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Quotidiano di informazione – Anno 34 n° 349

Posts Tagged ‘laureati’

L’Università di Parma quarto ateneo statale per retribuzione dei laureati

Posted by fidest press agency su venerdì, 12 agosto 2022

L’Università di Parma si colloca al quarto posto tra gli Atenei statali italiani per la retribuzione media dei laureati nel primo decennio dal conseguimento del titolo. È il responso dell’University Report 2022 realizzato dall’Osservatorio JobPricing in collaborazione con Spring Professional, che prende in considerazione 40 atenei italiani: per i laureati dell’Università di Parma la retribuzione media è di 30.955 euro, il 2,6% in più della media nazionale.La classifica è guidata da un’Università privata, la Bocconi, seguita dal Politecnico di Milano, primo Ateneo statale nel ranking, e dalla LUISS. L’Università di Parma è al settimo posto assoluto, tra Atenei pubblici e privati. Per l’Università di Parma sesto posto assoluto (e quinto tra gli statali) nel ranking relativo agli anni che servono ai laureati per ripagare il proprio corso di studi. Sulla base dell’University Payback Index, che esprime il numero di anni necessari per “recuperare”, in media, l’investimento in istruzione sostenuto nel corso della carriera universitaria, Parma fa registrare 14,8 anni per gli studenti e le studentesse in sede e 17,1 anni per i fuori sede, in una classifica il cui podio è composto dal Politecnico di Milano, dal Politecnico di Torino e dalla Bocconi.

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L’Università di Camerino tra i primi 10 Atenei italiani per il miglior tasso di occupazione dei proprio laureati

Posted by fidest press agency su mercoledì, 22 giugno 2022

Il 93,3% dei laureati magistrali biennali di Unicam, infatti, a cinque anni dal conseguimento del titolo di studio è occupato. I risultati relativi all’inserimento nel mondo del lavoro dei laureati dell’Università di Camerino sono ancora una volta molto positivi, così come lo sono quelli loro soddisfazione, dati che emergono dal XXIV Rapporto sul Profilo e sulla Condizione occupazionale dei laureati presentati nei giorni scorsi dal Consorzio AlmaLaurea.Molto positivi sono anche i dati relativi all’occupabilità dei laureati Unicam. Il tasso di occupazione dei laureati di primo livello che, dopo la conquista del titolo, hanno scelto di non proseguire gli studi universitari e di immettersi direttamente nel mercato del lavoro, è pari al 68,5%. Ad un anno dal conseguimento del titolo, il 77,2% dei laureati magistrali biennali Unicam è occupato e le performance occupazionali migliorano con il trascorrere del tempo dal conseguimento del titolo: il 93,3% dei laureati magistrali biennali intervistati a cinque anni dal titolo è occupato. Particolarmente positivo è inoltre il dato relativo alla efficacia della laurea, che mette a fuoco l’effettiva utilità e spendibilità del titolo nell’ambiente di lavoro, con una media di risposte positive pari all’87,7%, che supera ampiamente quella nazionale pari al 66,3%. Dai dati riportati nel rapporto, Unicam viene premiata anche per i risultati sulla valutazione dell’esperienza universitaria e sulla soddisfazione espressa dai laureati. Il 94% dei laureati è soddisfatto del rapporto con il corpo docente, il 90,3% ritiene il carico di studio adeguato alla durata del corso ed il 92% dei laureati che le ha utilizzate ritiene le aule adeguate. Più in generale, il 95,6% dei laureati si dichiara soddisfatto dell’esperienza universitaria nel suo complesso. E quanti si iscriverebbero di nuovo all’Università? L’80,5% dei laureati sceglierebbe nuovamente lo stesso corso e lo stesso Ateneo. “L’indagine AlmaLaurea – ha dichiarato il Rettore Unicam Claudio Pettinari – conferma la qualità dell’offerta formativa di Unicam, premiando gli sforzi e l’impegno dell’Ateneo. Da tempo infatti stiamo lavorando affinché la formazione dei nostri laureati sia incentrata sulle esigenze del mercato del lavoro, con confronti a tutto campo con il mondo imprenditoriale, sia nel nostro territorio che in ambito nazionale, nella progettazione e definizione dell’offerta formativa, che dal prossimo anno accademico vedrà l’attivazione del corso di laurea triennale in “Scienze Giuridiche per l’Innovazione organizzativa e la Coesione sociale” e del curriculum in “Nutrizione per il Benessere e lo Sport”, nell’ambito del corso di laurea magistrale in Biological Sciences, così come si avrà una rimodulazione dei corsi di laurea magistrale in Physics e Mathematics and Application. I dati testimoniano ancora una volta che la laurea rappresenta un grande investimento per il proprio futuro, specialmente in questo particolare e difficile momento che tutti noi e la nostra società stiamo attraversando”.Per quanto riguarda la provenienza degli stranieri, la percentuale di laureati stranieri di Unicam (11,3%) si mantiene su un livello molto superiore alla media sia regionale (4,3) che nazionale (4,2). La percentuale di laureati stranieri nelle lauree Magistrali è pari al 24%.La percentuale di laureati che non risiedono nella Regione Marche è del 31,9% mentre le provenienze scolastiche dei laureati evidenziano la capacità di UNICAM di accogliere e supportare al meglio sia gli studenti che provengono da istituti con orientamento tecnico, che con orientamento liceale. UNICAM si distingue per un’alta percentuale di laureati, il 73,8%, che hanno svolto tirocini/stage riconosciuti durante il proprio percorso di studio. Anche la media di studio all’estero (18,3%) è più alta di quella complessiva degli atenei italiani, particolarmente accentuata è la percentuale di chi studia all’estero durante la laurea magistrale.Il 71,5% dei laureati di primo livello, dopo il conseguimento del titolo, decide di proseguire il percorso formativo con un corso di secondo livello

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Tasso di occupazione dei laureati dell’Università di Parma

