Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 312

Posts Tagged ‘italiane’

Progetto dell’”Archivio Nazionale dei monumenti adottati delle scuole italiane”

Posted by fidest press agency su martedì, 20 ottobre 2020

I ragazzi del Petronio, guidati dalle professoresse Raffaella Iovine e Maria Teresa Urso, hanno realizzato una video-guida dedicata al Rione Terra. In tre minuti i ragazzi hanno sintetizzato le informazioni più importanti del sito di Pozzuoli. Il video del Petronio – che è risultata l’unica scuola vincitrice dell’area flegrea – è stato inserito nell’”Archivio Nazionale dei monumenti adottati dalle scuole italiane”.Queste le indicazioni che gli alunni hanno dato presentando il loro lavoro: “Il Rione Terra rappresenta da sempre il cuore di Pozzuoli. È il luogo dove il percorso storico della città si rende visibile attraverso la stratificazione dei tempi e coinvolge pienamente il visitatore calandolo nella realtà antica. Partendo da questa evidenza, la progettazione educativo-didattica della nostra scuola ha inserito nel curricolo la realizzazione di una guida turistica della città con lo studio dei principali siti di interesse storico-archeologico”.La scuola ringrazia per la collaborazione don Roberto Della Rocca direttore dei Beni Culturali della Diocesi di Pozzuoli e la dottoressa Maria Luisa Tardugno della Soprintendenza per i Beni Archeologici, paesaggistici e Belle Arti per l’area Metropolitana di Napoli.

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Aiuti di Stato alle imprese italiane

Posted by fidest press agency su martedì, 6 ottobre 2020

La Commissione europea ha approvato un regime italiano da €403 milioni per rimborsare i costi sostenuti dalle imprese italiane per introdurre misure di protezione sul posto di lavoro al fine di ridurre il rischio di contagio nel contesto della pandemia di coronavirus. Il regime è stato approvato ai sensi del quadro temporaneo per le misure di aiuto di Stato e la misura sarà aperta alle imprese di tutte le dimensioni attive in tutti i settori tranne quello finanziario. Il regime mira a preservare la continuità dell’attività economica durante e dopo la pandemia di coronavirus, tutelando nel contempo la salute e la sicurezza delle persone. La misura prevede il rimborso del 100% dei costi sostenuti dai beneficiari per l’acquisto di dispositivi e attrezzature di protezione individuale, conformemente alle misure introdotte dalle autorità italiane a marzo per limitare la diffusione del coronavirus nei luoghi di lavoro.L’importo minimo dell’aiuto sarà di €500, mentre l’importo massimo sarà di €15 000 per le imprese con un massimo di 9 dipendenti, di €50 000 per le imprese che hanno dai 10 ai 50 dipendenti e di €100 000 per le imprese con oltre 50 dipendenti. La Commissione ha constatato che il regime italiano è in linea con le condizioni stabilite nel quadro temporaneo. In particolare: i) l’aiuto non supererà i €100 000 per impresa attiva nella produzione primaria di prodotti agricoli, i €120 000 per impresa attiva nel settore della pesca e dell’acquacoltura e gli €800 000 per impresa attiva in altri settori; e ii) il regime durerà fino al 31 dicembre 2020.La Commissione ha concluso che la misura è necessaria, opportuna e proporzionata per porre rimedio a un grave turbamento dell’economia di uno Stato membro, in linea con l’articolo 107, paragrafo 3, lettera b), del TFUE e con le condizioni stabilite nel quadro temporaneo. Su queste basi, la Commissione ha approvato le misure in conformità alle norme UE sugli aiuti di Stato.Maggiori informazioni sul quadro temporaneo e sulle altre azioni intraprese dalla Commissione per fronteggiare l’impatto economico della pandemia di coronavirus sono disponibili qui. La versione non riservata della decisione sarà consultabile con il numero SA.58727 nel registro degli aiuti di Stato sul sito web della DG Concorrenza della Commissione una volta risolte eventuali questioni di riservatezza.

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Working Capital delle imprese italiane

Posted by fidest press agency su sabato, 4 luglio 2020

L’Osservatorio Cribis-Workinvoice, focalizzato sul Working Capital delle imprese italiane, ha completato nei giorni scorsi una seconda indagine sulla situazione delle imprese alla fine del periodo di lockdown.Mentre la prima indagine aveva evidenziato sul fronte delle imprese l’urgente richiesta di liquidità e il timore di ritardi nell’erogazione degli interventi previsti con i decreti CuraItalia e Liquidità, l’obiettivo di questo secondo sondaggio si è focalizzato sull’entità del danno subito per il lockdown e sulla probabilità di una rapida ripresa.Le risposte al questionario hanno evidenziato l’impatto pesante del lockdown. Il 25,1% delle imprese intervistate dichiara di prevedere un fatturato 2020 inferiore rispetto a quello del 2019 di oltre il 30%, mentre il 42,2% dichiara una perdita di fatturato probabile tra il 20% e il 30%. Solamente l’8,1% del campione ha dichiarato effetti nulli o addirittura positivi. Le percentuali sono risultate sostanzialmente simili anche all’interno delle classi dimensionali delle imprese.
Le ricadute negative sulla redditività 2020 sono ugualmente importanti: il 47,9% delle imprese prevede una perdita di bilancio, significativa per il 25,6% e tale da richiedere una ricapitalizzazione per il 2,4%. Interessante però anche il dato che vede un 15,6% delle imprese con un’aspettativa di utile simile o superiore a quello del 2019. Perdite significative sono state indicate dal 38,2% delle micro-imprese contro il 13% delle medie (fascia 20-50 milioni) e il 25% delle grandi (oltre 50 milioni di fatturato).
Quanto alla velocità della ripartenza post-Covid il dato incoraggiante arriva dal 30,4% di imprese che dichiara un portafoglio ordini intatto o in leggero aumento (15,2%), mentre una lieve riduzione è prevista dal 32,1%. Pertanto, solo il 37,5% delle imprese intervistate segnala un forte calo del portafoglio ordini. La situazione è nettamente peggiore per le piccole imprese che presentano casi di grave riduzione nel 41,2% dei casi contro il 35% delle grandi.Importanti in prospettiva le attese sulla domanda, che sono risultate molto differenziate: il 19% si attende un aumento, il 20,8% prevede stabilità, mentre la riduzione è prevista dal 45,3% delle imprese. Il 10,2% si attende invece una significativa modifica del mix di prodotti venduti e solamente il 4,7% ha segnalato una modifica dei canali di vendita, un dato questo cha fa sorgere interrogativi su effetti a lungo termine. Micro e piccole imprese sembrano avere la minore fiducia sulla ripresa della domanda con percentuali rispettivamente del 53,8% e 59%.
Capitolo molto interessante quello legato al tema della puntualità dei pagamenti, a cui CRIBIS dedica massima attenzione.
Il rischio di pagamenti ritardati da clienti è considerato in peggioramento dal 72,7% degli intervistati contro un 27,3% che lo vede come stabile o basso. I valori sono risultati molto simili nelle diverse fasce di fatturato.Infine, il 70% delle imprese che hanno risposto ha ritenuto che i finanziamenti a medio-termine siano la forma migliore per coprire i fabbisogni finanziari innescati dal lockdown, contro un 30% che ha invece indicato anticipo fatture e sconto con invoice trading, preferendo forme più a breve e flessibili.Tuttavia, occorre notare che il 37,1% delle imprese (con punte fino al 44% per le grandi) ha indicato che la misura prioritaria nella gestione post-Covid risiede nella gestione oculata del capitale circolante. Valori nettamente più bassi per le micro-imprese, più orientate al taglio dei costi (le micro per il 37%).

