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Posts Tagged ‘iraq’

La visita di Papa Francesco è molto attesa in Iraq e nel Kurdistan

Posted by fidest press agency su venerdì, 5 marzo 2021

Per l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) sono soprattutto i membri delle minoranze che sperano che Papa Francesco possa sensibilizzare il governo centrale di Baghdad e il governo regionale del Kurdistan riguardo alle preoccupazioni delle comunità cristiane, yezidi, mandee e altre. Le minoranze religiose soffrono da anni di attacchi da parte di gruppi islamisti radicali sia sunniti sia sciiti. Sperano quindi in un segnale che dia loro un senso di sicurezza nella loro patria storica.In vista della visita in Iraq, l’APM ha fatto appello a Papa Francesco affinché, nei colloqui con i leader iracheni e curdi, sostenga chiaramente una vera libertà religiosa e un miglioramento della situazione delle minoranze cristiane e di altre minoranze. La costituzione irachena dell’ottobre 2005 “garantisce” in linea di principio la libertà di credo. Tuttavia, nessuna legge può essere approvata che violi i precetti dell’Islam e il suo sistema giuridico. Allo stesso tempo, l’Islam è dichiarato “religione di stato”. Questa discrepanza è un problema giuridico quasi insolubile che i cristiani, così come altri gruppi non musulmani, così come le donne in Iraq, devono combattere. La sharia è rimasta un punto di riferimento centrale nell’approvazione di leggi che si applicano non solo ai musulmani, ma a tutti. I giudici conservatori e le maggioranze parlamentari dei partiti sciiti e sunniti stanno facendo la loro parte per limitare le libertà delle minoranze religiose. Il viaggio del 5-8 marzo sarà il primo viaggio all’estero del Papa dallo scoppio della pandemia di Coronavirus. Francesco incontrerà i
rappresentanti del governo centrale dell’Iraq e del governo regionale del Kurdistan. In programma c’è anche un incontro con la massima autorità della popolazione a maggioranza sciita del paese, il Gran Ayatollah Sayyid Ali Sistani. Inoltre, il Papa incontrerà i
rappresentanti di tutte le comunità cristiane – anche nelle pianure di Ninive. Questa regione era stata invasa nel 2014 dal cosiddetto Stato islamico e quasi tutti i gruppi cristiani, yezidi e sciiti erano stati cacciati. Ad Arbil, la capitale del Kurdistan, il Papa terrà una messa in uno stadio. Nel frattempo, il declino del numero di cristiani in Iraq continua in modo inesorabile. La loro quota della popolazione totale è scesa da oltre il 3% del 2003 a meno dell’1% di oggi. Delle 500 chiese originali, 57 sono ancora aperte. Ma anche lì, i banchi di solito rimangono vuoti la domenica. Solo nella parte curda del paese c’è ancora più vita cristiana, perché qui molti hanno trovato rifugio dopo gli attacchi islamisti.

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Caritas attende il Papa in Iraq

Posted by fidest press agency su venerdì, 5 marzo 2021

Caritas Internationalis è con il Santo Padre in questo pellegrinaggio in Iraq, che rappresenta un momento cruciale per esprimere solidarietà ai cristiani nel Paese e in tutto il Medio Oriente. Un momento per chiedere dialogo e riconciliazione in una nazione che ha affrontato decenni di guerra. La confederazione si unisce al Papa in questa visita che sarà «un forte segno di speranza sia per i cristiani che per i musulmani».«La nostra forza è ispirata dalla nostra fede e dalla nostra speranza che saranno entrambe rafforzate dalla Sua visita – afferma il direttore di Caritas Iraq, Nabil Nissan, in un messaggio indirizzato a Papa Francesco – Siamo sicuri che Lei non ci lascerà soli e ci ispirerà ad essere presenti ovunque vi siano dolore e sofferenza».Dal 1992, Caritas Iraq è in prima linea, servendo, difendendo e accompagnando i più poveri e vulnerabili senza alcuna distinzione di fede e costruendo pertanto ponti tra le diverse comunità in un Paese profondamente segnato dalle divisioni settarie. Attualmente Caritas serve più di 5000 famiglie ogni mese e lavora in aree difficili e dimenticate quali Fallujah e Mosul. Da quando l’ISIS ha iniziato la sua drammatica avanzata nel 2014, Caritas ha servito quasi 390.000 persone in Iraq.«La visita di Papa Francesco è un momento importante, specialmente in questo in questo tempo di Quaresima. È un segno di speranza per i cristiani, è un messaggio di pace e riconciliazione per le diverse comunità per costruire ponti con altre fedi», commenta Aloysius John, segretario generale di Caritas Internationalis. «Caritas Iraq semina la speranza e i semi di riconciliazione attraverso la propria presenza e le proprie opere in favore delle comunità irachene e ci ricorda che l’unità prevarrà solo quando i diritti umani saranno rispettati e sarà promossa la dignità umana».
In questi momenti bui della storia dell’Iraq, la missione di Caritas è anche di infondere speranza attraverso la solidarietà con le comunità cristiane, e con altre minoranze religiose, che sono gravemente private dei loro bisogni e che hanno lasciato il Paese in gran numero negli ultimi 20 anni a causa di gravi discriminazioni e violenze, come quelle perpetrate dallo Stato Islamico. Accanto all’aiuto materiale, il sostegno di Caritas Iraq contribuisce a restituire ai cristiani la fiducia in loro stessi, a riconoscerli in quanto cittadini al pari degli altri iracheni, a mostrare la presenza e il sostegno della Chiesa alle comunità più vulnerabili, a offrire ai cristiani l’opportunità di vivere la propria fede attraverso il loro servizio in Caritas.Caritas rappresenta un messaggio di dialogo tra le comunità e opera in quattro governatorati dell’Iraq (Baghdad, Anbar, Mosul, Duhok) grazie all’impegno di oltre 270 collaboratori e circa 200 volontari.Le iniziative in Iraq comprendono programmi per la pace e la riconciliazione, la fornitura di mezzi di sussistenza – per offrire la possibilità di ricostruire la propria vita a quanti sono stati messi in ginocchio dalla guerra, dalla violenza e dalla crisi economica – la fornitura di alloggi, programmi di istruzione, il sostegno psicologico e sanitario –inclusi i programmi di sensibilizzazione per prevenire i contagi da COVID-19 – e i programmi per promuovere un ruolo attivo delle donne e dei giovani. Caritas Iraq è sostenuta dai diversi membri della confederazione Caritas.

