneria e consulenza (10%), servizi finanziari (9%), filiera automobilistica (6%), trasporti e stoccaggio (5%), meccanica (5%), chimica e plasturgia (5%). Il 2019 ha visto concretizzarsi decisioni collegate alla Brexit a favore della Francia e in particolare della piazza finanziaria di Parigi. Un importante presenza italiana in Francia. Oltre 1.700 aziende francesi sono a capitale italiano e impiegano circa 63.000 persone su tutto il territorio nazionale. Il report di Business France sottolinea la dinamicità degli investitori italiani in Francia con una progressione del 26% del numero di nuovi progetti di investimento nel 2019 (118 nel 2019 / 94 nel 2018). Tali progetti di investimento consentiranno di creare o mantenere quasi 2.200 posti di lavoro (il 50% in più rispetto all’anno precedente) entro il 2021. La Francia si conferma come primo Paese di destinazione dei progetti d’investimento italiani avviati in Europa (43% dei progetti italiani – erano il 37% nel 2018), seguita dalla Spagna (9%) e dalla Germania (8%).

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Investimenti italiani in Francia

Posted by fidest press agency su lunedì, 15 giugno 2020

Nel 2019, i progetti di investimento italiani in Francia sono stati avviati su quasi tutto il territorio francese (12 regioni su 13). Due regioni accolgono quasi il 50% dei progetti di investimento : la regione Ile-de-France, con il 32% dei progetti, e Auvergne Rhône-Alpes (14%). Seguono poi le regioni Pays de la Loire (11%), Hauts-de-France (8%) e Région Sud (6%).
Origine geografica. Nel 2019, i progetti di investimento italiani in Francia provengono principalmente da: 31% dalla Lombardia, 20% Emilia-Romagna, 15% Veneto, 14% Piemonte, 7,5 % Friuli-Venezia-Giulia.
Natura e tipologie di investimento. Nel 2019, i nuovi insediamenti rappresentano circa il 26% dei progetti italiani avviati in Francia. Notiamo che il 53% dei progetti italiani riguarda l’ampliamento di attività già esistenti in Francia. Questa tendenza può essere interpretata come un segnale di fiducia nei confronti del mercato francese. Le acquisizioni di aziende francesi da parte di società italiane, rappresentano invece il 21% dei progetti totali.
Le imprese italiane hanno investito prevalentemente nella creazione e l’ampliamento di centri decisionali (26% dei progetti) e nelle attività di produzione (25% dei progetti). Tale risultato conferma la presenza storica delle industrie tradizionali italiane sul territorio francese. Da sottolineare anche il forte aumento nell’attività di Ricerca & Sviluppo, Ingegneria e Design, sinonimo di investimenti ad alto valore aggiunto, che ha raddoppiato nel 2019 (17% dei progetti italiani) rispetto al 2018. Seguono poi i punti vendita (11%), la logistica (8%), i servizi alle imprese (7%) e i servizi ai privati (6%).
Dall’Italia proviene il 13% degli investimenti esteri realizzati in R&S in Francia, collocandosi al secondo posto a livello mondiale, dopo gli Stati Uniti (27%) e davanti alla Germania (10%).
Ripartizione settoriale degli investimenti. Nel 2019, le società italiane hanno investito prevalentemente nei settori tessile e moda (13% dei progetti, 16% dei posti di lavoro), energia (10% dei progetti, 17% dei posti di lavoro), software e servizi informatici (10% dei progetti, 5% dei posti di lavoro) e nel settore meccanica e metalmeccanica (8% dei progetti, 6% dei posti di lavoro). Nei settori tessile e moda ed energia, le aziende italiane sono all’origine di circa un quinto del totale dei progetti esteri avviati in Francia.
L’Ambasciatore di Francia in Italia, Christian Masset, ha sottolineato gli eccezionali risultati degli investimenti italiani realizzati in Francia nel 2019, testimonianza degli stretti legami economici che esistono fra i nostri Paesi “l’aumento del 26% in un anno del numero dei progetti di investimento italiani è una performance che dimostra da un lato, la capacità della Francia di accogliere investimenti stranieri e dall’altro, ribadisce il dinamismo degli imprenditori italiani e la loro notevole propensione all’internazionalizzazione. Tali risultati ci ricordano anche quanto le economie italiana e francese siano interdipendenti e complementari. Questi sono aspetti fondamentali sui quali sono certo che la crisi del Covid-19 avrà un effetto solo momentaneo, fiducioso in un prossimo ritorno alla crescita per le imprese e le economie dei nostri Paesi ” ha concluso l’Ambasciatore.

