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La trappola di Gaza: perché si è riaperta e che cosa Israele può fare

Posted by fidest press agency su mercoledì, 8 maggio 2019

By Ugo Volli. Riassumo la situazione di Gaza per chi non l’avesse seguita o non fosse riuscito a capire quel che è successo dalle cronache del tutto insufficienti dei giornali. Venerdì pomeriggio Hamas ha organizzato il solito assalto di massa verso il confine di Israele. Erano pochi, meno di diecimila, ma quanto basta per mandare centinaia di bombe incendiarie volanti sul territorio israeliano, per coprire un terrorista armato di coltello che è stato arrestato dopo che aveva superato la barriera di sicurezza e soprattutto dei cecchini che hanno sparato sui soldati israeliani incaricati di difendere il confine, ferendone due. A questo punto le forze israeliane hanno reagito come è necessario in questi casi, sparando contro le posizioni di Hamas e uccidendo due terroristi. La reazione dei gruppi terroristi è stata molto intensa. In circa 24 ore hanno sparato quasi 500 razzi e proiettili di mortaio su città e villaggi israeliani vicini a Gaza. La maggior parte di questi missili sono caduti in campagna o sono stati fermati dal sistema antimissile Iron Dome, ma alcuni sono arrivati direttamente nelle case, uccidendo un uomo e facendo alcune decine di feriti. Un paio di morti li hanno provocati con razzi difettosi sulla popolazione di Gaza. Bisogna sottolineare che obiettivi dei razzi e perdite riguardano solo civili: non si è trattato di un confronto militare, ma di un atto terroristico. Israele ha reagito con un bombardamento mirato su impianti militari e su sedi di Hamas, sembra anche sulle case dei suoi massimi dirigenti. Mentre vi scrivo (domenica a mezzogiorno) il confronto va avanti nonostante il tentativo di mediazione egiziano. Per aggiornamenti continui, vi consiglio questo link.
Fin qui la cronaca. Per capire che succede, bisogna porsi alcune domane. La prima è: che cosa fa la comunità internazionale, l’Unione Europea, l’Onu, il Vaticano di fronte allo spettacolo di un gruppo terrorista che cerca di incendiare il territorio di uno stato vicino, spara alle guardie di frontiera, spedisce 430 razzi in un giorno contro la sua popolazione civile? La risposta è “nulla”, se va bene spende qualche parola di “condanna alla violenza”. “Da tutt’e due la parti”, naturalmente. L’eccezione è l’America, ma si sa che Trump è un “sovranista” cattivo e che non conta. Magari altri “sovranisti” si uniranno alla solidarietà americana, chessò, Bolsonaro, Orban Salvini; ma sono cattivi anche loro. Nessuna sorpresa, basta vedere le cronache dei giornali per capire come questo atteggiamento di tolleranza del terrorismo contro Israele sia condiviso dai benpensanti.
La seconda domanda, più seria, è perché i terroristi agiscono così. La risposta va divisa in punti. Il primo punto è che non si tratta affatto di gesti popolari o spontanei. Il fatto che gli attacchi da Gaza procedano a ondate, con l’uso massiccio di risorse militari, testimonia che sono sotto il controllo delle centrali terroriste, che sono atti politici, di cui bisogna capire il senso. Si possono ricostruire tre obiettivi principali. Il primo è cercare di conquistare nuove regole del gioco, in cui sia sancita che la violenza quotidiana di Hamas (attacchi al confine, spari sui soldati, palloni incendiari, oltre ovviamente ai coltelli e al resto della “resistenza popolare”) è legittimo e dev’essere subito, mentre la reazione israeliana non lo è e merita rappresaglie. E’ una stortura criminale che ho cercato di spiegare qui, ma è anche un loro obiettivo politico costante. Il secondo obiettivo è ottenere vantaggi concreti (l’ampliamento della zona di pesca, la consegna dei finanziamenti che vengono dal Qatar ecc.), approfittando con attenzione delle scadenze interne israeliane: un mese fa le elezioni, oggi il concorso dell’Eurovision, che è importante per il turismo e l’immagine internazionale di Israele. Il terzo è procedere verso l’obiettivo strategico della distruzione di Israele e del genocidio che vorrebbero realizzare, e più realisticamente mostrare a tutti i militanti palestinisti che questa è la strada che si persegue a Gaza, a differenza dei mollaccioni di Ramallah, indebolendo ulteriormente l’incapace e senile Mohamed Abbas.Un quarto obiettivo, che probabilmente è il principale, viene dall’esterno, dal regime iraniano che controlla, finanzia e arma sia Hamas che la Jihad islamica, l’altro gruppo terrorista di Gaza che sta crescendo di forza e dimensioni. L’Iran grazie all’azione dell’aviazione israeliana sta perdendo la battaglia decisiva per la costruzione di un’infrastruttura militare in Siria da cui attaccare Israele. E’ interesse vitale dell’Iran dividere e logorare le forze armate di Israele, che non possono essere numerosissime, data la dimensione del paese. Altrettanto importante per gli ayatollah è rompere la coalizione che si è formata per contrastare la loro spinta imperialistica, in cui Israele la parte militarmente più importante, insieme a Egitto e Arabia. Per ottenere entrambi questi risultati il modo migliore sarebbe far impantanare l’esercito israeliano in un’operazione e poi magari in un’occupazione a Gaza, che impegnerebbe forze importanti distogliendole dal fronte settentrionale e produrrebbe molte perdite sia fra i militari sia inevitabilmente nella popolazione civile in Israele come a Gaza, esaltando i sentimenti antiebraici dei paesi arabi, anche quelli di fatto oggi alleati a Israele.
E’ un calcolo che fanno tutti, gli iraniani che ci sperano, Hamas che ci rimetterebbe ma deve starci visto che i suoi padroni vogliono così (e che comunque ne ricava uno spazio di immunità) e il governo e lo Stato Maggiore israeliano che devono pagare dei prezzi politici per non cadere in trappola (a questo proposito sono particolarmente ciniche le dichiarazioni di Gantz, che sa di cosa parla, e di Lapid, che probabilmente invece non capisce, cioè degli sconfitti delle ultime elezioni che attaccano il governo su scelte condivise da tutto l’apparato militare). In sostanza i responsabili di Israele, e prima di tutto Netanyahu, sanno di non dover cadere nella trappola iraniana di cui Hamas è l’esca. Un’operazione su Gaza porterebbe i morti dalle unità alle centinaia, esporrebbe a rischio la popolazione israeliane e probabilmente non sarebbe risolutiva se non seguita da una complicata, difficile e sanguinosa rioccupazione di Gaza.Anche perché le perdite delle due ultime grosse ondate di terrorismo dei missili, questa e quella del Novembre scorso (tre morti finora e alcune decine di feriti) sono ben lungi dal presentare un pericolo esistenziale per Israele, anzi sono inferiori ai costi del terrorismo spicciolo, quello dei coltelli, delle macchine, delle bombe incendiarie e dei sassi, che Israele subisce da anni cercando di arrestare o eliminare i terroristi. Noi siamo più impressionati dai missili, ma non bisogna cedere all’emozione. Anche perché le minacce di bombardare Tel Aviv o l’aeroporto Ben Gurion sono rimaste per ora sulla carta, ma certamente in caso estremo sarebbero attuate, provocando probabilmente altre perdite.
Che può fare dunque Israele? probabilmente potrebbe ampliare i suoi obiettivi, di alzare il prezzo del terrorismo dei missili, mirando a colpire la catena gerarchica di Hamas, cosa che negli ultimi anni non si è fatta. Anche qui con molta oculatezza, perché al di là della retorica del tifo, l’escalation non è interesse di Israele. Vedremo il seguito di questa vicenda. Ricordando sempre che essa non va valutata sulla base passionale dello sdegno per i crimini terroristi o del bisogno di vendetta immediata, ma sulla logica strategica dei danni e delle convenienze.