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Propensione all’export delle aziende italiane

Posted by fidest press agency su lunedì, 8 giugno 2020

Piccole ma virtuose: fra le province che puntano di più all’export spiccano Vicenza, con l’11,9% di imprese sul totale di quelle attive sul territorio, Lecco (11,4%) e Varese (11,1%). È quanto emerge da un’analisi sulle aziende del nostro Paese effettuata da CRIBIS attraverso Margò, la nuova piattaforma per lo sviluppo commerciale realizzata dalla società del gruppo CRIF specializzata nella business information.Solo il 4,6% delle imprese italiane dimostra un’elevata propensione all’internazionalizzazione. Il Nord è l’area geografica con la percentuale più alta (74,6%) di aziende che investono maggiormente all’estero, hanno avviato attività di export, fanno parte di filiere internazionalizzate o di grandi gruppi globali. Sul podio della classifica regionale stilata da CRIBIS troviamo Lombardia (9,3%), Veneto (7,9%) e Friuli – Venezia Giulia (7,4%). Seguono Emilia – Romagna (6,6%) e Toscana (6,2%), mentre all’ultima posizione c’è la Calabria (0,5%), preceduta da Sardegna, Basilicata (entrambe con lo 0,7%) e Molise (0,8%).“Le aziende italiane, in particolare le PMI, stanno affrontando la ripartenza dopo il lockdown dovuto all’emergenza Covid-19, con difficoltà per il made in Italy e le nostre esportazioni”, dichiara Marco Preti, amministratore delegato di CRIBIS. “Mai come in questo momento è necessaria la massima attenzione per non perdere posizioni nella catena produttiva internazionale e far sì che la ripartenza diventi un’occasione di rilancio”.A livello provinciale, alle spalle di Vicenza, Lecco e Varese troviamo nell’ordine Como e Monza e Brianza (pari merito con il 10,3%) e solo dopo Milano con il 9,7%, che ovviamente è in testa per numeri assoluti (12,9% del campione preso in esame). Chiudono la classifica Crotone, Sud Sardegna, Vibo Valentia, Cosenza, Reggio Calabria e Nuoro, tutte con lo 0,5%.Per quanto riguarda i settori merceologici, a livello macro guardano ai mercati esteri soprattutto “industria e produzione” (62,7%), “commercio all’ingrosso” (19,9%) e “servizi” (9,6%), mentre fra i micro-settori il più rappresentativo è quello dell’ “industria manufatti in metallo” (3,8%), seguito da “commercio all’ingrosso” (2,6%), “servizi commerciali” (2,5%) e “industrie della gomma e plastica” (2%).

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Le imprese italiane hanno bisogno di crediti

Posted by fidest press agency su giovedì, 4 giugno 2020

Dallo studio emergono chiari segnali della voglia di ripartire da parte delle imprese italiane. Nello specifico il numero delle richieste di credito presentate nelle ultime settimane rispetto a quella compresa tra il 9 e il 15 marzo, quando sono entrate in vigore le misure di lockdown per contenere la diffisione della pandemia, hanno fatto registrare una violenta impennata, con un +290% in quella compresa tra il 27 aprile e il 3 maggio e rispettivamente un +247% e un +249% nelle due successive.Entrando maggiormente nel dettaglio, per quanto riguarda i Mutui immobiliari, dopo aver visto le richieste delle imprese quasi dimezzarsi nella 13^ settimana dell’anno, a partire dalla settimana iniziata il 20 aprile le richieste sono balzate al 285% rispetto alla settimana di riferimento, per arrivare poi ad un picco pari a 826% in quella compresa tra il 27 aprile e il 3 maggio e ripiegare parzialmente nelle due successive (rispettivamente al 608% e al 505%). Per quanto riguarda invece i prestiti personali, l’andamento mostra un recupero più veloce e organico, con volumi di richieste che già nella settimana del 30 marzo erano tornati sui valori precedenti il lockdown, salvo poi andare ben oltre il 150% nelle ultime 3 settimane di osservazione. Dinamica molto diversa dalle precedenti, invece, è quella fatta registrare dai prestiti finalizzati all’acquisto di beni e servizi. Nello specifico, questa forma tecnica è quella che più di tutte ha risentito della chiusura delle attività disposta dal Governo per fronteggiare la diffusione dell’epidemia, con una evidente debolezza perdurata per oltre un mese e facendo segnare un picco negativo del 19%. La dinamica in atta fa però emergere un chiaro recupero, con i volumi che nelle ultime settimane di osservazione si sono attestati rispettivamente al 150% e al 213% rispetto a quelli della settimana indice.

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Il Decreto Rilancio? Non basterà a risollevare le imprese italiane

Posted by fidest press agency su martedì, 2 giugno 2020

A cura di Federico Pozzi Chiesa, AD Italmondo e Founder Supernova Hub. L’Italia, lo sappiamo bene, è un Paese fondato sulle piccole e medie imprese. Imprese che in moltissimi casi fanno parte di filiere, spesso internazionali. Queste PMI italiane sono alle prese con una carenza di liquidità che rischia di soffocarle, strette in una morsa trilaterale: da un lato il livello di insoluti in forte crescita, dall’altro la compressione di volumi di fatturato dovuta al lockdown e infine l’incertezza di quelle imprese che lavorano con l’estero causata dall’alert sul Paese da parte di alcune assicurazioni sul credito. Una situazione sicuramente complessa che come operatori della logistica italiana e internazionale stiamo osservando con grande preoccupazione non solo per il nostro settore.Il primo elemento di pressione sui bilanci è l’aumento degli insoluti: secondo Cna oscillerà attorno al 60% la percentuale di fatture non pagate alle piccole imprese; e in generale per il mese di marzo gli insoluti variano dal 20% al 70%, mentre aprile ha visto un peggioramento con una forbice media che si innalza tra il 30% e il 50%, con picchi fino al 100%.In questa situazione, il Decreto Rilancio con il suo carico di promesse rischia di essere ancora insufficiente per far fronte alle enormi esigenze di cassa delle imprese italiane. Esigenze che l’Osservatorio sul Working Capital di Cribis e Workinvoice stima essere intorno ai 15 miliardi nell’arco di 3 mesi e 45 miliardi nell’arco di un anno. Si tratta di un passo in avanti rispetto ai Decreti precedenti perché vengono introdotte norme innovative – come la garanzia sull’assicurazione del credito – ma che dovrà misurarsi con la prova dei regolamenti attuativi e con il reale trasferimento degli stanziamenti, passaggio che finora è stato molto farraginoso.Mentre ci addentriamo nella fase due, inoltre, è chiaro che le riaperture non consentiranno ai diversi settori coinvolti di tornare ai livelli di fatturato precedenti, perché saranno obbligati per almeno quattro mesi ancora a lavorare parzialmente e questo si tradurrà in un ulteriore deterioramento della liquidità, con effetti sia nell’immediato che nel medio periodo – almeno fino a fine 2020 – la cui reale portata si potrà valutare solo in base a come evolverà la situazione. Un esempio concreto riguarda il settore della ristorazione, uno tra i più colpiti: in un locale di circa 70 mq in cui prima era possibile accogliere 20/25 persone a regime, oggi il limite scende a circa 1/5 dei clienti, con evidenti conseguenze sui fatturati e sulla sostenibilità stessa del business.Attraverso le nostre controllate sul territorio asiatico, abbiamo già potuto assistere alla parziale ripartenza del mercato cinese dove ci si aspettava già nel mese di marzo una piena ripresa, che poi si è tradotta invece, almeno inizialmente, in una ripresa tra il 70% e l’80% dei volumi, influenzata dal fatto che nel corso del lockdown alcune aziende che si approvvigionavano da fornitori locali hanno dovuto sostituirli con produttori di altri territori per garantire la prosecuzione del loro core business. Perché non dovremmo aspettarci lo stesso effetto in Italia ed in Europa? Oggi abbiamo un quadro abbastanza chiaro di quelli che sono gli interventi pubblici con cui si cerca di far fronte a questo che potrebbe essere un vero disastro per l’economia reale italiana. Con il Decreto Liquidità, lo Stato ha esteso la copertura del Fondo di garanzia a un pacchetto di 400 miliardi di euro di prestiti, lasciando però tutte le responsabilità operative sull’erogazione del credito in capo alle banche. Le banche si sono trovate a dover gestire una mole di richieste enorme – con non poche polemiche sui tempi di richiesta ed erogazione. Per sopperire a questa situazione è sceso il campo il settore del Fintech che ha notoriamente la capacità di andare incontro alle esigenze delle imprese in maniera più rapida e snella. Nel nostro caso assistiamo all’effort messo in campo da una delle nostre partecipate BorsadelCredito.it che, tramite il recente accordo stretto con Azimut, ha ampliato ulteriormente la sua capacità di finanziare le PMI Italiane.Per quanto riguarda l’outbreak, nelle ultime settimane in Italia si iniziano a scorgere timidi segnali di miglioramento. Questo è un trend che si intravede anche in altri Paesi europei, in opposizione però alla situazione che invece affligge gli USA e ai nuovi picchi di contagi che stanno investendo UK, Russia, Brasile e India. Le ripercussioni sul PIL globale e sulla bilancia commerciale del rallentamento di questi Paesi, che in molti casi sono ancora in fase pre-picco, impongono che le misure di sostegno messe in atto non solo debbano concretizzarsi e consolidarsi per dare un aiuto immediato, ma debbano anche prevedere un termine di medio periodo, tenendo conto di questo rallentamento generale dei mercati. (in abstract http://www.supernova-hub.it)

