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Le lacune nel sistema di identificazione di migranti morti

Posted by fidest press agency su giovedì, 8 settembre 2016

londraLondra. Nel 2015 e nella prima metà del 2016 più di 6.600 rifugiati e migranti sono annegati o sono stati dati per dispersi nel Mediterraneo dopo che i loro barconi si sono rovesciati nel tentativo di raggiungere l’Europa. Un nuovo rapporto, realizzato dall’Università di York, la City University of London e il GMDAC dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, mostra che molti dei corpi non sono stati identificati e le famiglie a casa non sanno cosa è accaduto ai propri cari.Il rapporto descrive le conclusioni del Mediterranean Missing Project, finanziato dal Consiglio per le Ricerche Economiche e Sociali. Esso è stato varato dall’ESRC nell’ambito di un ampio programma di ricerca del valore di un milione di sterline in risposta alla crisi umanitaria in atto. Un team di ricercatori ha lavorato per un periodo di 12 mesi sull’isola greca di Lesbo e in Sicilia, i due principali punti d’ingresso per i migranti e i rifugiati in Europa, dove un gran numero d’ imbarcazioni che trasportano migranti sono affondate negli ultimi anni, e ha osservato il modo in cui le autorità trattavano i corpi dei migranti. I ricercatori hanno intervistato una serie di operatori coinvolti nelle operazioni, tra i quali dipendenti comunali, organizzazioni non governative, guardia costiera, medici legali e personale di pompe funebri cosi come famiglie di migranti dispersi provenienti da Tunisia, Siria e Iraq per comprendere la loro esperienza.Quello che hanno scoperto è scioccante. Sia il numero dei migranti arrivati che quello dei morti ha sopraffatto le autorità locali, che hanno risorse limitate e, nel caso della Grecia, che è stata devastata dalla crisi economica. Di conseguenza, gli sforzi per determinare le identità dei migranti deceduti sono stati insufficienti. Le indagini ufficiali sono state limitate e spesso lacunose. Gli effetti personali dei rifugiati ritrovati sulle spiagge non sono stati raccolti sistematicamente o messi da parte per supportare l’identificazione, inoltre i superstiti dei naufragi non sono stati intervistati sistematicamente a proposito di coloro che erano morti.Ci sono anche problematiche riguardanti la gestione dei dati sui corpi. In Italia, per esempio, ogni regione archivia i dati in maniera indipendente. In Grecia, anche se i campioni di DNA prelevati dai cadaveri sono archiviati in un unico sito, non c’è modo di collegare il campione di DNA conservato ad Atene con i corpi seppelliti nel cimitero di Lesbo poiché fino a poco tempo fa i corpi non venivano etichettati uniformemente. “Ai sensi della legge internazionale sui diritti umani, tutti gli Stati hanno l’obbligo d’indagare su qualsiasi morte sospetta”, afferma il Dottor Simon Robins. “Tuttavia abbiamo riscontrato che in molti casi le morti dei migranti non sono state oggetto d’indagine. Pensate alla quantità di risorse e all’attenzione riservata per capire cosa è successo alle vittime del disastro aereo del volo MH370 della Malaysia Airlines. Negli ultimi 18 mesi, è deceduto un numero di migranti pari a circa i passeggeri di 13 jumbo jet, ma vi è stata poca attenzione mediatica e sono stati fatti sforzi insufficienti per determinare le loro identità.” Il problema principale riscontrato dai ricercatori nel loro rapporto è la mancanza di una politica coordinata e coerente per quanto riguarda i migranti deceduti sia in Grecia che in Italia. Il vuoto politico a livello nazionale significa che le municipalità e le autorità locali sono sopraffatte e non sono dotate delle capacità o risorse finanziarie per far fronte alla natura e al volume di questa crisi umanitaria. Ci sono numerose agenzie con mandati sovrapposti che non riescono a coordinarsi fra loro, il che si traduce nel fatto che nessuno è sicuro di chi sia responsabile di cosa. Le diverse agenzie locali e regionali coinvolte hanno poco sostegno dai governi nazionali o dall’Unione Europea.