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Caritas awaits the Pope in Iraq

Posted by fidest press agency su venerdì, 5 marzo 2021

Caritas Internationalis is with the Holy Father on this pilgrimage to Iraq, a crucial moment of expressing solidarity with Christians in the country and in the Middle East. It is a moment to call for dialogue and reconciliation in a country recovering from decades of war. The confederation unites with the Pope on this visit which will be “a strong sign of hope to Christian and Muslim alike”. The director of Caritas Iraq, Nabil Nissan, directs this message to Pope Francis, “Our strength is inspired by our faith and hope and your visit will strengthen these things and will enable us to bear our cross.Since 1992, Caritas Iraq has been at the forefront, serving, defending and accompanying the poorest and the vulnerable both Muslims and Christians without any distinction, and thus building bridges between the different communities in a country heavily plagued by sectarian divisions.Currently, Caritas is serving more than 5000 families per month and works in neglected areas such as in Fallujah and Mosul. Caritas has served almost 390,000 people in Iraq since ISIS started attacking communities in 2014. “Pope Francis’ visit an important moment at this time of Lent. It is a sign of hope for Christians, it is a message of peace and reconciliation to the different communities to build bridges with other faiths and within communities,” says Aloysius John, Caritas Internationalis secretary general.At these dark moments of the history of Iraq, the mission of Caritas Iraq is to give hope through the expression of solidarity to the Christian communities, and other religious minorities, who are severely deprived of their needs and who have left the country in large numbers over the last 20 years due to severe discrimination and violence, such as that perpetrated by the Islamic State. Beyond material help, Caritas Iraq’s support to Christian communities is important to restore their self-confidence, recognise them as citizens on equal terms with other Iraqis, demonstrate the presence of the Church to the most vulnerable communities, give an opportunity to Christians to live out their faith through their work in Caritas.Working in four major governorates in Iraq (Baghdad Capital, Anbar, Mosul, Duhok), supported by over 270 staff and about 200 volunteers, Caritas offers a message of dialogue between communities. Programmes in Iraq include peace and reconciliation, livelihoods – to offer a chance to rebuild the lives of those who have been brought to their knees by war, violence and the economic crisis – shelter, education, psychological support, health, protection from COVID-19 and programmes to promote an active role of women and young people. Caritas Iraq is supported by different members of the confederation.

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Il Papa in viaggio verso l’Iraq

Posted by fidest press agency su domenica, 28 febbraio 2021

Il viaggio in Iraq dal 5 all’8 marzo, il primo nel mondo trasformato dalla pandemia, mette nuovamente al centro una periferia. Certo non è privo di rischi, come sono venuti a ricordare i recentissimi attacchi ad Erbil, anche se Francesco ha già chiarito la sua opinione in merito nel 2015, quando scelse di inaugurare il giubileo della misericordia da Bangui, capitale di una Repubblica Centrafricana dilaniata dalla guerra civile, specificando che ci sarebbe andato «pure col paracadute». E s’inserisce senza dubbio in una realtà molto complessa, sia dal punto di vista religioso, che etnico, linguistico e politico. Del resto ci sarà una ragione se la Genesi situa proprio in Mesopotamia, a Babele, la fine dell’unità indifferenziata del genere umano, nella mitica era anteriore al Diluvio, con la suddivisione in popoli e lingue e quindi con l’inizio della politica.Tre sembrano essere gli assi portanti di questo viaggio: l’incontro con la comunità cristiana, il dialogo con l’Islam, soprattutto sciita, e la riflessione sulla crisi politica in cui l’Iraq si dibatte da decenni. Per aiutare a comprendere queste tre dimensioni, Oasis ha pensato a questo speciale, attingendo all’ampio materiale pubblicato negli ultimi anni e arricchendolo ulteriormente con un’intervista a Jawad al-Khoei, segretario generale dell’Istituto al-Khoei di Najaf.

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Papa Francesco è atteso con impazienza in Iraq

Posted by fidest press agency su domenica, 28 febbraio 2021

I cristiani perseguitati e oppressi del Paese confidano infatti in un incoraggiamento e in una guida spirituale. Molti di loro hanno tuttavia già sperimentato con modalità insolite l’aiuto del Santo Padre molto prima della sua visita. Nel novembre 2017 Papa Francesco ha ricevuto in dono dalla casa automobilistica Lamborghini un numero unico del modello Huracán. Il Santo Padre, dopo averne autografato il cofano, ha deciso di vendere all’asta l’autovettura per destinare il ricavato in beneficenza. Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) è stata una delle organizzazioni alle quali il Pontefice ha devoluto la somma raccolta. Alla fondazione pontificia sono stati infatti affidati 200.000 euro che ACS, su indicazione del Santo Padre, ha destinato al sostegno delle comunità cristiane che in Iraq, nella Piana di Ninive, dopo la disarticolazione militare del sedicente Stato Islamico, avevano immediatamente espresso il desiderio di rientrare nei propri villaggi. Sono stati «realizzati due progetti a sostegno dei cristiani della Piana di Ninive grazie alla Lamborghini donata da Papa Francesco», commenta Alessandro Monteduro, direttore di ACS Italia. «Il primo è la ricostruzione della sala polivalente siro-cattolica intitolata alla Vergine Maria a Bashiqa, totalmente distrutta dai jihadisti dell’ISIS. Dei 200.000 euro donati dal Papa, ACS ha destinato a questa iniziativa 166.000 euro, ai quali sono stati aggiunti altri 124.000 euro offerti dai benefattori della Fondazione, per un totale di 290.000 euro». La seconda iniziativa è la ricostruzione della scuola materna siro-cattolica anch’essa intitolata alla Vergine Maria a Bashiqa, parzialmente devastata dagli estremisti islamici. «Dei 200.000 euro donati dal Papa, ACS ha destinato a questa iniziativa 34.000 euro. L’edificio, che accoglierà circa 70 bambini, è ormai completato, anche se le attività non hanno avuto ancora inizio a causa della pandemia da Covid-19», aggiunge Monteduro.
«Siamo felici di terminare i lavori della scuola materna Vergine Maria, il che aiuterà e incoraggerà i nostri bambini a tornare a Bashiqa e a studiare ancora», commentano mons. Yohanna Boutros Mouche, vescovo siro-cattolico di Mosul, e Don Rezqallah Alsimanni, parroco della chiesa della Vergine Maria. Secondo gli ultimi dati di ACS, aggiornati al 12 gennaio 2021, oltre il 45% delle famiglie originariamente residenti nella Piana di Ninive, e scacciate dalla violenza islamista, è tornato a casa, grazie anche al grande sforzo di solidarietà profuso dalla comunità cattolica internazionale, a cominciare dai benefattori di ACS. Le case ricostruite con il contributo di diverse organizzazioni sono quasi il 57% di quelle distrutte. «Con i due progetti descritti – conclude Alessandro Monteduro – Aiuto alla Chiesa che Soffre ha voluto onorare la donazione del Santo Padre ponendosi concretamente a fianco dei cristiani aggrediti dall’ISIS, ed è lieta che essi siano stati terminati a ridosso dello storico Viaggio apostolico dello stesso Francesco in Iraq».