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Più di 700 missili sono stati sparati da Gaza verso Israele

Posted by fidest press agency su martedì, 7 maggio 2019

Hanno causato la morte di 4 persone. Dalla Striscia un massiccio lancio di ordigni che ha portato a un’escalation e alla risposta dello Stato ebraico in difesa dei suoi cittadini.
All’alba di ieri è arrivato il cessate il fuoco grazie alla mediazione dell’Egitto. Dalla comunità internazionale era arrivata una ferma condanna del lancio di razzi palestinesi contro i civili israeliani. Usa, Francia e Ue, fra gli altri, avevano chiesto ad Hamas e Jihad Islamica di fermare i vili attacchi.È la fredda cronaca di un fine settimane molto difficile per Israele, che ha visto la sua popolazione attaccata e colpita dall’odio del terrorismo palestinese. Ma anche per il governo di Gerusalemme, che si è riunito cinque ore per decidere il da farsi: rispondere bombardando precisi obiettivi militari.
Entrando nello specifico, il numeroso lancio di missili, oltre a seminare il terrore nei civili israeliani, ha mostrato l’enorme capacità bellica di Hamas e Jihad Islamica, data dai continui finanziamenti ricevuti: i razzi costano molto denaro, difficile sostenere che all’interno della Striscia non ci siano soldi.I soldi ci sono, ma invece di destinarli all’aiuto per la popolazione palestinese, vengono utilizzanti per uccidere i civili israeliani. Non solo perché ai terroristi palestinesi non interessa neanche la vita dei loro concittadini: hanno usato edifici civili per nascondersi mettendo in pericolo la popolazione palestinese di Gaza.

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Israele denuncia rapporti tra terrorismo e Ong

Posted by fidest press agency su venerdì, 8 febbraio 2019

Israele ha denunciato intensi rapporti fra il terrorismo islamico e alcune Ong. Il Ministero dello Stato ebraico per gli affari strategici ha distribuito alla stampa un rapporto intitolato “Terroristi in guanti bianchi”, in cui vengono sviscerati nel dettaglio i legami tra il terrorismo e queste organizzazioni non governative, alcune delle quali ricevono finanziamenti da paesi europei e da fondi filantropici.Secondo il rapporto esistono più di cento precisi collegamenti tra Hamas e Fplp e ong, atte alla promozione di campagne in favore della delegittimazione di Israele:“Hamas ed il Fronte popolare per la liberazione della Palestina utilizzano una rete di Ong che perorano il boicottaggio di Israele come una tattica addizionale nel loro obiettivo finale di smantellare lo Stato di Israele”.Il ministro di pubblica sicurezza israeliano Gilad Erdan ha affermato nel corso della conferenza stampa:“Il rapporto rivela la vera natura e i veri obiettivi del movimento BDS, e la sua connessione con il terrorismo e l’antisemitismo. Quando la gente parla degli obiettivi del movimento BDS, non si preoccupa di andare a leggere le dichiarazioni ufficiali dei suoi dirigenti. Se lo facesse, apparirebbe chiaro che gli obiettivi di quei dirigenti sono gli stessi dei capi delle organizzazioni terroristiche palestinesi. Il movimento BDS rifiuta il diritto di Israele ad esistere come stato nazionale ebraico all’interno di qualsiasi confine: vogliono che Israele venga cancellato dalla carta geografica. Per i terroristi, promuovere il boicottaggio è un modo diverso per perseguire lo stesso obiettivo”.Gilad Erdan ha continuato, sottolineando che membri di Hezbollah si presentano nei parlamenti europei come attivisti della società civile quando in realtà il loro obiettivo è di far rilasciare i terroristi.Erdan ha l’intenzione condividere il rapporto con l’International Homeland Security Forum:“Chiediamo loro di esaminare i legami terroristici delle ong che operano nei loro paesi. Faccio appello a tutti i governi, alle istituzioni dell’Unione Europea, agli enti filantropici, alle banche e alle piattaforme on-line per la raccolta fondi affinché pongano fine a ogni tipo di sostegno a favore di organizzazioni legate al terrorismo”. Questi tipi di legami non sono nuovi. Già nel dicembre scorso il quotidiano britannico The Daily Telegraph ha accusato la Commissione europea di aver finanziato l’Islamic Human Rights Commission (IHRC), un’organizzazione non governativa di chiaro stampo antisemita.

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Israele, Cirielli (Esteri): “Iran legittima diritto all’autodifesa”

Posted by fidest press agency su lunedì, 21 gennaio 2019

“Le parole del comandante dell’aeronautica di Teheran, generale Aziz Nasirzadeh, sulla volontà di eliminare Israele legittimano il diritto all’autodifesa dello Stato di Israele. Soprattutto alla luce della presenza di ingenti forze iraniane al confine con la Siria. Parole che confermano una minaccia concreta verso una Nazione con cui l’Italia deve dimostrare non solo a parole con atti concreti un’alleanza politica e militare”. E’ quanto afferma in una nota Edmondo Cirielli, Questore della Camera dei Deputati e componente della commissione Esteri.

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LATAM è sbarcata per la prima volta in Israele

Posted by fidest press agency su giovedì, 20 dicembre 2018

LATAM Airlines Group è atterrato lo scorso 13 dicembre per la prima volta all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, segnando l’inizio della sua nuova rotta da Santiago del Cile via San Paolo/Guarulhos a Tel Aviv. La rotta verrà operata tre volte a settimana il lunedì, il mercoledì e il sabato. Il volo (LA712) partirà da Santiago del Cile alle 21:05 (ora locale), l’aereo proseguirà poi il suo viaggio, partendo da San Paolo/Guarulhos alle 23:00 (ora locale) e atterrerà a Tel Aviv alle 16:05 (ora locale) del giorno successivo. Il martedì, il giovedì e la domenica, il volo (LA713) partirà da Tel Aviv, Terminal 3, alle 18:20 (ora locale) atterrando alle 5:35 (ora locale) del giorno successivo a San Paolo. L’aeromobile partirà poi da San Paolo alle 7:30 (ora locale) e arriverà a Santiago alle 10:45 (ora locale). I passeggeri latinoamericani e israeliani della LATAM saranno in grado di raggiungere più di 120 diverse destinazioni e città in tutta l’America Latina, come ad esempio Brasile, Cile, Argentina, Colombia, Ecuador, Perù, Uruguay e Paraguay.LATAM Airlines, membro dell’alleanza oneworld, opererà i suoi voli con un aeromobile Boeing 787 Dreamliner, offrendo 213 posti in Economy Class e 30 posti in Premium Business. I voli prevedono un servizio completo che include pasti, bevande, fino a due bagagli da stiva di massimo 23 kg ciascuno, bagaglio a mano fino a 8 kg, sistema d’intrattenimento di bordo e tanto altro. Il tempo di durata del volo è di circa 15 ore da Tel Aviv e 13 ore sulla rotta del ritorno. I biglietti sono già disponibili per prenotazione tramite le agenzie di viaggio e/o su latam.com. Questa nuova rotta è l’unica su cui vengono operati voli diretti tra l’America Latina e Israele. “L’arrivo in Israele della LATAM Airlines, una delle più grandi compagnie in America Latina, rappresenta una svolta nelle connessioni tra Israele e il Brasile e un’espressione di fiducia nel potenziale turistico israeliano nella regione, questo anche alla luce dell’enorme aumento del turismo incoming dall’America Latina. Lo sviluppo del turismo dall’America Latina rappresenta un obiettivo chiave e, all’interno di questo scenario, il ministero sta implementando azioni di marketing innovative tra cui girare una soap opera popolari in Israele e trasmetterla contemporaneamente anche in America Latina. Mi congratulo con la direzione di LATAM Airlines per l’apertura di questa nuova rotta e sono certo che l’eccellente collaborazione tra noi continuerà a dare nuovi frutti e porterà a nuovi traguardi nel turismo in arrivo dal Brasile e dall’America Latina”, ha affermato il Ministro del turismo istraeliano, Yariv Levin.

