Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 289

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In Iran continua la campagna d’odio contro Israele

Posted by fidest press agency su martedì, 26 maggio 2020

Capostipite di tale campagna è l’ayatollah Ali Khamenei, che negli ultimi mesi ha intensificato i messaggi ostili nei confronti dello Stato ebraico.La Guida Suprema della Repubblica ha riversato il proprio veleno sui social in occasione della giornata di Gerusalemme (in arabo prende il nome di Al Quds, che coincide con l’ultimo venerdì di Ramadan), istituita con queste parole dall’ayatollah Ruhollah Khomeyni il 16 agosto 1979:“Il Giorno di Gerusalemme è il giorno in cui possiamo riconoscere quali persone e quali regimi sono della parte dei cospiratori internazionali e dei nemici dell’islam. Chi non partecipa è contro l’islam e a favore di Israele, e chi partecipa è a favore dell’islam e contro i suoi nemici: Stati Uniti e Israele”.Khamenei ha pubblicato in questi giorni un poster antisemita su Twitter, che evoca la “soluzione finale”, prendendo in prestito un’espressione cara al nazismo. Poster che mostra la capitale d’Israele conquistata da milizie iraniane, palestinesi e di Hezbollah, e priva di tutta la sua popolazione ebraica, con la scritta: “La Palestina sarà libera. La soluzione finale: resistenza fino al referendum”.

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Germania, Hezbollah e le minacce dell’Iran: cosa c’è dietro?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 13 maggio 2020

La decisione della Germania di mettere al bando Hezbollah ha provocato le ire dell’Iran, che ha minacciato il governo di Berlino. È l’estrema sintesi di una questione molto più complessa, che dallo scacchiere mediorientale si intreccia con le politiche dell’Ue e con la sicurezza nazionale di diversi paesi europei.Per dipanare la matassa dobbiamo porci la domanda: perché l’Iran minaccia la Germania per il divieto a un’organizzazione terroristica del Libano?
Risposta scontata, ma solo per i più attenti: Teheran si serve di Hezbollah come strumento di pressione e influenza in Medio Oriente e in Europa, in quell’ottica di espansione che lo porta a fare lo stesso con Kataib Hezbollah in Iraq, con gli Houti in Yemen e con il sostegno a molte attività di terrorismo internazionale, guerriglia, traffici e criminalità che arrivano in America del Sud.
Che Hezbollah sia un braccio armato della Repubblica islamica è stato confermato da Hassan Nasrallah, attuale segretario generale del gruppo terroristico libanese: “Hezbollah, le sue entrate, le sue spese, tutto ciò che mangia e beve, le sue armi e i suoi razzi provengono dall’Iran”.Entrando ancora di più nello specifico, la distinzione fra ala militare e ala politica di Hezbollah da parte di molti paesi dell’Ue è sempre stata contradetta dagli stessi Hezbollah, come nel 2012 quando il vice segretario generale, Naim Qassem, disse: “Non abbiamo un’ala militare e una politica”.Riassumendo: per sua stessa ammissione non c’è distinzione fra ala politica e ala militare di Hezbollah, che vengono finanziati e utilizzati per la propria politica dall’Iran.Iran che per attaccare la Germania ha fatto scendere in campo anche il giornale Vatan.Emrooz, che in un articolo ha rivolto un durissimo attacco contro la cancelliera tedesca Angela Merkel ritenuta “peggio di Hitler” e contro l’ambasciatore tedesco a Teheran, Michael Klor-Berchtold, additato come “spia sionista”.Frasi sprezzanti che aiutano a capire ancora meglio il motivo per cui Teheran abbia minacciato conseguenze alla Germania per la messa al bando di Hezbollah.Andiamo ancora più a fondo e leggiamo come il divieto è stato commentato dall’ammiraglio Ali Shamkhani, segretario del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale iraniano:“Una nuova sorpresa, i fornitori di armi di distruzione di massa all’ex dittatore iracheno Saddam Hussein sono diventati difensori dei diritti umani e chiamano il movimento di resistenza Hezbollah ‘terrorista’ per paura dei loro amici israeliani uccisori di bambini”.Tralasciando la bieca propaganda anti-israeliana riguardo ai bambini, cosa c’è dietro le parole dell’esponente politico iraniano?C’è la consapevolezza della collaborazione tra Israele e alcuni paesi europei, nel caso specifico la Germania, riguardo attività di intelligence e di sicurezza nazionale dei singoli stati.A rivelarlo è stato un funzionario israeliano:“La mossa è il risultato di molti mesi di lavoro con tutti gli interlocutori in Germania. Ai responsabili dei servizi si chiede di presentare le prove di un coinvolgimento legale diretto e comprovato che lega l’organizzazione a chiara attività terroristica, ed è quello che abbiamo fatto”.Il servizio segreto dello Stato ebraico, il Mossad, ha raccolto informazioni dettagliate sulle attività terroristiche di Hezbollah sul suolo tedesco, fra cui la presenza di una serie di depositi nella Germania meridionale appartenenti al gruppo terroristico libanese (centinaia di chilogrammi di nitrato di ammonio, usato per la fabbricazione di esplosivi) e il riciclaggio di denaro sporco con trasferimenti di milioni di euro che nel tempo sono finiti nei conti bancari appartenenti a Hezbollah.Quindi da una parte abbiamo l’Iran che si serve di Hezbollah per attività terroristiche e di riciclaggio in Europa e dall’altra Israele, che aiuta i singoli paesi europei a difendersi da questa minaccia.È ancora così difficile capire chi appoggiare e chi no?

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Ponte aereo dell’UNHCR con aiuti medici vitali atterra in Iran

Posted by fidest press agency su giovedì, 26 marzo 2020

Un ponte aereo dell’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ieri ha consegnato circa 4,4 tonnellate di articoli sanitari di vitale necessità, comprese scorte, volti a sostenere la risposta all’emergenza COVID-19 nella Repubblica Islamica dell’Iran.
L’Airbus A330-200, decollato da Francoforte, è atterrato all’Aeroporto Imam Khomeini di Teheran alle 17.40 (CET) con a bordo mascherine, guanti e farmaci essenziali destinati a far fronte alle urgenti carenze del sistema sanitario dell’Iran. Nelle prossime settimane sono previsti altri voli per la consegna di articoli, farmaci e dispositivi di protezione individuale (DPI) ulteriori da distribuire al personale sanitario.In Iran, inoltre, vi sono quasi un milione di rifugiati che hanno accesso ai medesimi servizi sanitari utilizzati dalla comunità di accoglienza e la cui salute è tutelata nell’ambito della risposta sanitaria nazionale. Tuttavia, ospedali e ambulatori faticano a rispondere al drastico aumento del numero di persone che necessitano urgentemente di assistenza.“Questi aiuti costituiscono una vitale àncora di salvezza capace di migliorare l’assistenza sanitaria in Iran, di cui beneficeranno rifugiati e comunità di accoglienza”, ha dichiarato Ivo Freijsen, Rappresentante dell’UNHCR in Iran. “L’UNHCR è solidale col popolo iraniano e ha mobilitato tutte le risorse necessarie per contribuire a contenere la diffusione del COVID-19 e attenuarne l’impatto sui più vulnerabili, compresi i rifugiati”, ha aggiunto.Il virus si è ora diffuso in tutte le 31 province dell’Iran. I rifugiati, la maggior parte dei quali vive a stretto contatto con le comunità di accoglienza nei villaggi, nei paesi e nelle città, sono esposti allo stesso rischio di contrarre il COVID-19 a cui sono esposti i cittadini iraniani.Fin dagli stadi iniziali dell’epidemia, l’UNHCR, in coordinamento col Governo dell’Iran, ha distribuito articoli di base per l’igiene quali sapone e carta assorbente monouso a circa 7.500 famiglie rifugiate che vivono in insediamenti sparsi in tutto il Paese. Gli articoli consegnati sono stati messi a disposizione anche del Governo e delle Ong partner parimenti impegnati nell’assicurare assistenza ai rifugiati.L’UNHCR continua a lavorare in stretto coordinamento con l’Ufficio per gli affari esteri e l’immigrazione e il Ministero della salute e dell’educazione sanitaria iraniani, le agenzie delle Nazioni Unite, tra cui l’Organizzazione mondiale della sanità, e le Ong partner nazionali e internazionali per sensibilizzare in merito all’adozione di misure chiave di prevenzione tra i rifugiati e le comunità di accoglienza.