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Spectaculum facti sumus e il viaggio del Papa in Iraq

Posted by fidest press agency su lunedì, 11 gennaio 2021

La democrazia americana (una democrazia senza diritti fondamentali, non per i condannati a morte, non per i senza cure, non per i sacrificati alla ragion di Stato americana in ogni Paese) ha dato spettacolo. Per ricordare che cosa è stata la presidenza Trump per gli Stati Uniti e per il mondo vi segnaliamo un illuminante articolo di Domenico Gallo, “Ci avevano avvertito”. Noi qui vogliamo solo prendere atto, evangelicamente, di come siano dispersi i superbi nel pensiero del loro cuore; lo si vede se pensiamo che così finisce la pretesa conclamata agli inizi di questo secolo dalla destra americana, di fare del 2000 “il nuovo secolo americano”, concepito come un ordine imperiale ben munito di armi spaziali e nucleari. E di tale ordine, come abbiamo imparato durante questa crisi, lo spartiacque universale, il criterio del bene, anche per i capipopolo, sarebbe stato tra ciò che è “american” e ciò che è “unamerican” (non conforme all’uso americano). In questo contesto si inserisce il viaggio del Santo Padre in Iraq. A questo riguardo è illuminante l’articolo di Antonio Spadaro sull’ultimo numero (il 4093) della Civiltà Cattolica. Spadaro conosce le motivazioni del papa, e qui la motivazione riferita del viaggio in Iraq è davvero fondamentale, essa sta nel “Ripartire da Bagdad”, per andare “oltre l’Apocalisse”. L’Apocalisse è come si sa quel genere letterario presente nella Bibbia, sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento, che ispira la “logica che combatte contro il mondo, perché crede che questo sia l’opposto di Dio, cioè idolo, e dunque da distruggere al più presto per accelerare la fine del tempo”. Questa, come vediamo ogni giorno, non è la logica di papa Francesco. Il mondo non è opposto a Dio, ciò che il cristiano attende no, non è la sua fine, e non è idolatrare il mondo amarlo, fare di tutto per salvarlo, fino a dare la vita per esso (Dio ha dato suo figlio).Ma recarsi in Iraq vuol dire anche andare nella piana di Ur, legata alla memoria di Abramo, andare a Mosul, nella piana di Ninive, bombardata nella guerra del Golfo, vuol dire andare alla “grande città” legata alla storia di Giona (quando Dio si pentì di avere fatto annunziare la distruzione della città, così piena com’era di abitanti e di animali, e la salvò). Ma la piana di Ninive è anche quella che era stata occupata dal cosiddetto Stato islamico tra il 2014 e il 2017, e così Ur, luogo di origine delle tre religioni abramitiche, ebraismo, cristianesimo e Islam. C’è un filo, dice padre Spadaro, che lega piazza san Pietro dove Francesco ha pregato da solo per il mondo in piena pandemia, e i luoghi della Mesopotamia profanata dalle violenze dello Stato islamico, dai conflitti regionali e internazionali, dalle persecuzioni dei cristiani e dagli esodi di massa in fuga dalla disperazione. E papa Francesco l’ha detta così: “Sogniamo come un’unica umanità, come viandanti fatti della stessa carne umana, come figli di questa stessa terra che ospita tutti noi, ciascuno con la ricchezza della sua fede o delle sue convinzioni, ciascuno con la propria voce, tutti fratelli”: Fratelli Tutti.

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Riforme politiche in Sinjar (Iraq)

