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The shocking image from the border, and the lessons from Aylan Kurdi

Posted by fidest press agency su giovedì, 27 giugno 2019

By Jon Allsop. Last week, the Associated Press detailed the inhumane conditions imposed on hundreds of migrant children at a US border facility in Clint, Texas, near El Paso. Other stories followed the AP’s coverage; the children, we were told, had gone weeks without a bath or clean clothes, slept on the floor, and taken care of each other after the Trump administration separated them from their parents. These details were shocking. But they were secondhand. As The Washington Post’s Paul Farhi noted yesterday, the government, as is common, blocked reporters from the facility; instead, lawyers who visited in order to monitor conditions fed their observations back to the press, which they don’t normally do.
In recent days, similar testimonies have swelled in our media. Sometimes, however, it takes an image for a horrible truth to land with full impact. Yesterday, the AP shared a monstrous photo of a different—yet clearly related—tragedy at the opposite end of Texas’s border with Mexico. On Sunday, Óscar Alberto Martínez Ramírez, a migrant from El Salvador, and his daughter Valeria, not yet two years old, were swept away as they attempted to cross the Rio Grande. On Monday, Julia Le Duc, a journalist with La Jornada, a Mexican newspaper, photographed their bodies as they lay washed up on a river bank across from Brownsville; Valeria was bound to her father by his black shirt, her arm crooked around his neck. The image unleashed an immediate outpouring of emotion. On CNN, Don Lemon choked up as he talked about it. “That is what the immigration crisis looks like,” he said.Commentators and major news outlets compared the image to the photo, taken in 2015, of Aylan Kurdi, a three-year-old Syrian refugee whose body washed ashore in Turkey after he drowned trying to reach Europe. Politicians did likewise: “It’s our version of the Syrian photograph—of the three-year-old boy on the beach, dead. That’s what it is,” Joaquin Castro, a Democratic congressman from Texas, said. CNN, The Guardian, and others noted that the Kurdi image had a profound, galvanizing impact on the tenor of the migration debate in Europe. “It remains to be seen” whether the image from the Rio Grande “may have the same impact in focusing international attention on migration to the US,” the AP wrote.
There’s no question the Kurdi image resonated. It spread like wildfire on social media; by one estimate, 20 million people saw it in just 12 hours. Donations to refugees soared as politicians in multiple countries promised to work harder to resettle them. But did it actually change anything? One year on from Kurdi’s death, his aunt told the BBC that, in her view, following the initial shock, “everybody went back to business”; the same day, Patrick Kingsley—then The Guardian’s migration correspondent, now at The New York Times—wrote that “Small shifts in policy and discourse have proved to be temporary.” Donations and online interest dropped off. As migrants continued to come to Europe, politicians closed their borders, and the anti-immigrant rhetoric that felt suspended post-Kurdi returned. Three years on, the BBC found migrant children living in horrifying conditions in camps in Greece; some as young as 10 had tried to kill themselves. “A photograph, no matter how emotionally wrenching, can only do so much,” Paul Slovic, a psychology professor at the University of Oregon, wrote for Quartz in 2016. “The fact is that there will be no sudden emotional tipping point triggering aggressive humanitarian intervention. Empathy is important, but not sufficient.”
Of course, the situations in Central America and at the US border are different from what has happened in Syria and in Europe. But Slovic’s words ring loudly this morning, as do many of the details of Kurdi’s story and the inaction that came next. Children crammed into camps, children separated from their parents, and children washing up dead are all grim common threads. We cannot allow collective inaction to become another. Our job now is to apply pressure to those who have the power to take action, and to keep that pressure up for as long as it takes. (font: CJR Editors)

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Protesta Kurda contro attacchi esercito turco