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Sostegno alle camere di commercio italiane

Posted by fidest press agency su martedì, 2 giugno 2020

“Accolto un Odg bipartisan al cosiddetto Decreto Liquidità firmato, assieme a me, anche dai colleghi La Marca, Schirò e Ungaro in cui si impegna il Governo a “intervenire in sede attuativa, anche mediante risorse finanziarie aggiuntive, nell’ambito delle misure a supporto dell’internazionalizzazione delle imprese italiane (…), al fine di rafforzare il raccordo con le altre strutture di promozione del Made in Italy presenti sul territorio nazionale e con le Camere di Commercio Italiane all’Estero che svolgono un ruolo decisivo nel favorire il sostegno all’esportazione, all’internazionalizzazione e agli investimenti nei Paesi strategici per l’Italia.”
Un passo importante per il rafforzamento del Sistema Italia nel mondo all’insegna della necessaria sinergia parlamentare per meglio raccordare gli italiani all’estero con la Madrepatria contribuendo al suo sviluppo!”. Lo ha dichiarato l’on. Fucsia Nissoli Fitzgerald, deputata di Forza Italia eletta nella Circoscrizione Estera – Ripartizione Nord e Centro America.

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Obbligo mascherine nelle scuole italiane

Posted by fidest press agency su sabato, 16 maggio 2020

Interviene l’Unione Nazionale Consumatori sull’ipotesi di rendere obbligatorie le mascherine in tutte le scuole italiane.”In tal caso le mascherine vanno distribuite gratuitamente dallo Stato, tramite le scuole. Non è accettabile che sulle famiglie gravi una spesa ulteriore, che andrebbe ad aggiungersi alla stangata che già devono sostenere per mandare i figli a scuola, tra libri, corredo, trasporto, mensa” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.”Considerando 200 giorni minimi di calendario scolastico ed una mascherina chirurgica al giorno, si tratta di una batosta da 100 euro a studente, sempre se l’Iva sarà esclusa ed il prezzo resterà a 0,50 cent. Certo, le famiglie potranno anche optare per le mascherine di comunità lavabili o auto-prodotte, ma, per usare le parole dell’ISS, le prime funzionano impedendo la trasmissione, le seconde sono solo utili a ridurre la diffusione del virus” conclude Dona. (Mauro Antonelli)

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Il fallimento per molte aziende italiane è ormai alle porte

Posted by fidest press agency su giovedì, 16 aprile 2020

(AJ-Com.Net) In uno scenario che già prima del Coronavirus era caratterizzato da un rallentamento generalizzato della crescita, gli effetti della pandemia hanno portato ad un arresto totale del turismo e ad una brusca frenata del comparto manifatturiero, con conseguenze a catena non trascurabili sullo stato di salute del nostro Paese.Abbiamo così assistito alle tipiche manifestazioni dei fenomeni di crisi di questa portata: un calo del valore del petrolio, del rame e del gas naturale insieme ad un aumento del valore dell’oro. A muovere i primi passi di ripartenza è ora Ener2Crowd (www.ener2crowd.com), la prima piattaforma italiana di lending crowdfunding ambientale ed energetico, che ha già lanciato una nuova campagna.Il ceo, ideatore e co-fondatore della piattaforma, Niccolò Sovico, poco dopo essere stato scelto da Forbes come uno dei 30 talenti globali under-30, è stato particolarmente toccato dalla pandemia, essendo residente a Pavia e quindi al centro dell’emergenza. E proprio per questo si è molto impegnato con una speciale raccolta fondi promossa da Ener2Crowd con l’hashtag #fintech4life (www.fintech4life.it). «In questo momento di grande difficoltà, il pensiero va a tutti i medici e gli infermieri che ogni giorno sono negli ospedali a svolgere eroicamente il loro lavoro» dichiara Niccolò Sovico, che ora -attraverso la sua piattaforma- scende in prima linea per far ripartire l’economia italiana.«Abbiamo tutti gli strumenti per dare una svolta shock al nostro sistema produttivo e finanziario» prosegue Niccolò Sovico. E vero è che dove gli altri stanno fallendo la green economy sta dando prova di grande forza e stabilità.«Energy crowdfunding o crowdfunding energetico significa investire nella green economy e sul futuro del pianeta con la certezza di non subire gli scossoni del mercato» sottolinea Giorgio Mottironi, chief sustainability officer e co-fondatore di Ener2Crowd che -per dare fiducia alle persone- ha appena lanciato una nuova mini-campagna da 40 mila euro in 48 mesi con una redditività del 5% annua, che diventa del 6% per i primi “GreenVestor” che si registrano.In pochi giorni il progetto, che prevede un investimento minimo di appena 300 euro, ha registrato un boom di adesioni. Più in dettaglio si tratta di un finanziamento proposto da Noleggio Energia Srl per un programma fotovoltaico.Insomma un risultato strabiliante in un momento di crisi come questo in cui le altre piattaforme versano in grave difficoltà ed alcune di loro danno segnali di un vero e proprio crack finanziario, mentre il mercato azionario sta mostrando tutta la sua emotività ed i suoi limiti rispetto all’economia reale: un giogo che la sottomette e la tira verso il basso quando è in crisi, mentre la schiaccia quando è in ripresa.«Il mercato azionario non è correlato al vero valore dell’economia. Durante la crisi finanziaria del 2008, ad esempio, alcuni indici di borsa sono arrivati a perdere anche il 40%, ma è evidente a tutti che l’economia reale non si era ridotta del 40% nel giro di pochi mesi. In altri casi le dichiarazioni di politici o istituzioni provocano cambiamenti piuttosto rilevanti in certi parametri finanziari, mentre il sistema produttivo non avrebbe neanche la possibilità di cambiare nel tempo ristretto in cui si manifestano gli effetti di tali affermazioni» spiega Niccolò Sovico.«La nostra formula per poter direzionare gli investimenti -aggiunge Giorgio Mottironi, chief sustainability officer e co-fondatore della piattaforma- è sempre la stessa ed è fatta di autenticità, trasparenza e fiducia. Tutti e tre elementi identificabili nel nostro modello di business: siamo autentici perché abbiamo costruito una visione coerente con il nostro modo di pensare la possibilità di rilanciare il sistema economico in un’ottica di massima condivisione; siamo trasparenti perché ci mettiamo la faccia, perché diamo ogni informazione necessaria per comprendere il valore dei nostri progetti e se sono coerenti con le aspettative degli investitori; e potete fidarvi perché il nostro interesse è crescere insieme alla nostra community, anche a scapito dei nostri profitti».«Grazie poi alla semplicità di utilizzo di Ener2Crowd.com, tutti possono accedere ad un mercato fino a ieri riservato a pochi operatori ed assumere un ruolo attivo nella transizione verso un’economia completamente circolare e sostenibile» aggiunge Giorgio Mottironi. (AJ-Com.Net). AJ/LL 14 APR 2020 09:00 NNNN

