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Il fallimento del jobs act di Renzi

Posted by fidest press agency su martedì, 4 luglio 2017

infortuni-lavoro“Ancora una volta il miglioramento del mercato del lavoro è durato ben poco. I dati dell’Istat di oggi mostrano che nel mese di maggio non vi è creazione di occupazione, aumenta la disoccupazione e aumenta disoccupazione giovanile. Il fallimento del Jobs Act di Renzi è dimostrato dal fatto che calano i lavoratori permanenti mentre aumentano i contratti a termine. Con i dati di maggio torniamo indietro di due mesi e soprattutto il mercato del lavoro non si stabilizza positivamente anche perché manca una vera ripresa del Pil”. Lo scrive su Facebook Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati. A sua volta Fabio Rampelli capo gruppo di Fratelli d’Italia- Alleanza nazionale dichiara: “L’aumento di giovani disoccupati in Italia, + 1,8% a maggio e 37% complessivo, rappresenta il record negativo dell’intera Europa. Se consideriamo le farneticanti dichiarazioni dei governi Pd di questi anni c’è da restare senza fiato. La disoccupazione giovanile nella zona euro a maggio è rimasta stabile a 18,9% rispetto ad aprile. Stabile anche nella Ue a 16,9%. Solo la Grecia (46,6% a marzo) e la Spagna (38,6%) hanno un indice peggiore del nostro, seppure superate nei dati di maggio. Mentre i nostri giovani emigrano in massa, soprattutto dal Mezzogiorno, la Germania esibisce il suo 6,7%. Un divario imbarazzante che dovrebbe indurre Gentiloni e Poletti, al di là di qualunque polemica, ad ammettere il loro fallimento”.

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Lavoro: Non servono droghe come il job act ma riforme strutturali

Posted by fidest press agency su martedì, 23 maggio 2017

infortuni-lavoro“La verità è che in Italia nel mese di marzo la disoccupazione è all’11,7%, la crescita di posti di lavoro si è sostanzialmente arrestata nell’ultimo semestre – per cui la rivendicazione di quasi un milione di posti di lavoro creati è il risultato solo del primo periodo di incentivazione – e segue con tassi decrescenti l’andamento decrescente degli incentivi, i contratti a termine sono nuovamente prevalenti rispetti ai contratti a tempo indeterminato, il lavoro indipendente continua a vivere una stagione difficile”. Così Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati, in un intervento su “Il Sole 24 Ore”.“Per ottenere questi risultati sono stati spesi quasi 20 miliardi e fatto il principale provvedimento economico di questa legislatura: il Jobs Act. Nel frattempo il tasso di disoccupazione in Europa è sceso all’8%, sono stati recuperati i livelli pre-crisi di occupazione in quasi tutti i paesi dell’Unione e in Germania, Regno Unito e Stati Uniti vi è una corsa a chi stabilisce il minor livello di disoccupazione.
Vi è qualcosa che non funziona, purtroppo. Lo dimostrano i dati Inps usciti questa settimana e lo riconosce lo stesso consigliere economico del presidente del Consiglio, Marco Leonardi. Il saldo annualizzato (vale a dire la differenza tra assunzioni e cessazioni negli ultimi 12 mesi) dei primi tre mesi del 2017 risulta positivo, ma è frutto soprattutto di 315mila contratti a tempo determinato contro appena 22mila contratti a tempo indeterminato. Nei primi tre mesi del 2017 i contratti a tempo indeterminato sono diminuiti di quasi l’8% e così pure le trasformazioni; rispetto ai primi mesi del 2015 vi sono 170mila contratti a tempo indeterminato in meno.
A ciò si aggiunga la grave situazione del lavoro giovanile e la crisi occupazionale che stanno attraversando le classi di età centrali, quelle in cui si concentrano i carichi familiari.
Appare stupefacente che il governo ora – tramite il suo consigliere economico – si stupisca di questo effetto e passi a sostenere la necessità di una riduzione permanente del cuneo fiscale. E’ quella che dall’opposizione il centrodestra ha sempre sostenuto, rivendicando il successo della Legge Biagi – che ha cambiato il paradigma delle politiche del lavoro in Italia e ha creato 1 milione di posti di lavoro veri –, e argomentando per un utilizzo strutturale dall’inizio di quei 20 miliardi che sono solo serviti a ‘drogare’ il mercato del lavoro, ma non a mutarne le caratteristiche strutturali”, sottolinea Brunetta.