In Italia, una Commissione Speciale per le Persone Disperse ha condotto indagini sui casi di tre naufragi di grandi dimensioni e, attraverso accordi fra gli operatori competenti, tra cui esperti forensi e polizia, supportata con risorse, ha permesso di effettuare un lavoro eccellente nella raccolta dei dati dai corpi. Adesso, l’obiettivo in Italia è quello di estendere questi sforzi a tutti i migranti deceduti. Sia in Grecia che in Italia, gli sforzi per contattare le famiglie dei dispersi sono stati in gran parte frustranti, con il risultato che pochi dati sono stati raccolti dalle famiglie dei migranti dispersi, impedendo le identificazioni. Il risultato di tutto ciò è che i corpi vengono seppelliti senza identificazione, con poche possibilità di poterli identificare in futuro. Questo rappresenta un esempio per la Grecia, la quale richiede l’accorpamento del coordinamento delle varie agenzie che operano con mandati inadeguati e sovrapposti.Un altro problema è la mancanza di un meccanismo internazionale di scambio di dati sui migranti deceduti e sulle persone disperse, in modo che tali dati possano essere incrociati per effettuare identificazioni.Ciò significa che non ci sono in Europa punti di contatto per i membri della famiglia in cerca di un proprio caro che potrebbe essere deceduto attraversando il Mediterraneo. Un’ulteriore barriera è che spesso i famigliari alla ricerca di una persona dispersa non sono nemmeno in grado di viaggiare per gli Stati europei per identificare il loro parente. E’ difficile riuscire ad ottenere un visto per entrare nell’Unione Europea, inoltre non esistono cose come un visto umanitario.
Allora, cosa si può fare per migliorare la situazione? Gli autori suggeriscono diversi modi in cui gli Stati possono migliorare le proprie procedure per identificare coloro che sono annegati in mare.“Noi crediamo che l’Italia e la Grecia abbiano l’obbligo legale di investigare così come l’obbligo morale verso le famiglie di coloro che sono deceduti, obblighi che non vengono adempiuti”, afferma il Dottor Simon Robins.
La City University London è un’università globale di eccellenza accademica, specializzata nel business e nelle professioni e con una prestigiosa sede nel centro di Londra. È nel primo cinque percento delle università al mondo secondo il Times Higher Education World University Rankings 2013/14 e tra le prime trenta università del Regno Unito secondo il Times Higher Education Table of Tables 2012. È classificata tra le prime 10 università del Regno Unito per i posti di lavoro ottenuti dai suoi laureati (The Good University Guide 2014) e tra le prime 5 per il livello di remunerazione iniziale ricevuto dai suoi laureati (Lloyds Bank).
L’Università attrae oltre 17.000 studenti (di cui il 35% a livello di dottorato) da oltre 150 paesi e personale docente da oltre 50 paesi. Il suo prestigio accademico si fonda su una base molto ampia, con specializzazioni di livello mondiale in settori quali business, legge, scienze della salute, ingegneria, matematica, informatica, scienze sociali, oltre che nelle discipline artistiche, inclusi il giornalismo e la musica. Le origini dell’Università risalgono al 1894, con la fondazione del Northampton Institute sul quale sorge attualmente il corpo principale del campus della City. Nel 1966, la scuola ha ricevuto la qualifica di Università per decreto reale e il Sindaco di Londra è stato invitato a esserne Rettore, una consuetudine unica che continua ancora oggi. Dal 2010, il professor Paul Curran è Vice-Rettore della City University London.

