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Lavoro: ecco gli errori da evitare nel curriculum

Posted by fidest press agency su lunedì, 10 dicembre 2018

Trovare il lavoro dei propri sogni diventa impossibile se il proprio curriculum vitae viene puntualmente scartato dai selezionatori. Sono tanti, tantissimi i fattori da tenere in considerazione per la realizzazione e per l’invio di un curriculum vitae, e non è un caso se i candidati sono sempre in bilico tra il classico formato europeo e delle grafiche personalizzate, tra cv con foto o senza foto, e ancora, tra cv di una sola pagina e documenti più lunghi. Ma quali sono, nel concreto, i motivi che portano un recruiter a scartare un curriculum vitae?«Non è facile riassumere tutti i fattori formali che portano un selezionatore a scartare un curriculum vitae» spiega Carola Adami, CEO e founder della società di ricerca e selezione del personale Adami & Associati.«Talvolta i curricula inviati non vengono nemmeno aperti dal selezionatore, per la mancanza di una lettera di presentazione». Va infatti sottolineato che le agenzie di selezione del personale, così come gli uffici HR delle grandi aziende, ricevono centinaia di curricula ogni giorno. Leggerli tutti diventa dunque impossibile, e per questo si pratica una doverosa scrematura a monte, eliminando per esempio i messaggi di tutti i candidati che non hanno introdotto il proprio cv con una lettera di presentazione. «Soprattutto per determinati ruoli, inviare un curriculum non accompagnato da una breve cover letter è un vero e proprio autogol, che lascia trasparire una certa superficialità da parte del candidato».Se fornito di una promettente lettera di presentazione, il curriculum vitae viene certamente aperto. Quali sono i possibili errori interni al cv che possono determinare la stroncatura della candidatura? «Talvolta non si parla di errori formali, quanto invece di leggerezze da parte del candidato» spiega la head hunter di Milano.«Spesso bastano pochi secondi per scartare un curriculum: nel caso di un ruolo che richiede obbligatoriamente una laurea in ingegneria civile è sufficiente controllare la coerenza del titolo di studio indicato per capire se continuare con la lettura del documento o cestinarlo».Del resto sono davvero molti, ci illumina Carola Adami, gli errori che possono determinare la bocciatura di una candidatura.
«Tutti i giorni ci capitano tra le mani dei curricula popolati da errori e da refusi, con formattazioni approssimative e impaginazioni improbabili. Non è nulla di grave, ma di certo queste leggerezze non giocano a favore di un candidato, soprattutto quanto ci sono centinaia di persone che competono per un medesimo posto di lavoro».Alcune volte un buon curriculum vitae viene macchiato da un piccolo ma lampante errore. C’è chi, per esempio, nella sezione dei contatti inserisce un contatto email scherzoso, probabilmente creato in gioventù e mai cambiato, il quale in sede di candidatura risulta ovviamente fuori luogo.Altri candidati aggiungono delle fotografie assolutamente non professionali, scattate magari in spiaggia e ritagliate in malo modo; e ancora, un selezionatore attento non mancherà di notare, a prima vista, degli evidenti gonfiamenti nell’elenco delle esperienze lavorative.«Riceviamo spesso dei curriculum di 3 o 4 pagine, scritti da candidati convinti che scrivere tanto sia meglio per attirare l’attenzione del recruiter» precisa Adami «laddove invece si dovrebbe puntare non sulla quantità, ma sulla qualità e su una buona organizzazione delle informazioni, così da mettere in evidenza i punti di forza del candidato».Non deve poi mancare, infine, l’indispensabile liberatoria per il trattamento dei dati, che tanti candidati continuano tutt’oggi a dimenticare.

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Il lavoro c’è: ecco i profili più richiesti

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 dicembre 2018

La crescita degli annunci web per le professioni ICT continua ed emergono profili nuovi. Sono 64.000 gli annunci pubblicati in rete nel 2017, numero più che raddoppiato negli ultimi 4 anni, registrando un incremento del +7% rispetto al 2016. E le stime per il triennio 2018-2020 sono ulteriormente ottimistiche: fino a 88.000 nuovi posti di lavoro specializzati in ICT.Con una crescita del 19% sull’anno precedente e una quota di annunci sul web di 49%, gli Sviluppatori guidano la classifica dei ruoli più ricercati, seguiti dai consulenti ICT, richiesti in un annuncio su 6. Cresce progressivamente anche la quota delle nuove professioni connaturate alla trasformazione digitale quali il Service Development Manager, il Big Data Specialist e il Cyber security Officer.A livello territoriale, il maggiore incremento si concentra nel Nord-Ovest (soprattutto in Lombardia) con una quota della domanda pari al 48% del totale Italia; in quest’area i livelli di richiesta per i Big Data Specialist e i Service Development Manager raggiungono il 60%. Insieme all’ICT, è il settore Servizi ad avere la quota maggiore (20%) della domanda di professionisti per la trasformazione digitale: i più richiesti sono l’ICT Operation Manager (56%), il Digital Media Specialist (53%) e l’ICT Consultant (45%).
Anche le retribuzioni 2017 dei profili IT sono in crescita: nelle aziende di informatica ed elettronica i Quadri registrano +4,3% e i Dirigenti +6,0%. Nelle aziende di Consulenza e Servizi ICT crescono le retribuzioni degli Impiegati +2,5%, dei Dirigenti (+1,9%) e dei Quadri +1,8%.Il gap tra domanda e offerta di specialisti ICT conferma che occorre agire al più presto se si vogliono cogliere tutte le potenzialità del nuovo mercato del lavoro digitale.
Le stime dell’Osservatorio, disegnate su uno scenario più conservativo ed uno più espansivo, mostrano per il 2018 un fabbisogno di laureati per le aziende che oscilla fra i 12.800 e i 20.500, mentre l’Università dovrebbe laurearne poco più di 8.500: un gap che arriva dunque al 58%. Opposta la situazione per i Diplomati: il fabbisogno oscillerà fra i 7.900 e i 12.600, con un surplus che oscillerà fra i 3.400 e gli 8.100 (27%).I laureati ICT dunque crescono ma troppo lentamente: nel 2017 toccano le 7.700 unità, in lievissima crescita rispetto al 2016, ma sono calati gli specialisti in Informatica e Ingegneria Informatica (INFO), pari a 4.460. Si attenua la tendenza dei laureati triennali INFO a terminare gli studi dopo la laurea triennale (+3% da +10% nel 2016) mentre continua l’incremento nelle immatricolazioni anche se in misura ridotta (+3,5% contro il +9% nel 2016) e con percentuali di abbandono che restano elevate (si laurea solo il 40% degli immatricolati nelle triennali, come nel 2016). La tendenza alla crescita delle immatricolazioni in Area ICT non è uniforme: Nord-Ovest, Nord-Est e Sud crescono al ritmo del 6%, le Isole addirittura +13%, diminuisce il Centro (-9,2%). In termini di genere resta molto bassa la quota femminile: circa il 19% contro il 53% nella media di tutti i corsi.
La rilevanza delle skill digitali è misurata dal Digital Skill Rate, ovvero il grado di pervasività delle competenze digitali all’interno di una singola professione: in media 48% per le professioni ICT e 14% per le professioni non ICT. Il Digital Skill Rate varia tra il 30% e il 51% per quasi tutte le professioni ICT e supera il 51% per Database Administrator, Developer, Systems Analyst e Technical e Network Specialist. Passando alle Soft Skill, esse diventano più pervasive in tutte le professioni: in media per le professioni ICT il soft skill rate si attesta al 28%, mentre è pari al 35% per le professioni non ICT. Le punte di maggiore rilevanza delle soft skill (tra il 38% e il 51%) si rilevano per ICT Operations Manager, Account Manager, ICT Consultant, Project Manager, Cyber security Officer e Business Analyst.

