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Posts Tagged ‘islam’

Il proibito nell’Islam: il Ḥalāl e la sua diffusione nelle società europee

Posted by fidest press agency su sabato, 1 dicembre 2018

Roma lunedì 3 dicembre, ore 18, presso la Pontificia Università Gregoriana si parlerà del proibito nell’Islam: il Ḥalāl e la sua diffusione nelle società europee.
L’incontro è parte del calendario di forum che il Centro Studi Interreligiosi della Gregoriana propone pubblicamente. Ne parlerà il Prof. Cédomir Nestorovic. L’islam fissa regole che hanno conseguenze sul comportamento dei consumatori e di cui le imprese commerciali che si rivolgono ai popoli musulmani devono tenere conto. Il caso più noto è quello dell’alimentazione ḥalāl: con quali conseguenze concrete per i mercati, per le campagne pubblicitarie e per la comunicazione d’impresa? Quanto si è amplificata la diffusione dell’alimentazione ḥalāl nelle società europee? La conferenza sarà tenuta in francese con traduzione simultanea in italiano.
Il professor Cedomir Nestorovic, dopo aver conseguito un dottorato di ricerca presso l’Istituto di Studi Politici di Parigi, insegna geopolitica e marketing internazionale presso l’ESSEC – Ecole Supérieure des Sciences Economiques et Commerciales, con un focus specifico in Islamic Business and Management. Tra le sue ricerche, pioneristico il volume Islamic Marketing. Understanding the socio-economic, cultural and political-legal environment, tradotto anche in italiano (Marketing islamico, EGEA 2010). È stato insignito del titolo di “Professor of the Week” dal Financial Times nel 2012. Vive a Singapore, dove dirige l’ESB Executive ESSEC per l’area dell’Asia Pacifica.
Tra i prossimi appuntamenti in programma:
– 10 dicembre 2018 – «Guru Nanak: dall’Incontro con Dio alla religione dell’uomo» (Prof. Fabio Scialpi)
– 14 gennaio 2019 – «Islam e non-violenza: dalla teoria alla pratica» (Prof. Adnane Mokrani – P. Laurent Basanese S.J.)
– 21 gennaio 2019 – «Religione, etnicità e nazione: il caso dello Sri Lanka» (P. Indunil Kodithuwakku).

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The Sociology of Islam: Knowledge, Power, Civility

Posted by fidest press agency su mercoledì, 16 agosto 2017

the sociology of islamDi Armando Salvatore Wiley Blackwell, Chichester (UK), 2016 traduzione e scritto di Michele Brignone Poco noto al di fuori degli ambienti accademici, probabilmente anche a causa della complessità teorica dei suoi scritti, Armando Salvatore, professore di Global Religious Studies alla McGill University di Montréal, è uno dei più interessanti studiosi contemporanei di Islam, da anni impegnato in un percorso di ricerca che punta a comprendere questa grande religione sottraendola alla lente deformante dell’orientalismo, ma senza farsi intrappolare nei vicoli ciechi degli studi post-coloniali. Anche il suo ultimo lavoro, The Sociology of Islam. Knowledge, Power and Civility, primo volume di un progetto di trilogia, va in questa direzione. Il libro indaga il modo in cui nell’Islam il rapporto tra la conoscenza e il potere ha dato forma a modelli di civiltà (civility), intesa come l’insieme di norme, costumi, comportamenti e modi di auto-disciplina che, in maniera quasi invisibile, garantiscono il legame sociale impedendo l’esplosione di conflitti. In questo senso la civiltà è «essenziale per il tessuto sociale tanto quanto la gravità (considerata in fisica la più debole delle forze fondamentali) lo è per il mondo fisico» (p. 25). Muovendo da questa angolatura, Salvatore intende proporre un concetto di civiltà più trasversale di quello contenuto nell’idea di “società civile”, troppo legato a “traiettorie egemoniche occidentali” e in particolare all’illuminismo scozzese, il quale postula, infondatamente secondo Salvatore, un legame sociale basato sulla fiducia spontanea tra individui che perseguono il proprio interesse. Allo stesso tempo la nozione di civiltà come civility permette di evitare le connotazioni ideologiche contenute nella categoria di civiltà come civilization, un termine che, oltre a rievocare il passato coloniale, nelle scienze sociali finisce per istituire una perfetta sovrapposizione tra religione e cultura, fino alla sua cristallizzazione nel “mito” (così lo chiama Salvatore), dello “scontro di civiltà”.Per superare queste distorsioni, Salvatore si affida da un lato al filosofo italiano Giambattista Vico, e dall’altra allo storico americano dell’Islam Marshall Hodgson. Il primo, contemporaneo degli illuministi scozzesi, fornisce una spiegazione della coesione sociale alternativa alla visione “commerciale” fondata sul contratto. Il secondo concepisce l’Islam «come un’ecumene che attraversa più civiltà (transcivilizational) più che come una civiltà monolitica autosufficiente» (p. 31). Inoltre Hodgson, rovesciando un paradigma consolidato dell’orientalismo, non situa l’apogeo dell’Islam nell’epoca d’oro del califfato abbaside, ma in quelli che lui chiama i “periodi di mezzo”, cioè i secoli successivi alla fine del califfato, in cui l’Islam conobbe la sua massima espansione, facendo leva in particolare sul connubio tra reti commerciali e confraternite sufi. Nel momento in cui perde la sua solidità istituzionale, l’Islam mostra la sua capacità di adattarsi ai contesti più disparati, dando vita a un ethos cosmopolita e a modelli di civiltà fondati da un lato sulla normatività della sharī‘a e dall’altra dalla cultura “laica” dell’adab, un termine che indica al contempo la letteratura di corte e le buone maniere. Secondo Salvatore dunque, contrariamente a quanto afferma il discorso orientalista, non è vero che l’Islam sia incapace di un rinnovamento endogeno. È vero piuttosto che il dominio coloniale lo ha costretto in una griglia, quella vestfaliana, che ne ha soffocato le potenzialità: «Mentre la civiltà (civility) precoloniale era fondata su un fragile equilibrio di connettività sociale, autonomia individuale e distinzione culturale tra strati sociali, la cornice dello Stato-nazione che fa da matrice alla moderna società civile non è stata capace di salvaguardare questo equilibrio nel lungo periodo e sul piano globale. Il difetto di universalità dell’egemonia europea è evidenziato proprio dalla ricorrenza di questi squilibri» (p. 253). L’analisi di Salvatore sembra minimizzare i problemi creati dall’incontro tra Islam e modernità. Ma la sua riflessione pone una questione decisiva, che tra l’altro va ben al di là dei confini della ricerca accademica: il mondo in cui viviamo è globale, ma continua a essere incapace di universalità. [L’articolo è contenuto in Oasis n. 25. Per leggere interamente i contenuti della rivista acquista una copia o abbonati http://www.oasiscenter.eu] (photo: The sociology of islam)

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Islam. 100 e più domande: Un libro che invita a riflettere fuori dai luoghi comuni e dai pregiudizi

Posted by fidest press agency su venerdì, 28 luglio 2017

Islam 10 domande e più def.inddSilvia Scaranari ha scritto per la Editrice Elledici il prezioso libro Islam. 100 e più domande. Scuola, ospedale, famiglia, oratorio e…Come comportarsi? (pagine 144 – € 6,90).
L’autrice, esperta del mondo islamico, cerca leggere il ruolo dell’islam, delle tradizioni e delle più recenti interpretazioni della religione di Maometto. Punto di partenza è una chiara e puntuale presentazione delle origini, del fondatore, delle vicende e delle norme contenuto nel Corano che hanno portato alla diffusione dell’islam nel mondo.
La Scaranari, presentando il miliardo e 800 milioni di seguaci del “profeta”, parte dall’affermazione che «ci sono tanti islam quanti sono i fedeli islamici». È un paradosso che rende bene l’idea della complessità della religione di Maometto. Non si può, quindi, ingabbiare l’islam ingabbiare in formule preconfezionate per non condannarsi inesorabilmente alla non comprensione. Ecco perché, questo agile volume, presenta i principi religiosi condivisi, deducendone gli aspetti formalmente vietati o leciti.
La fede del popolo musulmano è chiara e sintetica. Si basa sulla dichiarazione: «Non c’è Dio se non il Dio, e Muhammad è il suo Profeta» e sulla certezza che il Corano è la parola di Dio: sono questi i punti essenziali per essere considerato un muslim.
L’islam è una religione con valenza universale e nel tempo, ormai 16 secoli, ha incontrato innumerevoli civiltà, abitudini, legislazioni. Se ha islamizzato tutti, da tutti è stato influenzato, almeno per quanto riguarda gli usi e i costumi.
Non è pensabile riassumere in modo esaustivo il variopinto mondo islamico è impossibile. L’islam, inserito in contesti geografici e sociali diversi, ha acquisito particolarità specifiche ma ha cercato di salvaguardare il contenuto proprio della fede e del dettato coranico.
Ecco perché, per questo libro, si è scelto il metodo della domanda-risposta per presentare i princìpi religiosi condivisi e dedurre gli aspetti che sono formalmente vietati o leciti, lasciando poi valutare, nella situazione specifica, quello che invece è un dato culturale.La scelta di questa formula ha lo scopo di fornire informazioni in modo sintetico, facilitare le relazioni tra cristiani e musulmani nei diversi contesti della vita: dalla scuola, all’oratorio, dall’ospedale alla vita pubblica.
La prima parte del libro presenta i princìpi religiosi condivisi dalle comunità islamiche. La seconda suggerisce i comportamenti da tenere nelle diverse situazioni della vita, per un corretto rapporto di relazioni di dialogo.Sulla base di informazioni sintetiche, ma molto chiare, si entra in un mondo complesso, come quello islamico, con le carte in regola per una corretta relazione e un dialogo basato sul rispetto e la conoscenza di culture e tradizioni molto distanti.È, in definitiva, il libro di cui c’era bisogno per non cadere nei luoghi comuni che quasi sempre allontanano le persone invece di aiutarle a dialogare, confrontarsi, integrarsi, collaborare in una convivenza pacifica. (foto: Islam)