Posted by fidest press agency su giovedì, 20 luglio 2017

turchiaBruxelles 20.7.2017, dalle 13:30 alle 16:30, Rond-point Robert Schuman, 20.7.2017, dalle 13:30 alle 16:30, Rond-point Robert Schuman, l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) sostiene e si unisce alla protesta organizzata da un gruppo di Kurdi siriani contro i continui attacchi dell’esercito turco alla regione di Afrin, abitata prevalentemente da Kurdi, nel nordovest della Siria. Da diverse settimane la Turchia sta radunando veicoli militari e armamenti pesanti lungo i confini del cantone di Afrin e assieme a gruppi radical-islamici siriani opera quasi quotidianamente attacchi con artiglieria pesante contro la zona liberata situata nella regione del Rojava/Siria del Nord. La popolazione di Afrin, prevalentemente kurda, teme che la Turchia stia preparando una grande offensiva contro la loro regione, da anni completamente isolata dal resto del mondo e nella quale molti profughi di guerra hanno trovato riparo.Secondo l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani con sede in Gran Bretagna, lo scorso 16 luglio l’esercito turco e gruppi radical-islamici avrebbero attaccato i villaggi yezidi di Kastal Jendo, Basufan e Katma. Alcuni colpi di artiglieria sarebbero arrivati fino ai confini est della città di Afrin. La notizia è stata confermata dai contatti in loco dell’APM, che raccontano anche del ferimento di quattro civili.Una grande offensiva su Afrin porterebbe alla destabilizzazione dell’intera regione e alla fuga di centinaia di migliaia di Kurdi e di decine di migliaia di Arabi che hanno trovato rifugio lì per anni. Ai primi di luglio una delegazione di Kurdi di Afrin si era rivolta all’APM perché si facesse portavoce presso il governo tedesco e l’UE con la richiesta di fare tutto il possibile per evitare una “guerra ingiustificata” di Recep Tayyip Erdogan contro la popolazione civile di Afrin.Nella regione di Afrin vivono quasi un milione di persone. La metà di loro sono rifugiati, provenienti soprattutto dalla città di Aleppo che dista solamente 55 chilometri. La città di Afrin, che prima della guerra civile aveva fino a 80.000 abitanti, si trova sul fiume omonimo 25 chilometri a sud e ad est del confine turco-siriano. La regione Afrin comprende 366 villaggi e sette città più piccole. La maggior parte dei Kurdi nella regione di Afrin sono musulmani sunniti. Tuttavia, vi abitano anche migliaia di Kurdi yezidi e alawiti. Dal 2011 al 2017 ad Afrin sono stati uccisi dai militari turchi 30 civili e almeno 44 sono stati feriti. Circa 15.000 alberi di ulivo sono stati distrutti. Inoltre nei mesi estivi vengono regolarmente dati alle fiamme i campi di grano.

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L’Europa deve opporsi alla violenta politica di Erdogan contro la popolazione kurda

Posted by fidest press agency su venerdì, 31 luglio 2015

erdoganL’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) si è appellata al governo tedesco e all’Europa affinché convinca il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan a porre fine alla sua violenta politica contro i Kurdi e affinché ritiri il divieto del PKK in Germania oltre che in Europa. Secondo l’APM è importante segnalare ai 15 milioni di Kurdi della Turchia e ai Kurdi degli altri paesi del Medioriente che la strada intrapresa nel cercare con mezzi pacifici il riconoscimento della loro lingua e cultura e di ottenere maggiore autodeterminazione è quella giusta. La maggior parte dei membri e simpatizzanti del PKK si impegnano da tempo per un processo di democratizzazione della Turchia. Ciò è emerso anche dai risultati delle ultime elezioni in Turchia di circa 2 mesi fa, nelle quali il partito pro-kurdo HDP ha ottenuto il 13% dei voti. E’ un risultato di cui l’Europa deve finalmente prendere atto. I governi europei devono infine impegnarsi per la liberazione degli oltre 1.000 Kurdi arrestati negli scorsi giorni.Per l’APM, l’attacco delle forze di sicurezza turche a presunti sostenitori del PKK in Turchia come nei vicini Siria e Iraq mira unicamente a discreditare i Kurdi nei confronti dell’opinione pubblica mondiale. Non dimentichiamo però che il PKK ha contribuito in modo determinante ad aiutare decine di migliaia di Yezidi e Cristiani in fuga dalle milizie dell’IS e a proteggere le enclave kurde dall’assalto dell’IS. Mentre il PKK contribuiva a salvare migliaia di vite umane, le autorità turche bloccavano le frontiere, rendendo oltremodo difficili le azioni di salvataggio delle persone e impedendo l’entrata nel paese anche ai feriti. Erdogan sembra fare un gioco molto pericoloso nel quale mette a rischio la pacificazione con la popolazione kurda dopo decenni di conflitti a favore del predominio di estremisti islamici in Siria e i Iraq. Di fatto, Erdogan sta giocando con la vita dei cittadini turchi.Se negli anni ’80 il PKK combatteva ancora per un proprio stato kurdo, negli ultimi anni la posizione del PKK si è molto ammorbidita. Ora l’organizzazione chiede la liberazione dei circa 8.000 prigionieri politici kurdi incarcerati in Turchia, il riconoscimento della lingua kurda nella costituzione turca, la libertà di culto per Cristiani, Yezidi e Aleviti e l’autonomia comunale nelle regioni a maggioranza kurda.