Posted by fidest press agency su martedì, 21 giugno 2022

E’ a uno e cinque anni dal conseguimento del titolo si conferma più alto della media nazionale, ed è in crescita rispetto al dato del 2021. Molto alto (al 91,1%) anche il grado di soddisfazione complessivo rispetto all’esperienza universitaria. A dirlo è il Rapporto 2022 sul Profilo e sulla Condizione occupazionale dei laureati presentato oggi dal Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea. Il Rapporto di AlmaLaurea sulla Condizione occupazionale dei laureati ha analizzato 660 mila laureati, di 76 università, di primo e secondo livello del 2020, 2018 e 2016 contattati, rispettivamente, a uno, tre e cinque anni dal conseguimento del titolo. I laureati nel 2021 dell’Università di Parma coinvolti nel XXIV Rapporto sul Profilo dei laureati sono 5.533. Si tratta di 3.098 di primo livello, 1.866 magistrali biennali e 554 a ciclo unico; i restanti sono laureati in altri corsi pre-riforma. Il 49,6% dei laureati proviene da fuori regione, più del doppio del dato nazionale (23,8%); in particolare è il 45,3% tra i triennali e il 56,8% tra i magistrali biennali. È in possesso di un diploma di tipo liceale (classico, scientifico, linguistico, …) il 70,4% dei laureati: è il 64,5% per il primo livello e il 74,0% per i magistrali biennali. Possiede un diploma tecnico il 23,5% dei laureati: è il 27,9% per il primo livello e il 20,9% per i magistrali biennali. Residuale la quota dei laureati con diploma professionale. Età, regolarità e voto di laurea: 25,5 anni l’età media alla laurea, il 67,6% termina l’università in corso; 102,6 il voto medio di laurea L’età media alla laurea è 25,5 anni per il complesso dei laureati, nello specifico di 24,3 anni per i laureati di primo livello e di 26,9 anni per i magistrali biennali. Un dato su cui incide il ritardo nell’iscrizione al percorso universitario: non tutti i diplomati, infatti, si immatricolano subito dopo aver ottenuto il titolo di scuola secondaria superiore.Il 67,6% dei laureati termina l’università in corso: in particolare è il 66,2% tra i triennali e il 74,5% tra i magistrali biennali. Il voto medio di laurea è 102,6 su 110: 99,7 per i laureati di primo livello e 106,9 per i magistrali biennali. Il 77,3% dei laureati ha svolto tirocini riconosciuti dal proprio corso di studi: è l’81,8% tra i laureati di primo livello e il 77,3% tra i magistrali biennali (valore, quest’ultimo, che cresce al 90,2% considerando anche coloro che l’hanno svolto solo nel triennio). Ha compiuto un’esperienza di studio all’estero riconosciuta dal corso di laurea (Erasmus in primo luogo) il 7,6% dei laureati: il 4,7% per i triennali e il 9,8% per magistrali biennali (quota, quest’ultima, che sale al 15,4% considerando anche coloro che le hanno compiute solo nel triennio). Il 65,6% dei laureati ha svolto un’attività lavorativa durante gli studi universitari: è il 67,7% tra i laureati di primo livello e il 66,5% tra i magistrali biennali.Il 90,3% dei laureati è soddisfatto del rapporto con il corpo docente e l’87,0% ritiene il carico di studio adeguato alla durata del corso. In merito alle infrastrutture messe a disposizione dall’Ateneo, l’88,7% dei laureati che le ha utilizzate considera le aule adeguate. Più in generale, il 91,1% dei laureati si dichiara soddisfatto dell’esperienza universitaria nel suo complesso. E quanti si iscriverebbero di nuovo all’Università? Il 74,1% dei laureati sceglierebbe nuovamente lo stesso corso e lo stesso Ateneo, mentre il 7,7% si iscriverebbe nuovamente allo stesso Ateneo, ma cambiando corso.

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Meno diplomati e laureati al Sud rispetto al Centro-Nord Italia

Posted by fidest press agency su venerdì, 15 ottobre 2021

Ma anche in Italia rispetto al resto d’Europa. Detto che il possesso di almeno un titolo di studio secondario superiore come il livello di formazione indispensabile per una partecipazione al mercato del lavoro con potenziale di crescita individuale, è significativo che in Italia, nel 2020, la statistica comparata a livello di Vecchio Continente ci dice che tale quota è pari a 62,9% (+0,7 punti rispetto al 2019): si tratta di un valore decisamente inferiore a quello medio europeo (79,0% nell’Ue27) e a quello di alcuni tra i più grandi paesi dell’Unione.Anche la quota dei 25-64enni che hanno raggiunto la laurea in Italia è molto bassa, essendo pari al 20,1% contro il 32,8% nella media Ue27. Il dato 2020 conferma come la crescita della popolazione laureata in Italia sia più lenta rispetto agli altri paesi dell’Unione: l’incremento del titolo universitario acquisito è di soli 0,5 punti nell’ultimo anno, meno della metà della media Ue27 (+1,2 punti) e decisamente più basso rispetto a quanto registrato in Francia (+1,7 punti), Spagna (+1,1) e Germania (+1,4). Secondo l’Anief è giunta il momento di voltare pagina. “La quantità dei docenti e Ata – sostiene il suo presidente nazionale Marcello Pacifico – va determinata sulla base dei bisogni, aumentandola proprio laddove la dispersione è più acuita. Servirà anche incentivare i lavoratori del settore, dando loro degli stipendi degni del ruolo che svolgono, con 350 euro di aumento, più altri 100 euro per recuperare l’inflazione, oltre che specifiche indennità, anche di rischio. Come pure cancellare la supplentite. Ed introdurre, infine, forme di carriera e norme eque sulla mobilità oggi contrassegnata da vincoli che sopprimono il diritto a ricongiungersi con i propri cari”, conclude il sindacalista autonomo.

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Perugia: Primi l’aureati su Made in Italy, cibo e ospitalità

Posted by fidest press agency su giovedì, 29 luglio 2021

Perugia. Iniziato nel 2018 presso l’Università per Stranieri di Perugia, il MICO è l’unica triennale in Italia a unire le classi di laurea in: Scienze, politiche e culture della gastronomia e Scienze del turismo.Nei suoi tre anni di vita il MICO è riuscito a farsi conoscere e apprezzare progressivamente, in Italia e all’estero, per il suo carattere innovativo. Oggi conta 180 iscritti e nell’ultimo anno accademico le immatricolazioni sono più che raddoppiate. Nato in partnership con importanti realtà produttive del territorio e organizzazioni di categoria, come Coldiretti Umbria, Confcommercio per l’Italia, AIDDA, Università dei Sapori, Fondazione Lungarotti, il corso mira a formare ambasciatori del Made in Italy, esperti, in specie, sul prodotto agroalimentare e vinicolo italiano. I laureati potranno lavorare nelle aziende che producono Made in Italy o operano nel settore dell’hospitality, con funzioni di tipo manageriale e organizzativo, negli ambiti della commercializzazione, delle pubbliche relazioni, della comunicazione e della promozione, o anche fare attività di consulenza su prodotti e materie prime.Tra i primi laureati vi sono anche alcuni studenti lavoratori: uno chef, docente di storia della cucina e membro di Slow Food, e due titolari di imprese legate all’ospitalità turistica.

