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Posts Tagged ‘ipertensione’

Nuove linee guida europee per l’ipertensione: cambia l’approccio terapeutico

Posted by fidest press agency su martedì, 19 giugno 2018

Le nuove linee guida europee per la diagnosi e la gestione dell’ipertensione arteriosa, presentate al 28th European Meeting on Hypertension and Cardiovascular Protection della European Society of Hypertension (ESH), conservano il precedente sistema di classificazione basato sui valori di pressione sanguigna ma raccomandano un approccio di trattamento iniziale più deciso rispetto alla versione del 2013. Il documento, sottoscritto dalla European Society of Cardiology (ESC) e dalla ESH e ormai prossimo alla pubblicazione definitiva, classifica ancora i pazienti con pressione sistolica da 130 a 139 mmHg e diastolica da 85 a 89 mmHg come aventi pressione alta ma non ipertensione, a differenza delle controverse linee guida statunitensi del 2017 elaborate congiuntamente da American College of Cardiology (ACC), American Heart Association (AHA) e altre società, che definiscono tale intervallo già come ipertensione di stadio 1.
«Abbiamo rivisto gli obiettivi della pressione sanguigna, suggerendo che tutti i pazienti, compresi quelli più anziani, dovrebbero raggiungere una pressione arteriosa inferiore a 140/90 mmHg come primo passo» spiega Bryan Williams, dello University College London, Regno Unito, che ha co-presieduto la task force sullo sviluppo delle linee guida insieme a Giuseppe Mancia, dell’Università di Milano-Bicocca. Per quanto riguarda le persone di età inferiore ai 65 anni, le raccomandazioni consigliano una pressione sanguigna sistolica intorno ai 130 mmHg, ma non inferiore a 120 mmHg. Per i pazienti di 65 anni e più invece l’obiettivo raccomandato è una pressione inferiore a 140 mmHg, e non inferiore a 130 mmHg. Un obiettivo diastolico inferiore a 80 mmHg è raccomandato per tutti i pazienti trattati con terapia farmacologica.
Le linee guida europee offrono anche una raccomandazione radicalmente nuova per la gestione iniziale dell’ipertensione nella maggior parte dei pazienti consigliando una terapia con due farmaci, possibilmente con una singola pillola combinata per ottenere la massima aderenza. La terapia farmacologica iniziale raccomandata nel documento per l’ipertensione non complicata include ACE-inibitori o bloccanti del recettore dell’angiotensina (ARB) con l’aggiunta di un bloccante del canale del calcio (CCB) o di un diuretico. Il grado successivo di trattamento prevede ACE-inibitore o ARB più CCB e un diuretico. Per chi non raggiunge ancora l’obiettivo, è possibile aggiungere spironolattone o un alfa o beta bloccante. 28th European Meeting on Hypertension and Cardiovascular Protection. http://www.esh2018.eu (fonte: doctor33)

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Linee guida ipertensione, negli Usa primo bilancio su eventi cardiovascolari e mortalità

Posted by fidest press agency su lunedì, 4 giugno 2018

L’adozione delle linee guida 2017 per l’ipertensione arteriosa, che abbassano la soglia di trattamento a 130/80 mm Hg, ridurrà in modo significativo morbilità e mortalità, secondo uno studio pubblicato su JAMA Cardiology, primo autore Joshua Bundy del Dipartimento di epidemiologia alla Tulane University School of Public Health di New Orleans, Stati Uniti. Basandosi sui dati del National Health and Nutrition Survey, su studi clinici e su studi di coorte, i ricercatori stimano che secondo le linea guida del 2017 a soffrire di ipertensione è il 45,4% degli adulti statunitensi, ossia 105,3 milioni di persone. «Numeri che riflettono un significativo aumento di quanto stimato dalle precedenti linee guida, in base alle quali risultava iperteso il 32% degli americani, con differenze particolarmente evidenti negli uomini tra 40 e 50 anni. Inoltre, secondo il documento del 2017, il 35,9% degli adulti statunitensi avrebbe le caratteristiche per essere sottoposto al trattamento antipertensivo, contro il 31,1% stimato da quello pubblicato nel 2014» scrivono gli autori, spiegando che con la piena attuazione delle linee guida 2017 si eviterebbero ogni anno 610.000 eventi cardiovascolari e 334.000 decessi tra i pazienti di 40 anni o più, contro 270.000 e 170.000, rispettivamente, secondo il precedente documento. «L’implementazione delle linee guida 2017 potrebbe potenzialmente prevenire 340.000 eventi cardiovascolari e 156.000 morti ogni anno in più» conclude Bundy. E Lawrence Fine, dei National Institutes of Health di Bethesda, scrive in un editoriale: «Queste stime ci ricordano quanto resta da fare per ridurre i livelli pressori mettendo in atto linee guida più efficaci, specie nei pazienti a rischio». Conclude Clyde Yancy, della Feinberg School of Medicine alla Northwestern University di Chicago, e vicedirettore di JAMA Cardiology: «Gli eventi avversi connessi al trattamento, tra cui ipotensione e insufficienza renale acuta, aumenterebbero, ma sarebbero ampiamente superati dai benefici connessi alla riduzione di morbilità e mortalità, cosa che qualifica le linee guida del 2017 come una solida strategia di prevenzione». (fonte: doctor33)

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Prevenzione dell’ipertensione arteriosa nell’infanzia

Posted by fidest press agency su domenica, 25 marzo 2018

Pressione alta, un problema già presente in età pediatrica e troppo spesso sottovalutato per la scarsa abitudine di misurare la pressione ai bambini. “L’ipertensione arteriosa vera e propria riguarda circa il 3,5% dei bambini e degli adolescenti, ma se consideriamo anche i bambini con valori pressori persistentemente alti (cosiddetta pre-ipertensione) le percentuali aumentano attestandosi tra il 5,7% e il 7%” spiega Ugo Giordano, componente del Gruppo di Studio Ipertensione Arteriosa della Società Italiana di Pediatria. “Ancora più elevata è la prevalenza nei bambini in sovrappeso o obesi tra i quali le percentuali arrivano al 24%”, aggiunge.
L’ipertensione arteriosa è uno dei principali fattori di rischio per le patologie cardiovascolari, che rappresentano la principale causa di mortalità dell’adulto. “Individuare un bambino con valori elevati della pressione arteriosa e modificare alcuni stili di vita può evitare che diventi un adulto iperteso. Tendenzialmente infatti valori pressori elevati nell’infanzia si mantengono tali anche in gioventù fino all’età adulta”, spiega Silvio Maringhini, Segretario nel Gruppo di Studio Ipertensione Arteriosa della Società Italiana di Pediatria. E’ importante che la prevenzione cominci nell’infanzia seguendo poche ma importanti regole.