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L’Iran non può fare la guerra, ma è ancora molto pericoloso. Anche per gli appoggi di cui gode

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 gennaio 2020

By Ugo Volli. La crisi iraniana è ben lungi dall’essere conclusa, ma una cosa è chiara, che l’eliminazione di Soleimani non ha affatto aperto quella crisi mondiale che i nemici di Trump hanno previsto questa volta come per ogni suo atto in Medio Oriente. Ma bisogna fare attenzione a capire le ragioni per cui l’Iran non ha potuto reagire come ha dichiarato e (forse) avrebbe voluto, ma si è dovuto limitare a un’azione poco più che simbolica, senza provocare vittime americane. Ho scritto “forse avrebbe voluto” per tener conto delle voci che sono girate per cui numerosi alti papaveri del regime degli ayatollah non sono rimasti troppo insoddisfatti dell’eliminazione del generale, che dava loro ombra grazie all’appoggio della “guida suprema” Khamenei e all’instancabile campagna di propaganda per se stesso che conduceva, appropriandosi dei “meriti” di tutte le azioni imperialistiche e terroristiche dell’Iran, tanto da essere candidato a prossimo presidente della Repubblica. Le dittature, come si sa, alimentano faide sanguinose nei loro vertici e forse qualche informazione sui movimenti del generale è venuta anche dai suoi avversari politici interni.Al di là di questo problema, l’Iran non ha reagito per la sua estrema debolezza. Sul piano economico non solo pesano le sanzioni americane, ma vi sono tutti i disagi di un’economia di guerra, che sostiene eserciti in cinque o sei paesi (Yemen, Iraq, Libano, Siria, territori governati da Hamas e dall’Autorità Palestinese), interviene attivamente e costosamente in altri, come Sudan, Baherin, Somalia ecc., alimenta la produzione di missili, armi atomiche, aerei e navi militari ben oltre il ragionevole. E inoltre, come capita di frequente nelle dittature, soprattutto islamiche, vi è un grado di controllo politico sull’economia, e dunque di corruzione, di vera e propria cleptocrazia, che pesa sulla vita di tutti i suoi sudditi in maniera intollerabile. Del resto problemi economici analoghi colpiscono il grande protettore dell’Iran, cioè la Russia di Putin, e la potenza islamica che condivide molti dei suoi atteggiamenti ed è spesso complice delle sue iniziative, anche se strategicamente in concorrenza, cioè la Turchia.Aggiungeteci un esercito impreparato, nervoso, bugiardo e incapace di assumersi le proprie responsabilità, come è emerso nel criminale abbattimento dell’aereo ucraino e un’opposizione che non si stanca di rifiutare le politiche e l’islamismo degli ayatollah, anche se rischia grande. Le proteste delle donne, dei giovani, delle persone impoverite dalla crisi, di coloro che vogliono la libertà di vivere normalmente senza sottoporsi all’oppressione delle milizie e delle “polizie della virtù” si succedono ininterrottamente, anche se sono represse con estrema violenza, al costo di migliaia di vittime. Se ci fosse una guerra, tutto questo rischierebbe di esplodere, travolgendo il dominio dei preti islamici, che è fragile, anche se ormai quarantennale. Infine è evidente che una guerra con l’America si svolgerebbe sotto forma di bombardamenti sul suolo dell’Iran, e avrebbe l’effetto di distruggere le sue forze armate e il suo regime, per quanto gravi fossero le rappresaglie che gli ayatollah fossero in grado di infliggere ai loro nemici. Solo il possesso della bomba atomica potrebbe permettere agli iraniani di scatenare una guerra con qualche speranza di non uscirne travolti e distrutti. E questa è una delle ragioni per cui è imperativo impedire che l’atomica iraniana sia costruita, come Israele ripete ormai da molti anni.E però bisogna fare attenzione: questi fatti non annullano affatto la minaccia iraniana, non trasformano la dittatura sciita in una tigre di carta, come qualcuno ha scritto. La minaccia resta in piedi ed è grave, per due ragioni militari e una politica. La prima è che l’Iran può continuare ad agire col terrorismo e soprattutto grazie alla rete di mercenari e fantocci che soprattutto Soleimani ha contribuito a creare in tutto il Medio Oriente: Hamas, Hezbollah, Houthi, l’esercito siriano, le milizie sciite in Siria e Iraq, le opposizioni in Bahrein e altri paesi del Golfo e infine le sue stesse “guardie rivoluzionarie”che agiscono con tecniche da guerriglia, per esempio contro le petroliere negli stretti. Non c’è dubbio che gli ayatollah continueranno a foraggiarle e a dirigerle ed esse continueranno a sfidare la legalità internazionale.La seconda ragione emerge dalle immagini del bombardamento delle basi americane, che alcuni hanno definito “telefonato”, perché sembra sia stato anticipato alcune ore prima agli iracheni che hanno avvertito gli americani. Sia stato così o meno, dalle immagini satellitari emerge che i missili iraniani hanno penetrato la difesa antimissile americana e hanno colpito con notevole precisioni, provocando gravi danni a strutture che, per fortuna o per calcolo, erano state evacuate. Insomma, le basi americane si sono mostrate altrettanto vulnerabile della grande raffineria saudita che era stata colpita alcune settimane fa da un attacco analogo. E’ probabile, come qualcuno ha sostenuto, che queste basi non fossero difese bene come il quartier generale americano nel Golfo, che ha sede in Qatar, me ci sono ragioni sufficienti per allarmare i militari Usa e soprattutto Israele, che essendo un paese e non una base ha moltissimi obiettivi sensibili, quante sono le città, gli impianti industriali, gli aeroporti, le infrastrutture energetiche e dell’acqua ecc. Non è detto che i sistemi antimissile come Iron Dome e David’s Sling siano in grado di neutralizzare completamente un attacco anche piuttosto limitato come quello che ha colpito gli americani. Insomma gli iraniani non possono vincere una guerra, ma possono fare danni gravi, se non sono neutralizzati in tempo. Il che suggerisce l’opportunità, di fronte a una crisi, di una guerra preventiva; ma non è detto che Israele possa reggerla da solo e certamente Trump non ha la minima voglia di una guerra vera e propria in un anno elettorale.E qui viene la ragione politica che sostiene in questo momento la minaccia iraniana. Come si è visto la settimana scorsa, i democratici americani hanno rinunciato al tradizionale atteggiamento patriottico, per cui l’opposizione negli Stati Uniti tradizionalmente evita accuratamente di indebolire il presidente quando egli si prende la responsabilità di difendere il paese sul piano militare. Chiamatela come volete, tradimento o spirito di parte o prudenza, ma è evidente che i democratici e la stampa che essi controllano, compresi gli “autorevolissimi” New York Times, Washington Post e CNN, sull’eliminazione di Soleimani si sono schierati più dalla parte dell’Iran che del loro paese, come del resto ha fatto un bel pezzo di Unione Europea. Questa volta, come in genere nella sua politica estera, Trump si è mostrato un abilissimo tattico, ben diverso dal pasticcione che i media tentano di accreditare. Ed è evidente che ha vinto lui questa partita. Ma senza la solidarietà nazionale che è tradizione dell’America è chiaro che le sue mosse debbano essere calcolate con grande prudenza, il che rafforza notevolmente la posizione politica e militare dei nemici degli Usa e in particolare dell’Iran. Insomma, la partita è aperta ed è delicatissima, soprattutto per Israele. Dove esiste anche un’opposizione che indebolisce la capacità di reazione del paese, con l’aggravante che non si tratta di un partito del Parlamento, ma di un apparato dello stato, quello della giustizia incentrato del procuratore generale Mandelblit, che a quanto pare negli ultimi mesi ha già bloccato operazioni militari sia a Gaza che in Siria, per il sospetto che avrebbero influito sulla campagna elettorale. Possiamo solo sperare che sia Trump che Netanyahu riescano a svolgere il loro lavoro e a impedire l’armamento atomico dell’Iran, raggiungibile a quento pare in un paio di mesi di lavoro, anche in queste difficili condizioni.