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Il lavoro part-time? Sì, ma non per scelta

Posted by fidest press agency su martedì, 4 dicembre 2018

Milano. Un tempo il part-time era salutato come una vera manna dal cielo. Era così per la commessa, per la segretaria o per l’operaia che, non volendo trascurare i figli, non desideravano però nemmeno dire addio al mondo del lavoro e a un’entrata fissa. Di certo, però, il part-time non presenta dei vantaggi solo per le madri di famiglia: anche studenti e studentesse possono godere di questo particolare contratto, per pagarsi gli studi universitari e arrivare alla tanto sudata laurea, senza pesare sulle spalle dei genitori.Insomma, a prima vista il part-time sembrerebbe la soluzione giusta per molti, moltissimi lavoratori, i quali avrebbero tante buone ragioni per ambire a questo contratto. Purtroppo, però, non è così.«Nella maggior parte dei casi non è la disponibilità di maggior tempo libero a spingere gli italiani ad abbracciare il part time» spiega Carola Adami, CEO della società di ricerca e selezione del personale Adami&Associati «quanto invece la difficoltà nel trovare un lavoro a tempo pieno».Il contratto a tempo parziale, dunque, sembra aver perso la sua patina originale, per diventare invece un vero e proprio ripiego, del quale è più facile vedere gli svantaggi che i benefici.I numeri Eurostat del resto parlano chiaro: guardando ai dati del 2017, il 63,5% dei lavoratori part-time tra i 15 e i 64 anni ha dichiarato di aver accettato questo contratto per l’impossibilità di trovare un contratto full-time.Certo, questa fetta è diminuita di quasi 2 punti percentuali rispetto al 2016, ma resta pur sempre di molto maggiore rispetto allo stesso dato del 2008: prima della crisi, infatti, il part-time era una scelta ‘obbligata’ e non voluta dal 41,3% degli intervistati. In Europa, attualmente, solo Grecia e Cipro hanno percentuali maggiori, laddove la media dei Paesi UE si ferma al 26,4%.Lontanissima la Germania, dove solo l’11,3% degli intervistati ha accettato un part-time come ripiego. Quel che è certo è che il part-time, in Italia, non viene utilizzato per continuare gli studi: solo il 2,1% degli intervistati spiega il proprio lavorare a tempo parziale come espediente per proseguire il proprio percorso educativo, mentre nel Regno Unito si parla invece di 6 volte tanto, con una percentuale del 12,9%.«Va peraltro sottolineato il fatto per cui l’Italia, tra tutti i membri UE, è anche il Paese in cui i lavoratori part-time sono cresciuti di più negli ultimi anni: si parla infatti di quasi 10 punti in più percentuali tra il 2002 e il 2015» ha spiegato Adami.In un contesto in cui il part-time, sia orizzontale che verticale, viene utilizzato come ripiego, in un frangente in cui la correlazione tra tempo parziale e precariato si fa sempre più accentuata, questo fenomeno non deve passare inosservato. Tutto questo accade del resto mentre determinate aziende continuano a concedere malvolentieri il part-time.«Per questioni puramente organizzative le realtà del manifatturiero e le piccole aziende non sono portate a concedere i part-time ai propri dipendenti, laddove invece il tempo parziale è molto comune nel pubblico» ha evidenziato infine la Adami. (fonte:
ComunicatiStampa.net)

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Il lavoro flessibile?

Posted by fidest press agency su martedì, 4 dicembre 2018

Fa bene ai lavoratori, alle aziende, ma anche all’ambiente e all’aria che respiriamo. Una diffusione su vasta scala del lavoro flessibile, infatti, ridurrebbe i livelli di anidride carbonica di 214 milioni di tonnellate l’anno entro il 2030, pari alla CO2 sottratta dall’atmosfera da 5,5 miliardi di alberi in dieci anni.È quanto emerge da The Added Value of Flexible Working, studio commissionato da Regus, leader mondiale per la fornitura di spazi di lavoro, a ricercatori indipendenti, per analizzare i benefici socio-economici del lavoro flessibile nel mondo.Oltre a quello di anidride carbonica, un impiego sempre più diffuso di spazi di lavoro flessibile consentirebbe entro il 2030 anche il risparmio di oltre 3,53 miliardi di ore impiegate ogni anno per raggiungere il posto di lavoro – l’equivalente del tempo passato al lavoro annualmente da 2,01 miliardi di persone.
Per citare un esempio, il Regno Unito risparmierebbe da solo 7,8 milioni di tonnellate di CO2 entro il 2030 grazie a una maggiore flessibilità da parte dei pendolari, che eviterebbero 115 milioni di ore annue di spostamenti casa-lavoro. È negli Stati Uniti, però, che si registrerebbe il più grande risparmio annuale di tempo e di emissioni: circa 960 milioni di ore e 100 milioni di tonnellate di CO2, dato ancor più rilevante se si considera che l’auto è il mezzo di trasporto prediletto dagli americani.Lo studio economico condotto da Regus prevede, nel complesso, che un aumento del lavoro flessibile nei 16 Paesi presi in esame apporterebbe un valore aggiunto di oltre 10 trilioni di dollari all’economia mondiale entro il 2030.Mauro Mordini, Country Manager di Regus Italia, ha commentato: “Il lavoro flessibile può fornire un contributo importante alla lotta al cambiamento climatico. Secondo il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, il mondo dovrà ridurre le emissioni annuali di gas a effetto serra di ulteriori 12-14 miliardi di tonnellate entro il 2030 per poter limitare il riscaldamento globale a 2°C. Ogni anno si potrebbero risparmiare milioni di tonnellate di CO2 permettendo alle persone di lavorare in sedi più vicine a casa e limitando il pendolarismo. Aumentare le opportunità di lavoro flessibile non costituisce soltanto una necessità aziendale o personale, ma rappresenta anche un beneficio per l’intero pianeta”.