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Ipertensione, effetto del sodio nella dieta in relazione ad altri nutrienti

Posted by fidest press agency su lunedì, 19 marzo 2018

Uno studio multicentrico internazionale pubblicato su Hypertension, organo ufficiale dell’American Heart Association (AHA), suggerisce che l’effetto dannoso del sodio sulla pressione sanguigna potrebbe non essere compensato appieno da altri nutrienti, e ribadisce la necessità di una riduzione del sale nell’alimentazione. Per giungere a queste conclusioni i ricercatori hanno esaminato i dati sull’assunzione di sodio, sui livelli di escrezione di sodio e potassio nelle urine e sull’assunzione di 80 sostanze nutritive tra cui proteine, grassi, vitamine, minerali e amminoacidi in 4.680 donne e uomini di età compresa tra 40 e 59 anni in Giappone, Repubblica popolare cinese, Regno Unito e Stati Uniti. Tutti erano parte dello studio INTERMAP, un trial internazionale del 2003 su pressione sanguigna e apporto di macro- e microintegratori. «Consumare regolarmente quantità eccessive di sodio, derivate principalmente da prodotti alimentari commercialmente trasformati, è un fattore importante nell’eventuale futuro sviluppo di ipertensione» osserva Cheryl Anderson, vicepresidente del Comitato Nutrizionale dell’AHA, spiegando che per prevenire e controllare l’epidemia in corso di pre-ipertensione e ipertensione il contenuto di sale nella dieta deve essere ridotto in modo significativo. Secondo gli autori, circa 3/4 dell’introito di sodio negli Stati Uniti non proviene dalla saliera della tavola o dall’aggiunta di sale alla cottura, bensì da alimenti trasformati preconfezionati e da quelli consumati al ristorante. «L’AHA raccomanda agli adulti di consumare non più di un cucchiaino di sale (2.300 mg di sodio) totale al giorno» riprende Anderson. E aggiunge: «Sebbene l’attenzione sugli effetti del sodio resti alta, stiamo imparando molto anche sul ruolo che svolgono altre sostanze nutritive nell’influenzare gli effetti del sale della pressione sanguigna». Secondo gli autori i ristoranti e le aziende alimentari che producono cibi preconfezionati devono essere coinvolte nella prevenzione, in quanto gli americani desiderano la possibilità di scegliere alimenti che consentano loro di ridurre l’introito di sodio. «Per questo l’AHA sta convocando i leader del settore alimentare e gli influencer con l’obiettivo di identificare strategie per migliorare l’alimentazione riducendo l’apporto di sodio» conclude Anderson. (fonte: doctor33)

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Ipertensione, Parati: le vere novità delle linee guida Usa su uso farmaci e modalità misurazione

Posted by fidest press agency su giovedì, 8 marzo 2018

Le linee guida Usa per l’ipertensione? Tutto sommato non così diverse dalle indicazioni precedenti. Il punto fondamentale resta quello di un’attenzione individualizzata al profilo di rischio del paziente. Così Gianfranco Parati nella diretta Facebook su Doctor33 ridimensiona l’allarme scaturito dalle nuove raccomandazioni diffuse dall’American College of Cardiology e dall’American Heart Association. Parametri troppo restrittivi e molto pericolosi in particolare per la popolazione anziana, secondo alcuni osservatori mentre per il direttore dell’Unita operativa di Cardiologia dell’Istituto auxologico San Luca di Milano, è fondamentale agire con buonsenso nell’intervento e nell’uso dei farmaci. Parati nel suo intervento passa in rassegna i temi più rilevanti ribadendo come il concetto base sia l’individualizzazione della terapia.
«In nessun modo» dice l’esperto «si parla di trattamento con più farmaci quanto piuttosto di elevare il livello di attenzione soprattutto quando coesistono altri fattori di rischio dal colesterolo alto al fumo fino al danno d’organo. Il vero tema è l’intervento sullo stile di vita». Fatta questa premessa il cardiologo prende in esame le reali novità introdotte dalle linee guida Usa: l’uso contemporaneo di due farmaci antipertensivi invece che l’associazione graduale nonché le indicazioni su come e dove misurare la pressione. «L’obiettivo» spiega «è ottenere il risultato senza effetti collaterali ed effettivamente se combiniamo composti diversi a un dosaggio più basso abbiamo sinergia e meno effetti collaterali di entrambi composti. Una direzione che perseguiranno anche le linee guida europee. Quello della modalità di misurazione» aggiunge Parati «è un tema complesso ma l’indicazione di fondo è quella di valorizzare le misurazioni pressorie casalinghe per confermare la diagnosi di ipertensione anche per scovare i casi di ipertensione mascherata». Dall’esperto arrivano anche anticipazioni sulle linee guida europee che saranno presentate all’Esh di Barcellona a giugno. La parola chiave è di nuovo buonsenso. «Noi» conclude Parati «non curiamo l’ipertensione ma il paziente e il profilo di rischio va interpretato in questo modo». Marco Malagutti – fonte: doctor33)

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Eventi cardiovascolari e danno d’organo, iperaldosteronismo primario e ipertensione essenziale a confronto