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“Lo shock da coronavirus impatta anche sulla propensione agli investimenti”

Posted by fidest press agency su sabato, 30 maggio 2020

Sono tante le riflessioni che la crisi da Coronavirus ha portato nelle case degli italiani, e non solo. Una delle maggiori fonti di preoccupazione, alla luce della stagnazione economica, è quella che attanaglia i risparmiatori che sono stati portati dal lockdown a ripensare alla propria pianificazione finanziaria. Ma c’è un lato positivo: sembra aumentare la consapevolezza degli italiani della necessità di affidarsi a dei professionisti per una corretta pianificazione, tanto che il 42% degli italiani con investimenti ha dichiarato che darà maggior valore e spazio alla consulenza finanziaria. È quanto emerge da un sondaggio condotto da Columbia Threadneedle Investments, uno dei principali gruppi di risparmio gestito a livello globale, su un campione rappresentativo di italiani.
L’incertezza non è sicuramente una buona consigliera. Ragionare o addirittura pentirsi delle proprie scelte in fatto di investimenti è però lecito, ma non bisogna dimenticare che, durante mercati azionari in ribasso come ora, non è mai il momento migliore per disinvestire. L’investimento dovrebbe sempre essere visto come un obiettivo di lungo termine. Come hanno dimostrato le crisi precedenti, infatti, gli shock a breve termine portano ad un rimbalzo successivo. Tuttavia, a oggi, un investitore italiano su sei dichiara di sentirsi più propenso a vendere le proprie quote di investimento alla luce della volatilità attuale, dato suffragato dal fatto che il 16% degli investitori italiani ha utilizzato o si aspetta di utilizzare il ritorno della vendita degli investimenti per sostenersi finanziariamente nei prossimi mesi. Se ciò diventasse realtà, queste azioni sarebbero realmente dannose per il risparmiatore portandolo a cristallizzare perdite certe e a perdere importanti occasioni di guadagno che si otterrebbero in futuro rimanendo investiti.Quasi due terzi (65%) degli italiani si sono pentiti delle decisioni di pianificazione finanziaria fatte prima che la crisi colpisse. I più giovani sono più propensi a rivedere le precedenti decisioni, ben il 78% tra i 25-34 anni. Neppure gli over 65 sono immuni al pentimento, con un 48% che ritiene che avrebbe potuto agire diversamente. La speranza è che i più giovani abbiano tutto il tempo per correggere le proprie azioni nei prossimi anni. È logico, quindi, pensare che questa crisi possa essere colta anche come un’ottima occasione per ripensare a un approccio più efficace dei propri investimenti.Ma quali sono i rammarichi più condivisi? Un italiano su tre (31%) ritiene di non avere un piano finanziario adeguato, mentre circa uno su nove (11%) di avere un orizzonte temporale troppo di breve termine. Un aspetto positivo è che molti sembrano aver imparato dai propri errori: il 40% degli investitori italiani vuole investire con maggiore diversificazione in futuro, il 42% darà maggior valore e spazio alla consulenza finanziaria, il 51% sta identificando nuove opportunità di investimento. Il 44% è, però, diventato più avverso al rischio. Questo 44% è la parte di popolazione che la crisi ha reso più incline a privilegiare maggiormente la liquidità. Un segnale di allarme che, da una parte, deve far pensare, in un Paese come il nostro in cui oltre 1.600 miliardi di euro sono già fermi nei conti correnti (fonte ABI) e, dall’altra, può stimolare il risparmiatore ad affidarsi a dei professionisti per ottimizzare l’allocazione di portafoglio. Ad oggi, però, solo il 13% degli investitori italiani si è già approcciato o intende confrontarsi a breve con un consulente professionale e il 17% è ancora restio a pagare per una consulenza professionale.
Come spesso accade nel mondo degli investimenti, l’incertezza e l’imprevedibilità possono causare danni importanti. Sette italiani su dieci (70%) ritengono che questa crisi avrà un impatto duraturo sulla propria situazione patrimoniale. Stessa percezione anche per coloro che detengono investimenti finanziari (65%). È la fascia d’età compresa tra i 25 e i 64 anni che sente di trovarsi più a rischio, forse un riflesso delle scarse aspettative sulle opportunità economiche nel prossimo decennio. Infatti, indipendentemente dalle misure di sostegno dei governi che sono state messe in atto, una percentuale significativa di persone si aspetta che la crisi da Covid-19 abbia un impatto negativo a lungo termine sui propri livelli di reddito (43%), sulla performance degli investimenti (31%), sulle prospettive di carriera (30%) e sugli obiettivi finanziari (33%), come ad esempio, i piani pensionistici. Per la fascia d’età over 55 – quella più vicina al pensionamento – la paura degli impatti negativi a lungo termine è minore. Con la relativa stabilità maturata negli anni e la natura costante del loro reddito (ad es. la pensione statale o entrate frutto di eventuali rendite) questo gruppo si trova ad affrontare meno incertezze.