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Lavoro da remoto e dispositivi mobile

Posted by fidest press agency su lunedì, 3 dicembre 2018

Connessione a 360° e una presenza sempre maggiore delle attività lavorative durante il tempo libero: queste alcune delle evidenze che emergono dalla ricerca Working Life condotta da PageGroup, società leader mondiale nel recruitment con i brand Page Executive, Michael Page e Page Personnel, che analizza la vita lavorativa delle persone tra tecnologia, lavoro agile e rapporto con i colleghi.
Il sondaggio, condotto a giugno 2018 su 5.197 intervistati in Europa – di cui 775* in Italia, ha portato a galla i vantaggi e le sfide che la tecnologia fornita dalle aziende comporta per i lavoratori. Più del 68% degli intervistati è infatti dotato di almeno un dispositivo aziendale tra cellulare, laptop e tablet, e per il 70% dei lavoratori questi strumenti hanno cambiato la vita, ma solo per il 36% ciò ha un impatto positivo sul livello di felicità personale e lavorativa.Molti dipendenti in Italia usano questi dispositivi anche per motivi personali al di fuori dell’orario di lavoro, sfumano ulteriormente i confini tra lavoro e tempo libero. Sembra che il vecchio detto “essere sempre di turno” non sia mai stato così vero.
I dispositivi, infatti, da un lato favoriscono il lavoro da remoto, permettendo ai dipendenti di lavorare al di fuori dell’ufficio in caso di necessità (possibilità sfruttata dal 64% di manager e lavoratori), ma dall’altro affievoliscono i confini tra vita privata e lavorativa: il 63% dei lavoratori italiani afferma infatti che tutti i giorni controlla la propria e-mail al di fuori degli orari di lavoro e il 57% risponde alle chiamate.
Dallo studio è emerso inoltre che i lavoratori degli altri paesi sono tendenzialmente più soddisfatti del proprio work-life balance rispetto agli italiani (59%): Austria 73%, Belgio 71%, Francia 72%, Germania 63%, Lussemburgo 67%, Olanda 78%, Polonia 70%, Portogallo 64%, Svizzera 75%. Con l’aumentare dell’età, e delle responsabilità dei ruoli, aumenta anche la percentuale di lavoratori che utilizza i dispositivi aziendali anche al di fuori degli orari di ufficio, passando dal 41,6% di dipendenti tra i 25 e i 34 anni che controllano le e-mail e il 31,2% della stessa fascia che risponde a chiamate di lavoro, al 63% di over 60 che controllano le mail e il 68% che risponde al telefono.I risultati emersi rivelano che i principali motivi che spingono le persone a rimanere connesse al di fuori dagli orari di ufficio sono il senso di responsabilità verso il ruolo e il senso di obbligo. Il 52% dei professionisti under 35 infatti si sente obbligato ad essere sempre connesso, percentuale che scende al 32% per gli over 35. Opposta la situazione se si analizza il senso di responsabilità: il 60% circa dei professionisti over 35 lavora al di fuori degli orari per questo motivo, mentre per gli under 35 la percentuale scende al 44%.

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Medici di famiglia: carichi di lavoro duplicati. Simg lancia sos