Posted by fidest press agency su martedì, 27 ottobre 2020

L’Associazione per i Popoli Minacciati (APM/GfbV) sostiene una dichiarazione di personalità e istituzioni yezidi in merito all’accordo tra il governo centrale iracheno e il governo regionale del Kurdistan (KRG) sul futuro della principale area di insediamento yezidi del Sinjar (Shingal) nell’estremo nord-ovest dell’Iraq.Nella dichiarazione, le personalità e le istituzioni accolgono con favore, in linea di principio, l’accordo tra Baghdad e il KRG. Tuttavia, essi avanzano richieste concrete ai due governi. Solo la fine della disputa sul Sinjar può garantire alle centinaia di migliaia di profughi Yezidi, che vivono ancora nei campi profughi, un ritorno nella loro patria storica, dalla quale hanno dovuto fuggire in seguito ai brutali attacchi degli islamisti radicali del cosiddetto stato islamico nell’estate del 2014. Anche la ricostruzione con il sostegno internazionale, soprattutto della Germania e di altri paesi dell’UE, può avere successo solo se nel Sinjar verrà istituita un’amministrazione uniforme e stabile. Inoltre, tutte le milizie Yezidi devono essere integrate in unità legali e regolari dell’esercito iracheno.L’APM e molte voci Yezidi stanno già mettendo in guardia contro il fallimento dell’accordo tra Baghdad e il Governo regionale del Kurdistan. Molte forze, soprattutto le milizie sciite sostenute dall’Iran, potrebbero cercare di rendere più difficile l’attuazione dell’accordo. Anche l’IS e altre forze radicali sunnite stanno cercando di far valere le loro rivendicazioni di potere nella regione – con il sostegno militare diretto dell’esercito turco. I caccia turchi, specialmente i droni, attaccano ripetutamente il Sinjar. Secondo Ankara starebbero combattendo il PKK curdo. In realtà, però, il loro obiettivo sono gli attivisti Yezidi che vogliono proteggere la regione del Sinjar dagli attacchi dello SI.Il Sinjar, che è stato svantaggiato per secoli, non deve diventare oggetto di una disputa geopolitica tra l’Iran sciita e la Turchia sunnita. La popolazione Yezidi nei secoli è stata ripetutamente oggetto di persecuzioni, espulsioni e genocidi da parte dei vicini islamici. La gente è stanca della guerra, vuole finalmente vivere in pace e tranquillità. Pertanto i governi di Baghdad e del Kurdistan sono chiamati a risolvere i conflitti intorno sul Sinjar in modo pacifico e con la partecipazione attiva della popolazione Yezidi.La dichiarazione citata è stata pubblicata ieri, giovedì 22 ottobre. Tra i firmatari ci sono la dott.ssa Mirza Hasan Dinnayi, autrice e attivista Yezidi del Sinjar e vincitrice del “Premio Aurora per il Risveglio dell’Umanità” 2019, nonché il Consiglio centrale degli Yezidi in Germania. Si allega una traduzione in tedesco di questa dichiarazione [ PDF ].

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Rapporto di ACS sull’Iraq

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 luglio 2020

La fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre ha pubblicato il rapporto “Life after ISIS: New challenges to Christianity in Iraq”. Lo studio esamina le minacce che incombono attualmente sui cristiani iracheni tornati nelle loro case della Piana di Ninive dopo la drammatica persecuzione del 2014, riconosciuta internazionalmente come genocidio. Secondo il rapporto se la comunità internazionale non interverrà tempestivamente l’emigrazione forzata, nell’arco di 4 anni, potrebbe ridurre la popolazione cristiana dell’80% rispetto a quella precedente l’aggressione dell’ISIS. Ciò farebbe passare la comunità cristiana locale dalla categoria “vulnerabile” a quella critica di “a rischio estinzione”. Il 100% dei cristiani presenti nell’area avverte la mancanza di sicurezza e l’87% di loro aggiunge di percepire tale mancanza “moltissimo” o “notevolmente”. Le ricerche indicano la violenta attività delle milizie locali e la possibilità di un ritorno del sedicente Stato Islamico quali maggiori cause di timore. Secondo il 69% degli intervistati questa è la causa principale di una possibile migrazione forzata. La Shabak Militia e la Babylon Brigade, le due principali milizie attive nella Piana di Ninive con il supporto iraniano, suscitano le maggiori preoccupazioni. Tali milizie operano con il permesso del governo iracheno perché hanno contribuito alla vittoria sull’ISIS, tuttavia il 24% degli intervistati afferma che «le famiglie hanno subito gli effetti negativi dell’attività di una milizia o di altri gruppi ostili». «Molestie e intimidazioni, spesso legate alla richiesta di denaro», rappresentano le più comuni forme di ostilità riferite.Oltre alla mancanza di sicurezza i cristiani indicano disoccupazione (70%), corruzione finanziaria e amministrativa (51%) e discriminazione religiosa (39%) a livello sociale quali altrettante minacce che inducono alla migrazione. I contrasti fra il governo centrale di Baghdad e quello regionale del Kurdistan, aventi ad oggetto determinate aree a maggioranza cristiana, aumentano il senso di insicurezza.
Non ci sono solo ombre, ma anche luci confortanti. Secondo dati aggiornati ad aprile 2020 il 45% delle famiglie cristiane ha fatto ritorno nella Piana di Ninive, anche se in molti casi è tornata solo parte dei componenti, e nonostante un diffuso stato di segregazione dei nuclei familiari. Questa evoluzione complessivamente positiva è frutto del piano di recupero di lungo termine curato da Aiuto alla Chiesa che Soffre insieme ad altre Organizzazioni al fine di gestire la ricostruzione dei centri cristiani aggrediti dalla furia jihadista. La fondazione pontificia è attualmente impegnata in una nuova fase di tale piano, e cioè la ricostruzione delle strutture gestite dalla Chiesa nei centri cristiani della Piana. Delle 363 strutture interessate (34 totalmente distrutte, 132 incendiate e 197 parzialmente danneggiate), l’87% hanno anche funzioni sanitaria, di sostegno sociale ed educativa.

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Attentato in Iraq: cinque militari italiani coinvolti

Posted by fidest press agency su domenica, 10 novembre 2019

“Piena solidarietà e vicinanza ai cinque soldati italiani rimasti coinvolti, oggi, in un attentato in Iraq”. Lo dichiara il Questore della Camera Edmondo Cirielli (Fratelli d’Italia): “Mi auguro che i nostri militari che, da anni, sono in missione in Iraq per garantire sicurezza e libertà al popolo iracheno, vengano assistiti nel migliore dei modi. Il Governo italiano, tramite il Ministero della Difesa, faccia la sua parte. Ci auguriamo – conclude Cirielli – una pronta guarigione loro e degli altri soldati colpiti dall’ordigno”.
A sua volta Giorgia Meloni scrive su Facebook: «Seguiamo con apprensione le preoccupanti notizie che arrivano dall’Iraq, dove 5 militari italiani impiegati in attività di addestramento in favore delle forze di sicurezza irachene impegnate nella lotta all’Isis sono rimasti feriti in un attentato esplosivo. Ci stringiamo ai feriti, alle loro famiglie e all’Esercito Italiano».

