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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 275

Posts Tagged ‘istruzione’

Istruzione: Decreto scuola in alto mare, altro che intese

Posted by fidest press agency su domenica, 11 agosto 2019

Bussetti smentisce possibilità di modifiche e il M5S si oppone alla sua approvazione, mentre Salvini spinge l’Italia al voto e annuncia da Sabaudia di voler una sua riforma della scuola, come per l’ex premier Renzi, dopo aver tradito il punto 27 del Contratto di Governo sulla TAV. E il 28 agosto potrebbe saltare la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.
L’accordo in Consiglio dei ministri sul provvedimento che affronta il problema del precariato, comunque senza risolverlo e con effetti soltanto dal 1° settembre 2020, è di facciata: la soluzione del “salvo intese” certifica le distanze tra i due sempre più ormai ex non partiti di maggioranza di Governo, perché dopo le immediate dichiarazioni di circostanza, i nodi vengono al pettine. Lo stesso ministro dell’Istruzione anziché mediare rimane fermo sulle posizioni poco utili ed efficaci della Lega concordate coi sindacati, suscitando le parole dure da parte di esponenti del M5S che reputano ormai “indispensabile un cambio della guardia” a capo del Miur in caso di rimpasto dell’esecutivo. Marcello Pacifico, presidente Anief: Un anno fa in pieno agosto con la riapertura delle GaE avremmo avuto oggi 50 mila insegnanti abilitati in più nei ruoli dello Stato, ma l’attuale maggioranza dopo aver sbagliato il voto in Senato su richiesta del senatore Pittoni a settembre ritirò il provvedimento nell’altro ramo del Parlamento per affidarsi oggi a una riforma confusa senza alcun accordo, peraltro, in contrasto con quanto deciso nella legge di stabilità 2019. E così mentre la maggioranza continua a litigare e ad alzare i toni, si lascia la scuola al suo destino. Come se il problema di 100 mila cattedre vacanti, da assegnare a supplenza, più quasi altrettanti contratti con scadenza al 30 giugno, si dovesse presentare solo tra un anno. Invece, si proporrà, con dimensioni record, già tra poche settimane. Abbiamo a che fare con dei politici irresponsabili, perché i primi di settembre ci ritroveremo con i Consigli di Classe quasi dimezzati, perché le nomine tardano ad arrivare, e i presidi presto costretti ad assegnarle fuori graduatorie. Così, l’assurdo sarà compiuto: pur di non assumere i precari dalle graduatorie d’istituto, riaprire le GaE e dare la possibilità agli idonei dei concorsi di spostarsi di regione, si è preferito mettere in crisi tutto il sistema scolastico italiano.

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Istruzione: La Lega manda in crisi il Governo e salta il Decreto legge sulla scuola

Posted by fidest press agency su domenica, 11 agosto 2019

Dopo un anno di annunci sul precariato con proposte di legge mai discusse, accordi mai onorati, decreti-legge non risolutivi, c’è un’unica certezza: la Commissione UE multerà il nostro Paese per il continuo abuso dei contratti a termine. Il resto è solo propaganda elettorale, come quando prima delle ultime elezioni politiche si era promesso alle migliaia di maestre col diploma magistrale che sarebbero state tutte salvaguardate, salvo ritrovarle dopo il voto licenziate. Dunque, un anno di annunci e decisioni sbagliate sul precariato.
All’inizio la proposta di legge del Presidente della VII Commissione del Senato faceva ben sperare; presentata a luglio, di un anno fa, avrebbe risolto il problema del precariato, peccato che non l’abbia mai messa ai voti. Poi il decreto legge Dignità che introduce un concorso straordinario nella scuola dell’infanzia e della primaria e rinnova di un anno i contratti al termine delle attività didattiche. La sua utilità è pari al nulla, perché alcune sentenze arrivano e fanno licenziare centinaia di maestre che avevano superato l’anno di prova. Molte altre arriveranno nel prossimo anno quando le aule rimarranno senza insegnante, tanto che lo stesso Pittoni lo scorso mese ha pensato uno straordinario bis. La soluzione, in verità, l’aveva tra le mani: riaprire le GaE che aveva votato per errore, salvo chiedere al Governo di emendare quanto da lui approvato in Senato sempre nel luglio scorso.Quindi la legge di stabilità che cancella il riservato bis voluto da Renzi, ma che ricompare nell’accordo coi sindacati di Palazzo Chigi della primavera, un accordo che si sarebbe tradotto in un decreto legge che viene approvato, salvo intese, nella prima settimana di agosto e che probabilmente non vedrà ma la luce. Comunque avrebbe risolto poco e niente, perché la soluzione per risolvere il precariato passa dall’adeguamento dell’organico di fatto a quello di diritto, da organici differenziati in base alle esigenze del territorio, dalla stabilizzazione del personale abilitato e anche con 36 mesi di servizio, attraverso le graduatorie d’istituto. Sarebbe stato una vera fucina di provvedimenti il decreto scuola approvato martedì scorso dal Consiglio dei ministri con l’insolita modalità del “salvo intese”. La rivista Orizzonte Scuola, ha realizzato una sintesi delle misure previste: si va dall’avvio dei corsi Pas abilitanti al concorso straordinario; dalla trasformazione dei contratti al 30/06 per i diplomati magistrale con riserva, che possono essere licenziati durante l’anno in seguito alle sentenze di merito, all’adeguamento dal normativa antincendio; dalla garanzia del trasporto scolastico a modalità varie di intervento per dirigenti scolastici e tecnici del Miur; dalla proroga graduatorie concorso 2016 agli acquisti funzionali alle attività di ricerca, fino alle risorse destinate agli interventi di sostegno della ricerca. Il “cuore” del provvedimento sono, comunque, le abilitazioni e i concorsi straordinari.

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Scuola – Precariato: il decreto Istruzione arriva in CdM