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Smart Working, buona la risposta delle PMI italiane

Posted by fidest press agency su sabato, 11 aprile 2020

L’emergenza sanitaria Covid-19 che sta affrontando il nostro paese ha obbligato tutte le aziende italiane a rivedere i propri modelli organizzativi, introducendo lo smart working come unica modalità, laddove possibile, per proseguire con le attività. A distanza di un mese dalle misure di emergenze le PMI stanno vincendo questa sfida? Secondo un recente studio del Reputation Institute, pubblicato negli scorsi giorni sul Sole 24 Ore, le aziende italiane hanno risposto bene alle aspettative che si sono generate in questo momento crisi, dimostrando con i fatti vicinanza e responsabilità nei confronti dei dipendenti e della società in generale: le dimensioni Citizenship (Cittadinanza), Governance (Trasparenza) e Workplace (Benessere dei propri dipendenti) sono aumentate rispettivamente di 1,9, 2,7 e 3 punti. Le PMI italiane hanno, nel complesso, attivato prontamente misure di protezione a supporto della comunità e dei loro dipendenti, dimostrando così di avere una capacità di garantire la continuità lavorativa attraverso lo smart working.”L’impatto è stato molto forte” dichiara Maurizio Guidi, Sales & Marketing Manager di Datalog Italia, società specializzata in software professionali “all’inizio le aziende e gli studi hanno vissuto momenti di panico e di difficoltà. Tuttavia, passata la fase iniziale, hanno dimostrato capacità di attuare un veloce adattamento tecnologico”.Lo smart working si è reso necessario per tutte quelle attività non legate alle prime necessità e che si possono svolgere senza alcuna difficoltà da casa: in seguito all’emergenza sanitaria, il Governo è intervenuto più volte nella regolamentazione dello smart working, imponendo il lavoro agile come forma lavorativa primaria (con il Dpcm dell’11 marzo 2019) rispetto a quello in azienda.Quando si parla di tecnologie per lo smart working si fa riferimento sia alle piattaforme software sia ai device utilizzati. Per ottimizzare questi nuovi processi operativi è necessario integrare più strumenti, di modo che coprano aree funzionali diverse: un aspetto non semplice per chi è stato abituato, per anni, a processi tradizionali offline.”In questo processo repentino, ognuno di noi ha giocato, e continua a giocare, un ruolo chiave nella comunità: tutti possiamo offrire un contributo per superare la crisi” continua Guidi “per questo abbiamo cercato di supportare i nostri clienti in questo passaggio, offrendo sostegno pratico, morale e aiutando chi era in difficoltà a trovare le soluzioni organizzative e tecnologiche da attuare velocemente. Inoltre, abbiamo redatto una mini-guida allo smart-working, disponibile sul nostro sito, su quelli che sono i software e gli strumenti digitali gratuiti che supportano il lavoro agile”. “Esistono ormai numerosi strumenti tecnologici che facilitano il lavoro agile, connettendo persone remote, agevolando la condivisione e lo svolgimento dei processi lavorativi, aiutando a distribuire e condividere documenti e informazioni in modo immediato, facile e sicuro. Orientarsi fra questi non è facile per questo, sulla nostra guida abbiamo descritto e raggruppato le tecnologie per funzione-obiettivo e indicato, per ognuna, alcune delle soluzioni software migliori” conclude Guidi.Come usciranno le nostre imprese da questo periodo di crisi quindi?La risposta l’avremo solo tra qualche mese, nel frattempo c’è bisogno di sostenerci tutti e di guardare al futuro con forza e speranza.

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C’è ancora valore nelle imprese italiane?

