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Posts Tagged ‘lavoro pubblico’

Scuola: Patto per l’innovazione del lavoro pubblico

Posted by fidest press agency su martedì, 16 marzo 2021

L’attuazione del Patto per l’Innovazione del Lavoro pubblico e la Coesione sociale, le cui linee guida sono state appena accordate con i sindacati, non può prescindere dalla valorizzazione delle risorse umane, a partire dalla stabilizzazione dei precari storici della PA della scuola pubblica e paritaria, oltre che dall’assegnazione di stipendi finalmente adeguati al ruolo e dall’introduzione reale di professionalità sinora solo approvate sulla carta. A sostenerlo è il sindacato Anief, che ha realizzato delle osservazioni sul documento, attraverso le quali intende definire, in chiave costruttiva, il piano programmatico che seguirà la già avvenuta sottoscrizione del Patto. Per rinnovare la Pubblica Amministrazione, definita “motore di sviluppo”, il sindacato “richiede misure e piani mirati che guardino alla stabilità e all’aumento dell’occupazione e alla valorizzazione professionale del lavoro pubblico. Secondo l’Anief, “il rilancio della Pubblica Amministrazione si costruisce anche investendo sulle risorse umane. La questione emergente è la valorizzazione del personale: rispetto alla media europea degli stipendi del settore istruzione il divario è notevole, circa 9.539,98 euro in meno per la scuola primaria è un esempio non isolato.Nell’ambito del lavoro agile, sempre secondo l’Anief “è indispensabile uscire da una dimensione emergenziale dotando tutto il personale della strumentazione necessaria per svolgere la prestazione lavorativa in modalità remota e garantendo l le adeguate tutele sindacali. Particolarmente urgente è l’accessibilità, per tutto il personale scolastico, a percorsi di abilitazione, specializzazione e qualificazione professionale che consentano l’accesso alla stabilizzazione e/o alla progressione di carriera”. Inoltre, “a tutto il personale docente, Ata ed educativo, con contratti a tempo determinato o indeterminato, deve essere garantita l’attribuzione della card per la formazione e l’aggiornamento, attualmente riservata solo ai docenti di ruolo.Come diventa sempre più “opportuna l’attivazione di profili intermedi, con specifiche competenze in ambito di didattico (con particolare riferimento all’innovazione metodologica e alle buone pratiche), formativo e gestionale. Tra gli interventi più urgenti, l’Anief segnala una revisione della Legge 30 dicembre 2010, n. 240; l’Implementazione delle risorse FFO, con il superamento del tetto del salario accessorio; l’emanazione di linee guida che rendano omogenei i protocolli d’intesa Università- Regioni; il riconoscimento giuridico dell’equiparazione economica ex art. 31del D.P.R. 20.12.79. n.761; un piano straordinario di reclutamento; l’utilizzo delle risorse del Recovery Fund per la transizione digitale”. A livello di Ricerca, per il rinnovo contrattuale, “di cui si auspica l’emanazione degli atti di indirizzo in tempi brevi, è necessario investire nel capitale umano con un piano di stabilizzazione, reclutamento e formazione del personale. La nuova contrattazione, da concludersi presumibilmente entro giugno 2021, non potrà recare modifiche peggiorative rispetto al precedente contratto”. Come “è urgente un processo di delegificazione per ricondurre alcune materie alla contrattazione cui sono state sottratte come, ad esempio, in materia di sanzioni disciplinari. Va riaffermato che l’efficacia e l’efficienza dell’azione delle pubbliche amministrazioni non possono essere esclusivamente legate alla valutazione oggettiva della produttività ed ai contenuti dei testi contrattuali. Occorre invece una semplificazione dell’organizzazione e dei processi di lavoro e una riduzione consistente della componente burocratica”.

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FORUM PA: indagine lavoro pubblico