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Opportunità di lavoro nell’istruzione ai laureati rifugiati

Posted by fidest press agency su mercoledì, 14 luglio 2021

L’UNHCR, Agenzia ONU per i Rifugiati, e la rete globale Teach For All collaborano per sostenere l’impiego dei laureati rifugiati nel settore dell’istruzione attraverso una rete di programmi di borse di studio per l’insegnamento. La partnership sosterrà l’inclusione dei rifugiati nelle comunità ospitanti.Secondo la Banca Mondiale, il ritorno economico sulla frequenza universitaria è il più alto di tutto il sistema di istruzione, con un aumento medio del 17% dei guadagni per ogni anno di università frequentato. Nell’ambito della collaborazione, i laureati sostenuti dal programma di borse di studio DAFI (Albert Einstein German Academic Refugee Initiative) saranno avviati verso l’occupazione attraverso una borsa di studio per l’insegnamento e lo sviluppo di leadership con Teach For All.“Questa entusiasmante partnership con Teach for All aiuterà i laureati rifugiati a entrare nel mercato del lavoro e a realizzare il loro immenso potenziale come membri attivi delle comunità ospitanti”, ha detto Rebecca Telford, capo dell’istruzione dell’UNHCR.Ad oggi in tutto il mondo solo il 3% dei giovani rifugiati ha accesso all’istruzione superiore. Attraverso il programma DAFI e altri progetti come UNICORE – University Corridors for Refugees, l’UNHCR aiuta i rifugiati a iscriversi a istituti pubblici di istruzione superiore in tutto il mondo, come parte del suo obiettivo di garantire che, entro il 2030, il 15% dei giovani rifugiati sia iscritto all’università, in linea con gli obiettivi del Global Compact sui Rifugiati e l’impegno di “non lasciare nessuno indietro” dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile.La collaborazione permetterà alla rete di organizzazioni partner di Teach For All nei paesi d’asilo di includere i laureati rifugiati nei loro pool di insegnanti e di trasformarli in leader motivazionali per le loro classi. Verrà sperimentata in diversi paesi africani con l’obiettivo di espandersi in altri paesi dove operano le organizzazioni partner di Teach For All. Opportunità di lavoro come quelle fornite dalla rete di Teach For All sono vitali per promuovere la piena inclusione sociale ed economica dei rifugiati che hanno conseguito una laurea e possono mettere le loro preziose capacità e talento a servizo dell’insegnamento.

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Bianchi bacchetta l’Italia: ultima in Europa per laureati e alunni che lasciano prima

Posted by fidest press agency su giovedì, 18 marzo 2021

Risollevare tutta l’Istruzione scolastica nazionale, che in certi territori fa lasciare gli studi prematuramente al 33% di alunni e che oggi produce il più basso numero di laureati in Europa. È l’obiettivo primario che l’Italia si pone il nostro paese con il Piano nazionale di ripresa e resilienza. “Su alcuni punti – ha detto Bianchi – dobbiamo puntare di più. Come il tema dello 0-6 anni: dobbiamo investire di più su questa fascia, che oggi è del tutto ineguale in Italia. È un tema di carattere strutturale. E la fascia di età 3-6 anni, nella nostra impostazione, deve rientrare in un ordinamento scolastico per tutti i bambini di questo paese. Un obiettivo che non si raggiungerà domattina, ma va raggiunto”. “L’Italia – ha ricordato Bianchi – ha anche il più alto tasso di dispersione in Europa, ma soprattutto il tasso più disomogeneo di dispersione. In Veneto abbiamo il 10%, in linea con la media Ue, ma in alcune aree del Sud, in particolare in Calabria, siamo al 33%. Stesso discorso vale per il tempo pieno. In alcune aree del Nord è praticabile per tutte le famiglie. Mentre al Sud non si può, semplicemente perché non vi sono mense e palestre. Se si introduce per decreto legge il tempo pieno al Sud, però in queste condizioni non si fanno. Oltre un miliardo è stanziato per sovvertire questa tendenza”. Bianchi ha quindi ricordato il tema dell’accesso dalla formazione disomogenea. “Quando si vogliono affrontare le diseguaglianze – ha detto – c’è da affrontare la questione del Meridione. C’è anche da affrontare il nodo del personale. La maggior parte della spesa nazionale per la scuola è per il personale, sul bilancio del ministero dell’Istruzione di 55 miliardi, ben 48,5 sono di spesa per il personale ed è giusto così. Sono elementi scontati, che però vanno sottolineati. Vi sono grandi problemi di formazione del personale, ma non riguarda quello della scuola. Oggi siamo in realtà preparati ad affrontare l’obiettivo 4.0? Sulle competenze digitali siamo l’ultimo Paese in Europa. C’è un problema di formazione permanente, che si può ripercuotere sulle nuove generazioni”.

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Operazione IRINI apre le porte ai giovani laureati europei

Posted by fidest press agency su lunedì, 15 febbraio 2021

I candidati selezionati vivranno, assieme al personale militare proveniente da oltre 20 Paesi dell’Ue, nel cuore dell’Operazione che lavora 24 ore su 24 per attuare le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sull’embargo di armi in Libia. La missione conta su vari assetti messi a disposizione dai Paesi membri: navi, aerei, droni, sommergibili… e si avvale delle più moderne tecnologie satellitari.
I tirocinanti avranno la possibilità di lavorare nei diversi settori dell’Operazione spaziando dalle attività puramente operative ai diritti umani, alle questioni di genere, alle risorse umane, al diritto internazionale, agli affari politici e alla comunicazione.“Puntiamo sui giovani perché sono la forza trainante dell’Unione europea – dice l’Ammiraglio Fabio Agostini, Comandante dell’Operazione – Fare uno stage da noi rafforzerà i legami tra ragazze e ragazzi dei diversi paesi e i valori dell’Ue, di cui essi sono i naturali messaggeri”.Gli stage si svolgeranno tre volte l’anno, con una durata media di 4 mesi. Da lunedì 15 febbraio al 15 marzo sarà possibile presentare la domanda per iniziare lo stage il 15 maggio.
Operazione IRINI (in greco “pace”) è stata lanciata il 31 marzo a seguito di una decisione del Consiglio dell’Unione Europea. Il compito principale è quello di far rispettare l’embargo delle armi da e per la Libia previsto dalle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Tra i suoi compiti secondari c’è anche il monitoraggio e la raccolta di informazioni sul traffico illegale di petrolio. La missione contribuisce, inoltre, allo smantellamento del traffico di esseri umani e ha tra i suoi compiti la formazione della Guardia Costiera e Marina libica. Il Comandante della missione è l’Ammiraglio della Marina Militare italiana, Fabio Agostini.

