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Probiotici, dall’equilibrio intestinale benefici su ipercolesterolemia

Posted by fidest press agency su giovedì, 28 dicembre 2017

intestinoProbiotici, dall’equilibrio intestinale benefici su ipercolesterolemia Studi clinici illustrati al recente congresso della Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie a Firenze, dimostrano l’efficacia dell’uso di specifici probiotici in quantità adeguate nel controllo dell’ipercolesterolemia moderata o lieve. I lavori sono stati presentati nel corso simposio “Ruolo, scelta e appropriato uso degli integratori nel trattamento dell’ipercolesterolemia e nel rischio cardiovascolare basso e moderato”. Le ricerche, riporta una nota stampa, rivelano che è possibile ottenere benefici evidenti all’organismo e soprattutto evitare che si creino degli squilibri, a livello intestinale, che possono portare alla progressione dei fattori di rischio cardiovascolare.
Secondo Edoardo Felisi, docente del Master Prodotti Nutraceutici, dipartimento di Scienze del Farmaco, dell’Università degli Studi di Pavia, «i probiotici sono microorganismi vivi e vitali e, aggiunti ad alimenti o a integratori, devono essere assunti in quantità adeguate, così da garantire l’eubiosi, cioè l’equilibrio della composizione qualitativa del microbiota intestinale. Questo permette di far funzionare correttamente l’organismo. Al contrario, la disbiosi è la perdita di questo equilibrio, determinato da una variazione qualitativa e quantitativa del microbiota intestinale». Intervenendo sul microbiota si possono controllare anche diverse patologie sistemiche, a partire dal diabete di tipo 2, ma anche obesità, sindromi metaboliche e malattie infiammatorie del sistema nervoso centrale. In particolare, uno studio ha dimostrato l’importanza dell’assunzione di un probiotico specifico che agisce sulla riduzione dell’ipercolesterolemia e quindi del rischio cardiovascolare.«È stato condotto uno studio clinico con un nutraceutico contenente un probiotico e riso rosso fermentato in una popolazione con modesta o moderata ipercolesterolemia e quindi soggetta a rischio cardiovascolare – spiega Paolo Magni, docente di Patologia Clinica, dipartimento di Scienze farmacologiche e biomolecolari, Università degli Studi di Milano – I risultati rivelano che il nutraceutico, rispetto al placebo, riduce il colesterolo cattivo (Ldl) del 26%; si è inoltre osservato che il colesterolo non Hdl (colesterolo aterogenico) si riduce del 24%; questo è un importante effetto sulla riduzione del rischio cardiovascolare, in quanto la colesterolemia totale viene ridotta del 17%». Entrando nel dettaglio, Magni specifica che «un particolare nutraceutico, il Bifidobacterium Longum BB536 – uno dei ceppi ad attività probiotica più studiati – rende insolubile il colesterolo, che non viene di conseguenza riassorbito a livello intestinale e pertanto non raggiunge il fegato, ma viene eliminato nelle feci». «Secondo lo studio clinico citato, l’azione sinergica del probiotico, efficace nella riduzione dell’assorbimento del colesterolo, e di un prodotto naturale che riduce la produzione di colesterolo, come la Monacolina K, ottenuta dal processo di fermentazione del riso rosso, si è rivelata altamente efficace – conferma il dottor Gerardo Medea della Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure primarie in Area metabolica – Studi come questo sono un elemento fondamentale per i Medici di Medicina Generale nella scelta quotidiana del prodotto, in questo caso del probiotico più adatto ai pazienti con basso o moderato rischio cardiovascolare, purché non abbiano bisogno di farmaci». (foto. intestino) (fonte: farmacista33)

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Ipercolesterolemia, farmaci non statinici meno utilizzati dopo linee guida 2013