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Donald Trump’s reset on Islam

Posted by fidest press agency su sabato, 27 maggio 2017

trump (2)The people of Saudi Arabia, not least the royal family, seem to care only about what Donald Trump is saying now. And while Candidate Trump taunted the Saudis, President Trump has embraced them, making the kingdom his first foreign destination. In Riyadh, the capital, on May 20th-21st, he sought to reassure Muslim leaders and draw a sharp contrast with Barack Obama’s foreign policy.The centrepiece of the trip was a speech by Mr Trump to dozens of Sunni Muslim leaders, which his staff billed as an answer to Mr Obama’s address in Cairo in 2009. In their own way, both presidents sought to reset America’s relations with the Muslim world. But whereas Mr Obama attempted to mend the damage wrought by the war in Iraq, Mr Trump was burdened by his own Islamophobic rhetoric. “I think Islam hates us,” said Mr Trump last year, after calling for a blanket ban on Muslims entering America. His first national security adviser, Michael Flynn, considered Islam a “malignant cancer”.Autocrats and dictators must have short memories, because Mr Trump’s appeal to fight extremism, which he now says is “not a battle between different faiths”, but “between good and evil”, seemed to go down well in Riyadh. Perhaps it helped that the president did not push his audience on their generally poor human-rights records, which many analysts think contribute to terrorism. Such hounding was more the way of Mr Obama (who addressed university students in 2009 and firmly stood up for human rights). “We are not here to lecture,” said Mr Trump. “We are not here to tell other people… what to do.”The president then told his audience what to do. “The nations of the Middle East cannot wait for American power to crush this enemy for them,” said Mr Trump. “A better future is only possible if your nations drive out the terrorists and extremists.” “Drive them out,” he repeated, five times. To that end, Mr Trump announced the sale of “beautiful” weapons worth $110bn to Saudi Arabia, the opening of the Global Centre for Combating Extremist Ideology in Riyadh and the creation of a Terrorist Financing Targeting Centre. No doubt delighting his hosts, and fuelling the sectarian divide within Islam, Mr Trump blamed Iran, which is predominantly Shia, for most of the region’s problems. “From Lebanon to Iraq to Yemen, Iran funds, arms and trains terrorists, militias and other extremist groups that spread destruction and chaos across the region,” said the president (omitting the fact that most jihadists in the Middle East are Sunni, not Shia). A day earlier, Rex Tillerson, the secretary of state, even condemned Iran’s human-rights record, which is not notably worse than Saudi Arabia’s. That brief lecture took place only hours after the Iranians re-elected Hassan Rouhani, a relative moderate, as their president.
The frequent criticism of Iran was just one way in which Mr Trump and his hosts sought to underscore how different things are under the new administration. Just two years ago, Mr Obama engaged with Mr Rouhani to complete a deal that curbs Iran’s nuclear programme in exchange for the lifting of sanctions. This realignment upset the Saudis, who gave Mr Obama a cool welcome on his final visit to the kingdom in 2016. By contrast, when Mr Trump stepped off Air Force One, he was greeted by King Salman in a lavish ceremony featuring military jets casting red, white and blue contrails.But the changes have been in style more than substance. Mr Trump has not ripped up the nuclear agreement with Iran and, like Mr Obama, said he would avoid “sudden interventions” in the region. Moreover, “Obama was pretty good to [the Saudis],” says Thomas Lippman of the Middle East Institute, a think-tank in Washington, DC. He visited the kingdom more times and sold the Saudis more weapons
than any other American president before him. In fact, many of the arms deals celebrated by Mr Trump were negotiated under his predecessor, who also provided intelligence support for the Saudi-led war in Yemen. Next, Mr Trump heads to Israel, where the dynamics at times will be similar those of his Saudi trip. Mr Trump will visit Yad Vashem, the Holocaust memorial centre, perhaps to counter accusations of anti-Semitism against some in his administration, after a failure to mention Jews in a statement commemorating the Holocaust earlier this year. The president also plans to propose a path to the “ultimate” peace deal between the Israelis and Palestinians. Some may doubt his ability to end the decades-long conflict, but in Riyadh, Abdel-Fattah al-Sisi, Egypt’s president, described Mr Trump as “a unique personality that is capable of doing the impossible”—to which Mr Trump responded, “I agree.” (by The Economist) (photo: trump)

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Presentazione del volume ‘Storia del pensiero politico islamico’

Posted by fidest press agency su lunedì, 8 maggio 2017

Roma Lunedì 8 Maggio 2017, ore 16:00 Dipartimento di Studi Umanistici, Aula del Consiglio Via Ostiense 234 I seminari di Storia dei Paesi islamici ospitano la presentazione del volume Storia del pensiero politico islamico a cura di Massimo Campanini, recentemente pubblicato da Mondadori Università, che si terrà lunedì 8 maggio alle ore 16 nell’aula del Consiglio del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università Roma Tre.

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Libro: pianeta Islam

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 febbraio 2017

pianeta-islamdi Vittorio Pozzo (Editrice Elledici – Pagine 96 – € 6,90) L’Islam è un “pianeta” dalle mille sfaccettature, difficili da decifrare e capire. La situazione odierna, che vede oggi i musulmani vittime e protagonisti di episodi drammatici, richiede una lettura attenta e puntuale. Le pagine del nuovo libro Pianeta Islam di Vittorio Pozzo aiutano a far chiarezza e a eliminare pregiudizi e interpretazioni distorte, per evitare di continuare a innalzare muri invece di costruire ponti. Solo conoscendosi è possibile capirsi e vivere insieme.L’autore, VITTORIO POZZO, sacerdote salesiano, è un grande conoscitore del mondo islamico, laureato in studi arabi e islamistica e con 60 anni di presenza continua in Medio Oriente, dove tuttora risiede. Il libro, partendo dall’attualità, drammatica e problematica, offre un serio contributo alla conoscenza dell’Islam attraverso una panoramica sui suoi princìpi e le sue pratiche. Dall’introduzione: «C’est la guerre!» (Siamo in guerra!): questo il grido allarmato lanciato dalle massime autorità politiche francesi in reazione ai sanguinosi attentati del 13 novembre 2015 a Parigi. Ripreso e rilanciato dai media, sembra fare presa sull’opinione pubblica non solo transalpina.
Quest’offensiva islamista, attuata da esecutori e mandanti ben definiti, in nome di Dio (Allâh), in nome e per l’esaltazione dell’Islam di cui si diventa martiri o eroi, vuol forse dire che la controffensiva dovrà estendersi su tutti i fronti dove si possono trovare musulmani inermi e pacifici, del tutto estranei ai fatti?
Quando la pancia si sostituisce alla mente nel reagire in simili frangenti, è facile sviare. La situazione deve decantare e occorre ragionare a mente fredda, facendo leva sulla conoscenza, la prudenza e la saggezza, per evitare di fare di ogni erba un fascio o di gettare il bambino con l’acqua sporca della bacinella. La realtà va guardata in faccia, ma colta nella sua totalità. Solo così è possibile analizzarla, distinguere il positivo dal negativo, discernendo cioè un “vero” Islam da un “falso” Islam, la follia omicida e suicida di pochi dalla “normalità” dei più.
Si vive ormai in società plurali, nelle quali la gestione del pluralismo culturale e religioso è un vero problema. Inoltre, l’individualismo e il senso di superiorità prevalenti nelle società occidentali non favoriscono la conoscenza degli altri, soprattutto se “diversi”. Non di rado, si ignora persino chi sia il proprio vicino di casa. Se poi si hanno dei sospetti, diffidenza, isolamento e chiusura diventano ancora più accentuati.
Eppure la via preferenzialmente percorribile per una gestione più positiva di questo pluralismo sembra consistere proprio nell’adeguata, mutua conoscenza tra le varie componenti della stessa società.
Avversione, diffidenza, pregiudizi reciproci sono per lo più frutto dell’ignoranza, bandita la quale ci si trova con uno sguardo più sereno e un cuore più aperto, disponibile all’accoglienza del diverso fino alla comprensione e all’apprezzamento della sua identità.
Anzi, se si è credenti, si può giungere fino a una vera solidarietà spirituale che è qualcosa di più di un semplice dialogo che mantiene gli interlocutori sulle rispettive posizioni, sia pure con la disposizione dell’animo a capire le ragioni dell’altro. Questo è vero in modo particolare con i musulmani che, salvo imprevisti, saranno sempre più numerosi nelle società occidentali.
Qualcuno, allarmato, già si chiede: «Sarà l’Islam il futuro dell’Europa?». Comunque sia, è bene sapere che la maggioranza dei musulmani attribuisce una grande importanza alla dimensione religiosa, contrariamente alla mentalità occidentale odierna.
Obiettivo finale della conoscenza deve essere quello di vivere insieme – e non solo l’uno accanto all’altro -, in vista, sia pure a lungo termine, di una cittadinanza inclusiva che inglobi le diversità, esprimendosi finalmente come cittadinanza interculturale.
A questa ovviamente ci si deve preparare e formare. Solo allora la diversità etnica, culturale e religiosa non apparirà più come minaccia o provocazione, ma come ricchezza, anche in società che tendono a emarginare l’aspetto religioso per confinarlo nella sfera del privato.
Partendo dall’attualità, a volte drammatica e particolarmente problematica, queste pagine intendono offrire un modesto contributo in questa direzione, aiutando a far conoscere l’Islam attraverso i suoi princìpi e le sue pratiche, così come sono interpretati e vissuti dalla stragrande maggioranza dei musulmani che non sono tutti vicini scomodi e pericolosi, né tanto meno fanatici e potenziali terroristi come, purtroppo e troppo spesso, vengono dipinti o come vengono percepiti, con indebite generalizzazioni.
D’altra parte non occorre cadere nel buonismo e in un ingenuo irenismo, né rinunciare a chiedere di essere riconosciuti nella propria identità. Senza nascondere eventuali, anzi crescenti difficoltà, si tratta di un’opportunità da non sottovalutare, ma da affrontare con coraggio e saggezza, indipendentemente dalle convinzioni religiose personali, per evitare il troppo sovente sbandierato scontro di civiltà e di religioni. Se alle autorità politiche e civili compete l’aspetto istituzionale del problema con la ricerca di soluzioni adeguate, ai singoli cittadini compete quello di stabilire rapporti di correttezza, di rispetto, di stima, di collaborazione nella ricerca del bene comune. Si potrà pure giungere a rapporti di solidarietà e di vera amicizia. Se poi si è credenti, non è escluso di poter compiere ulteriori passi insieme, facendo però sempre il primo passo, così come ha insegnato e praticato Gesù. (Vittorio Pozzo) (foto. pianeta islam)