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Scuola: Laureati, peggio dell’Italia solo la Romania

Posted by fidest press agency su venerdì, 30 ottobre 2020

Per allinearsi con la media europea di iscritti nelle Università l’Italia dovrebbe avere 7 mila studenti in più: è quanto emerge dal 3° rapporto Agi Censis, elaborato nell’ambito del progetto «Italia sotto sforzo. Diario della transizione 2020» che si pone come obiettivo quello di studiare le annose criticità del Paese causa principale dell’impreparazione ad affrontare nel modo migliore l’emergenza legata alla pandemia da Covid-19. Il Censis spiega che nell’anno 2019/20 si è confermato l’incremento degli immatricolati nelle università italiane, con un +3,2% rispetto all’anno precedente. Ma non basta, di certo, per rimediare al ritardo abissale. Perché l’Italia è penultima in Europa per numero di giovani con un titolo di studio terziario: in Europa solo la Romania ha numeri peggiori al nostro. Il futuro non sembra roseo, perché appena la metà degli studenti si iscrive, dopo il diploma di secondaria superiore, ad un corso accademico. Crisi economica, borse di studio ridotte all’osso, spese alte per la frequenza dei corsi ed emergenza Covid non aiutano di certo. Ma a pesare è anche la passività di chi governa la formazione: basta dire che l’Italia continua a spendere per l’istruzione universitaria solo lo 0,3% del Pil, l’investimento più basso rispetto a tutti gli altri 27 Stati membri dell’Unione europea. L’Università continua a raccogliere un interesse sempre tiepido da parte dei nostri giovani. Dopo un decennio di contrazioni – si legge su Strumenti Politici -, è continuato l’andamento positivo che era iniziato con l’anno accademico 2014-2015. Ma il gap continua a essere alto, perché “nel precedente anno accademico la condizione di matricola universitaria ha accomunato il 51,8% dei giovani italiani in età corrispondente, a fronte di una media Ue 28 del 58,7%. Per l’Italia eguagliare la media europea entro il 2025 significherebbe – come riportato da una nota del Censis – poter contare su un incremento medio annuo di immatricolati del 2,2%, equivalente in valore assoluto appunto a circa 7.000 studenti in più, o del 2,6% qualora l’obiettivo fosse di raggiungere la quota di immatricolati della Francia (+8.500 persone per anno)”. L’incremento necessario “è stimabile in un volume di spesa aggiuntiva, nel primo caso, di oltre 49 milioni di euro ogni anno e, nel secondo, di 59 milioni”.Si conferma il ritardo anche sul fronte laureati: in assoluto, oggi i laureati nel nostro Paese sono appena il 23%, contro il 66% della California. In pratica, l’Italia è penultima in Europa per numero di giovani con un titolo di studio terziario. Nel 2019 gli italiani di età compresa tra 25 e 34 anni con un titolo di istruzione terziaria erano il 27,7% del totale, ovvero 13,1 punti percentuali in meno rispetto alla media Ue 28, pari al 40,8%. Il dato ci colloca nella penultima posizione: dopo l’Italia soltanto la Romania, con il 25,5%. La bassa quota di giovani con un titolo terziario è conseguenza anche della ridotta disponibilità di corsi terziari di ciclo breve e professionalizzanti, universitari e non universitari, che all’estero sono più diffusi che in Italia. Anief ricorda che le motivazioni di tutto questo hanno origini lontane. Prima di tutto, va rilevato che in Italia oltre la metà dei cittadini tra i 60 e i 64 anni di età non è andato oltre alla licenza media, contro il 31% della media Ue. E anche tra i 25-39enni il 26,4% non ha conseguito un titolo di studio superiore, contro il circa 16% della media Ue. Tra i giovani non va molto meglio, se pensiamo che ben il 14,5% dei 18-24enni non possiede né il diploma, né la qualifica e non frequenta percorsi formativi. I più problematici sono i giovani del Sud e gli stranieri”. Per comprendere la serietà di questo andamento, va ricordato che in Sicilia, ad esempio, oltre il 35% dei giovani che si iscrivono alle superiori non arrivano mai al diploma.

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La condizione occupazionale dei laureati di 76 atenei

Posted by fidest press agency su sabato, 13 giugno 2020

E le caratteristiche del capitale umano uscito dal sistema universitario italiano nel 2019 sono state al centro della presentazione presso il MUR del Rapporto annuale di AlmaLaurea sul Profilo e sulla Condizione occupazionale dei laureati (XXII indagine).
La presentazione del Rapporto 2020 si è tenuta per la prima volta nella sede del MUR con il Ministro dell’Università e della Ricerca Gaetano Manfredi. Presenti per AlmaLaurea, il presidente professor Ivano Dionigi, il direttore professoressa Marina Timoteo e, in collegamento, Remo Morzenti Pellegrini, rettore dell’Università di Bergamo dove il 4 giugno si sarebbe dovuto svolgere il Convegno annuale alla presenza delle Istituzioni e dei rappresentanti degli Atenei consorziati – in primis i Rettori – che, comunque, hanno partecipato da remoto.

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Parma: straordinario bilancio delle attività on line dall’inizio della fase di emergenza

Posted by fidest press agency su giovedì, 14 Maggio 2020

1.453 studenti laureati, 8.276 esami sostenuti dagli studenti, 17.923 videolezioni caricate, 838.781 visualizzazioni delle videolezioni, 1.239 insegnamenti erogati, pari a una copertura dell’80%.In attesa dell’avvio della modalità mista, prosegue a pieno ritmo la didattica a distanza messa in campo dall’Università di Parma, come dimostra il bilancio delle attività on line organizzate dall’inizio dell’emergenza coronavirus al 30 aprile a seguito della sospensione delle attività in presenza disposta dai provvedimenti del Governo e della Regione.Fin da subito l’Ateneo si è infatti prontamente organizzato per garantire la continuità formativa e la regolare prosecuzione del percorso universitario degli studenti, trasferendo sul web lezioni, esami e sedute di laurea. Un obiettivo, questo, raggiunto giorno dopo giorno grazie all’impegno di tutto il personale nell’ottica di una piena collaborazione che ha toccato sia gli aspetti didattici, sia quelli legati alle piattaforme informatiche.Da evidenziare, lo sforzo compiuto dal Dipartimento di Medicina e Chirurgia che nonostante la situazione di emergenza vissuta ha comunque garantito la didattica al pari degli altri.Si rafforza così sempre di più lo slogan #uniprnonsiferma, attraverso il quale l’Ateneo ha voluto sottolineare, già dalle prime fasi dell’emergenza, la precisa volontà di non lasciare soli i suoi studenti, continuando ad accompagnarli nel proprio percorso accademico con modalità nuove, a distanza ma vicini.Tutto questo in attesa di una ripartenza in modalità mista, in presenza e on line, a cominciare da esami di profitto e sedute di laurea, che l’Università di Parma sta valutando nei tempi e nei modi più adeguati, mettendo sempre al centro di ogni decisione la tutela e le necessità degli studenti.