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 luglio 2020

Entro il 2021 la PA italiana potrebbe avere più pensionati che dipendenti, per il continuo calo del personale e un equilibrio fra ingressi e uscite che, nonostante lo sblocco del turnover, non è ancora stato raggiunto. A fronte di 3,2 milioni di impiegati pubblici italiani (in termini assoluti il 59% in meno di quelli francesi, il 65% di quelli inglese, il 70% di quelli tedeschi) i pensionati pubblici sono già 3 milioni. Un numero in crescita costante e destinato a salire perché i “pensionabili” oggi sono molti: 540mila dipendenti hanno già compiuto 62 anni di età (il 16,9% del totale), mentre 198mila hanno maturato 38 anni di anzianità. La pensione anticipata è stata parzialmente accelerata da Quota 100, nel 2019 sono uscite anticipatamente dalla PA 90 mila persone, ma è comunque prassi comune: il 57,7% dei pensionati pubblici attuali ha optato per il ritiro anticipato, solo il 13,7% per raggiunti limiti di età (mentre questa percentuale è il 20% nel privato e il 28% negli autonomi).
Risultato: solo dal 2018 a oggi sono andati in pensione 300mila dipendenti pubblici a fronte di circa 112mila nuove assunzioni e 1.700 stabilizzazioni di precari, nel solo 2018. C’è lo sblocco del turnover, ma le procedure sono lente e la media dei tempi tra emersione del bisogno e effettiva assunzione dei vincitori dei concorsi è di oltre 4 anni. E così, con in più il blocco imposto dal covid-19, da settembre del 2019 ad oggi sono state messe a concorso meno di 22mila posizioni lavorative: di questo passo ci vorrebbero oltre dieci anni a recuperare i posti persi.È quanto evidenzia la ricerca sul lavoro pubblico presentata oggi in apertura di “FORUM PA 2020 – Resilienza digitale”, la manifestazione dedicata ai temi dell’innovazione e della trasformazione digitale come risposta alla crisi, organizzata da FPA, società del Gruppo Digital360, che si apre oggi fino all’11 luglio in un’edizione totalmente online.La fotografia tracciata dall’indagine di FPA è quella di una PA anziana, in cui l’età media del personale è di 50,7 anni, con il 16,9% di dipendenti over 60 e appena il 2,9% under 30. Una PA in cui 4 dipendenti su 10 hanno la laurea, ma gli investimenti in formazione – necessari per aggiornare competenze e conoscenze – si sono quasi dimezzati in dieci anni, passando dai 262 milioni di euro del 2008 ai 154 milioni del 2018: 48 euro per dipendente, che consentono di offrire in media un solo giorno di formazione l’anno a persona.In questo scenario, c’è un’importante novità: il ricorso (forzato) allo smart working durante l’emergenza covid-19 per la gran parte dei dipendenti pubblici è stata un’esperienza positiva, che ha portato – secondo un recente sondaggio di FPA – in qualche caso addirittura a un aumento di produttività: per 7 lavoratori su 10 è stata assicurata totale continuità al lavoro, per il 41,3% l’efficacia è persino migliorata; per il 61% la nuova cultura di flessibilità e cooperazione prevarrà anche finita l’emergenza. Ma lo Smart Working ha significato anche una notevole riduzione di sprechi, quantificabili in 135 milioni di ore di spostamenti in meno nei tre mesi di lockdown, pari a 1 miliardo di km non percorsi, 400 milioni di euro di benzina risparmiati e 127mila tonnellate di CO2 in meno nell’atmosfera, oltre al 30% di costi in meno a carico della PA tra consumi energetici, gestione delle mense e pulizie dei locali. Se, come indicato dal Ministro della PA Dadone, si riuscirà a raggiungere l’obiettivo di almeno il 40% di dipendenti in smart working per 2-3 giorni alla settimana, si potrebbero risparmiare 128 milioni di ore di spostamenti, 121mila tonnellate di CO2 nell’atmosfera, 384 milioni di euro di carburante e oltre 1 miliardo di km l’anno.“I lavoratori pubblici italiani oggi sono pochi, anziani e poco qualificati – afferma Gianni Dominici, Direttore Generale di FPA –. Sono positive le nuove norme che accelerano i concorsi, ma se si opterà su un semplice rimpiazzo del personale invece che su assunzioni basate sull’individuazione dei fabbisogni c’è il rischio di sprecare un’occasione irripetibile: è importante assumere presto, ma soprattutto bene. Lo smart working nell’emergenza covid-19, nonostante le difficoltà, ha rappresentato un’occasione straordinaria per scongelare una PA orientata più all’adempimento burocratico che ai risultati, ma anche per testare una significativa riduzione di sprechi e di costi: l’obiettivo di almeno 40% di dipendenti in smart working per 2-3 giorni alla settimana rappresenta da un lato una grande opportunità di introdurre una nuova cultura basata sull’innovazione, dall’altro una spinta perché la PA possa raggiungere importanti traguardi di sostenibilità”. “Come certifica anche il DESI, l’indice della Commissione europea che nel 2020 ci colloca al 25º posto fra 28 Stati UE nell’attuazione dell’Agenda digitale, l’Italia è ancora ben poco digitale – dice Andrea Rangone, Presidente di Digital360 –. Anche la PA italiana è ancora molto in ritardo, come ha dimostrato chiaramente l’emergenza covid-19: solo quelle amministrazioni che avevano già investito in digitalizzazione e capitale umano sono state reattive alla crisi e in grado di continuare a lavorare anche in smart working. La trasformazione digitale della PA è fondamentale per la ripartenza del Paese e questa passa anche dalla crescita delle competenze digitali dei dipendenti pubblici, sulla cui formazione si registra purtroppo ancora un gap da recuperare”.

