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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 312

Posts Tagged ‘israele’

Israele: “neutralizzato” un tunnel del terrorismo

Posted by fidest press agency su martedì, 27 ottobre 2020

Le Forze di Difesa israeliane hanno rivelato martedì d’aver scoperto e “neutralizzato” un tunnel del terrorismo scavato dalla Striscia di Gaza che penetrava per alcune decine di metri in territorio israeliano. Secondo l’esercito, grazie a un “segnale” del sistema di rilevamento che sta installando al confine, i genieri hanno localizzato il tunnel foderato di cemento vicino a Khan Younis (striscia di Gaza meridionale), all’altezza del kibbutz kibbutz Kissufim, prima che rappresentasse una minaccia per le comunità israeliane della zona.“Anche nei giorni in cui il sud sembra essere tranquillo – ha twittato il ministro della Difesa Benny Gantz – sotto la superficie le organizzazioni terroristiche non interrompono i loro sforzi per colpire i cittadini israeliani e la loro sovranità”.

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Ali Khamenei ha affermato che gli Emirati arabi uniti “hanno tradito il mondo musulmano” con la normalizzazione delle relazioni con Israele

Posted by fidest press agency su mercoledì, 2 settembre 2020

La dichiarazione di Khamenei è riportata sull’account Twitter dell’ayatollah iraniano. “Senza dubbio il tradimento degli Emirati Arabi Uniti non durerà a lungo, ma ricorderemo per sempre questa macchia. Hanno permesso al regime sionista di penetrare nella regione e hanno dimenticato la loro occupazione delle terre palestinesi”, ha poi affermato Khamenei durante un discorso in occasione della 34esima conferenza nazionale dei dirigenti del ministero dell’Educazione.”Gli Emirati Arabi Uniti hanno preso delle misure contrarie agli interessi del mondo islamico avviando la cooperazione con gli israeliani e certi velenosi elementi americani, come il membro ebreo della famiglia di Trump”, ha aggiunto la Guida di Teheran, riferendosi al consigliere e genero del presidente Usa, Jared Kushner.

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Israele ed Emirati Arabi raggiungono uno storico accordo diplomatico

Posted by fidest press agency su lunedì, 24 agosto 2020

Gli Emirati Arabi, così, diventano il primo stato del Golfo Persico a intrattenere rapporti diplomatici con lo Stato ebraico e il terzo paese arabo dopo l’Egitto (1979) e Giordania (1994): il quarto se la Mauritania nel 2009 non avesse reso vano l’accordo (1999) a causa del conflitto tra Israele e Hamas.Ad annunciare l’intesa è stato il presidente americano Donald Trump che su Twitter ha parlato di un “giorno storico”:“Enorme svolta oggi! Storico accordo di pace tra due nostri grandi amici, Israele e Emirati Arabi”.Il tweet è stato condiviso dal premier israeliano Benjamin Netanyahu, che ha definito l’accordo “l’inizio di una nuova era tra Israele e il mondo arabo”.Tweet confermato da Mohammed Bin Zayed, il principe ereditario e ministro della Difesa di Abu Dhabi, il quale ha detto che l’accordo è stato “definito durante una conversazione telefonica congiunta con il presidente Trump e il primo ministro Netanyahu”.Non tutti, però, hanno saluto con favore l’accordo storico tra Israele e gli Emirati Arabi. Fra questi l’Autorità nazionale palestinese e l’Iran.L’Anp ha fatto sapere che gli Emirati “non hanno il diritto di parlare a nome dei palestinesi”:
“Questo passo mina l’iniziativa per la pace araba, le decisioni dei vertici arabi e islamici, la legittimità internazionale e l’aggressione contro il popolo palestinese”.Sulla stessa lunghezza d’onda il governo di Teheran, secondo cui gli accordi sono un atto di:“Stupidità strategica da parte di Abu Dhabi e Tel Aviv che rafforzerà l’asse della resistenza nella regione. La popolazione oppressa della Palestina e tutte le nazioni libere del mondo non perdoneranno mai la normalizzazione delle relazioni con il criminale regime di occupazione israeliano”.E l’Italia? Il nostro paese ha promosso l’accordo tra Israele ed Emirati in una nota della Farnesina:“L’Italia accoglie con favore l’annuncio dell’accordo di normalizzazione delle relazioni fra Israele e gli Emirati Arabi Uniti. Auspichiamo che tale importante passo possa contribuire alla pace e alla stabilità in Medio Oriente. In tale quadro, la decisione israeliana di sospendere l’annessione di porzioni della Cisgiordania costituisce uno sviluppo positivo, che ci auguriamo possa favorire la ripresa dei negoziati diretti tra israeliani e palestinesi nella prospettiva di una soluzione a due Stati giusta, sostenibile e duratura, che l’Italia continua a sostenere con convinzione quale unica alternativa per assicurare pace e prosperità in tutta la regione”.Gran parte della Comunità internazionale auspica che questo accordo sia il primo passo per la normalizzazione dei rapporti in Medio Oriente.

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Israele, palloni incendiari lanciati da Gaza incendiano il sud del paese

Posted by fidest press agency su domenica, 23 agosto 2020

Continuano i lanci di palloni incendiari sparati da Gaza verso Israele. Negli ultimi giorni, infatti, dalla Striscia queste armi aree stanno incendiando il sud dello Stato ebraico.Si stima che nella ultime 72 ore, circa 50 incendi abbiamo bruciato 850 ettari di foreste e campi agricoli, con danni incalcolabili per gli animali che occupano queste zone. Non si hanno – per fortuna – notizie riguardanti morti o feriti.La risposta dell’aviazione israeliana non si è fatta attendere perché come ribadito da un portavoce dell’esercito, Israele “continuerà ad operare quanto necessario contro i tentativi di danneggiare civili israeliani”.Portavoce che in precedenza aveva detto che gli aerei israeliani avevano centrato “un presidio militare usato dalle forze navali di Hamas, infrastrutture sotterranee e posti di osservazione”, ritenendo “l’organizzazione terroristica responsabile di tutto ciò che ha origine da Gaza”.Israele ha preso altre misure per fronteggiare l’emergenza dei palloni incendiari, fra cui quella di fermare l’importazione di combustibile nella Striscia decisa dal Cogat, l’organismo che sovrintende le attività di governo israeliano nei Territori.
Non si deve correre il rischio di sottovalutare la pericolosità dei palloni incendiari. Si farebbe l’ennesimo assist da Hamas, pronto a puntare il dito contro Israele in ogni occasione. Non sono armi innocenti, sono armi di distruzione che, come detto, minano anche le convinzioni dei piccoli agricoltori israeliani del sud. Viene da domandarsi dove siano i vari partiti “Verdi” internazionali, dove sia la loro indignazione per la distruzione di campi e alberi. Che siano tutti in vacanza? Oppure quando il verde è israeliano, l’indignazione d’incanto sparisce?