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Lavoro in Italia: 2 milioni di contratti l’anno per diplomati e laureati

Posted by fidest press agency su martedì, 6 agosto 2019

È tempo di scelte per i nostri diplomati che devono decidere se proporsi sul mercato del lavoro o proseguire il percorso di studi. Le tendenze della prima metà dell’anno sembrano confermare le positive indicazioni sui contratti che le imprese intendevano stipulare nel 2018: circa 1,6 milioni quelli destinati ai diplomati. Anche per i laureati però ci sono buone opportunità e le indicazioni finora emerse confermano che si dovrebbe superare la quota di 550mila contratti in cui è richiesto il possesso di una laurea. Questi ed altri dati emergono dagli approfondimenti tematici del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere in collaborazione con Anpal.Tra i diplomi più richiesti dalle imprese spiccano quelli ad indirizzo amministrativo, finanziario e marketing, seguiti dall’indirizzo meccanico e meccatronico, dal settore turistico ed enogastronomico, dall’elettronica ed elettrotecnica e dall’informatica e telecomunicazioni. Tra le professioni di sbocco per i diplomati, il 51,8% dei disegnatori industriali è difficile da reperire; difficoltà anche superiori si registrano per i tecnici elettronici (57,7%) e per gli elettrotecnici (71,5%).Per quanto riguarda i laureati, la richiesta da parte delle imprese interessa principalmente gli indirizzi economico e, a seguire, ingegneria, insegnamento e formazione e sanitario e paramedico. Anche in questo caso le difficoltà di reperimento per i profili di sbocco dei laureati sono spesso elevate: 48,4% per gli specialisti nei rapporti con il mercato, il 52,5% per gli ingegneri energetici e meccanici e il 64,8% per gli analisti e progettisti di software.Tutti questi dati sono analizzati dettagliatamente alla pagina “Le opportunità di lavoro per diplomati e laureati” da oggi disponibile sul portale Excelsior.

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I medici sono i professionisti più ricchi ma i laureati restano pochi

Posted by fidest press agency su martedì, 11 giugno 2019

I medici si confermano più “ricchi” degli altri professionisti e trovano tutti -o quasi – lavoro a 5 anni dalla laurea; le lauree scientifiche sono una sicurezza per trovare lavoro e, più spesso delle altre, pure buoni stipendi. Tuttavia, i laureati in Italia restano pochi, non abbiamo recuperato i livelli ante-crisi; e persiste una forte migrazione di diplomati nel Sud per studiare negli atenei del Centro-Nord. Il rapporto Almalaurea 2019 presentato nei giorni scorsi non solo conferma, ma consolida i dati presentati tre anni fa Napoli da cui emergeva un gap tra il Sud, esportatore di studenti universitari, e il resto d’Italia. Se dal Nord si sposta il 2,8 degli studenti (a Roma in genere), e dal Centro la mobilità è del 12,2%, al Sud emigra il 26,4% di studenti; di solito tra i diplomati vanno via figli di famiglie facoltose che possono permettersi gli studi fuori sede, la laurea per uno studente del Sud pesa economicamente di più. Ma in quali materie il titolo la ripaga? Intanto, una premessa: dopo la Romania siamo il paese con minore incidenza di laureati, negli ultimi 15 anni gli atenei hanno perso 40 mila matricole, c’è stato un crollo tra 2008 e 2014 del 17% di occupati a un anno per le lauree triennali e del 15% per le magistrali. In assoluto, dal 2003 in poi hanno guadagnato solo le lauree scientifiche, aumentate del 13%. Ora va meglio. Nel 2017-18 c’è stato un aumento del 9,3% di immatricolazioni, dunque una ripresa che però non copre il dato di fondo: in Italia più che all’estero la frequenza universitaria è legata al reddito. Per trovare lavoro, la laurea, di primo o secondo livello, triennale o quinquennale, conta ancora; per trovarlo ricco come vedremo conta il tipo di corso. A cinque anni ha trovato lavoro il 78,7% dei laureati contro il 65,7% dei diplomati, 12 punti in più; ed è più appetibile lo stipendio, ma solo del 3,8%: tra laureati e non, il gap stipendiale è 20 volte più ampio in Germania, ad esempio. Almalaurea, il consorzio di 75 atenei che ha svolto l’indagine su 640 mila ex studenti e 280 mila laureati, ha evidenziato tra 2014 e 2018 una ripresa in termini di posti di lavoro: tra i laureati di primo livello trova occupazione il 72% e tra quelli di secondo, con due anni di studi in più, il 69,4%; i primi sono cresciuti di 6 punti rispetto alla rilevazione 2014, i secondi di quattro punti. Le due categorie a inizio carriera pari valgono, ma va tenuto conto del crollo precedente tra le immatricolazioni a lauree di primo livello che ha diminuito il numero di questi laureati. Se si guarda alle retribuzioni medie, dal 2008 al 2014 quelle dei laureati di primo livello a un anno dal conseguimento del titolo sono salite del 13% a una media di 1169 euro e quelle dei laureati di secondo livello sono salite a 1232 euro, del 14%, nessuna ha però recuperato il gap di circa 20 punti percentuali persi tra il 2004 e il 2014. Tra le professioni, a 5 anni dalla discussione della tesi i medici sono la prima e più “conveniente” in assoluto sia per tasso di occupazione, il 92,4%, sia per stipendio, con 2007 euro mensili netti. In termini di tasso di occupazione sono tallonati da agrari e veterinari che trovano posto a 5 anni per l’89%, laureati chimico-farmaceutici che trovano posto all’88,9%, architetti (86,8%). I laureati giuridici seguono con il 76,7%. I medici fanno un possibile balzo in avanti anche rispetto alla precedente rilevazione del 2013 dove erano però raggruppati con le altre professioni sanitarie e il loro stipendio mensile era 1500 euro circa. Rispetto a 5 anni prima sono salite da 1470 a 1595 euro medi netti mensili le retribuzioni nel chimico-farmaceutico, fisse quelle di veterinari (1380 euro), laureati giuridici (1340 euro) architetti (1376 euro). (by Mauro Miserendino – fonte Doctor33)

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Eurostat conferma: Italia maglia nera per laureati dopo la Romania

