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Crisi del settore energetico. Nuovo rischio sistemico?

Posted by fidest press agency su lunedì, 18 Maggio 2015

energiaUno degli effetti dei Quantitative easing delle banche centrali è stato quello di provocare un certa volatilità sui prezzi delle commodity. Il solo annuncio del Qe europeo da parte della Bce, come è noto, in quel periodo determinò variazioni quotidiane fino al 9% del prezzo del petrolio. In passato molta nuova liquidità ha generato l’aumento della produzione energetica, soprattutto di petrolio e di gas, anche con l’accensione di nuovi debiti. Molti analisti, anche la Bri, consapevoli e preoccupati delle eventuali conseguenze sistemiche sul settore e sull’intera economia e finanzia mondiali, pur sorvolando sulle ragioni profonde di geopolitica, si stanno interrogando sulle altre ragioni dell’anomalo quanto rilevante crollo del prezzo del petrolio.
Oggi il debito totale del settore del petrolio e del gas è di circa 2,5 trilioni di dollari. Rispetto ai livelli del 2006 è cresciuto due volte e mezzo. Attualmente sono in circolazione obbligazioni legate al settore per 1,4 trilioni di dollari. Dal 2006 vi è stato un aumento annuo del 15%. Il debito residuo è con le banche. Negli Usa i debiti del settore energetico sono cresciuti a ritmi più alti di quelli degli altri settori industriali. Essi rappresentano il 15% dei principali indici di debito, sia investment grade (ritenuto affidabile dagli investitori istituzionali) che ad alto rendimento, mentre erano il 10% soltanto 5 anni prima. Recentemente le compagnie petrolifere americane hanno preso a prestito “alla grande” tanto che incidono per il 40% sul totale dei nuovi prestiti sindacati, quelli erogati da un consorzio di banche, e delle nuove obbligazioni in circolazione. La maggior parte di questi crediti è andata alle imprese minori, quelle impegnate nell’esplorazione e nella produzione del gas da scisti bituminosi. Infatti, mentre per le cosiddette “seven sisters” il rapporto debiti/attività è rimasto costante, per le altre è quasi raddoppiato. Come è noto, il prezzo del petrolio è anche il riflesso del valore degli attivi sottostanti che reggono le montagne di debiti. Perciò il suo recente calo sta causando difficoltà finanziarie al settore. Se si cercasse di rispondere con l’aumento della produzione, il prezzo inevitabilmente tenderebbe a scendere ulteriormente. Il che manterrebbe lo squilibrio tra domanda e offerta. I bassi prezzi del petrolio ovviamente tendono a ridurre il profitto, aumentano il rischio di default e generano costi finanziari più alti per le compagnie. Contemporaneamente si riducono i flussi di cassa relativi alla produzione con meno liquidità per far fronte al pagamento degli interessi sul debito.
Il settore energetico ha un comportamento non dissimile dalla dinamica di un asset market (mercato di attività) che riflette non soltanto i cambiamenti attesi nei valori economici fondamentali, ma anche quelli legati alle situazioni finanziarie che alla fine determinano le decisioni delle imprese. Il settore immobiliare è l’esempio più eclatante, non solo negli Usa. Quando le attività sottostanti di un settore altamente indebitato scendono di valore, lo “stress” provocato dal calo dei prezzi induce a vendere una quantità maggiore degli asset su cui si basano i debiti. Di fronte alle crescenti difficoltà finanziarie, il settore energetico può essere anche indotto a diminuire le spese di investimento, che in gran parte finora sono state finanziate attraverso il debito. Negli Usa molte imprese hanno annunciato tagli fino al 50% delle spese in conto capitale. Quelle altamente indebitate potrebbero essere costrette a vendere attività e impianti o piuttosto a spingersi sui pericolosi mercati dei derivati nella speranza di garantirsi contro le oscillazioni del prezzo. Sono quindi molti gli effetti che il drastico calo dei prezzi del petrolio e del gas hanno provocato. A seguito del calo di valore delle attività da portare a garanzia, ora le banche americane tendono a ridurre i crediti a breve per le imprese petrolifere di minori dimensioni, in particolare quelle impegnate nell’estrazione del gas da scisti. Questa è una delle ragioni per cui anche gli investitori di lungo periodo sono meno attratti da questo settore in difficoltà.
In altre parole, come in passato, la crisi del settore energetico riverbera sull’intera economia i suoi effetti destabilizzanti e aumenta il rischio di conseguenze sistemiche sulla finanza globale. (Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e PaoloRaimondi economista)