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Funzionario governo Sudan parla di pace con Israele: licenziato

Posted by fidest press agency su venerdì, 21 agosto 2020

È stato licenziato il funzionario del governo del Sudan che nei giorni scorsi aveva auspicato un accordo di pace con Israele. Il suo nome è Haidar Badawi Sadiq, il cui ruolo era quello di portavoce del ministero degli Esteri sudanese.Ma mettiamo ordine a quanto accaduto.Pochi giorni fa il presidente americano Donald Trump aveva annunciato l’intesa di un accordo storico fra Israele ed Emirati Arabi. La notizia, confermata dai rispettivi paesi, aveva suscitato reazioni diverse.Entusiasmo da molti esecutivi internazionali e rabbia da parte di alcuni del mondo arabo, contrari alla normalizzazione dei rapporti fra Gerusalemme e Abu Dhabi, fra questi, ovviamente, l’Iran e l’Autorità Nazionale Palestinese.Un mondo arabo che non appariva monolitico nel suo rifiuto, visto che anche Oman e Bahrein sembrano siano pronti a calcare le orme degli Emirati Arabi. Un passo in più sembrava averlo fatto il Sudan, che attraverso il suo funzionario aveva auspicato una normalizzazione dei rapporti con Israele.
L’augurio è durato lo spazio di poche ore, perché il portavoce sudanese è stato licenziato dopo aver rilasciato una dichiarazione alla Sky News araba, sostenendo che non ci fosse “motivo per cui dovesse continuare l’inimicizia” con lo Stato ebraico, aggiungendo di non negare “la comunicazione tra i due paesi” e che: “Sia il Sudan che Israele trarranno vantaggio da un tale accordo se verrà firmato, alla fine di quest’anno o all’inizio del prossimo anno”.Parole che sono costate care a Haidar Badawi Sadiq, che è stato sollevato dall’incarico di portavoce ufficiale del ministero degli Esteri del Sudan.
Allora ci domandiamo: le dichiarazioni di Sadiq erano state rilasciate di suo spontanea volontà senza consultare il governo sudanese oppure sono state intempestive e il Sudan ha dovuto fare marcia indietro per paura di ritorsioni dei paesi arabi più potenti? Domande che rimarranno senza risposta, anche perché molti media internazionali non riescono (o vogliono?) raccontare veramente cosa succede all’interno del mondo arabo.

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Israele: Sventato attacco ai confini con la Siria

Posted by fidest press agency su giovedì, 13 agosto 2020

Israele sventa un altro tentativo di infiltrazione terroristica sul proprio territorio: nella notte tra domenica e lunedì scorso una cellula proveniente dalla Siria è entrata in territorio israeliano per piazzare ordigni esplosivi vicino la linea Alpha lungo il confine tra lo stato ebraico e la Siria.I soldati israeliani delle forze speciali Maglan e aerei hanno aperto il fuoco contro quattro sospetti, alcuni dei quali erano armati, uccidendoli tutti, ha detto il portavoce dell’esercito Hidai Zilberman, citato dai media israeliani. ”Abbiamo sventato il tentativo di quattro terroristi di collocare esplosivi vicino alla zona di sicurezza tra Israele e la Siria”, si legge in un messaggio postato su Twitter dall’esercito israeliano. Il ”regime siriano” verrà considerato responsabile di ”qualsiasi evento” si verificasse nel Paese, aggiungendo che l’esercito israeliano resta ”pronto per qualsiasi scenario”. Al momento non è ancora a quale organizzazione militare o terroristica appartenessero i 4 uomini. Il portavoce militare israeliano ha poi aggiunto che nell’azione nel nord del Golan non ci sono state vittime israeliane. “Il comando del nord mantiene una elevata reattività ad ogni scenario. L’esercito ritiene il regime siriano responsabile per tutti gli eventi che generano dal suo territorio e non tollererà alcuna violazione della sovranità israeliana”. L’esercito ha anche diffuso un video nel quale si vede l’operazione.

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Israele e Italia unite da Biesse Innovation Lab

Posted by fidest press agency su martedì, 11 agosto 2020

A ottobre il primo evento di kickoff delle attività. Si tratta del ‘Biesse Innovation Lab’ che prende il nome da Biesse, leader mondiale nelle tecnologie per la lavorazione del legno e di altri materiali, con cui è stato creato il lab, e che si pone l’obiettivo di rintracciare, e supportare, le startup italiane più idonee al fine di generare innovazione all’interno delle aziende che necessitano di una progressiva evoluzione per essere nuovamente competitive.Attraverso la creazione di un ambiente dove coltivare le relazioni con il mondo accademico e i centri di ricerca, con altri acceleratori e con venture capital, AdlerInlight ha creato un vero e proprio modello d’avanguardia per guidare startup italiane e israeliane verso un reale accesso al mondo industriale.

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Hezbollah ha installato almeno 28 nuove postazioni missilistiche contro Israele

Posted by fidest press agency su sabato, 25 luglio 2020

By Daniel Clark Le ha posizionate in mezzo alla popolazione civile. A rivelarlo è stato il rapporto dell’Alma Reseach and Education Center, centro dedicato alla sicurezza dello Stato ebraico, secondo cui le rampe di lancio si concentrano a Beirut e a sud del paese, territorio più vicino a Israele.Per essere chiari – semmai ce ne fosse bisogno – Hezbollah si serve dei cittadini libanesi, usandoli come scudi umani.Immaginiamo il seguente scenario.Hezbollah lancia dei missili contro Israele. Israele si difende, cercando di eliminare fisicamente le rampe di lancio che, per l’appunto, sono collocate in mezzo a case, bar, ristoranti, uffici e ospedali.
Vista la vicinanza tra le rampe di lancio e i cittadini inermi, la difesa di Israele potrebbe coincidere con la morte dei civili libanesi.
Tutto questo ha lo scopo di attaccare Israele in due modi. Il primo con lancio di razzi, il secondo con la demonizzazione mediatica dello Stato ebraico che ha ucciso i civili libanesi.I media di tutto il mondo riporterebbero le immagini di civili libanesi morti, facendo circolare la foto di poveri bambini rimasti vittime delle bombe.Si farebbero manifestazioni nei comuni di tutto il mondo e in Italia, sulla sproporzionalità dell’attacco israeliano rispetto all’offesa ricevuta. Si farebbero delle interrogazioni parlamentari per puntare il dito contro Israele e contro il governo di Gerusalemme, sostenendo di non essere antisemiti ma antisionisti.Il risultato sarebbe un arricchimento per i terroristi di Hezbollah, la morte di civili libanesi volute da chi dice di difenderli e la demonizzazione di Israele.

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Israele e la cosiddetta “annessione”: facciamo chiarezza