Posted by fidest press agency su sabato, 11 Maggio 2019

L’Italia si conferma uno dei Paesi europei con meno laureati in assoluto, anche tra le nuove generazioni: la conferma arriva da Eurostat, che ha reso pubbliche le percentuale aggiornate nei Paesi Membri dell’Unione. Per la nostra Penisola, purtroppo, non proprio una gran bella figura, se è vero che, a fronte di una media europea del 40,7%, ha una laurea soltanto il 27,8% dei giovani in fascia d’età 30-34 anni. Peggio di noi fa soltanto la Romania, con una percentuale di giovani laureati pari al 24,6%. Nel Nord Europa, invece, si raggiungono casi di Paesi sopra il 50%, come l’Irlanda, che può vantare una media pari al 56,3%. Sul basso numero di “dottori” in Italia pesano i finanziamenti ridotti rispetto al Pil, il numero chiuso, il pessimo orientamento, l’alta dispersione di studenti, le tasse troppo alte, la mancanza di borse di studio, il ridimensionamento dei ricercatori e il taglio del numero di docenti. Marcello Pacifico (Anief): Il problema è complessivo, perché il 20% degli italiani continua ad avere solo la terza media; inoltre, ogni anno oltre 100 mila alunni iniziano le superiori senza che arriveranno mai alla maturità e non è un caso se l’Italia ha il record di giovani Neet. Poi, anche l’Università è vittima della politica al risparmio sul fronte della formazione e della conoscenza: è una precisa scelta assecondata da tutti i Governi degli ultimi anni. Così oggi, rispetto al Prodotto interno lordo, spendiamo appena lo 0,9% contro l’1,2% della Germania, l’1,3% della Spagna, l’1,5% della Francia e poco meno del 2% dell’Inghilterra.Quando si evidenzia il basso numero di laureati nella nostra Penisola, è inevitabile che si associ all’ancora troppo alto abbandono degli studi: l’Italia – commenta Orizzonte Scuola – è ai primi posti, facendo registrare una percentuale pari al 14,5% di giovani in fascia 18-24 anni che lasciano i banchi senza raggiungere nemmeno la maturità”.
C’è poi un’ulteriore ragione per lo scarso numero di laureati: quello delle disponibilità economiche delle studentesse e degli studenti. In Italia, la media dell’ammontare delle tasse universitarie annuali è attorno ai 1.300 euro, la terza più alta in tutta Europa, e solo l’11% degli iscritti riesce a ottenere una borsa di studio. E “in mancanza di sussidi o in presenza di sussidi insufficienti, le studentesse e gli studenti in molte occasioni sono portati a sospendere gli studi”.
Anief reputa senz’altro importante ridurre le tasse di frequenza e migliorare l’orientamento, spesso alla base di scelte di percorsi di studi non adatti ai propri reali interessi ed inclinazioni. Tuttavia, il sindacato reputa altrettanto importante restituire alle università quella figura del ricercatore proiettata verso la stabilizzazione e ad anche nel ruolo della docenza: tutto questo non avviene e la mancanza di questa figura all’interno degli atenei, invece fondamentale come “anello” di ricongiunzione con gli studenti e le strutture formative terziarie, produce effetti fortemente negativi ai fini del coinvolgimento degli iscritti, sia a livello orientativo che di qualità dell’offerta formativa accademica. È emblematico, in questo ambito, che secondo l’Istat solo un dottore di ricerca su 10 diventi professore; infatti, a sei anni dal conseguimento del dottorato, appena il 10% di coloro che conseguono il titolo riesce a svolgere poi la professione dell’insegnante. Sarebbe inoltre molto utile pensare al rilancio della figura del ricercatore a tempo indeterminato, attraverso la creazione di un albo nazionale. Il giovane sindacato ha chiesto più volte soluzioni in merito, proponendo anche emendamenti ad hoc all’ultima Legge di Stabilità. “Lo stesso proliferare di corsi di laurea a numero chiuso – spiega Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief – fa parte di questa tendenza al ribasso, con i finanziamenti agli atenei ridotti considerevolmente, dettata dalla necessità di ridurre le spese non sostituendo i professori che vanno in pensione, i quali, infatti, dal 2008 ad oggi si sono ridimensionati di 10 mila unità passando da circa 63 mila a 53 mila”.

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Scuola: Laureati, in Italia appena il 23%

Posted by fidest press agency su lunedì, 25 febbraio 2019

Oggi i laureati nel nostro Paese sono appena il 23%, contro il 66% della California – e in California non c’è il numero chiuso nelle Università –, mentre in Europa sono il 39% della popolazione; in Italia solo 39 diplomati su 100 si iscrivono all’università contro gli 85 della Spagna. Ancora, in Italia gli iscritti che prendono una laurea triennale sono solo il 31% (di quei 39 diplomati su 100 che si iscrivono), mentre solo il 20% consegue la laurea specialistica. Lo ha ricordato il sociologo Domenico De Masi, nel corso del convegno “Scienza e Tecnologia 2030”, svolto all’Università ‘La Sapienza’ di Roma, facendo riferimento all’influenza dei vari fattori culturali. Anche Anief era presente all’incontro con Daniela Rosano: il sindacato da tempo lamenta la scarsità di interesse dello Stato per l’Università pubblica, con la riduzione dei finanziamenti, la cancellazione della figura del ricercatore, il mancato turn-over, il caro-rette e un pessimo orientamento post-diploma.
Tra i relatori al convegno anche l’on. Luigi Gallo (M5S), presidente della Commissione Cultura della Camera. I relatori hanno tenuto a sottolineare che la percentuale di laureati è più importante del prodotto interno lordo di un Paese. Ma perché i laureati latitano? Le risposte stanno nei numeri: i finanziamenti all’università sono diminuiti del 22%, mentre in Germania sono cresciuti della stessa percentuale; le borse di studio in Italia sono complessivamente di 280 milioni annui contro i 2 miliardi della Germania.De Masi ha anche parlato del metodo della ricerca per il convegno in corso, trattando dei tipi di cultura che conosciamo: si è fatto riferimento a Cultura ideale, intesa come linguaggi, idee, credenze, stereotipi e paradigmi; Cultura materiale, come luoghi, territori, manufatti; Cultura sociale, infine, da considerare come usi e costumi. Con la modernità si sono configurate due culture: quella umanistica e quella scientifica. A queste due, si aggiunge la cultura sociale. Adesso anche la cultura virtuale.
Durante il convegno è stato quindi ricordato come l’umanità abbia dimostrato che saprà auto sopprimersi: aumenteranno i timori su diseguaglianze, incapacità politica, terrorismo, riscaldamento globale; si tenderà a uno sfruttamento più sostenibile delle risorse; verrà riconosciuta l’unitarietà del sapere. Il professor De Masi ha aggiunto che in futuro sopravvivrà chi si mostrerà credibile e sarà sponsorizzato da influencer e vip dell’intelligenza collettiva: tale situazione, porta al rischio che il potere possa andare in mano a un élite culturale, le basi teoriche della cultura scivoleranno verso l’uso dei big data e blockchain, per dare sempre maggiore spazio ad interdisciplinarietà e orizzontalità degli studi, scrittura sgrammaticata, intelligenza femminile che assume i caratteri della capacità di sfruttamento e competitività che appartengono al potere.
Nell’ottica di tale visione, ogni individuo percepirà la propria condizione di giovane come non terminabile, avrà un’identità sui social più che dentro di sé, con impossibilità di introiettare tutto il cambiamento; sarà possibile solo fruirne in maniera superficiale; si avranno lavori automatizzati grazie ad algoritmi, con una società votata all’organizzazione di rete per mantenere il potere con una élite che non condivide gli strumenti.
Ci sarà poi un miglioramento delle tecniche di comunicazione a distanza, con nuove forme di cosmopolitismo; inoltre la dissociazione spazio temporale sarà sempre più evidente e diffusa, assisteremo alla robotica domotica manifattura additiva, i lavoratori diminuiranno a causa delle tecnologie, gli spazi pubblici si confonderanno con quelli virtuali. Tutto questo porterà inoltre alla geografia dell’impalpabile: sarà possibile essere contemporaneamente in diversi luoghi del pianeta. Aumenterà l’importanza delle materie scientifica che incontrerà la reazione di valori conservatori e nostalgici. E purtroppo, il concetto di privacy tenderà a scomparire. Allo stesso tempo, ha concluso il sociologo fautore del tempo libero, sarà impossibile perdersi, annoiarsi, isolarsi, dimenticare.