Posted by fidest press agency su lunedì, 3 dicembre 2018

Le regioni non danno al medico di famiglia risorse per dotarsi di infermieri e collaboratori, e le cure primarie non decollano sul territorio; in compenso il medico da solo lavora il doppio. Nel 2006 vedeva ogni suo assistito sei volte l’anno- è la media “del pollo” trilussiana, alcuni dodici volte e altri zero – nel 2016 la media è stata di dieci volte l’anno. Il dato dell’undicesimo Report di Health Search, il generatore di dati statistici sugli assistiti dei Mmg ideato da Simg non può far riflettere una medicina generale “in cerca d’autore” quale quella presente al 35° Congresso SIMG. «Quest’anno la Società italiana di medicina generale ha tanto pubblico giovane: 320 studenti al 5° e 6° anno di Medicina, 640 tirocinanti del corso triennale di diploma post-laurea e 400 appena usciti che attendono di entrare in graduatoria «ma aspettano soprattutto di capire che cosa ne sarà di loro», sottolinea il presidente Simg Claudio Cricelli. «La medicina generale è in cerca d’autore, chi sostituisce i colleghi che si pensionano scriverà pagine nuove e a questo tema abbiamo dedicato il titolo dell’evento; un tema strettamente legato al carico di lavoro, che è un’incognita». L’aumento dell’età media della popolazione ha portato ad alte prevalenze di malattie croniche. Quattro italiani su dieci sono malati cronici, un 17,4% è iperteso, un 16% ha artrosi o artrite, un 10,7% ha malattie allergiche, un 7,6% l’osteoporosi. Anche a partire da questi dati di popolazione rilevati da Health Search Simg costruirà nei prossimi mesi una Job description del lavoro del medico di famiglia: una nuova pagina, dall’Italia, da consolidare a Firenze nel 2020 in una conferenza italiana della medicina generale annunciata da Cricelli, e sulla quale orientare i prossimi contenuti formativi. Cricelli ha però una richiesta pure per il governo: un grande piano sanitario che veda la medicina generale al centro. «Il ritardo organizzativo nella dotazione delle cure primarie è la causa dell’allungamento delle liste d’attesa e dell’enorme crescita del costo delle prestazioni che continuano a gravare sulla medicina specialistica e sull’ospedale», dice. «Solo il 5% di noi è strutturato in forme associative (medicine di gruppo integrate) ancorché siano state lanciate più di 10 anni fa. Una completa realizzazione di queste modalità di lavoro permetterebbe di ridurre di più del 50% le liste d’attesa per esami diagnostici di I livello, come le ecografie, oggi eseguiti dagli specialisti». Cricelli parla in conferenza stampa con il leader Fimmg Silvestro Scotti, il Presidente Enpam Alberto Oliveti e il Presidente della Federazione degli Ordini Filippo Anelli, che conferma punto per punto le esigenze della categoria. «Il 90% degli italiani sopra i 65 anni ci apprezza, così come il 78% di tutta la popolazione, venti punti percentuali in più che nel 1978 quando il servizio sanitario partì. Questa gratificazione prevale su quelle economiche». Il leader Simg ha da pochi minuti inaugurato una scuola di simulazione aperta a tutti i partecipanti agli eventi formativi Simg (anche ai laureandi, dunque) «acquistata con i soldi dei soci, tanto per sottolineare che noi per primi sentiamo la necessità di farci carico delle priorità del servizio pubblico, a costo di esporre nostre risorse. Come abbiamo del resto fatto per le scuole di formazione che Simg ha aperto a Firenze su dolore e cure palliative, patologia osteoarticolare, patologia cardiovascolare, acuzie, vaccinazioni, cronicità, studi clinici, e adesso linee guida. L’assistito ha capito il nostro sforzo e i sondaggi lo dicono, ma c’è un altro concetto da sottolineare: le 60 sessioni del programma tutto sono fuorché esito di una frammentazione di conoscenze, si va dall’ecografia al dolore attraverso una visione complessiva e condivisa, ma questo, che è anche apporto allo sviluppo del paese, di apparecchiature diagnostiche smart qui esposte come il telefonino a otto derivazioni da 300 euro per gli ecg, quanto viene compreso?» Il presidente Simg ricorda come ai medici di famiglia siano precluse persino le associazioni di farmaci da loro prescrivibili singolarmente contro l’asma, nonché principi antidiabetici che si dovrebbero utilizzare in prima battuta. «Ecco perché siamo in cerca d’autore. Vogliamo sapere che faremo, come verremo impiegati, in un contesto in cui esplode l’incidenza sul territorio di malati cronici, bisognosi del loro medico e spesso di care manager infermieri, ma si spende la maggior parte delle risorse per terapie da somministrare in contesti ospedalieri». (Mauro Miserendino da Doctor33)

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Alternanza scuola lavoro

Posted by fidest press agency su domenica, 2 dicembre 2018

“I dati dei maggiori Paesi europei ci raccontano, da molti anni, che i giovani impegnati in progetti come Alternanza Scuola-Lavoro hanno maggiori possibilità di trovare un buon lavoro e soprattutto il lavoro che desiderano. È per questo che il CNEL, che riunisce i rappresentanti di migliaia di imprese, milioni di lavoratori e centinaia di organizzazioni non-profit, può essere una sede naturale di monitoraggio costante dell’efficacia dei progetti. Un osservatorio con il Ministero dell’Istruzione, l’Associazione Nazionale dei Presidi e il portale Skuola.net è senz’altro un buon inizio, dato che l’inserimento tra le materie d’esame aumenterà l’interesse”. Ad affermarlo il presidente del CNEL Tiziano Treu – nel corso di un’iniziativa svoltasi oggi nel Parlamentino di fronte a una platea interessata di studenti – che è stato in qualche modo tra i teorizzatori dei training in azienda. Nel famoso pacchetto-Treu del 1997, che affrontava le misure contrattuali di adeguamento ad un mercato del lavoro divenuto più flessibile, proponeva infatti il Tirocinio Formativo “al fine di realizzare momenti di alternanza tra studio e lavoro”.
L’incontro, promosso dal CNEL con l’ANP (Associazione nazionale dirigenti pubblici e delle alte professionalità della scuola) e con il supporto di Skuola.net, assume particolare importanza ora che il Ministero dell’Istruzione ha reso noti i quadri di riferimento per il nuovo esame di Stato, che debutta a giugno. Nel corso delle prove orali, infatti, gli studenti esporranno con una breve relazione o un elaborato multimediale, le esperienze di Alternanza Scuola-Lavoro svolte. Nello stesso colloquio per l’esame di maturità, si accerteranno anche le conoscenze e le competenze maturate nell’ambito delle attività di Cittadinanza e Costituzione.
Per Antonello Giannelli, presidente ANP, “Non dimentichiamo che il CNEL è un organo di rilievo costituzionale e che il primo articolo della nostra costituzione afferma che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. L’alternanza non è manodopera a costo zero per le aziende, ma un progetto formativo che consente di entrare in contatto con questo il principio fondante della nostra Costituzione. Le esperienze negative sono in percentuale insignificante rispetto ai successi. Ora che al tessuto di micro-imprese che aveva difficoltà ad accogliere studenti si sono aggiunti anche i Musei, gli enti statali e tanti altri soggetti anche nel mondo del turismo e della cultura, l’Alternanza ha spazi di crescita enormi, da valorizzare e non da tagliare”.

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Alternanza scuola/lavoro: studenti protagonisti in Città metropolitana

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 novembre 2018

Torino giovedì 29 novembre dalle 14 alle 16 nell’auditorium della Città metropolitana di Torino, sede di corso Inghilterra 7, si terrà il seminario “Studenti protagonisti in alternanza nell’area metropolitana di Torino”, che rientra nel programma del 3° Festival dell’Educazione, organizzato a Torino dal 29 novembre al 2 dicembre. I lavori, coordinati dalla consigliera metropolitana delegata all’istruzione e al sistema educativo Barbara Azzarà, saranno introdotti dal sottosegretario di Stato per l’istruzione, l’università e la ricerca Salvatore Giuliano. Interverranno direttore generale dell’Ufficio scolastico regionale per il Piemonte Fabrizio Manca, l’assessore all’istruzione, al lavoro e alla formazione professionale della Regione Piemonte Gianna Pentenero, il dirigente dell’Ufficio scolastico territoriale di Torino Stefano Suraniti, il direttore Saa-School of Management Torino Davide Caregnato, la docente del Dipartimento di filosofia e scienze dell’educazione dell’Università di Torino Daniela Maccario e il coordinatore del progetto della Saa “Scopri Talento” Giorgio Gallo.