Posted by fidest press agency su giovedì, 28 maggio 2020

By Ugo Volli. Durante il processo di Oslo, la Cisgiordania viene divisa in tre aree. Area A è sotto il pieno controllo civile e militare dei Palestinesi– 17.1 %. Area B è sotto il pieno controllo civile dei Palestinesi e sotto il controllo militare congiunto di Palestinesi e Israeliani– 23.9 %. Area C è sotto il totale controllo civile e militare di Israele– 59%.I segni premonitori ci sono tutti: un tentativo di imporre sanzioni da parte dell’Unione Europea (bloccato da “cattivi sovranisti” come l’Austria e l’Ungheria, ma la Francia dice che andrà avanti da sola); una manovra complessa per estendere la giurisdizione della Corte Penale Internazionale anche sullo stato di Israele che ne è esente non avendone firmato la convenzione istitutiva; una lettera minacciosa di diciotto senatori americani. Perfino una settantina di deputati italiani hanno firmato una dichiarazione (l’origine politica è molto significativa, Pd, Leu, 5 Stelle, trovate qui la dichiarazione e le firme); il dittatore palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha cercato di fare più rumore possibile dichiarando (per l’ennesima volta, ma giura che questa è la volta buona) di interrompere ogni collaborazione con Israele e gli Usa, facendo eco al re di Giordania Abdallah. Una durissima offensiva politico-diplomatica e giuridica contro Israele è annunciata per le settimane che verranno.L’oggetto di questa campagna viene spesso definito “l’annessione” che Israele si proporrebbe di compiere su alcuni territori della cosiddetta Cisgiordania. Il termine è chiaramente sbagliato perché annessione significa “Atto mediante il quale uno Stato estende la propria sovranità sul territorio di un altro Stato o su parte di esso” (così il dizionario di Repubblica), “atto con cui uno stato amplia il proprio territorio estendendo la propria sovranità su quello di un altro stato” (Garzanti), ecc. e non c’è nessuno stato del cui territorio si vorrebbe impadronire. I territori della Giudea e Samaria su cui Israele intende estendere la sua legge civile, circa il 20%, per lo più il deserto della valle del Giordano oltre ai blocchi di insediamenti, appartengono tutti alla “zona C” che gli Accordi di Oslo del 1993, firmati oltre che dall’ “Organizzazione per la Liberazione della Palestina” anche dall’Unione Europea e dagli USA come testimoni, attribuiscono all’amministrazione israeliana, erano sotto il controllo israeliano già dal 1967, in seguito alla vittoria nella Guerra dei Sei Giorni contro l’aggressione degli eserciti arabi. Essi non sono stati però sottratti ad alcuno stato, perché prima erano occupati illegalmente e senza alcun riconoscimento internazionale dalla Giordania, che vi ha rinunciato del resto col trattato di pace del 1994. La Giordania li aveva occupati nel 1948 durante la guerra in cui con Egitto Siria e altri stati arabi cercò di impedire la nascita dello stato di Israele. Prima ancora Giudea e Samaria facevano parte del Mandato britannico di Palestina, istituito dalla Società delle Nazioni nel 1922 su tutto il territorio attuale di Israele e della Giordania, allo scopo esplicito di costituire una “national home” (una casa nazionale, cioè uno stato) per il popolo ebraico, con il compito preciso per la Gran Bretagna che lo amministrava di favorire l’immigrazione e l’insediamento ebraico. Prima ancora, dal XVI secolo, tutto il Levante era una colonia turca. Il territorio del Mandato subì subito una divisione in due regioni politiche, una parte per gli arabi che divenne poi il regno di Giordania a Est del Giordano e una per gli ebrei a Ovest. Coloro che parlano di due stati dovrebbero tener presente che i due stati ci sono già, da quasi cent’anni.Israele dunque non occupa nulla, non annette nulla, semplicemente abolisce il regime militare che ha retto finora i territori liberati nel ‘67 usando le leggi britanniche ed estende loro la legge civile israeliana, molto più garantista. Perché protestano allora non solo l’Autorità Palestinese, che coglie ogni occasione per cercare di mettere in difficoltà Israele, ma anche i democratici americani e quelli italiani e Macron e l’Irlanda e il Belgio (promotori della mozione europea contro Israele)? Vi sono due ragioni, una di principio e una più politica. Quella di principio è che tutti i “progressisti” in Europa e negli Usa, inclusi alcuni nel mondo ebraico, hanno deciso che i territori al di là delle linee armistiziali del 1948 (che non sono confini, per esplicita dichiarazione dei trattati di armistizio, ma solo linee di cessate il fuoco) devono andare allo “stato di Palestina”. Non esiste nessuna base legale per questa pretesa, non solo perché l’Autorità Palestinese non è uno stato secondo i criteri internazionalmente riconosciuti , ma soprattutto perché nessuno ha mai ceduto al governo di Ramallah la sovranità su quei territori: non Israele, non l’Onu, che non ha l’autorità per farlo, non un qualche trattato. Lo stato di Palestina sovrano su Giudea e Samaria è un pio desiderio di molti movimenti e stati, ma ha la stessa realtà della Catalogna o della Padania di Bossi: progetti politici senza base legale. Certo, è bello per soggetti ex coloniali come la Francia o il Belgio sentirsi titolati a decidere come debbano essere i confini di stati che sono fuori dalla loro portata, fa sentire di nuovo la grandeur… ma da questo gioco del Risiko allo stabilire principi legali ce ne passa.Poi c’è una ragione più politica. Per imperialisti e multilateralisti (che oggi paradossalmente sono quasi la stessa cosa), l’esistenza di negoziati, magari pomposamente intitolati “processi di pace” è molto rassicurante, sostituisce la pace vera con un’infinita trama di incontri, discorsi, chiacchiere progetti. Così, dato che fra Israele e Autorità Palestinese la pace non c’è e non è prevedibile, avere una “base di trattativa” sembra fondamentale. E una volta che – ahimè con la complicità di Peres e anche di Rabin – a Oslo si sono trasformati i terroristi in “legittimi rappresentanti del popolo palestinese”, per mantenere questa “base” bisogna accordare loro in linea di principio quel che vogliono come base di partenza per iniziare a parlare e cioè tutta la Giudea e Samaria. Che questo non basti l’hanno sperimentato per ultimi Olmert e Barak, con la testimonianza di Clinton e di Bush jr. Perché questa concessione è solo la partenza per ottenere l’obiettivo vero, che è la distruzione di Israele, come i palestinisti e i loro protettori iraniani apertamente dichiarano. Ma ai “progressisti” questo non importa, anche perché si tratta della vita di Israele e degli ebrei, non della loro. Dunque non lasciare intatta e impregiudicata la sovranità di Giudea e Samaria è un crimine contro i “due stati” e contro la trattativa.Trump, che è un realista, molto più intelligente dei piccoli giornalisti e dei minuscoli politici che lo sfottono, ha capito che la strada della pace non passa per il mantenimento di questa “base della trattativa” e ha proposto una soluzione diversa, su cui certamente si può discutere, ma che ha una sua logica. Di essa fa parte la possibilità per Israele di applicare la sua sovranità sulle zone di Giudea e Samaria essenziali per la sua sicurezza. Se i palestinisti vorranno cercare di ottenere la loro parte dell’accordo non potranno più stare fermi e rifiutare di discutere con Israele e con l’America. Dovranno muoversi, fare controproposte e non tirate retoriche. Insomma la dichiarazione di sovranità di Israele (questa è l’espressione giusta, non “annessione”) non solo mette in maggiore sicurezza lo stato ebraico ma potrebbe (ripeto: potrebbe) aprire una fase nuova al di là delle sterili liturgie di trattativa che si ripetono da trent’anni e aprire una strada che porti davvero alla necessità della pace.Vedremo se questo avverrà. Per ora c’è il fatto che Netanyahu ha ottenuto come condizione per la formazione del nuovo governo la possibilità di decidere, d’accordo con gli Usa, la sovranità su zone di Giudea e Samaria. E’ l’aspetto più positivo dell’accordo di governo, forse il solo davvero positivo. Certamente una tappa storica nel rapporto fra gli ebrei e la loro terra. Per questo gli antisemiti e i loro amici si agitano. Nelle prossime settimane ne vedremo delle belle.