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L’eliminazione di Soleimani ostacola il progetto imperialista iraniano

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 gennaio 2020

Le analisi che abbiamo letto in questi giorni dopo l’uccisione americana del generale Soleimani sono state viziate, come al solito, da odio antiamericano e subalternità all’islamismo. Eppure gli argomenti per considerare giustificato e utile, addirittura necessaria la scelta di Trump sono chiarissimi. In primo luogo, sul piano etico-politico, è chiaro che negli ultimi tempi più ancora che in passato, l’Iran sta usando le risorse di un paese ricco, beneficato ulteriormente dall’accordo IPCOA voluto da Obama, per preparare una guerra in grande stile, apprestando sistemi d’arma missilistici intercontinentali e bombe atomiche; ma soprattutto sta conducendo una guerra a bassa intensità, spesso usando satelliti come Hezbollah, Houtis, Hamas e contando sull’appoggio russo e cinese, contro Stati Uniti, Israele, Arabia ed Egitto, alla ricerca di un impero regionale. Per costruirlo l’Iran ha bisogno di eliminare Israele, cacciare gli Stati Uniti dalla regione imponendo loro perdite intollerabili e colpire i centri di potere alternativo come Arabia ed Egitto. Se ci riuscisse potrebbe contare sui due terzi delle risorse petrolifere del mondo e controllare stretti vitali per l’economia mondiale come quelli che chiudono il Golfo Persico e il Maro Rosso.
Questo progetto imperialista, cui corrisponde un controllo totalitario della società interna, è in corso da decenni, è stato fortemente incrementato dall’IPCOA e ha portato l’Iran a controllare quattro stati stranieri (Libano, Siria, Iraq, Yemen), minacciando ormai da vicino Israele e Arabia. Negli ultimi mesi, oltre ad attaccare i propri nemici in questo teatro, l’Iran ha rapito petroliere e altre ne ha colpite con Mine nel Golfo e all’imbocco del Mar Rosso, ha bombardato i pozzi di petrolio dell’Arabia, ha cercato di colpire Israele dal Nord e dal Sud con altri missili, ha abbattuto mezzi militari americani, ha investito risorse ingenti per creare una rete logistica militare dal suo territorio attraverso l’Iraq e la Siria fino al Libano. Insomma esso è oggi oggettivamente il più grande e attivo pericolo per la pace del mondo. Il coordinamento di questa grande azione strategica e le disposizioni alle forze fantoccio nei vari paesi è stato il lavoro di Soleimani, un compito difficile e gigantesco, compiuto dal capo militare dell’Iran con grande e terribile competenza.Date queste premesse, il problema etico-politico è il seguente: cosa bisogna fare di fronte agli aggressori più pericolosi e determinati? Di fronte agli Stalin, agli Hitler, ai Tamerlano, ai Gengis Kahn, bisogna resistere o cercare di calmarli con le concessioni? Lo spirito prevalente oggi in Europa e naturalmente in Italia, risponde a questo secondo principio, come accadde negli anni Trenta con l’ ”appeasement” di Chamberlain di fronte a Hitler. L’esperienza dice che questo atteggiamento non funziona, anche perché di solito questi aggressori sono in debito di risorse (questo è il caso dell’Iran, ma oggi anche della Turchia e della Russia) e cercano di usare il loro imperialismo per procurarsele depredando gli aggrediti e di usarle poi ancora per estendere l’offensiva. Bisogna dire che l’Europa collabora attivamente all’armamento iraniano, sostenendo attivamente l’economia degli ayatollah imperialisti, organizzando anche forme semiclandestine di commercio per aggirare la sanzioni americane.E’ essenziale dunque contenerli, come Churchill e Truman (e poi di nuovo Reagan) fecero con l’Urss, combatterli, bloccarli, se occorre anche con mezzi militari, come ancora Churchill fece con la Germania nazista, nonostante le profferte di pace di Hitler. Questa è la scelta che ha fatto Trump, ed è perfettamente giusta. Molto, molto meglio rischiare oggi un conflitto armato quando il nemico non lo vuole e privarlo di risorse importanti, che subirlo quando esso sarà pronto e giudicherà conveniente attaccare.Sul piano giuridico, bisogna chiedersi se gli attacchi iraniani che ho riassunto sopra siano atti di guerra legittimi o gesti terroristici. Nel primo caso è naturalmente legittimo cercare di eliminare il comandante militare nemico, cogliendo un momento in cui egli è scoperto: si tratta di un normale atto di guerra. Nel secondo caso non si tratta di un militare ma di un terrorista, colto nel momento in cui stava cercando di organizzare nuovi atti di terrore contro il personale americano in Iraq: non si vorrà pensare che Soleimani fosse andato da Damasco all’aeroporto di Baghdad in gita di piacere? Gli americani del resto hanno detto di avere le prove di un imminente e molto sanguinoso attacco contro le loro forze. Anche in questo caso non vi è dubbio che il diritto stia dalla parte di Trump.Infine, le previsioni su quel che accadrà ora. L’Iran è un grande stato, con 80 milioni di sudditi e un territorio esteso e naturalmente ben difeso. Senza dubbio impensierisce Israele, ma non ha le armi per far paura agli americani. Strepita e minaccia vendetta, ma non è detto che ci provi davvero, anche perché legittimerebbero un’ulteriore reazione americana che facilmente distruggerebbe risorse materiali importanti per i loro piani imperialistici. Semmai, il problema è che l’eliminazione del comandante in capo dei militari non ha distrutto le armi più pericolose dell’Iran, cioè le bombe atomiche in via di fabbricazione e i missili balistici a lunga gettata. Questo è un lavoro che resta da fare, e se non all’America, toccherà certamente a Israele che ne è direttamente minacciato.Ma questo è un altro argomento, che probabilmente dovremo affrontare non fra molto. Per ora possiamo solo essere grati per il fatto che alla testa degli Stati Uniti ci sia Trump e non un Obama, una Clinton o un Sanders. Dopo il riconoscimento di Gerusalemme come capitale e della legittimità degli insediamenti, ora ha anche preso in mano direttamente l’eliminazione di Soleimani, che sembra per due volte Obama avesse impedito a Israele, passando le informazioni all’Iran. Ancora una volta come spesso nel secolo scorso l’America si sta prendendo la responsabilità e l’onere di salvare il mondo da una terribile minaccia.