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Progetto NORD chiama SUD: Il lavoro si mobilita, promosso da Orienta

Posted by fidest press agency su domenica, 25 novembre 2018

Nord chiama Sud è un progetto promosso da Orienta, una delle principali Agenzie per il Lavoro italiane, che si propone di far incontrare le richieste di lavoro delle aziende del Nord Italia, collocate soprattutto in quelle aree che offrono molte opportunità di lavoro con grandi difficoltà nel trovare candidati, con i giovani disoccupati e in cerca di lavoro del Mezzogiorno d’Italia disponibili a muoversi. Il principio è semplice: siamo nell’epoca del lavoro senza confini e della mobilità professionale e il lavoro si cerca, e si trova, dove c’è. Perché non far incontrare, allora, le tante richieste di lavoro delle aziende del Nord che non riescono a trovare candidati disponibili in base al reale fabbisogno con chi è disoccupato o in cerca di lavoro nelle regioni del Sud? Per entrambi si tratta di un’opportunità.
Le aziende che lamentano carenza di manodopera e professionalità disponibili sul mercato del lavoro sono concentrate soprattutto nelle regioni del Nord Italia. Sono numerose le associazioni industriali locali che lamentano la mancanza di figure disponibili a fronte di numerose offerte di lavoro. Si pensi all’allarme lanciato dal Presidente della Confindustria di Cuneo e condivisa dalla Confindustria di Trento e da molte associazioni d’impresa del Nord Italia. Solo a Cuneo, per esempio, nel 2017 le aziende hanno evidenziato la necessità di assumere circa 40 mila nuovi lavoratori, di cui: 19% addetti agli impianti e ai macchinari, 18% operai specializzati, 11% tecnici specializzati. Figure difficili da trovare nel mercato del lavoro locale. L’esempio di Cuneo rispetto a diverse figure lavorative è estendibile a tante al province del Nord Italia. Per contro i tassi maggiori di disoccupazione sono concentrati soprattutto nelle regioni del Sud, dove ci sono territori in cui la disoccupazione giovanile sfiora il 60%.L‘iniziativaNORD chiama SUDha lo scopo di mettere in relazione questi due mondi, queste due esigenze, con l’intento di trasformare le reciproche difficoltà in reciproche opportunità, per le aziende e per i lavoratori. Creare un unico network del lavoro nazionale in cui far incontrare le offerte di lavoro del Nord Italia con le disponibilità dei giovani disoccupati del Sud.
Dal punto di vista operativo consiste in un sistema di incrocio tra le offerte di lavoro delle aziende del Nord clienti di Orienta su specifiche figure difficili da reperire nel territorio e le disponibilità dei candidati giovani delle regioni del Sud iscritti nel data base dei Cv dell’Agenzia per il lavoro. La prima sperimentazione è partita in Emilia Romagna in cui i settori più coinvolti riguardano la Meccanica (Ing. Meccanici e periti, disegnatori progettisti, operatore CNC, montatori meccanici, carteggiatori, lucidatori, verniciatori); l’area Elettrica e Elettronica (Ing. Elettrotecnico e dell’automazione, assemblaggio e collaudo schede elettroniche, manutentori elettrici); area Informatica (Ing. Informatico, sviluppatore software, programmatori web); area Logistica (magazzinieri, carrellisti, retrattilisti, addetti al confezionamento ed imballo). In questi ambitisono già stati attivati diversi contratti di lavoro tramite l’iniziativa NORD chiama SUD. A breve il progetto si estenderà a tutte le altre regioni del Nord e sarà supportato da un servizio di facilitazione del percorso dei candidati di ingresso nelle aziende. L’obiettivo è coinvolgere entro il 2019 circa 1.000 ragazzi.

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Trovare lavoro a dicembre: ecco i ruoli più ricercati

Posted by fidest press agency su giovedì, 22 novembre 2018

Non sono poche le persone alla ricerca di lavoro che, con l’approssimarsi di dicembre, mollano la presa, nella piena convinzione che le settimane pre-natalizie non possano offrire buone opportunità lavorative. In realtà le cose son ben diverse e anche il mese di dicembre può offrire interessanti possibilità lavorative a chi intende osare. «Molti candidati a dicembre smettono di inviare i proprio curricula alle aziende e persino di rispondere agli annunci di lavoro, pensando che ormai la ricerca di una nuova occupazione possa essere rimandata all’anno venturo, dalla metà di gennaio in poi» spiega Carola Adami, fondatrice e CEO della società di ricerca e selezione del personale Adami & Associati di Milano. In effetti le statistiche mostrano chiaramente che il periodo migliore per trovare un nuovo lavoro, in media e per la maggior parte dei settori, sia quello che corre tra settembre e ottobre. In quei mesi in effetti il mercato si riaccende dopo il lungo stand by estivo. Settembre, in particolare, è il mese deputato all’approvazione dei piani di sviluppo, e questo comporta l’avvio di molti processi di ricerca personale. Altro periodo particolarmente favorevole alle nuove assunzioni è poi quello che va da gennaio a febbraio: tutto l’organico è in azienda, non ci sono dipendenti in vacanza, e con la presenza di tutto il personale sono più probabili gli ingressi di nuove figure professionali.Sembrerebbe dunque che le persone che sul finire di novembre smettono di mandare le proprie lettere di presentazione alle aziende e ai cacciatori di teste abbiano delle ottime ragioni. Ma non è così perché quello natalizio può al contrario essere un periodo perfetto per trovare un nuovo soddisfacente lavoro.«Non si parla solo e unicamente dei lavoratori che trovano occupazione nelle attività che tipicamente assumono in vista del Natale, come i ristoranti, gli alberghi, i negozi e le attività legate agli sport sulla neve.Ci sono tante altre figure che proprio in vista delle ultime settimane dell’anno sono particolarmente ricercate dalle aziende, e per molte persone alla ricerca di un nuovo lavoro sarebbe dunque davvero sbagliato tirare i remi in barca in questo periodo», spiega ancora la Adami.
«In particolare ci sono molte aziende che, in vista dell’introduzione della fatturazione elettronica obbligatoria a partire dal gennaio del 2019, sono alla ricerca di professionisti IT e di ruoli data entry, per poter così accompagnare questa importante evoluzione».Ma non è tutto qui: un’altra particolarità del 2018 è stata l’introduzione del GDPR, e di conseguenza sono tantissime le aziende che si sono poste dicembre come termine ultimo per individuare esperti nel campo della privacy.
«Non solo i lavoratori stagionali impiegati nel mondo del turismo, dunque, devono guardare a dicembre come a un mese ricco di opportunità: le ultime settimane dell’anno possono trasformarsi nel periodo giusto per un’ampia gamma di professionisti alla ricerca di una nuova occupazione», conclude l’head hunter.. Come sottolineato da Adami, del resto, in queste settimane le figure maggiormente ricercate a livello nazionale dalle aziende, oltre alle figure legate al GDPR e all’IT, sono i diplomati tecnici, gli esperti di big data, gli sviluppatori e gli immancabili agenti di commercio e responsabili delle vendite. In alcuni casi si ha a che fare con delle collaborazioni temporanee, ma non va trascurato il fatto che i processi di selezione pre-natalizi coinvolgono uno svariato numero di settori, richiamando candidati con i più differenti livelli di esperienza. (fonte: comunicati stampa net)