Posted by fidest press agency su domenica, 3 dicembre 2017

ipertensione_polmonareVi sono prove contrastanti, basate su studi eterogenei, sul fatto che l’eccesso di aldosterone sia responsabile di un aumento del rischio di complicanze cardio- e cerebrovascolari nei pazienti affetti da iperaldosteronismo primario. Un recente studio – apparso su “Lancet Diabetes and Endocrinology” e condotto da un gruppo di ricercatori del Dipartimento di Scienze Mediche dell’Università di Torino – ha inteso valutare l’associazione tra iperaldosteronismo primario ed eventi avversi cardiaci e cerebrovascolari, danno agli organi bersaglio, diabete e sindrome metabolica, rispetto all’associazione tra ipertensione essenziale e questi stessi eventi cardiovascolari e a carico degli organi bersaglio, integrando i risultati di studi precedenti.
Più in dettaglio, scrivono gli autori, coordinati da Paolo Mulatero, del Centro Ipertensione Arteriosa presso la Divisione di Medicina Interna dell’AOU Città della Salute e della Scienza di Torino, «abbiamo effettuato una meta-analisi di studi osservazionali prospettici e retrospettivi che hanno confrontato pazienti con iperaldosteronismo primario e ipertensione essenziale, per analizzare l’associazione tra iperaldosteronismo primario, da un lato, e, dall’altro, ictus e malattia coronarica (come endpoint co-primari) e fibrillazione atriale, insufficienza cardiaca, danno d’organo bersaglio, sindrome metabolica e diabete (come endpoint secondari)». È stata condotta una ricerca su MEDLINE e sulla Cochrane Library di articoli pubblicati fino al 28 febbraio 2017, senza restrizioni circa la data di inizio. Gli studi eligibili dovevano avere confrontato pazienti affetti da iperaldosteronismo primario con pazienti con ipertensione essenziale (utilizzati come gruppo di controllo) e avere riportato gli eventi clinici o gli endpoint di interesse. Gli autori hanno anche posto a confronto tra loro i vari sottotipi di iperaldosteronismo primario, gli adenomi producenti aldosterone e i casi di iperplasia surrenale bilaterale. «Abbiamo identificato 31 studi per un totale di 3838 pazienti con iperaldosteronismo primario e 9284 pazienti con ipertensione essenziale» scrivono Mulatero e colleghi, elencando i risultati dello studio. «Dopo una mediana di 8.8 anni (IQR 6.2-10.7) dalla diagnosi di ipertensione i pazienti affetti da iperaldosteronismo primario, rispetto a quelli con ipertensione essenziale, presentavano un aumentato rischio di ictus (odds ratio [OR] 2.58, 95% CI 1.93-3.45), malattia coronarica (1.77, 1.10-2.83), fibrillazione atriale (3.52, 2.06-5.99) e scompenso cardiaco (2.05, 1.11-3.78)». Questi risultati, sottolineano gli autori, erano in linea con quelli dei pazienti con adenoma producente aldosterone o iperplasia surrenale bilaterale, senza differenze tra questi sottogruppi. Allo stesso modo, aggiungono, l’iperaldosteronismo primario ha incrementato il rischio di diabete (1,33, 1.01-1.74), sindrome metabolica (1.53, 1.22-1.91) e ipertrofia ventricolare sinistra (2.29, 1.65-3.17).
Il messaggio-chiave che emerge dallo studio, secondo l’équipe di Mulatero, consiste nel fatto che diagnosticare l’iperaldosteronismo primario nelle prime fasi della malattia, consentendo così l’inizio precoce di un trattamento specifico, è importante in quanto i pazienti che ne sono affetti presentano un rischio cardiovascolare superiore rispetto a quelli con ipertensione essenziale.
By Arturo Zenorini – fonte doctor33)

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Ipertensione, nuova strategia terapeutica con meno effetti collaterali

Posted by fidest press agency su martedì, 20 giugno 2017

ipertensioneSecondo i risultati di uno studio pubblicato su Hypertension, un trattamento con il quarto di una dose standard di uno o più farmaci antipertensivi può essere sufficiente per il controllo della pressione sanguigna con il vantaggio di portare meno effetti collaterali. «C’è una necessità critica di strategie di riduzione della pressione sanguigna che abbiano grande efficacia e minimi effetti collaterali» spiega Alexander Bennett, del George Institute for Global Health alla University of Sydney in Australia e autore principale dello studio. I ricercatori hanno condotto una revisione sistematica e una metanalisi di studi controllati randomizzati e i risultati della ricerca, su 42 studi randomizzati con 20.000 adulti, hanno mostrato che la terapia con un quarto di dose di un singolo agente antipertensivo riduceva la pressione sanguigna rispetto al placebo, ma era meno efficace della monoterapia a dose standard; la terapia con un quarto di dose di due agenti, invece, ha ridotto la pressione sanguigna rispetto al placebo, ed è risultata efficace come la monoterapia a dose standard. Per quanto riguarda la terapia con un quarto di dose di quattro agenti, i dati erano limitati a due studi. Gli eventi avversi nella terapia a singolo e doppio agente con un quarto di dose non erano significativamente diversi rispetto al placebo, ed erano significativamente inferiori rispetto alla monoterapia a dose standard. «L’uso di una terapia di abbassamento della pressione sanguigna doppia con un quarto di dose può essere preferibile alla monoterapia a dose standard» dicono gli autori, che poi concludono: «In alternativa, l’aggiunta di un quarto di dose di un singolo agente alla terapia esistente è in grado di conferire una riduzione di pressione sanguigna sistolica da 3 a 4 mmHg senza ulteriori effetti collaterali e quindi potrebbe essere preferibile al raddoppio della dose dell’agente in uso». «Anche se clinicamente rilevante, la metanalisi di Bennett e colleghi ha limiti intrinseci che dovrebbero essere menzionati» scrivono in un editoriale di accompagnamento Guido Grassi e Giuseppe Mancia dell’Università di Milano-Bicocca. «Queste limitazioni, tuttavia, non riducono l’interesse verso i dati dello studio e le loro favorevoli implicazioni cliniche» concludono. (fonte: Doctor33)

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Ipertensione e consumo del sale

