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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 250

Posts Tagged ‘iraq’

Rapporto di ACS sull’Iraq

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 luglio 2020

La fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre ha pubblicato il rapporto “Life after ISIS: New challenges to Christianity in Iraq”. Lo studio esamina le minacce che incombono attualmente sui cristiani iracheni tornati nelle loro case della Piana di Ninive dopo la drammatica persecuzione del 2014, riconosciuta internazionalmente come genocidio. Secondo il rapporto se la comunità internazionale non interverrà tempestivamente l’emigrazione forzata, nell’arco di 4 anni, potrebbe ridurre la popolazione cristiana dell’80% rispetto a quella precedente l’aggressione dell’ISIS. Ciò farebbe passare la comunità cristiana locale dalla categoria “vulnerabile” a quella critica di “a rischio estinzione”. Il 100% dei cristiani presenti nell’area avverte la mancanza di sicurezza e l’87% di loro aggiunge di percepire tale mancanza “moltissimo” o “notevolmente”. Le ricerche indicano la violenta attività delle milizie locali e la possibilità di un ritorno del sedicente Stato Islamico quali maggiori cause di timore. Secondo il 69% degli intervistati questa è la causa principale di una possibile migrazione forzata. La Shabak Militia e la Babylon Brigade, le due principali milizie attive nella Piana di Ninive con il supporto iraniano, suscitano le maggiori preoccupazioni. Tali milizie operano con il permesso del governo iracheno perché hanno contribuito alla vittoria sull’ISIS, tuttavia il 24% degli intervistati afferma che «le famiglie hanno subito gli effetti negativi dell’attività di una milizia o di altri gruppi ostili». «Molestie e intimidazioni, spesso legate alla richiesta di denaro», rappresentano le più comuni forme di ostilità riferite.Oltre alla mancanza di sicurezza i cristiani indicano disoccupazione (70%), corruzione finanziaria e amministrativa (51%) e discriminazione religiosa (39%) a livello sociale quali altrettante minacce che inducono alla migrazione. I contrasti fra il governo centrale di Baghdad e quello regionale del Kurdistan, aventi ad oggetto determinate aree a maggioranza cristiana, aumentano il senso di insicurezza.
Non ci sono solo ombre, ma anche luci confortanti. Secondo dati aggiornati ad aprile 2020 il 45% delle famiglie cristiane ha fatto ritorno nella Piana di Ninive, anche se in molti casi è tornata solo parte dei componenti, e nonostante un diffuso stato di segregazione dei nuclei familiari. Questa evoluzione complessivamente positiva è frutto del piano di recupero di lungo termine curato da Aiuto alla Chiesa che Soffre insieme ad altre Organizzazioni al fine di gestire la ricostruzione dei centri cristiani aggrediti dalla furia jihadista. La fondazione pontificia è attualmente impegnata in una nuova fase di tale piano, e cioè la ricostruzione delle strutture gestite dalla Chiesa nei centri cristiani della Piana. Delle 363 strutture interessate (34 totalmente distrutte, 132 incendiate e 197 parzialmente danneggiate), l’87% hanno anche funzioni sanitaria, di sostegno sociale ed educativa.

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Attentato in Iraq: cinque militari italiani coinvolti

Posted by fidest press agency su domenica, 10 novembre 2019

“Piena solidarietà e vicinanza ai cinque soldati italiani rimasti coinvolti, oggi, in un attentato in Iraq”. Lo dichiara il Questore della Camera Edmondo Cirielli (Fratelli d’Italia): “Mi auguro che i nostri militari che, da anni, sono in missione in Iraq per garantire sicurezza e libertà al popolo iracheno, vengano assistiti nel migliore dei modi. Il Governo italiano, tramite il Ministero della Difesa, faccia la sua parte. Ci auguriamo – conclude Cirielli – una pronta guarigione loro e degli altri soldati colpiti dall’ordigno”.
A sua volta Giorgia Meloni scrive su Facebook: «Seguiamo con apprensione le preoccupanti notizie che arrivano dall’Iraq, dove 5 militari italiani impiegati in attività di addestramento in favore delle forze di sicurezza irachene impegnate nella lotta all’Isis sono rimasti feriti in un attentato esplosivo. Ci stringiamo ai feriti, alle loro famiglie e all’Esercito Italiano».

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Iraq: Rojc, vicini a militari feriti in missione

Posted by fidest press agency su domenica, 10 novembre 2019

“Stiamo vicini ai cinque soldati rimasti feriti oggi, alle loro famiglie e a tutti le donne e gli uomini impegnati nelle missioni all’estero: i nostri militari fanno un lavoro difficile e pericoloso ma fondamentale per la sicurezza del nostro Paese. Ne siamo sempre convinti e lo ripetiamo con maggior forza in questa circostanza”. Lo afferma la senatrice Tatjana Rojc (Pd), componente della commissione Difesa a Palazzo Madama, a proposito dell’attentato in cui sono rimasti feriti cinque militari italiani in Iraq.
Per la senatrice “questo sciagurato attacco deve risvegliare l’attenzione nazionale ed europea sul pericolo che rappresentano tuttora l’Isis e le forze della destabilizzazione, che non vanno sottovalutate né tantomeno considerate battute. Ringraziamo chi è sul campo e lavora per fermare i nemici della civiltà e di tutte le religioni”.

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Iraq, Foad Aodi (Co-mai): Condanna con fermezza all’attentato con solidarietà ai militari italiani feriti

Posted by fidest press agency su domenica, 10 novembre 2019

Subito dopo la divulgazione della notizia dell’attentato contro militari italiani che ha causato 5 feriti di cui 3 feriti gravi in Iraq, le comunità del mondo arabo in Italia (Co-mai) e l’associazione medici di origine straniera in Italia (Amsi) condannano l’attentato e esprimono solidarietà e vicinanza ai familiari e ai colleghi dei militari feriti. “Co-mai e Amsi ringraziano e apprezzano il lavoro e impegno dei militari italiani nel mondo a favore della pace e della difesa dei civili, donne e bambini sia in Iraq sia in tutti i paesi dove c’è l’impegno italiano sempre manifestato con umanità e coraggio e senza mai tirarsi indietro a favore della popolazione locale. E’ quanto dichiara Foad Aodi Presidente Amsi e Co-mai e membro Gdl Salute Globale Fnomceo. Si appella, altresì, al Governo italiano affinché si faccia promotore per la convocazione di una conferenza internazionale per discutere e mettere in agenda soluzioni diplomatiche per i conflitti in atto e ormai dimenticati dove si muore tutti i giorni senza darne più notizie come nello Yemen, Siria, Libia, Iraq e Sudan.