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Iraq: Rojc, vicini a militari feriti in missione

Posted by fidest press agency su domenica, 10 novembre 2019

“Stiamo vicini ai cinque soldati rimasti feriti oggi, alle loro famiglie e a tutti le donne e gli uomini impegnati nelle missioni all’estero: i nostri militari fanno un lavoro difficile e pericoloso ma fondamentale per la sicurezza del nostro Paese. Ne siamo sempre convinti e lo ripetiamo con maggior forza in questa circostanza”. Lo afferma la senatrice Tatjana Rojc (Pd), componente della commissione Difesa a Palazzo Madama, a proposito dell’attentato in cui sono rimasti feriti cinque militari italiani in Iraq.
Per la senatrice “questo sciagurato attacco deve risvegliare l’attenzione nazionale ed europea sul pericolo che rappresentano tuttora l’Isis e le forze della destabilizzazione, che non vanno sottovalutate né tantomeno considerate battute. Ringraziamo chi è sul campo e lavora per fermare i nemici della civiltà e di tutte le religioni”.

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Iraq, Foad Aodi (Co-mai): Condanna con fermezza all’attentato con solidarietà ai militari italiani feriti

Posted by fidest press agency su domenica, 10 novembre 2019

Subito dopo la divulgazione della notizia dell’attentato contro militari italiani che ha causato 5 feriti di cui 3 feriti gravi in Iraq, le comunità del mondo arabo in Italia (Co-mai) e l’associazione medici di origine straniera in Italia (Amsi) condannano l’attentato e esprimono solidarietà e vicinanza ai familiari e ai colleghi dei militari feriti. “Co-mai e Amsi ringraziano e apprezzano il lavoro e impegno dei militari italiani nel mondo a favore della pace e della difesa dei civili, donne e bambini sia in Iraq sia in tutti i paesi dove c’è l’impegno italiano sempre manifestato con umanità e coraggio e senza mai tirarsi indietro a favore della popolazione locale. E’ quanto dichiara Foad Aodi Presidente Amsi e Co-mai e membro Gdl Salute Globale Fnomceo. Si appella, altresì, al Governo italiano affinché si faccia promotore per la convocazione di una conferenza internazionale per discutere e mettere in agenda soluzioni diplomatiche per i conflitti in atto e ormai dimenticati dove si muore tutti i giorni senza darne più notizie come nello Yemen, Siria, Libia, Iraq e Sudan.

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L’UNHCR amplia la risposta in Iraq in seguito all’arrivo continuo di rifugiati siriani

Posted by fidest press agency su sabato, 2 novembre 2019

Secondo il personale dell’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, sono oltre 12.000 i rifugiati siriani che hanno cercato rifugio nel vicino Iraq da quando, due settimane fa, ha avuto inizio l’ultimo afflusso. La popolazione rifugiata presso il campo di Bardarash, aperto da poco, ha superato le 11.000 unità e più di 800 persone sono ora alloggiate presso il centro di transito di Gawilan. Entrambi i siti si trovano approssimativamente 150 chilometri a est del confine tra Siria e Iraq. L’UNHCR e le autorità stanno lavorando affinché i rifugiati del campo possano ricongiungersi ai familiari che risiedono nella regione del Kurdistan iracheno (Kurdistan Region of Iraq/KRI).L’UNHCR sta supportando la risposta implementata dalle autorità del KRI lavorando a stretto contatto con esse per preparare altre località all’eventualità che la capacità di entrambi i siti di accoglienza venga superata.Presso entrambi i siti le famiglie rifugiate ricevono i medesimi servizi e assistenza umanitaria: pasti caldi, trasporto, registrazione, alloggio e servizi di protezione. Il personale, inoltre, monitora le necessità di protezione, assicura la protezione dei minori e identifica minori non accompagnati e persone con esigenze particolari già presso i centri di accoglienza lungo il confine. L’UNHCR assicura questi stessi livelli di supporto e assistenza a tutti i nuovi arrivati. L’UNHCR esprime gratitudine a tutte le parti coinvolte nella risposta umanitaria attualmente implementata, compresi le autorità del KRI e tutti i propri partner, i quali lavorano senza sosta per soddisfare le necessità dei rifugiati garantendo loro riparo sicuro, servizi essenziali e protezione. L’UNHCR, inoltre, ha inviato ulteriore personale dalla sede di Baghdad a supportare le unità impegnate a Erbil e Dohuk per rispondere alle esigenze dei nuovi arrivati.

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Collateral Murder: U.S. Apache helicopters killing journalists in Iraq

Posted by fidest press agency su lunedì, 29 aprile 2019

On April 5, 2010 Wikileaks released this leaked video footage from a U.S. Apache attack helicopter, which shows Reuters journalist Namir Noor-Eldeen, driver Saeed Chmagh, and about a dozen other people standing around together as the Apache blows them all to pieces with 30mm cannons, in a public square in Eastern Baghdad in 2007.After the helicopter murders this group, a minivan arrives on the scene and some people attempt to transport some of the wounded to a hospital. These rescuers are fired upon as well, along with the children they had in the vehicle.The official statement on this incident initially listed all adults as insurgents and claimed the US military did not know how the deaths occurred. They refused to release the video to Reuters, for an investigation of the murders. But fortunately for us, and unfortunately for them, Private Bradley Manning released the video to the folks at Wikileaks, who decrypted it and shared it under the name “Collateral Murder”.

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In Iraq un nuovo impianto petrolifero realizzato da PEG

Posted by fidest press agency su sabato, 10 novembre 2018

Grazie alla garanzia emessa da SACE SIMEST e Intesa Sanpaolo, l’azienda italiana ha ottenuto dalla malese Petronas un’importante commessa di 308 milioni di USD per la realizzazione di un impianto petrolifero nel sud dell’Iraq. L’impianto verrà realizzato in partnership con China Petroleum Engineering & Construction Corporation, società di engineering e contracting della compagnia petrolifera del governo cinese
SACE SIMEST, il Polo dell’export e dell’internazionalizzazione del Gruppo CDP, ha supportato – insieme al Gruppo Intesa Sanpaolo – la società di ingegneria e contracting PEG, Progetti Europa & Global S.p.A., nell’acquisizione di un’importante commessa a Garraf, nel sud dell’Iraq. Grazie alla garanzia congiunta offerta da SACE SIMEST e Intesa Sanpaolo, la società romana si è aggiudicata la realizzazione di un impianto di trattamento di petrolio greggio da realizzare nel campo petrolifero di Garraf, nei pressi di Nassirya, attualmente affidato in gestione a Petronas Carigali Holding Iraq Holding B.V., Gruppo Petronas, leader mondiale nel settore Oil & Gas.
PEG (Progetti Europa & Global SPA) è una società attiva nella progettazione e realizzazione di impianti industriali “chiavi in mano” per il settore Oil & Gas e nella progettazione e il management di Infrastrutture quali ferrovie, autostrade, porti ed aeroporti In particolare nel settore Oil & Gas realizza impianti di trattamento e separazione di petrolio e gas, stazioni di pompaggio, impianti di stoccaggio e in generale sistemi di trasporto per prodotti petroliferi, soprattutto in geografie mediorientali e nord africane. L’Iraq sta affrontando una delicata fase di transizione politica, economica e di ricostruzione che, anche grazie all’afflusso di investimenti internazionali, offre alle imprese opportunità di intervento in diversi settori. Attraverso questa operazione, il Polo SACE SIMEST, conferma il proprio impegno a supporto delle eccellenze italiane nel mondo, anche in un mercato complesso come quello iracheno, dove risultano fondamentali soluzioni assicurative e finanziare in grado di mitigare i rischi.