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Israele: il terrorismo palestinese continua a uccidere

Posted by fidest press agency su martedì, 18 dicembre 2018

In Israele il terrorismo palestinese continua a uccidere. Nella giornata di giovedìi il bilancio è stato di due morti e quattro feriti, a cui si è aggiunto il bambino nato prematuro vittima dell’attentato di domenica scorsa a Ofra, nella West Bank. Andiamo con ordine. Giovedì mattina a Gerusalemme un palestinese ha accoltellato due agenti di polizia. Poche ore dopo vicino a Ofra, un terrorista palestinese è sceso da un’automobile sulla superstrada Route 60 e ha sparato su un gruppo di persone alla fermata dell’autobus, uccidendone due e ferendone altrettante, di cui una in maniera grave: un uomo colpito alla testa. Il responsabile è riuscito a scappare ed è attualmente ricercato dai militari israeliani, che hanno requisito alcune filmati delle telecamere per capire i suoi spostamenti.Sempre nella giornata di giovedì si è aggiunta un’altra brutta notizia. Il neonato fatto nascere prematuramente dai medici, dopo che la mamma era stata ferita domenica scorsa in un attentato palestinese sempre a Ofra, è morto.La situazione sta diventando allarmante. Da settembre nella capitale d’Israele gli attacchi da parte del terrorismo palestinese sono quasi quotidiani, facendo salire la tensione alle stelle, mentre nella West Bank il bilancio è di dieci attacchi gravi in due mesi.In pochi giorni il terrorismo palestinese ha colpito più volte Israele, uccidendo due persone e un bambino.In Israele si muore alle fermate degli autobus, si muore dopo pochi giorni di vita, perché la propria mamma è stata ferita in un attentato e ha perso molto sangue. Non importa se si è militari o civili. Non importa se si è in una città o in un’altra.In Israele (e altrove) si muore perché si è ebrei.

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La mossa politica di Salvini in Israele

Posted by fidest press agency su lunedì, 17 dicembre 2018

Forse per celebrare il settantesimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, il ministro Salvini si è recato l’11 dicembre in Israele dove dapprima ha perlustrato il confine col Libano “terrorista” e poi, ignorando del tutto i palestinesi, ha incontrato Netanyahu e i suoi ministri a un duplice scopo: riorientare la politica italiana stabilendo un asse tra Italia e Israele per la lotta al terrorismo e alle migrazioni e per pianificare una comune penetrazione in Africa, e in secondo luogo riorientare anche”tutte” le grandi Istituzioni internazionali, l’ONU, l’UNESCO, l’Unione Europea, il cui atteggiamento “è sbilanciato in senso antisraeliano”. A tal fine, agendo da Amministratore unico dell’Italia, ha annunciato a sorpresa un incontro bilaterale ai massimi livelli tra i governi d’Italia e d’Israele a Gerusalemme all’inizio del prossimo anno.
Molti autorevoli ebrei italiani, guardando agli interessi supremi delle comunità ebraiche e dello stesso Stato d’Israele, avevano espresso una viva preoccupazione per l’annunciata visita del ministro degli Interni in Israele. Essi ritengono distruttivi per il popolo d’Israele e per gli Ebrei del mondo “rapporti del governo d’Israele con partiti e movimenti di estrema destra in Europa e nel mondo” in quanto “l’appoggio, pur strumentale e provvisorio, di partiti di destra inquinati dall’antisemitismo ma ostili all’Islam è una seduttiva lusinga. Un’illusione autodistruttiva”. Per questa ragione il presidente della Conferenza dei Rabbini europei Pinchas Goldshmidt ha chiesto ad Israele di “interrompere le relazioni con partiti di estrema destra in Europa, indipendentemente dalle posizioni che essi assumono sullo Stato ebraico. Infatti quando un partito è razzista, ostile a parti della società, “e intollerante rispetto alle minoranze, gli ebrei, pur non essendo oggetto di violenza oggi, lo saranno in un prossimo futuro”.
Gli ebrei si sentono in pericolo quando “nello spazio pubblico irrompono atteggiamenti o atti di razzismo contro stranieri e migranti” o atteggiamenti e atti aggressivi diretti contro le comunità Rom e Sinti; perciò gli ebrei italiani, firmatari di tale appello, avevano chiesto a Salvini una condanna di tutto ciò nella visita in Israele e “un impegno sul piano delle istituzioni a combatterne e rimuoverne le radici”
Ma egli non ne ha tenuto conto. Commentando l’attentato di Strasburgo egli ha detto che “occorre individuare, ricercare, bloccare e arrestare con ogni mezzo, verificare chi entra e chi esce da un Paese” e che il caso di Strasburgo doveva servire di lezione per chi “in Europa parla di porte e porti aperti. Casa mia e il mondo sono aperti alle persone perbene, chi porta violenza e distruzione non deve avere nessun tipo di compassione e di ospitalità”.
Quando il ministro italiano pronunciava queste parole si sapeva tuttavia che l’attentatore omicida, Cherif Chekatt, era un cittadino francese, nato a Strasburgo, però di un altro colore. Sicché inevitabilmente i non meritevoli di compassione e di ospitalità diventavano, nel messaggio così trasmesso, tutti i cittadini presenti in un Paese diversi per etnia dalla maggioranza degli altri cittadini. In sostanza un preavviso di pulizia etnica.
Questo messaggio sta entrando di giorno in giorno nella mente degli italiani. Come una volta avveniva per il calcio, Salvini ha trasmesso la sua visita e le sue parole in Israele “minuto per minuto” mediante Twitter, con cui parla direttamente con 933.000 persone che lo seguono e con cui attraverso il rilancio di TV e giornali raggiunge tutti gli altri. Molti si lamentano perché Salvini non fa solo il ministro degli Interni, ma fa anche il Primo Ministro, il ministro degli Esteri e il ministro dell’Economia. Ma questa non è la cosa più rilevante. La cosa più rilevante è che egli fa il ministro della Cultura Popolare (l’ultimo, prima di Salò, fu Pavolini). Non sarebbe poi così grave se ci fossero gli antidoti. Ma gli antidoti non ci sono perché tutto il coro degli oppositori di Salvini, giornali e partiti, lo sono per tutto tranne che per questo; la parola della caccia allo straniero, al profugo, al migrante, al musulmano, al rom, la parola della sicurezza e dell’autodifesa sta correndo indisturbata in Italia, lavora ai fianchi l’opinione pubblica per entrare nel senso comune. E se questo si compie, non ci sarà bisogno di arrivare fino agli ebrei per avere una società non più democratica e un regime senza Costituzione, come teme Zagrebelsky, e più nessuno sarà tutelato.
Questo ci pare oggi il vero caso italiano. Il ministro Salvini non vuole il fascismo, la sua è una resistibile ascesa, non è il cattivo che ci vuole dominare, ma la sua cultura lo è. È questa che non deve governare. Il resto si discuta, ma senza sbagliare le priorità. Non poniamo qui la questione del governo, che è politica e propria di un’altra sede. Ma poniamo il problema che si blocchi la pretesa di governare la cultura popolare, che non solo non ci sia un Ministero della Cultura Popolare, ma nemmeno ne venga esercitata la funzione in qualsiasi forma. Questo dovrebbero fare e pretendere le stesse forze di governo, proprio in forza del loro patto; questo di sicuro farebbero e otterrebbero gli altri partiti se ancora fossero tali, se ancora usassero del loro potere residuo non per sé, ma per il bene del Paese: non c’è neanche bisogno di essere di sinistra, basterebbe esserci.
Il sito Chiesa di tutti Chiesa dei poveri pubblica la presa di posizione degli ebrei italiani, il resoconto di un respingimento alla Malpensa, una rilettura, risalente a Pier Cesare Bori, della matrice interculturale della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, non solo “occidentale” ma confuciana laica e spirituale, e uno sviluppo del discorso sulla Costituzione e il suo inadempimento avviato da Zagrebelsky. (Fonte: Chiesa di tutti Chiesa dei poveri)

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Perché l’Italia continua a votare contro Israele alle Nazioni Unite?