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Private equity: crescono gli investimenti in Italia

Posted by fidest press agency su martedì, 14 aprile 2009

In controtendenza rispetto a quanto avviene nel mondo, il 2008 è stato un anno di grande sviluppo per il private equity in Italia  I fondi (private equity e venture capital) hanno investito oltre 5,4 miliardi di euro, + 30 per cento rispetto al 2007 ed è aumentato anche il numero di operazioni (372) + 23 per cento rispetto all’anno precedente. L’attività di raccolta è invece diminuita di un quarto, penalizzata soprattutto dalla scarsa liquidità di cui dispongono attualmente gli investitori istituzionali. Alcune caratteristiche proprie del sistema economico italiano, gli hanno infatti permesso di contrastare la crisi: la maggior parte del mercato è da sempre composta dalle transazioni di aziende medio-piccole, ed è proprio il mercato delle PMI che sta sopportando meglio questo momento di così difficile  Il cosiddetto “credit crunch” ha costretto gli imprenditori ad aprirsi verso strumenti finanziari alternativi, anche quando questi comportano l’ingresso di nuovi soci nell’azienda.A trainare la crescita del private equity è il Centro Nord. All’interno della macroarea, spicca l’Emilia Romagna, seconda regione, dopo la Lombardia, per numero di operazioni effettuate (46) e terza per ammontare investito (ci precede anche il Lazio). Nello scorso anno i fondi di private equity hanno incanalato nelle imprese emiliano romagnole quasi 1,3 miliardi di euro. Nel quadro generale, il 2008 ha visto una sensibile riduzione del peso degli operatori internazionali nell’attività di raccolta, ma, per contro, sono aumentate le sottoscrizioni provenienti da gruppi industriali (23 per cento) e investitori individuali (22 per cento) che nel 2008 sono risultati i le due principali fonti di capitali  Il mercato ha registrato, mediamente, un incremento nell’ammontare del capitale investito per singola operazione, passando da 7 a 9 milioni di euro, al netto delle grandi operazioni * Ad investire sono stati principalmente fondi pan-europei e Sgr, seguiti a distanza da banche e altri operatori nazionali * Per quanto riguarda i settori, le operazioni di private equity, sia in termini di numero, sia in termini di valore, si sono rivolte maggiormente ai prodotti e servizi per l’industria, seguiti dalle attività di media & entertainment * Sono soprattutto le PMI, con un numero di dipendenti inferiore a 250 unità e con un fatturato inferiore a 50 milioni, sulle quali il private equity si concentra maggiormente, con il 71% di operazioni all’attivo. L’orientamento dei fondi verso le PMI si spinge verso un nuovo modello di private equity, nel quale le operazioni si baseranno sempre meno sulla leva finanziaria e molto di più sul lavoro dei gestori dei fondi all’interno delle imprese in cui di è investito, per favorirne la crescita dimensionale e il loro livello d’internazionalizzazione e per renderle più efficienti ed innovative * In molti casi i fondi entreranno nel capitale delle aziende insieme ed in partnership con imprenditori industriali, che porteranno competenze specifiche e nuove professionalità. Gli operatori del settore si dicono fiduciosi nelle opportunità che il 2009 presenterà in termini di operazioni di sviluppo e ristrutturazione delle imprese, anche perché, come dimostrano alcune analisi empiriche, a differenza di molti altri segmenti di mercato finanziario, le migliori performance di strumenti anticiclici come i Fondi di private equity, sono riconducibili alle iniziative nate nei periodi di recessione, come quello che stiamo attualmente vivendo. (Vittorio Anelli e Francesca Furlotti, Luseis da J Buon Giorno Impresa)

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