Posted by fidest press agency su venerdì, 13 marzo 2020

A cura di Antonio Amendola, co-gestore di Italia ed Europa AcomeA. La rapida diffusione del coronavirus ha generato ondate di vendite sui mercati finanziari. Da inizio anno, tutte le piazze europee sono in negativo in doppia cifra, con alcune che cedono oltre il 20%. Com’era facile da immaginarsi, in questi giorni, Piazza Affari è stata la Borsa più colpita dalla raffica di vendite indiscriminate.
Sul fronte macroeconomico si sente sempre più parlare di “shock dell’offerta” che andrebbe a far compagnia al conosciuto “shock della domanda”. In contemporanea iniziano a emergere tensioni sul prezzo del petrolio dopo il mancato accordo sui tagli da parte dei membri dell’OPEC+ e sulle ritorsioni nei prezzi da parte dell’Arabia Saudita. In questo contesto le banche centrali sono nuovamente chiamate a fare la loro parte, cosa che alcune hanno già iniziato a fare, ma ancora di più i governi, per proteggere il tessuto economico e gettare le basi per la ripresa.In fasi come queste, caratterizzate da incertezza e tensione economica, si guarda spesso al valore e alla sostenibilità del debito di un Paese, tenendo conto del settore pubblico ma anche del privato (famiglie e imprese). Concentrandoci sul debito delle imprese, oggi l’indebitamento delle imprese americane ha raggiunto il 75% del PIL e ha oltrepassato i livelli massimi del quarto trimestre 2008. L’indebitamento delle imprese dell’Eurozona è più alto (il 108% del PIL), ma rispetto ai massimi del primo trimestre 2015, è sceso di circa 4 punti percentuali.In termini qualitativi, inoltre, il debito delle aziende europee presenta una minor vulnerabilità rispetto a quello delle aziende americane. Come si vede dal grafico in basso tratto dall’ultimo Global Financial Stability Report del FMI, se si tiene conto della quota del debito “a rischio”, con un EBIT più basso dei costi di interesse, le imprese europee, sia le grandi sia le medio-piccole, presentano un profilo migliore rispetto al 2009. Negli Stati Uniti, le grandi imprese hanno ridotto la quota di debito a rischio, ma si riscontra un peggioramento nella qualità del debito delle piccole e medie imprese.
Analizziamo il debito delle imprese italiane che fanno degli indici Ftse Italia Small Cap, Ftse Italia Mid Cap e Ftse Mib. Il grafico in basso mostra l’andamento del debito netto su EBITDA negli ultimi 3 anni. Le società che compongono l’indice Ftse Mib (linea azzurra) presentano un debito pari a 5,9 volte l’EBITDA, quelle appartenenti al Ftse Mid Cap (linea gialla) 3,6 volte e quelle appartenenti al Ftse Small Cap due volte. Come si può notare, gli indici Mid e Small cap, più legati all’economia reale, mostrano una certa costanza nel tempo con fasi di “de-leverage” mentre il Ftse Mib, indice maggiore espressione degli Etf e delle strategie quantitative/algoritmiche, mostra un andamento più volatile.In termini valutativi, dopo la correzione di mercato, il rapporto prezzo su utili del Ftse Mib è sceso a 9.3, mentre quello degli indici Mid e Small Cap vale rispettivamente 11.7 e 8.6. Pertanto, la storica caratteristica di trattare a “premio” degli indici Mid e Small cap sembra essere quasi del tutto svanita.Sul fronte operativo, stiamo approfittando di questo momento per incrementare l’asset allocation dei nostri fondi e arrotondare le posizioni delle società più solide, caratterizzate da presenza internazionale e dal business model versatile e agile. Di certo, non stiamo vivendo giorni facili, ma è proprio in questi momenti che vengono a crearsi le migliori occasioni sui mercati. In Italia, il comparto delle piccole e medie imprese, grazie anche alla presenza di molte “multinazionali tascabili”, offre innumerevoli opportunità di ingresso. Specialmente perché queste società sono sia quelle che tutto il mondo ci invidia, sia quelle che ci aiuteranno a uscire da questo momento di difficoltà. Un pizzico di patriottismo anche sui mercati non guasterebbe in queste occasioni dove tutti siamo chiamati a fare la nostra parte.Infine, nei contesti di alta volatilità si vede l’importanza dell’affidarsi alla gestione attiva e a consulenti esperti, evitando il “fai da te” a basso costo alla quale siamo stati abituati negli ultimi anni. Per concludere, il grafico seguente è sempre d’auspicio in contesti di mercato come quelli attuali che potrebbero rappresentare il punto di massima opportunità finanziaria sul mercato italiano.E non dimentichiamoci che dopo la “peste nera” del 1350 ci furono le basi per il Rinascimento Italiano.

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Le rivolte nelle carceri italiane per il coronavirus

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 marzo 2020

Da diverse carceri italiane vi sono sommosse causate dalle misure introdotte per il contagio da coronavirus che non hanno fatto infuriare i prigionieri. Da questa mattina è in corso una rivolta al carcere di San Vittore di Milano e una quindicina di detenuti sono saliti sul tetto. Sul posto sono arrivate le volanti di polizia. Dalla strada adiacente al carcere si vedono carta e stracci a cui è stato dato fuoco attaccati alle grate di una finestra e getti d’acqua per contenere le fiamme. Nel carcere di Foggia dove alcuni detenuti stanno riuscendo ad evadere venendo bloccati poco dopo all’esterno dell’istituto penitenziario dalle forze dell’ordine. A quanto si apprende i detenuti hanno divelto un cancello della ‘block house’, la zona che li separa dalla strada. Molti detenuti si stanno arrampicando sui cancelli del perimetro del carcere. Sul posto polizia, carabinieri e militari dell’esercito. Un tentativo di evasione è stato segnalato anche al carcere Ucciardone a Palermo. Alcuni detenuti per protesta hanno tentato di svellere la recinzione dell’istituto di pena per cercare di fuggire. Il carcere è circondato dai carabinieri e polizia in tenuta antisommossa. Anche le mura del carcere sono presidiate. La rivolta scoppiata a Modena nel carcere di Sant’Anna ha avuto un esito tragico: tre morti e diversi detenuti ricoverati con ferite. Sei sono considerati più gravi, portati nei pronto soccorsi cittadini e di questi quattro sono in prognosi riservata, terapia intensiva. In tutto sono 18 i pazienti trattati, in gran parte per intossicazione. Ferite lievi anche per tre guardie e sette sanitari. Per un’overdose da psicofarmaci hanno perso la vita anche due detenuti istituti penitenziari di Verona e Alessandria. I due avevano approfittato delle proteste nelle carceri, esplose in seguito alle nuove disposizioni per il coronavirus, per sottrarre psicofarmaci dall’infermeria. Lo riferisce il segretario del Sindacato di Polizia penitenziaria (Spp) Aldo Di Giacomo. Per Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, data l’eccezionale emergenza che stiamo vivendo, sarebbe auspicabile che il nostro Parlamento emani provvedimenti di amnistia o di indulto. D’altro canto, persino nella Repubblica iraniana, in queste ore, è stata disposta la scarcerazione di 54.000 detenuti negativi al test coronavirus con pena residua da scontare non superiore a cinque anni. I provvedimenti di grazia sarebbero coerenti con l’emergenza di cui peraltro non conosciamo ancora le vere dimensioni.

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Scuole italiane all’estero

Posted by fidest press agency su mercoledì, 26 febbraio 2020

Nel bando per le nuove prove di selezione del personale scolastico da destinare all’estero, per il giovane sindacato, vanno superati i troppi vincoli che non hanno consentito la formazione di graduatorie numericamente adeguate a durare sei anni, come prevede la legge Il MAECI ha iniziato il lavoro di definizione del contingente 2020/21. Tra le proposte che Anief ha fatto, contenute nella memoria depositata durante l’incontro dell’undici febbraio, c’è la richiesta di aumentare il numero dei posti di insegnante di sostegno, scorporandoli dai 674 posti di contingente previsti dal D.lgs 64/17 e di assegnare i posti di potenziamento alle scuole statali italiane. MAECI ha anche fornito i numeri sullo stato delle nomine per l’anno scolastico 2019/20, e informato che assieme al MIUR sta lavorando ai nuovi bandi delle prove di selezione per la destinazione all’estero del personale scolastico.I numeri sullo stato delle nomine mostrano in maniera plastica il fallimento del D.lgs 64/17.Dopo ben cinque mesi dall’inizio dell’anno scolastico, ha assunto servizio all’estero solo poco più del 60% del personale scolastico avente diritto. Questa situazione lede i diritti dei docenti alla nomina, il diritto allo studio degli studenti e rende fragile e pasticciata l’azione di promozione della nostra lingua e della nostra cultura all’estero. Dalla stessa informativa si ricava anche la conferma che alcune graduatorie dell’ultimo concorso per l’estero sono già esaurite o addirittura vacanti per mancanza di partecipanti alle prove per alcune classi di concorso. Sono graduatorie che nello spirito del D.lgs 64/17 dovevano restare in vigore per 6 anni e che invece, dopo pochi mesi dalla loro entrata in vigore, risultano già esaurite.Oggi Anief lancia l’allarme sulla gestione del sistema delle iniziative di promozione della nostra lingua e cultura e delle istituzioni scolastiche italiane all’estero e chiede che MIUR e MAECI approvino immediatamente i bandi di concorso per le nuove prove di selezione.Siamo infatti già in forte ritardo affinché le graduatorie per le nomine del 2020/21 siano pronte in tempo utile.
A tal proposito, il presidente dell’Anief, Marcello Pacifico, chiede a MIUR e MAECI di prendere atto del fallimento del sistema di selezione previsto dal precedente bando di selezione. È indispensabile, continua Pacifico, che con il nuovo bando si superino i troppi, inutili e ingiustificati vincoli che hanno limitato enormemente la partecipazione alle prove da parte dei docenti. Vincoli che non hanno consentito la formazione di graduatorie numericamente adeguate a durare sei anni, come prevede la legge, e che infatti si sono svuotate nel giro di pochi mesi. Senza il superamento delle troppe condizioni imposte nel precedente bando, avremo ancora graduatorie troppo corte o addirittura vacanti.