Posted by fidest press agency su domenica, 18 giugno 2017

ipertensione2Milano. Diminuire il consumo di sale, introdotto con la dieta, abbassa il rischio di insorgenza di ipertensione. Tuttavia un eccesso di riduzione, al di sotto dei 7,5 grammi di sale al giorno (corrispondenti a 3 grammi di sodio), potrebbe essere dannoso per la salute. Gli specialisti stanno ancora valutando quale sia la dose ideale di sodio da assumere soprattutto per i malati. Sono queste le conclusioni di uno studio condotto da un gruppo costituito da Word Heart Federation, dalla Società Europea dell’Ipertensione (ESH) e dall’European Public Health Association. Il lavoro scientifico è presentato durante il 27° Congresso dell’ESH che si apre oggi e che vede riuniti per quattro giorni a Milano oltre 3.000 specialisti provenienti da 34 Paesi. “Gli studi clinici finora condotti hanno dimostrato che l’abbassamento della pressione si verifica con un consumo inferiore a 3 grammi di sale al giorno – afferma il prof. Giuseppe Mancia Presidente dell’ESH Meeting di Milano e primo autore dello studio -. Questo genere di interventi di salute pubblica risultano però difficili da condurre su tutta la popolazione mondiale in particolar modo nei Paesi a reddito medio-basso. Definire la dose di sodio ottimale per il benessere dell’organismo è difficile e controverso. Non abbiamo ancora dati scientifici certi sugli effetti che un consumo moderato di sale offrirebbe alla riduzione del rischio cardiovascolare e di decesso. Il nostro studio – conclude Mancia – suggerisce di limitare l’apporto di sale senza però andare al di sotto dei 7,5 grammi al giorno perché non conosciamo ancora le conseguenze per la salute”.

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Ipertensione, quando si può interrompere il trattamento farmacologico

Posted by fidest press agency su martedì, 6 giugno 2017

ipertensioneSecondo una revisione sistematica pubblicata sul Journal of Hypertension, alcuni pazienti con ipertensione ben controllata possono interrompere in modo sicuro il trattamento farmacologico. «Penso che in attesa di ulteriori prove, debba essere il medico curante a valutare chi potrebbe essere adatto a un tentativo di interruzione» afferma Veronika van der Wardt, della University of Nottingham, Regno Unito, autrice dello studio che poi aggiunge: «Tuttavia, considerando le possibilità di successo dell’interruzione e gli effetti negativi limitati della stessa, credo che non si debba supporre che una volta che a un paziente vengano prescritti farmaci antipertensivi la terapia debba continuare a tempo indeterminato, ma il medico dovrebbe prendere in considerazione l’interruzione del farmaco controllando regolarmente i valori della pressione sanguigna».La revisione sistematica di 66 articoli ha valutato la percentuale di persone che rimanevano normotese per sei mesi o più dopo la cessazione della terapia antipertensiva e la sicurezza dell’interruzione. La percentuale media di persone che hanno interrotto con successo la terapia antipertensiva è stata del 38% a sei mesi, del 40% a un anno e del 26% a due anni o più. Gli eventi avversi sono stati leggermente più comuni nei pazienti che hanno interrotto la terapia rispetto a quelli che l’hanno proseguita, ma erano generalmente minori e includevano mal di testa, dolori articolari, palpitazioni, edema e una sensazione di malessere generale. «I nostri risultati indicano che il tentativo di interrompere la terapia antipertensiva era più efficace nei pazienti con pressione sanguigna più bassa e trattati con monoterapia» sottolineano i ricercatori. «Tuttavia, dato che tre quarti dei pazienti che tentano l’interruzione potrebbe tornare a valori pressori che indicano la necessità di ricominciare il trattamento antipertensivo, l’interruzione dei farmaci non implica la fine del monitoraggio. Alcuni pazienti possono desiderare di tentare l’interruzione, in particolare quelli per i quali c’è già dubbio sui benefici della terapia antipertensiva, come nelle persone con demenza» spiegano. Gli autori concludono affermando che saranno necessari approfondimenti per determinare la percentuale di persone che accetterebbero di tentare l’interruzione della terapia e la ragione della loro scelta. (fonte doctor33)

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Le responsabilità delle aziende alimentari nell’aumento dell’ipertensione