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In Iran continua la campagna d’odio contro Israele

Posted by fidest press agency su martedì, 26 maggio 2020

Capostipite di tale campagna è l’ayatollah Ali Khamenei, che negli ultimi mesi ha intensificato i messaggi ostili nei confronti dello Stato ebraico.La Guida Suprema della Repubblica ha riversato il proprio veleno sui social in occasione della giornata di Gerusalemme (in arabo prende il nome di Al Quds, che coincide con l’ultimo venerdì di Ramadan), istituita con queste parole dall’ayatollah Ruhollah Khomeyni il 16 agosto 1979:“Il Giorno di Gerusalemme è il giorno in cui possiamo riconoscere quali persone e quali regimi sono della parte dei cospiratori internazionali e dei nemici dell’islam. Chi non partecipa è contro l’islam e a favore di Israele, e chi partecipa è a favore dell’islam e contro i suoi nemici: Stati Uniti e Israele”.Khamenei ha pubblicato in questi giorni un poster antisemita su Twitter, che evoca la “soluzione finale”, prendendo in prestito un’espressione cara al nazismo. Poster che mostra la capitale d’Israele conquistata da milizie iraniane, palestinesi e di Hezbollah, e priva di tutta la sua popolazione ebraica, con la scritta: “La Palestina sarà libera. La soluzione finale: resistenza fino al referendum”.

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Israele: Il massacro di Ma’alot

Posted by fidest press agency su venerdì, 15 maggio 2020

Avvenne il 15 maggio 1974 per mano del terrorismo palestinese. Un giorno scelto non a caso, visto che coincideva con il 26esimo anniversario della nascita dello Stato d’Israele. Ma’alot è una piccola città nella parte settentrionale di Israele, situata tra le colline della Galilea occidentale, molto vicino al confine con il Libano.Proprio dal confine con il Libano in quel giorno, che ricordava anche la Nakba palestinese, entrarono in territorio israeliano tre terroristi appartenenti al FDLP (Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina), con indosso divise dell’IDF (Forze di difesa israeliane).Armati con fucili AK-47 d’assalto, granate ed esplosivi, uccisero subito due donne arabo-israeliane e ne ferirono una terza. Bussarono a tutte le porte di un condominio fino a quando Fortuna, incinta di sette mesi, e Yosef Cohen aprirono la porta, trovando la morte assieme ai figli Eliahu e Miriam, rispettivamente di 4 e 5 anni. L’unico sopravvissuto della famiglia fu Yitzhack, terzo figlio di 16 mesi, sordomuto.I sei omicidi commessi non placarono la sete di morte dei tre terroristi palestinesi, che si diressero verso la scuola elementare di Netiv Meir grazie all’indicazione di Yaakov Kadosh, un lavoratore dei servizi igienico-sanitari, che uccisero dopo aver ricevuto le informazioni.Giunti alla scuola, la spietatezza e la malvagità di uccidere gli ebrei non si fermò: i tre terroristi palestinesi assassinarono subito il guardiano e alcuni bambini. Gli altri 105 bimbi assieme ai 10 maestri furono presi in ostaggio. All’interno dell’edificio erano presenti anche degli studenti di una scuola superiore in gita. Per il loro rilascio i terroristi-sequestratori chiesero la liberazione di altri 23 terroristi palestinesi, detenuti nelle carceri israeliani, fissando ultimatum alle ore di 18 dello stesso giorno. Alle 10 Sylvan Zerach, in congedo dall’esercito, si avvicinò nei pressi della scuola, ma fu ucciso dai terroristi.Alle 15 la Knesset (il Parlamento israeliano), si riunì per discutere della richiesta e decise di negoziare con i palestinesi, che si rifiutarono di prolungare l’ultimatum.Alle 17.45, la Sayeret Matkal, un’unità della brigata d’élite Golani, cominciò l’operazione di salvataggio, assaltando la scuola. Riuscì a uccidere i tre terroristi palestinesi, che però fecero in tempo a utilizzare le armi contro gli ostaggi, non avendo pietà nello sparare ai bambini inermi. Nella massacro morirono 25 persone, di cui 22 bambini, e vennero ferite 68 persone.

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Anniversario Dichiarazione d’indipendenza dello Stato di Israele

Posted by fidest press agency su giovedì, 14 maggio 2020

Nella notte fra il 5 e il 6 di Iyar del 5708, allo scadere del mandato britannico, veniva proclamata la nascita dello stato di Israele. La Dichiarazione d’Indipendenza venne letta dal Primo Ministro d’Israele, David Ben-Gurion il 14 Maggio 1948:
In ERETZ ISRAEL è nato il popolo ebraico, qui si è formata la sua identità spirituale, religiosa e politica, qui ha vissuto una vita indipendente, qui ha creato valori culturali con portata nazionale e universale e ha dato al mondo l’eterno Libro dei Libri. Dopo essere stato forzatamente esiliato dalla sua terra, il popolo le rimase fedele attraverso tutte le dispersioni e non cessò mai di pregare e di sperare nel ritorno alla sua terra e nel ripristino in essa della libertà politica. Spinti da questo attaccamento storico e tradizionale, gli ebrei aspirarono in ogni successiva generazione a tornare e stabilirsi nella loro antica patria; e nelle ultime generazioni ritornarono in massa. Pionieri, ma’apilim e difensori fecero fiorire i deserti, rivivere la loro lingua ebraica, costruirono villaggi e città e crearono una comunità in crescita, che controllava la propria economia e la propria cultura, amante della pace e in grado di difendersi, portando i vantaggi del progresso a tutti gli abitanti del paese e aspirando all’indipendenza nazionale.
Nell’anno 5657 (1897), alla chiamata del precursore della concezione d’uno Stato ebraico Theodor Herzl, fu indetto il primo congresso sionista che proclamò il diritto del popolo ebraico alla rinascita nazionale del suo paese. Questo diritto fu riconosciuto nella dichiarazione Balfour del 2 novembre 1917 e riaffermato col Mandato della Società delle Nazioni che, in particolare, dava sanzione internazionale al legame storico tra il popolo ebraico ed Eretz Israel [Terra d’Israele] e al diritto del popolo ebraico di ricostruire il suo focolare nazionale. La Shoà [catastrofe] che si è abbattuta recentemente sul popolo ebraico, in cui milioni di ebrei in Europa sono stati massacrati, ha dimostrato concretamente la necessità di risolvere il problema del popolo ebraico privo di patria e di indipendenza, con la rinascita dello Stato ebraico in Eretz Israel che spalancherà le porte della patria a ogni ebreo e conferirà al popolo ebraico la posizione di membro a diritti uguali nella famiglia delle nazioni. I sopravvissuti all’Olocausto nazista in Europa, così come gli ebrei di altri paesi, non hanno cessato di emigrare in Eretz Israel, nonostante le difficoltà, gli impedimenti e i pericoli e non hanno smesso di rivendicare il loro diritto a una vita di dignità, libertà e onesto lavoro nella patria del loro popolo.Durante la seconda guerra mondiale, la comunità ebraica di questo paese diede il suo pieno contributo alla lotta dei popoli amanti della libertà e della pace contro le forze della malvagità nazista e, col sangue dei suoi soldati e il suo sforzo bellico, si guadagnò il diritto di essere annoverata fra i popoli che fondarono le Nazioni Unite. Il 29 novembre 1947, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò una risoluzione che esigeva la fondazione di uno Stato ebraico in Eretz Israel. L’Assemblea Generale chiedeva che gli abitanti di Eretz Israel compissero loro stessi i passi necessari da parte loro alla messa in atto della risoluzione. Questo riconoscimento delle Nazioni Unite del diritto del popolo ebraico a fondare il proprio Stato è irrevocabile. Questo diritto è il diritto naturale del popolo ebraico a essere, come tutti gli altri popoli, indipendente nel proprio Stato sovrano. Decidiamo che, con effetto dal momento della fine del Mandato, stanotte, giorno di sabato 6 di Iyar 5708, 15 maggio 1948, fino a quando saranno regolarmente stabilite le autorità dello Stato elette secondo la Costituzione che sarà adottata dall’Assemblea costituente eletta non più tardi del 1 ottobre 1948, il Consiglio del Popolo opererà come provvisorio Consiglio di Stato, e il suo organo esecutivo, l’Amministrazione del Popolo, sarà il Governo provvisorio dello Stato ebraico che sarà chiamato Israele.Lo Stato d’Israele sarà aperto per l’immigrazione ebraica e per la riunione degli esuli, incrementerà lo sviluppo del paese per il bene di tutti i suoi abitanti, sarà fondato sulla libertà, sulla giustizia e sulla pace come predetto dai profeti d’Israele, assicurerà completa uguaglianza di diritti sociali e politici a tutti i suoi abitanti senza distinzione di religione, razza o sesso, garantirà libertà di religione, di coscienza, di lingua, di istruzione e di cultura, preserverà i luoghi santi di tutte le religioni e sarà fedele ai principi della Carta delle Nazioni Unite. Lo Stato d’Israele sarà pronto a collaborare con le agenzie e le rappresentanze delle Nazioni Unite per l’applicazione della risoluzione dell’Assemblea Generale del 29 novembre 1947 e compirà passi per realizzare l’unità economica di tutte le parti di Eretz Israel. Facciamo appello alle Nazioni Unite affinché assistano il popolo ebraico nella costruzione del suo Stato e accolgano lo Stato ebraico nella famiglia delle nazioni.Facciamo appello – nel mezzo dell’attacco che ci viene sferrato contro da mesi – ai cittadini arabi dello Stato di Israele affinché mantengano la pace e partecipino alla costruzione dello Stato sulla base della piena e uguale cittadinanza e della rappresentanza appropriata in tutte le sue istituzioni provvisorie e permanenti. Tendiamo una mano di pace e di buon vicinato a tutti gli Stati vicini e ai loro popoli, e facciamo loro appello affinché stabiliscano legami di collaborazione e di aiuto reciproco col sovrano popolo ebraico stabilito nella sua terra. Lo Stato d’Israele è pronto a compiere la sua parte in uno sforzo comune per il progresso del Medio Oriente intero. Facciamo appello al popolo ebraico dovunque nella Diaspora affinché si raccolga intorno alla comunità ebraica di Eretz Israel e la sostenga nello sforzo dell’immigrazione e della costruzione e la assista nella grande impresa per la realizzazione dell’antica aspirazione: la redenzione di Israele.Confidando nella Rocca di Israele, noi firmiamo questa Dichiarazione in questa sessione del Consiglio di Stato provvisorio, sul suolo della patria, nella città’ di Tel Aviv, oggi, vigilia di sabato 5 Iyar 5708, 14 maggio 1948.