Posted by fidest press agency su mercoledì, 8 febbraio 2017

farmacistaIpercolesterolemia, farmaci non statinici meno utilizzati dopo linee guida 2013 Un’analisi pubblicata sul Journal of the American College of Cardiology mostra che i formulari Medicare hanno ristretto la copertura di alcuni farmaci ipolipemizzanti non statinici in seguito alle indicazioni delle linee guida dell’American College of Cardiology/American Heart Association del 2013, che sottolineavano la necessità di scegliere una statina alla massima dose tollerata come prima linea di terapia. «Pur essendo presente un’associazione con un aumento delle restrizioni per i farmaci ipolipemizzanti non statinici dopo la pubblicazione delle linee guida, le variazioni non sono risultate coerenti, e molti formulari hanno continuato a fornire alti tassi di copertura non limitata senza richiedere una terapia a fasi, cioè l’uso di una statina come primo passo» scrivono Sanket Dhruva e colleghi della Yale School of Medicine. «Inoltre, i formulari che hanno ristretto l’accesso a farmaci ipolipemizzanti non statinici hanno interrotto la copertura o aumentato la soglia di suddivisione dei costi, imponendo così una spesa ai pazienti a cui vengono prescritti farmaci di seconda linea per la dislipidemia». Durante il periodo considerato dallo studio, il secondo trimestre del 2013 e del 2015, i formulari Medicare sono diventati più restrittivi per sette farmaci non statinici e combinazioni non statina/statina su dieci. In particolare, la copertura è scesa in maniera significativa per simvastatina con aggiunta di niacina a rilascio prolungato (18% vs 6%), fenofibrato (79% vs 62%), gemfibrozil (99% vs 97%), colestiramina (94% vs 89%), colestipol (92% vs 88%). L’incidenza dei formulari che fornivano una copertura non ristretta di almeno una statina a moderata intensità è passata dal 100% al 98,2%, e quella dei formulari che offrivano una copertura non limitata di almeno una statina ad alta intensità è scesa dal 98,1% al 97,2%. Questo punto si traduce, per esempio, in un’ampia copertura dell’atorvastatina, disponibile in formulazioni di intensità moderata e alta, a discapito di altre statine a moderata intensità. Gli autori non mancano di notare che, avendo esaminato dati provenienti da Medicare Advantage e Parte D, i risultati potrebbero non essere applicabili ai formulari dei piani di assicurazione privata, e che non è possibile escludere altri fattori causali per le variazioni dei formulari. (foto: farmacista) (fonte: farmacista33)

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Ipercolesterolemia: nuova molecola