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Ue. de Bertoldi (FdI): Conte difenda imprese italiane

Posted by fidest press agency su domenica, 23 febbraio 2020

“I fondi europei del prossimo settennato, grazie alla pilotata svolta green, saranno quasi ad esclusivo appannaggio delle industrie tedesche e polacche. Il presidente Conte, quindi, apra gli occhi e si accorga che le penalizzazioni nel bilancio europeo sulle politiche di coesione per il nostro Mezzogiorno e sulla Pac, cioè sulla politica agricola, serviranno perlopiù a finanziare la riconversione dal carbone delle industrie tedesche e polacche, che scontano un ritardo ecologico rispetto alle più pulite industrie italiane. Ancora una volta si preferisce sostenere un’economia forte come quella tedesca, anche quando è meno virtuosa e meritevole di supporto. Il governo italiano provi, invece, a difendere l’Italia, le nostre aziende e la nostra economia piuttosto che pensare esclusivamente a distribuirsi poltrone e prebende. E chiaramente non può bastare qualche contentino per Ilva o nel Sulcis per giustificare una politica che favorirà nettamente l’economia tedesca alle spalle di quella nazionale”. Lo dichiara il senatore di Fratelli d’Italia, Andrea de Bertoldi, segretario della Commissione Finanze e Tesoro.

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Donne ai vertici delle imprese italiane

Posted by fidest press agency su mercoledì, 19 febbraio 2020

Dopo il forte aumento seguito alla piena attuazione della legge 120/2011 sulle quote di genere, che ha portato per la prima volta nel 2017 il numero delle donne nei board delle società quotate a essere maggiore di un terzo rispetto al totale dei membri, nel 2019 la crescita ha subito un rallentamento, mostrando solo due unità in più rispetto al 2018. Il bilancio è comunque più che positivo, con un incremento delle donne nei CdA delle società quotate alla Borsa di Milano da 170 nel 2008, il 5,9%, alle 811 di oggi, il 36,3%, mentre nei collegi sindacali si è passati dal 13,4% del 2012 al 41,6% del 2019, con 475 sindaci donne. È una delle evidenze messe in luce dal primo Rapporto Cerved-Fondazione Marisa Bellisario 2020 sulle donne ai vertici delle imprese, realizzato in collaborazione con l’Inps, che analizza l’impatto sulle aziende italiane della legge Golfo-Mosca anche rispetto ad altre dimensioni del gender gap.L’Italia è il 76° Paese per disparità di genere sui 149 censiti dal World Economic Forum. Secondo l’indice costruito dal World Economic Forum, l’Italia è il 76° Paese per disparità di genere sui 149 censiti, agli ultimi posti tra gli Stati più avanzati. Rispetto al 2006 ha guadagnato una posizione grazie all’introduzione delle quote di genere nella composizione delle liste elettorali, ma negli altri ambiti ha evidenziato chiari peggioramenti: ad esempio, per quanto riguarda le opportunità economiche è scivolato al 117° posto, con performance particolarmente negative in termini di parità salariale In Italia è occupato il 56,2% delle donne tra i 15 e 64 anni contro il 75,1% degli uomini, una percentuale che risulta tra le più basse all’interno dei 37 Paesi censiti da Eurostat. Peggio di noi, solo Macedonia e Turchia. Un gap che si riduce ma non si annulla con il diminuire delle fasce di età, dunque non dipende da ragioni generazionali. Dei 10 milioni di donne occupate, il 54,2% è al Nord, il 23,3% al Sud e il 22,5% al Centro. Quanto al profilo professionale, i dati Istat chiariscono bene il divario di genere: tra i quadri la percentuale di donne è del 45%, mentre precipita al 31,9% tra i dirigenti. Anche il gender gap salariale in Italia continua a essere molto elevato: in base ai dati di Job Pricing, la disparità di retribuzioni tra uomini e donne è in media del 10,2% e risulta maggiore nelle mansioni di impiegato (-9,6%) e operaio (-10,6%), si assottiglia per i quadri (-4,3%) per poi ritornare alto tra i dirigenti (-9%).
Tornando alla presenza femminile negli organi amministrativi e di controllo delle società quotate, risulta più giovane degli omologhi maschi: nei CdA, l’età media delle donne tra gli Amministratori è di 53 anni (59 gli uomini), tra gli Amministratori Delegati 55 (57 gli uomini), tra i Presidenti 60 (contro 63). Situazione analoga nei collegi sindacali, in cui le donne hanno mediamente 52 anni contro i 57 degli uomini (54 contro 58 se sono Presidenti). Inoltre, le donne presenti nei board hanno più frequentemente cariche in altre società quotate: il 21,7% ne possiede almeno un’altra (l’11% tra gli uomini), probabilmente perché sono poche quelle a poter vantare un’esperienza in un CdA. In termini assoluti, sono 88 le donne che siedono almeno in un altro board (il 13,8% contro l’8,8% degli uomini).Passando alle società a controllo pubblico, secondo i dati che Cerved elabora per il Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, dal 2014 al 2019, cioè dopo l’entrata in vigore del D.P.R. 251/2012, la presenza delle donne nei Consigli d’amministrazione e nei collegi sindacali è aumentato di quasi 3.000 unità (da 2.180 a quasi 5.000) passando dal 14,3% al 32,5%, ma senza superare la quota di un terzo. Nello stesso periodo, gli uomini ai vertici degli organi collegiali sono scesi da 19.000 a 10.000.
È fortemente aumentato (da 1.153 nel 2014 a 1.533 nel 2019) anche il numero di controllate pubbliche con Amministratore unico, che non hanno obblighi di parità di genere: le donne che ricoprono la carica di Amministratori sono ugualmente cresciute, ma non certo con lo stesso ritmo, passando da 103 a 193 negli ultimi due anni, cioè dall’8,5% ad appena il 12,6%.
I dati territoriali indicano un’ampia variabilità nella presenza di donne nei board delle quotate pubbliche, con quote che vanno dal 36,5% in Umbria al 9,5% in Basilicata. Più in generale, le regioni del Sud, e in particolare Campania, Sicilia, Calabria e Basilicata, sono ancora molto lontane dalla soglia minima, anche se ovunque, tranne Basilicata e Calabria, è aumentata la quota di donne rispetto al 2014.
Nelle grandi aziende non obbligate, più donne nel board, ma ancora pochi Amministratori Delegati
Nella grande maggioranza delle imprese, dove non ci sono norme specifiche sulla parità di genere, la presenza femminile nei Consigli d’amministrazione cresce lentamente e riflette il ricambio generazionale. La percentuale aumenta nelle società con Amministratore unico (dal 10,8% al 12,7% tra 2012 e 2019) e in quelle che hanno un board collegiale (dal 14,4% al 17,9%), ma rimane ben al di sotto della soglia di un terzo. La presenza di donne tra gli Amministratori cresce al diminuire della fascia di età considerata: 13% tra chi ha più di 55 anni, 18% nella fascia 45-54 anni, 22% in quella 35-44 anni, fino al 27% per gli under 35.Un più equa rappresentanza di donne nei CdA non basta da sola a ridurre i differenziali di genere. Dunque, le “quote” non hanno favorito la presenza femminile né tra le posizioni apicali delle aziende né tra le occupazioni a più elevato reddito: una più equa rappresentanza di donne nei CdA dell’imprese è sicuramente desiderabile, ma da sola non è sufficiente a ridurre i differenziali di genere.