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Israele ha sventato una “serie di attentati contro civili e militari”

Posted by fidest press agency su lunedì, 27 aprile 2020

Sono stati organizzati da Hamas, uno dei quali al Teddy Stadium di Gerusalemme, impianto utilizzato dalle squadre di calcio della capitale (Beitar Gerusalemme, Hapoel Gerusalemme e Hapoel Katamon Gerusalemme) e che spesso ospita le partite della nazionale.A renderlo noto è stato lo Shin Bet, il servizio di sicurezza israeliano, che ha svelato altri particolari sui tre membri della cellula terroristica.Tutti avevano frequentato l’università di Bir Zeit di Ramallah, dove Hamas, che ha elogiato l’attentato avvenuto ieri in un check point vicino Gerusalemme, gestisce la sua principale cellula studentesca, finanziata con molto denaro proprio dal gruppo terroristico che controlla la Striscia di Gaza.In più, uno dei tre terroristi palestinesi di Hamas, originari di Qalandiya, Kafr ‘Aqab e Deir Jarir, era in possesso di carta d’identità israeliana che nel dicembre scorso gli ha consentito di poter effettuare diversi sopralluoghi al Teddy Stadium.Teddy Stadium che spesso è stato messo nel mirino dal terrorismo palestinese.
Correva l’anno 2001, quando due terroristi palestinesi persero la vita nell’esplosione della bomba che stavano confezionando nei pressi dell’impianto a poche ore dall’inizio delle Maccabiadi, una manifestazione multisportiva, simile ai Giochi olimpici, nata in ambiente ebraico ed organizzata sia nello Stato ebraico che in Europa.Era il 16 luglio e il tentativo palestinese di minare lo sport israeliano e di uccidere gli atleti ebrei provenienti da vari paesi non si concretizzò. Tentativo che il terrorismo provò a ripetere, senza successo, sia a cavallo tra il 2010 e il 2011 e sia nel 2014.La risposta più immediata è quella relativa alla possibilità di uccidere più persone possibile in uno stadio, la cui capienza massimo è di 20mila spettatori. Un’altra è che è la casa sportiva del Beitar Gerusalemme, club noto per il conservatorismo dei suoi tifosi.Un’analisi più approfondita, invece, fa ricercare la risposta nella volontà dei terroristi di colpire lo sport e il calcio nello specifico, visto come sinonimo di libertà personali (le divise delle giocatrici) e luogo di promiscuità dove uomini e donne assistono vicini all’evento.Caratteristiche intollerabili per il terrorismo islamico, che tenta di colpire lo sport, quale mezzo di avvicinamento tra le persone che contribuisce alla formazione di quella base valoriale tanto osteggiata da chi vuole solo la morte altrui.

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Lo stato di Israele e la causa palestinese

Posted by fidest press agency su sabato, 7 marzo 2020

Ci sono personaggi ossessionati dallo Stato di Israele che ritengono che sostenere la cosiddetta “causa palestinese” significhi negare la realtà e vomitare il proprio odio e pregiudizio contro lo stato ebraico, e spesso direttamente contro il popolo ebraico. Gabriele Rubini, meglio conosciuto dal pubblico come Chef Rubio, è uno di questi. Instancabile nel diffondere tramite i propri profili social insulti nei confronti di Israele e dei “sionisti” e nel fungere da megafono per le menzogne prodotte dalla propaganda propal nel corso degli anni, dall’inesistente apartheid attuato da Israele nei confronti dei non ebrei al mai esistito genocidio perpetrato ai danni del cosiddetto “popolo palestinese”, Rubini non perde occasione per lanciare i propri strali contro l’unica democrazia del Medio Oriente, forte anche del fatto che così facendo ottiene una ribalta che difficilmente avrebbe se parlasse di cucina o della sua professione.(Chef Rubio su Radio Radio, 28 Febbraio 2020)
Purtroppo venerdì 28 Febbraio l’emittente Radio Radio, piuttosto nota per occuparsi di sport nel corso della giornata con varie trasmissioni, si è resa complice di questo teatrino dando spazio in una trasmissione intitolata Food Sport condotta da Ilario Di Giovambattista (direttore della radio), Enrico Camelio, Francesco Di Giovambattista e Federico Russo, alle trite e ritrite bugie di Rubini, che in un intervento durato circa 20 minuti in cui – oltre alle note tesi del soggetto elencate prima – questa volta ha pensato bene di offendere anche le vittime della Shoah, avendo inoltre uno scambio con un radioascoltatore, durato molto poco, in cui comunque non ha mancato di mostrare il suo vero volto:.”Hai detto il tuo cognome per dimostrarmi che sei ebreo, ma non è che me fai paura,eh?” (Chef Rubio ad un ascoltatore su Radio Radio, 28 Febbraio 2020)
Come se non bastasse nel corso della trasmissione anche il conduttore ha pensato bene di dare spazio nuovamente ale tesi del deicidio: “Gesù è nato ebreo in Palestina ed è morto per gli ebrei. Sò gli ebrei che lo hanno ammazzato” (Ilario di Giovambattista, Radio Radio, 28 Febbraio 2020)
Non è la prima volta che Radio Radio “inciampa” in esternazioni antisemite (è di pochi mesi fa la “battuta” del giornalista Tony Damascelli sui proprietari del Tottenham Hotspur e dell’ AFC Ajax, un penoso scivolone a cui la direzione della radio non ha mai voluto porre rimedio), ed oggi monta nuovamente l’indignazione e la rabbia verso chi dovrebbe fare informazione piuttosto che dare spazio a pregiudizi antisemiti o a personaggi che diffondono odio gratuito contro Israele e falsità contro gli ebrei, fino a sfociare nel negazionismo. E’ ora di dire basta. Costi quel che costi.