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Le lacune nelle leggi sulla cittadinanza dei Paesi europei rendono migliaia di bambini apolidi

Posted by fidest press agency su martedì, 22 settembre 2015

europa-261011-cIl nuovo rapporto No Child Should be Stateless pubblicato oggi dalla Rete Europea sull’Apolidia, ENS-European Network on Statelessness, rivela che migliaia di bambini stanno crescendo privi della fondamentale protezione che la nazionalità offre ai cittadini a causa di lacune nelle leggi sulla cittadinanza e nelle norme che regolamentano le procedure di registrazione alla nascita. Il rapporto No Child Should be Stateless, che traccia un‘ampia analisi delle leggi sulla nazionalità in 47 paesi del Consiglio d’Europa, descrive una preoccupante gamma di problemi e presenta una serie di raccomandazioni pensate per guidare le azioni dirette ad affrontare – e in ultima analisi a mettere fine – all’apolidia tra i bambini in Europa.La Rete Europea sull’Apolidia, ENS-European Network on Statelessness, che rappresenta oltre 50 organizzazioni della società civile in tutta Europa, sta portando avanti una nuova campagna: “Nessun bambino in Europa deve essere apolide” per accrescere la consapevolezza sul tema e promuovere soluzioni concrete.Il CIR, Consiglio Italiano per i Rifugiati, è un membro della Rete Europea sull’Apolidia, ENS-European Network on Statelessness e ha pubblicato di recente uno studio sull’Italia Ending Childhood Statelessness: A Study on Italy che ha contribuito al presente rapporto ed alla campagna pan-Europea.
“In Italia, il fenomeno dell’apolidia colpisce soprattutto i bambini. I figli nati nel nostro Paese da famiglie sfollate dalla ex Jugoslavia che hanno vissuto nel nostro Paese una vita intera. Questi bambini hanno ereditato la condizione di apolidia dai loro genitori o si sono ritrovati con una nazionalità incerta. Rappresentano la seconda o terza generazione, parlano italiano e per varie cause, non hanno avuto accesso a uno status riconosciuto. A causa di questa condizione di sostanziale irregolarità non possono neanche ottenere la cittadinanza italiana: la loro esclusione dai diritti di cittadinanza è un dramma sociale e un problema giuridico rilevantissimo.” dichiara Daniela Di Rado referente per il tema apolidia del Consiglio Italiano per i Rifugiati “Per prevenire e ridurre queste situazioni di apolidia tra i bambini sarebbe, nella maggior parte dei casi, sufficiente applicare e interpretare correttamente la legge italiana che già prevede delle garanzie a salvaguardia del diritto alla nazionalità per i bambini nati in Italia. Ma siamo sulla buona strada, siamo infatti molto soddisfatti per l’approvazione in via definitiva da parte del Parlamento italiano della legge di adesione alla Convenzione sulla riduzione dell’apolidia del 1961. Ora è necessario superare le distanze tra legislazione e prassi”.Commentando il lancio del rapporto, Chris Nash, Direttore della Rete Europea sull’Apolidia, ENS-European Network on Statelessness dichiara ”Nessun bambino sceglie di essere apolide. Ogni bambino appartiene a una comunità. Ciononostante, l’apolidia continua ad esistere perché gli Stati Europei non riescono ad assicurare che tutti i bambini nati in Europa o da genitori Europei acquisiscano una nazionalità. Per un bambino, l’impossibilità di acquisire una nazionalità può avere enormi ripercussioni e determina una rilevante violazione dei suoi diritti umani”.Valutando il Rapporto un importante contributo per risolvere il tema dell’Apolidia e sostenendone i contenuti, Nils Muižnieks, Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa, ha dichiarato “l’apolidia rende i bambini più vulnerabili a gravi violazioni dei diritti umani, come la tratta, lo sfruttamento sessuale e lavorativo, e le pratiche di adozione illegale. I bambini apolidi spesso affrontano forme multiple di marginalizzazione che si rafforzano l’un l’altra.
Ma l’apolidia è un problema risolvibile e come evidenziato da questo rapporto, se i Governi, gli attori regionali, le organizzazioni per i diritti umani delle Nazioni Unite, le agenzie delle Nazioni Unite e la società civile lavorassero insieme, sarebbe possibile sviluppare strategie per un’azione capace di affrontare e risolvere questo problema una volta per tutte”

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Autocertificazione. Nuova scheda pratica dell’Aduc