Posted by fidest press agency su mercoledì, 10 maggio 2017

ipertensione_polmonareDue giorni e mezzo di relazioni di esperti provenienti da diverse parti del mondo, cinque sessioni dedicate ai principali aspetti dell’ipertensione e alle patologie associate: sono i numeri del simposio internazionale “From arterial hypertension to heart disease”, che si è svolto recentemente a Napoli.
«La Società Europea di Cardiologia sta lavorando alle nuove linee guida sull’ipertensione, e questo simposio ha offerto ai cardiologi un’occasione di confronto e di attenzione sui principali aspetti della circolazione arteriosa e il suo impatto sulle malattie cardiovascolari» spiega Giovanni de Simone, Docente del Dipartimento di Scienze Mediche Traslazionali all’Università di Napoli Federico II e Presidente del simposio, organizzato dal Centro di Ricerca per l’Ipertensione Arteriosa dell’Università di Napoli Federico II e promosso dalla Fondazione Internazionale Menarini. «L’ipertensione rappresenta la prima causa di morte prematura nel mondo e causa ogni anno 4,9 milioni di morti per infarto e 3,5 milioni di morti per ictus» avverte Brian Williams, professore di Medicina all’University College di Londra e presidente del Council on Hypertension della Società Europea di Cardiologia. «Non soltanto l’ipertensione provoca infarto e ictus, ma a causa della sua diffusione sono aumentate anche le conseguenze croniche, come insufficienza cardiaca, fibrillazione atriale, demenza. L’ipertensione è una condizione in crescita costante da quasi vent’anni e gli ipertesi nel 2025 saranno due miliardi nel mondo, soprattutto a causa dell’invecchiamento della popolazione: oggi le persone con ipertensione sotto i 50 anni d’età sono il 23 per cento, mentre dopo i 60 anni sono il 60 per cento».
Durante il simposio, per quanto riguarda la prevenzione ampio spazio è stato dato allo stile di vita, in particolare alla corretta alimentazione, che tra l’altro prevede una minore assunzione di sale. «Senza dubbio il cloruro di sodio necessario al nostro organismo è già contenuto negli alimenti, ma in generale si può consigliare un consumo moderato di sale aggiunto come indicano le linee guida dell’American Heart Association, ovvero un cucchiaino da tè per un apporto mai superiore a 2-3 grammi al giorno» consiglia de Simone. «Nel documento “Global Action Plan for the prevention and control of noncommunicable diseases 2013-2020”, fra gli obiettivi di prevenzione, l’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda agli Stati membri la riduzione del 30% nel consumo di sodio nella popolazione generale. Ridurre il consumo di sale contribuisce a prevenire non solo l’ipertensione arteriosa e le malattie cardiovascolari ad essa correlate, ma anche altre malattie quali gastrite, tumore dello stomaco, osteoporosi, insufficienza renale. Peraltro una riduzione graduale del consumo di sale favorisce anche una variazione del gusto con più facile adattamento ad alimenti meno saporiti».Nonostante le indicazioni degli esperti, però, si continua a consumare troppo sale: la media in Italia è di 10-12 grammi al giorno. E il maggior consumo riguarda soprattutto le regioni del Sud e le persone meno istruite. «Secondo l’articolo “Geographic and socioeconomic variation of sodium and potassium intake in Italy: results from the Minisal-Gircsi programme”, pubblicato sul British Medical Journal, esiste un significativo gradiente Nord-Sud per il consumo di sale in Italia» conferma Francesco Cappuccio, Vicepresidente della Società Britannica di Ipertensione e Docente di Medicina Cardiovascolare all’Università di Warwick, Regno Unito. «Le persone che vivono nelle Regioni meridionali, in particolare Calabria, Basilicata e Puglia, hanno una maggiore escrezione di sodio che altrove, come Val d’Aosta e Trentino-Alto Adige. Inoltre il consumo di sale nel nostro Paese è significativamente più elevato nei gruppi sociali più svantaggiati: esiste infatti un’associazione lineare anche tra occupazione, livello di istruzione e consumo di sale. Le persone con titolo di studio elementare e scuole medie, se paragonate a quelle laureate, hanno un 5,9% in più di sodio nelle urine».
Cappuccio attribuisce parte della responsabilità di questo scorretto stile di vita alle aziende alimentari. «Un’elevata quantità di sale negli alimenti favorisce il profitto delle aziende, non la salute delle persone» dichiara Cappuccio. «Infatti aumenta la palatabilità, rendendo più appetibili anche i cibi di scarsa qualità. Inoltre l’aggiunta di sale aumenta nel cibo l’assorbimento dell’acqua, incrementando il peso del cibo e quindi il profitto. E poi i cibi salati provocano sete e quindi un maggior consumo di bevande, tra cui quelle gassate e quelle alcoliche, con conseguenze sulla salute e sull’aumento di peso».

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Focus sull’ipertensione per ridurre le malattie cardiovascolari

Posted by fidest press agency su giovedì, 4 maggio 2017

Università di Napoli “Federico II”JPGNapoli dal 4 al 6 maggio 2017 Aula Magna del Centro Congressi Federico II Università di Napoli, in Via Partenope 36. Due giorni e mezzo di relazioni di esperti provenienti da diverse parti del mondo, cinque sessioni dedicate ai principali aspetti dell’ipertensione e alle patologie associate: sono i numeri del simposio internazionale “From arterial hypertension to heart disease”. «La Società Europea di Cardiologia sta lavorando alle nuove linee guida sull’ipertensione, e questo simposio offrirà ai cardiologi un’occasione di confronto e di attenzione sui principali aspetti della circolazione arteriosa e il suo impatto sulle malattie cardiovascolari» spiega Giovanni de Simone, Docente del Dipartimento di Scienze Mediche Traslazionali all’Università Federico II di Napoli e Presidente del simposio. «Durante l’incontro parleremo di ipertensione, ma anche di aterosclerosi, angina pectoris, obesità e sindrome metabolica, differenze di genere e malattie cardiovascolari, fibrillazione atriale, prevenzione».
Il simposio è organizzato dal Centro di Ricerca per l’Ipertensione Arteriosa dell’Università Federico II di Napoli ed è promosso dalla Fondazione Internazionale Menarini.

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Focus sull’ipertensione per ridurre le malattie cardiovascolari

Posted by fidest press agency su mercoledì, 26 aprile 2017

Università di Napoli “Federico II”JPGNapoli dal 4 al 6 maggio Aula Magna del Centro Congressi Federico II Università di Napoli, in Via Partenope 36. Due giorni e mezzo di relazioni di esperti provenenti da diverse parti del mondo, cinque sessioni dedicate ai principali aspetti dell’ipertensione e alle patologie associate: sono i numeri del simposio internazionale “From arterial hypertension to heart disease”, in programma a Napoli dal 4 al 6 maggio 2017. «La Società Europea di Cardiologia sta lavorando alle nuove linee guida sull’ipertensione, e questo simposio offrirà ai cardiologi un’occasione di confronto e di attenzione sui principali aspetti della circolazione arteriosa e il suo impatto sulle malattie cardiovascolari» spiega Giovanni de Simone, Docente del Dipartimento di Scienze Mediche Traslazionali all’Università Federico II di Napoli e Presidente del simposio. «Durante l’incontro parleremo di ipertensione, ma anche di aterosclerosi, angina pectoris, obesità e sindrome metabolica, differenze di genere e malattie cardiovascolari, fibrillazione atriale, prevenzione». Il simposio è organizzato dal Centro di Ricerca per l’Ipertensione Arteriosa dell’Università Federico II di Napoli ed è promosso dalla Fondazione Internazionale Menarini.