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Islam Italia

Posted by fidest press agency su domenica, 13 novembre 2016

gadlernerRoma Giovedì 17 novembre ore 12.00 Sala A Viale Mazzini, 14 Conferenza stampa per la presentazione di “ISLAM, ITALIA” di Gad Lerner e Laura Gnocchi con Francesca Filiasi e Liviana Traversi Regia di Francesco G. Raganato. Gad Lerner torna su Rai3 con un nuovo programma che fin dal titolo racconta la trasformazione vissuta dalla nostra società: “Islam, Italia”. Il racconto in prima persona di un giornalista italiano anche lui venuto dalla sponda sud del Mediterraneo. Il mondo che ci è entrato in casa, nel bene e nel male.
Interverranno: Daria Bignardi – Direttore Rai3 Gad Lerner, Carlotta Sami – Portavoce Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) In onda su Rai3, domenica 20 novembre ore 22.50

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Asia e Islam: Due appuntamenti

Posted by fidest press agency su giovedì, 10 novembre 2016

Roma Pontificia Università Gregoriana Piazza della pilotta 4 FORUM “RELIGIONI E CULTURE DELL’ASIA” Da lunedì 14 novembre SESSIONE DI STUDIO “ISLAM” Da lunedì 21 novembre. Al centro dei primi due appuntamenti dell’anno accademico 2016-2017 sarà l’Asia. Lunedì 14 novembre, alle ore 18, Swāminī Hpontificia università gregorianaaṃsānanda Giri, monaca induista e vicepresidente dell’Unione Induista Italiana, terrà una conferenza intitolata «Dio dell’Incarnazione: la prospettiva Indù». Lunedì 28 novembre il relatore invitato sarà il Venerabile Lama Geshe Gedun Tharchin, formatosi al buddhismo tibetano presso il Collegio Jangtse dell’Università Monastica Gaden, in India, e attualmente insegnante presso l’Istituto di Cultura Buddhista a Roma. La sua lectio si soffermerà su un concetto essenziale del buddhismo: «Dio e Vacuità (Śūnyatā)». Modererà gli incontri il gesuita indiano Bryan Lobo, vicedirettore del Centro Studi Interreligiosi della Gregoriana.
Oltre ai Forum, il Centro offre alcune sessioni intensive concentrate nell’arco di una settimana, una formula più flessibile che permette di creare percorsi di studio su misura e una maggiore libertà di partecipazione per gli utenti esterni, non essendo necessaria una immatricolazione presso la Segreteria generale. Il prossimo 21 novembre si terrà la nuova sessione dell’indirizzo “Islam”, in lingua italiana, che si focalizzerà sulle sfide morali, giuridiche e teologico-politiche che pone l’Islam alle società del XXI secolo. Destinate principalmente ad agenti pastorali, docenti e formatori, queste sessioni a numero chiuso, della durata di 30 ore si sono svolte in forma di workshop, sotto la guida dell’equipe del Centro e dei relatori, i gesuiti Laurent Basanese e Samir Khalil, i quali hanno accompagnato individualmente ogni studente, in relazione alle specifiche esigenze formative.

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Libro: Luci della ribalta parte undicesima

Posted by fidest press agency su lunedì, 15 agosto 2016

luci della ribalta parte undicesimadi Riccardo Alfonso. Confesso di non essere stato capace di leggere per intero Le mille e una notte per via di quell’intrecciarsi frenetico di una storia dentro un’altra vicenda e che finiva per farmi smarrire il filo iniziale del discorso.
Solo il cinema e a qualche rappresentazione teatrale mi ha permesso di riavvicinarmi a questa storia fantastica e a provare, sia pure a tratti alla sua lettura.
Questa premessa la faccio pensando alle origini della letteratura spagnola e a quel mix che ne è derivato tra l’elemento letterario latino e l’influenza araba.
Non vi è dubbio che il popolo musulmano, per otto secoli dominatore della penisola iberica ha influito grandemente allo sviluppo dell’arte e della scienza spagnole prevalendo con la fresca e vasta sua lirica, con l’abbondanza delle composizioni didattico-morali, con la dottrina derivata dai greci, con le ricerche filosofiche, matematiche, fisiche. Basterebbe consultare il lessico castigliano per convincerci con i molti vocaboli introdotti dall’arabo nel lessico militare, agricolo e nell’amministrazione della giustizia.
Eppure la stessa Spagna vinta dall’Islam non dimenticò la gloria che ebbe dal suo Quintiliano, il quale aveva legiferato e dominato nella prosa di Roma come critico e come oratore, dall’epica di Lucano, dalla satira di Marziale, dalla filosofia di Seneca e tutti generati dal suo suolo. La viva tradizione romano-spagnola è derivata dal vasto e importante contributo che ancora oggi gli spagnoli portano al mondo cattolico latino. In proposito il Sanvisenti osservava: “Aquilino Juvenco rinchiude in esametri sonanti l’istoria evangelica e l’ingemma di reminiscenze virgiliane. Damaso celebra nelle epigrafi i trionfi dei martiri cristiani e primi tra gli spagnoli ascende la cattedra di San Pietro. Eugenio di Toledo ospita le muse atterrite dalla invasione dei Goti. Orosio assurge al concetto d’una filosofia della storia, soggiogando a un solo principio la svariata e affannosa successione degli eventi umani. Isidoro di Siviglia apre con la sua enciclopedica opera ampi orizzonti a tutte le genti dell’Occidente, avide di soddisfare la loro ansia di sapere infinita e tumultuosa,” Va anche precisato che i primi monumenti della letteratura spagnola risentono di una influenza venuta dalla Francia. Sulle prime manifestazioni letterarie spagnole campeggia la poesia epica rappresentata dal Poema del Cid. Il prezioso poema tratta le imprese dell’eroe spagnolo durante l’esilio, nonché il matrimonio delle sue due figlie con gli Infantes de Carriòn, dimostrando nella robusta semplicità della narrazione una felice intuizione del carattere eroico, nonché dei sentimenti spontanei dell’anima umana, e un ben delineato vivo senso di nazionalità. Inevitabile è il parallelo tra questo primo poema spagnolo e il primo francese la Chanson de Roland.
Così è possibile identificare dei tratti comuni per una ricerca appassionata nel trarre dalle esperienze vissute la vis vitale per una creazione artistica che ebbe i suoi inevitabili risvolti nel teatro e a dimostrare l’intensa simpatia per i misteriosi prodigi della sensibilità.Editore: Edizioni Fidest Venduto da: Amazon Media EU S.à r.l. (foto: luci della ribalta parte undicesima)