Posted by fidest press agency su venerdì, 2 agosto 2019

Il decretone che il Governo potrebbe esaminare il 9 agosto non contempla le indicazioni della Commissione Ue sulle disposizioni da adottare per non discriminare e sfruttare i precari. Si procede solo al “salvataggio” di un precario su tre e all’approvazione di disposizioni che lasceranno in vita l’attuale situazione di emergenza. Nel testo si prevede l’inclusione del percorso abilitante speciale, rivolto a chi ha svolto tre anni di supplenze in qualunque istituto, e alla procedura per la secondaria, riservata a docenti con tre anni di servizio negli ultimi otto nella statale, di cui uno nella classe di concorso per cui si chiede di partecipare. Ci dovrebbe essere il via libera al concorso straordinario bis per diplomati magistrale e laureati Scienze della formazione primaria e la proroga per far completare l’anno scolastico con contratto fino al 30 giugno 2020 ai diplomati magistrale a cui dovesse arrivare la sentenza di merito negativa. Spazio poi alla proroga delle graduatorie del concorso a cattedra 2016, oltre che alla proposta di mobilità nazionale volontaria per i docenti, anche idonei, ancora nelle graduatorie dei concorsi 2016 e 2018 e allo slittamento di un anno nell’applicazione delle aliquote previste per le graduatorie del concorso abilitati 2018. In forse, infine, la norma che cancellerebbe la prova Invalsi sia per la terza classe della secondaria di I grado che per la quinta della secondaria di II grado. Secondo Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief, “le disposizioni urgenti da adottare erano ben altre. Per fare incontrare i posti vacanti con le candidature, superando gli attuali vincoli provinciali, sarebbe ad esempio stato molto utile predisporre delle graduatorie nazionali affinché possano essere a domanda reclutati vincitori e idonei dei concorsi ordinari e straordinari su tutte le regioni dove ci sono i posti privi di insegnante titolare. Ovviamente, occorrerebbe anche liberare la scuola dal fardello dell’organico di fatto, portando in organico di diritto tutti gli attuali posti oggi utili solo a rimpolpare la supplentite, oltre che riavviare il doppio canale di reclutamento, salvare tutti i precari con oltre 36 mesi e idonei dei concorsi, nessuno escluso”. Ci sono anche i nuovi Pas, il concorso straordinario da 24 mila posti a cui potranno partecipare i docenti precari della secondaria e quello bis per la primaria, più molte altre disposizioni sulla scuola, tra i provvedimenti contenuti nel decreto Istruzione in arrivo al Consiglio dei ministri: lo confermano fonti giornalistiche venute in possesso dell’ultima bozza del testo. I provvedimenti da approvare, che secondo Orizzonte Scuola potrebbero avere il via libera del CdM già il prossimo 9 agosto, sono svariati ed in queste ore si stanno definendo gli ultimi particolari. Anief reputa questi provvedimenti solo in minima parte necessari: in prevalenza risultano oggettivamente non risolutivi. Il precariato scolastico ha infatti raggiunto delle dimensioni così vaste che necessitava di ben altre decisioni. Quello che serviva, prima di tutto, era l’apertura alla stabilizzazione di tutti i precari con 36 mesi, l’inserimento nelle GaE degli abilitati oggi fuori, l’assunzione degli idonei dei concorsi. In questo modo, si sarebbero risolti tanti problemi, primo tra tutti quello del conferimento record di 200 mila supplenze annuali, una vergogna nazionale.

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Il Ministero dell’Istruzione riduce le ore dell’alternanza “scuola -lavoro”

Posted by fidest press agency su martedì, 23 luglio 2019

“I dati del Miur pubblicati dal Sole 24 Ore dimostrano che la scelta del Ministero dell’Istruzione di ridurre le ore dell’alternanza “scuola -lavoro” stia penalizzando soprattutto gli studenti del Sud per i quali è sempre più difficile apprendere lavorando. Fratelli d’Italia esprime forte preoccupazione per questa situazione che, sommata al dato recente e preoccupante emerso dalle prove Invalsi, determina un ulteriore aumento del divario già esistente tra scuola del nord e scuola del sud”.
Lo dichiarano i deputati di Fratelli d’Italia Paola Frassinetti vicepresidente della commissione Cultura ed Istruzione della Camera ed Ella Bucalo responsabile FDI del dipartimento scuola.

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L’Anief ottiene dal TAR Lazio la dichiarazione di inadempienza da parte del Ministero dell’istruzione

Posted by fidest press agency su venerdì, 19 luglio 2019

Riguardo l’ordinanza cautelare n. 2391/2019 con cui lo stesso tribunale amministrativo ordinava all’Amministrazione l’immediata revisione dei posti di sostegno autorizzati per i corsi di specializzazione e la produzione di una dettagliata relazione “allegando ogni relativo supporto documentale” che giustificasse il numero dei posti e la sua distribuzione sul territorio nazionale. Anief avvia le procedure di adesione al ricorso ad adiuvandum per ottenere l’immediato aumento dei posti per il TFA Sostegno.
Il Tribunale Amministrativo per il Lazio, infatti, ha constatato come i 60 giorni utili per l’esecuzione dell’Ordinanza cautelare ottenuta dagli Avvocati Anief Fabio Ganci e Walter Miceli siano ormai trascorsi “senza che l’amministrazione onerata abbia adempiuto o abbia altrimenti rappresentato difficoltà o impedimenti a provvedere al disposto riesame ed al deposito dei richiesti chiarimenti” e, pertanto, accoglie l’istanza di esecuzione dell’ordinanza cautelare avanzata da parte ricorrente “in ragione dell’essersi reso il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca del tutto inadempiente rispetto all’obbligo giuridico di conformarsi alla citata pronuncia cautelare” e ordina allo stesso “di dare integrale esecuzione all’ordinanza cautelare n. 2391/2019, entro un termine che appare equo al Collegio fissare in trenta giorni dalla comunicazione o notificazione, se anteriore, della presente ordinanza”. “Avevamo impugnato presso il TAR Lazio il Decreto del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca del 21 febbraio 2019 n. 118 di autorizzazione all’avvio dei corsi di Tirocinio Formativo Attivo propedeutici all’acquisizione della specializzazione per le attività di sostegno didattico degli alunni con disabilità – spiega Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief – denunciando l’insufficienza dei posti complessivamente autorizzati rispetto al fabbisogno di personale docente specializzato, nonché l’irragionevolezza della loro ripartizione tra gli atenei rispetto al fabbisogno territoriale. Il Tribunale Amministrativo, con un provvedimento cautelare d’urgenza, aveva condiviso le ragioni patrocinate dai nostri legali e aveva ordinato al Miur l’immediato riesame della situazione. Ad oggi il Ministero dell’istruzione ha creduto bene di poter ignorare gli ordini del tribunale, ma ora dovrà dare corretta esecuzione a quanto disposto già da tempo dal TAR e rivedere in modo consistente il numero dei posti attivati per il TFA Sostegno. Per questo abbiamo inviato una specifica richiesta al Miur di far accedere subito tutti gli attuali 5 mila idonei esclusi dalla frequenza del corso e di riaprire nuove procedure per ammettere gli altri candidati che non hanno superato le prove”.

