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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 259

Posts Tagged ‘lapsus’

Il re nudo ovvero “in rabbia veritas”

Posted by fidest press agency su domenica, 22 aprile 2018

Colto sulla via di Casacalenda, in Molise, da un lapsus freudiano Berlusconi rivela la sua reale natura. In altri termini il lapsus ha costituito un modo attraverso il quale ha dato sfogo ai suoi pensieri, che altrimenti sarebbero stati “bloccati” dalla censure. In questo modo le sue “filippiche” dovrebbero far riflettere seriamente i tanti che ancora subiscono la suggestione delle favole mediatiche. Sappiamo che il suo massimo disprezzo è per i lavoratori più umili, quelli, per intenderci, che puliscono le toilette di Mediaset. E la protesta delle “donne che le pulizie le fanno davvero” sono un segno evidente di questo disagio esistenziale messo a nudo dal suo esternalizzatore. In proposito il Movimento Cenerentola ci informa che le donne di pulizia il prossimo otto maggio manifesteranno davanti alla Camera dei Deputati partendo proprio da quell’appalto e lo fanno con dignità pur subendo proprio dentro il palazzo del “Potere” “come negli uffici, nelle scuole, negli ospedali, nei supermercati e nei centri commerciali” un trattamento salariale sempre più basso e con orari impossibili. E a rincarare la dose ci pensa Francesco Iacovone, dell’Esecutivo Nazionale Cobas, informandoci che proprio dentro le sedi parlamentari alcune lavoratrici addette alle pulizie hanno salari intorno alle 400 euro al mese. Un altro  grave lapus di Berlusconi è stato quello di spregiare il voto di quanti, e sono milioni di italiani, lo hanno abbandonato. In questo caso è mancata la sensibilità di chi, pur avendo un’opinione diversa, sa rispettare quella altrui. E questa è una lezione magistrale di democrazia che non ha saputo riconoscere. (Riccardo Alfonso)

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Fare teatro in carcere cosa significa?

Posted by fidest press agency su martedì, 9 giugno 2009

Ricordandomi di avere fatto parte di un gruppo teatrale carcerario,  mi viene da dire che a volte il teatro entra in carcere esclusivamente per intrattenere e divertire, infatti molti spettacoli hanno avuto come unico obiettivo il gioco, l’animazione, senza che fosse richiesta alcuna professionalità, o vi fosse interesse ad ottenerla.  Il carcere può essere visto come un laboratorio  in cui gli attori, in quanto dilettanti, risultano capaci di esprimere un’autenticità raramente rinvenibile in un professionista, una spontaneità e un’immediatezza che si fa evidente nei lapsus, negli scherzi, negli approcci. La stessa genuinità che possiede probabilmente qualunque uomo della strada, dal momento in cui si trasforma in attore.  Il detenuto infatti anche se recita”dentro”, è il frutto di un “fuori”, che non può essere dissolto solo perché segregato e nascosto.  L’uomo della strada e l’uomo privato della libertà che si trasformano in attori non professionisti sono però divisi da una condizione imprescindibile: la reclusione. La differenza diventa la forza e la magia del teatro in carcere, e si manifesta nel carico di “energie” che viene riversato sulla scena, un condensato di sofferenza e frustrazione, forzatamente compresso e coattato.  Per cui è possibile servire al teatro in quanto portatori di una umanità modificata dalla restrizione, che ricerca ed esalta le differenze, esprimendo, attraverso il lavoro una potenza drammatica maggiore. Recitare un testo teatrale offre un doppio sostegno a chi è in una cella a scontare la propria pena, permette il libero flusso di emozioni e sentimenti rimossi e repressi dalla contenzione carceraria e spinge alla cooperazione, alla solidarietà, allo scambio con gli altri.  La memoria e il dialogo sono tra i pochi mezzi efficaci per resistere alla quotidiana e progressiva corrosione di sé. Qualsiasi rappresentazione teatrale migliora gli uomini e la dimensione in cui vivono, operando con modalità opposte dove è contenuta, collettive anziché individualizzatrici, coinvolgenti anziché segreganti, portatrici di arricchimento affettivo e artistico, anziché di coazione a ripetere.  Fare teatro può significare che l’uomo della pena riscatti temporaneamente  il suo “involontario” isolamento, smettendo di mimetizzarsi, iniziando a narrare, a narrarsi.  Ma forse è anche il caso di chiederci oltre a quale  significato dare al  teatro in carcere, se l’ impossibilità a ristrutturare le fondamenta di questa istituzione, è confermata attraverso l’impegno teatrale o le buone intenzioni di qualche operatore o di un paio di direttori. Alla domanda iniziale mi viene da rispondere che fare teatro in carcere consente di  vedere la differenza tra significato e funzione,  affinché non sia visto in termini di efficienza, di servizio utile in quanto terapeutico, pedagogico, ricreativo…ma tale in quanto terapia, pedagogia, ricreazione sono in sé valori del teatro. Per buon ultimo, fare teatro in carcere non vuol dire creare false illusioni, l’uso di fantasticherie e sogni per evadere in altri spazi e in altri tempi, o in altri corpi, come può farci rammentare il falso benessere suscitato dalle droghe, tutte. Come qualcuno ci ha lasciato detto ” fare teatro in carcere riesce ad avere senso soltanto quando il teatro stesso se ne avvantaggia: non quando resta prigioniero”. (Vincenzo Andraous)

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