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L’UNHCR amplia la risposta in Iraq in seguito all’arrivo continuo di rifugiati siriani

Posted by fidest press agency su sabato, 2 novembre 2019

Secondo il personale dell’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, sono oltre 12.000 i rifugiati siriani che hanno cercato rifugio nel vicino Iraq da quando, due settimane fa, ha avuto inizio l’ultimo afflusso. La popolazione rifugiata presso il campo di Bardarash, aperto da poco, ha superato le 11.000 unità e più di 800 persone sono ora alloggiate presso il centro di transito di Gawilan. Entrambi i siti si trovano approssimativamente 150 chilometri a est del confine tra Siria e Iraq. L’UNHCR e le autorità stanno lavorando affinché i rifugiati del campo possano ricongiungersi ai familiari che risiedono nella regione del Kurdistan iracheno (Kurdistan Region of Iraq/KRI).L’UNHCR sta supportando la risposta implementata dalle autorità del KRI lavorando a stretto contatto con esse per preparare altre località all’eventualità che la capacità di entrambi i siti di accoglienza venga superata.Presso entrambi i siti le famiglie rifugiate ricevono i medesimi servizi e assistenza umanitaria: pasti caldi, trasporto, registrazione, alloggio e servizi di protezione. Il personale, inoltre, monitora le necessità di protezione, assicura la protezione dei minori e identifica minori non accompagnati e persone con esigenze particolari già presso i centri di accoglienza lungo il confine. L’UNHCR assicura questi stessi livelli di supporto e assistenza a tutti i nuovi arrivati. L’UNHCR esprime gratitudine a tutte le parti coinvolte nella risposta umanitaria attualmente implementata, compresi le autorità del KRI e tutti i propri partner, i quali lavorano senza sosta per soddisfare le necessità dei rifugiati garantendo loro riparo sicuro, servizi essenziali e protezione. L’UNHCR, inoltre, ha inviato ulteriore personale dalla sede di Baghdad a supportare le unità impegnate a Erbil e Dohuk per rispondere alle esigenze dei nuovi arrivati.

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Collateral Murder: U.S. Apache helicopters killing journalists in Iraq

Posted by fidest press agency su lunedì, 29 aprile 2019

On April 5, 2010 Wikileaks released this leaked video footage from a U.S. Apache attack helicopter, which shows Reuters journalist Namir Noor-Eldeen, driver Saeed Chmagh, and about a dozen other people standing around together as the Apache blows them all to pieces with 30mm cannons, in a public square in Eastern Baghdad in 2007.After the helicopter murders this group, a minivan arrives on the scene and some people attempt to transport some of the wounded to a hospital. These rescuers are fired upon as well, along with the children they had in the vehicle.The official statement on this incident initially listed all adults as insurgents and claimed the US military did not know how the deaths occurred. They refused to release the video to Reuters, for an investigation of the murders. But fortunately for us, and unfortunately for them, Private Bradley Manning released the video to the folks at Wikileaks, who decrypted it and shared it under the name “Collateral Murder”.

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In Iraq un nuovo impianto petrolifero realizzato da PEG

Posted by fidest press agency su sabato, 10 novembre 2018

Grazie alla garanzia emessa da SACE SIMEST e Intesa Sanpaolo, l’azienda italiana ha ottenuto dalla malese Petronas un’importante commessa di 308 milioni di USD per la realizzazione di un impianto petrolifero nel sud dell’Iraq. L’impianto verrà realizzato in partnership con China Petroleum Engineering & Construction Corporation, società di engineering e contracting della compagnia petrolifera del governo cinese
SACE SIMEST, il Polo dell’export e dell’internazionalizzazione del Gruppo CDP, ha supportato – insieme al Gruppo Intesa Sanpaolo – la società di ingegneria e contracting PEG, Progetti Europa & Global S.p.A., nell’acquisizione di un’importante commessa a Garraf, nel sud dell’Iraq. Grazie alla garanzia congiunta offerta da SACE SIMEST e Intesa Sanpaolo, la società romana si è aggiudicata la realizzazione di un impianto di trattamento di petrolio greggio da realizzare nel campo petrolifero di Garraf, nei pressi di Nassirya, attualmente affidato in gestione a Petronas Carigali Holding Iraq Holding B.V., Gruppo Petronas, leader mondiale nel settore Oil & Gas.
PEG (Progetti Europa & Global SPA) è una società attiva nella progettazione e realizzazione di impianti industriali “chiavi in mano” per il settore Oil & Gas e nella progettazione e il management di Infrastrutture quali ferrovie, autostrade, porti ed aeroporti In particolare nel settore Oil & Gas realizza impianti di trattamento e separazione di petrolio e gas, stazioni di pompaggio, impianti di stoccaggio e in generale sistemi di trasporto per prodotti petroliferi, soprattutto in geografie mediorientali e nord africane. L’Iraq sta affrontando una delicata fase di transizione politica, economica e di ricostruzione che, anche grazie all’afflusso di investimenti internazionali, offre alle imprese opportunità di intervento in diversi settori. Attraverso questa operazione, il Polo SACE SIMEST, conferma il proprio impegno a supporto delle eccellenze italiane nel mondo, anche in un mercato complesso come quello iracheno, dove risultano fondamentali soluzioni assicurative e finanziare in grado di mitigare i rischi.