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Siria: settimana dei martiri

Posted by fidest press agency su venerdì, 8 aprile 2011

L’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) mette in guardia da un possibile bagno di sangue nel nord della Siria, abitato prevalentemente da popolazione kurda. Secondo le informazioni giunte all’APM è molto probabile che un alto numero di Kurdi si uniscano domani dopo la preghiera del venerdì alle diverse manifestazioni previste. Altrettanto probabile è che le forze di sicurezza siriane utilizzino le manifestazione per un’azione punitiva contro la popolazione kurda. Infatti, all’inizio di questa settimana i rappresentanti delle maggiori organizzazioni kurde hanno rifiutato l’offerta del governo di avviare consultazioni separate per discutere del miglioramento della situazione dei Kurdi nel paese. Il rifiuto al dialogo è stato giustificato con la volontà di non voler indebolire l’attuale movimento per la democratizzazione del paese. Nel frattempo i giovani del movimento per la democrazia hanno indetto in tutta la Siria la “settimana dei martiri”. Secondo l’APM, è decisamente ora che Damasco riconosca la serietà della situazione e avvii un dialogo con tutte le organizzazioni e i partiti di opposizione. Le organizzazioni kurde chiedono che tutte le forze sociali del paese partecipino alla soluzione della crisi politica del paese e spezzino la logica del “divide et impera” del regime siriano. Tutte le promesse fatte dal regime in passato si sono rivelate essere parole vuote, lamentano i rappresentanti kurdi che, proprio come altre gruppi di opposizione, sono stanchi delle promesse vane e chiedono fatti concreti. Non basta che il governo formi una commissione che discuta della situazione dei 300.000 Kurdi a cui nel 1962 fu tolta la cittadinanza nell’ambito della politica di arabizzazione del paese. Queste persone devono finalmente ottenere passaporti siriani e tutti i diritti di qualunque altro cittadino siriano. Inoltre i circa 2 milioni di Kurdi in Siria devono finalmente essere riconosciuti ufficialmente come minoranza nazionale. Le proteste in Siria sono cominciate lo scorso 18 marzo. Le forze di sicurezza hanno risposto sparando sui manifestanti pacifici, almeno 173 persone sono finora morte e centinaia di persone sono state ferite. Una delle richieste principali dei manifestanti è l’abolizione dello stato di emergenza dichiarato nel 1963. La popolazione kurda in Siria costituisce la maggioranza della popolazione nelle tre regioni di frontiera con la Turchia. Essa subisce forti discriminazioni, tra cui la violazione dei suoi diritti linguistici e culturali. Secondo diverse stime, almeno 600 dei circa 3000 prigionieri politici sono Kurdi. Nelle carceri siriane la tortura e i maltrattamenti sono all’ordine del giorno.

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Capodanno kurdo Newroz

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 marzo 2009

In occasione dei festeggiamenti del Newroz (Capodanno kurdo) il 21 marzo, l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) teme il ripetersi di aggressioni delle forze di sicurezza turche alla popolazione civile kurda e chiede quindi l’invio di osservatori internazionali dell’Unione Europea (UE) nelle zone di insediamento kurdo in Turchia. La richiesta inviata agli ambasciatori europei ad Ankara è stata trasmessa anche ai mezzi di informazione, pregati di contribuire con la loro presenza alla salvaguardia della popolazione kurda del sudest turco. L’esperienza passata ha infatti mostrato che la presenza di giornalisti stranieri ha contribuito notevolmente a garantire la sicurezza della popolazione civile kurda. Oltre ai festeggiamenti per il Newroz, la situazione nel sudest della Turchia è particolarmente tesa anche per la campagna elettorale per le prossime elezioni provinciali. Tutti gli schieramenti politici si contendono la regione e vi è il concreto pericolo di violente aggressioni che potrebbero sfociare proprio in occasione del Newroz. Le prossime elezioni forniscono il terreno per una prova di forza e di potere tra le autorità turche e il partito dei lavoratori PKK, ma l’APM teme che le forze di sicurezza turche tenteranno di sciogliere con la violenza le manifestazioni e i comizi non solo del PKK ma anche del partito pro-kurdo DTP. Per la tradizione kurda il 21 marzo si festeggia la festa della primavera e del capodanno, e spesso i festeggiamenti vengono utilizzati per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla situazione politica e sociale della popolazione kurda. Negli scorsi anni si sono avuti violenti scontri conseguenti ai tentativi della polizia turca di impedire con ogni mezzo le manifestazioni non autorizzate.Nel 2008 gli scontri hanno causato la morte di due giovani, uccisi da pallottole da arma da fuoco della polizia turca, un numero imprecisato di feriti e oltre cento arresti. Sempre nel 2008 alcuni giovani che a Mersin avevano bruciato bandiere turche nel corso dei festeggiamenti del Newroz avevano così scatenato una crisi nazionale. La protesta dei giovani era stata scatenata dall’arresto, tre anni prima, di sei ragazzi kurdi minorenni accusati di aver bruciato una bandiera turca. L’episodio aveva provocato un’ondata di aggressioni nazionaliste contro la popolazione kurda. In seguito si scoprì che a bruciare la bandiera era stato un membro del raggruppamento estremista turco Unione delle Forze Patriottiche (VKGB). I sei ragazzi kurdi sono stati rilasciati dopo due anni di carcere ma la loro condanna non è stata revocata, il reato continua a risultare sulla loro fedina penale e non hanno ricevuto alcun risarcimento per il torto e danno subito.

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