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Istruzione: Gap competenze studenti Nord-Sud

Posted by fidest press agency su mercoledì, 17 luglio 2019

Il divario formativo Nord-Sud e la dispersione scolastica concentrata negli istituti del Meridione esistono da 40 anni: se si eccettua un leggero incremento di competenze al termine della scuola primaria, l’autonomia degli istituti, prodotta negli anni Novanta e sancita con il D.P.R. n. 275/1999, non ha migliorato questo processo. Lo scrive oggi la rivista Tuttoscuola, attraverso un focus su quella regionalizzazione che oggi il Governo, su forte spinta della Lega, cerca di far diventare legge dello Stato, dopo che per oltre settant’anni se ne parla senza arrivare a soluzione per via dei profili di incostituzionalità e di discriminazione che un provvedimento di questo genere potrebbe contenere. Marcello Pacifico (Anief): “Come potranno fare le regioni già oggi con minori risorse, servizi e strutture a trovare la forza, organizzativa e finanziaria, per allinearsi a quelle notoriamente più avanti da quando esiste la scuola pubblica in Italia? Chi spinge per l’autonomia differenziata deve rispondere con chiarezza a questa domanda, prima di dire che il Sud non perderà nulla rispetto all’attuale struttura formativa. Fino a quando non si chiarirà questo aspetto, noi rimaniamo del nostro parere, convinti che rivedere i parametri dei fondi assegnati dallo Stato e la loro redistribuzione tra le aree del Paese, affosserà di sicuro chi oggi è in ritardo. Il principio vale per la scuola, ma anche per la sanità e altri servizi che passerebbero alle regioni. Siamo davanti ad un pericolosissimo progetto di secessione mascherata che punta a disgregare l’unità d’Italia”. “Se vuoi istruirti, nasci al Nord. Potrebbe essere il titolo di copertina del Rapporto Invalsi sull’esito delle prove nazionali di quest’anno, presentato alla Camera lo scorso 10 luglio 2019. E invece era la conclusione cui era giunto il pedagogista Aldo Visalberghi già nell’aprile 1987 in un articolo pubblicato sul mensile ‘Il Regno di Napoli’ (titolo completo: ‘La scuola senza qualità. Se vuoi istruirti, nasci al Nord’), articolo che quantificava nel 25% il divario tra Nord e Sud per quanto riguarda le competenze (si direbbe oggi) in Italiano e Matematica-Scienze già a conclusione della scuola elementare e della scuola media, in aumento fino al 32-39% a conclusione degli studi secondari superiori”. A scriverlo è oggi Tuttoscuola.
È assodato che al Sud, dove di sicuro uno studente su tre iscritto al primo anno delle superiori non arriverà mai alla maturità, il ritardo sia notevole: c’è un abisso. “In terza media, per esempio, il 35% degli alunni non è in grado di comprendere un testo in italiano, ma in Calabria la percentuale sale al 50%. In inglese la quota di studenti che non arriva al livello prescritto (A2) è del 30% nel Nord Ovest, del 25% nel Nord Est, del 35% nel Centro, del 54% nel Sud e del 61% nel Sud e Isole. Nelle superiori se gli alunni deboli in italiano sono il 30% in media, in Calabria e Sardegna raggiungono il 45%. In Matematica il quadro peggiora”. Per concludere, in Italia, ci ritroviamo “una scuola non solo “colabrodo”, come un dossier di Tuttoscuola l’ha definita qualche mese fa per gli alti tassi di dispersione e gli sprechi che la caratterizzano, ma iniqua e penalizzante per il Sud, come Visalberghi denunciava già quarant’anni fa. Il problema era noto. Ci si deve chiedere perché le politiche scolastiche succedutesi in questi decenni con diverse parole d’ordine (partecipazione, qualità, autonomia, competenze) non abbiano saputo affrontarlo”.

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Istruzione: Docenti, ecco il Manifesto Europeo della Cesi

Posted by fidest press agency su domenica, 7 luglio 2019

Pubblicata e disponibile in cinque lingue la Carta che ha l’obiettivo di armonizzare diritti e doveri dei professionisti dell’istruzione, uniformando, a livello continentale, anche reclutamento, stipendi e pensioni. «Così – commenta Marcello Pacifico, presidente nazionale di Anief e vicepresidente dell’Accademia Europa della Cesi – si alimenta la costruzione di un’identità e un’idea di cittadinanza europea, che ha come veicolo principale l’attività pedagogica dell’insegnamento». È realtà il Manifesto europeo della professione insegnante, nato sotto l’egida della Cesi (la Confederazione Europea dei Sindacati Indipendenti), col dichiarato intento di armonizzare diritti e doveri dei professionisti dall’istruzione e della formazione in tutto il continente. Annunciato già lo scorso novembre, nel corso della due giorni di confronto a Lisbona su “Professionisti e sindacati dell’istruzione: Horizon 2025”, il Manifesto è adesso disponibile in cinque lingue, oltre che in formato cartaceo, anche in quello elettronico sul sito web della Cesi. Le autorità nazionali ed europee devono restituire valore alla professione dell’insegnante, creando un ampio sostegno all’istruzione e ai suoi lavoratori, da considerare come protagonisti del cambiamento sociale, attori di una professione nobile ma non sufficientemente apprezzata. Con questo spirito, tra le sfide del Manifesto ci sono quelle di uniformare reclutamento, stipendi, progressione di carriera e pensioni, oltre che diffondere i valori della cittadinanza dell’Unione improntati al rispetto del diritto e del lavoro e alla giustizia sociale.
Tra i primi punti del Manifesto c’è il pieno riconoscimento dello status degli insegnanti, la loro stabilità professionale, un tenore di vita dignitoso e la complessiva promozione di un insieme minimo di condizioni per esercitare la professione. Sono poi centrali l’idea dell’autonomia pedagogica, quella che l’istruzione non sia accessibile solo a classi sociali privilegiate e che sia importante, per i docenti, una formazione professionale che abbracci pedagogia e psicologia giovanile, ma anche nuove tecnologie e social media.
Previste dal Manifesto, fra le missioni degli insegnanti c’è non solo la trasmissione di conoscenze, ma anche quella di valori condivisi, quelli dell’Europa unita (solidarietà, cittadinanza, rispetto degli individui, libertà di pensiero, azione e movimento, tolleranza e bene della comunità). Le organizzazioni sindacali del comparto Istruzione possono e devono sensibilizzare l’opinione pubblica affinché investano sul personale e sul loro benessere, a dispetto di una situazione economica e sociale estremamente eterogenea. L’Unione Europea, stimolata anche dai sindacati, deve promuovere politiche educative ambiziose e di qualità, attuate da professionisti debitamente formati, riconosciuti, valorizzati e retribuiti. «È estremamente significativo e positivo che esista adesso una carta europea che fissi norme comuni per riconoscere la professione dell’insegnamento», sottolinea Marcello Pacifico, presidente di Anief e vice presidente dell’Accademia Europa della Cesi, che punta anche su una retribuzione equa e uniforme in tutto il territorio dell’Ue e sulla lotta al precariato. «C’è ancora tanto da fare – aggiunge Pacifico – se si pensa che lo stipendio di un insegnante italiano non supera 32 mila euro in media, con assegno ridotto al 70% nel momento in cui va in pensione a 67 anni o dopo 43 anni di servizio. Non vi è nessun riconoscimento economico della funzione sociale del ruolo rivestito né dei pericoli legati al burnout. E poi, in Italia e in altri Paesi, come la Spagna, s’assiste tuttora all’abuso dei contratti a termine e alla discriminazione tra personale a tempo determinato e indeterminato. Non si contano più le sentenze della Corte di Giustizia europea su ripetute violazioni in quest’ambito. Non è ancora chiaro che i lavori si classificano per le mansioni e non per la durata dei contratti».