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Sako: “ perché Pontefice non può venire in Iraq”

Posted by fidest press agency su sabato, 7 luglio 2018

cardinale Louis Raphaël I Sako“Per me non è cambiato nulla, sono un patriarca, e il titolo è superiore a quello di cardinale. Ma c’è un messaggio dietro a questa nomina: il Papa non può venire in Iraq, l’ambiente non è pronto”. Lo ha detto il cardinale Louis Raphaël I Sako, patriarca cattolico iracheno, intervistato subito dopo il Concistoro a ‘Soul’, il programma-intervista di Tv2000 condotto da Monica Mondo in onda domenica 8 luglio ore 20.30. Il card. Sako, creato cardinale dal Papa, ha spiegato che Francesco “ha voluto essere vicino ai cristiani iracheni con la sua amicizia e con la preghiera, creando un ponte tra la chiesa irachena e la Santa Sede”.
“Non ho avuto mai paura – ha aggiunto il card. Sako – Anche io ho parlato con alcuni dell’Isis, per fare delle trattative, ho salvato tanta gente così. Io penso che bisogna conoscere le ragioni del perché c’è l’Isis, Al Qaida, è tutto molto complicato. Voi non sapete niente su che cos’è l’Isis. L’Isis è cieco. L’Isis secondo me è politicizzata, è chiaro, ma l’Isis si basa sui versetti del Corano. I musulmani devono fare una nuova lettura dei versetti che chiedono la violenza, che pensano che solo l’Islam sia la vera religione, che le altre religioni siano false. Se ci sono versetti del tempo di Maometto bisogna inserirli nel contesto, fare una esegesi, come noi abbiamo fatto”.
“Non tutti i musulmani – ha proseguito il card. Sako – sono fanatici, non bisogna generalizzare, e per natura gli iracheni sono moderati, abbiamo vissuto 35 anni in un regime laico. Poi gli americani hanno aperto le frontiere e sono entrati tutti questi fondamentalisti dalla Giordania, dall’Egitto, dallo Yemen, dall’Arabia Saudita”. (fonte e copyright foto: TV2000)

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In Iraq: 4 milioni di bambini in difficoltà, dopo anni di violenza e conflitti

Posted by fidest press agency su lunedì, 12 febbraio 2018

In occasione della Conferenza internazionale del Kuwait per la ricostruzione dell’Iraq (12-14 febbraio), l’UNICEF e l’UN-Habitat presentano la ricerca “Committing to Change – Securing the Future”, chiedendo urgenti investimenti per ripristinare le infrastrutture e i servizi di base per bambini e famiglie. 1 bambino su 4 è povero. Dal 2014 verificati 150 attacchi alle strutture educative e 50 attacchi ai centri sanitari e al personale sanitario;Nella città di Mosul, oltre 21.400 case sono state danneggiate o distrutte; La metà di tutte le scuole irachene avrebbe bisogno di riparazioni e più di 3 milioni di bambini hanno subito un’interruzione nel percorso scolastico; il 35% dei bambini non completa la scuola primaria. Circa 1 milione di bambini hanno bisogno di supporto psicosociale; 2.260 sono detenuti in Iraq, metà di quali sono sospettati di essere stati utilizzati come bambini soldato; il 90% dei bambini a Mosul sono ancora traumatizzati a causa della morte di persone a loro vicini.
La violenza può essersi attenuata in Iraq, ma ha sconvolto la vita di milioni di persone in tutto il paese, lasciando un bambino su quattro in povertà e spingendo le famiglie a misure estreme per sopravvivere.Senza investimenti per ripristinare le infrastrutture di base e i servizi per l’infanzia, i risultati duramente ottenuti per porre fine al conflitto in Iraq sono a rischio, secondo l’analisi di UNICEF e UN-Habitat “Committing to Change – Securing the Future”.Il conflitto ha trasformato le grandi città irachene in zone di guerra con gravi danni alle infrastrutture civili, tra cui case, scuole, ospedali e spazi ricreativi. Dal 2014, le Nazioni Unite hanno verificato 150 attacchi alle strutture scolastiche e 50 attacchi ai centri sanitari e al personale sanitario. La metà di tutte le scuole irachene avrebbe bisogno di riparazioni e più di 3 milioni di bambini hanno subito un’interruzione nel percorso scolastico.bambini sono il futuro dell’Iraq”, ha dichiarato Geert Cappelaere, Direttore Regionale dell’UNICEF per il Medio Oriente e il Nord Africa. “La Conferenza del Kuwait per l’Iraq di questa settimana è un’opportunità per i leader mondiali di dimostrare che siamo disposti a investire nei bambini – e, investendo nei bambini, che siamo disposti a investire nella ricostruzione di un Iraq stabile”.Quando le famiglie sfollate ritornano, in molte ritengono che le loro case necessitino di importanti riparazioni. Nella città di Mosul, oltre 21.400 case sono state danneggiate o distrutte. Le famiglie più povere non hanno altra scelta che vivere nelle rovine delle loro case, in condizioni potenzialmente pericolose per i bambini. Alcuni hanno tolto i loro figli dalla scuola e li hanno mandati a lavorare. Molti bambini sono stati costretti a combattere la guerra degli adulti.“I bambini sono i più duramente colpiti in tempi di conflitto, il recupero urbano e la ricostruzione in Iraq dovrebbero essere prioritari, adeguatamente sostenuti e rapidamente attuati, con particolare attenzione alle persone vulnerabili, compresi i bambini”, ha dichiarato Zena Ali Ahmad, Direttore UN-Habitat per la Regione Araba.In occasione della Conferenza del Kuwait per la ricostruzione in Iraq, che si terrà da oggi al 14 febbraio, l’UNICEF e l’UN-Habitat lanciano un appello per un forte impegno per il ripristino delle infrastrutture e dei servizi di base per i bambini, compresi l’istruzione, il sostegno psico-sociale, la sanità e l’acqua, i servizi igienico-sanitari e la casa.