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La ripresa si è fermata, ma le aziende italiane restano solide

Posted by fidest press agency su domenica, 17 novembre 2019

Indici di redditività in calo, fatturato in aumento in termini nominali (+4,1%, l‘anno prima era 4,4) ma nella sostanza fermo ai livelli del 2017, valore aggiunto cresciuto (+4,1%) a ritmi più ridotti dei costi del lavoro (+5,6%), con effetti negativi sulla produttività e sui margini, tempi e ritardi nei pagamenti di nuovo peggiorati, dopo una lunga fase di miglioramento: la ripresa delle PMI, che durava dal 2013, nel 2018 ha perso slancio e ha continuato a perderlo anche nella prima parte del 2019. Eppure, nonostante la congiuntura non più favorevole, le aziende italiane sono finanziariamente sempre più solide.A dirlo è il Rapporto Cerved PMI 2019, presentato oggi a Osservitalia in collaborazione con Borsa Italiana, che fotografa lo stato di salute economico-finanziaria delle piccole e medie imprese italiane dal punto di vista dei bilanci, della demografia, del credito e del debito commerciale, del rischio di default, grazie al vasto patrimonio di informazioni di Cerved integrato con i sistemi di rating, di score e dai modelli previsionali sviluppati dall’azienda. Il focus quest’anno è dedicato al nuovo Codice della crisi, a cui Cerved ha contribuito in qualità di partner scientifico del Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili nell’elaborazione degli indici della crisi.Le procedure di allerta previste dal nuovo Codice mirano a un’emersione anticipata delle crisi aziendali, con lo scopo di risanare società per cui la difficoltà è temporanea e rendere più rapida e meno costosa l’uscita dal mercato per quelle in cui è invece irreversibile. Il rispetto degli ‘obblighi organizzativi’ previsto dalle nuove norme richiederà alle imprese di dotarsi di sistemi di autovalutazione per monitorare il proprio rischio di default. Ciò comporterà investimenti non trascurabili in sistemi di risk management, formazione e per nominare gli organi di controllo, con maggiori costi per ogni PMI compresi tra 20 e 40 mila euro all’anno. I benefici per il sistema potrebbero comunque superare i costi e raggiungere i 10 miliardi di euro (contro 6 miliardi di spesa) se le PMI coglieranno quest’opportunità per migliorare la loro gestione economico-finanziaria.Secondo il precedente Rapporto, in Italia nel 2017 la ripresa economica si era consolidata, con un’accelerazione dei ricavi e della redditività delle imprese, in un contesto di grande solidità finanziaria. I dati del nuovo Report di Cerved, giunto alla sesta edizione, indicano invece come nel 2018 e nella prima parte del 2019 la crescita del fatturato e dei profitti si sia fermata, senza però incidere negativamente sui profili di rischio delle aziende, ulteriormente migliorati rispetto all’anno precedente.Anche nel prossimo triennio, secondo l’analisi, le PMI italiane continueranno a evidenziare profili solidi, pur crescendo poco in ragione di una congiuntura economica debole, al di sotto di un punto percentuale in termini reali: nel 2019, infatti, i fatturati segneranno una netta frenata e accelereranno leggermente nel successivo biennio, mentre la redditività lorda sarà sostanzialmente ferma per poi crescere a ritmi lenti. Gli indici di redditività subiranno un’ulteriore flessione: nel 2021, al termine del periodo di previsione, il ROE si attesterà al 10,4% (dall’11% del 2018). Ciononostante, il rafforzamento patrimoniale e il calo della rischiosità dovrebbero proseguire, anche se più lentamente rispetto al passato.

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Richieste di nuovi mutui e surroghe da parte delle famiglie italiane

Posted by fidest press agency su sabato, 9 novembre 2019

A ottobre si è registrata una vera e propria impennata delle richieste di nuovi mutui e surroghe da parte delle famiglie italiane (vere e proprie istruttorie formali contribuite sul Sistema di Informazioni Creditizie gestito da CRIF), con un eloquente +18,4% rispetto allo stesso mese del 2018. Indubbiamente l’irrobustimento della crescita rappresenta un elemento positivo per il mercato dopo 3 trimestri improntati alla prudenza, con una dinamica complessiva influenzata dal recupero dei nuovi mutui ma, soprattutto, dalla ripresa delle surroghe stimolate da tassi applicati che negli ultimi mesi hanno toccato i nuovi minimi. A sostegno del dato relativo all’andamento delle richieste di mutui e surroghe, dall’ultima rilevazione del Barometro CRIF emerge anche il dato relativo all’importo medio richiesto, che nel mese di ottobre si è attestato a 133.600 Euro, con un incremento del +4,2% rispetto al corrispondente mese del 2018. In termini assoluti si tratta del valore più elevato fatto registrare negli ultimi 7 anni dopo il picco del giugno 2012, quando la media dei mutui richiesti era risultata pari a 133.074 Euro.

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Largo agli Innovation Manager nelle piccole e medie imprese italiane