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Spazio europeo dell’istruzione: selezionate le prime 17 “Università europee”

Posted by fidest press agency su venerdì, 28 giugno 2019

la Commissione europea ha annunciato i nomi degli istituti di istruzione superiore di tutta Europa che faranno parte delle prime alleanze di “università europee”.Sulla base di una valutazione effettuata da 26 esperti esterni indipendenti nominati dalla Commissione, tra cui rettori, docenti e ricercatori, sono state selezionate, tra le 54 candidature ricevute, 17 “università europee” cui partecipano 114 istituti di istruzione superiore di 24 Stati membri.
Le “università europee” sono alleanze transnazionali di istituti di istruzione superiore di tutta l’UE che condividono una strategia a lungo termine e promuovono i valori e l’identità europei. Scopo dell’iniziativa è rafforzare in modo significativo la mobilità degli studenti e del personale e promuovere la qualità, l’inclusività e la competitività dell’istruzione superiore europea.Per le prime 17 “Università europee” è stato stanziato un bilancio complessivo che potrà raggiungere gli 85 milioni di euro. Ogni alleanza riceverà nei prossimi tre anni fino a 5 milioni di euro per avviare l’attuazione dei rispettivi programmi.

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Istruzione: Spesa in calo fino al 2040, lo dice il Def: dal 3,9% del 2010 al 3,1% del 2040

Posted by fidest press agency su giovedì, 18 aprile 2019

Altro che cambiamento e avvicinamento all’Europa: la scuola figura tra i comparti pubblici con cui i Governi continuano a fare cassa. Il dato tendenziale in riduzione è contenuto nel Documento di economia e finanza 2019, presentato dal Governo ed ora sotto la lente delle commissioni del Senato: rispetto al Prodotto interno lordo, si legge a pagina 115 del documento, l’investimento pubblico per il settore della formazione risulta in discesa di 8 punti percentuali. L’impegno economico per la scuola tornerà a salire (al 3,3%) solo nel 2045. Nel frattempo, la forbice rispetto all’Europa, dove si spende in media il 4,9%, con punte del 7%, diventerà sempre più larga. Marcello Pacifico (Anief): Quello che fa pensare è che negli stessi decenni il Def ci dice che la spesa socio-assistenziale e sanitaria si indicano in crescita, passando rispettivamente dall’1,0 all’1,3 e dal 7,1 al 7,6. Ma che fine hanno fatto le promesse dei partiti di Governo sull’investimento nel settore della Conoscenza, con tanto di impegno di assunzione dei precari e di assegnazione di stipendi finalmente europei? L’alveo scolastico è destinato ancora più a ridimensionarsi: “la proiezione della spesa per istruzione in rapporto al PIL – si legge nel Def 2019 presentato dal Presidente del Consiglio dei ministri – è coerente con l’aggregato di spesa definito in ambito EPC WGA. Il rapporto spesa/PIL presenta un andamento gradualmente decrescente che si protrae per circa un quindicennio. A partire dal 2022, tale riduzione è essenzialmente trainata dal calo degli studenti indotto dalle dinamiche demografiche”. In base a quello che è dichiarato nel Def, quindi, il Governo non avrebbe alcuna intenzione di lasciare inalterati gli organici del personale scolastico, pur in presenza di una sensibile riduzione degli iscritti. La proiezione degli economisti del Governo stride con “i principali obiettivi programmatici dell’azione di Governo”, all’interno dei quali vi sarebbe anche “il sostegno all’istruzione scolastica e universitaria e alla ricerca attraverso misure atte a finanziarne lo sviluppo, con particolare attenzione al capitale umano e infrastrutturale”. Ma quali sarebbero questi progetti di sviluppo dell’istruzione pubblica? Il Def elenca una serie di punti, tra i quali spicca la volontà di “promuovere la ricerca, l’innovazione, le competenze digitali e le infrastrutture mediante investimenti meglio mirati e accrescere la partecipazione all’istruzione terziaria professionalizzante”.
Inoltre, “importanti risorse sono state stanziate con un decreto di novembre 2018157 per l’ampliamento dell’offerta formativa: 16,7 milioni destinati, oltre che a migliorare l’offerta formativa – con il coinvolgimento dei territori – anche allo sport e alle emergenze educative”. Per “la lotta alla dispersione scolastica, obiettivo fondamentale del Paese nel quadro europeo, passa anche per un incremento delle opportunità formative sul territorio. In questo senso sono state avviate, per il tramite dei Fondi Europei, una serie di misure per il potenziamento delle competenze di base e per la lotta alla dispersione”. Tra gli investimenti, figurano anche “circa 23 milioni per l’ampliamento dei percorsi formativi degli Istituti Tecnici Superiori (ITS) per l’anno 2018/2019”. Al fine di migliorare l’offerta formativa, inoltre, saranno avviate “misure per assicurare il reclutamento dei docenti con titoli idonei all’insegnamento della lingua inglese, della musica e dell’educazione motoria nella scuola primaria anche utilizzando, nell’ambito delle risorse di organico disponibili, docenti abilitati all’insegnamento per la scuola primaria in possesso di competenze certificate”. Altre azioni del Governo riguardano “il sistema integrato di educazione ed istruzione. La precocità d’ingresso nel sistema di istruzione è riconosciuta come misura capace di accrescere il successo formativo nel corso della vita: in tal senso per garantire il successo formativo di ciascuno studente si presterà maggiore attenzione alle esigenze della fascia 0-3 anni”.
Nel Documento di economia e finanza, si parla anche di razionalizzazione di spesa: “Con il disegno di legge sulle semplificazioni, approvato dal Governo a febbraio 2019, è prevista una delega nel settore dell’istruzione finalizzata a razionalizzare enti, agenzie, organismi e a modificare la disciplina degli organi collegiali territoriali della scuola, per eliminare sovrapposizioni di funzioni e definire chiaramente compiti e responsabilità”.
Nessun riferimento, invece, viene fatto alle condizioni che muteranno per giustificare il sensibile calo di investimenti per il comparto. Viene da sé che si tratterà, in primis, di una riduzione di spesa legata agli organici del personale, approfittando della riduzione delle nascite e quindi del numero di alunni: facendo in questo caso decadere il sogno della riduzione del numero di alunni per classe e la cancellazione delle non poche classi “pollaio”, tra l’altro caldeggiata anche dal primo partito di Governo con un apposito disegno di legge in discussione nelle commissioni parlamentari di competenza.
Rispetto all’Europa, se si guarda agli ultimi dati Eurostat – riferiti al 2015 e calcolati sul totale di risorse destinate al segmento “education” dai governi nel perimetro dell’Unione – l’investimento dell’Italia per l’Istruzione si delinea quindi ancora di più in chiave negativa: la media di spesa nel vecchio Continente, sempre rispetto al Pil, è infatti del 4,9%. Peggio del Belpaese fa solo la Romania (3,1%), mentre investono circa il doppio Danimarca (7%), Svezia (6,5%) e Belgio (6,4%). È poi tutto dire che il governo tedesco mette sul piatto quasi il doppio di noi, 127,4 miliardi di euro contro i 65,1 miliardi dell’Italia.
“Ogni commento ai contenuti del Def 2019, almeno per quel che riguarda la scuola – precisa Marcello Pacifico – è quasi superfluo: i numeri parlano da soli. Quello che ci sentiamo di dire a chi ci governa è solo di avere un minimo di coerenza rispetto agli impegni presi con i cittadini italiani: il programma di Governo non prevedeva un tracollo di investimenti per la scuola, né la riduzione di posti di docenti e personale Ata. La scuola non è in grado di sopportare un altro dimensionamento, si rischierebbe il default del sistema formativo pubblico”.