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Ricostruiamo l’Iraq

Posted by fidest press agency su domenica, 14 gennaio 2018

iraq-MMAP-mdAiuto alla Chiesa che Soffre manifesta vivo apprezzamento per lo stanziamento di almeno 75 milioni di dollari da parte degli Stati Uniti d’America per agevolare il rientro degli sfollati interni, prevalentemente cristiani e yazidi, nella Piana di Ninive e nella città di Sinjar, secondo quanto affermato dall’ambasciatore USA in Iraq Douglas Seelman in vista della Conferenza internazionale per la ricostruzione dell’Iraq in programma a Kuwait City a partire dal prossimo 12 febbraio.La fondazione pontificia ha auspicato un analogo impegno dei governi nazionali incontrando decine di ambasciatori accreditati presso la Santa Sede nel corso di una conferenza internazionale sulla Piana di Ninive svoltasi a Roma a fine settembre 2017, e alla quale ha partecipato anche il Segretario di Stato vaticano Card. Pietro Parolin. Si tratta di un impegno che ACS ritiene sia dovuto ad una popolazione vittima di un genocidio che l’ONU non ha ancora avuto il coraggio di riconoscere formalmente.Aiuto alla Chiesa che Soffre dal 2011 ha finanziato progetti per l’Iraq per un totale di circa 35,7 milioni di euro, e in questi mesi sta procedendo nella raccolta fondi per il Progetto di ricostruzione di 13.000 case danneggiate o distrutte dall’ISIS nei villaggi cristiani della Piana di Ninive. Il costo stimato di questo “piano Marshall” per l’Iraq è di oltre 250 milioni di dollari. Il sostegno alla minoranza cristiana irachena rappresenta un seme di speranza per popolazioni flagellate dal terrorismo di matrice islamica, ma non solo. La ricostruzione del tessuto sociale della Piana di Ninive costituirà anche un pacifico argine contro la diffusione dell’ideologia politico-religiosa dell’estremismo, niente affatto debellata nonostante la sconfitta militare dell’ISIS.ACS è quindi convinta dell’importanza strategica della ricostruzione di quest’area dell’Iraq per garantire la stabilizzazione del Medio Oriente nel suo complesso. Ora, dopo la decisione statunitense, auspica un maggiore coinvolgimento anche delle nazioni dell’Unione Europea, e lo fa con un solo, pressante, appello: per l’Iraq fate presto!

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Iraq: gravi accuse di violenza sessuale contro donne kurde

Posted by fidest press agency su domenica, 29 ottobre 2017

iraq-MMAP-mdIn seguito alle notizie di abusi sessuali mirati di soldati e miliziani iracheni contro donne kurde, l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) chiede che le gravi accuse vengano prese sul serio e indagate in modo approfondito. Secondo l’APM, gli USA e tutti i paesi riuniti nella coalizione anti-IS devono approfondire i rapporti sugli abusi sessuali contro donne e ragazze kurde da parte di membri dell’esercito iracheno e se le accuse dovessero essere confermate ogni collaborazione con il governo iracheno deve essere sospesa. La comunità internazionale sostiene l’Iraq militarmente, politicamente e diplomaticamente per tutelare donne e bambini da gruppi radical-islamici. Se le accuse fossero confermate e dovesse risultare che soldati e milizie irachene lungi dal proteggere siano invece anche loro aguzzini che usano lo stupro come arma di guerra, ogni collaborazione deve essere interrotta.
Secondo il Comitato di Prevenzione alla violenza contro le Donne, a Kirkuk, a Tuz Churmatu e in altre località conquistate dall’esercito iracheno e dalle milizie alleate, si sarebbero verificati abusi sessuali contro donne e ragazze kurde. Il Comitato cita in particolare il caso della 16enne Samia Said Saleh violentata da membri delle milizie Al-Hashd al-Shabi (forze di mobilitazione popolare) lo scorso 20 ottobre. In seguito la ragazza e i suoi genitori si sarebbero suicidati provocando un mirato incidente automobilistico. Nella regione d’origine della ragazza, la regione di Garmiyan nel sudest dell’Iraq, la popolazione è ancora traumatizzata dai crimini commessi contro la popolazione civile dal dittatore iracheno Saddam Hussein che alla fine degli anni ’80, nell’ambito dell’operazione genocida Anfal, fece deportare decine di migliaia di civili kurdi della regione nel deserto sud iracheno. Delle persone deportate nessuna è mai tornata.Gli attacchi dell’esercito iracheno e delle milizie Al-Hashd al-Shabi sostenute dall’Iran nel Kurdistan iracheno continuano senza interruzione fin dal 16 ottobre 2017. Secondo quanto riportato da amici kurdo-iracheni dell’APM, solamente a Tuz Churmau a sud di Kirkuk, i miliziani avrebbero dato fuoco a 21 scuole e a una moschea sunnita. Il numero dei Kurdi profughi provenienti dalla regione ricca di petrolio attorno a Kirkuk sarebbe salito ad almeno 168.000 persone.Nella piana di Ninive vicino a Mosul, la popolazione cristiana degli Assiro-Caldei-Aramei così come gli Yezidi sono nuovamente in fuga dai combattimenti tra Kurdi ed esercito iracheno. Molte persone della città di Teleskof, che dopo la disfatta dell’IS erano tornati nelle proprie case, è nuovamente costretta a cercare rifugio nella vicina città di Alqosh.

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Iraq: si teme attacco a Kirkuk

Posted by fidest press agency su sabato, 14 ottobre 2017

kirkukL’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) come anche molti Kurdi nel nord dell’Iraq temono un attacco su larga scala da parte dell’esercito iracheno e delle milizie sciite irachene alla città petrolifera di Kirkuk e all’intera regione. L’Unione europea deve subito svolgere un ruolo di mediazione tra il governo regionale del Kurdistan iracheno di Erbil e il governo sciita di Baghdad. Sia l’esercito sia le milizie sciite sono controllate da Baghdad ed entrambe le istituzioni collaborano con l’Iran. L’appartenenza della regione di Kirkuk assieme alla città che porta lo stesso nome è controversa. L’area è rivendicata tanto dai Kurdi sunniti quanto dal governo centrale. Negli ultimi tre anni i Kurdi peshmerga hanno portato sotto il proprio controllo zone importanti della provincia di Kirkuk, nella lotta portata avanti contro lo Stato islamico (IS).Lo staff generale iracheno nega che sia stata lanciata un’operazione militare per la riconquista di Kirkuk. Tuttavia, in base a proprie informazioni provenienti dal Kurdistan iracheno, si stanno concentrando sempre più milizie sciite, soprattutto nei due villaggi di Beshir e Taza Kormatu non lontano da Kirkuk. Queste milizie dovrebbero combattere contro l’IS nella regione. Il governo regionale curdo aveva acconsentito alla presenza di queste truppe, perché le due città sono abitate principalmente da Turcomanni sciiti. Si ha la netta impressione che adesso le milizie sciite, l’Iran e la Turchia, dopo l’indebolimento e la sconfitta dell’IS, si vogliano concentrare sulla lotta contro i Kurdi.Il governo iracheno avrebbe dovuto risolvere già da tempo il conflitto sull’appartenenza delle cosiddette zone contese come Kirkuk, Sinjar, Khanaquin e Mandali, questione prevista anche dall’articolo 140 della Costituzione irachena. In questo articolo si prevedeva che Baghdad avrebbe preso le misure necessarie per eliminare le conseguenze della politica di oppressione sotto Saddam Hussein in alcune zone del paese, tra cui anche Kirkuk. Sotto Saddam infatti la struttura demografica della popolazione era stata cambiata con la violenza. L’articolo propone misure come il risarcimento, la compensazione, ma anche il rimpatrio. I confini dei distretti settentrionali dell’Iraq che sono stati arbitrariamente modificati sotto il regime di Saddam Hussein devono essere sottoposti a una “revisione”. La soluzione dovrebbe essere raggiunta in tre fasi: in una prima fase la normalizzazione della situazione dovrebbe essere raggiunta con i coloni che dovrebbero rientrare spontaneamente ai loro antichi territori. Nella seconda fase, i profughi Kurdi, Turkmeni e appartenenti ad altre minoranze dovrebbero rientrare nelle loro proprietà. Infine dovrebbero essere ripristinati i vecchi confini della provincia: a questo punto è anche previsto un censimento. Infine si dovrebbe organizzare un referendum per decidere dell’appartenenza della regione.