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Islam: paura della democrazia

Posted by fidest press agency su lunedì, 25 luglio 2016

islam2Il fondamentalismo islamico sta cercando di darsi una patria comune per meglio organizzare la fusione tra il nazionalismo e la religiosità, alterando il significato di entrambi i termini. Dovrebbe emergere con estrema chiarezza che nei fatti in corso di ulteriore sviluppo non emerge nessuna domanda di democrazia, almeno per come la intendiamo in Occidente.
Ci sembra doveroso affrontare il problema partendo dalla “verità”, e riconoscendo anche le colpe dell’Occidente che hanno promosso la radicalizzazione di un terrorismo del quale non si trova via d’uscita se non si affrontano gli aspetti che ne hanno causato la medesima radicalizzazione.Il rapporto tra Occidente e medio e vicino oriente, cioè con i popoli arabo-islamici, è stato di sopraffazione da parte dell’Occidente, prima sotto forma di colonialismo militare, quindi sempre di colonialismo, ma economico; l’Occidente ha avanzato tali impostazioni sostenendo trattarsi di legittima difesa, come le “guerre preventive” della banda B/3: Bush, Blair, Berlusconi, che, ormai tutti i politologi condannano come guerre di aggressione, che hanno suscitato il nazionalismo, ormai assimilato alla religiosità di parte. L’Occidente ha acuito queste forme difensive, insistendo con la logica della supremazia, così anche quella parte del mondo arabo aperto alla possibilità di integrazione con l’Occidente ha trovato nello stesso occidente il maggior ostacolo, in quanto ha avallato le posizioni estremiste del nazionalismo e dell’integralismo, favorendo, addirittura, la loro fusione; in tal caso, quando il nazionalismo si fonde con l’integralismo scaturisce una miscela altamente esplosiva, poiché l’esigenza sociale di indipendenza dallo straniero finisce con il servirsi dell’intolleranza integralista della religione per armare le più crudeli rappresaglie. Il mondo arabo si ritrovò nella impossibilità di costruirsi una evoluzione ad indirizzo umanistico, in quanto avrebbe dovuto mediare la propria storia con il patrimonio culturale del colonizzatore, a rischio di perdere la propria unità ed entità; così l’esigenza di unità della cultura araba si ritrova, ancora oggi, a dover rispettare le diversità fra le sue variegate differenze, più che tentare una strada di integrazione, per non restare soffocata dalla sua storia e dalle sue tradizioni, che sono poi i loro hudud culturali (paure storiche), con i quali vengono esorcizzate le violenze coloniali dell’Occidente. Praticamente viene contestata la “libertà di pensiero” propugnata dai colonizzatori, in forza del proprio patrimonio razionalista, a vantaggio della “libertà di essere diversi”, come frutto del rifugiarsi nella propria storia e nelle proprie tradizioni.
Quello che i governanti arabi non compresero (e ancora oggi non comprendono) fu che, escludendo la “libertà di pensiero”, cioè la razionalità in costante sviluppo, il popolo si sarebbe indebolito sempre più, fino a diventare quella massa disabile e impotente che le due guerre del Golfo hanno mostrato in diretta TV. E’ per questa ragione che le guerre contro i popoli arabi hanno sempre due fasi; la prima quando l’Occidente scatena la sua tecnologia bellica contro eserciti in fuga e popolazioni indifese; la seconda quando l’arroganza dei vincitori della prima fase della guerra stimola la fusione tra nazionalismo storico e integralismo religioso, allora esplode quella miscela che lo stesso Occidente ha innescato. Questa seconda fase è una guerra che la tecnologia occidentale non potrà mai vincere, perché condotta ai limiti ultimi della esasperazione, al punto di trasformare gli uomini in bombe umane. ! Sempre più, così, l’ideale democratico diventa diramazione dell’Occidente, di quell’Occidente che da solo si è dichiarato “il nemico”. Il mondo arabo non ha avuto alcuna possibilità di istruirsi su punti essenziali, come la sovranità dell’individuo svincolato dalla massa e la libertà di opinione, che costituiscono la base culturale dello sviluppo umanistico; né l’Occidente ha mai cercato di fornire elementi di istruzione, mandando sempre avanti le proprie pretese colonialiste o neo-colonialiste. Non per nulla i popoli arabi, e nella stessa dimensione anche i popoli del terzo mondo, hanno trovato sempre governi militari o sostenuti dai militari. Gli intellettuali, che avrebbero potuto modificare l’itinerario verso una diversa composizione sociale, sono sempre stati trascurati dall’Occidente e trattati come agenti del nemico all’interno, in quanto portatori di nuove ideologie, come l’esigenza di tenere separate le sfere sociali del nazionalismo con le quelle religiose dell’integralismo. Così non avvenuta la rottura con quel passato medioevale che usava il sacro per legittimare e mascherare anche governi arbitrari o dittatoriali come nel caso di Saddam in Iraq. L’Occidente aveva tutto l’interesse ad ostacolare lo sviluppo in senso culturale, perché così sarebbe rimasta quella massa indebolita e impotente, tenuta sotto controllo da una sola persona, più facilmente manovrabile e ricattabile, altrimenti facilmente removibile con la forza, in quanto non avrebbe mai avuto il sostegno del suo popolo. La guerra civile che si è scatenata in Iraq non è una guerra di religione tra sciiti e sunniti; non è una guerra tra sostenitori di Saddam e suoi avversari; è una guerra tra una minoranza che accetta la presenza occidentale perché inglobata nel sistema emergente di pubblici latrocini e la maggioranza che vuole l’indipendenza e il rispetto della propria sovranità nazionale. Quello che l’Occidente non ha saputo prendere in considerazione è stata la conseguenza che ha generato e provocato, e, cioè, proprio quella fusione tra nazionalismo e integralismo che non è promosso dalle masse popolari, ma può riuscire a coinvolgerle in quella che è diventata una shari’a, una guerra santa contro l’invasore e chi lo sostiene.
La democrazia è diventata così una diramazione del nemico e non esiste neanche un termine arabo che la identifichi, così come altri prodotti occidentali non hanno un corrispettivo arabo. Democrazia in arabo si chiama dimuqratiyya, così come automobile si chiama tumubil (esiste la parola araba siyara, ma nella mia permanenza più che decennale nel mondo arabo non ho mai sentito un meccanico dire siyara); lo stesso dicasi per tilifun, tilivisiun. Ma ciò non va visto come accettazione di quel nome a preferenza del corrispettivo arabo che pure i glottologi si sono sforzati di creare, ma come accettazione di quell’oggetto che è entrato nell’uso comune, cosa che non è accaduto per la democrazia, respinta, secondo la loro ottica, perché metodo politico occidentale, foriero solo di guerre, di aggressioni e di colonialismo. (Rosario Amico Roxas)

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Quando la mezzaluna abbracciò la svastica