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FCNL Condemns Assassination, Urges Congress to Oppose Escalation of Deadly Conflict with Iran

Posted by fidest press agency su domenica, 5 gennaio 2020

In response to this week’s assassination of an Iranian military leader by the United States, Friends Committee on National Legislation’s Executive Secretary Diane Randall released the following statement:The Trump administration’s assassination of the military commander of Iran’s Quds Force is a dangerous escalation of the confrontation with Iran that will lead to more bloodshed, further destabilize Iraq, and expand conflict and instability throughout the Middle East.FCNL condemns the assassination of Maj. Gen. Qasem Soleimani and other pro-Iran militia leaders. We are opposed to all killings and condemn the killings of hundreds of Americans and other civilians by Iran’s Quds Force and their militia allies. The only way to de-escalate tensions and resolve our differences with Iran is through diplomacy.
As a Quaker organization, we hold firm to the faith that war is not the answer; neither is assassination or mass killings of innocent civilians. We believe the origin of this crisis lies with the Trump administration that has withdrawn from the international nuclear agreement with Iran, undermined diplomatic efforts, and escalated economic and military pressure on Iran. And with Congress’ failure to act to explicitly reject war with Iran and insist on diplomacy.
Make no mistake, Congress has not authorized war with Iran. But in December 2019, Congress struck language from a military policy bill that would have explicitly denied authorization for a war with Iran. That legislative language would have repealed the outdated 2002 Authorization for War with Iraq, which the administration may be using to provide legal cover for this assassination.Speaker Nancy Pelosi, Rep. Eliot Engel (NY), Sen. Chris Murphy (CT) and other members of Congress who have stated that Congress did not authorize this escalating war with Iran are correct. Congress should – as many members are already declaring – demand a full briefing on the attack and hold public hearings on the escalation of violent conflict with Iran. But Congress’ core concern should be stopping a destructive war. That is why we urge Congress to swiftly pass legislation taking away any legal justification and explicitly prohibiting funding for war.
Truly, these escalating acts of war will not end what has been an endless war in Iraq and other countries in the Middle East. This recent assassination will only unleash a new cycle of the deadly conflict at the cost of millions of peoples’ lives and livelihoods. It will be answered with violence and war, not peace.Congress has the power to stop the march to war with Iran and return our nation to the path of diplomacy and international engagement – that is the only way to prevent war. It must exercise its constitutional authority now.

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ll leader iraniano Ali Khamenei continua a negare la Shoah

Posted by fidest press agency su giovedì, 26 dicembre 2019

Per farlo l’Ayatollah ha attaccato la Francia e ha difeso Roger Garaudy, perseverando nell’idea che i lager nazisti siano un falso storico.
Khamenei ha dispensato errate lezioni di storia su Twitter, dove ha scritto: “Nel suo libro, #RogerGaraudy, il filosofo francese, ha espresso dubbi sul numero delle vittime #olocausto. Il governo francese non solo vietò il suo libro, ma portò anche Garaudy in giudizio. Questi sono i sostenitori della difesa di #FreedomOfSpeech”.Il leader iraniano ha voluto ricordare così l’anniversario della fine del processo contro Garaudy, che si concluse il 16 dicembre 1998, con una condanna a sei mesi e diverse ammende per aver messo in dubbio la Shoah, reato contrario alla legge sul negazionismo approvata in Francia nel 1990.Le false tesi di Garaudy, che nel 1982 si convertì all’islamismo e adottò il nome di Ragaa, si basano sul fatto che gli ebrei siano morti a causa del tifo e che i forni crematori siano stati utilizzati per bruciare i cadaveri delle vittime della malattia.Non solo, perché lo scrittore e attivista francese scomparso nel 2012, sosteneva che le camere a gas non fossero mai esistite e che la loro scoperta fosse stata ottenuta dalle confessioni dei soldati tedeschi torturati.Già in passato Khamenei aveva messo in dubbio la Shoah:“L’Olocausto è un evento la cui realtà è incerta e se è accaduto, non è sicuro di come sia successo. Esprimere un’opinione sull’Olocausto o mettere in dubbio ciò è uno dei più grandi peccati in Occidente. Lo impediscono, arrestano i dubbiosi, li provano mentre affermano di essere un paese libero”. Già la tesi alberga nella fantasia, ma tirare in ballo la mancata libertà in altri paesi diventa una presa in giro.Come può un leader iraniano parlare di libertà quando nel suo paese le minoranze sono colpite, le donne lapidate e i gay uccisi? Non ci risulta che gli ebrei deportati fossero malati di tifo. Non ci risulta che negare la Shoah porti inevitabilmente all’arresto.Ci risulta, invece, che sei milioni di ebrei vennero uccisi dalla malvagità della Germania nazista e da tutti i suoi complici.

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Dove va l’Iran?

Posted by fidest press agency su venerdì, 29 novembre 2019

L’Iran e la teocrazia che lo controlla costituiscono un vero e proprio caso della politica internazionale. Affrontarlo in termini di “realpolitik” risulta difficile, se non impossibile. Tuttavia è indispensabile riportare nel mondo della realtà effettuale luoghi comuni molto radicati, anche a costo di urtare suscettibilità e intolleranze. Governi e cancellerie hanno evidentemente volontà e motivazioni per alzare cortine fumogene, disorientare le opinioni pubbliche nei propri paesi e giocare la partita dietro le quinte del palcoscenico. Sulla pelle, naturalmente, di milioni di persone. Oggi le informazioni sono disponibili grazie ai think-tank e agli istituti di studi strategici che sui siti internet non nascondono nulla o quasi. Le periodiche proteste di piazza che scuotono la Repubblica Islamica sono un effetto naturale delle sanzioni cui è sottoposto l’Iran (il prezzo vero lo paga la gente comune) e più ancora il segnale evidente dell’insofferenza generata da un regime che impone la più stretta osservanza religiosa. Basti pensare che applicando il diritto islamico (tanto sunnita che sciita) la maggiore età si raggiunge secondo le disposizioni della Sharia e quindi per gli ayatollah non ha senso parlare di condanne a morte inflitte a minorenni.E qui veniamo al punto: in Iran si confrontano due anime, quella moderna sostenuta dalla diffusione globale di internet e quella tradizionalista che è alla base dei poteri istituzionali, a partire dalla instaurazione del regime islamista nel 1979. Il cosiddetto Occidente preferisce la stabilità ad ogni costo, ed è per questo che detesta il principe ereditario saudita, il quale tenta di far uscire il regno dall’età dell’oscurantismo. Oscurantismo benedetto, occorre scriverlo, dai signori del petrolio di Londra, New York ed anche Roma/Milano. E qui veniamo all’altro punto sensibile: l’Islam sunnita è in qualche modo compatibile con una politica di riforme guidata da interessi politici ed economici, l’Islam sciita è invece condizionato da una visione apocalittica della storia dell’umanità, del messaggio del Profeta e della rivelazione coranica. Il Dodicesimo Imam si manifesterà di nuovo dopo i secoli dell’occultazione. Questo avverrà se e quando gli sciiti riusciranno ad impadronirsi della penisola arabica e poi di Gerusalemme, eliminando la dinastia di Ryadh e prendendo i palestinesi sotto la propria protezione. L’intero Islam dovrà passare alla Shia (il termine significa appunto “fazione, partito”) e poi il mondo intero. La Shia è la tradizione di Alì, cugino di Maometto e considerato suo legittimo erede dagli sciiti). Alì fu assassinato dai rivali nell’anno 36 dell’Egira e cioè il novembre 656 era cristiana.In questo senso la politica ufficiale dell’Iran vede scontrarsi le due anime del regime, quella pragmatica e quella fondamentalista. Con le masse in rivolta alcuni vorrebbero trattare, per altri si deve reprimere duramente una rivolta di eretici alimentata dall’esterno. Tuttavia si vede concretamente che la politica della massima pressione su Teheran sta funzionando. Anche troppo, secondo molte cancellerie e secondo la fronda antipresidenziale di Washington. Per il business si vorrebbe un Iran tranquillo e libero dalle sanzioni. L’analisi dell’equazione potrebbe portare a constatare l’impossibilità di risolverla. Oggi le armi nucleari non sono considerate dai tecnici militari lo strumento più utile per la guerra totale. L’arma totale va individuata nei gas tossici, ma presumibilmente nessuno vorrà usarli in quanto sono posseduti da tutti, grandi, grandissimi e piccoli, ricchi e poveri.La bomba va piuttosto vista come status-symbol di un potere nuovo, capace di alterare gli equilibri geopolitici locali, in quanto conferisce prestigio e possibilità di intervento negli affari interni di altri stati. L’Europa, che ragiona solo in termini di crisi e tornaconto economico, non vedrebbe in termini negativi un vicino oriente governato da tre gendarmi in sospettoso equilibrio reciproco: Russia, Turchia, Iran. Ma qui si arriva a un altro punto privo di possibili mediazioni politiche. Al-Quds (città santa) è il nome arabo di Gerusalemme. La divisione Al-Quds del Corpo dei Guardiani della rivoluzione khomeinista, incaricata delle operazioni militari fuori dai confini, intende simboleggiare con il suo nome la dimensione apocalittica e religiosa della politica militare iraniana. Così, tanto per ribaltare i luoghi comuni più sciocchi e più facili, ciò che per gli ebrei del mondo costituisce un interesse esistenziale (la sopravvivenza dello Stato di Israele) viene interpretato come un prodotto di nevrosi collettiva alimentata da una storia terribile di persecuzioni. Occorre invece preoccuparsi, secondo la diplomazia europea, soltanto di soldi, affari e posti di lavoro. Sia pure soltanto come esempio valido per tutta la UE, sarà utile consultare i siti dedicati del nostro ministero: infomercati esteri.it e poi Diplomazia Economica Italiana. Gli abitanti della Repubblica Islamica sono 82 milioni, età media 27 anni, 70% vive in aree urbane, tasso di scolarità superiore ed universitaria elevato. E per finire il timore più operativo e dunque meno dichiarato: il collasso improvviso del sistema Iran e una possibile guerra civile modello Siria spingerebbero milioni di nuovi profughi verso le frontiere europee e verso il Mediterraneo. (by Piero Di Nepi)