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L’Arabia Saudita dei Saud e l’Iran degli Ayatollah combattono da decenni una guerra indiretta

Posted by fidest press agency su domenica, 27 agosto 2017

i duellantiLo fanno per procura, dall’Iraq alla Siria, dal Libano ai territori palestinesi, dal Bahrein allo Yemen, dalle primavere arabe all’Afghanistan fino al Qatar. Il terrorismo islamico (sunnita) che flagella l’occidente è uno dei sottoprodotti di questa rivalità religiosa, strategica e geopolitica.” È l’analisi di Christian Rocca di questo mese, ospitata in copertina sul numero di settembre del mensile di idee e lifestyle IL, in edicola con Il Sole 24 Ore da venerdì 25 agosto. Lo scenario geopolitico che infiamma il Medio Oriente e i cui risvolti sono sotto gli occhi di tutti in Occidente ha il suo punto centrale nella disfida infinita tra Arabia Saudita e Iran, due Paesi che ancora oggi si contendono la guida del mondo islamico su una linea di divisione che risale al 632 dopo Cristo, l’anno della morte di Maometto. “I sauditi” ricorda Rocca, “sono i custodi dei luoghi sacri dell’Islam, Medina e Mecca, e a suon di petrodollari anche i leader del mondo sunnita, quello maggioritario; gli iraniani sono i combattenti rivoluzionari della minoranza sciita, circa il 13 per cento del totale dei musulmani.” Da qui bisogna partire per comprendere le ragioni di una “guerra” di egemonia, quella tra questi due Paesi, che tiene in scacco il Medio Oriente (e non solo). Uno strumento in più anche per comprendere la nuova crisi geopolitica con il Qatar.
Nella storia di copertina del nuovo numero di IL anche l’infografica a supporto dell’analisi, dal titolo “Gli ingolfati”, a cura di Guido de Franceschi e Davide Mottes: la possibilità di ripercorrere per mappe la storia di un conflitto, i suoi luoghi, le organizzazioni musulmane, e le questioni geopolitiche di una crisi mediorientale che coinvolge gli interessi di tutto il mondo.
Chiudono la storia di copertina di questo mese dedicata al Medio Oriente i ritratti di due città degli Emirati Arabi Uniti: Abu Dhabi e Dubai. Una guida per il lettore di IL: da un lato Abu Dhabi, che scommette su cultura (prossima l’apertura del Louvre) e natura (il suo bellissimo deserto); dall’altro Dubai, una mecca per creativi e nuovi business. Lo sguardo di YOLO di questo mese è rivolto esclusivamente alle serie tv con una selezione dei titoli più interessanti in arrivo in autunno, a partire da The Deuce, la nuova serie Hbo con James Franco, che racconta una New York anni 70 tutta sesso e droga e che arriverà in Italia su Sky Atlantic. Grande attesa anche per Suburra, la prima serie italiana di Netflix dedicata alle vicende di Roma. Focus quindi sul revival degli anni 80 (con il reboot di Dynasty e la seconda stagione di Stranger Things) e il calendario con altre 24 nuove serie televisive. I temi? Astronavi, parodie e tanti detective. (foto: i duellanti)

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Il trauma del vicino oriente

Posted by fidest press agency su lunedì, 14 agosto 2017

saddam_husseinLe crisi che travagliano, oramai da decenni, l’area che si richiama al vicino oriente per gli europei sono la dimostrazione del come sia impossibile governare la politica se è e resta “inquinata” da logiche capitalistiche e di controllo, costi quel che costi, delle fonti energetiche di cui quella regione è ricca. Secondo un certo ragionamento il regolamento dei conti con Saddam Hussein e Gheddafi doveva riportare ordine all’area ed affermare, in pari tempo, il primato degli statunitensi e la loro forza di dissuasione militare nei confronti di quelle forze più ricalcitranti al rispetto per i nuovi “padroni”. La sfida è diventata all’ultimo sangue proprio perché tutti si erano resi consapevoli che si trattava e continua a trattarsi di una battaglia volta ad affermare un solo vincitore mentre al perdente non sarebbero rimaste nemmeno le briciole. E così è diventata la guerra di tutti contro tutti. Con tale andazzo a rimetterci, come sempre, è la povera gente. Si combatte una battaglia metropolitana, tra popolazioni inermi e bisognose di tutto. Si combatte per un primato per interposta persona. Si tende ad alzare il livello della contesa ed anche ad esportarla in Occidente attraverso il terrorismo internazionale di matrice islamica. Ci troviamo, in pratica, al cospetto di un conflitto mondiale dove non esiste, di fatto, un vero e proprio stato belligerante ed uno stato aggredito, ma delle “trasversalità” che interessano più Stati e non necessariamente coinvolgono i rispettivi governi. In questo modo noi ci avviciniamo pericolosamente ad una resa dei conti troppo generalizzata che può portarci sul terreno insidioso delle lotte tribali, dei genocidi, del razzismo e della polizia etnica. Si tratta in definitiva di un pactum sceleris tra forze che si alleano oggi per sconfiggere un terzo incomodo ma non si esclude che in futuro possano giungere tra loro ad un’altra sanguinosa resa dei conti. E alla fine come facciamo a distinguere l’arabo buono da quello cattivo, lo statunitense buono dal cattivo e via di questo passo? Homo homini lupus.(Riccardo Alfonso direttore Centro studi sociali e politici della Fidest da “Lezioni di politica”)