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Università: Numero chiuso, crollo dei laureati e carenza di docenti

Posted by fidest press agency su sabato, 26 gennaio 2019

L’Anief: Per invertire la rotta stabilizzare i ricercatori e aumentare gli investimenti, i più bassi in Europa. L’Italia è penultima per numero di laureati mentre neanche un diplomato su due si iscrive dopo le superiori (soltanto il 40%). Non basta aprire le università se non ci sono ricercatori a tempo indeterminato: i millecinquecento promessi dal Governo saranno ancora una volta a termine. In dieci anni, in 20 mila tra assegnisti, dottori di ricerca e docenti a contratto non sono stati più assunti. L’analisi del Corriere della Sera e l’emendamento già chiesto invano dal sindacato all’ultima legge di stabilità.
A causa del numero chiuso delle università, persi 10 mila docenti in 10 anni; infatti, quella che doveva essere un’opzione circoscritta ad alcune facoltà è diventata una scelta obbligata. Da ciò, gli atenei sono costretti a ridurre il numero di studenti perché non hanno abbastanza docenti: dal 2008 a oggi sono scesi da 63.228 a 53.801. Il continuo taglio dei finanziamenti all’università non consente di rimpiazzare i professori che vanno in pensione. Tra l’altro, nella classifica europea per numero di giovani laureati l’Italia è penultima, seguita solo dalla Romania. Marcello Pacifico (Anief-Cisal): La situazione attuale deve necessariamente mutare affinché gli eventi possano raddrizzarsi, poiché, a sei anni dal conseguimento del dottorato, appena il 10% di coloro che conseguono il titolo riesce a svolgere poi la professione dell’insegnante. Certamente la notizia appresa oggi non fa che confermare le nostre perplessità e accrescere il timore di assistere a una diminuzione continua degli investimenti atti a incrementare la formazione e la professionalità dei giovani cittadini. Servono più risorse, molto più di quelle che finora sono state garantite. Le statistiche sono impietose e relegano l’università italiana agli ultimi posti d’Europa per investimenti.

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Precari con 36 mesi e laureati beffati dalla Buona Scuola

Posted by fidest press agency su venerdì, 24 agosto 2018

C’è grande attesa per il prosieguo del reclutamento dei nuovi insegnanti e proprio in questi giorni giungono aggiornamenti, non entusiasmanti, circa i concorsi destinati ai docenti non in possesso di abilitazione: si tratta dei due concorsi per docenti con 3 anni di servizio negli ultimi otto e concorsi per laureati con 24 CFU in disciplineantropo-psico-pedagogiche ed in metodologie e tecnologie didattiche. Intanto i concorsi, presumibilmente, non potranno essere banditi prima del 2019, poiché numerosi sono i passaggi necessari per la stesura di Regolamento, decreto e bando. Ma, purtroppo, non verranno banditi concorsi in tutte le regioni. Dunque il transitorio, così come ideato dall’art. 17 del D.lgs. 59/17 attuativo della legge 107/15, dopo l’emanazione del primo concorso riservato ai docenti abilitati nella scuola superiore, che ha visto meno della metà di essi presentare la domanda e uno su cinque di ruolo, ora potrebbe bloccarsi in alcune parti del Paese lasciando migliaia di supplenti e aspiranti giovani insegnanti condannati al limbo per assenza di posti. Ovviamente c’è qualcosa che non quadra: prima hanno preteso un cospicuo investimento in soldi ed energie ai laureati per conseguire i 24 CFU, dopo che gli hanno negato la partecipazione al concorso 2016 per legge, nonostante una sentenza del Consiglio di Stato ottenuta da Anief ne avesse consentito l’estensione nella precedente tornata del 2012. Ora, a quanto pare, possono starsene a casa. Il sindacato chiede allo Stato coerenza: non può ignorare le nuove generazioni di laureati nel Paese più vecchio al mondo per insegnanti. Marcello Pacifico (Anief-Cisal): Che il transitorio non fosse la soluzione lo abbiamo ribadito anche per l’infanzia e la primaria, dove è stato mutuato un percorso ibrido, ma sostanzialmente speculare a quello che non sta funzionando per le scuole superiori. Alla luce di queste indiscrezioni, chiediamo con maggior determinazione che siano riaperte le GaE come prevede l’emendamento salva-precari approvato dal Senato nel Milleproroghe, emendamento che difenderemo in piazza l’11 settembre alla ripresa dei lavori parlamentati durante lo sciopero proclamato dalla nostra sigla sindacale.