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Sako: “ perché Pontefice non può venire in Iraq”

Posted by fidest press agency su sabato, 7 luglio 2018

cardinale Louis Raphaël I Sako“Per me non è cambiato nulla, sono un patriarca, e il titolo è superiore a quello di cardinale. Ma c’è un messaggio dietro a questa nomina: il Papa non può venire in Iraq, l’ambiente non è pronto”. Lo ha detto il cardinale Louis Raphaël I Sako, patriarca cattolico iracheno, intervistato subito dopo il Concistoro a ‘Soul’, il programma-intervista di Tv2000 condotto da Monica Mondo in onda domenica 8 luglio ore 20.30. Il card. Sako, creato cardinale dal Papa, ha spiegato che Francesco “ha voluto essere vicino ai cristiani iracheni con la sua amicizia e con la preghiera, creando un ponte tra la chiesa irachena e la Santa Sede”.
“Non ho avuto mai paura – ha aggiunto il card. Sako – Anche io ho parlato con alcuni dell’Isis, per fare delle trattative, ho salvato tanta gente così. Io penso che bisogna conoscere le ragioni del perché c’è l’Isis, Al Qaida, è tutto molto complicato. Voi non sapete niente su che cos’è l’Isis. L’Isis è cieco. L’Isis secondo me è politicizzata, è chiaro, ma l’Isis si basa sui versetti del Corano. I musulmani devono fare una nuova lettura dei versetti che chiedono la violenza, che pensano che solo l’Islam sia la vera religione, che le altre religioni siano false. Se ci sono versetti del tempo di Maometto bisogna inserirli nel contesto, fare una esegesi, come noi abbiamo fatto”.
“Non tutti i musulmani – ha proseguito il card. Sako – sono fanatici, non bisogna generalizzare, e per natura gli iracheni sono moderati, abbiamo vissuto 35 anni in un regime laico. Poi gli americani hanno aperto le frontiere e sono entrati tutti questi fondamentalisti dalla Giordania, dall’Egitto, dallo Yemen, dall’Arabia Saudita”. (fonte e copyright foto: TV2000)

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In Iraq: 4 milioni di bambini in difficoltà, dopo anni di violenza e conflitti

Posted by fidest press agency su lunedì, 12 febbraio 2018

In occasione della Conferenza internazionale del Kuwait per la ricostruzione dell’Iraq (12-14 febbraio), l’UNICEF e l’UN-Habitat presentano la ricerca “Committing to Change – Securing the Future”, chiedendo urgenti investimenti per ripristinare le infrastrutture e i servizi di base per bambini e famiglie. 1 bambino su 4 è povero. Dal 2014 verificati 150 attacchi alle strutture educative e 50 attacchi ai centri sanitari e al personale sanitario;Nella città di Mosul, oltre 21.400 case sono state danneggiate o distrutte; La metà di tutte le scuole irachene avrebbe bisogno di riparazioni e più di 3 milioni di bambini hanno subito un’interruzione nel percorso scolastico; il 35% dei bambini non completa la scuola primaria. Circa 1 milione di bambini hanno bisogno di supporto psicosociale; 2.260 sono detenuti in Iraq, metà di quali sono sospettati di essere stati utilizzati come bambini soldato; il 90% dei bambini a Mosul sono ancora traumatizzati a causa della morte di persone a loro vicini.
La violenza può essersi attenuata in Iraq, ma ha sconvolto la vita di milioni di persone in tutto il paese, lasciando un bambino su quattro in povertà e spingendo le famiglie a misure estreme per sopravvivere.Senza investimenti per ripristinare le infrastrutture di base e i servizi per l’infanzia, i risultati duramente ottenuti per porre fine al conflitto in Iraq sono a rischio, secondo l’analisi di UNICEF e UN-Habitat “Committing to Change – Securing the Future”.Il conflitto ha trasformato le grandi città irachene in zone di guerra con gravi danni alle infrastrutture civili, tra cui case, scuole, ospedali e spazi ricreativi. Dal 2014, le Nazioni Unite hanno verificato 150 attacchi alle strutture scolastiche e 50 attacchi ai centri sanitari e al personale sanitario. La metà di tutte le scuole irachene avrebbe bisogno di riparazioni e più di 3 milioni di bambini hanno subito un’interruzione nel percorso scolastico.bambini sono il futuro dell’Iraq”, ha dichiarato Geert Cappelaere, Direttore Regionale dell’UNICEF per il Medio Oriente e il Nord Africa. “La Conferenza del Kuwait per l’Iraq di questa settimana è un’opportunità per i leader mondiali di dimostrare che siamo disposti a investire nei bambini – e, investendo nei bambini, che siamo disposti a investire nella ricostruzione di un Iraq stabile”.Quando le famiglie sfollate ritornano, in molte ritengono che le loro case necessitino di importanti riparazioni. Nella città di Mosul, oltre 21.400 case sono state danneggiate o distrutte. Le famiglie più povere non hanno altra scelta che vivere nelle rovine delle loro case, in condizioni potenzialmente pericolose per i bambini. Alcuni hanno tolto i loro figli dalla scuola e li hanno mandati a lavorare. Molti bambini sono stati costretti a combattere la guerra degli adulti.“I bambini sono i più duramente colpiti in tempi di conflitto, il recupero urbano e la ricostruzione in Iraq dovrebbero essere prioritari, adeguatamente sostenuti e rapidamente attuati, con particolare attenzione alle persone vulnerabili, compresi i bambini”, ha dichiarato Zena Ali Ahmad, Direttore UN-Habitat per la Regione Araba.In occasione della Conferenza del Kuwait per la ricostruzione in Iraq, che si terrà da oggi al 14 febbraio, l’UNICEF e l’UN-Habitat lanciano un appello per un forte impegno per il ripristino delle infrastrutture e dei servizi di base per i bambini, compresi l’istruzione, il sostegno psico-sociale, la sanità e l’acqua, i servizi igienico-sanitari e la casa.