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3° anniversario del genocidio agli Yezidi in Iraq

Posted by fidest press agency su domenica, 30 luglio 2017

iraq-MMAP-mdL’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) e l’organizzazione umanitaria yazida con sede in Germania HAWAR.help, in occasione del terzo anniversario del dell’inizio del genocidio agli Yezidi in Iraq (3 agosto 2015), si sono rivolti alle istituzioni politiche in Germania e in Europa con la richiesta urgente di aiutare i sopravvissuti a questo orribile crimine che si trovano tutt’ora in uno stato di emergenza umanitaria. La richiesta riguarda il sostegno agli Yezidi che vivono ormai da molti anni in Germania perché possano aiutare gli appartenenti alla loro comunità religiosa rimasti in Iraq. E’ urgente e necessario sviluppare iniziative per realizzare progetti concreti di aiuto ai profughi yazidi, soprattutto donne e bambini, come è già stato realizzato ad esempio nella regione della bassa Sassonia e del Baden-Württemberg con l’assistenza psicologica a gruppi di donne traumatizzate. I profughi hanno urgente bisogno di sostegno psicologico, in quanto i campi profughi non hanno sufficiente possibilità finanziaria e in più si devono trovare i finanziamenti per la ricostruzione nella regione d’origine dei profughi, la regione del Sinjar nel nord dell’Iraq.Si tratterebbe di un gesto importante e non solo simbolico per mostrare ai sopravvissuti al genocidio la nostra vicinanza. L’obiettivo a lungo termine degli Yezidi è di identificare i responsabili del genocidio e portarli davanti ad un Tribunale internazionale. I sopravvissuti sperano nel riconoscimento ufficiale di questo genocidio. Per facilitare questo obiettivo si dovrebbe da subito lavorare per far ottenere alla regione montuosa del Sinjar, al principale zona di insediamento degli Yezidi in Iraq, una forma di autonomia amministrativa.Gli Yezidi del Sinjar sono stati attaccati dalle milizie dello Stato Islamico il 3 agosto 2014. Secondo dati delle Nazioni Unite sono stati uccisi circa 5.000 Yezidi, un numero maggiore sono stati rapiti e 430.000 sono stati costretti a fuggire. L’obiettivo dell’IS era espellere o distruggere tutti gli Yezidi dalla regione del Sinjar. Tutti gli uomini e ragazzi che non erano in grado di fuggire o non volevano convertirsi all’Islam, sono stati uccisi. Fino a 5.000 donne e ragazze sono state rapite e solamente 900 di loro sono riuscite in seguito a fuggire. Le donne prigioniere sono state violentate, costrette a sposarsi o vendute nei mercati degli schiavi. I sopravvissuti descrivono scene terribili, di uomini barbuti addosso a piccole ragazzine che piangevano, di bambini che urlavano chiamando le proprie madri e delle urla di donne disperate. Essi riferiscono che molte donne, dopo essere state trattate così crudelmente, hanno tentato o commesso suicidio. Circa 300.000 profughi Yezidi che hanno perso tutto in seguito agli attacchi, sono ancora ospitati in tendopoli.Solamente in Germania si stima che vivano almeno 120.000 membri della più grande comunità yezida della diaspora. La maggior parte di loro sono fuggiti in Germania a causa delle persecuzioni religiose negli anni ’80. Solamente nell’area di Bielefeld vivono 5.000 Yezidi.

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Iraq: appello per proteggere i bambini intrappolati a Mosul ovest

Posted by fidest press agency su domenica, 2 luglio 2017

iraq-mosul-jpg“Migliaia di bambini continuano ad essere intrappolati in una violenza implacabile nei quartieri della Città Vecchia di Mosul Ovest, visto che i combattimenti si sono fortemente intensificati nelle ultime ore.
I bambini stanno affrontando diverse minacce alla loro vita; alcuni sono bloccati dai combattimenti e si nascondono nei seminterrati, timorosi di un prossimo attacco; altri che cercano di fuggire rischiano di essere colpiti o feriti. Ci sono notizie di centinaia di civili che sono già stati uccisi e utilizzati come scudi umani.
I ragazzi e le ragazze che sono riusciti a fuggire mostrano segni di moderata malnutrizione e portano con loro ferite psicosociali dovute al conflitto, come conseguenza di ciò che hanno passato.
La difficile situazione di questi bambini e la loro sopravvivenza devono rimanere una priorità assoluta ora, nelle settimane e nei mesi successivi.
L’UNICEF ribadisce la sua richiesta a tutte le parti in conflitto di proteggere i bambini in ogni momento. I bambini devono essere tenuti fuori dai pericoli”.

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Salvare il cristianesmo in Iraq