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I diversi danni dell’ipertensione in giovani, anziani e donne

Posted by fidest press agency su mercoledì, 19 aprile 2017

Dubrovnik (Croazia) il 21 e 22 aprile 2017 Grand Villa Argentina Hotel, simposio internazionale “Age and genders factors in Hypertension”. L’ipertensione rappresenta uno dei principali fattori di rischio per dubrovnikle malattie cardiovascolari. Ma quali sono le conseguenze dell’ipertensione in precise categorie di persone, come i giovani, gli anziani e le donne? A questa domanda vuole rispondere il simposio internazionale “Age and genders factors in Hypertension”. Il simposio è organizzato dalla Scuola di Medicina dell’Università di Zagabria, dalla Società Croata di Ipertensione e dalla Scuola di Medicina e Chirurgia dell’Università di Milano-Bicocca, ed è promosso dalla Fondazione Internazionale Menarini. Tra i numerosi argomenti delle due giornate le linee guida della Società Europea di Cardiologia riguardanti l’ipertensione negli anziani, il trattamento dell’ipertensione nei bambini e negli adolescenti, l’ipertensione nelle donne in gravidanza e dopo la menopausa, la fibrillazione atriale a seconda dell’età e del genere, la funzione sessuale negli anziani e in presenza di rischi cardiovascolari.
Sede del Simposio è il Grand Villa Argentina Hotel di Dubrovnik. Il Simposio è stato accreditato dal board europeo per l’accreditamento in cardiologia (EBAC)e assegna 11 crediti europei.

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L’ipertensione è il singolo fattore di rischio più elevato per ictus

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 marzo 2017

saloniccoSalonicco (Grecia) il 10 e 11 marzo 2017 Palazzo dei Concerti, Odos 25 Martiou & Paralia simposio internazionale dal titolo “From risk factors to target organ damage: how to diagnose and how to treat” è organizzato dal Dipartimento di Cardiologia dell’Ospedale Asklepeion di Atene, con il supporto della Fondazione Internazionale Menarini e in collaborazione con l’Università Aristotele di Salonicco, la Società Ellenica di Cardiologia e la Società Ellenica di Ipertensione. L’ipertensione è il singolo fattore di rischio più elevato per ictus, insufficienza renale e infarto. Livelli di pressione fuori controllo per un periodo prolungato possono provocare diverse mutazioni nella strutture del miocardio, nelle coronarie e in generale al sistema cardiocircolatorio. Mutazioni che determinano lo sviluppo di diverse malattie e condizioni patologiche.
«Durante il simposio saranno affrontati diversi temi, tra cui la fibrillazione atriale, l’embolismo polmonare, le disfunzioni sessuali, i nuovi fattori di rischio cardiologici» annuncia Athanasios J. Manolis, Responsabile del Dipartimento di Cardiologia dell’Ospedale Asklepeion di Atene e Presidente del simposio. «Le sessioni del simposio saranno interattive e i partecipanti avranno la possibilità di confrontarsi con gli esperti riguardo a casi clinici reali»

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La pillola quattro in uno è efficace nel trattare l’ipertensione

Posted by fidest press agency su venerdì, 24 febbraio 2017

Medico prescrive pilloleDa un piccolo ma significativo studio clinico pubblicato su The Lancet e coordinato da Clara Chow del George Institute di Sydney in Australia, emerge l’efficacia di una nuova pillola antipertensiva quattro in uno a dosaggi ultra bassi. La maggior parte dei pazienti affetti da ipertensione riceve un singolo farmaco a dosaggio normale, che tuttavia serve a controllare i valori pressori solo la metà del tempo. In questo studio pilota invece, la somministrazione di quattro farmaci a dosi molto basse raggruppati in un’unica compressa ha permesso un buon controllo della pressione sanguigna in tutti i partecipanti. «Ridurre al minimo gli effetti collaterali è di estrema importanza nelle terapie antipertensive, che debbono essere proseguite per molto tempo, e i dosaggi molto bassi utilizzati con la pillola quattro in uno diminuiscono il rischio di eventi avversi» scrivono gli autori, sottolineando tuttavia che servono ulteriori studi di verifica. «Sappiamo che la pressione alta è un fattore di rischio per ictus, diabete e infarto, e sappiamo anche che la necessità di uno stretto controllo pressorio per prevenire la comparsa di eventi cardio- e cerebrovascolari acuti è stata ampiamente dimostrata» riprende la cardiologa, aggiungendo che i risultati di questo studio potrebbero aprire la strada a nuove opzioni di trattamento, più efficaci e meno costose a livello globale. Per verificarne l’efficacia e la tollerabilità, i ricercatori australiani hanno somministrato la “quadripillola”, ossia una singola capsula contenente quattro farmaci antipertensivi a un quarto del loro normale dosaggio, oppure placebo, a 18 pazienti per quattro settimane, invertendo i trattamenti in ciascun partecipante nelle quattro settimane successive. E i risultati parlano chiaro: nelle quattro settimane di trattamento attivo i livelli pressori sono scesi sotto i valori soglia di 140/90 mmHg in tutti i pazienti, mentre la stessa cosa è accaduta solo nel 33% dei soggetti trattati con placebo. «Il prossimo passo sarà quello di verificare se questi risultati potranno essere ripetuti su casistiche più ampie e mantenuta anche a lungo termine» conclude Chow. Lancet. 2017. doi: 10.1016/S0140-6736(17)30260-X (fonte: cardiologia33)

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A Napoli un Congresso Internazionale dedicato alle nuove strategie per ridurre il rischio cardiovascolare

Posted by fidest press agency su martedì, 31 gennaio 2017

Università di Napoli “Federico II”JPGSi svolge a Napoli dal 9 all’11 febbraio 2017 nella Scuola di Medicina e Chirurgia dell’Università Federico II di Napoli, Via Patenope 36 il Congresso medico dal titolo “New strategies for reducing cardiovascular risk: from old factors to emerging and therapeutic opportunities” organizzato dalla Scuola di Medicina e Chirurgia dell’Università Federico II di Napoli e promosso dalla Fondazione Internazionale Menarini. Il congresso, presieduto da Pasquale Perrone Filardi, Docente di Cardiologia all’Università Federico II di Napoli, si aprirà con i saluti di Luigi Califano, Presidente della Scuola di Medicina e Chirurgia dell’Università Federico II di Napoli per proseguire con due letture scientifiche. La prima sull’ipertensione, da parte di Bruno Trimarco, Docente di Cardiologia all’Università Federico II di Napoli, la seconda su insufficienza cardiaca e diabete da parte di Stefan Anker, Docente all’Università di Gottingen, Germania. Il congresso prosegue venerdì 10 e sabato 11 febbraio con letture sui principali fattori di rischio per le malattie cardiovascolari, quali glicemia, colesterolo, ipertensione, alimentazione; sulla diagnosi, soprattutto per i pazienti asintomatici, e sulle più recenti terapie. Il meeting ha ottenuto 14 crediti CME per i medici italiani.