Posted by fidest press agency su sabato, 23 aprile 2011

I risultati sono sbalorditivi: dimezzato il colesterolo LDL (‘cattivo’) dopo poche compresse, con riduzione – in alcuni casi – del 70-80%. Una rivoluzione nella vita di persone colpite da forme finora incurabili di ipercolesterolemia omozigote. “Questi pazienti, un centinaio in Italia, circa 6.000 nel mondo, possiedono un doppio gene patologico – spiega il prof. Cesare Sirtori, preside della Facoltà di Farmacia dell’Università di Milano e direttore del Centro Universitario Dislipidemie dell’Azienda Ospedaliera Niguarda Ca’ Granda – Sono dunque forme rare, che non rispondono al trattamento con le statine e necessitano di una terapia simile alla dialisi,la LDL-aferesi, molto costosa e non sempre praticabile, specialmente nei bambini. Fino ad oggi non esisteva una cura e le persone colpite, non potendo essere trattate, morivano d’infarto in età giovanile”.  Oltre ai pazienti con ipercolesterolemia omozigote, la lomitapide si sta rivelando il farmaco in grado di salvare da un’altra malattia rara, la chilomicronemia, caratterizzata da livelli molto elevati di trigliceridi, che può causare pancreatiti anche fatali.  Ma come funziona sui grassi in eccesso presenti nel sangue, alla base di queste patologie? “La molecola agisce da inibitore della MTP (microsomal transfer protein), proteina che ‘assembla’ colesterolo, trigliceridi e proteine nel fegato. In questo modo le LDL non vanno in circolo e il colesterolo scende in modo drammatico” spiega il prof. Sirtori, farmacologo clinico di fama mondiale che sta trattando i primi casi in Italia.
La Foodand Drug Administration in USA ha concesso alla lomitapide la denominazione di “orphan drug”, categoria in cui rientrano i farmaci prodotti esclusivamente per la cura di patologie rare, quelle che colpiscono meno di una persona su 200.000. Nel caso dell’ipercolesterolemia omozigote i malati sono portatori di un gene patologico ereditato da entrambi i genitori, che determina una disfunzione del recettore di controllo che normalmente consente al fegato di bloccare la sintesi di colesterolo e tenerlo intorno a valori normali.  Ad oggi non esistono cure efficaci: le statine, farmaci base per abbassare il colesterolo, funzionano in modo molto limitato, intorno al 15-20 % dei casi. “Comunque la riduzione è minima: si possono osservare discese del colesterolo da700 a550, quindi del tutto insufficienti per curare i pazienti in modo adeguato – spiega il prof. Sirtori – Anche le resine e i fibrati hanno risultati molto modesti. Se non trattati tempestivamente, questi pazienti vanno incontro a morte precoce a causa di accidenti cardiovascolari, nella maggior parte dei casi entro i 35-40 anni di età. Caso estremo è quello di una bambina di Desenzano deceduta a 7 anni per infarto.”  Anche la chilomicronemia risponde poco alle terapie farmacologiche standard: lomitapide, grazie al caratteristico meccanismo che permette di ridurre la fuoruscita delle lipoproteine dal fegato, è in grado di controllare molto bene questa patologia. “Caso eclatante, seguito da quasi 10 anni dal dottor Sacks di Boston, è quello di una donna che aveva un valore di trigliceridi intorno a 10.000 e ora grazie alla terapia riesce a mantenere costanti livelli tra 100 e200”racconta Sirtori. La molecola, studiata sugli animali più di 10 anni fa per trattare queste patologie, aveva fatto riscontrare un accumulo di grasso nel fegato e pertanto si era deciso di non precedere alla sperimentazione nell’uomo. “Si temeva che il blocco della MTP desse luogo ad una steatosi, ovvero ad una eccesiva quantità di grassi trattenuti nel fegato. Il fenomeno invece è solo transitorio: il fegato, dopo una terapia prolungata di sei mesi o un anno, si adatta e la steatosi regredisce spontaneamente. La sperimentazione clinica risulta quindi utile, in questo caso il soffermarsi solo all’animale aveva portato ad una previsione errata. I primi sette pazienti in Italia sottoposti alla terapia con MTP inibitore, stanno rispondendo in modo ottimale dopo un anno o più” chiarisce il prof Sirtori.  Cosa fare se si hanno pazienti che si ritiene possano trarre beneficio dalla terapia con lomitapide? “In primo luogo caratterizzare il gene patologico – spiega Sirtori – Occorre rivolgersi al Centro di Niguarda o ad altro Centro specializzato. Poi, una volta definita la malattia omozigote (o la causa della chilomicronemia) si può accedere a questo trattamento innovativo”.

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Ipercolesterolemia poco controllata

Posted by fidest press agency su lunedì, 16 agosto 2010

L’ipercolesterolemia continua a essere non controllata adeguatamente, se soffre un italiano su quattro tra i 37 e i 74 anni, eppure molti non seguono alcuna terapia con farmaci. La denuncia emerge da due studi italiani che confermano alcuni dati riportati anche dall’Istituto superiore di sanità: il 25% degli italiani con più di 37 anni presenta ipercolesterolemia, con una predominanza delle donne che nell’84% non si cura in modo appropriato, come anche l’81% degli uomini. Inoltre, il 6% delle donne e il 5%, non assume i farmaci giusti, e solo il 10% delle donne e il 14% degli uomini affrontano il problema come dovrebbero. “Ormai sono molto pochi gli italiani che sanno curare questa malattia – osserva Gian Franco Gensini, ordinario di medicina interna e cardiologia, preside della facoltà di Medicina e chirurgia all’università di Firenze – perché molti la trascurano o non sanno quali farmaci assumere”. E se si estende l’analisi a coloro che hanno livelli di colesterolo al limite al limite della norma, allora la quota di italiani a rischio ipercolesterolemia sale al 36% tra le donne e al 33% tra gli uomini.

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