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Shirin Ebadi sui rapporti USA/IRAN

Posted by fidest press agency su venerdì, 12 luglio 2019

Prima donna magistrato in Iran, avvocato e prima donna musulmana a essere insignita del Premio Nobel per la pace nel 2003, l’esule iraniana è intervenuta sui temi caldi dell’attualità politica italiana e internazionale.“Il problema fra l’Iran e l’America non è nucleare, il problema è la politica estera iraniana.L’Iran infatti pratica l’ingerenza nei paesi della regione mediorientale”. Ad intervenire sui rapporti fra USA e Iran, nelle interviste rilasciate alla redazione di Consulentidellavoro.it e nel corso del Festival del Lavoro 2019, Shirin Ebadi, prima donna magistrato in Iran, avvocatessa iraniana e Premio Nobel per la pace 2003. “Noi iraniani siamo contro la guerra perché sappiamo che la guerra non fa cadere il regime, lo rafforza. Le guerre rafforzano i dittatori ed è per questo che il regime islamico di Teheran spinge per lo scontro, che consentirebbe invece, con la scusa di difendere la sicurezza nazionale, di uccidere di più e maltrattare di più il proprio popolo”. “Comunque, la guerra nucleare non ci sarà”. Sicuramente alto è il rischio di attacchi offensivi, ma non con l’arma nucleare. “Ovunque dovesse scoppiare nel mondo, una guerra nucleare sarebbe pericolosa per tutta l’umanità, quindi è difficile che accada. Però c’è il pericolo di attacchi localizzati e brevi, a danno di persone e siti civili come fabbriche e centrali elettriche”. Dunque, per Ebadi è fondamentale che riprendano al più presto i negoziati perchè il popolo iraniano vuole il dialogo: “La disoccupazione è terribile; la gente non ha pane da mangiare, invece i soldi iraniani diventano armi negli altri paesi. Non abbiamo abbastanza scuole e ospedali, invece i nostri soldi diventano razzi da lanciare in altri paesi della regione”. Intervenendo poi sulla situazione dei professionisti in Iran, il Premio Nobel ha sottolineato
come decine di avvocati, ad esempio Nasrin Sotoudeh, per il semplice fatto di avere difeso i prigionieri politici e di avere svolto il loro lavoro in difesa dei diritti umani, sono stati vittime di persecuzioni, arresti, condanne. Così come sono in pericolo i giornalisti che raccontano quello che accade senza filtri e gli attivisti che lottano per la difesa dell’ambiente. Da qui l’appello alla libertà d’informazione: “Senza i mezzi di informazione non riusciremmo a far arrivare la nostra voce dappertutto. Gli stessi social network e Internet possono avere questa funzione. Pubblicate le nostre notizie. Parlatene. Le donne iraniane devono essere sentite. E come giornalisti consigliate ai vostri politici, se vanno in Iran e hanno delegati donne, di non usare il velo. Come esempio di solidarietà alle tante donne che sono costrette ad indossarlo”. Il video dell’intervista a Shirin Ebadi realizzata dalla redazione di Consulentidellavoro.it:
http://www.consulentidellavoro.tv/watch.php?vid=6cdd4976c

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Israele, Cirielli (Esteri): “Iran legittima diritto all’autodifesa”

Posted by fidest press agency su lunedì, 21 gennaio 2019

“Le parole del comandante dell’aeronautica di Teheran, generale Aziz Nasirzadeh, sulla volontà di eliminare Israele legittimano il diritto all’autodifesa dello Stato di Israele. Soprattutto alla luce della presenza di ingenti forze iraniane al confine con la Siria. Parole che confermano una minaccia concreta verso una Nazione con cui l’Italia deve dimostrare non solo a parole con atti concreti un’alleanza politica e militare”. E’ quanto afferma in una nota Edmondo Cirielli, Questore della Camera dei Deputati e componente della commissione Esteri.

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L’Iran ha lanciato razzi su Israele

Posted by fidest press agency su venerdì, 11 maggio 2018

Poco dopo Israele ha risposto all’attacco. È l’estrema sintesi dell’aumento della tensione delle ultime ore in Medio Oriente. Tensione che già nelle scorse settimane, fra raid aerei e dossier segreti sul nucleare, si era notevolmente alzata.Di queste ore è l’attacco iraniano contro le postazioni israeliane sulle alture del Golan. Un portavoce militare dello Stato ebraico ha reso noto che sono circa venti i razzi lanciati dalla forza Al Quds iraniana. Alcuni sono stati intercettati da “Iron Dome”, il sistema di difesa antimissili di Israele.Lo stesso portavoce, che ha definito “l’attacco iraniano contro Israele è molto grave”, aveva annunciato una pronta reazione di Israele, che è arrivata poco dopo.Secondo l’agenzia ufficiale siriana Sana, citata da Rt, le forze israeliane hanno sparato colpi d’artiglieria dal Golan verso la provincia di Quneitra, in particolare sulla città di Baath:Tra gli obiettivi di Israele, depositi di armi e basi militari. Della risposta israeliana all’attacco iraniano, hanno parlato le autorità siriane secondo cui i missili israeliani avrebbe centrato e distrutto un radar.Il ministro della difesa Avigdor Lieberman ha dichiarato che si tratta del “più grande attacco che portiamo avanti da diversi anni a questa parte” e che “nessuno dei razzi di Teheran” è riuscito a colpire il territorio israeliano, sottolineando:“Spero che questo capitolo sia chiuso e che ognuno abbia avuto il suo messaggio”.Secondo Israele dietro l’attacco missilistico dell’Iran ci sarebbe Qasim Soleimani, il generale iraniano comandante dell’Apparato Qods, la struttura per le operazioni speciali che coordina le milizie sciite in Medio Oriente ed è coinvolta nel conflitto in Siria. (fonte: http://www.progettodreyfus.com/iran-attacco-israele/)

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Sanofi, Novonordisk and Novartis Iran recognized as the Best Places To Work in Iran for 2018