Posted by fidest press agency su lunedì, 12 giugno 2017

cristiani«Dobbiamo conservare la speranza. È una enorme sfida, ma possiamo superarla grazie alla forza della nostra fede». Queste le parole dell’allora arcivescovo caldeo di Mosul, monsignor Emil Shimoun Nona, ad Aiuto alla Chiesa che Soffre, pronunciate poche ore dopo la presa di Mosul da parte dello Stato Islamico, nella notte tra il 9 e il 10 giugno 2014.
In questi tre anni la comunità cristiana d’Iraq ha subito un vero e proprio genocidio e la seconda città del Paese, un tempo casa di decine di migliaia di fedeli, è divenuta roccaforte del Califfato. Ma ora che il tragico capitolo dell’ISIS sembra giunto alle pagine finali, i cristiani intravedono la possibilità di tornare alle proprie case.
Per ricondurre alla cristianità la Piana di Ninive, ACS ha varato un piano di interventi mirati a ricostruire le abitazioni cristiane, che richiederà un impegno di circa 230 milioni di euro. Un vero e proprio Piano Marshall per i cristiani iracheni, coordinato dal Niniveh Reconstruction Commitee (NRC), un comitato composto da rappresentati ACS e delle Chiese caldea, siro-cattolica e siro-ortodossa.
«Il nostro compito è quello di ridare un’identità cristiana a queste terre, donando nuovamente una casa alle tante famiglie che ogni giorno ci chiedono di poter tornare nei loro villaggi», spiega don Salar Boudagh, vicario generale della Diocesi caldea di Alqosh e membro del NRC. Il sacerdote è responsabile della ricostruzione nell’area orientale della Piana di Ninive. «Quando, dopo la liberazione dall’ISIS, le famiglie hanno rivisto i propri villaggi distrutti, in molti hanno perso la speranza ed hanno pensato di lasciare il Paese. Ma ora che stiamo ricostruendo le loro abitazioni sempre più cristiani resteranno». Don Salar spiega quanto sia importante agire in tempi brevi, per evitare che altre famiglie si uniscano alle numerose emigrate in questi anni. Una scadenza importante è quella dell’inizio del nuovo anno scolastico, che in molti sperano i propri figli possano incominciare nei rispettivi villaggi d’origine. L’impresa non è semplice. A Tellskuf sono già rientrate 500 delle 1450 famiglie, ma le abitazioni agibili sono solamente 300. A Baqofa 35 famiglie attendono una casa, mentre a Batnaya l’80 percento delle abitazioni è stato distrutto dall’ISIS e le famiglie dovranno attendere. «Viviamo un momento cruciale della nostra storia – afferma don Boudagh – e la possibilità di salvare il Cristianesimo in Iraq dipende totalmente dall’aiuto che riceveremo. In questi tre anni drammatici i benefattori di ACS ci sono stati sempre accanto e non ci hanno mai fatto mancare nulla. E siamo sicuri che non ci abbandoneranno ora. Facciamo tornare cristiana la Piana di Ninive». (foto: cristiani)

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Iraq: l’UNHCR si prepara ad un esodo di massa da Mosul

Posted by fidest press agency su mercoledì, 24 agosto 2016

iraq-MMAP-mdIn Iraq con le operazioni militari che si stanno concentrando in direzione di Mosul potrebbero drammaticamente peggiorare gli esodi forzati della popolazione. Negli ultimi mesi, circa 213.000 persone hanno abbandonato le loro case in diverse parti del paese: 48.000 persone dalla zona di Mosul, 87.000 dalla regione di Falluja, e 78.000 da Shirqat, Qayyara e dalle aree circostanti.
Mosul è la seconda città più grande dell’Iraq e l’impatto umanitario di un’offensiva militare potrebbe essere enorme e coinvolgere fino a 1.2 milioni di persone. In questo contesto di grande crisi, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) sta facendo il possibile per costruire nuovi campi per ospitare le persone e alleviare le loro sofferenze, ma è necessario che siano presto disponibili altri terreni e ulteriori finanziamenti per costruire i campi.L’Iraq rappresenta già una delle più grandi situazioni di sfollamento interno a livello mondiale. Circa 3.380.000 persone hanno lasciato le loro case dal gennaio 2014, e molte famiglie sono state costrette a spostarsi all’interno del paese più di una volta in cerca di un luogo sicuro.In un conflitto così volatile, in rapida evoluzione e complesso, l’UNHCR continua a fare appello affinché venga garantita la libertà di movimento dei civili. Ciò è particolarmente importante quando si tratta di persone in fuga da aree di conflitto. Deve essere fatto tutto il possibile per garantire sicurezza e dignità alla popolazione colpita.L’UNHCR fornisce sostegno umanitario, tra cui alloggi, kit di soccorso e servizi di protezione, come, ad esempio, l’assistenza legale per le famiglie sfollate. Con il rapido evolversi della situazione a Mosul, l’Agenzia sta ampliando i propri sforzi per essere in grado di assistere centinaia di migliaia di persone.Nel contesto di una risposta inter-agenzia alla crisi in corso, sono stati elaborati piani di emergenza per fornire assistenza e alloggi ad un numero massimo di 120.000 persone in fuga dal conflitto a Mosul e nelle zone circostanti. In tutta la regione una serie di campi sono in fase di espansione o di allestimento, mentre si stanno valutando altre opzioni per garantire ripari e alloggi.
A Debaga, nel Governatorato di Erbil, sono stati completati due campi tra luglio ed agosto per dare ospitalità agli sfollati iracheni fuggiti dai villaggi ad est del Tigri. Visto l’alto numero di nuovi arrivi giornalieri, l’UNHCR ha in programma la costruzione di un altro campo ed è in attesa che le autorità locali mettano a disposizione dei terreni. Debaga è cresciuta di quasi dieci volte nel giro di pochi mesi – passando dai 3.500 sfollati accolti a marzo in un singolo campo alle oltre 34.000 persone accolte ad oggi in varie aree.
A nord di Mosul, sono quasi terminati i lavori di costruzione del sito di Zelekan, nel distretto di Sheikhan, con una capacità di 1.200 tende. Sono inoltre in corso i lavori per l’allestimento di un campo con una capacità di 3.000 tende presso Amalla, nel distretto di Telafar, a nord-ovest di Mosul.A Kirkuk, l’UNHCR sta costruendo un nuovo campo nel distretto di Daquq, con una capacità di 1.000 tende e sta ampliando la capacità d’accoglienza dei campi di Nazrawa e Laylan, ora completamente pieni. Sono in corso i lavori per allestire un campo di 1.000 tende a Salah al-Din, presso Tal al-Seebat.L’UNHCR sta inoltre valutando e individuando altri siti in tutto l’Iraq settentrionale, in stretta collaborazione con le autorità.
Complessivamente, l’UNHCR sta cercando di allestire campi in sei aree in tutto l’Iraq settentrionale, tali progressi dipendono tuttavia sia dalla disponibilità di terreni che dai finanziamenti. Al 2 agosto, l’appello generale dell’UNHCR, con cui si chiedono 584 milioni di dollari per far fronte ai bisogni di sfollati interni e rifugiati iracheni nella regione, è stato finanziato solo al 38 per cento.La ricerca di aree disponibili per la costruzione di nuovi campi è ormai diventata una questione critica. I terreni vengono individuati e forniti dalle autorità locali e la loro idoneità viene valutata dall’UNHCR, da altre agenzie delle Nazioni Unite e dai partner nel settore umanitario. Tuttavia ci sono diversi problemi. Molti proprietari non sono disposti concedere in affitto i propri terreni; altre aree non sono adatte a causa della loro topografia, della loro vicinanza al fronte o alle operazioni militari, per il rischio che vi siano ordigni inesplosi o mine, oppure perché situate in zone in cui l’arrivo degli sfollati potrebbe portare a tensioni etniche, settarie, religiose o tribali.L’UNHCR è responsabile della protezione, degli alloggi, della distribuzione di beni non alimentari e del coordinamento e gestione complessiva dei campi. L’Agenzia ha attualmente scorte di emergenza di tende ed altri generi di soccorso per 20.000 famiglie nel paese.