Posted by fidest press agency su lunedì, 25 aprile 2016

Gran Muftidi Andrea Tornielli. I rapporti del nazismo con il mondo arabo sono poco conosciuti, così come è poco conosciuta l’influenza che l’ideologia hitleriana ebbe in alcuni partiti e organizzazioni politiche che lottarono per l’indipendenza dei paesi arabi dal dominio coloniale. Un’influenza i cui echi si fanno ancora sentire «in alcuni settori del mondo arabo», mentre «alcuni importanti leader sia religiosi sia politici dell’islam fondamentalista se ne fanno tuttora propagatori».
Lo sostiene lo storico de La Civiltà Cattolica, il gesuita Giovanni Sale, in una ricerca che sarà pubblicata in un volume edito Jaka Book e che Il Giornale oggi anticipa. Sale ricorda che inizialmente, la «soluzione» scelta dalla Germania hitleriana per allontanare gli ebrei dal suolo tedesco, fu quella di facilitarne in tutti i modi l’emigrazione. In particolare in Palestina, dove, credevano i tedeschi, essi sarebbero stati «liquidati» dagli arabi. L’atteggiamento tedesco mutò poco dopo, quando a Berlino si resero conto che l’immigrazione ebraica in Palestina avrebbe favorito la nascita di uno Stato ebraico. È in questo momento, spiega lo storico, che il governo di Berlino ordina a tutte le sedi diplomatiche tedesche in Medio Oriente di tenere «un atteggiamento più comprensivo verso le aspirazioni del nazionalismo arabo».
Dopo l’invasione tedesca della Cecoslovacchia nel marzo 1938, l’indirizzo filoarabo assunto dal governo del Reich per contrastare le ragioni del sionismo internazionale, viene espresso dalla propaganda nazista in modo più diretto. In questo periodo viene anche attivata dal governo tedesco una trasmissione radio di propaganda nazista in lingua araba, che avrà «ascoltatori entusiasti in tutto il Medio Oriente». E gli intellettuali arabi, in quel periodo, scrive padre Sale, «consideravano più vicine alla loro cultura e sensibilità le ragioni ideologiche del nazionalismo tedesco, definito in base alla lingua, alla cultura e alla stirpe di un popolo e di una nazione; insomma tra pangermanismo e panarabismo vi erano a quel tempo diversi punti di contatto».
reichAlcuni arabi tedeschi cercheranno, ma invano, di persuadere i capi nazisti a modificare la clausola razziale nello statuto del partito, restringendola ai soli ebrei. Le autorità tedesche tenteranno però in tutti i modi di correggere il tiro circa il «semitismo» delle popolazioni arabe, sostenendo che non era vero che gli arabi fossero «semiti puri» come gli ebrei, ma che, al contrario di questi, essi furono in buona parte arianizzati. «L’ideologia nazista – scrive lo storico gesuita – attraverso la sua martellante propaganda antiebraica e antidemocratica, non soltanto raggiunse la maggior parte delle popolazioni arabe, ma influì anche sulle sue élite intellettuali; in diversi Paesi furono fondati addirittura partiti politici di matrice nazista, che ebbero poco seguito a livello popolare, ma che esercitarono un forte influsso politico anche negli anni successivi alla guerra. Ricordiamo il Partito Nazionalsocialista Siriano, che esercitò una grande forza di attrazione sulla gioventù siriana e libanese di quegli anni, e il Partito Giovane Egitto, le cosiddette “camicie verdi”, formato da una gerarchia paramilitare sul modello delle SA e delle SS. Esso si distinse per un acceso antisemitismo e per l’adesione all’ideologia nazista».
himmler handzar focus on israelAll’inizio degli anni Quaranta, il Gran Muftì di Gerusalemme al Husayni, capo del supremo comitato della Palestina araba, per promuovere le ragioni dell’indipendenza dei Paesi arabi, organizzò una «missione» a Berlino per prendere contatti con i capi militari nazisti. Affermò di essere a capo di un’organizzazione nazionalista araba segreta con diramazioni in diversi Stati che, disse, erano disposti a unirsi alle forze dell’Asse nella guerra contro l’Inghilterra, «alla sola condizione che tali forze riconoscano il principio di unità, l’indipendenza e la sovranità di uno Stato arabo a carattere fascista, comprendente l’Irak, la Siria, la Palestina e la Transgiordania». Il sentimento filo-tedesco e le simpatie verso il nazismo, furono così forti, «in questi Paesi, in particolare in Egitto e Siria – osserva Sale – che esso non svanì neppure dopo la sconfitta e la completa distruzione del Terzo Reich. Le simpatie verso il nazismo e verso Hitler, addirittura, non solo non venivano nascoste, ma venivano pubblicamente manifestate e questo fino agli anni Sessanta del secolo scorso». Lo storico ricordo uno scritto del 1953 di Anwar Sadat, futuro presidente della repubblica egiziana, il quale scrisse in un giornale del Cairo, riferendosi idealmente a un Hitler che si credeva ancora vivo e nascosto da qualche parte: «Mi congratulo con voi con tutto il cuore perché, sebbene sembri che siate stato sconfitto, il vero vincitore siete voi. Siete riuscito a seminare la discordia tra il vecchio Churchill e i suoi alleati da una parte, e il loro alleato il diavolo, dall’altra. La Germania è vittoriosa perché è necessario, per l’equilibrio nel mondo, che essa sia di nuovo creata, qualsiasi cosa possano pensare l’Occidente o l’Oriente. Non ci sarà pace fino a quando la Germania non sarà riportata a quello che è stata».
Così, mentre in Occidente, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, il nazismo veniva identificato con il «male assoluto», nel mondo arabo, scrive padre Sale, «esso continuava a raccogliere l’entusiasta simpatia di molti». In larghi settori del mondo arabo, in particolare quelli legati al fondamentalismo islamico, il ricordo di Hitler rimane dunque ancora vivo e le sue opere vengono ancora tradotte e divulgate. Alcuni fatti recenti, inoltre, dimostrano chiaramente, secondo lo storico gesuita, «che una certa mentalità, diremmo filonazista e antisemita, è condivisa anche da alcuni leader politici e religiosi del mondo islamico». Come attestano le dichiarazioni antisemite e riduzioniste sulla Shoah più volte espresse dal presidente iraniano Ahmadinejad, o come, conclude Sale, «le farneticanti dichiarazioni di alcuni capi religiosi islamici, che ritengono che l’Europa, anziché aborrire il nazismo, dovrebbe lodarlo per il fatto di aver allontanato il pericolo ebraico dal vecchio continente». (Fonte: Il Giornale.it) Nella foto: una immagine dell’incontro tra il Gran Mufti di Gerusalemme e Hitler, avvenuto il 22 Novembre 1941 (Emanuel Baroz)

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Islam contro Islam. Le anime del Corano, oltre il fanatismo