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Intelligenza artificiale e posti di lavoro

Posted by fidest press agency su martedì, 13 novembre 2018

Quasi la metà degli italiani (44%) teme l’applicazione dell’Intelligenza artificiale in ambito lavorativo, nonostante il giudizio generale sia neutro o tendenzialmente positivo. È quanto emerge da una ricerca di Chorally presentata oggi durante la seconda edizione del convegno CX2020 sulla cusotmer experience organizzato da CMI Customer Management Insights, la community della Customer Experience, presso la sede romana di Cedat 85, azienda attiva da 30 anni nella fornitura dei contenuti provenienti dal parlato.“L’intelligenza artificiale – secondo Enrico Giannotti Vice President del gruppo Cedat 85 – sta rivoluzionando anche i flussi di lavoro tipici nei contact center. In particolare nel corso dell’ultimo lustro, sono stati introdotti diversi applicativi per monitorare e dunque migliorare il rapporto tra le aziende ed i loro clienti. Nell’immediato futuro – ha aggiunto Giannotti– i clienti interagiranno con soluzioni software automatiche in grado di interfacciarsi con i clienti in modo sempre più naturale e umano (chatbot e intelligenza artificiale). Diventerà dunque sempre più immediata la produzione aggreggata di dati omogenei e report utili a facilitare il lavoro di analisi dei responsabili “umani” delle relazioni con i clienti.Nei contact center l’utilizzo di applicativi AI non annullerà l’intervento di operatori umani qualificati che, invece, diverranno interpreti di una nuova fase in cui la loro professionalità sarà richiesta per rendere maggiormente “qualitativa” l’esperienza dei clienti, grazie anche all’utilizzo delle informazioni e dei dati ricavati proprio dall’utilizzo di specifiche soluzioni d’intelligenza artificiale”.Secondo lo studio presentato durante il convegno, che ha osservato le discussioni sui principali canali social e fonti nella rete in Italia, il 52% degli italiani ha un atteggiamento neutrale nei confronti dell’IA (intelligenza artificiale). Per quanto riguarda il net sentiment (la differenza tra i commenti positivi e quelli negativi) il giudizio è tendenzialmente positivo. La situazione cambia scendendo nel dettaglio degli ambiti di applicazione. Il lavoro è il tema che raccoglie le maggiori perplessità: il sentiment espresso dal 44% degli intervistati risulta essere negativo, con particolare preoccupazione nei confronti dei posti di lavoro che saranno messi a rischio dall’IA e dalla robotica. Le opinioni positive (14%) sono orientate invece verso il miglioramento della qualità del lavoro e sulla nascita di nuove professionalità. Il restante 42% ha un atteggiamento neutrale.Nella tavola rotonda ospitata nella sede di Cedat 85, è stata evidenzata una maggiore positività in ambito salute e trasporti. Il 71% degli italiani ha un atteggiamento di fiducia e speranza nei benefici della tecnologia in ambito medico, della salute e del benessere in generale. Anche in questo caso i commenti negativi (14%) riguardano preoccupazioni sulla ricaduta occupazionale.
Sul fronte trasporti, dalla ricerca Chorally emerge grande positività da parte degli italiani verso la mobilità. Il 60% delle opinioni è positiva e orientata verso i benefici che l’innovazione tecnologica portata dall’intelligenza artificiale potrà avere in ambito urbano. Minore traffico, minore inquinamento, maggiore rapidità negli spostamenti e la possibilità di ridurre il numero degli incidenti sono i focus al centro dell’atteggiamento positivo. Il 33% esprime invece preoccupazione nei confronti di mezzi totalmente automatici e la perdita del lavoro di categorie come tassisti, autisti e piloti.L’atteggiamento degli italiani resta neutrale sui temi dell’etica (92%) e del divertimento (93%). L’applicazione dell’Intelligenza Artificiale al tempo libero suscita curiosità nei confronti di potenzialità e benefici.
Il tema etico, invece, viene percepito come molto complesso ed emerge la volontà di formarsi un’opinione e capire le applicazioni future dell’IA prima di esprimere un giudizio. Le discussioni si concentrano prevalentemente sui limiti che si dovranno porre e sull’applicazione dell’IA in ambito bellico. Non manca chi esprime fiducia (6%) nell’impossibilità dell’uomo di essere superato dalla macchina e chi invece esprime paura (2%).

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Alternanza scuola-lavoro: si volta pagina

Posted by fidest press agency su domenica, 4 novembre 2018

Dal testo della manovra 2019, appena inviato al Quirinale, l’esperienza formativa degli studenti presso le aziende diventa percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento, già dall’anno in corso. Inoltre, viene più che dimezzata la loro durata complessiva. La quale passa da 400 ore a 150 ore per tecnici e a 180 per i professionali, mentre per i licei scende da 200 a 90. E i finanziamenti si andranno a determinare sulla base del numero minimo di ore da svolgere. Lascia però molto a desiderare la decisione di introdurre le nuove linee guida in piena seconda parte dell’anno scolastico. I dubbi si sommano a quelli emersi già qualche settimana fa, quando il Miur ha deciso che da giugno avremo un esame di maturità diverso dall’attuale, con il “congelamento” dell’obbligo, ai fini dell’ammissione, del conseguimento del monte orario maggiorato di esperienze in azienda o con esperti del mondo del lavoro.

