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Jackson Hole: le reticenze delle banche centrali

Posted by fidest press agency su venerdì, 22 settembre 2017

mario-draghi2E’ stato un incontro molto “strano” quello di fine agosto a Jackson Hole, dove si sono confrontati Janet Yellen, presidente della Federal Reserve e Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea.
Ogni anno nella nota località del Wyoming si fa il punto della situazione monetaria, finanziaria ed economica degli Stati Uniti e del resto del mondo. Quest’anno i due massimi responsabili della politica monetaria internazionale hanno parlato di molte cose, anche interessanti, ma hanno evitato accuratamente di presentare i loro programmi monetari futuri.
I maggiori mass media economici hanno sostenuto che Yellen avrebbe difeso le riforme finanziarie e bancarie parzialmente realizzate dall’amministrazione Obama, mentre Draghi si sarebbe schierato contro il ritorno a misure protezionistiche. In sostanza entrambi avrebbero criticato le politiche di Donald Trump che, in effetti, sta smantellando la già debole riforma Dodd-Frank relativa alle banche “too big to fail” e al “sistema bancario ombra” e sta riavviando la campagna neoprotezionista “America First”.
Considerazioni condivisibili. Ma il mondo vorrebbe anche sapere se e come la Fed aumenterà i tassi d’interesse e come e fino a quando la Bce intende continuare con il Quantitative easing. In questo momento le banche centrali perseguono politiche molto differenti ma con effetti globali rilevanti.
In occasione del decennale della Grande Crisi, Yellen ha evidenziato che quanto fatto negli ultimi dieci anni avrebbe reso l’intero sistema più stabile e più sicuro.
Importante è stata la sua ammissione che i responsabili della politica economica e monetaria americana avevano negato l’evidenza del collasso persino mentre avveniva. In merito ha detto:” Dieci anni fa il sistema finanziario americano e quello globale erano in una situazione di pericolo. I prezzi delle case nel 2006 avevano toccato il massimo e le difficoltà del mercato ipotecario erano diventate acute nella prima metà del 2007. In agosto la liquidità nei mercati monetari era deteriorata a tal punto da richiedere degli interventi da parte della Fed. Nonostante ciò, la discussione a Jackson Hole nell’agosto 2007, con poche eccezioni, era stata molto ottimista rispetto alle possibili ricadute economiche negative derivanti dalle tensioni che scuotevano il sistema finanziario”.
Il problema per i mercati, e non solo, è che la presidente della Fed ha attentamente evitato di confrontare la situazione del 2007 con quella di oggi. Eppure la situazione globale non è migliorata, anzi.
Uno studio del Fondo Monetario Internazionale ha evidenziato che a fine 2015 il debito aggregato globale (pubblico, privato e corporate, senza il settore finanziario) ha toccato il livello di 152 trilioni di dollari, pari al 225% del Pil mondiale. La percentuale era di circa 190% nel 2007. E si stima che dal 2015 il debito sia cresciuto almeno di un trilione il mese.
Intanto il debito pubblico mondiale è raddoppiato, passando da 29,5 trilioni del 2007 a circa 60 trilioni di dollari attuali.
Lo stesso è accaduto per il “debito corporate”, cioè quello delle imprese private. E’ di circa 50 trilioni di dollari, di cui la metà nelle economie emergenti, in primis la Cina. Nei paesi emergenti si è passati dai 7 trilioni del 2007 ai 25 trilioni di dollari di oggi.
Anche il commercio mondiale non ha recuperato dopo il crollo post crisi. Secondo l’UNCTAD, l’agenzia dell’Onu che studia il commercio, definito 100 il valore del commercio mondiale delle merci nel 2000, esso era 250 nel 2008, 194 nel 2009 e 247 alla fine del 2016.
Le borse internazionali hanno invece avuto un andamento molto differente e anche poco comprensibile. L’indice della borsa italiana è circa la metà di quello del 2007 e l’Euro Stoxx 50 Stock Market (l’indice delle 50 principali aziende dell’Eurozona, che dà una rappresentazione dei principali settori dell’area) è di 3500 punti contro i 4500 del 2007. Invece, è il Dow Jones americano a sbalordire: dal livello di 14.000 del 2007 era sceso a 6600 nel marzo del 2008 per arrivare oggi alla stratosferica vetta di 22.000 punti. Una crescita inflazionata senza precedenti!
Non è un caso, quindi, che siano sempre più numerosi e autorevoli gli ammonimenti sul rischio di una nuova crisi finanziaria globale. Lo è sicuramente quello dell’ex presidente della Federal Reserve americana, Alan Greenspan, che, in una recente intervista all’agenzia stampa Bloomberg, ha detto che «siamo nel mezzo di una bolla relativa ai prezzi delle obbligazioni delle imprese».
«Stiamo entrando in una nuova fase dell’economia, una stagflation mai vista dal 1970», ha detto Greenspan. Si tratta, com’è noto, della micidiale combinazione tra la stagnazione dell’economia e l’inflazione sui prezzi.
Jacques Attali, il più noto uomo dell’establishment francese, dalle pagine dell’Express ha sostenuto che «prima o poi, le banche centrali cesseranno di comportarsi come dei Madoff legalizzati. Dovranno ridurre il flusso di denaro gratuito che stanno dando alle banche. Ciò farà salire i tassi d’interesse e i governi e le imprese dovranno tagliare le spese o finiranno in bancarotta». Si ricordi che Bernard Madoff è lo speculatore americano condannato a 150 anni di carcere per aver truffato 65 miliardi di dollari.
Attali ha concluso che «sarebbe il momento di pensare collettivamente, con calma, a ridurre l’indebitamento e a mettere in atto delle vere riforme finanziarie da applicare a livello internazionale. Questo è il compito del G20. I governi dovrebbero occuparsi di questo, se hanno veramente a cuore l’interesse delle generazioni future. Naturalmente non si farà. Soltanto degli ottimisti lucidi potranno riuscirci». Un’amara conclusione, ma purtroppo realistica. (Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista)