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Scuola: Bussetti punta tutto sui concorsi e sulla fine delle GaE

Posted by fidest press agency su mercoledì, 1 agosto 2018

Il ministro dell’Istruzione lo ha detto stamattina in audizione presso la VII Commissione cultura, rispondendo ai quesiti dei parlamentari: oltre all’attuale selezione, riservata agli abilitati, sono in programma altri tre concorsi, mentre le GaE “sono ad esaurimento e non si possono perpetrare all’infinito”. Secondo il giovane sindacato, le prospettive sul nuovo reclutamento indicate oggi dal Ministro dell’Istruzione non sono affatto risolutive; la strada da attuare passa per la verifica delle ragioni sostitutive valide che portano lo Stato italiano a perpetrare le supplenze per tanti anni: in caso contrario, bisogna invece procedere alle assunzioni, laddove i precari fossero già selezionati, formati e abilitati. E siccome in questa situazione sono i diplomati magistrale, i laureati in scienze della formazione primaria, oltre agli abilitati con Tfa e Pas, si può fare in modo veloce aprendo loro le GaE. In tal maniera, si stabilizzerebbero subito la maggior parte dei 100mila che vengono chiamati ogni anno a fare supplenze annuali. L’emblema di questa assurda situazione, che mette a repentaglio la didattica, è quanto sta accadendo con il sostegno: proprio oggi, è giunta la notizia che in Veneto per la scuola secondaria di primo grado, non sarà possibile coprire gli 842 posti assegnati.
Marcello Pacifico (Anief-Cisal): Se si vuole davvero sradicare il precariato, l’unico modo rimane quello di riaprire le GaE e non chiuderle. Perché è dalle Graduatorie ad esaurimento che si chiamano ogni anno decine di migliaia di diplomati magistrale e collocarli in quelle d’istituto condannerebbe molti di loro alla supplentite a vita: per ammissione dello stesso Bussetti, infatti, anche i posti del concorso straordinario saranno limitati e chi non riuscirà ad entrarvi non potrà fare altro che il precario a vita, visto che la sua presenza è necessaria per coprire i vuoti di organico. Il progetto presentato dal Ministro non è altro che una continuazione della Buona Scuola. Altro che governo del cambiamento. Altro che continuità didattica. Si lasciano, in pratica, tantissimi precari senza alcuna prospettiva di assunzione. Sul sostegno si sta rasentando l’assurdo: un posto su tre, benché sia vacante, rimane al 30 giugno e quindi destinato ai supplenti.

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Italia: laureati e abbandono scolastico

Posted by fidest press agency su sabato, 29 aprile 2017

eurostat_logoI dati Eurostat certificano il fallimento del nostro Paese nella formazione secondaria e universitaria. Siamo il penultimo Paese d’Europa per numero di laureati e il quintultimo per gli abbandoni scolastici alla secondaria. Mentre la media europea di laureati nella fascia di età compresa tra 30 e 34 anni supera il 39%, con Irlanda, Lussemburgo, Svezia e Lituania che hanno superato il 50%, nel nostro Paese questa percentuale si assesta al 26,2%, meglio di soli sei decimi rispetto al dato della Romania.
Altrettanto drammatici sono i dati sull’abbandono scolastico, solo Romania, Spagna, Malta e Portogallo hanno un dato peggiore di quello del nostro Paese. Mentre sono circa il 10% i giovani europei tra i 18 e i 24 anni che non studiano e non hanno conseguito un titolo di studio di livello secondario, nel nostro Paese raggiungiamo il 13,8%.“Mentre il Governo approva definitivamente le deleghe della Buona Scuola arrivano questi dati sconcertanti. Un costo dell’istruzione sempre più elevato che vede un silenzio totale da parte del Ministero, la delega sul diritto allo studio, infatti, non prevede investimenti sostanziali.” dichiara Francesca Picci, Coordinatrice Nazionale dell’Unione degli Studenti, che aggiunge: “Gli anni di tagli sulla scuola hanno prodotto ulteriori disuguaglianze che oggi rendono i percorsi formativi sempre più escludenti. Questo avviene sia al Sud, dove si arriva a picchi del 17%, ma anche nelle regioni del Nord. Ad oggi gli studenti che abbandonano le scuole superiori in Italia sono ben 45.000.”“Tasse universitarie fino a 3000 euro e borse di studio per una percentuale di universitari che non supera il 10%, la più bassa di tutta Europa. Questi sono i dati divulgati da Eurydice che hanno anticipato quanto indicato da Eurostat, ma il trend per i prossimi anni è destinato solo a peggiorare – puntualizza Andrea Torti – il taglio a finanziamenti, docenti e la chiusura di numerosi corsi di laurea, ha portato nel 2016, per la prima volta dal dopoguerra, al calo del numero di laureati. Ma questa discesa libera è arrestabile, e gli strumenti per invertire la rotta sono chiari: aumentare il finanziamento dell’università italiana e garantire a tutti il diritto allo studio approvando “All In”, la legge di iniziativa popolare depositata in parlamento corredata da più di 57.000 firme” Vogliamo un piano di finanziamento strutturale per la scuola, l’università e la ricerca in questo paese, un sistema di diritto allo studio che tenda alla gratuità dell’istruzione, per permettere a tutti di accedere ai più alti gradi della formazione. Per questo il 9 Maggio, in occasione della somministrazione delle prove Invalsi, ci mobiliteremo in ogni città per rivendicare un’istruzione davvero inclusiva e gratuita!” concludono UdS e Link.

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Scuola: riaperte ai laureati le graduatorie di terza fascia d’istituto

Posted by fidest press agency su martedì, 3 gennaio 2017

ministero-pubblica-istruzioneCon il comma 4 dell’articolo 4 del decreto Milleproroghe, si proroga all’anno scolastico 2019/2020 la norma che impone l’abilitazione per essere inseriti nelle liste di attesa delle scuole. La modifica, del resto, era inevitabile, vista la mancanza di percorsi abilitanti e già da quest’anno molte scuole, a fronte di graduatorie esaurite, hanno dovuto reperire i supplenti utilizzando le domande di messa a disposizione, quindi senza alcuna regolamentazione. Nelle scuole, in pratica, si sarebbe creato un caos per mancanza di aspiranti docenti collocati in regolari graduatorie.Sempre in tema di docenti precari, l’ultima volta che furono riaperte le graduatorie (in quell’occasione le GaE) fu il 2012, sempre grazie alle pressioni dell’Anief. Anche stavolta, viene data piena ragione alla linea della giovane organizzazione su tale esigenza: lo stesso sindacato autonomo, che si è battuto nei tribunali per consentire sempre ai laureati non abilitati di partecipare anche all’ultimo concorso, dopo aver avuto ragione dal Tar per il concorso precedente, aveva presentato un emendamento simile nell’ultima Legge di Stabilità a quello che approverà ora il Parlamento italiano entro fine febbraio.
Marcello Pacifico (Anief-Cisal): è legittimo chiedersi se un laureato può ancora insegnare e inserirsi nelle graduatorie d’istituto, visto che non ha potuto partecipare all’ultimo concorso, essendo evidente il rispetto dello stesso principio di non retroattività della norma? Forse in Consiglio di Stato, i giudici potrebbero cambiare idea ‎per la terza volta, visto che già ad aprile avevano accolto l’appello dell’Anief, per poi tornare sui loro passi.

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