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Italiani, il lavoro e il darsi ammalati

Posted by fidest press agency su mercoledì, 31 ottobre 2018

Un quinto (20%) degli impiegati italiani ritiene che non sia sbagliato “darsi malato” al lavoro quando non si ha proprio la voglia di andarci, mentre un buon 65% non è d’accordo. Questi i dati emersi dallo studio People Unboxed di ADP – società leader mondiale nell’Human Capital Management – che ha intervistato più di 2500 lavoratori tra Francia, Germania, Italia, Olanda e Regno Unito.Tra coloro che si dicono d’accordo un 20% ritiene che i giorni ideali per assentarsi come “malati immaginari” siano 2, un altro 20% arriva a 3 giorni, l’11% rimane fermo a un solo giorno, il 15% ritiene ci si possa spingere anche a 4 ma addirittura il 19% crede che si possa anche fingere tra i 5 e i 10 giorni.
In Europa le modalità del “darsi malato” variano. Sono gli inglesi e i francesi i più propensi a fingere con una percentuale rispettivamente del 23 e 27%, segue la Germania con un 21%, l’Italia con il 20% e l’Olanda con il 16%. Virginia Magliulo, General Manager di ADP commenta i risultati della ricerca: “Tutti sappiamo quanto l’assenza degli impiegati costi alle aziende, per questo bisogna prevenire il fenomeno delle finte malattie. Visto che troppo spesso questa tendenza è legata all’insoddisfazione dei lavoratori, i datori di lavoro hanno un compito fondamentale nell’invertire questo atteggiamento preoccupante. In un periodo di continuo cambiamento politico, economico e tecnologico, le imprese devono avere una forza lavoro stabile, coerente e impegnata. I leader aziendali hanno bisogno di costruire un rapporto diretto coi propri dipendenti, utilizzando la trasparenza per creare fiducia e fornire sviluppo e supporto per costruire una forza lavoro impegnata. Tutto ciò non solo cambierà l’attitudine dei lavoratori nei confronti dei giorni di malattia, ma contribuirà anche a fidelizzarli.”Il dato italiano fa riflettere, soprattutto se rapportato anche al fatto che tre quarti (79%) degli impiegati ha confessato di aver provato spesso un malessere mentale al solo pensiero di andare a lavoro. Di questo 79% solo il 4% dice di provarlo più volte in una settimana, mentre l’11% più volte al mese. Il 23% dice diverse volte all’anno, ma non tutti i mesi, e il 36% raramente, solo una o due volte all’anno.Inoltre l’8% degli italiani ha dichiarato di pensare alle dimissioni praticamente quasi tutti i giorni, il 5% almeno una volta a settimana, l’8% almeno una volta al mese. Un buon 44% si dice invece contento e di aver pensato alle dimissioni solo una o due volte in tutta la sua carriera e il 35% dice addirittura di non averci mai pensato.

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Cosa fare prima di un colloquio di lavoro

Posted by fidest press agency su venerdì, 26 ottobre 2018

Preparazione: ecco la parola chiave per superare al meglio un colloquio di lavoro. Quando ci si appresta ad affrontare una job interview è sempre bene seguire una serie di regole per arrivare quanto più concentrati, in forma e determinati possibile. Gli esperti di Hays Response – la divisione di Hays dedicata ai profili più junior – hanno stilato una lista di consigli utili per massimizzare le proprie opportunità di successo.Una settimana prima del colloquio:
1. Fare i compiti È importante studiare l’azienda e il suo background, cercando informazioni online. Inoltre, è fondamentale individuare la persona che condurrà il colloquio e rileggere attentamente la job description in modo da essere certi di averla compresa a pieno. Infine, può essere utile cercare notizie e dati sul settore in cui opera l’azienda per dimostrare interesse e proattività.
2. Prepararsi delle domande. Quando il recruiter chiederà se si desidera porre qualche domanda, vietato farsi cogliere impreparati! È sempre bene averne pronte due o tre per dimostrare di essere “sul pezzo”, entusiasti e realmente interessati al ruolo e all’azienda. Ovviamente più le domande saranno interessanti e non banali, maggiori saranno le possibilità di distinguersi dagli altri candidati.
3. Fare delle prove di intervista. Meglio pensare in anticipo come valorizzare le proprie abilità e competenze durante il colloquio, esercitandosi e facendo delle prove. Questo aiuta a sentirsi più sicuri di sé di fronte al recruiter. Se per il colloquio viene richiesto di preparare una presentazione, assicurarsi di mettere a punto un documento snello, coinciso e quanto più convincente possibile.
4. Pianificare gli spostamenti. È opportuno organizzare gli spostamenti, pianificando in anticipo come raggiungere la sede del colloquio. Consultare gli orari dei mezzi pubblici o verificare la disponibilità di parcheggi nei dintorni dell’azienda. Verificare quanto tempo occorre per arrivare, facendo se necessario anche un “viaggio” di prova. L’ideale è sempre presentarsi con quindici minuti di anticipo.
5. Restare focalizzati sul colloquio. Meglio liberare la propria agenda e non pianificare appuntamenti immediatamente prima o dopo il colloquio. Per essere completamente concentrati, infatti, è bene non avere altri impegni che possono distogliere l’attenzione dall’intervista.
Il giorno prima e la mattina del colloquio:
6. Dormire bene. Mai rimandare la preparazione alla sera prima. Affannarsi a cercare notizie sull’azienda e fare le prove del colloquio appena prima di andare a letto potrebbe disturbare il sonno. Meglio, invece, rilassarsi e concedersi il giusto riposo per arrivare il giorno dopo carichi e preparati.
7. Nutrirsi in modo equilibrato.
8. Restare calmi e avere fiducia in se stessi
9. Dare un ultimo sguardo agli appunti. Una rilettura finale degli appunti o della presentazione è sempre utile per fissare le informazioni principali. Sconsigliate le ricerche dell’ultimo minuto poiché non fanno altro che confondere.
10. Stampare i documenti
11. Vestirsi in modo appropriato
Una volta giunti al colloquio:
12. Salutare in modo amichevole e professionale
13. Mentre si aspetta di svolgere l’intervista è fondamentale avere un atteggiamento professionale.
14. La prima impressione conta
Come affermano gli esperti Hays, in occasione di una job interview vale sempre la pena garantirsi le migliori chance di successo. (fonte: melismelissrl.onmicrosoft.com)