Posted by fidest press agency su martedì, 20 marzo 2018

According to the annual Workplace program driven by the prestigious global research firm BPTW and conducted among different companies operating in Iran from different business sectors.
Best Places to Work program is an international program providing employers in different regions the opportunity to learn more about the engagement and satisfaction of their employees and honor those who deliver an outstanding work experience. Additionally, The Best Places To Work certification is awarded to companies with the highest standards of excellence in regards to working conditions.The first position was awarded to Sanofi Iran, a multinational pharmaceutical company focusing on patient needs and engaged in the research, development, manufacture and marketing of therapeutic solutions. Within the company, employees are the most valuable resource and the company supports and encourages their success by promoting a healthy work-life balance. “BPTW provided a good opportunity to benchmark our employee engagement level and HR processes with the rest of the market,” said Khosro Aghajanian, HR Director for Sanofi Iran.
Novonordisk Iran, a world leader healthcare company, came as the second best place to work, thanks to a clear vision and an unparalleled work environment providing learning opportunities, development and evolution for the employees. “Our office is filled with energy, passion and momentum around bringing change for people living with chronic conditions in Iran,” said Ghobad Shahbazi, General Manager & Corporate Vice President for Novonordisk Iran.
Novartis Iran, a global healthcare company committed to improving health and well-being through innovative products and services, came as the third best place to work for in Iran for 2018. The company provides a great working environment for its employees including career opportunities encouraging associates to stay longer. ”Novartis Iran is the best Place to work, since it highly values its associates, and patients are at the core of everything we do,” said Alireza Afsarian, HR Director for Novartis Iran.“This certification validates the commitment of companies in Iran to provide the employees with a positive work environment that challenges and encourages them to develop personally and professionally,” said Hamza Idrissi Program Manager for Iran.The experience of working with organizations across different sectors in the Iran tells us that leaders at the best workplaces place employees at the heart of their business strategy and consider building a great workplace among their top business goals.

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Il governo italiano usa i soldi dei contribuenti italiani per attività finanziarie iraniane a rischio?

Posted by fidest press agency su domenica, 10 dicembre 2017

iran“Il governo Gentiloni vuole affidare i soldi dei contribuenti italiani a Paesi come l’Iran che collaborano con cellule terroristiche e contro cui l’amministrazione di Donald Trump sta predisponendo nuove sanzioni”: è quanto dichiara in una nota, Edmondo Cirielli, parlamentare di Fratelli di Italia e componente della commissione Esteri della Camera dei Deputati, che chiede al “Parlamento di stralciare l’articolo 32 della nuova legge di bilancio che nei prossimi giorni comincerà l’esame in Senato”.
“L’articolo 32 della legge di bilancio – spiega Cirielli – trasforma Invitalia in una specie di nuova Sace, capace di assicurare investimenti esteri anche a Paesi ad alto rischio come l’Iran, il cui governo non solo sostiene il terrorismo ma si distingue per un altissimo livello di corruzione e con un sistema bancario sull’orlo del fallimento”.“Ma il passaggio più grave è che il governo del Pd intenda recuperare i soldi per sostenere il rischio degli investimenti dal fondo destinato a supportare l’imprenditoria giovanile istituito con la legge 196 del 1997 (articolo 25, comma 2). Inoltre – sottolinea Cirielli – il Ministero delle Finanze istituirà un fondo di 120 milioni di euro finanziato con i soldi destinati alle aree depresse e colpite da eventi sismici.In questo modo oltretutto si incoraggiano le aziende italiane a tuffarsi in avventure economiche pericolose che andrebbero piuttosto sostenute da assicurazioni private ““Siamo in presenza di un vera e propria truffa”- conclude il deputato di Fdi – ai danni dei contribuenti italiani che rischiano di vedere anche se indirettamente i propri soldi finire nelle mani dei terroristi.

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Italia e Iran rafforzano la collaborazione nel dare valore al capitale intellettuale

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 novembre 2017

iranLo studio GLP, realtà che da 50 anni opera a livello internazionale nella difesa della proprietà intellettuale, ha ospitato il 30 ottobre una delegazione iraniana composta da una trentina di manager delle più importanti realtà industriali. L’incontro, che si è svolto nella sede dello studio udinese di viale Europa Unita, è avvenuto nell’ambito del progetto MAKE Iran – Trip to Italy; un progetto che, nato dalla collaborazione tra il professor Maurizio Massaro del dipartimento di Scienze Economiche e Statistiche dell’Università di Udine e l’organizzazione Most Admired Knowledge Enterprises (MAKE) Iran, è gestito dalla Sharif University di Teheran.«Siamo onorati di essere stati selezionati come professionisti della proprietà intellettuale per rappresentare il nostro Paese all’interno progetto MAKE Iran», ha osservato Daniele Petraz, managing partner di GLP, studio che vanta oltre 7mila clienti e più di 100mila casi trattati e che fa parte del programma “Big Clients” dell’Ufficio Brevetti Europeo (EPO). «Un progetto che si prefigge di identificare, riconoscere e promuovere le aziende che si distinguono per la loro capacità di creare valore – in termini di migliori prodotti, servizi, soluzioni manageriali e gestionali – attraverso la trasformazione della conoscenza. Attraverso incontri con le aziende italiane, da un lato mira a far vedere ai partecipanti modelli di eccellenza che consentono alle aziende iraniane di superare i problemi legati all’isolamento dettato dalle sanzioni, dall’altro vuole facilitare rapporti commerciali e di scambio tra le aziende partecipanti iraniane e quelle ospitanti italiane».Il progetto MAKE, ha ricordato Maurizio Massaro membro internazionale del nucleo di valutazione per il MAKE Award 2017-2020, «è un percorso formativo per le realtà dell’Iran. La loro visita rientra in un percorso finalizzato a migliorare i processi di conoscenza all’interno delle loro realtà industriali. Sulla base delle soluzioni adottate e dei risultati conseguiti, verrà assegnato il MAKE Award».L’incontro di Udine ha avuto come fulcro l’effetto leva legato alla proprietà intellettuale nello scenario competitivo internazionale. Marchi e brevetti rappresentano infatti un capitolo importante per un’economia come quella iraniana che vuole affacciarsi in modo solido sui mercati internazionali. All’incontro hanno partecipato una trentina di manager delle principali aziende iraniane. Veri e propri colossi come Mapna Electric & Control Engineering & Manufacturing, Hormozgan Steel Company, Khouzestan Steel Company, Mobarake Steel Company (Msc) che da sola ha oltre 50.000 dipendenti, e National Petrochemical Company. Ha concluso Petraz: «La valorizzazione del capitale intellettuale è una leva in più. E grazie a occasioni come queste, le consolidate relazioni commerciali che ci sono tra Italia e Iran possono trovare ulteriori sbocchi di crescita e sviluppo». Di fatto l’Italia è il primo partner commerciale per l’Iran nell’Unione Europea. Se nel periodo delle sanzioni internazionali il volume di interscambio era passato dai 7 miliardi di euro a 1,3, tra il 2015 e il 2016 gli interscambi sono aumentati del 200%. Solo nel primo trimestre del 2017 ha raggiunto i 1,2 miliardi: 800 milioni sono le esportazioni iraniane in Italia, 400 milioni le esportazioni italiane in Iran.
GLP – Fondata da Gilberto Luigi Petraz nel 1967 a Udine e gestita oggi dai figli Davide e Daniele, GLP è tra le prime cinque aziende italiane nel settore della tutela della proprietà intellettuale. Con sedi Udine, Milano, Perugia, San Marino e Zurigo, conta più di 70 dipendenti, un portafoglio di oltre 7mila clienti con all’attivo più di 100mila casi trattati a livello nazionale e internazionale. Dal 2003 al 2007 ha detenuto il primato mondiale per numero di Modelli Comunitari depositati; un suo brevetto è stato preso a modello dall’EPO (Ufficio Brevetti Europeo) quale esempio di brevetto ben scritto. GLP ritiene la proprietà intellettuale uno strumento fondamentale per la crescita e lo sviluppo di un sistema economico prima, e di un sistema Paese poi. http://www.glp.eu

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L’Arabia Saudita dei Saud e l’Iran degli Ayatollah combattono da decenni una guerra indiretta