Posted by fidest press agency su sabato, 8 dicembre 2018

By Ugo Volli. Dopo le “otto risoluzioni otto” contro Israele di quindici giorni fa, l’Assemblea Generale dell’Onu ne ha approvate altre sei sabato scorso. E come l’altra volta, l’Italia ha approvato la maggior parte delle risoluzioni. Si è astenuta questa volta da una mozione che richiede la restituzione alla Siria delle alture del Golan, da cui fino al ‘67 Assad bombardava regolarmente le città e i kibbutz italiani intorno al Lago di Tiberiade, ma ha approvato quella che condanna il controllo israeliano di Gerusalemme, dicendo due enormi falsità, cioè che non vi sarebbe rapporto fra popolo ebraico e la capitale di Davide, Salomone e di tutto l’ebraismo fino a oggi, e che nella città non ci sarebbe libertà religiosa, quando è vero esattamente il contrario, cioè che per la prima volta da sempre l’appartenenza di Gerusalemme a Israele permette a chiunque di pregarvi tranquillamente come vuole. Si è astenuta su una risoluzione minore, che assegna un budget per le attività antisraeliane che l’Onu organizza, ma ne ha approvata un’altra che stabilisce l’organismo che promuove queste attività. Ha approvato la più politica, che invocando una “soluzione pacifica” del conflitto, lo incolpa solo a Israele e si è infine astenuta sull’istituzione di un “comitato per gli inalienabili diritti del popolo palestinese, fra cui naturalmente è inclusa la distruzione di Israele. A questi voti bisogna aggiungere un piccolo (ma non tanto piccolo) scandalo: Il sito del governo italiano ha dichiarato che l’altro giorno il presidente del consiglio Conte ha ricevuto “il presidente della Palestina” come se fosse uno stato. Ora l’Italia non riconosce lo “stato di Palestina” ma l’ “Autorità palestinese” che non è uno stato: chi ha cambiato le carte in tavola?
Dal modo come l’Italia ha votato si scopre uno strano fenomeno e cioè che ha votato come quasi tutta l’Unione Europea (salvo Malta, quasi sempre contro Israele e l’Ungheria, quasi sempre favorevole. E che l’Unione Europea si è allineata alla Russia, che notoriamente è il protettore dell’arcinemico di Israele, l’Iran. Questo allineamento dell’Europa alla Russia (contro gli Usa, l’Australia, il Canada, in un paio di occasioni anche la Gran Bretagna) dà certamente da pensare, soprattutto a quelli che si illudono che l’UE sia la custode dello spirito occidentale contro il “sovranismo” di Trump.Ma io sono soprattutto preoccupato dell’Italia. Perché il nostro paese, il cui vice-premier Salvini ha sempre proclamato il suo appoggio a Israele e che alla faccia degli ebrei “progressisti” che hanno tanto peso nelle organizzazioni comunitarie e sui media, sarà gradito ospite dello stato ebraico fra una decina di giorni e ha spesso proclamato di essere “amico e fratello di Israele”, manifestando altrettanto spesso la propria amicizia agli ebrei italiani – perché dunque il governo in cui Salvini è parte essenziale, si allinea all’odio dell’Unione Europea per Israele?
Ci sono diverse risposte, che vanno tutte considerate. La prima è che l’apparato stesso del Ministero degli Esteri italiano, salvo qualche lodevole eccezione, è allineato al vecchio filoarabismo dell’Italia dei Moro, Craxi, d’Alema. Lasciato a se stesso, ha il riflesso condizionato di votare contro Israele, come nel caso dell’Unesco, che fece scandalo durante il governo Renzi e dallo stesso Renzi fu sconfessato. La seconda causa è che il ministro degli esteri Moavero appartiene pienamente a questo ambiente, non è stato scelto dalla coalizione ma imposto da Mattarella e cerca di fare una politica di appoggio all’Unione Europea e dunque all’odio antisraeliano di Mogherini. I voti all’Onu non vengono discussi in consiglio dei ministri e rientrano nella autonomia del ministro.
La terza ragione è la più pericolosa. Il ministero attuale mette assieme due partiti molto lontani fra loro in molte cose fra cui la politica estera. La Lega è amica di Israele e realista in politica estera. I 5 stelle sono in buona parte di estrema sinistra e dunque nemici di Israele e dell’America: Fico è favorevole all’immigrazione islamica come Boldrini; è d’accordo con Grillo nell’appoggio all’Iran. Queste posizioni filoiraniane sono ancora quelle del movimento. Nel frattempo: Di Battista appoggia le colonne degli immigrati clandestini che vogliono sfondare il confine americano e in generale è nemico degli yankees; Manlio Di Stefano, che i 5 stelle sono riusciti a piazzare anche come sottosegretario agli esteri con responsabilità sul Medio Oriente, è a sua volta nemico dichiarato di Israele “ha un problema con gli ebrei” : a sentire il Foglio i 5 stelle sono il partito più antisraeliano nel panorama politico italiano.

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Gaza: Perché Israele non ha reagito ai bombardamenti di Hamas con un’operazione militare

Posted by fidest press agency su giovedì, 15 novembre 2018

By Ugo Volli. Tutti sappiamo che nei giorni scorsi ci sono stati una serie di gravi incidenti a Gaza e dintorni. Una missione segreta, forse di raccolta di informazioni ma di cui non conosciamo l’obbiettivo e lo svolgimento, è stata scoperta e ha subito un’imboscata. Un tenente colonnello israeliano particolarmente stimato è stato ucciso e un altro ufficiale ferito. Nell’operazione di salvataggio la squadra dei terroristi che li aveva assaliti è stata distrutta, con sette morti dalla loro parte, fra cui un alto dirigente militare di Hamas; un’altra dozzina è stata ferita. In rappresaglia a queste perdite i terroristi hanno spedito quasi cinquecento fra razzi e colpi di mortaio su obiettivi civili Israele, uccidendo una persona (il caso ha voluto che fosse un lavoratore arabo di Hebron, che dormiva in una casa di Ashkelon e ferendone in diversa misura parecchie altre. Iron Dome ha abbattuto quasi tutti (ma non tutti) i razzi che apparivano diretti su luoghi abitati. L’aviazione israeliana ha risposto distruggendo una settantina di obiettivi militari e uccidendo una dozzina di terroristi. Dopo un giorno l’incidente è finito: Hamas ha chiesto il cessate il fuoco e il gabinetto di guerra israeliano ha deciso di non procedere con l’operazione di terra che era pronta. Gli abitanti delle comunità intorno a Gaza hanno protestato, e giustamente perché la loro vita è spesso resa difficilissima dagli attacchi missilistici e dai palloni molotov dei terroristi. Meno giustamente l’opposizione di sinistra (che rivendica l’eredità dei governi di Peres che ha consegnato quasi tutta Gaza all’Autorità Palestinese e di Sharon che ha sgomberato gli ebrei da quel che restava) ha attaccato il governo come incapace di difendere il paese. Ma questo sta nella dialettica democratica e saranno gli elettori a decidere chi ha ragione. All’estero e anche in Italia ci sono stati alcuni generali da salotto che senza alcun diritto politico o morale e soprattutto senza alcuna competenza hanno predicato l’occupazione di Gaza o la sua “distruzione”, dando dell’imbelle a Netanyahu.
In realtà il problema di Gaza non è risolvibile, può solo essere delimitato. Cerchiamo di guardare le cose dal punto di vista freddo di chi deve prendere le decisioni per Israele. A Gaza vi è un milione e mezzo di persone che non c’è modo di fare magicamente scomparire. Buona parte fra loro appoggiano i terroristi, che sono forti di parecchie decine di migliaia di uomini armati e hanno usato tutte le loro risorse per preparare tunnel e bunker di difesa, fortemente minati. Questi e i loro centri comando, le loro fabbriche e i loro depositi di armi, sono accuratamente sistemati vicino o sotto case d’abitazione, ospedali, scuole. Naturalmente non è possibile, per ragioni etiche e anche politiche, pensare di “spianare la striscia” con bombardamenti, come scrivono alcuni stupidi o provocatori. Né Hiroshima né Dresda possono essere esempi per l’esercito israeliano. Chi fosse così pazzo da tentarlo, provocherebbe la distruzione morale e probabilmente anche politica di Israele.
L’esercito israeliano può però conquistare sul terreno quest’incubo militare, ma a prezzo di molte decine o centinaia di morti suoi, e di migliaia o decine di migliaia di morti arabi, in buona parte civili. Ci sarebbe un prezzo politico altissimo da pagare, non solo sulle piazze occidentali ma anche nelle relazioni fondamentali che Israele sta costruendo con gli stati arabi contro l’Iran, che è il vero nemico pericoloso. Questa è la ragione per cui l’Iran sta finanziando Hamas esattamente per risucchiare Israele in un’operazione del genere.Una volta conquistata Gaza, bisognerebbe decidere che farne. Tenerla occupata, senza avere eliminato tutti i terroristi fino all’ultimo (il che è impossibile), ci sarebbe un’emorragia continua di morti e feriti nell’esercito, a causa di attentati. Inoltre dovrebbero stare qui truppe che servono a difendere il Nord, richiedendo richiami massicci di riservisti, con i problemi conseguenti. Lasciarla vorrebbe dire restituirla a Hamas, che ha radici profonde nella striscia e quadri anche all’estero; o darla alla Jihad islamica, che è espressione diretta dell’Iran, o consegnarla a Fatah, cioè ad Abbas, ammesso che volesse e sapesse tenerla; ma non bisogna farsi illusioni, il movimento non ha meno propensione al terrorismo di Hamas. Più probabilmente ne uscirebbe una specie di anarchia, in cui le bande terroriste competerebbero fra loro sulla capacità di infliggere danni a Israele. Si potrebbe infine fare un’operazione limitata come le precedenti, l’ingresso di qualche chilometro nel territorio di Gaza, con distruzione di risorse e organizzazione terroriste. Ma il risultato sarebbe solo provvisorio come nei casi precedenti. Al prezzo di qualche decina di morti fra i soldati israeliani e di qualche centinaia o migliaia di terroristi (ma anche di civili), e di costi politici notevoli, si restaurerebbe per un po’ di tempo la calma. Purtroppo se c’è una cosa che a Hamas non manca sono i ricambi militari, dato il lavaggio del cervello che ha inflitto alla popolazione. Le perdite, come è accaduto in passato, sarebbero presto ripianate.Guardiamo ora l’altro lato della bilancia, sempre con la lucidità al limite del cinismo che occorre in questi casi. Hamas ha usato 500 missili in un paio di giorni, ottenendo un morto e qualche ferito. Di fatto non ha danneggiato Israele se non nel morale degli abitanti vicino alla Striscia, costretti a subire un logorante bombardamento nei rifugi. Ma sul piano militare non è accaduto nulla di significativo. Anzi, si è dimostrata con chiarezza l’impotenza del terrorismo dei missili. Hamas avrebbe potuto continuare una settimana o un mese, senza fare davvero male allo stato ebraico. Anche il tentativo di concentrare nel tempo e nello spazio il bombardamento non ha avuto esiti: ci sono stati 80 missili lanciati in un’ora su un territorio limitato, e Iron Dome ha retto. Si può dire che questa occasione abbia dimostrato che l’arma dei razzi, almeno di quelli a corto raggio di Hamas, è spuntata. (Per quelli molto più sofisticati di Hezbollah e dell’Iran il discorso potrebbe essere diverso.) Come del resto non sono decisivi i loro tunnel e gli assalti in massa alla frontiera. Hamas è nell’angolo, può gridare vittoria quanto vuole, sul piano militare, come su quello politico è perdente.
In nome della “deterrenza” bisognava fare un’operazione di rappresaglia e entrare a Gaza, come Hamas ha in sostanza invitato a fare? No, era una trappola. Così ha valutato l’esercito israeliano e così ha deciso il gabinetto di guerra e Netanyahu. Israele è interessato alla calma, non vuole avere perdite inutili, non vuole offrire il fianco alla propaganda antisemita, sa che la guerra vera è quella del Nord, con Iran, Hezbollah, Siria (e dietro, almeno in parte la Russia). Ha scelto una linea razionale, non emotiva. Non si è fatto tentare dalla logica di “punire” Hamas per le sue provocazioni, ma ha badato al calcolo dei propri interessi. Non ha consentito che si lacerasse la trama del dialogo con i paesi sunniti. Non ha dato armi propagandistiche ai boicottatori. Non ha mostrato debolezza, ma lucidità.