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Il flop del job act

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 maggio 2016

inps“I dati diffusi dall’Inps in merito ai contratti a tempo indeterminato confermano le nostre amare ma purtroppo realistiche previsioni”. Lo scrive su Facebook Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati.
“Finita parzialmente la droga dal Jobs Act, che per tutto il 2015 ha distribuito a pioggia incentivi sui contratti stabili, adesso si torna dalla dura realtà: nei primi tre mesi del 2016 sono stati stipulati 428.584 contratti a tempo indeterminato mentre le cessazioni, sempre di contratti a tempo indeterminato sono state 377.497 con un saldo positivo di 51.087 unità, dato peggiore del 77% rispetto al saldo positivo di 224.929 contratti stabili dei primi tre mesi 2015.Numeri, questi dei primi tre mesi del 2016, addirittura peggiori anche rispetto al 2014 (+87.034 posti stabili nei primi tre mesi).In compenso crescono, nello stesso lasso temporale, i voucher (+45,6%), utilizzati evidentemente in modo inappropriato e incontrollato.
Quello di Renzi e Poletti si rivela ancora una volta un Flop Act. Non hanno riformato il mercato del lavoro, hanno solo usato soldi pubblici per alterare in modo truffaldino i numeri sui contratti a tempo indeterminato. Che tristezza, che miseria per il nostro malandato Paese”, conclude Brunetta.

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Jobs act: Un imbroglio

Posted by fidest press agency su martedì, 23 febbraio 2016

il fatto quotidianoDichiarazione dell’onorevole Renato Brunetta, presidente dei deputati di Forza Italia: “Noi l’avevamo detto, oggi sul Fatto Quotidiano lo conferma Luca Ricolfi, che è il maggiore esperto di analisi dei dati: il Jobs act è stato un imbroglio, costoso e dannoso. Il Jobs act doveva ridurre la precarietà e invece, secondo l’analisi di Ricolfi, durante il 2015 il tasso di occupazione precaria, ossia la quota dei lavoratori dipendenti con contratti temporanei, ha raggiunto il massimo storico da quando esiste questa statistica (2004), superando il 14%. Quanto ai 764.000 posti stabili in più del 2015 decantati da Renzi, questi sono la somma fra il numero delle trasformazioni (578.000) e il saldo fra assunzioni e cessazioni (186.000). Per quanto riguarda le trasformazioni, secondo Ricolfi è vero che quelle del 2015 sono state di più di quelle del 2013 e del 2014, ma se risaliamo anche solo al 2012 (l’anno di Monti) le trasformazioni erano state oltre 600.000, ossia un po’ di più di quelle vantate dal governo per il miracoloso 2015. E questo nonostante quello di Monti sia stato un anno di recessione. Resterebbe il saldo di 186.000 contratti stabili in più, ma, dice Ricolfi, sono dovuti alla decontribuzione e non al contratto a tutele crescenti del Jobs act. Inoltre, la modesta ripresa occupazionale si deve al fatto che anche il Pil è tornato a crescere, ancorché poco, più che a specifiche norme volte a favorire l’occupazione. E poi non bisogna dimenticare, sempre secondo Ricolfi, il decreto Poletti del marzo 2014, che liberalizzava le assunzioni a termine, permettendo molteplici rinnovi. Una misura in direzione opposta a quella del Jobs Act, perché incentiva le assunzioni a tempo determinato. Tutto sommato, conclude Ricolfi e noi siamo d’accordo, non è valsa la pena di spendere i 2 miliardi per la decontribuzione delle nuove assunzioni nel 2015, che tra l’altro ha un ulteriore costo di 5 miliardi nel 2016 e 5 miliardi nel 2017, per un totale di 12 miliardi, oltre ad aver drogato il mercato del lavoro. E quella del 2015, quindi, potrebbe rivelarsi una “bolla occupazionale”. Renzi e Poletti, invece di esultare, si vergognino”.

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