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A Brescia un congresso della Società Europea di Ipertensione

Posted by fidest press agency su martedì, 10 gennaio 2017

ospedale bresciaBrescia dal 12 al 14 gennaio 2017 in programma «L’ipertensione rappresenta oggi uno dei maggiori rischi di mortalità cardiovascolare. Sarà Enrico Agabiti Rosei, Direttore del Dipartimento di Medicina della Azienda Spedali Civili di Brescia, nonché Presidente della ESH, European Society of Hypertension, il presidente di un congresso internazionale . Un italiano su tre ha livelli elevati di pressione, una situazione che ha implicazioni non soltanto mediche ma anche sociali ed economici» spiega Agabiti Rosei. «La Società Europea di Ipertensione è molto attenta a questo scenario ed è impegnata al miglioramento del controllo della pressione tra la popolazione generale. Uno degli strumenti principali è l’informazione, sia dei cittadini sia dei medici. e tra gli appuntamenti principali di quest’anno si segnala il congresso dal titolo “ESH update on hypertension and cardiovascular protection”, promosso dalla Fondazione Internazionale Menarini. Tra i temi principali, il miglior trattamento per ridurre il rischio cardiovascolare, l’analisi di nuovi fattori di rischio, l’associazione tra problemi cardiovascolari e altre condizioni, l’ipertensione nei bambini e negli adolescenti, la differenza di trattamento tra uomini e donne». http://www.fondazione-menarini.it

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A Brescia un congresso della Società Europea di Ipertensione

Posted by fidest press agency su mercoledì, 4 gennaio 2017

ospedale bresciaBrescia dal 12 al 14 gennaio 2017 Sarà Enrico Agabiti Rosei, Direttore del Dipartimento di Scienze Cliniche e Sperimentali dell’Università di Brescia e del Dipartimento di Medicina della Azienda Spedali Civili di Brescia, nonché Presidente della ESH, European Society of Hypertension, il presidente di un congresso internazionale su «L’ipertensione che rappresenta oggi uno dei maggiori rischi di mortalità cardiovascolare. Un italiano su tre ha livelli elevati di pressione, una situazione che ha implicazioni non soltanto mediche ma anche sociali ed economici» spiega Agabiti Rosei. «La Società Europea di Ipertensione è molto attenta a questo scenario ed è impegnata al miglioramento del controllo della pressione tra la popolazione generale. Uno degli strumenti principali è l’informazione, sia dei cittadini sia dei medici. e tra gli appuntamenti principali di quest’anno si segnala il congresso dal titolo “ESH update on hypertension and cardiovascular protection”, promosso dalla Fondazione Internazionale Menarini. Tra i temi principali, il miglior trattamento per ridurre il rischio cardiovascolare, l’analisi di nuovi fattori di rischio, l’associazione tra problemi cardiovascolari e altre condizioni, l’ipertensione nei bambini e negli adolescenti, la differenza di trattamento tra uomini e donne».

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L’ipertensione notturna per gli utilizzatori di steroidi anabolizzanti

Posted by fidest press agency su giovedì, 1 settembre 2016

cardiology congress-2016Roma. Il legame tra abuso di steroidi anabolizzanti (AAS) e ipertensione è stato approfonditamente dibattuto e studi precedenti hanno mostrato risultati discordanti nella misurazione della pressione sanguigna con il solo sfigmomanometro. La valutazione ambulatoriale nelle 24 ore permetterebbe una diagnosi più accurata.
I medici internisti e cardiologi dell’Università di Copenhagen hanno studiato quindi l’impatto dell’abuso di sostanze per l’aumento della massa muscolare sulla pressione arteriosa, attraverso uno studio che ha arruolato un gruppo di uomini con meno di 50 anni. Il campione di 101 soggetti è poi stato diviso in tre gruppi: soggetti che utilizzavano AAS, soggetti che ne avevano abusato ma in astinenza da 30 mesi in media (da 20 a 44 mesi) e un gruppo di controllo che non avevano mai utilizzato i sostituti del testosterone. Tutti i partecipanti sono stati coinvolti in un training di fitness e poi sottoposti ad una rilevazione pressoria delle 24 ore (ogni 20 minuti durante il giorno e ogni 60 nelle ore notturne).
L’ipertensione diurna era definita da valori superiori a 135/85mmHg e quella notturna da 120/85mmHg. I risultati non si sono fatti attendere: i soggetti che abusavano di steroidi mostravano livelli di BP diurna più alti pari a 133,8 (da 127,5 a 140) rispetto agli ex utilizzatori che vantavano un valore medio di 126,8 e al gruppo di controllo, al riparo con il suo 125,7mmHg.
ipertensione2Ancor più significativi i valori notturni: al calare della notte i valori dei consumatori rimaneva a livelli di guardia con una media di 125,6 mentre gli ex utilizzatori vedevano i valori scendere a 118,2 e i soggetti di controllo dormivano sonni tranquilli con 115,3mmHg. L’ipertensione sistolica ‘notturna’ si verificava con maggiore frequenza nei soggetti utilizzatori, pari al 55,6% mentre non sono state più rilevate differenze nella pressione diastolica.
“Si tratta di sostanze che riproducono gli effetti del testosterone e ricercati da alcuni sportivi per la loro capacità di aumentare la massa muscolare e potenziare le prestazioni atletiche” spiega Michele Gulizia – Direttore Cardiologia Ospedale Garibaldi di Catania – “l’uso e soprattutto l’abuso presentano però effetti collaterali e rischi: aumento dell’aggressività, sintomi eccitatori-maniacali, episodi psicotici ma anche aumento della pressione arteriosa, ritenzione idrica e un conseguente affaticamento del muscolo cardiaco”. Si tratta di sostanze che possono indurre uno stato di dipendenza sia per il mantenimento degli effetti fisici che per la necessità di tenere alto lo stato di eccitazione indotto dalla sostanza, alla cui sospensione segue uno stato depressivo. Un fenomeno che riguarda più il mondo delle palestre e del fitness e meno quello dello sport professionistico. Vi ricorrono giovanissimi e giovani che assumono steroidi per via orale o intramuscolare. Il problema sono le dosi, da 10 a 20 volte superiori a quelle utilizzate a scopo terapeutico per trattare carenze di testosterone, inoltre questi farmaci vengono spesso acquistati in Rete dove è impossibile determinarne la concentrazione di principio attivo che può essere anche più elevato rispetto a quanto indicato in etichetta.
“Quantificare il problema non è semplice” – aggiunge Franco Romeo – Direttore Cardiologia Policlinico Tor Vergata di Roma – “il NIDA americano parla di un uso tra gli atleti di una percentuale variabile tra 1 e 6%, mentre non ci sono dati precisi per l’Europa. Studi effettuati in Svezia parlano di una percentuale di adolescenti dal 2,8 al 5,8% che potrebbero pregiudicare la propria salute cardiaca a lungo termine”.