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La tensione tra Israele e Hamas è risalita nelle ultime ore

Posted by fidest press agency su mercoledì, 14 novembre 2018

Dopo l’intermediazione egiziana della settimana scorsa che sembrava aver sancito un’intesa tra le parti, la situazione è precipitata tra domenica e questa notte, tanto che il premier Benjamin Netanyahu è tornato prematuramente in patria dal suo viaggio ufficiale a Parigi.
Nello spazio di poche ore circa 400 missili sono stati lanciati da Hamas verso Israele, accusata dal gruppo terroristico di un’azione avvenuta domenica al confine, in cui sono rimaste uccise un israeliano e sette palestinesi, fra cui un importante comandante militare del gruppo radicale.I centinaia di missili sparati da Hamas hanno fatto suonare le sirene al sud di Israele, la cui popolazione ha avuto 15” per mettersi in salvo. L’episodio più grave è stato quando un missile ha colpito un autobus in territorio israeliano ferendo una persona: dal mezzo erano usciti da pochissimo tempo 50 israeliani. Secondo le stime dell’esercito israeliano, il lancio di razzi di Hamas è stato il più alto di sempre, almeno in uno spazio di tempo così limitato. Esercito che ha reagito colpendo alcuni edifici di Hamas a Gaza. Gli attacchi, però, non sono arrivati all’improvviso: un piccolo missile è stato esplodere sull’obiettivo prima di colpire veramente l’obiettivo per dare il tempo ai civili di allontanarsi e salvare la propria vita.

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Antisemitismo, Israele, pregiudizio antisraeliano