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Indagine FPA sulle competenze nel lavoro pubblico presentata a FORUM PA 2018

Posted by fidest press agency su sabato, 26 Maggio 2018

Roma. Alla PA servono competenze organizzative, manageriali e tecnologiche per gestire i cambiamenti in atto, pianificare, programmare, lavorare per progetti, utilizzare le opportunità d’innovazione offerte dal digitale. Tuttavia, i dipendenti pubblici che nell’ultimo anno hanno ricevuto formazione (6 su 10) dichiarano di essere stati aggiornati prevalentemente su temi giuridico-normativi (32,2%), informatica e telematica (12%), materie tecnico-specialistiche (11,8%), quasi nulla sulle lingue straniere (4%), i temi manageriali (5,3%), la comunicazione (8,4%), l’organizzazione (9,4%). Sono i risultati dell’indagine condotta da FPA, società del gruppo Digital360, sulle competenze dei dipendenti pubblici che ha coinvolto un panel di circa 1350 persone (di cui l’81,5%% dipendenti pubblici), presentata a FORUM PA 2018, in apertura dell’ultimo giorno di manifestazione in corso al Roma Convention Center “La Nuvola”. “L’indagine sulle competenze dei lavoratori pubblici rivela che siamo sulla strada sbagliata per cambiare la PA – commenta Carlo Mochi Sismondi, Presidente di FPA -: con una formazione scarsa, per lo più su materie o specialistiche o giuridiche, il settore pubblico può al massimo fare un po’ meno errori nei compiti che già svolge e migliorare l’efficienza di procedure spesso inutili o assurdamente complicate. La formazione invece dovrebbe trasferire ai lavoratori le competenze in grado di accelerare l’evoluzione della PA per consentirle di aprirsi ai cittadini, alle imprese, al contesto internazionale”. Ma cosa ne pensano i dipendenti pubblici? Il 43,6% dei lavoratori dei diversi comparti della PA dichiara di avere “molte più competenze” di quelle che servono nel proprio lavoro quotidiano e il 34,5% ritiene le sue competenze, comunque, “adeguate”. La formazione ricevuta nell’ultimo anno, è giudicata utile dall’80% di chi ne ha beneficiato, anche se i lavoratori sostengono che il principale motivo di crescita delle proprie competenze siano stati l’autoformazione (48,5%) e l’esercizio stesso del proprio ruolo (31,2%) piuttosto che la formazione ricevuta (9,5%).
In sostanza, chi lavora nel pubblico oggi non sente alcun bisogno di acquisire competenze manageriali o abilità relazionali, comunicative e gestionali. E questo per un semplice motivo: non le usa. Quasi il 50% degli intervistati fa lo stesso lavoro da oltre 10 anni e, rispetto alle mansioni da svolgere nel quotidiano, l’aggiornamento sentito come necessario è prevalentemente legato a conoscenze specialistiche riferite al proprio settore professionale (29,4%), conoscenze normative (27,2%) e competenze tecnologiche (20,5%). Solo il 12,8% reclama competenze relazionali e l’8,6% di competenze manageriali.“Non siamo di fronte a personale iper-qualificato, ma a lavori semplici, svolti per anni, senza alcun meccanismo di job rotation, in cui le uniche variazioni su cui c’è da aggiornarsi riguardano norme, procedure e aspetti tecnici – sottolinea Gianni Dominici, Direttore generale di FPA -. Se la PA resta ripiegata sui suoi stessi processi, piuttosto che formare i propri dipendenti ai nuovi compiti che le spettano, andiamo nel futuro con una PA del passato”.Questa situazione, che non sembra essere percepita come critica dai dipendenti pubblici, appare invece chiara a chi si trova a interagire con la PA: secondo cittadini e imprese coinvolti nel Panel di FPA i gap da colmare prioritariamente nella Pubblica Amministrazione sono proprio le competenze organizzative (30,6%) e manageriali (23,4), quelle su cui i dipendenti pubblici non credono di avere bisogno di aggiornamento e quelle su cui minore è la formazione erogata.

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