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Sant’Egidio: un accordo con l’Iraq per proseguire sulla via del dialogo, della pace e del rispetto delle minoranze

Posted by fidest press agency su martedì, 21 giugno 2016

sant'egidio1Roma martedì 21 giugno, alle 11,30, nella Sala della Pace a Sant’Egidio la firma di un Memorandum of Understanding tra la Comunità di Sant’Egidio e la Suprema Commissione per la Riconciliazione nazionale dell’Iraq. Nei giorni scorsi si è riunita a Roma, ospite della Comunità di Sant’Egidio, la Suprema Commissione per la Riconciliazione nazionale dell’Iraq composta da delegati del presidente della Repubblica, del Primo Ministro, del Presidente del Parlamento e del Presidente della Corte costituzionale. La Commissione ha chiesto alla Comunità di Sant’Egidio di contribuire con la sua esperienza al lavoro di dialogo e riconciliazione che la Commissione stessa è incaricata di svolgere.
Oggi la firma del un Memorandum of Understanding tra la Commissione e la Comunità di Sant’Egidio, contenente i lineamenti fondamentali per un’azione tesa a ricostruire la pace e favorire la coabitazione tra le varie componenti etniche, sociali e confessionali della popolazione irachena. Fondato sul rifiuto della discriminazione, tale documento punta a preservare la diversità culturale e religiosa dell’Iraq, per diffondere attraverso il dialogo una cultura di pace. Le iniziative congiunte cercheranno di raggiungere le vittime del presente conflitto, ed in particolare di proteggere le minoranze presenti in Iraq.
La Comunità di Sant’Egidio esprime la sua soddisfazione per aver contribuito al raggiungimento del Memorandum of Understanding, che rappresenta un utile strumento di collaborazione a favore della pace, affinché le istituzioni dello Stato iracheno possano rivolgere a tutta la popolazione un messaggio di pace e di rispetto delle diverse componenti della società.

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Siria e Iraq: Non lasciamoli soli

Posted by fidest press agency su mercoledì, 27 aprile 2016

siriaMilano Lunedì 9 maggio 2016 Università Cattolica del Sacro Cuore, Cripta Aula Magna Largo A. Gemelli, 1 sarà un a giornata di riflessione, promossa dal quotidiano Avvenire, FOCSIV e l’Università Cattolica del Sacro Cuore, nella quale si intende offrire una panoramica che aiuti a capire le radici storico-geo-politiche della complessa realtà e le problematiche relative ai bisogni degli sfollati, dei rifugiati e di quanti sono rimasti in Siria e in Iraq privi dei diritti più elementari, tra questi il diritto di praticare la propria religione. Le recenti guerre in Medio – Oriente implicano l’esodo di intere popolazioni e pongono il mondo cattolico di fronte alle necessità ed ai bisogni umanitari che non possono essere assolutamente ignorati. Nell’Anno Straordinario del Giubileo l’imperativo resta rispondere all’appello di Papa Francesco che a Lampedusa, prima, e a Lesbos in questi giorni di fronte alla morte di chi fugge dalla guerra ci ha invitato ad aprire il cuore ad opere di Misericordia. “Abbiamo perso il senso della responsabilità fraterna. La globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere”, ha detto il Papa in uno dei passaggi più toccanti della sua omelia. “La cultura del benessere rende insensibili alle grida degli altri, fa vivere in bolle di sapone. Una situazione che porta all’indifferenza verso gli altri e all’anestesia del cuore”.
Parteciperà al dibattito Don Francesco Soddu, Direttore di Caritas Italiana insieme alle organizzazioni cattoliche che operano nell’area, FOCSIV con il suo Presidente Gianfranco Cattai, e i Soci della Federazione FMSI e Fondazione Buon Pastore presenti rispettivamente in Siria e in Libano, Cesare Zucconi per la Comunità di Sant’Egidio, Giampaolo Silvestri, Segretario Generale di AVSI e Massimo Achini, Presidente del Centro Sportivo Italiano, partner di FOCSIV nel suo impegno ad Erbil. Mario Giro, con delega alla cooperazione internazionale.Il mondo delle organizzazioni si confronterà con il mondo dei media, rappresentato dal direttore di Avvenire, Marco Tarquinio e quello di Famiglia Cristiana, don Antonio Sciortino, testate cattoliche che in questi due anni non hanno mai cessato di raccontare una tragedia che si consumava lentamente, spesso assente dagli spazi di informazione. Due media che sono stati parte attiva in grado di coinvolgere i propri lettori a sostenere gli interventi in loco.La seconda parte dell’evento è dedicata al lavoro nell’area e alle testimonianze sul campo di chi si è adoperato nell’assistenza e nel sostegno psicologico e morale senza differenza di religione, in un’ottica di comunione della sofferenza e della speranza. In particolre, FOCSIV presenterà la nascita e lo sviluppo del suo intervento nel Kurdistan iracheno.Nel corso dell’evento saranno presentati di contributi video, il reportage dal titolo “Daesh” firmato da Giovanni Sartorio, presidente di International Help, associazione torinese impegnata in interventi umanitari che ha sostenuto attivamente l’intervento di FOCSIV e il video “Emergenza Kurdistan – La FOCSIV con i profughi iracheni”, realizzato da Luci dal Mondo Onlus.

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