Posted by fidest press agency su lunedì, 9 settembre 2019

Una grossa spinta alla trasformazione tecnologica e digitale del nostro tessuto produttivo è arrivata il 1° luglio 2019, data della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto 7 maggio 2019 del Ministero dello Sviluppo Economico (MISE), che stanzia complessivamente 75 milioni di euro in tre anni sotto forma di voucher. Ciascuna PMI potrà chiedere un massimo di 40mila euro per coprire fino al 50% del costo delle consulenze fornite da un Innovation Manager, per un periodo limitato ma non inferiore ai 9 mesi.Con la pubblicazione del decreto del 29 luglio è il MISE ha definito anche le modalità per iscriversi all’albo dei professionisti e delle società di consulenza. Dal 27 settembre al 25 ottobre, attraverso una piattaforma informativa, i manager qualificati e le società di consulenza potranno quindi presentare la domanda di iscrizione all’elenco degli Innovation Manager. L’attesa è che i nuovi iscritti all’elenco siano circa 10.000.A questo punto tanti titolari di PMI potranno sentirsi confusi da questo vortice di cambiamento, proprio come accadeva un decennio fa di fronte al proliferare di professionisti del digitale. “L’innovation manager è la figura che esplora e valuta le opportunità di innovazione, per poi incaricarsi dello scouting e della selezione di potenziali partner, come startup e centri di ricerca”, spiega Andrea Bellucci, Business Innovation Manager e Presidente di Stargate Consulting, società che affianca le imprese nello sviluppo di processi di innovazione profittevole e forma i futuri Innovation Manager. “La sua capacità più rilevante, però, è la leadership: un valido innovation manager infatti è in grado di introdurre nuove metodologie e accompagnare il cambiamento culturale, anche scontrandosi con la sindrome del ‘si è sempre fatto così’”.Concretamente, però, come si fa a selezionare un innovation manager competente? Bellucci propone 3 consigli per gli imprenditori che vogliono sfruttare l’opportunità offerta dal voucher per creare valore tangibile per la propria azienda:
1. Troppo spesso si parte dal preconcetto per cui l’innovazione sia una pura e semplice questione di tecnologie. In realtà, il vero innovation manager è un hybrid thinker: “one part humanist, one part technologist, one part capitalist”.
2. Nell’odierno mercato del lavoro, i cosiddetti professionisti I-Shaped, che possiedono competenze molto specifiche su una sola disciplina, convivono con quelli Hyphen-Shaped, che sanno “un po’ di tutto” senza essere esperti di un ambito particolare. L’innovation manager, al contrario, è T-Shaped: ha una consapevolezza maggiore in termini di business e impatto dell’innovazione sul mercato e sul lavoro, ma al tempo stesso sa muoversi con disinvoltura in ambito digital, financial, scouting.
3. Come spesso accade per le professioni di recente introduzione, gli innovation manager possono provenire da percorsi accademici e professionali molto eterogenei. L’iscrizione nell’apposito registro del MISE sarà un “bollino di garanzia” che identifica chi ha diritto di qualificarsi come tale, ma è bene che le aziende facciano un passo in più, assicurandosi che il aspirante consulente abbia frequentato un corso di formazione specifico negli ultimi 5 anni. Stargate Consulting, pioniere in Italia, offre un programma articolato su cinque moduli: Strategia di innovazione, Progettare l’innovazione, Agile Project Management, Intellectual Property Management e Valutazione investimenti e strumenti finanziari per l’innovazione.

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Vene varicose per il 40% delle italiane

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 marzo 2019

Sono solo un problema estetico”. “Vengono causate dai tacchi alti”. “Chi le ha deve necessariamente sottoporsi all’intervento chirurgico”. Ecco alcune delle false credenze o fake news più diffuse in tema di vene varicose, di cui si parlerà il 20 marzo, alle ore 18:00, nell’ambito dell’incontro aperto al pubblico “Varici, non prendiamole sotto gamba”, nuovo appuntamento della rassegna “I Mercoledì della Salute” dell’Ospedale San Giuseppe di Milano. “Le varici sono una vera e propria patologia di cui, in forma più o meno grave, soffre il 40% delle donne italiane e il 20-30% della popolazione generale”, spiega Sergio Losa, Direttore dell’Unità di Chirurgia Vascolare dell’IRCCS MultiMedica e relatore dell’evento. “L’apparato valvolare che permette alle vene delle gambe di condurre il sangue verso il cuore, quindi dal basso verso l’alto, smette di funzionare correttamente con conseguenti ristagni e rigonfiamenti, visibili sulla superficie della pelle. Il problema non è solo estetico, questa condizione provoca, infatti, infiammazione, dolore, gonfiore, lesioni cutanee che possono diventare ulcere, predisponendo alla comparsa di complicanze gravi e invalidanti, non da ultima la formazione di trombi”.
“Familiarità, professioni che impongono di stare molto tempo in piedi, fermi nella stessa posizione (dai panettieri ai chirurghi), obesità e scarsa attività fisica sono alcuni dei principali fattori di rischio. È invece un falso mito – precisa l’esperto – quello secondo cui portare scarpe con i tacchi alti provochi le vene varicose. Non permettendo una corretta contrattura del polpaccio, i tacchi, se portati per diverse ore al giorno, influiscono non tanto sulla comparsa e la progressione delle varici quanto sulla sintomatologia della stasi venosa, arrecando un senso di pesantezza e stanchezza alle gambe”.“Esistono trattamenti per prevenire le varici e per impedirne un peggioramento ma, quando ormai si sono formate, la chirurgia è la terapia definitiva”, prosegue Losa. “Non tutti i pazienti, però, sono candidabili all’intervento. Occorre distinguere tra quelli che possono trarne vantaggi sostanziali da quelli che invece possono continuare a seguire un percorso più conservativo. Solo il 2-5% dei pazienti con patologia varicosa arriva all’operazione. Oggi sono disponibili modalità d’intervento mininvasive. Rispetto alla chirurgia tradizionale, che prevedeva l’asportazione completa della vena grande safena, le nuove metodiche ‘chiudono’ la vena malata mediante termoablazione con laser o radiofrequenza; il decorso post-operatorio è più semplice e non richiede i 15 giorni di assenza dal lavoro, necessari invece dopo l’operazione tradizionale”.

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I fallimenti delle imprese italiane

Posted by fidest press agency su lunedì, 25 febbraio 2019

Nel 2018 i fallimenti delle imprese italiane sono diminuiti del 5,9% rispetto al 2017 (da 11.939 a 11.233), con cali più significativi nel settore industriale (-8,1%, 2.010 aziende fallite) e più contenuti nell’edilizia (-2,3%), dove le imprese a chiudere i battenti sono state 2.248. È quanto emerge dall’Analisi dei fallimenti in Italia condotta da CRIBIS, società del Gruppo CRIF specializzata nella business information.L’analisi di CRIBIS ha rilevato nel 2018 3.475 fallimenti nel settore “commercio” (-6,4%) e 2.609 nei “servizi” (-6,7%). Negli ultimi 10 anni il 2014 è stato l’anno con più imprese fallite nel settore “commercio” (4643), “industriale” (3.343) ed “edilizia” (3.343), mentre il 2015 è stato l’anno nero per il settore servizi (3.019).“I dati sui fallimenti 2018 – commenta Marco Preti, amministratore delegato di CRIBIS – confermano un trend positivo che va avanti dal 2015 e che vede il numero delle aziende costrette a chiudere i battenti ridursi sempre più. Tra 2016 e 2017 (-11,3%) abbiamo rilevato il calo maggiore mentre in termini assoluti l’anno più negativo del decennio è stato proprio il 2014, quando ben 15336 aziende sono state costrette a portare i libri in tribunale. Il numero di fallimenti registrato lo scorso anno, è inferiore a quanto avevamo rilevato nel 2011, quando le imprese costrette a chiudere per il cattivo andamento del business erano state 11.840”.Dall’analisi di CRIBIS sui fallimenti in Italia negli ultimi 10 anni, si evince che le aziende che hanno portato i libri in tribunale lo scorso anno sono quasi il 20% in più rispetto al 2009 (9.384). Tra 2010 e 2009 il numero di imprese costrette alla chiusura è cresciuto del 16%: l’incremento più elevato del decennio seguito da quello rilevato tra 2012 e 2013 (+15,6%).
La Lombardia, motore economico dell’Italia, è la regione dove si registra il più elevato numero di fallimenti (2.433, 21,8% del totale), seguita dal Lazio (1417, 12,7%) e dalla Toscana (933, 8,3%). Poco più distante il Veneto (902, 8,1%), che precede Campania (854, 7,6%), Sicilia (749, 6,7%) ed Emilia-Romagna (745, 6,6%). In Piemonte il numero di aziende costrette a chiudere i battenti (720) è più elevato del 43% rispetto a quello che CRIBIS ha rilevato in Puglia (493) ed è più del doppio rispetto a Marche (328), Sardegna (285) e Calabria (272).

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