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Le società estero-vestite e gli “investimenti fantasma”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 27 maggio 2020

By Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista. Gli investimenti diretti esteri (FDI l’acronimo in inglese) possono avere un ruolo molto importante per lo sviluppo economico, per l’aumento della produttività e dell’occupazione e per l’integrazione internazionale. Perciò, tutti i Paesi sono interessati ad attrarli. Vari centri studi, tra cui quelli dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico e del Fondo monetario internazionale, ritengono che ammontino a oltre 40.000 miliardi di dollari. Però, di questi, almeno 15.000 miliardi, pari a quasi il 40% del totale, sarebbero “investimenti fantasma”, registrati in alcuni Paesi noti come dei paradisi fiscali, allo scopo, soprattutto, di evitare di pagare le tasse o per pagarne il meno possibile.
La situazione, anche in questo campo, invece di essere stata sottoposta a controlli e a restrizioni, è peggiorata dopo la Grande Crisi del 2008, quando la percentuale era del 30%.Altri studi, tra cui uno dell’università olandese di Amsterdam, confermano che, oltre ai citati investimenti diretti esteri, anche il 40% dei profitti delle stesse multinazionali finisce nei paradisi fiscali. Ciò avviene nonostante che dal 1985 al 2018 il “global corporate tax rate”, la media mondiale della tassazione sui profitti delle imprese, sia scesa dal 49 al 24%. Nel 2015 il profitto globale delle multinazionali, cioè quel profitto realizzato nei Paesi dove hanno le loro attività produttive tranne quello dove la “compagnia madre” è registrata, è stato di 1.700 miliardi di dollari. Si calcola che di questi il 36%, circa 600 miliardi, sia stato “dirottato” nei paradisi fiscali.Si possono definire “investimenti fantasma” perché sono trasferimenti, oltre i vari confini, fatti da imprese che fanno parte dello stesso gruppo internazionale, passando attraverso dei “contenitori” vuoti localizzati nei paradisi fiscali. Questi contenitori sono dei “veicoli” che non sono coinvolti in alcuna attività reale. Servono soltanto per i giochi fiscali.E’ sorprendente che la metà degli “investimenti fantasma” transiti in due Paesi dell’Unione europea, Olanda e Lussemburgo, ben noti paradisi fiscali! Cosa sicuramente scandalosa e inaccettabile, ancora di più adesso che l’Europa si trova in grave emergenza economica per gli effetti della pandemia Covid-19. Se a loro si aggiungessero Hong Kong, le Virgin Islands britanniche, Bermuda, Singapore, le isole Cayman, la Svizzera, l’Irlanda e Mauritius, questo gruppo di dieci Paesi sarebbe responsabile per l’85% degli “investimenti fantasma”.Nel piccolo Lussemburgo, per esempio, arrivano investimenti esteri pari a 4.000 miliardi di dollari, tanto quanti gli Stati Uniti e più di quelli della Cina. Naturalmente per attrarre così tanti investimenti “virtuali” i paradisi fiscali e i centri off-shore offrono un livello di tassazione molto basso, molto più basso dei Paesi dove sono realizzate le attività reali. Offrono, inoltre, una serie di altri “servizi”, quali l’anonimato, la scarsa trasparenza e un sistema giuridico a dir poco compiacente. Offerte molto apprezzate da chi vuole evadere o eludere la tassazione ed evitare controlli più stringenti sulle proprie attività.Negli anni ottanta l’Irlanda aveva una tassa sui redditi d’impresa del 50%. Oggi è del 12,5%. La legge irlandese si presta anche a “soluzioni fiscali creative”. Si pensi all’operazione chiamata “doppia birra irlandese con un panino olandese”, che prevede il trasferimento dei profitti di multinazionali registrate in Irlanda e in Olanda verso le isole Cayman. In questo modo sembra che le corporation in questione arrivino addirittura a pagare zero tasse, o quasi. Inoltre, in Irlanda il rapporto profitto/salari è pari all’800%, poiché le imprese straniere registrate nel Paese possono dire di avere dei profitti altissimi in rapporto ai pochi lavoratori dipendenti in loco. Si noti che in Gran Bretagna, per esempio, tale rapporto è del 26%, che di per sé è già alto. Spesso economisti e analisti male informati o “interessati” portano l’Irlanda, per la sua bassa tassazione e la sua crescita del Pil, come esempio di gestione virtuosa. Ma dimenticano di dire che gli alti ricavi derivano soprattutto dagli investimenti esteri che arrivano nel Paese proprio per la bassa tassazione. E’ stato calcolato che, se tutti i Paesi del mondo applicassero la stessa tassa sui redditi delle imprese, le “fughe” verso i paradisi fiscali quasi scomparirebbero. Ciò produrrebbe un aumento delle entrate fiscali del 15% nei Paesi dell’Unione europea e del 10% negli Usa e una loro diminuzione del 60% nei paradisi fiscali. Queste problematiche sono emerse prepotentemente anche in Italia in seguito alla richiesta di credito avanzata al governo dalla Fiat per ben 6,3 miliardi di euro. FCA, com’è noto, opera in Italia ma ha la sede legale in Olanda e quella fiscale in Gran Bretagna. In Europa la concorrenza relativa alla tassazione dei profitti delle multinazionali ha assunto aspetti intollerabili. Si pensi soltanto che ben 6 Paesi, Irlanda, Lussemburgo, Belgio, Olanda, Malta e Cipro, che hanno fatto parte del gruppo originario dell’Unione prima della sua estensione all’Est Europa, sono considerati paradisi fiscali! Una seria riforma fiscale a livello europeo, che valga per tutti i 27 Paesi dell’Unione, non è più rinviabile. E’ necessaria, urgente e decisiva per l’effettiva realizzazione dell’Europa unita e federale.