Posted by fidest press agency su martedì, 5 gennaio 2016

islam2Noi cattolici cresciuti nell’ambito della cultura occidentale, figli del “Piano Marshall”, siamo chiamati ad affrontare una serie di comportamenti portati avanti da alcune componenti del mondo islamico, che rischiano di essere liquidati come “fondamentalismo islamico”, come sinonimo di fanatismo e, quindi, come terreno di cultura del terrorismo. Il concetto di fondamentalismo in occidente è stato usato a proposito da alcune correnti religiose che, soprattutto in America, propugnavano una interpretazione letterale della Bibbia (per esempio a proposito della creazione) con conseguente rigetto dell’evoluzionismo. Il termine fondamentalismo è stato oggi esteso al modello di vita di alcune componenti islamiche. Questa interpretazione rischia di essere riduttiva se cerchiamo di analizzare e capire un fenomeno antropologico dei tempi moderni riducendolo alla categoria del fondamentalismo, poiché movimenti che si sono posti l’obiettivo di promuovere un ritorno alle origini nei secoli passati li ritroviamo nell’ambito delle varie religioni.
Ogni credo religioso prende le mosse da un gruppo ristretto di persone che, come gli Apostoli, condividono la fede in un’idea trascendente. Se riesce a toccare i cuori, il credo si diffonde e diventa un fenomeno di massa, viene fatto proprio da popoli interi e ne forgia le civiltà; mentre attira nuovi fedeli, rischia di farsi contaminare dalla mondanità del tempo e perde di intensità. Mentre le prime persone che hanno aderito alla fede erano spinte da una scelta personale, per le generazioni islam1successive diventa una condizione che si acquisisce con la nascita. Periodicamente sorgono quindi nell’ambito del credo religioso movimenti che rinnovano il messaggio iniziale e dichiarano di voler “tornare al principio”. Per noi cattolici l’esempio è San Francesco, il quale di fronte ad una chiesa troppo mondanizzata, troppo vicina agli interessi del contesto secolare, troppo lontana dagli ideali dei tempi evangelici, propugnò la povertà e l’umiltà. La comparsa di questi movimenti crea scompiglio perché modifica consuetudini consolidate, così anche se alcuni rimangono nella ortodossia, altri ne fuoriescono. Già nel secolo passato movimenti che intendevano tornare “alle origini” erano presenti e attivi anche nel mondo islamico: il movimento più importante che propugnava tale ritorno al passato può essere individuato nel “movimento salafita”, che ha avuto alterne fortune nel secolo passato in conseguenza delle due guerre mondiali e dei protettorati occidentali diretti o indiretti. Per inquadrare nella giusta dimensione il fenomeno non possiamo utilizzare la metodologia figlia della teologia cristiana occidentale. Il movimento salafita si rifà ai primi seguaci dell’islam, il termina salafita ha un significato corrispondente a quello che ha nel mondo cristiano il termine “evangelico”, propugna quindi un ritorno alle origini, alla purezza dell’insegnamento dell’islam, un islam non contaminato dalle tradizioni dei vari popoli, dai compromessi con le esigenze politiche ed economiche. Un islam purificato da tutte le influenze provenienti dal mondo occidentale cristiano e, peggio ancora, ateo.
Questa lettura della realtà rischia di non essere compresa nella sua interezza se letta con categorie non appartenenti alla religione islamica. Nel mondo cattolico da Paolo VI in poi ci si è confrontati con i cosiddetti “lefreviani”, un movimento definito “tradizionalista” che nella sua accezione è molto distante dal movimento salafita. Quest’ultimo fa della lotta alle tradizioni un suo punto di forza, nemmeno può essere tacciato di essere nazionalista, di favorire la nascita di “chiese nazionali” come avviene nel mondo di religione ortodossa, perché intende combattere tutti i nazionalismi: le regole dell’Islam non debbono essere calate in questa o quella realtà nazionale, valgono per tutti e per sempre.
islamIl credo islamico non fa distinzioni tra le nazioni, la causa dell’islam non è la causa di un popolo particolare ma dell’umanità intera. Nessuna differenza fra neri e bianchi, fra orientali o occidentali. L’unica differenza è fra “muslim” (credenti) e “kafir” (non credenti). Il pensiero salafita viene contestato da altre componenti dell’islam. Nell’ambito del salafismo un particolare rilievo e risonanza hanno i “Wahabiti”, che si oppongono a un islamismo popolare intriso di magia e tradizioni locali, condannano rigidamente l’iconografia, l’intercessione di personaggi ritenuti santi, in particolare il culto delle tombe e ogni innovazione di culto posteriore alla predicazione coranica. Questo programma rappresenta un ritorno integrale alle origini.
Altra componente molto importante dell’islam è quella “sciita”, che si distingue dalla wahabita. Nelle tradizioni sciite infatti assumono notevole importanza i pellegrinaggi alle tombe e addirittura esporre e portare in processione immagini dei dodici imam, il tutto con una forte venatura messianica, nell’attesa della ricomparsa del dodicesimo imam.
Per cercare di comprendere il modo diverso di professare la fede tra cristianesimo e islamismo
dobbiamo capire che la religione islamica ha un carattere eminentemente normativo. AL contrario, il cristianesimo dove vi è un ampio contenuto teologico, che indica una serie di principi etici generali e da questi ultimi la comunità dei fedeli trae poi delle norme più o meno precise da seguire. Pertanto i movimenti innovativi, le sette, gli scismi, le eresie nel Cristianesimo hanno un carattere prevalentemente dottrinale e teologico, derivanti da diverse letture e interpretazioni delle sacre scritture. Non è un caso che le eresie cristologiche dessero una diversa interpretazione della figura del Cristo; i luterani un diversa idea della grazia e delle opere; ecc. L’islam invece, a somiglianza dell’antica fede ebraica, è essenzialmente una “legge” che il fedele deve seguire.
Considerati gli ultimi avvenimenti, per evitare di “fare di tutta l’erba un fascio”, occorre approfondire i criteri che guidano il credente islamico. Nell’ambito islamico viene distinto il “din”, cioè la fede in Dio e quindi la volontà di vivere secondo il suo insegnamento che può essere di tutti gli uomini anche non mussulmani, compresi i popoli del libro, cioè cristiani ed ebrei, dalla “shari’ah” che significa in arabo “via” o meglio “cammino verso la fonte “. Con quest’ultima si intende l’insieme delle prescrizioni legali che sono considerate derivanti dalla “Rilevazione Divina”. Con Maometto si è enunciata la legge definitiva, che non potrà mai essere modificata, essa infatti è stata dettata direttamente da Dio, in lingua araba, e Maometto semplicemente la ha ripetuta a voce, “recitatata” – Corano appunto significa “recitazione”. Il mussulmano pio quindi vuole seguire la volontà di Dio come è stata formulata. Così se nel cristianesimo quindi il dotto o il rinnovatore è sostanzialmente un teologo, un filosofo (si pensi a S. Tommaso, Ario o Lutero), nell’Islam invece tale figura può più paragonarsi al giurista.
È dunque vero che le prescrizioni coraniche sono precise, tuttavia, come per le leggi civili, occorrono esperti, giuristi, per armonizzarle e interpretarle cosi che gli iman, gli ayatollah sono dei conoscitori delle complesse leggi che regolano l’islam.
Il movimento salafita interpreta e applica in modo rigido le prescrizioni religiose. Alla loro interpretazione si oppongono quelle correnti che vengono considerate moderniste. Ad esempio, prendendo in esame una delle tradizioni che più ci impressiona in quanto occidentali, quella relativa al velo islamico, per i modernisti la prescrizione che si ritrova nel Corano viene interpretata come un richiamo generale alla modestia e al pudore femminile, senza che esso debba essere necessariamente indossato. Al contrario, per i salafiti invece la prescrizione coranica va presa alla lettera e quindi esso deve essere effettivamente e obbligatoriamente indossato dalle donne, senza eccezione. Allo stesso modo, i salafiti presentano tutta una serie molto complessa di regole che il fedele deve seguire se vuole veramente seguire la volontà divina e considerarsi un vero islamico.
In questa epoca parliamo di scontro di civiltà, ma in una società globalizzata e multirazziale occorre comprendere bene l’oggetto del contendere. La visione salafita è contraria a tutto ciò che non è contenuto nell’islam delle origini, è contraria a tutti gli influssi provenienti dall’occidente, civiltà non islamica, espressione del cristianesimo ma ancora cosa più grave, anima percorsa dall’ateismo o comunque dal laicismo, che nega la validità della legge divina nel mondo, dove l’egoismo è eretto a sistema, l’immoralità e la prostituzione eretti a principi morali. Occorre purificare l’islam da ogni influsso occidentale, senza rinunciare alle scoperte scientifiche e al progresso tecnico degli occidentali ma rifiutandone le concezioni etico politiche.
Le periferie delle grandi città occidentali debbono fare i conti la condizione che vivono i giovani mussulmani nati e cresciuti in occidente, una condizione di marginalità che li lascia sospesi tra due identità diverse e spesso contrapposte. Un musulmano che vive in occidente viene percepito “diverso” dagli occidentali perché mussulmano e dai suoi compatrioti perché cittadino occidentale. In Francia un emigrante nord-africano di terza generazione non verrà percepito come francese dai francesi ma nemmeno come arabo dagli arabi: la sua identità rimane sospesa, incerta, indefinita. A questo giovane il movimento salafista offre una identità che va oltre il tempo e lo spazio, è una condizione particolarmente adatta a chi non riesce più a identificarsi in nessuna patria e in nessuna tradizione.
In questa fase lo scontro di civiltà non deve diventare scontro tra persone, soprattutto considerando che nulla accomuna il praticante mussulmano che vuole seguire alla lettera i precetti, che fa la scelta di essere particolarmente pio, con il mussulmano terrorista.
Pur volendo “dimenticare” che storicamente il salafismo non è stato sempre “nemico” dell’Occidente, rimane il fatto che attualmente le organizzazioni terroristiche che hanno operano in occidente si richiamano alla ideologia salafista e comunque all’integralismo islamico.
Per comprendere tale rapporto, di difficile assimilazione per noi occidentali, bisogna partire da una analisi del mondo arabo e musulmano in generale. Prima degli anni ‘80 hanno prevalso in esso correnti che più o meno si ispirarono alla cultura occidentale, sia che si riferissero al modello liberista che a quello socialista, anch’esso tutto interno alla cultura occidentale. Alcuni stati erano allora filo occidentali, altri filo russi con tutte le possibili gradazioni ed equilibri. Ma questa opera di modernizzazione non ha dato i frutti sperati. A questo punto le correnti islamiche più integraliste, che si è cercato di indicare con il temine generico di salafismo, hanno ripreso consistenza e rilievo ed è nata quindi una lotta intestina al mondo arabo musulmano. Uno scontro cruento tra coloro che intendono portare avanti l’opera di modernizzazione in senso occidentale e coloro che invece ritengono che il rinnovamento possa avvenire solo con un ritorno integrale all’islam. In questo momento storico è più che mai importante che le diverse culture si incontrino e si confrontino con le loro particolari e ben definite identità, rendendosi disponibili al dialogo e al rispetto reciproco, unite dalla fede nel valore supremo della vita e della pace. (Corrado Tocci) (foto: islam)

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Viaggio nell’Islam italiano: Percorsi d’incontro e conoscenza

Posted by fidest press agency su mercoledì, 16 dicembre 2015

abudhabimoscheaRoma 17 dicembre dalle ore 17:00 presso la sala consiliare del Municipio Roma V in via Giorgio Perlasca 39, Viaggio nell’Islam italiano: Percorsi d’incontro e conoscenza. All’evento parteciperanno la professoressa Renata Pepicelli dell’Università degli studi Roma Tre, mons. Giuseppe Marciante vescovo ausiliare di Roma Est, l’avv. Luca Bauccio esperto di diritto dell’informazione, il dott. Giuseppe D’Amico presidente del CAIL (Coordinamento delle Associazioni Islamiche del Lazio), il dott. Ben Mohamed Mohamed presidente dell’Associazione culturale Islamica Italiana.
La conferenza nasce dalla necessità di creare un’occasione di dialogo per conoscere meglio la realtà islamica, fortemente presente nel Municipio Roma V. Siamo convinti che la conoscenza sia l’unica arma per combattere la paura, con questo spirito abbiamo voluto riunire esperti dell’argomento, rappresentanti della comunità islamica e autorità per cercare di delineare un percorso di collaborazione per fugare le paure e avere la chiave per riconoscere il fanatismo religioso e contrapporvisi.