Posted by fidest press agency su sabato, 20 ottobre 2018

By Ugo Volli. In questo periodo si rievoca l’anniversario del più vasto crimine della Shoah in Italia, la terribile retata nazifascista che decimò la comunità ebraica di Roma il 16 ottobre del 1943. Fra i ricordi meglio riusciti c’è stata la bella e commovente trasmissione di Alberto Angela, egli stesso nipote del medico Carlo Angela Giusto delle Nazioni che nella sua clinica salvò molti ebrei perseguitati dai nazisti.
Queste rievocazioni sono giuste e necessarie per preservare la memoria di un crimine che deve interpellare ancora oggi la coscienza di tutti. Ed è giusto, doveroso, l’impegno a non dimenticare e a impedire che l’orrore si ripeta in futuro. Ma qual è la lezione che bisogna trarre dai crimini nazisti, che cosa bisogna combattere oggi per impedire che l’orrore rinasca? Condannare i resti del neonazismo e il negazionismo che vi si accompagna è un ovvio dovere, ma non basta. Le accuse polemiche di fascismo e anche di nazismo in un mondo politico molto polarizzato come il nostro fioccano di frequente, ma se si va a vedere chi si identifica davvero con i nazisti, chi difende Hitler e le SS, chi nega che la Shoah sia accaduta o abbia avuto le dimensioni epocali che sappiamo, è chiaro che sono pochissimi e squalificati, almeno se guardiamo all’Europa. Nel mondo islamico, dove i “Protocolli del Savi di Sion” e “Mein Kampf” sono best seller e molti sui media pubblicamente rimpiangono che il nazismo non abbia finito il suo lavoro, è un altro discorso.
Utilizzare la Shoah per la polemica politica contemporanea, compiere quella che qualcuno ha chiamato la “redutio ad hitlerum” dei propri avversari, è un errore grave. Perché dire che quel che succede oggi è come quel che accadde durante il nazismo implica anche che gli eventi di allora sono come quelli di oggi: chiaramente non troppo gravi, tanto che ne parliamo tranquillamente. E dunque farlo, anche con le migliori intenzioni, significa mancare di rispetto alle vittime della Shoah e a chi ne ricorda personalmente la perdita. Dunque banalizzare, sottovalutare gravemente il genocidio.E allora da dove viene il pericolo e quale può essere la difesa contro una ripetizione? Bisogna prendere atto che la maggior parte del mondo ebraico e di quello occidentale – almeno quello degli intellettuali e dei politici più accreditati dai media in Europa e in Nord America- hanno preso su questo punto due strade molto diverse. In Europa è politicamente corretto pensare che i crimini del nazismo derivino dal nazionalismo, ne siano lo sviluppo estremo e quasi inevitabile. Inoltre si pensa che l’antisemitismo sia una delle forme del razzismo. Nazionalismo e razzismo si identificherebbero e produrrebbero odio per gli stranieri, e di qui verrebbero i crimini del nazismo.Dunque per combattere il ritorno del male bisognerebbe lottare contro la xenofobia eliminando il nazionalismo e, e cioè cercare di dissolvere le nazioni europee in un contenitore pochissimo definito culturalmente e anzi programmaticamente vago come l’Unione Europea, rinunciare alle tradizioni culturali, politiche e religiose “accogliendo” abbastanza stranieri che non le condividono affatto per renderle obsolete e minoritarie, favorire politiche e insegnamenti “interculturali” che assorbano e possibilmente cancellino le specificità delle nazioni europee. Che la diagnosi di partenza sia sbagliata, è facilissimo mostrarlo. Gli ebrei non erano affatto dei nuovi immigranti in Europa: quelli di Roma, i più antichi di tutti, erano arrivati almeno dai tempi di Giulio Cesare, ma in tutt’Europa erano presenti da un millennio e più. Dunque non è corretto né il paragone con l’immigrazione, né la diagnosi di xenofobia. La persecuzione degli ebrei risale a tempi in cui non solo le teorie del razzismo non erano state formulate, ma la parola “razza” non esisteva. L’antisemitismo non nasce col razzismo, al contrario il razzismo è solo un pretesto per un odio assai più antico. Ma soprattutto il nazismo non è stato un movimento legato all’idea di nazione, (sempre spazialmente limitata da altre nazioni), ma al contrario il tentativo di un impero universale degli esseri umani “superiori”. Esso non a caso si chiamava proprio “III Reich”, terzo impero, riecheggiando gli esempi romani e medievali e nell’ideologia nazista doveva abbracciare tutta la terra per un tempo lunghissimo, portando naturalmente pace e felicità. In molti stati davvero nazionali, dall’Inghilterra alla Danimarca, fino alla piccola Bulgaria, la Shoà trovò ostacoli proprio nella fierezza nazionale di governanti che volevano difendere l’intero loro popolo, ebrei inclusi.L’alternativa, come propone il filosofo israeliano Yoram Hazony nel suo bellissimo libro recente “The virtue of Nationalism”, è quella che era stata vista già in anticipo da Theodor Herzl, e poi realizzata da David Ben Gurion. Gli israeliani (e buona parte degli ebrei in generale) pensano che il modo per prevenire la persecuzione di piccole minoranze non convenzionali come gli ebrei sono da sempre, è la loro autodeterminazione nazionale, la fondazione di uno stato, la tutela delle tradizioni linguistiche, culturali e religiose, l’autodifesa contro i genocidi. L’essere insomma una libera nazione fra libere nazioni, non farsi riassorbire né in un impero del male com’è stato quello nazista, né in imperi che pretendono di essere del bene come è stata l’Urss e oggi tende a essere l’Unione Europea. Naturalmente perché le nazioni continuino a esistere invece di dissolversi nel calderone universalista dell’Europa e del mondo, bisogna che si impegnino a mantener viva la propria cultura, a soccorrere sì coloro che ne hanno bisogno ma senza perdere la propria specificità. E’ la politica di Israele, che ha caratterizzato l’impresa sionista dalle origini fino a oggi.L’Unione Europea detesta gli ebrei per la stessa ragione per cui l’ha fatto per due millenni la cristianità, poi l’Islam e il comunismo: per il suo rifiuto di farsi riassorbire, per l’ostinato attaccamento alla propria identità, per il suo essere il prototipo delle nazioni. Gli europei illuminati, che considerano le nazioni fonte di ogni male, arrivano a vedere nella difesa dello stato nazionale ebraico gli stessi sintomi che, sbagliando, leggono nella loro storia: nazionalismo, xenofobia. Per questo spesso hanno la faccia tosta di dire che Israele “è razzista” o “si comporta come i nazisti”. Non perché vi siano officine di morte o perché i palestinesi siano vittime di stermini – bastano i numeri della demografia a mostrarlo. Ma perché pensano che voler continuare a essere ebrei e ad avere uno stato ebraico sia un crimine. Purtroppo per loro, gli ebrei sono ben decisi a deluderli. Non vogliono farsi cancellare con nuove stragi; ma neppure sono disposti a suicidarsi culturalmente e ad aprire le porte a chi li vorrebbe eliminare. La loro risposta ai rischi di una nuova Shoah si chiama Stato di Israele.

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Ma chi vuole la pace in Medio Oriente?

Posted by fidest press agency su lunedì, 13 agosto 2018

Scrive Ugo Volli: “Si potrebbe fare la storia del conflitto arabo-israeliano usando solo i rifiuti arabi (o meglio della sua parte “militante” islamista o vicina alle dittature fasciste e comuniste) di fare la pace. Si potrebbe incominciare con l’accordo firmato il 3 gennaio 1919 fra Chaim Weizmann, leader dell’organizzazione sionista mondiale e l’emiro Faysal re della Siria e fratello del re di Giordania, in cui gli arabi accettavano la dichiarazione Balfour in cambio del riconoscimento della loro indipendenza. L’accordo non ebbe seguito, per l’opposizione britannica e della parte araba intransigente. In effetti Faysal fu probabilmente avvelenato qualche anno dopo, nel mandato gli inglesi dettero potere al nemico suo e degli ebrei Amin Huseini, nominandolo Muftì di Gerusalemme. Anche suo figlio Abdallah, re di Giordania, che trattava con il neonato stato di Israele, fu ucciso sulla spianata del tempio di Gerusalemme da un cugino del Muftì: due occasione d’accordo perse.
Nel 1936, su istigazione del Muftì, il Mandato di Palestina fu agitato da una grande rivolta araba contro gli inglesi e soprattutto contro gli ebrei. Gli inglesi crearono la Commissione Peel, per trovare una soluzioneal conflitto La Commissione Peel, propose di creare due stati indipendenti: uno per gli ebrei e uno per gli arabi: la prima “soluzione a due stati”. La spartizione proposta da Peel era fortemente sbilanciata a favore degli arabi, che avrebbero avuto l’80% del territorio conteso mentre agli ebrei sarebbe dovuto bastare il restante 20%. Nonostante le dimensioni minuscole dello stato che veniva loro proposto, Il comitato sionista votò a favore dell’offerta. Gli arabi invece rifiutarono, e ricominciarono i pogrom.
Subito dopo la guerra mondiale ci fu un’altro rifiuto arabo, il più noto: di fronte al fallimento del mandato britannico, l’assemblea generale dell’Onu aveva votato nel ‘47 (col voto contrario degli stati arabi e l’astensione inglese) una spartizione anch’essa assai favorevole agli arabi. Ma anche questa volta essi rifiutarono e iniziarono una “guerra di sterminio” contro il neonato stato ebraico. Nel ‘49, avendo perso la guerra, rifiutarono di fare la pace e accettarono al massimo degli accordi armistiziali. Lo stesso avvenne di nuovo del ‘67, dopo la guerra dei sei giorni con la risoluzione dei “tre no” presa nel vertice dei paesi arabi a Khartoum il 1 settembre, tre mesi dopo la fine della guerra: “no peace with Israel, no recognition of Israel, no negotiations with it”. (n.r. Che dire se non che per fare la pace bisogna essere in due e che i problemi non si risolvono rinviandoli poiché si corre il rischio di renderli irrisolvibili alzando il livello della contesa? Il dubbio atroce che ci attraversa è che possiamo essere già arrivati a questo livello di rapporti) (fonte: https://www.facebook.com/FocusOnIsrael)

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E’ proprio vero che Israele assedia la Striscia di Gaza? Guardiamo i fatti