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Ricostruiamo l’Iraq

Posted by fidest press agency su domenica, 14 gennaio 2018

iraq-MMAP-mdAiuto alla Chiesa che Soffre manifesta vivo apprezzamento per lo stanziamento di almeno 75 milioni di dollari da parte degli Stati Uniti d’America per agevolare il rientro degli sfollati interni, prevalentemente cristiani e yazidi, nella Piana di Ninive e nella città di Sinjar, secondo quanto affermato dall’ambasciatore USA in Iraq Douglas Seelman in vista della Conferenza internazionale per la ricostruzione dell’Iraq in programma a Kuwait City a partire dal prossimo 12 febbraio.La fondazione pontificia ha auspicato un analogo impegno dei governi nazionali incontrando decine di ambasciatori accreditati presso la Santa Sede nel corso di una conferenza internazionale sulla Piana di Ninive svoltasi a Roma a fine settembre 2017, e alla quale ha partecipato anche il Segretario di Stato vaticano Card. Pietro Parolin. Si tratta di un impegno che ACS ritiene sia dovuto ad una popolazione vittima di un genocidio che l’ONU non ha ancora avuto il coraggio di riconoscere formalmente.Aiuto alla Chiesa che Soffre dal 2011 ha finanziato progetti per l’Iraq per un totale di circa 35,7 milioni di euro, e in questi mesi sta procedendo nella raccolta fondi per il Progetto di ricostruzione di 13.000 case danneggiate o distrutte dall’ISIS nei villaggi cristiani della Piana di Ninive. Il costo stimato di questo “piano Marshall” per l’Iraq è di oltre 250 milioni di dollari. Il sostegno alla minoranza cristiana irachena rappresenta un seme di speranza per popolazioni flagellate dal terrorismo di matrice islamica, ma non solo. La ricostruzione del tessuto sociale della Piana di Ninive costituirà anche un pacifico argine contro la diffusione dell’ideologia politico-religiosa dell’estremismo, niente affatto debellata nonostante la sconfitta militare dell’ISIS.ACS è quindi convinta dell’importanza strategica della ricostruzione di quest’area dell’Iraq per garantire la stabilizzazione del Medio Oriente nel suo complesso. Ora, dopo la decisione statunitense, auspica un maggiore coinvolgimento anche delle nazioni dell’Unione Europea, e lo fa con un solo, pressante, appello: per l’Iraq fate presto!

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Iraq: gravi accuse di violenza sessuale contro donne kurde

Posted by fidest press agency su domenica, 29 ottobre 2017

iraq-MMAP-mdIn seguito alle notizie di abusi sessuali mirati di soldati e miliziani iracheni contro donne kurde, l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) chiede che le gravi accuse vengano prese sul serio e indagate in modo approfondito. Secondo l’APM, gli USA e tutti i paesi riuniti nella coalizione anti-IS devono approfondire i rapporti sugli abusi sessuali contro donne e ragazze kurde da parte di membri dell’esercito iracheno e se le accuse dovessero essere confermate ogni collaborazione con il governo iracheno deve essere sospesa. La comunità internazionale sostiene l’Iraq militarmente, politicamente e diplomaticamente per tutelare donne e bambini da gruppi radical-islamici. Se le accuse fossero confermate e dovesse risultare che soldati e milizie irachene lungi dal proteggere siano invece anche loro aguzzini che usano lo stupro come arma di guerra, ogni collaborazione deve essere interrotta.
Secondo il Comitato di Prevenzione alla violenza contro le Donne, a Kirkuk, a Tuz Churmatu e in altre località conquistate dall’esercito iracheno e dalle milizie alleate, si sarebbero verificati abusi sessuali contro donne e ragazze kurde. Il Comitato cita in particolare il caso della 16enne Samia Said Saleh violentata da membri delle milizie Al-Hashd al-Shabi (forze di mobilitazione popolare) lo scorso 20 ottobre. In seguito la ragazza e i suoi genitori si sarebbero suicidati provocando un mirato incidente automobilistico. Nella regione d’origine della ragazza, la regione di Garmiyan nel sudest dell’Iraq, la popolazione è ancora traumatizzata dai crimini commessi contro la popolazione civile dal dittatore iracheno Saddam Hussein che alla fine degli anni ’80, nell’ambito dell’operazione genocida Anfal, fece deportare decine di migliaia di civili kurdi della regione nel deserto sud iracheno. Delle persone deportate nessuna è mai tornata.Gli attacchi dell’esercito iracheno e delle milizie Al-Hashd al-Shabi sostenute dall’Iran nel Kurdistan iracheno continuano senza interruzione fin dal 16 ottobre 2017. Secondo quanto riportato da amici kurdo-iracheni dell’APM, solamente a Tuz Churmau a sud di Kirkuk, i miliziani avrebbero dato fuoco a 21 scuole e a una moschea sunnita. Il numero dei Kurdi profughi provenienti dalla regione ricca di petrolio attorno a Kirkuk sarebbe salito ad almeno 168.000 persone.Nella piana di Ninive vicino a Mosul, la popolazione cristiana degli Assiro-Caldei-Aramei così come gli Yezidi sono nuovamente in fuga dai combattimenti tra Kurdi ed esercito iracheno. Molte persone della città di Teleskof, che dopo la disfatta dell’IS erano tornati nelle proprie case, è nuovamente costretta a cercare rifugio nella vicina città di Alqosh.

