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Quello che non ha capito il governatore della Sicilia Lombardo

Posted by fidest press agency su domenica, 2 agosto 2009

E’ lo stesso governatore della Sicilia che conferma il suo stesso errore, quando afferma che ci sarebbero due Italie, una europea e una africana  per la quali auspicherebbe una reciproca integrazione. L’errore sta nella valutazione geografica delle differenze, mentre si tratta, innanzitutto di differenze culturali. Al nord la cultura pragmatica che sfocia nell’individualismo egoista e razzista, nel meridione la cultura umanistica che promuove la solidarietà globalizzata, ben conoscendo la propria storia che è quella multirazziale e mediterranea. Che il Nord nutra prospettive di inserimento nel cuore dell’Europa, è una speranza che si tramuterà in condanna, quando si accorgeranno di non poter competere con le nazioni più intelligenti d’Europa che dell’isolazionismo non hanno fatto una bandiera. Il Nord leghista perderà sempre più competitività perché non potrà disporre di manodopera; si affiderà alla delocalizzazione produttiva e  dalla delocalizzazione riceverà la più agguerrita concorrenza. Il Meridione non è quella seconda Italia chiamata da Lombardo “africana”; è l’Italia mediterranea, inserita geograficamente, storicamente e culturalmente nel Mediterraneo, che non è il Mare che divide  tre  Continenti, bensì il trait-d’union che avvicina Europa, Asia e Africa. L’Italia è ben poco presente nell’attenzione verso una realtà che non viene tenuta nella dovuta considerazione; intendo parlare della Comunità Mediterranea, prima ancora di parlare della Unione Europea. Non intendo sostenere che una Comunità Mediterranea debba sostituire, in prospettiva, l’ipotesi della nascita degli Stati Uniti d’Europa, desidero affermare che l’Unione Europea non può essere, da noi italiani e, principalmente, da noi siciliani e da tutti i meridionali, concepita e non può rivelarsi utile ai nostri interessi e ai nostri destini sociali ed economici e, quindi, politici e civili, se non integrata da una Comunità Mediterranea, che ci consenta di esercitare il ruolo primario di grande ponte verso tutti i popoli rivieraschi dell’Africa del Nord o, per meglio identificarli, dell’Eurafrica Mediterranea. Non si possono lasciare vuoti in politica e, men che meno, in politica estera, senza che qualcuno li riempia; esiste un vuoto italiano in Africa Settentrionale e, ovviamente, qualcuno lo sta riempiendo. Se vi fosse una presenza italiana, forte sia in termini civili che economici e sociali, nel bacino del Mediterraneo, ogni altra presenza o collaborerebbe con la nostra o, quanto meno, sarebbe condizionata in tutto o in parte dalla nostra presenza, innanzitutto in termini di civile convivenza fra i popoli. I governi che si sono succeduti in Italia negli ultimi decenni non hanno realizzato alcun programma a medio-lungo termine indirizzato al progetto di penetrazione, con il fine di promuovere l’integrazione, verso i paesi del Nord-Africa; le poche attività che si registrano sono frutto di iniziative private, non sostenute né incoraggiate dalle strutture istituzionali. La presenza, sia pur significativa, dell’ICE non basta a stimolare interventi e/o rapporti di qualsiasi genere, così un mercato in piena evoluzione viene trascurato, lasciando le iniziative ad altre nazioni della UE, in primo luogo alla Francia, favorita in partenza dalla comunione linguistica. Le attività della Francia e delle altre nazioni che si stanno muovendo verso quei mercati non sono indirizzate a promuovere e stimolare l’integrazione, bensì sono mirate allo sfruttamento e all’utilizzazione del loro potenziale economico secondo interessi unilaterali.  L’esempio dell’Algeria è illuminante: potrebbe essere la nazione in assoluto più ricca del Nord-Africa e del Mediterraneo  (petrolio, gas naturale, pesca, agricoltura, turismo), al contrario è una delle meno sviluppate, con un costo elevatissimo della vita, salari medi bassissimi, concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi algerini, associati con i potentati francesi. Queste discrasie, in Algeria, provocano la reazione in difesa delle classi più deboli, sviluppando tragici fenomeni di intolleranza integralista. Questa situazione, legata anche alla instabilità politico-amministrativa, scoraggia ogni tipo di intervento, ….tranne quello francese. L’Italia ha dimostrato di non nutrire grandi interessi verso quest’area, che comprende oltre 800 milioni di abitanti  (Tunisia, Algeria, Marocco, Libia, Egitto, Giordania, Siria, Kurdistan, Yemen, Senegal, Niger, Nigeria, Costa d’Avorio, Paesi Arabi e del Golfo e del Vicino Oriente) con nazioni fortemente in via di sviluppo; sono state realizzate numerosissime “tavole rotonde” (anche troppe), con grande dispendio di parole, peraltro sempre le stesse, con programmi mai concretizzati, mentre altre nazioni (specie la Francia e il Belgio) si stanno organizzando in maniera molto concreta, collocando, nelle nazioni commercialmente più attive, propri uffici in grado di fornire assistenza agli operatori interessati a tali aree. (Rosario Amico Roxas)

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