Posted by fidest press agency su mercoledì, 2 dicembre 2009

E’ in linea sul sito Internet dell’associazione, una nuova scheda pratica su “Autocertificazione”, una serie di indicazioni pratiche e aggiornate per cercare di farsi meno male nei rapporti quotidiani con la burocrazia. A cura di Rita Sabelli, responsabile per l’Aduc dell’aggiornamento normativo. Nonostante la legge che ha istituito questa facilitazione nei rapporti tra cittadino e pubblica amministrazione sia in vigore da marzo del 2001, ancora numerose sono le lacune interpretative e applicative; una situazione in cui chi ci rimette e’ sempre l’ultimo anello della catena, cioè il cittadino utente dei pubblici servizi. La conoscenza dei propri diritti e doveri e’, quindi, fondamentale per non farsi mettere i piedi in testa e per aiutare chi ci amministra a farlo meglio. Cosi’ la struttura della scheda pratica: – Dichiarazione sostitutiva di certificazioni. E’ una dichiarazione scritta su carta semplice, senza bolli ne’ timbri, con la quale il cittadino puo’ attestare sotto la propria responsabilita’  la data e il luogo di nascita, la residenza, la cittadinanza, il godimento dei diritti civili e politici, etc. – Dichiarazione sostitutiva di atto di notorieta’. Occorre per attestare tutti gli stati, i fatti, le qualita’ personali non inclusi nella lista di cui sopra, ovvero per le quali non e’ sufficiente l’autocertificazione. – Presentazione di istanze e dichiarazioni. Qualsiasi dichiarazione o istanza che va presentata alla pubblica amministrazione (enti statali e/o locali comprese scuole, universita’, etc.) o ai gestori od esercenti di servizi pubblici (per esempio le poste, Trenitalia, Enel, i gestori nel settore dell’energia e telefonia, la Rai, la societa’ Autostrade, etc.) puo’ essere consegnata personalmente o inviata per posta, per fax o per via telematica.
– Impedimento alla firma. Se il soggetto e’ nell’impossibilita’ di avvalersi della forma scritta, perche’ analfabeta o perche’ fisicamente impossibilitato a firmare, la dichiarazione (escluse quelle fiscali) e’ raccolta dal dipendente addetto nelle vesti di pubblico ufficiale. – False dichiarazioni. Le dichiarazioni sono ovviamente rilasciate sotto la propria responsabilita’, e in caso di affermazioni mendaci o false sono applicabili sanzioni penali.Qui il link della scheda pratica: http://sosonline.aduc.it/scheda/autocertificazione_2368.php

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Scuole di formazione

Posted by fidest press agency su martedì, 18 agosto 2009

La concorrenza sui mercati mondiali si gioca anche sul grado di istruzione e sul tipo di insegnamento ricevuto e sulla capacità dei discenti di immettersi sul mercato del lavoro senza aggravare le aziende riceventi di eccessivi costi per la loro preparazione professionale di base e specifica. Il tutto si traduce in una rivoluzione didattica che parte dalle aule scolastiche e si riflette all’esterno. Allorché lamentiamo alcune deficienze nel sistema scolastico intendiamo soprattutto riferirci a quegli insegnamenti che non tengono nel dovuto conto la conoscenza delle lingue, dell’economia e dell’informatica. Si parla di un analfabetismo diverso e più ricercato. Oggi l’analfabeta non è colui che non sa leggere e scrivere, ma chi non sa adoperare un computer e non sa esprimersi in una o più lingue, oltre la materna e non conosce il sistema economico mondiale e le sue regole guida. A questo punto non ha senso pensare che si possa farlo  relegando le lingue e l’informatica a qualche ora alla settimana. Occorre, in specie per le lingue la full immersion e fin dall’insegnamento elementare, se non dagli asili. Oggi nell’U.E. esistono oltre 300 scuole di formazione e alle quali vanno aggiunte quelle per i militari e gli insegnanti. Ma la loro distribuzione sul territorio non è omogenea e vi sono vuoti enormi, come è il caso del Meridione. Inoltre non tutte le scuole sono all’altezza dei compiti assegnati e lasciano nella didattica e nella qualità dell’insegnamento notevoli lacune.

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Lacune bibliografiche

Posted by fidest press agency su sabato, 27 giugno 2009

Lettera al direttore Gentile direttore, una lunga trasmissione (Enigma Raitre 26 giugno) dedicata a streghe e mistiche e al loro rapporto non soltanto spirituale con il sacro. Si è parlato dell’ultima grande mistica italiana, Gemma Galgani, e non è stato fatto il minimo cenno ai due libri più importanti dedicati alla santa: La follia della croce di J.F. Villepelé, (Città Nuova), che la esalta, e La Sposa di Gesù Crocifisso  (Kaos Edizioni) del nostro Renato Pierri, che la distrugge. E sarebbe stato interessante, poiché si parlava della sensualità espressa nelle estasi da questa santa, citare quella dell’11 agosto 1902: “O amore, o amore infinito! Vedi: l’amor tuo mi penetra con troppa veemenza fino nel corpo…Fallo fallo!…Ch’io muoia e muoia d’amore…Calma, calma o Gesù; se no l’amor tuo finirà con l’incenerirmi! O amore, amore infinito! Fa che l’amor tuo  tutta mi penetri; altro da te non vo’. Mio Dio, mio Dio, ti amo…”. (Miriam Della Croce)

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