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23a edizione dell’ITForum

Posted by fidest press agency su domenica, 17 maggio 2020

Si chiama ITForum Online Week l’edizione 2020 (15-19 giugno) della più importante manifestazione italiana dedicata a investimenti e trading e sarà organizzata completamente online da BFC Media grazie a VES – Virtual Event Solution, l’innovativa soluzione creata dall’agenzia di comunicazione Starchestnut.Davanti all’impossibilità di organizzare un evento fisico, a causa dell’emergenza Coronavirus e al conseguente temporaneo lockdown degli eventi fieristici tradizionali, Forbes Italia ha deciso di raddoppiare le occasioni di didattica e networking. La manifestazione fisica, in programma a Rimini il 17 e 18 Giugno 2020, viene posticipata al 17 e 18 Giugno 2021 (sempre a Rimini) e nasce così ITForum Online Week, un evento che si svolgerà in diretta dal 15 al 19 Giugno 2020 dalle 9.00 alle 18.30 e porterà ITForum su smartphone, tablet, pc e tv di tutti gli utenti.Tutto questo grazie VES – Virtual Event Solution, il pacchetto di soluzioni per la digitalizzazione degli eventi sviluppato da Starchestnut, che unisce il know-how creativo e progettuale d’agenzia nella gestione di grandi eventi alla capacità di gestire e produrre soluzioni tecnologiche innovative. Per ITForum Online Week, che si svolgerà nell’arco di cinque giorni, Starchestnut ha sviluppato strategia, regia e piattaforma tecnologica, e creato un team dedicato (dalla Regia alla segreteria organizzativa) per la gestione “chiavi in mano” della grande sala virtuale in cui si alterneranno workshop e round table con i migliori trader nazionali e internazionali, esperti di investimenti e personalità di spicco dei settori economia e finanza. Sono previsti oltre 30 workshop formativi in diretta streaming e TV (BFC Video in onda 24 ore su 24 sulla piattaforma OTT di bfcvideo.com e sul satellite, ai canali 511 di SKY e 61 di TivùSat). Il pubblico potrà interagire con domande, polls e sondaggi live. Starchestnut ha inoltre creato stand virtuali per le società partner che avranno un loro spazio all’interno della hall ITForum per fornire informazioni, materiali didattici e chattare in diretta con gli user.