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Istruzione: Il Ministro tuteli tutti gli studenti della scuola italiana

Posted by fidest press agency su martedì, 9 aprile 2019

Desta scalpore il titolo di un’intervista in cui si attribuisce a Bussetti la volontà di tutelare prima i figli di italiani rispetto ai migranti, “in un Paese – replica Pacifico (Anief) – dove uno studente su dieci è alloglotto, spesso lo è la maggioranza nelle prime classi di alcuni Comuni del nord del Paese”. Il sindacalista autonomo poi raccoglie la promessa dello stesso ministro di utilizzare il calo delle iscrizioni degli studenti per rendere più flessibili i criteri di formazione delle classi, ridurre le classi pollaio, e lasciare l’autonomia agli istituti sotto i 600 alunni situati in zone disagiate: “Tutte proposte che il nostro sindacato ha da sempre portato in Parlamento”
Una frase infelice o forse un titolo estremamente sintetico. Sta di fatto che l’intervista al ministro Marco Bussetti, apparsa oggi sul quotidiano La Stampa, sta scatenando polemiche sul web e in particolare sui social network. «A scuola tuteliamo gli studenti immigrati, ma prima i nostri figli» è il titolo dell’intervista. Il cui senso come minimo stupisce. Come fa notare Marcello Pacifico, presidente nazionale di Anief: «Il ministro pensi a tutelare tutti gli studenti della scuola italiana, tanto più che nel nostro Paese uno studente su dieci è alloglotto e spesso lo è la maggioranza nelle prime classi di alcuni Comuni del nord».Nella stessa intervista Bussetti, commentando il generale calo degli studenti (oltre 360mila in meno nei prossimi cinque anni) nelle scuole italiane, sostiene che questa flessione possa diventare un’occasione «per dare più tempo scuola e una maggiore offerta formativa ai nostri bambini e ragazzi. Pensiamo al tempo pieno al sud. O alle classi cosiddette “pollaio” che potranno essere eliminate». Aperture anche sulla revisione dei parametri sulle autonomie scolastiche. Il ministro sostiene che servono regole più flessibili, che valorizzino le specificità territoriali, magari mantenendo l’autonomia in favore di scuole che non raggiungono i 600 alunni, per certi indirizzi molto particolari, o in alcune aree d’Italia che si stanno svuotando. Frasi che non possono non trovare d’accordo Anief. «Si tratta di proposte che abbiamo sempre avanzato in Parlamento», conclude il presidente Pacifico.

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Istruzione: Udir per una sana sicurezza a scuola

Posted by fidest press agency su martedì, 9 aprile 2019

In merito ai recenti crolli che si sono susseguiti nelle strutture scolastiche italiane si evidenzia come siano principalmente dovuti al fatto che la metà dei nostri istituti risalga a prima del 1970. Servono interventi urgenti e un aggiornamento della normativa sulla responsabilità dei dirigenti scolastici che non hanno potere di spesa.Un altro aspetto su cui bisogna soffermarsi riguarda la relazione che intercorre tra vulnerabilità sismica dell’edificio e zona sismica di appartenenza delle strutture sul territorio nazionale; nel merito, si evidenzia che non vi è una correlazione direttamente proporzionale tra pericolosità sismica di zona e vulnerabilità del manufatto scolastico. Marcello Pacifico (Udir): Il nostro sindacato è stato primo promotore in Italia di una normativa adeguata sulla sicurezza già nella scorsa legislatura e ora la proposta di legge dell’on. Virginia Villani potrebbe andare nella giusta direzione se approvata.Purtroppo si susseguono le notizie di crolli a scuola, e certamente non aiuta la precaria salute in cui versano molti dei nostri istituti. Udir ha chiesto un parere a un esperto, l’ingegnere Natale Saccone: “Un altro aspetto, da tutti sottovalutato è la relazione che intercorre tra vulnerabilità sismica dell’edificio e zona sismica di appartenenza delle strutture sul territorio nazionale; nel merito, si evidenzia che non vi è una correlazione direttamente proporzionale tra pericolosità sismica di zona e vulnerabilità del manufatto scolastico. Cioè la probabilità di collasso di una controsoffittatura, ad esempio nella valutazione del rischio di caduta dall’alto, non è detto che sia maggiore in una zona sismicamente più pericolosa, in quanto può cadere a prescindere se la zona è sismica oppure o no. Ciò deve far riflettere e meditare, valutando i rischi, in quanto gli interventi devono essere estesi, non solo mirando alla classificazione sismica, ma alla vulnerabilità degli elementi anche non strutturali, che spesso la fanno da padrone nella valutazione delle magnitudo di rischio, legate ad alti coefficienti di probabilità di accadimento”.Quindi, certamente, servono nuove norme, con obblighi performanti sui controlli da parte degli organi di vigilanza.

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Istruzione: Dati Istat, sul rischio recessione pesa il mancato rinnovo dei contratti

Posted by fidest press agency su domenica, 3 febbraio 2019

Dall’Istituto nazionale di statistica giungono preoccupanti indicazioni sull’economia italiana, risultata in contrazione dello 0,2% nel quarto trimestre 2018. Ma arrivano anche importanti indicazioni sui contratti di lavoro, che se non adeguati lasciano milioni di famiglie italiane in condizioni di disagio economico e impossibilità di spendere. Per i lavoratori del settore della Conoscenza, il rinnovo della scorsa primavera, giunto dopo 10 anni di blocco, ha già esaurito i suoi effetti. Perché da più di 30 giorni i lavoratori della PA hanno di nuovo il contratto scaduto, con i salari ben al di sotto del consentito. Dopo avere incassato la misera del 3,48% medio, ad aprile l’indennità di vacanza contrattuale non riallineerà affatto i loro stipendi al tasso di inflazione reale certificato. Marcello Pacifico (Anief): Anche dopo l’aumento di 5 punti di stipendio, rispetto al vecchio contratto, rimangono da recuperare ancora 9 punti per arrivare ai 14 di aumento del costo della vita registrata tra il 2008 e il 2018. Per arrivarci non serve di certo la regionalizzazione dell’istruzione, ma ricordarsi le promesse fatte in campagna elettorale, quando si parlava di stipendi europei.