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I risultati del voto in Israele

Posted by fidest press agency su giovedì, 5 marzo 2020

By Ugo Volli. Non sono definitivi ma abbastanza chiari al momento in cui scrivo, suggeriscono un paio di riflessioni al di là della cronaca politica immediata.La prima è questa: nell’immenso spazio geopolitico fra la Tunisia e l’India (escluse), fra il Mediterraneo e il Sudafrica e l’Oceano Indiano, Israele è il quasi il solo posto dove da oltre settant’anni si svolgono elezioni multipartitiche regolari e incontestate, spesso con risultati che nessuno aveva previsto, come questa volta. Sarà noioso dover andare alle urne tre volte in un anno, perché non esce una maggioranza chiara; ma ogni persona onesta ammetterà che non c’è confronto con gli scontri militari in Siria, Libia, Yemen, le monarchie assolute del golfo, le dittature con elezioni di rappresentanza come in Egitto e Iran, o quella buffa situazione dell’Autorità Palestinese in cui vi è un presidente eletto per quattro anni che è entrato nel quindicesimo anno di presidenza e nessuno si sogna di schiodarlo dalla sua carica se non degli altri aspiranti autocrati ancora più crudeli e meno democratici di lui. Bisogna ricordare questo fatto, che non è affatto un dettaglio, anche a coloro che non solo distinguono fra antisionismo e antisemitismo (mentre la prima di queste aberrazioni è sempre espressione della seconda), ma anche fra stato di Israele, governo israeliano e le sue politiche, come tendo a fare personaggi come Sanders, che si dicono “Pro-Israele” ma nemici del suo “governo reazionario e razzista”. E’ vero che per costoro vale la battuta, credo di Golda Meir a proposito di Haaretz: “l’ultimo governo di Israele che ha appoggiato era quello britannico del Mandato”. Ma comunque bisogna sapere che il governo israeliano e le sue politiche sono scelte fra un’ampia offerta politica, dagli elettori di Israele, cioè da una buona metà del popolo ebraico (più naturalmente i cittadini non ebrei) e dal popolo democraticamente consultato.La seconda considerazione riguarda la composizione di questo elettorato. Quasi il 13% dei voti sono andati alla “lista unita” che non si caratterizza tanto per la sua prevalente etnicità araba, ma per la radicale opposizione al progetto sionista. Come se in Italia ci fosse una lista borbonica che si oppone non etnicamente al Nord, ma al progetto fondamentale di uno stato unitario italiano. Bisogna anche notare che i suoi elettori non sono tutti gli arabi (ce n’è che votano per altri partiti, sparsi per tutto l’arco politico) né tutti arabi (gli estremisti di sinistra più radicali la votano contro il progetto sionista anche se sono ebrei). Il 14% sono charedim, gli elettori strettamente religiosi dei due partiti sefardita e askenazita. La destra, inclusi i religiosi sionisti ha il 5% dei voti, il Likud ha il 29 %. Insomma il blocco di governo arriva circa al 47% (che in seggi sono di più per un lieve effetto maggioritario del calcolo elettorale). Se si escludono gli antisionisti, c’è anche una netta maggioranza di elettori. Dall’altra parte i bianco-azzurri di Ganz arrivano al 26 e la sinistra supera il 5. Il totale fa il 32% degli elettori nel blocco di Gantz. Infine un po’ meno del 6% dei voti va a Israel Beitenu di Lieberman, che ideologicamente sarebbe di destra (e in tutte queste elezioni se avesse rispettato questa impostazione avrebbe fatto largamente superare la maggioranza al blocco di governo), ma si è associato a Gantz per odio a Netanyahu e ai charedim.