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Quale Islam

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 novembre 2015

Parigi1E’ stato pubblicato Il nuovo libro dello storico Massimo Campanini per capire Jihadismo, radicalismo, riformismo. “L’opinione pubblica in Occidente si ferma attonita davanti ai morti di Parigi, ma deve imparare a ragionare freddamente, deve imparare a individuare le radici della malattia per combatterla. E queste radici non stanno nell’intrinseca violenza dell’Islam come farneticano intellettuali e politici e opinion-makers…”. Così lo storico Massimo Campanini aprendo il suo nuovo volume Quale islam? Jihadismo, radicalismo, riformismo in libreria la prossima settimana con i tipi dell’Editrice La Scuola. Al contrario, non si possono comprendere le cause di quanto sta accadendo se non si comincia a rileggere la storia quella lontana e quella vicina: “dal colonialismo, con l’espropriazione violenta della libertà e della cultura dei popoli afro-asiatici (e musulmani) in seguito all’espansione imperialistica” sino “ai disastri provocati dalle aggressioni militari americane in Afghanistan e Iraq tra il 2001 e il 2003 con la liberazione di schegge impazzite che si sono riciclate nell’Isis e hanno costituito il nerbo di un esercito che però ha dovuto avere altri finanziatori”. Né è possibile avere idee chiare “se poi non si inquadra tutto questo nel contesto di una regione per decenni dominata da regimi dittatoriali – per altro sostenuti dall’Occidente che ipocritamente predica una democrazia a suo uso e consumo – che hanno annientato la società civile dei popoli musulmani”. “ E’ questo humus, la propaganda aggressiva di predicatori estremisti, il richiamo al jihad di organizzazioni create e alimentate per fini egemonici da falsi amici (leggi l’Arabia Saudita), l’insipienza strategica dei think-tank euro-americani che ha contribuito a sbilanciare i rapporti di forza nello scacchiere quanto mai volatile del Medio Oriente (leggi la emarginazione dell’Iran), l’esasperazione di settori cospicui di società disgregate, soprattutto giovanili (si pensi alle tensioni delle banlieues parigine, degli slums londinesi) – tutto questo”- afferma Campanini “ fornisce una chiave di interpretazione almeno potenzialmente credibile e non semplicistica anche alla barbarie pianificata di Parigi”. Insomma, la ponderazione degli elementi che compongono questo quadro, la correzione delle storture che ne emergono “sono gli unici veri mezzi per andare alle radici di quello che chiamiamo, con un termine che non spiega nulla, terrorismo”.
“Quale islam? Jihadismo, radicalismo, riformismo”, è opera di uno dei massimi studiosi del pensiero islamico contemporaneo. I fatti terroristici del gennaio 2015 e di pochi giorni fa a Parigi rischiano di evocare equazioni tra Islam e terrorismo, alimentando confusioni culturalmente infondate. Ponendo la domanda Quale Islam? il testo invita il lettore, in modo argomentato e storiograficamente fondato, a comprendere il volto plurale del mondo musulmano, non riducibile a quello jihadista rappresentato da Isis e Al-Qaeda. Un percorso dalle origini delle parole Islam, musulmano, jihad (nella sua dimensione spirituale di lotta interiore) al loro articolarsi nelle divisioni tra Sunniti e Sciiti, alla radicalizzazione dell’Islam politico nell’età del coloniale e post-coloniale, agli scenari contemporanei legati all’ascesa del Califfato. Un’attenzione alla molteplicità delle voci dell’Islam che è insieme segno di rigore e chiarezza. Pagine per capire e distinguere.
Massimo Campanini è professore di Storia dei paesi islamici presso l’ Università di Trento ed è autore di molti studi sull’Islam e sulla sua cultura. Tra le sue ultime pubblicazioni: L’esegesi musulmana del Corano nel secolo ventesimo (Morcelliana 2008); Islam (La Scuola 2013); Il pensiero islamico contemporaneo (il Mulino 2015).

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Dinanzi alla guerra siamo in una terra di mezzo

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 novembre 2015

L'Islam contro l'IslamLa libertà di comunicare è indissolubilmente legata alla libertà di coscienza. Sappiamo bene quanto queste libertà siano state fonte di controversia nella storia, anche all’interno della Chiesa, e come ancora siano causa di tensioni ideologiche e di violenze nel mondo contemporaneo.In questo quadro storico possiamo collocare una riflessione sulla informazione nella condizione di guerra, riflessione che si pone come drammatica necessità nel confronto in atto contro il terrorismo islamista. La libertà di coscienza e la libertà di comunicare, infatti, sono certamente conquiste irrinunciabili, e tuttavia come ogni tipo di libertà devono trovare equilibrio con un valore forse non altrettanto sviluppato nell’attuale grado di civilizzazione dell’Occidente, che è il dovere di responsabilità.Potrebbe sembrare inutile una riflessione su libertà e doveri nelle condizioni attuali: in fondo non si può certo dire che la nostra informazione non sia schierata da una parte sola, contro i terroristi. Il problema semmai sono gli eccessi di questa parte, le confusioni tra vittime e carnefici nel mondo islamico. Eppure credo che accompagnare le nostre scelte con una riflessione razionale fornisca una profilassi mentale, una cura preventiva contro ogni confusione possibile, perché anche allo stato di guerra si arriva progressivamente, ed è tragico non prevenire il suo percorso.Tutte queste questioni, libertà e doveri, sono sottoposte all’etica, che soprassiede al nostro discernimento e alle conseguenti decisioni di azione. Ma tutto questo ha anche una dimensione sociale, perché le libertà e le sue limitazioni, ma anche i doveri e i suoi superamenti, mescolandosi con gli interessi personali e collettivi al livello della società sono alla base delle politiche, delle norme di legge, perfino delle dichiarazioni di guerra; oppure, in una dimensione collettiva più ridotta, possono originare – in un esempio legato alla pratica dell’informazione – le linee editoriali di un giornale.La libertà di coscienza in contrapposizione ai doveri pubblici o agli ordini ricevuti può generare atti di eroismo – la storia ne è piena, basta pensare ai grandi conflitti del secolo scorso – ma anche mostruosi errori. Anche il terrorismo è figlio di questi errori.Il giornalista e il comunicatore davanti alla guerra si trovano potenzialmente in una terra di mezzo dalla quale si è obbligati ad uscire. La guerra infatti è sempre stata una condizione che tende a non ammettere distinzioni: o si sta da una parte o dall’altra, o si è eroi o traditori. Il singolo sarebbe tenuto a sottoporsi alla volontà collettiva.
Ma è davvero così? A mio giudizio la risposta è complessa. Esiste un livello superiore di coscienza che deve essere rispettato, e che potrebbe anche legittimare l’opposizione alle decisioni della collettività. Tuttavia se ciò non avviene credo che il principio di responsabilità debba indurre ad attribuire all’autorità democraticamente eletta e ai sentimenti maggioritari una larga dose di credito, perché lo stato di guerra è pericolo di vita, e davanti al pericolo di vita non sono ammessi sofismi, personalismi o vantaggi di parte, ma solo scelte e comportamenti essenziali.
Si tratta di una limitazione di libertà? Per il giornalista, si dovrebbe trattare solo di un supplemento di responsabilità. Quel senso di responsabilità che porta a considerare la professione come un servizio alla propria comunità e non come il soddisfacimento delle proprie personali convinzioni.In sostanza, se è vero che il principio di equidistanza debba costituire quanto meno il punto di partenza che il giornalista è tenuto ad osservare nel raccontare ogni forma di conflitto, la prospettiva di guerra mi pare che imponga una forma di semplificazione essenziale. In una prima fase, fino a quando la guerra è solo temuta, bisogna lavorare obbligatoriamente per la pace, che è certamente l’obbiettivo migliore per il bene della società. Quando la guerra fosse scoppiata, di fronte alla concreta minaccia alla sopravvivenza, il punto di vista iniziale credo debba essere quello delle istituzioni democraticamente elette, e discostarsene del tutto sarebbe legittimo solo di fronte a una fortissima contrapposizione della coscienza.In uno stato di guerra che coinvolge la propria comunità il giornalista deve dunque operare senza rinunciare alla volontà di pace e al discernimento, deve sapere che l’informazione è funzione di servizio orientata non al potere ma al bene pubblico, e aiutare la comunità a trovare unità, fiducia e coraggio: in condizioni di stress diffuso l’informazione deve farsi carico delle ansie collettive e operare per contenerle.Inoltre non siamo mai autorizzati a fomentare l’odio verso gli avversari, neanche quando proprio loro vivono di odio. E dai giornalisti e editori cattolici è atteso un supplemento di consapevolezza e responsabilità: una informazione corretta e pacata è essenziale perché la lotta al terrorismo non si trasformi in una vera guerra di civiltà. (Andrea Melodia Presidente Unione Cattolica Stampa Italiana)

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“L’Islam contro l’Islam”

Posted by fidest press agency su lunedì, 16 novembre 2015

L'Islam contro l'IslamScrive l’editore: “da noi  è stato pubblicato nel 2013. Il testo, che in Francia ha ottenuto il PRIX du Livre, si ritiene assolutamente necessario per intendere una minima parte di ciò che sta succedendo oggi in Medio Oriente e in Europa, sia nelle nostre librerie nascosto e messo di costa nella sezione saggi in modo tale che finora del testo non se ne siano vendute neppure le 1000 copie della iniziale tiratura? Se le librerie non lo espongono, si sappia che può essere ordinato nelle librerie online e sul nostro sito.Sottolineiamo questo non per arricchirci con qualche copia venduta a un prezzo risibile, ma come servizio pubblico che si costituisce con informazione e cultura. Non certo quella vuota e parolaia dei talk show che continuano a difendere una politica dissennata nel rapporto con Il mondo Islamico, il suo risveglio e tutte le conseguenze come immigrazione incontrollata e demenziale gestione dell’invasione. (foto: L’Islam contro l’Islam)