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Microsoft annuncia un piano di investimenti da 1,5 miliardi di dollari

Posted by fidest press agency su martedì, 12 maggio 2020

Microsoft Corp. presenta oggi un piano quinquennale di investimenti per l’Italia del valore di 1,5 miliardi di dollari, confermando il proprio impegno a supportare l’innovazione e la crescita del Paese, annunciando anche l’intento di avviare la prima Regione Data Center di Microsoft in Italia, a Milano. Capitalizzando ed estendendo il progetto di ecosistema “Ambizione Italia“ lanciato nel 2018, il nuovo piano di investimenti “Ambizione Italia #DigitalRestart” creerà nuove opportunità per far crescere persone e organizzazioni e supportare lo sviluppo economico. Microsoft permetterà alle aziende di accedere a servizi Cloud locali, grazie anche alla rinnovata partnership con Poste Italiane, offrirà programmi di formazione digitale e supporto allo smart working, aiuterà le imprese nella fase di ripartenza offrendo loro l’accesso ai laboratori “AI Hub” e a programmi appositamente pensati per le PMI. Sosterrà inoltre il Paese lanciando una Alleanza per la Sostenibilità per creare un ecosistema di open innovation sui temi green.L’annuncio di oggi conferma l’impegno di Microsoft in Italia, con più di 35 anni di storia nel Paese e una rete di oltre 10.000 partner e 350.000 professionisti. Il piano segna un importante passo verso la distribuzione dei servizi cloud di livello enterprise su scala globale, per un totale di 61 Regioni annunciate, con Microsoft Azure disponibile in oltre 140 Paesi. “L’Italia si conferma ancora una volta un polo favorevole all’attrazione di investimenti, di innovazione e sviluppo. L’annuncio del progetto Digital Restart di Microsoft, con un investimento di 1,4 miliardi di euro per la creazione di un importante data center in Italia, è un’ulteriore spinta alla trasformazione digitale del nostro Paese. Il progetto di Microsoft coglie le sfide dell’innovazione digitale e dello sviluppo “verde”, obiettivi prioritari della nostra azione di rilancio dell’economia del Paese. In queste settimane le imprese e le pubbliche amministrazioni hanno fatto un ricorso massiccio allo smart-working, riuscendo anche ad accelerarne la diffusione. Il piano di Microsoft, con servizi cloud e programmi digitali per lo smart-working dedicati alle piccole e medie imprese, potrà senz’altro aiutare l’Italia a procedere ancora più rapidamente in questa direzione. Di assoluto rilievo è anche la nuova Sustainability Alliance che Microsoft intende stipulare sul territorio. Essa contribuirà a sostenere il Green New Deal nazionale, favorendo lo sviluppo di un ecosistema dell’innovazione sostenibile”, ha commentato Giuseppe Conte, Presidente del Consiglio dei Ministri.
“Dobbiamo indirizzare il Paese verso la trasformazione digitale e tecnologica attraverso tre sfide, che riguardano la digitalizzazione, l’innovazione e lo sviluppo etico e sostenibile”, è il commento del Ministro per l’Innovazione Tecnologica e la Digitalizzazione Paola Pisano. “Le tecnologie legate all’Intelligenza Artificiale sono una vera e propria rivoluzione che abbiamo a portata di mano e su cui, come Paese, non solo non dobbiamo restare indietro, ma abbiamo il dovere di investire e giocare un ruolo da protagonisti. Significa progettare, sviluppare e sperimentare soluzioni di Intelligenza Artificiale, applicarle ai procedimenti amministrativi e ai processi produttivi, per poterne valutare l’impatto e le ricadute”.La partnership strategica con Poste Italiane e la nuova Regione Data Center in Italia. Per supportare ulteriormente l’adozione delle tecnologie Cloud, Poste Italiane e Microsoft rinnovano la propria partnership per promuovere l’innovazione tra sviluppatori, startup, grandi aziende e pubblica amministrazione. Le due aziende lanceranno un piano congiunto per sviluppare una nuova serie di servizi cloud per soddisfare le esigenze digitali emergenti delle aziende italiane e del settore pubblico, tra cui un progetto di digital skilling per i dipendenti stessi di Poste Italiane e un’iniziativa congiunta per la formazione nel Paese. Facendo leva sulle tecnologie Microsoft, Poste Italiane accelererà inoltre il processo di trasformazione digitale a supporto della propria crescita sostenibile.

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