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Elezioni Israele 2020

Posted by fidest press agency su lunedì, 2 marzo 2020

Mancano ormai pochissimi giorni alle nuove elezioni in Israele, il terzo tentativo in un anno di costruire una maggioranza parlamentare capace di dare un governo pieno al paese e i sondaggi, certamente fallibili ma numerosi, sembrano escludere che si possa ottenere questa maggioranza anche stavolta. Non è una situazione insolita: in Spagna si è costituito un governo con maggioranza molto debole dopo quattro elezioni in due anni; i governi italiano, francese, anche tedesco sono più o meno in crisi e dai sondaggi sembra che eventuali risultati elettorali non li confermerebbero, insomma c’è una crisi piuttosto diffusa della democrazia rappresentativa, che al di là delle peculiarità dei singoli partiti deriva da una perdita di egemonia dei tradizionali apparati ideologici (partiti tradizionali, stampa, “stato profondo” e cioè soprattutto sistema giudiziario, diplomatico e universitario), che pure conservano un potere predominante, su larghi strati della popolazione. Al di là delle singole forme in cui questa crisi si manifesta, vi sono sintomi comuni, come la messa sotto accusa da parte del sistema giudiziario o politico di leader che sono espressione di questa spinta (Netanyahu in Israele, Salvini in Italia, Trump negli Usa, Wilders in Olanda ecc.), la sostituzione della stampa con i social media quali mezzi principali di comunicazione politica, naturalmente condannata non solo dagli editori e dai politici, ma anche dagli intellettuali, la mancanza di consenso trasversale anche sui grandi tempi di interesse nazionale.In Israele le cose sono rese più conflittuali da una serie di fattori, innanzitutto dalla presenza di quasi il 20% dell’elettorato che non si riconosce affatto nelle fondamenta sionista dello stato (non solo gli arabi, ma anche gli estremisti antisionisti di origini ebraiche, soprattutto di estrema sinistra). Vi è poi in generale un sistema politico estremamente parcellizzato in gruppi per così dire tribali, per cui fedeltà collettiva precede le scelte politiche. Per esempio i due partiti religiosi (haredì), che condividono buona parte del programma, sono irrimediabilmente divisi per affiliazione d’origine fra askenaziti e sefarditi; gli elettori di Israel Beitenu, tendenzialmente nazionalisti, continuano a seguire le posizioni del loro leader Lieberman, anche se da un paio d’anni egli ha reso impossibile la conferma dello schieramento di destra cui naturalmente essi appartengono, per odio a Netanyahu e contrapposizione con i religiosi. Di solito si incolpa delle difficoltà di formare il governo il sistema elettorale israeliano (proporzionale puro, con un collegio unico nazionale, liste degli eletti dipendenti dalle scelte dei partiti, barriera di ingresso piuttosto bassa (3,5%)), accusandolo di favorire la frammentazione politica; ma probabilmente è vero l’inverso: è la frammentazione dell’elettorato, la personalizzazione delle sue scelte, l’enfasi sulle differenze, che ha determinato questo sistema e la coseguente difficoltà nel produrre maggioranze, che dura da settant’anni, tanto che anche il padre della patria Ben Gurion ne fece più di una volta le spese.
Oggi il paradosso vuole che nel paese permanga una maggioranza chiara a favore delle politiche che Netanyahu ha condotto negli ultimi dieci anni: contenimento della “questione palestinese”, senza rotture ma senza illusione di soluzioni magiche e cercando di gestire il conflitto e di limitare la violenza evitando nei limiti del possibile una guerra; resistenza diplomatica e militare all’imperialismo iraniano con la costruzione di alleanze larghe e in parte sottotraccia con i paesi arabi sunniti; collaborazione piena con chi sostiene Israele (per esempio Trump) e rifiuto di piegarsi alle imposizioni di chi lo avversa (Obama, l’Unione Europea), anche qui però cercando di non rompere e di gestire il conflitto; liberalismo in economia, investimenti in settori innovativi, relazioni non conflittuali con il mondo religioso anche a costo di ritardare la loro integrazione nelle forze armate e di non soddisfare le richieste degli ebrei americani prevalentemente non ortodossi eccetera.Su questa linea sono infatti schierati non solo il Likud (che vale fra il 25 e il 30% dei voti), ma anche i religiosi (fra il 12 e il 15%) la destra (intorno al 6-8%), ma anche gli elettori di Israel Beitenu (intorno al 6-8%) e perfino qualche elettore del movimento Bianco-Azzurro (che vale anch’esso il 25-30%), ma che è la fusione di tre partiti o movimenti personali, per lo più di centrosinistra. Ha dunque senso sommare la quota elettorale di questo movimento con la sinistra unificata (intorno al 6-8%). A parte vanno considerati i partiti arabi federati: alcuni di essi sono chiaramente vicini a movimenti terroristi, come Hamas, altri sostengono l’Autorità Palestinese, ma anche i più “moderati” sono chiaramente antisionisti, disposti a collaborare eventualmente a un governo solo se per esempio non accettasse il piano Trump e se non esercitasse il diritto all’autodifesa di Israele.Ecco il paradosso, dunque: esiste nel paese una maggioranza chiara a favore delle politiche incarnate da Netanyahu (elettori del Likud, della destra, dei religiosi, di Israel Beitenu); ed esiste nella rappresentanza politica una maggioranza che vuole “chiunque ma non Netanyahu): arabi, sinistra, bianco-azzurri, Lieberman, magari con l’appoggio di pezzi importanti del sistema giudiziario e mediatico. Il cuore della contraddizione, come è chiaro, è Israel Beitenu e il suo leader Lieberman. Anche perché un fronte incentrato sui bianco-azzurri avrebbe serissime difficoltà a proporre un programma di governo unitario e poi a mantenerlo: Lieberman e gli arabi si sono dichiarati a vicenda incompatibili; Gantz ha detto di volere approvare il piano Trump, che per gli arabi è inaccettabile; bisogna chiedersi che cosa direbbero gli stessi arabi ma anche l’estrema sinistra di Meretz se si rendesse necessaria una difesa militare attiva in Libano e Siria o un’operazione a Gaza.
Gantz ha già detto che non intende imbarcare al governo i partiti arabi, ma questo li lascerebbe solo la possibilità di un governo di minoranza, che non è affatto detto riuscirebbe a comporre e comunque sarebbe dipendente dalla loro astensione alla Knesset, ritirabile in qualunque momento. E del resto non è affatto detto che l’estrema sinistra “post-sionista” di Meretz presenterebbe meno difficoltà. Sia Gantz che Lieberman hanno fatto conto sulla possibile frammentazione dello schieramento di destra e sul tradimento di Netanyahu da parte del Likud; ma queste cose non sono accadute nei mesi scorsi e non si vede perché dovrebbero avvenire adesso, dopo gli ottimi risultati degli ultimi mesi di governo. Dunque è probabile che le consultazioni dopo il 3 marzo saranno di nuovo senza esisto e che si vada a nuove elezioni a settembre. Nel frattempo il processo a Netanyahu inizierebbe, ma non è affatto detto che questo vada a suo danno, perché nell’impostazione dell’accusa vi sono numerosi elementi problematici che emergerebbero a un dibattito pubblico che Netanyahu ha sempre voluto e mai ottenuto, come non ha mai ottenuto un confronto con Gantz. Insomma al momento non si vedono soluzioni per lo stallo del sistema politico israeliano. Non resta che sperare in una spinta innovativa dell’elettorato. (by Ugo Volli)

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Antisemitismo in Spagna, 58 comuni boicottano i prodotti israeliani

Posted by fidest press agency su sabato, 29 febbraio 2020

La geografica dell’odio antiebraico e anti-israeliano fa tappa nel paese iberico, dove comuni guidati da sindaci della coalizione di sinistra (Podemos, IU e PSOE) hanno deciso di boicottare società, prodotti, enti o organizzazione israeliane o collegate al popolo ebraico, dichiarandosi per l’appunto “ELAI” – “Espacios Libres de la Aparadaid Israelì”. Il provvedimento ha portato compagnie teatrali, docenti, cineasti, attori o compagnie israeliane a essere respinti dalle formazioni di sinistra dei vari comuni spagnoli. Addirittura un documento imponeva il riconoscimento di uno stato palestinese agli artisti della Mayumana (famosa compagnia di danza israeliana) in cambio dell’assunzione o di presenza del pubblico per i loro spettacoli.
Cadice, dove il sindaco José María González ha cancellato un ciclo cinematografico israeliano dopo essersi unito alla rete ELAI di comuni promossa dal movimento BDS , dichiarando apertamente che il suo consiglio comunale non avrebbe assunto alcun israeliana per le attività della città. González, fra l’altro, ha detto di non essere “xenofobo” ma di voler combattere “la xenofobia degli israeliani”. Come ha scritto il sito spagnolo Libremercado.com il primo cittadino utilizza “la xenofobia per combattere la xenofobia”.Gijón, dove il comune è stato proclamato “Libero dall’apartheid israeliano” e in cui sono stati distribuiti adesivi e manifesti per attaccarli sulle vetrine dei negozi per far notare che si trattava di un esercizio “privo di apartheid israeliano”.Molins de Rei, in Catalogna, dove alla squadra femminile di pallanuoto israeliana è stato negato l’uso degli impianti sportivi municipali. Sempre in Catalogna, la sindaco di Barcellona, Ada Colau, è stata accusata di condurre campagne di odio verso Israele.