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Istruzione: Basta classi con 36 alunni

Posted by fidest press agency su martedì, 22 gennaio 2019

Piace il progetto di legge M5S che cambierebbe la scuola, ma la sua attuazione è ardua: a mettere a nudo i limiti del disegno di legge del M5S è stata l’opposizione parlamentare, in particolare il Partito Democratico e Forza Italia, che parla di progetto inattuabile, proprio per via dell’alto onere economico che comporterebbe. I costi, in effetti, non sono così trascurabili. Nel disegno di legge, si prevedono 338.500.000 euro per l’anno in corso; 1.180.000.000 di euro per l’anno 2020; altri 1.715.100.000 euro per l’anno 2021 e ben 2.130.000.000 di euro a decorrere dal 2022. C’è poi da considerare che chi conosce la scuola sa bene che l’incremento delle classi comporta, a cascata, anche delle spese indirette (di gestione, personale aggiunto, ecc.) che potrebbero far lievitare le economie preventivate dal ddl 877.Il problema esiste, tanto che lo stesso on. Luigi Gallo ha fatto sapere: “Ci sarà tutto il mio impegno a chiedere le risorse necessarie al governo già per il 2020 per dare un segnale straordinario alla scuola. È una battaglia storica che vuole ridare dignità al nostro Paese, è una battaglia che si fa anche in Europa per far uscire dai vincoli di bilancio gli investimenti in istruzione e cultura. Noi in commissione continueremo a difendere il lavoro per cancellare le classi pollaio”. Quindi, di risorse al momento non se ne parla: semmai, si reperiranno, sempre se il governo si dirà d’accordo, solo a partire dal prossimo anno.Anche per l’anno prossimo, quindi, potremmo ritrovarci con classi pure da 36 alunni. Perché, c’è scritto nella relazione illustrativa del disegno di legge “nelle scuole secondarie di secondo grado è attualmente possibile comporre classi di 33 alunni; se poi si tiene conto della possibilità di derogare fino al 10 per cento al numero massimo degli alunni per classe, prevista dall’articolo 4, comma 1, del decreto del Presidente della Repubblica n. 81 del 2009, è facile comprendere come ad oggi sia legittimo e pienamente conforme alla legge comporre sezioni con ben 36 alunni”.Ed è un vero peccato. Perché, come scrive Tuttoscuola, lo stop alle classi pollaio sarebbe “una svolta per riqualificare il servizio”, perché “annullare quel punto del rapporto alunni/docente” significherebbe cancellare “l’intervento Tremonti-Gelmini” con cui al governo “avevano fatto cassa sulla scuola, innalzando il numero degli alunni per classe, un meccanismo semplice che attraverso la numerosità degli alunni consentiva di avvalersi di un minor numero di classi (e, quindi, di docenti)”.La rivista specializzata si sofferma anche sulla “norma antincendio (decreto ministero interni 26.08.1992)” che “prevedeva (e tuttora prevede) un massimo di 26 persone nell’aula (25 alunni più l’insegnante): ignorata, in barba alla sicurezza! Aule stipate con l’impossibilità di intrattenere un rapporto educativo personalizzato tra docente e alunno? L’imperativo categorico era il risparmio prima di tutto. E se in classe c’è un alunno con disabilità? L’ipocrita formula utilizzata, quel “di norma”, consente di aggirare il livello massimo auspicato ma non vincolante di 20 alunni per classe”.
Ci si ritroverebbe, in sintesi, con tutta un’altra scuola. Anief lo sa bene e per questo aveva già presentato analoghi emendamenti al disegno di legge sul “Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2019 e bilancio pluriennale per il triennio 2019-2021” AC n. 1334. Anche indicando che tutti “i posti in deroga attivati ai sensi dell’articolo 9, comma 15 della legge 30 luglio 2010, n. 122, per due anni scolastici consecutivi” fossero “trasformati in organico di diritto”, superando quindi le illegittime supplenze annuali fino al 30 giugno, poiché attuate su posti vacanti disponibili e mettendo in cattedra dei docenti già pronti per coprire le ore che l’approvazione delle classi “sgonfiate” di alunni andrebbe a determinare.

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Tanti provvedimenti per l’Istruzione, pochi sono risolutivi

Posted by fidest press agency su mercoledì, 2 gennaio 2019

La prima manovra economica della nuova maggioranza giallo-verde introduce diverse novità sul fronte della Scuola su reclutamento, organici, alternanza scuola-lavoro, inclusione, contratto e stipendi. Ma se è stata tracciata una prima linea da seguire nei prossimi provvedimenti finanziari sicuramente da apprezzare, rimane, secondo Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief, la delusione e l’incomprensione per le mancate soluzioni sul precariato di migliaia di docenti e Ata, specie, di fronte a una possibile procedura d’infrazione della Commissione europea sul reiterato abuso dei contratti a termine. Da questo punto di vista, il Governo e il Parlamento hanno perso un’occasione importante per cambiare registro. Tra le novità introdotte si va da un nuovo sistema di reclutamento nella secondaria alla fine della titolarità su ambito territoriale per i neo-immessi; dall’incremento, di duemila unità, del tempo pieno nella scuola primaria al rinvio delle nuove norme in materia di inclusione scolastica degli alunni disabili; dalla fine dei servizi esternalizzati con l’assunzione progressiva di 12 mila lavoratori co.co.co. alla riduzione dei percorsi di alternanza scuola-lavoro che cambiano nome; dall’esonero di 120 docenti che costituiranno delle équipe territoriali formative per facilitare l’utilizzo a scuola delle nuove tecnologie all’incremento dell’organico del personale dei licei musicali all’assunzione di 290 educatori; dall’aumento del fondo di finanziamento delle scuole, con nuove ripartizioni, ai nuovi requisiti di accesso ai corsi di specializzazione per il sostegno; dalla nuova ripartizione delle risorse del fondo utile per finanziare gli Istituti tecnici superiori allo sblocco dell’indicizzazione dell’indennità di vacanza contrattuale e a nuove risorse per l’aumento degli stipendi.

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Istruzione – Italia indietro tutta: spesa ferma al 3,9%

Posted by fidest press agency su giovedì, 13 dicembre 2018

I numeri sullo stato di cultura degli italiani sono impietosi: gli ultimi ad essere stati diffusi sono collocati all’interno del capitolo «La società italiana al 2018» del 52° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese che, a livello generale, definisce l’Italia “preda di un sovranismo psichico”. Nello specifico, se si guarda alla formazione dei suoi cittadini, il risultato continua ad essere quello di un territorio, la nostro Penisola, dove si spende in istruzione e formazione il 3,9% del Pil, contro una media europea del 4,7%. Preoccupa anche l’alto numero di alunni che lascia anzitempo i percorsi di istruzione nel 2017: riguardano il 14% dei giovani 18-24enni, contro una media Ue del 10,6%. Chi arriva alla laurea? Nella fascia 30-34 anni siamo passati appena dal 23,9% al 26,9%, ma nello stesso periodo la media Ue è salita dal 37,9% al 39,9%. Marcello Pacifico (Anief-Cisal): Occorre incrementare gli investimenti, focalizzare la spesa sull’orientamento post-diploma, a partire delle zone territoriali meno avvantaggiate. Ed assorbire nei ruoli tutto il precariato che caratterizza oggi l’insegnamento accademico. Solo pochi giorni fa è emerso che in Italia solo un dottore di ricerca su dieci lavora come professore accademico o ricercatore universitario. Per questo motivo, abbiamo chiesto per l’ambito universitario, nel testo della legge di Stabilità, di ripartire dalla stabilizzazione dei ricercatori.