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Il paradigma violento che in epoca normanna decretò la fine dell’Islam siciliano

Posted by fidest press agency su domenica, 23 agosto 2015

convegnoIl convegno di Buccheri sul rapporto tra musulmani e cristiani nella Sicilia normanna si è dimostrato pari alle attese, per l’ampia partecipazione di pubblico e per il tenore molto qualificato della discussione, su una vicenda storica che, per quanto lontana nel tempo, non manca di agganci significativi con l’attualità. Gli studiosi invitati a relazionare, Carlo Ruta, Ferdinando Raffaele e Sebastiano Tusa (Ferdinando Maurici non è potuto essere presente ma la sua relazione sarà presente negli atti), si sono trovati a dipanare una tematica complessa, e la complessità è stata, a tutti gli effetti, il motivo dominante delle loro relazioni.
Entrata nel vivo, dopo il saluto del sindaco Alessandro Caiazzo e dell’assessore alla Cultura Francesco Interlandi, la discussione è stata aperta da Carlo Ruta, saggista e studioso del mondo Mediterraneo, che ha tracciato un quadro dei problemi che sul piano storiografico restano aperti, mettendo in rilievo cinque dati di fatto, storicamente documentati, che collidono con l’immagine di una Sicilia normanna pacifica e interculturale: 1) il graduale e inesorabile impoverimento economico e materiale dell’etnia musulmana nel Regnum; 2) il lento ma continuo arretramento dell’Islam siciliano dalle città e dalle campagne; 3) gli assalti e le stragi subiti dai musulmani di Sicilia in alcuni frangenti particolari, segno di una irriducibile conflittualità di terreno; 4) l’assenza dell’Islam siciliano nelle cronache e nei resoconti di viaggio successivi al XIII secolo, indizio di una dissoluzione etnica già avvenuta; 5) l’assenza, contestuale, di resti materiali che riconducano con certezza ai circa due secoli di storia arabo-islamica nell’isola: indizio di una continuativa opera di dissoluzione e rimozione. Il relatore ha quindi argomentato sui modi in cui progredì il paradigma violento che i dominatori adottarono nei riguardi delle etnie sottomesse e in particolare di quella arabo-berbera: paradigma che, sostenuto a vari livelli dai tre poteri ufficiali dell’epoca, le aristocrazie, gli episcopati e in modo più mimetico la Corona, ha finito per esporre l’etnia arabo-berbera di Sicilia a un destino tragico.
È seguita quindi la relazione di Ferdinando Raffaele, filologo e storico delle letterature romanze, che ha tracciato, con dovizia di dettagli, il quadro delle contaminazioni e dei «prestiti» linguistici e lessicali dall’arabo nella lingua siciliana e le sedimentazioni che ne derivarono già a partire dall’epoca normanna. Il relatore si è soffermato sull’ampio vocabolario di queste contaminazioni, illustrando l’entità, non indifferente, del debito linguistico che l’idioma siciliano ha contratto con la lingua parlata dai musulmani di Sicilia, che soprattutto nelle fasce medio alte fu l’arabo classico, cioè la lingua del Profeta e del Corano. Raffaele ha documentato quindi il peso che queste contaminazioni hanno avuto nell’evoluzione sociale della lingua parlata siciliana, con effetti di interculturalità che hanno finito con l’arricchirne la struttura. L’idioma dell’isola, come è noto, godrà di non poca considerazione nell’esperimento di volgare letterario illustre condotto nella prima metà del XIII secolo da Federico II. Il relatore ha sottolineato infine che nel «catalogo» delle contaminazioni, mancano alcuni campi specifici, e in primo luogo proprio quello religioso, a sottolineare che su questo piano l’interculturalità dovette registrare una sorta di default. E secondo Raffaele in questo vuoto possono essere ravvisati dei nessi di tipo causale con il clima etnico-religioso non proprio pacifico che, come aveva già spiegato Ruta, corse sotto il dominio degli Altavilla.
Ha relazionato infine l’archeologo Sebastiano Tusa, soprintendente al Mare della Regione Siciliana, entrando ancora nel merito della complessità che caratterizzò i rapporti tra Islam e cristianità in epoca normanna e illustrando in primo luogo la prospettiva scientifica e tecnologica. Raccordandosi con le analisi di Ruta e Raffaele, Tusa ha spiegato che le conoscenze tecniche già patrimonio degli arabi ebbero in Sicilia effetti notevolissimi, che, lungi dall’esaurirsi nei due secoli in cui i musulmani amministrarono e colonizzarono la Sicilia, riversarono i loro benefici nel Regnum normanno e cristiano degli Altavilla. Anche i commerci e le attività produttive dei musulmani divennero di fatto un patrimonio irrinunciabile per i nuovi signori della Sicilia. Il relatore osserva perciò che, al di là degli atti di benevolenza che pure non mancarono, anzitutto per ragioni d’interesse economico e materiale i monarchi normanni dovettero accordare la loro «protezione» all’etnia arabo-berbera: cioè la formale tolleranza civile e religiosa in cambio di un forte tributo economico, che tuttavia – osserva il relatore – non salvò l’Islam da una fine tragica. L’archeologo chiarisce poi i modi in cui la cultura materiale araba si sedimentò nel Regno di Sicilia, anzitutto sul piano architettonico, con l’adozione di stilemi arabo-islamici nella edificazione di chiese e palazzi, che hanno contribuito non poco alla rappresentazione sincretica e scenografica che gli Altavilla predilessero, anche per conferire slancio alla loro politica egemonica nel Mediterraneo.
Il convegno si è concluso con alcune domande del pubblico ai relatori e con l’annuncio del sindaco Caiazzo di un progetto di spessore: la creazione a Buccheri di un istituto di alti studi sul medioevo siciliano.

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L’Islam in Italia

Posted by fidest press agency su martedì, 28 aprile 2015

comoComo Giovedì 7 maggio, ore 14 Aula Magna del Chiostro di S. Abbondio. Il Centro di Ricerca Religioni, Diritti, Economie nello Spazio Mediterraneo (REDESM) del Dipartimento di Diritto, Economia e Culture dell’Università degli Studi dell’Insubria di Como, nell’ambito del Forum Internazionale Democrazia & Religioni, organizza il workshop “Dove va l’Islam italiano?”, che si terrà giovedì 7 maggio alle 14 presso l’Aula Magna del Chiostro di Sant’Abbondio a Como.
Partendo dal libro “Islam e integrazione in Italia” (Marsilio Editori, 2014) – a cura di Antonio Angelucci dell’Università degli Studi dell’Insubria, Maria Bombardieri dell’Università degli Studi di Padova e Davide Tacchini dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano – si parlerà della presenza dell’Islam in Italia e della direzione degli affari dei culti e verranno inoltre affrontati alcuni nodi cruciali: pluralità, nodo associativo e nodo formativo.
Durante l’incontro interverranno, oltre agli autori del libro, i prefetti Giovanna Maria Iurato Direttrice della Direzione centrale degli Affari dei Culti, e Mario Morcone, Capo Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Ministero dell’Interno, e Roberto Mazzola Direttore del FIDR – Università del Piemonte Orientale.

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“Islam, Shari’a and Democratic Transformation in the Arab World”

Posted by fidest press agency su sabato, 19 maggio 2012

Islam

Islam (Photo credit: rogiro)

Roma 22, May 2012 – 15:00 Palazzo Caetani, Via Michelangelo Caetani 32 Conference Prof. Abdullahi Ahmad An-Na‛im Charles Howard Candler Professor of Law – Emory University- Atlanta Discussants: Prof. Gokhan Bacik- Zirve University, Gaziantep-Turkey H.E. Lamia Mekhemar Ambassador of Republic of Egypt to the Holy See. Prof. Abdullahi Ahmed An-Na’im, born in 1946 in Sudan, is a renown scholar of Islam and Human Rights. He has published numerous books, including Islam and the Secular State: Negotiating the Future of Shari’a (2008), African Constitutionalism and the Role of Islam (2006), Toward an Islamic Reformation: Civil Lberties, Human Rights and International Law (1990). Prof. An-Na‛im sees the ongoing events in the Arab World as an opportunity for Islam to bring about political, economic and social transformations in countries such as, for example, Tunisia, Egypt and Libya. In his view, “external actors can support liberation struggles, but should not attempt to displace or impose on the independent agency of native actors”, who will need to implement their own strategies to protect women rights, freedom of religion and free-speech. The Conference is meant to address an audience of international actors, including Ambassadors, Politicians and NGO’s officials living and working in Rome. Organizers of the Conference are the IFIIE Foundation (www.ifiie.org) and Istituto Tevere-Centro pro Dialogo (www.istevere.org) whose goals are to educate leaders to a better understanding of other religious traditions and cultures through a study and discovery of both spiritual differences as well as shared values.

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