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Israele ha neutralizzato un cyberattacco di Hamas

Posted by fidest press agency su giovedì, 20 febbraio 2020

A riferirlo è stato il portavoce dell’IDF (Forze di difese israeliane) Jonathan Conricus, secondo cui gli hacker palestinesi hanno tentato di spiare le attività dell’esercito israeliano e conoscere l’esatta posizione dei singoli soldati, cercando di prendere il controllo dei loro smartphone.Come? Gli informatici di Hamas hanno finto di essere giovani ragazze per convincere i soldati israeliani a dare loro il numero di telefono e poter così controllare il dispositivo attraverso l’installazione di un software.Il colonnello Jonathan Conricus ha dichiarato:“Abbiamo sventato un tentativo di Hamas di diffondere un virus spia nei telefoni di decine di militari di Tzahal. A questo scopo contattavano i soldati sui social network e gli proponevano di scaricare programmi nocivi”.Hamas utilizzava sintetizzatori vocali con lo scopo di ricreare delle voci femminili per conquistare la fiducia del militare di turno che, sentendosi al sicuro, avrebbe dato libero accesso alla rubrica telefonica e alla geolocalizzazione del suo telefono cellulare.Una tecnologia all’avanguardia e di primissimo ordine che cancella la credenza secondo cui Hamas non abbia armi. Hamas ha molte e diverse armi per combattere Israele. Se vengono percepite inoffensive è perché lo Stato ebraico ha un’elevata capacità difensiva, che costa tantissimo sia dal sotto il punto di vista economico che umano.Missili, palloncini incendiari e animali fatti volare con ordigni da far scoppiare sul territorio israeliano e uccidere i suoi cittadini.Hamas ha un piano preciso e ben articolato per attaccare Israele. Un piano che prevede anche l’utilizzo della tecnologia di ultima generazione.Per fortuna, Israele è sempre pronto a difendersi e fronteggiare chi vuole la sua distruzione. Quando se ne accorgeranno i media e l’opinione pubblica?

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La black list contro Israele del Consiglio ONU per i diritti umani

Posted by fidest press agency su giovedì, 20 febbraio 2020

By David Elber. L’ultima tappa della guerra del Consiglio ONU per diritti umani contro Israele si è compiuta con la pubblicazione di una autentica “lista di proscrizione” contro oltre 100 aziende che operano in Giudea, Samaria, Gerusalemme e nelle alture del Golan.Prima di entrare in merito alla vicenda e all’autentica ossessione che il Consiglio ONU dei diritti umani di Ginevra ha nei confronto dello Stato di Israele, è opportuno sottolineare che nessuna norma del diritto internazionale prevede l’illegalità di attività economiche, commerciali o industriali in territori contesi o occupati (con l’eccezione dello sfruttamento coatto della popolazione o l’esproprio di beni privati come ad esempio nel caso di Cipro nord) da parte della potenza occupante. Infatti nessuna obiezione ad esempio, è mai stata fatta alla Turchia per l’occupazione di Cipro Nord o al Marocco per l’occupazione del Sahara Occidentale. Ma neanche è mai stata fatta ad imprese economiche francesi operanti nella Saar durante l’occupazione francese, o nel caso di imprese USA a Berlino – occupata dagli americani fino al 1990 – o in Giappone. Questa “non regola” è, solamente, applicata a Israele senza che se ne conoscano le basi giuridiche. Oltre a questo, la stessa definizione di “territori palestinesi occupati” utilizzata dal Consiglio ONU per i Diritti Umani non ha nessuna base legale nel diritto internazionale, in quanto Israele non ha mai occupato nessun territorio palestinese ne tanto meno si può definire la situazione di Giudea e Samaria come di territori in “stato di belligeranza” visto che l’attuale situazione è disciplinata nei minimi dettagli – dal 1995 – da accordi sottoscritti tra le parti (Israele e Autorità Nazionale Palestinese) e che ha come garanti gli USA, la UE, l’Egitto, la Giordania, la Norvegia e la Russia. Bisogna anche sapere che questo organismo onusiano, negli ultimi anni ha addirittura istituito un’agenda di lavori permanente, la famigerata Agenda 7, che si occupa –unico caso al mondo – solo dei “crimini” di Israele durante una sessione speciale convocata oppostamente tutti gli anni. Basta leggere gli Stati che fanno parte di questo Consiglio per rendersi conto che si fa fatica a trovare uno Stato che rispetti i più elementari diritti umani. Però Israele ha ricevuto più risoluzioni di condanna, “motivate” peraltro solo politicamente, di tutti gli altri paesi del mondo messi insieme.Entrando in merito alla “blacklist” pubblicata Consiglio ONU per diritti umani, si scopre che il tono utilizzato è più “mafioso” che giuridico: infatti non c’è nessun implicito riferimento a violazioni del diritto – non essendocene le basi – ma si fanno velate allusioni che le attività di queste 112 aziende impegnate in attività economiche nei “territori occupati” potrebbero incorrere in procedimenti legali se si evidenziassero violazioni del diritto internazionale. Come sempre, in questi casi, non vi è nessuna menzione a nessuna norma del diritto internazionale che sarebbe, eventualmente, violato. Il vero intento è chiaro: spaventare le aziende per indurle a cessare ogni tipo di attività economica.
Anche la tempistica della pubblicazione di questa lista non è casuale e ha una sua valenza squisitamente politica: è stata fatta a pochi giorni di distanza dalla pubblicazione del piano di pace dell’amministrazione Trump. E’ da rimarcare che la lista era pronta dal 2016.
Cosa può aspettarsi Israele, in futuro, da questo ennesimo atto discriminatorio? La prima mossa sarà effettuata alla prossima sessione del Consiglio ONU per diritti umani che si aprirà il 24 febbraio, dove la lista sarà diffusa e dibattuta per mettere pressione alle aziende interessate. Poi la palla passerà nel campo di altre organizzazioni internazionali per prendere altre decisioni in merito. E’ tutt’altro che infondata l’ipotesi che la lista finirà sul tavolo di qualche giudice della Corte Penale Internazionale per aprire un ulteriore procedimento contro lo Stato ebraico. E’ davvero auspicabile che Israele e gli USA alzino la voce per difendere, in tutte le sedi opportune, quel che rimane del diritto internazionale.

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Terrorismo in Germania

Posted by fidest press agency su lunedì, 20 gennaio 2020

Dopo l’attentato del dicembre 2016 in un mercatino di Berlino, il livello di allerta si è alzato senza più riabbassarsi. Sono numerose, infatti, le operazioni antiterrorismo ordinate dalle autorità tedesche per tentare di arginare quella che appare come una vera e propria deriva.Ultima in ordine di tempo, quella effettuata nei distretti berlinesi di Hellersdorf, Hohenschönhausen, Spandau e Köpenick, a Ludwigsfelde nel Brandeburgo, a Hagen nella Renania settentrionale-Vestfalia e ad Arnstadt in Turingia.Il blitz della polizia tedesca ha portato all’arrestato di cinque ceceni, di età compresa dai 23 ai 28 anni, che secondo le indagini stavano preparando attentati, uno nei quali alla Nuova Sinagoga di Berlino: l’edificio si trova sull’Oranienburger Strasse, una strada del centro città. Venne costruita nel XIX e fu distrutta durante la Seconda guerra mondiale, per poi esser ricostruita – anche se solo parzialmente – negli Anni 90.La presunta cellula terroristica, sotto osservazione delle autorità tedesche dal settembre 2019, aveva girato numerosi filmati attorno al luogo di preghiera ebraico.Secondo le prime ricostruzioni, la polizia tedesca è intervenuta solo dopo che i presunti terroristi pensavano di esser riusciti ad aggirare i controlli. La sensazione di poter agire in sicurezza e passare quindi alla fase operativa del piano si è ritorto contro ai cinque ceceni, che sono stati arrestati dalle forze dell’ordine di Berlino.Il blitz, avvenuto martedì scorso, è l’ennesima conferma della penetrazione del terrorismo islamico in Germania e del pericolo che corrono gli ebrei del paese, stretti nella morsa dell’antisemitismo sia di natura islamica che di natura relativa all’estrema destra.

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