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In Italia la spesa per l’Istruzione di un punto in meno rispetto all’UE

Posted by fidest press agency su lunedì, 22 ottobre 2018

Nel Documento Programmatico di Bilancio 2019 consegnato all’Unione Europea, si legge che la spesa in rapporto al Pil si attesta in media sul 3,6% nel quinquennio 2014-2018 (3,5% nel 2019). A dispetto delle dichiarazioni dei responsabili istituzionali, la spesa per l’Istruzione è destinata addirittura a ridursi. Eppure, gli ultimi dati Eurostat ci dicono che se si guarda alla spesa per l’istruzione rispetto al Pil, l’Italia si trova in coda, solo dopo la Romania (3,1%), con la Germania che resta su valori percentuali apparentemente poco superiori ai nostri (4,3%), salvo poi staccarsi in modo sensibile quando si inquadrano gli assoluti. Anche l’ex Commissario alla spending review italiana, Carlo Cottarelli, ha di recente ammesso di ‘non avere mai proposto tagli alla Scuola, perché per la pubblica istruzione e la cultura non spendiamo affatto troppo rispetto al prodotto interno lordo’. Noi, però, lo stiamo facendo.

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Istruzione: Decreto Dignità, respinti tutti gli emendamenti salva-scuola

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 agosto 2018

Si sta preparando il terreno al più grande licenziamento di dipendenti pubblici della storia della Repubblica italiana, avallando un concorso straordinario, voluto dai parlamentari delle Commissioni Cultura e Lavoro, che metterà in palio un numero di cattedre irrisorie, appena 12 mila a fronte di oltre 50 mila diplomati magistrali che lavorano stabilmente e ancora più laureati in Scienze della formazione primaria abbandonati al loro destino, con il risultato di scatenare una concorrenza spietata tra i docenti e costringere tutti gli esclusi al rivolgersi al tribunale per avere giustizia. Dopo le discussioni sulle richieste di modifica di ieri, terminate in piena notte, tutte sistematicamente bocciate per via del muro alzato dai parlamentari del M5S e della Lega, questa sera, alle ore 21.00, l’Aula passerà alle dichiarazioni di voto che non dovrebbero portare alcuna sorpresa. Pertanto, si può dire sin d’ora che la Camera dei Deputati perde l’opportunità di risolvere il problema del precariato, a partire da quello delle tante maestre e maestri della primaria e dell’infanzia che dopo anni e anni di supplenze, invece di vedere realizzata la loro stabilizzazione, dovranno riiniziare daccapo dalle graduatorie d’istituto che offrono l’opportunità di lavorare solo in 15-20 istituti. Eppure, l’opposizione ha presentato una serie di emendamenti specifici, ad iniziare dalla riapertura delle GaE per tutti gli abilitati, che avrebbero dato una valida risposta politica all’insignificante proroga di 120 giorni decisa dal governo per dare esecuzione delle sentenze sui diplomati magistrale a seguito della decisione del Consiglio di Stato.
Marcello Pacifico (Anief-Cisal): Si sta certificando il licenziamento, dal prossimo 30 giugno, di tanti maestri che avevano già erano stati assorbiti nei ruoli delle Stato, a cui si vanno ad aggiungere altri 43 mila docenti della scuola dell’infanzia e primaria che hanno sottoscritto un contratto annuale da GaE. E poi ci sono tutti gli altri abilitati. Pensare di risolvere tutto questo con un ‘concorsino’ per 12 mila posti, appare l’ennesima manovra da fumo negli occhi. A questo punto, possiamo dire che il prossimo anno scolastico si ricorderà per essere tra i più disorganizzati e caotici. Con un decimo del personale della scuola precario, non può essere quella dei concorsi la strada da prendere. Ancora di più perché in grandissima parte i 100 mila insegnanti che vengono chiamati ogni anno per coprire altrettanti posti disponibili, sono già stati scelti, formati e abilitati all’insegnamento. Ci ritroveremo in alcuni corsi di studio, quali appunto la primaria e la scuola dell’infanzia, per non parlare del sostegno e di alcune aree geografiche, in una situazione di vuoti da riempire che getterà i presidi nello sconforto. Quella che sta prendendo il Parlamento è una soluzione che scontenta tutti e crea le basi per una guerra interna alla docenza italiana: nell’ideare il concorso straordinario ci si è dimenticati di pezzi interi di categorie, anche queste già abilitate, solo perché non hanno svolto 24 mesi di servizio oppure perché la scuola non è statale, come ha osservato pure il servizio studi del Parlamento analizzando proprio il Decreto Dignità, rappresenta una scelta che costerà carissima allo Stato: si va verso, in questo modo, uno dei più grandi ricorsi della storia della Repubblica italiana.

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Scuola: Bussetti punta tutto sui concorsi e sulla fine delle GaE

Posted by fidest press agency su mercoledì, 1 agosto 2018

Il ministro dell’Istruzione lo ha detto stamattina in audizione presso la VII Commissione cultura, rispondendo ai quesiti dei parlamentari: oltre all’attuale selezione, riservata agli abilitati, sono in programma altri tre concorsi, mentre le GaE “sono ad esaurimento e non si possono perpetrare all’infinito”. Secondo il giovane sindacato, le prospettive sul nuovo reclutamento indicate oggi dal Ministro dell’Istruzione non sono affatto risolutive; la strada da attuare passa per la verifica delle ragioni sostitutive valide che portano lo Stato italiano a perpetrare le supplenze per tanti anni: in caso contrario, bisogna invece procedere alle assunzioni, laddove i precari fossero già selezionati, formati e abilitati. E siccome in questa situazione sono i diplomati magistrale, i laureati in scienze della formazione primaria, oltre agli abilitati con Tfa e Pas, si può fare in modo veloce aprendo loro le GaE. In tal maniera, si stabilizzerebbero subito la maggior parte dei 100mila che vengono chiamati ogni anno a fare supplenze annuali. L’emblema di questa assurda situazione, che mette a repentaglio la didattica, è quanto sta accadendo con il sostegno: proprio oggi, è giunta la notizia che in Veneto per la scuola secondaria di primo grado, non sarà possibile coprire gli 842 posti assegnati.
Marcello Pacifico (Anief-Cisal): Se si vuole davvero sradicare il precariato, l’unico modo rimane quello di riaprire le GaE e non chiuderle. Perché è dalle Graduatorie ad esaurimento che si chiamano ogni anno decine di migliaia di diplomati magistrale e collocarli in quelle d’istituto condannerebbe molti di loro alla supplentite a vita: per ammissione dello stesso Bussetti, infatti, anche i posti del concorso straordinario saranno limitati e chi non riuscirà ad entrarvi non potrà fare altro che il precario a vita, visto che la sua presenza è necessaria per coprire i vuoti di organico. Il progetto presentato dal Ministro non è altro che una continuazione della Buona Scuola. Altro che governo del cambiamento. Altro che continuità didattica. Si lasciano, in pratica, tantissimi precari senza alcuna prospettiva di assunzione. Sul sostegno si sta rasentando l’assurdo: un posto su tre, benché sia vacante, rimane al 30 giugno e quindi destinato ai supplenti.