Posted by fidest press agency su giovedì, 19 luglio 2018

In un suo recente scritto Ugo Volli c’invita ad una riflessione su quanto è accaduto e sta accadendo a Gaza. E’ una storia che sa di antico ma che ha la caratteristica di farsi cronaca senza soluzione di continuità perché c’è sempre qualcuno che tende a risvegliare antichi e mai sopiti dissapori in un’area di per sé già molto critica. Alla fine l’opinione pubblica mondiale si ritrova ad essere influenzata dai messaggi più interessati al catastrofismo e molto meno ad una obiettiva valutazione dei fatti. Per questo motivo non mi soffermo sull’idea da taluni paventata che la striscia di Gaza sia diventata una specie di isola assediata dagli israeliani e che il luogo sia diventato una sorta di prigione a cielo aperto o addirittura azzardando il paragone con Auschwitz. Né propendo a considerare la tesi di chi, a buon diritto, richiama la mia attenzione sul fatto che “tecnicamente” non è possibile considerare Gaza un territorio assediato.
Semmai mi chiedo se con pragmatismo le parti interessate abbiano realmente compiuto ogni sforzo per la pacificazione degli animi e ricercata una soluzione condivisa di convivenza civile, religiosa e sociale. Mi chiedo il perché, dopo decenni di vittime, di miserie e di distruzioni che non hanno portato a nessun cambiamento sullo stato delle cose, si continua a percorrere una strada tanto accidentata e senza sbocchi visibili rinunciando a praticare un accettabile accomodamento. Mi chiedo cosa accadrebbe se i palestinesi riponessero le loro armi inducendo gli israeliani a fare la stessa cosa e provassero a diventare dei buoni vicini? Non si tratta tanto di porgere l’altra guancia a chi ti schiaffeggia ma d’evitare che vi possa essere qualcuno che ti usi violenza. E’ forse utopia pensare che vi siano persone capaci di scegliere il percorso della fratellanza umana per dirimere i contrasti e che sia di gran lunga preferibile un sorriso al pianto di una madre per una violenza che si poteva evitare?
Gaza e i palestinesi ma anche gli israeliani che abitano in quell’area non meritano di diventare le vittime predestinate di un odio antico senza pensare che ogni giorno che viene è un inno alla vita, e che essa è una forza che ci sprona a comprendere che la pace è la sola un’arma che ci permette di diventare invincibili. Cerchiamo il modo per attenuare i clamori della violenza, a partire dai media, e ad esaltare il buono che è in tutti noi perché è nella pace l’avvenire che possiamo assicurare ai nostri figli e a farli vivere serenamente. (Riccardo Alfonso)

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La complessità dei materiali disordinati: un progetto di cooperazione tra Italia e Israele

Posted by fidest press agency su mercoledì, 4 luglio 2018

Il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale ha reso noto i risultati dell’ultimo bando per la cooperazione industriale, scientifica e tecnologica tra Italia-Israele. Tra i progetti finanziati c’è DISORDER, coordinato da Stefano Zapperi, professore di fisica e direttore del Centro per la Complessità e i Biosistemi dell’Università degli Studi di Milano, in collaborazione con Itamar Procaccia, professore di chimica fisica del Weizmann Institute of Science che, come Zapperi, è stato vincitore di un prestigioso Advanced Grant dell’European Research Council.Il progetto, che si propone di studiare la complessità nei materiali disordinati utilizzando i metodi della fisica teorica, prevede lo scambio di visite e la condivisione di competenze e risorse, per affrontare un problema di frontiera con importanti ricadute per lo sviluppo di materiali avanzati. L’apparente disordine dei solidi amorfi – cioè quei materiali come molti polimeri, i gel e i vetri metallici che non hanno la struttura ordinata caratteristica dei cristalli – è in realtà regolato da precise leggi matematiche. L’uso di simulazioni numeriche e metodi statistici consente quindi di studiarne le proprietà meccaniche, magnetiche e termiche, oltre a caratteristiche come la duttilità e la durezza, che sono mutualmente esclusive. Il diamante, per esempio, è uno dei materiali più duri ma non ha la stessa capacità di deformarsi senza rompersi che hanno le leghe metalliche, le quali però non hanno la sua stessa durezza.«Durante il ventesimo secolo si sono fatti passi da gigante nell’elettronica e nella scienza dei materiali grazie alla profonda comprensione raggiunta sulle proprietà dei solidi cristallini», spiega Zapperi. «In questo secolo la frontiera della conoscenza è rappresentata dai materiali amorfi e disordinati. Materiali duri come i vetri, o soffici come le schiume e i gel, hanno strutture apparentemente molto simili ma risposte meccaniche estremamente diverse. Comprendere come la microstruttura influenza la deformazione e rottura di questi materiali è l’obiettivo principale del progetto. La sinergia con il partner israeliano potrebbe aprire nuove prospettive dal punto di vista della ricerca, oltre che creare opportunità di scambio per i giovani ricercatori del gruppo».

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Partner Communications Announces Filing of a Shelf Prospectus in Israel

Posted by fidest press agency su domenica, 17 giugno 2018

Partner Communications Company Ltd. (“Partner” or “the Company”) (NASDAQ and TASE: PTNR), a leading Israeli communications operator, announced that it has published a shelf prospectus after having received the Israeli Securities Authority and the Tel Aviv Stock Exchange approvals. The shelf prospectus allows the Company the flexibility to offer from time to time until June 2020 (or if extended by the ISA, subject to certain conditions, until June 2021) debentures, ordinary shares and other securities of the Company in Israel. Any offering of these securities in the future will be made pursuant to a supplemental shelf offering report which will describe the terms of the securities being offered and the specific details of the offering. This press release is not an offer of securities for sale in the United States. Securities may not be offered or sold in the United States absent registration under the US Securities Act of 1933, as amended (the “Securities Act”), or an exemption from the registration requirements of the Securities Act. Any offering of securities pursuant to the shelf prospectus and any supplemental shelf offering report will be made only in Israel to residents of Israel, will not be registered under the Securities Act and will not be offered or sold in the United States or to U.S. persons (as defined in Regulation S under the Securities Act), except pursuant to an applicable exemption from registration under the Securities Act.

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L’Iran ha lanciato razzi su Israele

Posted by fidest press agency su venerdì, 11 maggio 2018

Poco dopo Israele ha risposto all’attacco. È l’estrema sintesi dell’aumento della tensione delle ultime ore in Medio Oriente. Tensione che già nelle scorse settimane, fra raid aerei e dossier segreti sul nucleare, si era notevolmente alzata.Di queste ore è l’attacco iraniano contro le postazioni israeliane sulle alture del Golan. Un portavoce militare dello Stato ebraico ha reso noto che sono circa venti i razzi lanciati dalla forza Al Quds iraniana. Alcuni sono stati intercettati da “Iron Dome”, il sistema di difesa antimissili di Israele.Lo stesso portavoce, che ha definito “l’attacco iraniano contro Israele è molto grave”, aveva annunciato una pronta reazione di Israele, che è arrivata poco dopo.Secondo l’agenzia ufficiale siriana Sana, citata da Rt, le forze israeliane hanno sparato colpi d’artiglieria dal Golan verso la provincia di Quneitra, in particolare sulla città di Baath:Tra gli obiettivi di Israele, depositi di armi e basi militari. Della risposta israeliana all’attacco iraniano, hanno parlato le autorità siriane secondo cui i missili israeliani avrebbe centrato e distrutto un radar.Il ministro della difesa Avigdor Lieberman ha dichiarato che si tratta del “più grande attacco che portiamo avanti da diversi anni a questa parte” e che “nessuno dei razzi di Teheran” è riuscito a colpire il territorio israeliano, sottolineando:“Spero che questo capitolo sia chiuso e che ognuno abbia avuto il suo messaggio”.Secondo Israele dietro l’attacco missilistico dell’Iran ci sarebbe Qasim Soleimani, il generale iraniano comandante dell’Apparato Qods, la struttura per le operazioni speciali che coordina le milizie sciite in Medio Oriente ed è coinvolta nel conflitto in Siria. (fonte: http://www.progettodreyfus.com/iran-attacco-israele/)

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Mostra TEL AVIV the WHITE CITY a cura di Nitza Metzger Szmuk

Posted by fidest press agency su giovedì, 26 aprile 2018

Roma 16 maggio – 2 settembre 2018 MAXXI, Museo nazionale delle arti del XXI secolo Via Guido Reni 4/A. In occasione dei 70 anni dalla nascita dello Stato di Israele, l’Ambasciata in Italia organizza in collaborazione con il MAXXI la mostra TEL AVIV the WHITE CITY a cura di Nitza Metzger Szmuk. Cento foto, schizzi, plastici, video, svelano una città nata da un progetto urbanistico di eccezionale portata a cui collaborarono più di 70 architetti e ingegneri tra gli anni ’20 e ’30 del Novecento. La nuova città fu disegnata secondo lo spirito del Bauhaus dai più importanti nomi dell’epoca, in primis Patrick Geddes, l’urbanista della Città Bianca, e gli edifici furono progettati sotto le influenze di Walter Gropius, Le Corbusier e Erich Mendelsohn.
“Questa mostra è per noi un modo per far conoscere un Paese e la sua cultura, frutto di scambi e di apporti da tutto il mondo. Tel Aviv è la prima città ebraica emersa dalle dune lungo la costa del Mediterraneo. In questa esposizione si mette in rilievo il suo stile inaspettatamente europee, il suo centro storico infatti è stato progettato, a inizio Novecento, secondo il gusto della scuola modernista. È una città che è stata concepita per essere moderna e contemporanea in una accezione vivacemente cosmopolita” spiega Eldad Golan, addetto culturale dell’Ambasciata di Israele in Italia e responsabile del programma culturale per le celebrazioni dei 70 anni di Israele.