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Ipertensione e malattie cardiache

Posted by fidest press agency su martedì, 31 maggio 2016

ipertensione2Vilnius, Lituania, per la Fondazione Internazionale Menarini, dove ha promosso il Congresso Internazionale “Breaking the Cardiovascular Continuum through Understanding, Recognition, Treatment and Prevention of the Disease”, organizzato dall’Università di Scienze della Salute Lituana, dalla Facoltà di Medicina dell’Università di Vilnius, dalla Società Lituana di Cardiologia e dalla Società Lituana di Ipertensione. Diversi i relatori riconosciuti a livello internazionale per prestigio e competenza in campo cardiovascolare, tra cui Louis Ignarro, ricercatore di Los Angeles e Premio Nobel per la Medicina, che ha aperto il Congresso con una lettura plenaria relativa alle proprietà dell’ossido nitrico. Gli studi su questa sostanza hanno valso a Ignarro l’assegnazione del Premio Nobel e sono alla base di diversi farmaci. «La prima importante azione biologica osservata è stata che la nitroglicerina agisce rilassando la muscolatura liscia liberando ossido nitrico. Grazie alle sue proprietà, l’ossido nitrico può essere utilizzato per sviluppare trattamenti contro ipertensione, arteriosclerosi, ictus, angina pectoris, scompenso cardiaco, complicazioni vascolari del diabete e altri problemi cardiovascolari. In più e da queste basi biologiche che si è partiti per sviluppare i farmaci contro la disfunzione erettile».
Altro argomento centrale del congresso è l’ipertensione, la sua diffusione e soprattutto il mancato controllo. «Dai sessant’anni in su l’ipertensione arteriosa diventa, sia negli uomini sia nelle donne, la principale causa di ictus, infarti, scompenso cardiaco e insufficienza renale» spiega Giuseppe Mancia, Professore Emerito all’Università degli Studi Milano-Bicocca. «Andiamo incontro a un enorme paradosso se pensiamo che, nonostante i tanti farmaci per la cura dell’ipertensione, solo il 20% dei pazienti risulta avere la pressione arteriosa entro valori normali durante i controlli. Un paradosso dovuto soprattutto alla scarsa aderenza dei pazienti alla terapia prescritta dal proprio medico».
Una posizione ribadita da Agabiti Rosei, Direttore del Dipartimento di Scienze Cliniche e Sperimentali dell’Università di Brescia: «Oggi sappiamo quanto sia importante il monitoraggio continuo della pressione per una buona diagnosi e per impostare le cure più efficaci, o ancora quanto sia decisivo ma purtroppo spesso sottovalutato il danno d’organo (al cuore e non solo) che si accompagna alla pressione alta» aggiunge Agabiti Rosei. «Chi si occupa di ipertensione deve anche essere attento a gestire il rischio cardiovascolare complessivo di ogni singolo paziente, tenendo conto dei fattori di rischio spesso associati alla malattia (dal soprappeso al colesterolo alto, dal diabete all’abitudine al fumo). Inoltre la cura è meno semplice di quanto si creda, come dimostra lo scarso controllo della pressione nella maggioranza degli ipertesi».
Un aspetto particolare dell’ipertensione riguarda la forma resistente al trattamento, ossia una pressione che continua a rimanere alta nonostante il trattamento con tre o più farmaci appartenenti a classi differenti. A preoccupare è la dimensione del fenomeno, che nella sola Europa si stima riguardi circa 10-15 milioni di persone che per gli elevati livelli pressori sono soggetti ad alto rischio. «In Italia l’ipertensione arteriosa colpisce circa il 45-50% della popolazione generale adulta ossia oltre 14 milioni di soggetti, equamente distribuiti tra maschi e femmine. Di questi circa il 5-7% è affetta da ipertensione arteriosa resistente» avverte Massimo Volpe, Presidente della Società Italiana di Ipertensione arteriosa. «L’ipertensione arteriosa non controllata è un problema di Salute Pubblica rilevante: pazienti trattati che hanno una pressione arteriosa non controllata hanno un rischio di sviluppare una complicanza cardiovascolare (infarto, ictus, insufficienza cardiaca o renale, morte) comparabile a quello dei soggetti ipertesi non trattati».
Per quanto riguarda le terapie nel post-infarto, Claudio Borghi, Docente di Medicina Interna all’Università di Bologna, ha commentato i risultati di un recente studio relativo agli ACE inibitori, farmaci che negli ultimi vent’anni hanno significativamente ridotto la mortalità e l’ospedalizzazione per le malattie cardiovascolari. «L’analisi retrospettiva dello studio SMILE-4 suggerisce che zofenopril è più efficace del ramipril nel ridurre l’ospedalizzazione da cause cardiovascolari in pazienti post-infartuati con frazione di eiezione ventricolare superiore al 40%, in presenza di terapia concomitante con acido acetilsalicilico» spiega Borghi. «Questi dati supportano l’idea che il trattamento con ACE inibitori è utile nei pazienti post-infartuati, anche in assenza di segni di insufficienza cardiaca».

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