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Iraq: si teme attacco a Kirkuk

Posted by fidest press agency su sabato, 14 ottobre 2017

kirkukL’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) come anche molti Kurdi nel nord dell’Iraq temono un attacco su larga scala da parte dell’esercito iracheno e delle milizie sciite irachene alla città petrolifera di Kirkuk e all’intera regione. L’Unione europea deve subito svolgere un ruolo di mediazione tra il governo regionale del Kurdistan iracheno di Erbil e il governo sciita di Baghdad. Sia l’esercito sia le milizie sciite sono controllate da Baghdad ed entrambe le istituzioni collaborano con l’Iran. L’appartenenza della regione di Kirkuk assieme alla città che porta lo stesso nome è controversa. L’area è rivendicata tanto dai Kurdi sunniti quanto dal governo centrale. Negli ultimi tre anni i Kurdi peshmerga hanno portato sotto il proprio controllo zone importanti della provincia di Kirkuk, nella lotta portata avanti contro lo Stato islamico (IS).Lo staff generale iracheno nega che sia stata lanciata un’operazione militare per la riconquista di Kirkuk. Tuttavia, in base a proprie informazioni provenienti dal Kurdistan iracheno, si stanno concentrando sempre più milizie sciite, soprattutto nei due villaggi di Beshir e Taza Kormatu non lontano da Kirkuk. Queste milizie dovrebbero combattere contro l’IS nella regione. Il governo regionale curdo aveva acconsentito alla presenza di queste truppe, perché le due città sono abitate principalmente da Turcomanni sciiti. Si ha la netta impressione che adesso le milizie sciite, l’Iran e la Turchia, dopo l’indebolimento e la sconfitta dell’IS, si vogliano concentrare sulla lotta contro i Kurdi.Il governo iracheno avrebbe dovuto risolvere già da tempo il conflitto sull’appartenenza delle cosiddette zone contese come Kirkuk, Sinjar, Khanaquin e Mandali, questione prevista anche dall’articolo 140 della Costituzione irachena. In questo articolo si prevedeva che Baghdad avrebbe preso le misure necessarie per eliminare le conseguenze della politica di oppressione sotto Saddam Hussein in alcune zone del paese, tra cui anche Kirkuk. Sotto Saddam infatti la struttura demografica della popolazione era stata cambiata con la violenza. L’articolo propone misure come il risarcimento, la compensazione, ma anche il rimpatrio. I confini dei distretti settentrionali dell’Iraq che sono stati arbitrariamente modificati sotto il regime di Saddam Hussein devono essere sottoposti a una “revisione”. La soluzione dovrebbe essere raggiunta in tre fasi: in una prima fase la normalizzazione della situazione dovrebbe essere raggiunta con i coloni che dovrebbero rientrare spontaneamente ai loro antichi territori. Nella seconda fase, i profughi Kurdi, Turkmeni e appartenenti ad altre minoranze dovrebbero rientrare nelle loro proprietà. Infine dovrebbero essere ripristinati i vecchi confini della provincia: a questo punto è anche previsto un censimento. Infine si dovrebbe organizzare un referendum per decidere dell’appartenenza della regione.

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L’Arabia Saudita dei Saud e l’Iran degli Ayatollah combattono da decenni una guerra indiretta

Posted by fidest press agency su domenica, 27 agosto 2017

i duellantiLo fanno per procura, dall’Iraq alla Siria, dal Libano ai territori palestinesi, dal Bahrein allo Yemen, dalle primavere arabe all’Afghanistan fino al Qatar. Il terrorismo islamico (sunnita) che flagella l’occidente è uno dei sottoprodotti di questa rivalità religiosa, strategica e geopolitica.” È l’analisi di Christian Rocca di questo mese, ospitata in copertina sul numero di settembre del mensile di idee e lifestyle IL, in edicola con Il Sole 24 Ore da venerdì 25 agosto. Lo scenario geopolitico che infiamma il Medio Oriente e i cui risvolti sono sotto gli occhi di tutti in Occidente ha il suo punto centrale nella disfida infinita tra Arabia Saudita e Iran, due Paesi che ancora oggi si contendono la guida del mondo islamico su una linea di divisione che risale al 632 dopo Cristo, l’anno della morte di Maometto. “I sauditi” ricorda Rocca, “sono i custodi dei luoghi sacri dell’Islam, Medina e Mecca, e a suon di petrodollari anche i leader del mondo sunnita, quello maggioritario; gli iraniani sono i combattenti rivoluzionari della minoranza sciita, circa il 13 per cento del totale dei musulmani.” Da qui bisogna partire per comprendere le ragioni di una “guerra” di egemonia, quella tra questi due Paesi, che tiene in scacco il Medio Oriente (e non solo). Uno strumento in più anche per comprendere la nuova crisi geopolitica con il Qatar.
Nella storia di copertina del nuovo numero di IL anche l’infografica a supporto dell’analisi, dal titolo “Gli ingolfati”, a cura di Guido de Franceschi e Davide Mottes: la possibilità di ripercorrere per mappe la storia di un conflitto, i suoi luoghi, le organizzazioni musulmane, e le questioni geopolitiche di una crisi mediorientale che coinvolge gli interessi di tutto il mondo.
Chiudono la storia di copertina di questo mese dedicata al Medio Oriente i ritratti di due città degli Emirati Arabi Uniti: Abu Dhabi e Dubai. Una guida per il lettore di IL: da un lato Abu Dhabi, che scommette su cultura (prossima l’apertura del Louvre) e natura (il suo bellissimo deserto); dall’altro Dubai, una mecca per creativi e nuovi business. Lo sguardo di YOLO di questo mese è rivolto esclusivamente alle serie tv con una selezione dei titoli più interessanti in arrivo in autunno, a partire da The Deuce, la nuova serie Hbo con James Franco, che racconta una New York anni 70 tutta sesso e droga e che arriverà in Italia su Sky Atlantic. Grande attesa anche per Suburra, la prima serie italiana di Netflix dedicata alle vicende di Roma. Focus quindi sul revival degli anni 80 (con il reboot di Dynasty e la seconda stagione di Stranger Things) e il calendario con altre 24 nuove serie televisive. I temi? Astronavi, parodie e tanti detective. (foto: i duellanti)

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