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La Fed continua con le politiche monetariste del Qe

Posted by fidest press agency su domenica, 4 settembre 2016

L’oracolo di Jackson Hole ha parlato per bocca del governatore della Federal Reserve, la signora Federal ReserveJanet Yellen. Ma come sempre, dai tempi di Delfi in poi, non è stato molto chiaro. Sì, forse, ma anche no, sulla possibilità di un piccolo ritocco, un rialzo del tasso di sconto da parte della banca centrale americana. Organizzato come ogni anno alla fine di agosto dalla Fed di Kansas City, il convegno di banchieri ed esperti internazionali era spasmodicamente atteso da tutti gli operatori finanziari del mondo. Conoscere le future intenzioni monetarie americane, come noto, è da sempre un fatto cruciale per i mercati per poi prendere le decisioni sulle grandi operazioni finanziare. Naturalmente anche quelle speculative.
Nella sua analisi, Janet Yellen ha riconosciuto che la persistente debolezza nella ripresa degli investimenti, la bassa produttività e la troppo alta propensione al risparmio frenano l’economia, nonostante l’aumento dell’occupazione registrato anche negli ultimi tre mesi negli Usa. I differenti e molteplici indicatori economici non permettono, quindi, di affermare con chiarezza se ci sia l’intenzione di aumentare il tasso di interesse, come in precedenza ventilato anche nei documenti ufficiali del Federal Open Market Committee della Fed. La lettura delle proiezioni e degli scenari elaborati dalla stessa banca centrale indicherebbe un 70% di probabilità che esso possa variare tra lo 0 ed il 4,5% entro la fine del 2018! E’ una vaghissima stima che non giustifica affatto l’aver scomodato centinaia di importanti esperti. La ragione di tale vaghezza sarebbe ovviamente da ricercare nell’andamento dell’economia che spesso è colpita da rivolgimenti imprevedibili. Perciò “quando avvengono forti choc e l’andamento economico cambia, la politica monetaria deve adeguarsi”, ha affermato la Yellen.
Si spera che non sia questo il suo vero oracolo. Leggendo con più attenzione il suo discorso vi è comunque un messaggio molto chiaro: continuare senza limiti di tempo la politica monetaria accomodante del Quantitative easing.
In merito si consideri che, secondo una ricerca della Bank of America, il totale delle politiche di Qe condotte dalle banche centrali a livello mondiale ammonterebbe a 25 trilioni di dollari.
Sul piano concreto la Fed ha anzitutto deciso di mantenere i titoli, compresi quelli più complessi e quindi potenzialmente pericolosi come gli abs, che ha acquistato negli anni passati, liberando così le banche dai loro titoli rischiosi e fornendo maggiore liquidità all’intero sistema bancario.
In questo contesto la Yellen riconosce che il bilancio della Fed è passato da meno di un trilione a circa 5 trilioni di dollari e ritiene pertanto che una sua riduzione potrebbe avere delle conseguenze imprevedibili sull’economia.
E’ evidente che per il governatore americano la politica di acquisto di titoli e di “guidance” resterà una componente essenziale della strategia complessiva della Fed. Per “guidance” si intende anche l’annuncio che il tasso di interesse potrebbe restare vicino allo zero per un lungo periodo di tempo. Più che di economia monetaria trattasi di una politica della comunicazione!
Ma l’annuncio più importante è quello di voler prendere in considerazione l’utilizzo anche di nuovi strumenti d intervento monetario, tra cui quello di allargare il raggio di acquisto di titoli e di altri asset finanziari. Ciò inevitabilmente potrebbe voler dire l’acquisto di titoli e derivati ancora a più alto rischio. Si considererà anche la possibilità di alzare il target del tasso di inflazione dal 2 al 3%, allungando così i tempi di applicazione del Qe. Allo stato non ci sembra una prospettiva rosea.
Tuttavia la Yellen deve ammettere che una prolungata politica del tasso di interesse zero potrebbe incoraggiare le banche e gli altri operatori finanziari a intraprendere operazioni eccessivamente rischiose.
Si calcola che il Qe ha determinato che titoli per circa 11 trilioni di dollari oggi siano a tasso zero o negativo. Trattasi di circa il 20% del debito sovrano mondiale! Un terzo di tutti i titoli di debito pubblico globale emessi nel 2016 sono stati ad un tasso negativo. E’ chiaro che la continuazione delle politiche monetarie accomodanti riflettono “la paura che siamo di fronte ad un prolungato periodo di stagnazione economica secolare”, come ha ammesso persino Stanley Fisher, il vice presidente della Fed.
E’ evidente, quindi, che il tasso di interesse zero non sempre si rivela efficace nel sostegno alla ripresa e alla crescita.
Per questa ragione, senza iattanza, da sempre noi ribadiamo la necessità che i governi non lascino alla politica monetaria e alle banche centrali il compito di rimettere in moto l’economia, ma se ne assumano essi la piena responsabilità decisionale. Servono politiche di investimento di partenariato pubblico privato nei campi delle infrastrutture, delle nuove tecnologie. In Italia anche nel campo della messa in sicurezza del territorio sempre più minacciato da inondazioni, frane, dissesti idrogeologici e terremoti, come dimostrano i drammatici recenti disastri di Amatrice e della vasta area laziale-marchigiana-umbra. (Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e  Paolo Raimondi economista)

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