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Per festeggiare Pessah da oggi c’è il vino Kosher

Posted by fidest press agency su venerdì, 6 aprile 2018

Si chiama Pessah, ed è la Pasqua ebraica. Una festività che celebra l’uscita dall’Egitto e l’esodo verso la Terra Promessa, e dura sette giorni in Israele e otto al di fuori dei confini di quello Stato. I primi due e gli ultimi due giorni sono feste solenni. Pessah significa il passaggio dalla schiavitù alla libertà, e la sua celebrazione cade tra il 15 e il 22 di Nissan, che quest’anno coincide fra il 31 marzo e il 7 aprile. Tale celebrazione avviene con largo consumo di vino, perché durante le prime due cene tutte le famiglie si riuniscono per un appuntamento conviviale dove un narratore racconta l’uscita dall’Egitto. Durante tale narrazione si è obbligati a bere quattro bicchieri di vino. Giorgio Colutta a Manzano ha voluto cimentarsi in questa avventura coadiuvato dalla società Bluma di Bergamo, specializzata nella vendita di vini kosher, mettendo a disposizione della cantina Colutta tutto il suo know how, e la decisione è stata di produrre un vino che è il vanto della viticultura friulana, ossia il Pinot Grigio doc Friuli. Come primo passo, sono stati fatti gli accordi con l’ente preposto per far certificare il vino con tutte le fasi richieste dal disciplinare Kosher. Lo staff Colutta si è attenuto alle rigide prescrizioni richieste. Un incaricato dell’ente certificatore, proveniente da Trieste, ha supervisionato l’intero processo. Per ottenere la certificazione più rigida e di qualità più alta si è proceduto al riempimento delle vasche di acqua per tre giorni, mentre la pigiatura e tutte le procedure sono state realizzate dagli addetti dell’ente certificatore. Alla fine di ogni giornata lavorativa, le vasche venivano sigillate e poi riaperte al momento delle altre lavorazioni. A prodotto pronto si è proceduto all’imbottigliamento, sempre con un addetto presente, e la quantità finale è stata di 3.300 bottiglie.«È stata un’esperienza particolare e insolita, ma anche molto stimolante – racconta Giorgio Colutta, titolare dell’azienda agricola -. Produrre vino Kosher non è cosa di tutti i giorni, ma è un esperimento che puntiamo a ripetere, magari utilizzando anche altre tipologie di uva tipica dei Colli Orientali come la Ribolla Gialla e il Refosco».Il risultato di questo primo tentativo è straordinario. Il vino nato da questa esperienza è di un colore giallo carico, con riflessi ramati. Ha un profumo fresco, che richiama frutti tropicali, ananas e banana. Al gusto, è un vino secco, gentile, pieno e con un sentore di artemisia. Si sposa molto bene con gli antipasti, in particolare con il prosciutto, ma anche con minestre leggere, pesce e carni bianche. Non da ultimo, è ottimo anche come aperitivo. Va servito a 8-10°.

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Israele cancella l’accordo con l’UNHCR

Posted by fidest press agency su giovedì, 5 aprile 2018

È con grande rammarico che l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) prende atto della cancellazione, in data odierna, da parte del primo ministro Benjamin Netanyahu dell’accordo firmato il 2 aprile sulla ricerca di soluzioni per i cittadini eritrei e sudanesi attualmente ospitati in Israele. L’accordo, a cui si era giunti dopo lunghe discussioni, rispecchiava lo sforzo condiviso per trovare una soluzione che offrisse protezione internazionale alle persone che arrivano in Israele dopo essere fuggite da guerre o persecuzioni, e allo stesso tempo andava incontro alle preoccupazioni delle comunità ospitanti israeliane.
L’UNHCR continua a credere che sia nell’interesse di tutti arrivare a un’intesa vantaggiosa tanto per Israele quanto per le persone che hanno bisogno di protezione. L’UNHCR esorta il governo di Israele a considerare ulteriormente la questione, rimanendo disponibile a fornire il proprio aiuto.Promuovere la ricerca di risposte comuni e una condivisione delle responsabilità tra i paesi in materia di asilo è da decenni parte del lavoro e delle azioni di advocacy dell’UNHCR. A fronte di oltre 65 milioni di persone costrette a fuggire, un terzo delle quali è costituito da rifugiati, mai come ora si avverte questo bisogno.

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Israele è l’unica certezza per la libertà di tutti a Gerusalemme

Posted by fidest press agency su lunedì, 11 dicembre 2017

gerusalemmedi Giulio Meotti e riportato da Emanuel Baroz. Gerusalemme è stata divisa solo per diciannove anni. Ecco che cosa accadde dal 1948 al ’67. Per la prima volta in un millennio di storia non rimase un solo ebreo nella Città vecchia. Fu un Isis ante litteram.
Nel gennaio 1964, quando Papa Paolo VI vi arrivò per la prima, storica visita di un pontefice nella moderna Gerusalemme, la città era divisa dal filo spinato. Si chiamava “kav ironi”, la linea arbitraria di divisione della città. I cecchini giordani erano piazzati sui tetti, mentre i campi minati erano ovunque nella “no man’s land”, in ebraico “shetah hahefker”, lunga sette chilometri. L’unico passaggio fra le due parti della città, quella israeliana e quella giordana, era attraverso la celebre Porta di Mandelbaum, dal nome dei coniugi Esther e Simcha Mandelbaum, proprietari della casa dove passava il confine. C’erano quartieri, come Abu Tor, con case che avevano un ingresso nella sezione giordana e uno in quella israeliana. I muri dividevano la città anche dentro le abitazioni. Ma mentre Paolo VI e il suo entourage furono in grado di attraversare liberamente Gerusalemme per pregare nei luoghi religiosi cristiani, israeliani ed ebrei potevano solo guardare dall’altra parte del filo spinato le mura della Città vecchia e, là sotto, sognare il Muro del pianto, il luogo più sacro al mondo per l’ebraismo. Allora, quando la Città vecchia era Judenrein, nessun Papa o Palazzo di vetro ha mai chiesto “l’internazionalizzazione di Gerusalemme”. Quando altri tre pontefici (Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco) sono tornati a far visita a Gerusalemme, hanno trovato una città aperta a tutte le tre religioni, senza barriere, né fili spinati, né cecchini, né campi minati o discriminazioni su base religiosa. Una città dove chiunque può venire a pregare e omaggiare il proprio Dio. E’ facile imbattersi oggi in musulmani salafiti arrivati dall’Arabia Saudita per visitare la Spianata delle moschee. Ora che gli Stati Uniti si sono decisi a riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele, da più parti si riscopre un’ansia di ridividere quella città.
La storia dimostra non soltanto che una grande città divisa non funziona (Nicosia, Berlino, Belfast per citarne alcune). Ma soprattutto che il migliore destino di una città mista come Gerusalemme è quello di essere garantito soltanto dagli ebrei, per due motivi. Il primo è che il pluralismo funziona soltanto in una democrazia e Israele è l’unico paese democratico in una mezzaluna che va dal Nord Africa fino all’Asia minore. La seconda è che il rispetto delle minoranze non esiste nel mondo arabo-islamico.
Adesso si vorrebbero riportare le lancette della storia a quel terribile periodo, i diciannove anni perduti di una Gerusalemme atterrita e buia. E che divisa non deve tornare a esserlo più. (Fonte: Il Foglio, 9 Dicembre 2017)

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