Posted by fidest press agency su domenica, 27 agosto 2017

i duellantiLo fanno per procura, dall’Iraq alla Siria, dal Libano ai territori palestinesi, dal Bahrein allo Yemen, dalle primavere arabe all’Afghanistan fino al Qatar. Il terrorismo islamico (sunnita) che flagella l’occidente è uno dei sottoprodotti di questa rivalità religiosa, strategica e geopolitica.” È l’analisi di Christian Rocca di questo mese, ospitata in copertina sul numero di settembre del mensile di idee e lifestyle IL, in edicola con Il Sole 24 Ore da venerdì 25 agosto. Lo scenario geopolitico che infiamma il Medio Oriente e i cui risvolti sono sotto gli occhi di tutti in Occidente ha il suo punto centrale nella disfida infinita tra Arabia Saudita e Iran, due Paesi che ancora oggi si contendono la guida del mondo islamico su una linea di divisione che risale al 632 dopo Cristo, l’anno della morte di Maometto. “I sauditi” ricorda Rocca, “sono i custodi dei luoghi sacri dell’Islam, Medina e Mecca, e a suon di petrodollari anche i leader del mondo sunnita, quello maggioritario; gli iraniani sono i combattenti rivoluzionari della minoranza sciita, circa il 13 per cento del totale dei musulmani.” Da qui bisogna partire per comprendere le ragioni di una “guerra” di egemonia, quella tra questi due Paesi, che tiene in scacco il Medio Oriente (e non solo). Uno strumento in più anche per comprendere la nuova crisi geopolitica con il Qatar.
Nella storia di copertina del nuovo numero di IL anche l’infografica a supporto dell’analisi, dal titolo “Gli ingolfati”, a cura di Guido de Franceschi e Davide Mottes: la possibilità di ripercorrere per mappe la storia di un conflitto, i suoi luoghi, le organizzazioni musulmane, e le questioni geopolitiche di una crisi mediorientale che coinvolge gli interessi di tutto il mondo.
Chiudono la storia di copertina di questo mese dedicata al Medio Oriente i ritratti di due città degli Emirati Arabi Uniti: Abu Dhabi e Dubai. Una guida per il lettore di IL: da un lato Abu Dhabi, che scommette su cultura (prossima l’apertura del Louvre) e natura (il suo bellissimo deserto); dall’altro Dubai, una mecca per creativi e nuovi business. Lo sguardo di YOLO di questo mese è rivolto esclusivamente alle serie tv con una selezione dei titoli più interessanti in arrivo in autunno, a partire da The Deuce, la nuova serie Hbo con James Franco, che racconta una New York anni 70 tutta sesso e droga e che arriverà in Italia su Sky Atlantic. Grande attesa anche per Suburra, la prima serie italiana di Netflix dedicata alle vicende di Roma. Focus quindi sul revival degli anni 80 (con il reboot di Dynasty e la seconda stagione di Stranger Things) e il calendario con altre 24 nuove serie televisive. I temi? Astronavi, parodie e tanti detective. (foto: i duellanti)

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Attentati a Teheran

Posted by fidest press agency su venerdì, 9 giugno 2017

teheran“Gli attentati a Teheran di oggi sono di una violenza e una pericolosità inaudita perché hanno colpito al cuore istituzionale del Paese e aprono scenari inquietanti nei delicati equilibri del Golfo. Rappresentano la punta di un iceberg formatosi in secoli di insanabile rivalità, tutta interna al mondo islamico, tra sciiti e sunniti”. A dirlo è Paolo Alli, presidente dell’Assemblea Parlamentare della Nato e deputato di Alternativa Popolare. “Le tensioni nella regione – aggiunge – si sono inasprite dopo il ritorno alla ribalta dell’Iran come grande attore sulla scena internazionale dopo gli accordi sul nucleare e a seguito del rilancio dei rapporti bilaterali tra Arabia Saudita e Stati Uniti sancita dalla recente visita di Trump. Certamente la decisione di ieri da parte di 5 paesi, tra i quali l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi, di sospendere i rapporti con il Qatar, tradizionalmente in buone relazioni con l’Iran, ha fatto da detonatore ad una situazione già potenzialmente esplosiva”. E conclude: “Il rischio è di compromettere il fragile tentativo di lotta a Daesh in Siria e Iraq, dove la mancata assunzione di responsabilità da parte dell’intera comunità internazionale e gli interventi unilaterali di Turchia e Russia non hanno certamente creato condizioni favorevoli per una soluzione politica al conflitto. Siamo di fronte a una situazione che rischia di diventare incontrollabile e le durissime reazioni iraniane fanno presagire scenari davvero complessi se non addirittura devastanti. A questo punto le Nazioni Unite e grandi attori che possono incidere sugli equilibri nella regione devono assumersi responsabilità dirette e importanti, utilizzando tutti gli strumenti a disposizione per ricondurre a ragionevolezza una regione che sembra ormai preda solo delle proprie faide storiche”.

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What to expect in Iran’s presidential election today

Posted by fidest press agency su lunedì, 22 maggio 2017

persian gulfSINCE the Islamic revolution of 1979, Iran has been a curious mixture of theocracy and democracy. Every four years, it goes through a great bout of electioneering to choose a new president among candidates pre-selected by a group of clerics. But real power lies in the hands of the supreme leader, and of various unelected branches that he controls, such as the judiciary and the Revolutionary Guards.The latest presidential campaign, waged with duelling Instagram videos and in competing Telegram channels, comes to a climax today as Iranians go to the polls. Hassan Rouhani, the country’s reformist president, hopes to be re-elected. He has taken the unusual step of criticising the powerful Revolutionary Guards, warning them “to stay in their own place”. Every Iranian president since 1981 has won a second term. Punters on PredictIt, a political betting website, reckon that Mr Rouhani is, indeed, the clear favourite to win, with the probability of victory above 80%. His main challenger is Ebrahim Raisi, a cleric who oversees Iran’s largest charity. He is the standard-bearer for hardliners disappointed by Mr Rouhani’s nuclear deal with America and other world powers, which has yet to produce a much-promised economic revival. The only other candidate to poll above single digits, Muhammad Baqer Qalibaf, dropped out of the race on May 15th and endorsed Mr Raisi.
IranPoll, a polling firm based in Canada, has provided The Economist with results from its survey taken on May 16th. Among respondents expressing an opinion, 58% said they planned to vote for Mr Rouhani, compared with just 36% for Mr Raisi. That would be enough for the incumbent to win outright in the first round. Even if a late swing in favour of the challenger forces a run-off, the sitting president appears to have little to fear. In a hypothetical second round between the two front-runners, 91% of respondents said their minds were made up, and 60% of those said they preferred Mr Rouhani.
Defeat may be only a temporary setback for Mr Raisi. Ali Khamenei, the current supreme leader, is thought to be grooming Mr Raisi as his successor. But that might be harder if Mr Raisi has been rejected by Iranian voters. (font. The Economist)

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‘Business beyond borders’ Hailed as a Great Success