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Istruzione: Dal premier Conte nessun accenno di Scuola al Senato nel programma di Governo: solo una dimenticanza?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 6 giugno 2018

Eppure l’istruzione pubblica era stata sempre presente nei programmi della campagna elettorale di M5S e Lega. Come rimane una delle parti determinanti del Contratto di Governo sottoscritto solo pochi giorni fa dai due movimenti politici che tengono la nuova maggioranza politica. Il più lungo discorso programmatico della storia della Repubblica, nell’Aula di Palazzo Madama, viene incentrato su un “Governo pragmatico, del fare” con un’azione tutta basata su “ascolto, esecuzione e controllo”: “Flat tax, Migranti, lotta alla mafia, lotta alla corruzione, Reddito di cittadinanza, salario minimo orario sono stati alcuni degli argomenti affrontati. Nessun accenno invece alle problematiche della scuola o alla cultura in generale”.Anief ricorda al Governo che sono diversi gli ambiti su cui agire: procedere con la cancellazione del precariato, riaprendo le GaE con un decreto d’urgenza, per superare la discussa sentenza del Consiglio di Stato che ha messo alla porta oltre 60mila maestre e maestri con diploma magistrale, ma anche per assumere tutti i precari abilitati sui 100mila posti vacanti. Inoltre, bisogna anche agire sul contratto di categoria andando a rivedere la mobilità e gli scatti automatici, da aprire anche ai precari, come sostengono ormai da tempo i giudici. Allo stesso modo, va rivista la riforma del Governo Renzi. Inoltre, va modificata, senza cambiare le carte in tavola, l’assurda Legge Fornero, introducendo la possibilità di andare in pensione a quota 100, sempre a patto che quelle della scuola vengano considerate professioni usuranti. Infine, servono svariati miliardi di euro per avere stipendi per docenti e Ata adeguati all’Ocse.Marcello Pacifico (Anief-Cisal): Ciò significa che l’Italia sarà commissariata dall’Europa per l’incapacità di gestire il precariato e la spesa pubblica aumenterà per colpa della politica, se non si cercherà di risolvere i problemi più urgenti. Inoltre, senza un programma politico centrato sullo sviluppo e sull’investimento di investimenti sul settore dell’istruzione, quello che si sta per avviare non si potrebbe definire il governo del cambiamento. A questo punto, ci aspettiamo che alla Camera dei Deputati, ma soprattutto in occasione del primo Consiglio dei Ministri, il presidente del Consiglio incaricato ci sorprenda con riferimenti espliciti alla Scuola e alle tante problematiche da risolvere. È un passaggio che gli italiani ritengono imprescindibile, attraverso il quale si gioca parte della credibilità del nuovo esecutivo M5S-Lega. (Al Senato il governo ha ottenuto la fiducia con 171 voti favorevoli, 117 contrari e 25 astenuti. Si è chiusa così la giornata della fiducia di ieri di Palazzo Madama al governo del premier Giuseppe Conte.)

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Costruire un’Europa più forte: nuove iniziative per rafforzare ulteriormente il ruolo delle politiche per i giovani, l’istruzione e la cultura

Posted by fidest press agency su sabato, 26 maggio 2018

Le nuove iniziative mirano ad aumentare la mobilità per l’apprendimento e le possibilità di istruzione nell’UE, a fornire ai giovani i mezzi per agire in autonomia e responsabilità, in particolare incoraggiandoli a partecipare alla vita civica e democratica, e a sfruttare la cultura come strumento di progresso sociale e crescita economica in Europa.La Commissione presenta oggi un pacchetto comprendente:
una comunicazione di carattere generale, sul tema “Costruire un’Europa più forte: il ruolo delle politiche per i giovani, l’istruzione e la cultura”, che delinea il modo in cui la Commissione sta portando avanti l’agenda di Göteborg e il mandato conferitole dal Consiglio europeo;
una strategia per i giovani per il periodo 2019-2027 volta a fornire i mezzi per rendere i giovani europei autonomi e responsabili e a dare loro maggior voce in capitolo nell’elaborazione delle politiche dell’UE, a riprova di quanto la Commissione ritenga importante investire nei giovani e nel loro futuro;
proposte di raccomandazioni del Consiglio sui seguenti temi: sistemi di educazione e cura della prima infanzia di alta qualità, per gettare le basi di una vita di successo; riconoscimento reciproco dei diplomi e dei periodi di apprendimento all’estero per agevolare la mobilità per l’apprendimento in Europa; migliore insegnamento e apprendimento delle lingue per garantire che la conoscenza approfondita delle lingue straniere sia più diffusa tra i giovani;
una nuova agenda per la cultura, che mira a sensibilizzare i cittadini sul patrimonio culturale europeo condiviso nella sua diversità. L’agenda mira a sfruttare appieno la forza della cultura sia nella costruzione di un’Unione più giusta e più inclusiva, sostenendo l’innovazione, la creatività, la crescita e posti di lavoro sostenibili, sia nel rafforzare le relazioni esterne dell’UE.
La comunicazione generale “Costruire un’Europa più forte” delinea il progetto di una carta europea dello studente intesa a promuovere la mobilità per l’apprendimento, riducendo gli oneri amministrativi e i costi per gli studenti e gli istituti di istruzione e formazione. La Commissione prevede di introdurla entro il 2021 come simbolo visibile dell’identità degli studenti europei. La comunicazione sottolinea inoltre il lavoro che viene svolto con gli Stati membri e il settore dell’istruzione per dare vita alle università europee. Tali università europee, costituite da reti ascendenti di università già in essere, contribuiranno a rafforzare la cooperazione transfrontaliera mediante strategie istituzionali a lungo termine. Promuoveranno l’innovazione e l’eccellenza, incrementeranno la mobilità di studenti e insegnanti e faciliteranno l’apprendimento delle lingue. In tal modo si potrebbe contribuire anche a rendere l’istruzione superiore europea più competitiva. La Commissione intende avviare progetti pilota nel 2019 e nel 2020 nell’ambito del programma Erasmus+ prima della piena attuazione dell’iniziativa nel 2021.
Saranno elaborate inoltre altre azioni per sostenere un approccio all’istruzione e alla formazione basato sull’apprendimento permanente e l’innovazione. La Commissione, ad esempio, propone di sostenere l’istituzione di centri di istruzione e formazione professionale di eccellenza, al fine di promuovere un ruolo attivo dell’istruzione e della formazione professionale nello sviluppo economico regionale e locale.

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