Posted by fidest press agency su venerdì, 3 marzo 2017

madridMadrid. The first Business Beyond Borders (BBB) event is ‘a great initative’ said Spanish Secretary of State for Energy, Mr Daniel Navia. The Secretary of State opened proceedings at the first BBB event, which took place at Genera, Madrid (28th February – 1st March).
Speaking at the event, Mr Navia said: “It is very important to have this opportunity for all of us to work together today. So let me express my thanks to Business Beyond Borders and to IFEMA for organising the event here in Madrid.Speaking specifically on EU energy targets, the Secretary of State said: “As all of you here today know, we are in a transition phase; transformation of how our energy systems are going to work in the future, and a shift towards more efficient and more sustainable systems. This will be a shared effort – between Member States and between enterprises, the firms involved, users, and society at large. It is a very important debate, and I encourage you all to participate as broadly as possible together with our Ministry.”
BBB is a new European Commission-funded initiative, which will help EU businesses to expand regionally and globally. By facilitating a series of Business-to-Business (B2B), Cluster-to-Cluster (C2C), and Business-to-Cluster (B2C) matchmaking events at the top international trade fairs around the world, the aim of the initiative is for new international business partnerships to be formed and deals to be brokered.Over 300 participants from more than 200 SMEs and 20 countries registered for the event; resulting in over 900 B2B/C2C/B2C matchmaking meetings. Mr José Luís Bonet Ferrer, President of the Spanish Chamber of Commerce, said: “It was very clear to me that businesses participating in the Business Beyond Borders programme benefited greatly from the comprehensive range of services that Business Beyond Borders supplied to ensure the participants were event-ready, including help with developing a high-quality partnership proposal, pre-selection of potential business contacts, and arrangement of one-to-one business-to-business meetings.”Mr Federico Morán, Director of Fundación para el Conocimiento madri+d – one of the local partners of the BBB event in Madrid, said: “We are striving to bridge the gap between research and enterprise, and to turn ideas into business. Events such as Business Beyond Borders, which connect companies which may otherwise not cross paths, is an excellent example of a means to achieve this aim.”Arnaldo Abruzzini, Chief Executive Officer of EUROCHAMBRES, said: “We were very pleased by the response to the first iteration of the Business Beyond Borders initiative, and expect that future events will be even more successful. As the programme develops, it will help European SMEs overcome some of the barriers to internationalising their businesses, and initiate their entry into new markets from Australia and South Africa to India, Chile, Iran, and beyond, with the ultimate goal of increasing economic growth within and outside Europe. It is an ambitious programme, but one which we know will have a real impact for European SMEs wishing to expand their business beyond their own borders.”

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Suspicious killing of Baha’i in Iran

Posted by fidest press agency su venerdì, 13 gennaio 2017

iranNEW YORK — The Baha’i International Community has learned about the killing of a Baha’i in Iran, under suspicious circumstances.A report received on 9 January indicated that Ahmad Fanaian was found dead, having sustained severe burns to his body. Mr. Fanaian was an elderly and respected man from Semnan Province. This killing comes at a time of ongoing, systematic oppression of Baha’is in Semnan Province, which has been the focus of extensive anti-Baha’i activity. In 2012, the Baha’i International Community published a special report detailing numerous acts of violence and discrimination against Baha’is there. (photo: iran)

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The death of a former president tilts the balance of power in Iran

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 gennaio 2017

akbar-hashemi-rafsanjaniTEARS always came easily to the lachrymose ayatollah. But those at a gathering on December 13th seemed more heartfelt than most. He was reading from his own biography of Amir Kabir, the Shah’s chief minister in the mid-19th century, when the blubbing began. Kabir had tried to open the Persian Empire up to the West, he wept, only to be frustrated by the hand of a hardline assassin. “Something suggested he was thinking of his own failed attempts at reform,” says one of those present.With death approaching, Akbar Hashemi Rafsanjani, who died on January 8th aged 82, may also have had an eye on posterity. Eulogists are already hailing a lifetime spent trying to open Iran and its Islamic revolution to the West. Israeli officials were among the first to label him a moderate. In the midst of the Iran-Iraq war, they sold him arms. In return, he obligingly diverted the proceeds with a nod from America’s Republican leaders to the Contras, Nicaragua’s anti-communist rebels. “If people believe we can live behind a closed door, they are mistaken. We are in need of friends and allies around the world,” he explained. He persuaded Ayatollah Khomeini to end the war with Iraq, and no sooner was he anointed president than he began knocking on the door of Abdullah, Crown Prince of the Islamic Republic’s nemesis, Saudi Arabia, with which he quickly restored relations. American oil majors received invitations to return to Iran, and but for President Bill Clinton’s veto, might have come.Yet Mr Rafsanjani was also a stalwart of the regime, who believed the best way to preserve it was to accommodate outside pressures, not to defy them. Once Ayatollah Khomeini was secure as Supreme Leader, Mr Rafsanjani began eliminating the allies—Marxists, religious nationalists and rival Islamists—who had joined him in toppling the Shah. Abroad, he orchestrated assassinations and the bombing of a Jewish community centre in Buenos Aires, said prosecutors in Germany and Argentina. To compensate for the deficiencies of Iran’s air force and navy, he is said to have initiated the country’s nuclear programme. That was for peaceful purposes, he always insisted. But Persian is a famously elastic language, and he was a master of ambiguity. He was dubbed kooseh, the shark, on account of his smooth rubbery skin, which made it hard for him to emulate the pious beards of Iran’s more senior ayatollahs. But he also had a shark’s knack of gobbling up those who stood in his way.He made an unlikely revolutionary. Whereas his peers emerged from the ranks of Iran’s downtrodden, his father was a gentrified pistachio farmer. Mr Rafsanjani briefly studied in Qom, Iran’s holy city, under Ayatollah Khomeini, until the latter fled the Shah’s goons in 1964, but was known for his truancy. If he had a constituency it was less Qom’s seminaries than the gold arcades of Tehran’s bazaar. When Ayatollah Khomenei addressed his followers, he did so from the humble surroundings of his mosque, Hosseiniyeh Jamaran, tucked into the cramped alleyways on Tehran’s heights. When Mr Rafsanjani held court, he sat on a dais in the throne room of one of the Shah’s old downtown emerald palaces.
Iran’s self-interest had a way of becoming his own. He championed opening university education to all. But some noted that the many branches of the Islamic Azad University over which he presided could also be used to build up real estate. Its assets, many acquired from the government as public works, are estimated to be worth tens of billions of dollars. He championed privatisation, but like most Middle Eastern leaders used it to bolster his cronies and closer relatives. He sent his son on missions to Saudi Arabia. As the epitome of the fatted elite, the electorate turned on him when he tried to return as president in 2005. Ironically, Mahmoud Ahmadinejad was judged the force for change, and attracted the youth vote.Yet no other Iranian so continuously dominated the revolution. For the Islamic Republic’s first decade (1980-89), he was parliamentary speaker; for the second (1989-97), its president. In Ayatollah Khomeini’s last months, he engineered the removal of the designated next Supreme Leader, and his replacement by a little-known lesser cleric, whom he hoped would be more malleable: Ali Khamenei. Mr Ahmadinejad aside, the presidents that came after him were his protégés. Muhammad Khatami reappointed many of Mr Rafsanjani’s senior ministers to his cabinet in 1997. And at the reformist President Hassan Rouhani’s inauguration in 2013, Mr Rafsanjani was seen beaming even more broadly than the incumbent himself. Mr Rouhani, after all, was his old national security adviser.Mr Rafsanjani’s defeat by Mr Ahmadinejad helped him redeem himself in the eyes of the electorate. A gruelling month after the streets erupted in protests in 2009, he took to the pulpit to denounce Mr Ahmadinejad for rigging elections to secure a second term. “Go,” he cried at Friday prayers, echoing Ayatollah Khomeini’s riposte to the Shah. His daughter, Faezeh, was arrested for joining the protests, as was his son, Mehdi, in 2015. In the 2016 elections Tehran’s middle classes rewarded him by voting him top of their list. A satisfied Mr Rafsanjani pronounced his political mission accomplished. As his star waned, he increasingly sparred with Mr Khamenei, questioning not just the belligerence of Iran’s foreign policy, but the very notion of rule by a single cleric.Some hardliners are already cheering that their most powerful opponent has gone; as chairman of the Expediency Council (a job he held from 1989 until his death) Mr Rafsanjani helped hold the balance between moderates in parliament and the conservative Guardian Council that is meant to ensure that all laws are in conformity with Islam. With his godfather departed and the presidency of Donald Trump imminent, some see Mr Rouhani’s hopes not just of re-election in May but rapprochement with the West as gravely weakened. Others argue, however, that set free from Mr Rafsanjani’s shadow, Mr Rouhani could emerge stronger if he wins his second term in May. Either way, the regime has lost an arch-pragmatist. Without the guile of Mr Rafsanjani, Iran looks likely to become more polarised. (photo: Akbar Hashemi Rafsanjani) (font: The Economist)

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