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Robot e lavoro in Italia

Posted by fidest press agency su martedì, 23 ottobre 2018

Il 61% delle aziende italiane è pronto ad introdurre sistemi di intelligenza artificiale e robot nelle proprie organizzazioni. Solo l’11% si dichiara totalmente contrario. Tra le ragioni principali che spingo le aziende favorevoli ad introdurre tali sistemi la convinzione che il loro utilizzo rende il lavoro delle persone meno faticoso e più sicuro (93%), fa aumentare l’efficienza e la produttività (90%) e ha portato a scoperte e risultati un tempo impensabili (85%). Questi alcuni dei dati di fondo emersi dal Primo Rapporto AIDP-LABLAW 2018 a cura di DOXA su Robot, Intelligenza artificiale e lavoro in Italia, che verrà presentato a Roma domani 23 ottobre 2018 presso il CNEL.Le aziende e i manager sono convinti a stragrande maggioranza (89%) che i robot e l’IA non potranno mai sostituire del tutto il lavoro delle persone e che avranno un impatto positivo sul mondo del lavoro e delle aziende: permetterà, infatti, di creare ruoli, funzioni, e posizioni lavorative che prima non c’erano (77%); stimolerà lo sviluppo di nuove competenze e professionalità (77%); consentirà alle persone di lavorare meno e meglio (76%). Avrà un impatto molto forte nei lavori a più basso contenuto professionale: favorirà, infatti, la sostituzione dei lavori manuali con attività di concetto (per l’81% del campione). I manager e gli imprenditori ritengono, infatti, che al di là dei benefici in termini organizzativi, l’introduzione di queste tecnologie, potrà avere effetti negativi sull’occupazione e l’esclusione dal mercato del lavoro di chi è meno scolarizzato e qualificato. In quest’ottica va letto il dato negativo sulle conseguenze in termini di perdita di posti di lavoro indicata dal 75% dei rispondenti.Un dato di grande interesse riguarda le modalità con cui i sistemi di intelligenza artificiale e robot si sono “integrati” in azienda. Per il 56% delle aziende l’impiego di queste tecnologie è stato a supporto delle persone, a riprova che queste sono da considerarsi principalmente un’estensione delle attività umane e non una loro sostituzione. Per il 33%, inoltre, tali sistemi sono stati impiegati per svolgere attività nuove mai realizzate in precedenza. Per il 42% delle aziende, invece, l’IA e i robot hanno sostituito mansioni prima svolte da dipendenti. Questi dati confermano la rivoluzione in atto nelle organizzazioni del lavoro e nelle attività di guida di tali processi che i direttori del personale saranno chiamati a svolgere ed è questa una delle ragioni principali che ha spinto l’AIDP ad investire nella realizzazione annuale di un rapporto che fornisca dati e informazione utili a capire meglio il futuro del lavoro nell’era dei robot e dell’intelligenza artificiale.
In generale l’intelligenza artificiale e i robot migliorano molti aspetti intrinseci del lavoro dipendente perché hanno favorito una maggiore flessibilità dell’orario di lavoro in entrata e in uscita (38%); la riorganizzazione degli spazi di lavoro/uffici (35%); la promozione di servizi di benessere e welfare per i lavoratori (31%); il lavoro a distanza e smart working (26%); la riduzione dell’orario di lavoro (22%).Le differenze tra percezione e realtà. Il Rapporto AIDP-LABLAW 2018, inoltre, ha messo a confronto l’opinione delle aziende che hanno già introdotto sistemi di Robot e intelligenza artificiale con quelle che non lo hanno ancora fatto. Le differenza principali che emergono riguarda l’atteggiamento verso queste tecnologie: molto positivo (75%) da parte delle aziende robotizzate, meno positivo (47%) per le aziende non robotizzate. In generale le aziende che non hanno introdotto sistemi di Robot e IA tendono a “sovrastimare” una serie di conseguenze negative che la pratica delle aziende robotizzate, invece, smentisce nei fatti. C’è quindi un tema di percezione delle criticità legate all’introduzione di queste tecnologie eccessivamente elevata rispetto alla condizione reale delle aziende chi le utilizza che al contrario, evidenzia soprattutto gli aspetti positivi.

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L’Alternanza Scuola Lavoro all’Università di Parma

Posted by fidest press agency su martedì, 16 ottobre 2018

Parma È stato pubblicato sul sito web di Ateneo l’elenco delle proposte di percorsi formativi nell’ambito dell’Alternanza Scuola Lavoro che l’Università di Parma attiverà in questo anno accademico 2018-19. Saranno attivati 43 percorsi formativi, per un totale previsto di oltre 700 studenti coinvolti in attività che investono tutti i Dipartimenti e numerosi Centri e strutture amministrative dell’Università di Parma.L’Università di Parma, infatti, fin dall’avvio delle attività di Alternanza Scuola Lavoro ha progettato percorsi specifici, dal taglio sia esperienziale che orientativo, rivolti agli studenti di tutte le tipologie di scuole del proprio bacino d’utenza. Il primo anno di attivazione, (a.a. 2015-16) ha visto la definizione di 48 percorsi formativi, per un totale di 400 studenti coinvolti; l’a.a. 2016-17 ha visto promuovere ben 123 percorsi formativi, per un totale di 790 studenti coinvolti, mentre nell’a.a. appena concluso, il 2017-18, sono stati promossi 62 percorsi formativi che hanno visto coinvolti complessivamente 680 studenti.Anche il numero di scuole coinvolte, mediante la sottoscrizione della specifica convenzione, è aumentato negli anni, passando dalle 18 dell’a.a. 2015-2016 alle 53 di oggi.L’interesse manifestato per i percorsi di Alternanza Scuola Lavoro attivati dall’Università di Parma e coordinati dalla UO Accoglienza e Orientamento travalica i confini del territorio della Provincia, estendendosi anche oltre le province limitrofe.Lo sforzo organizzativo attuato dall’Ateneo e dai numerosi docenti referenti e tutor dei percorsi, così come dei docenti e dal personale tecnico amministrativo a vario titolo coinvolto nelle attività di ASL, è stato negli anni ampiamente ripagato dalle numerose richieste di partecipazione ricevute, in costante crescita, che hanno portato gli studenti a frequentare le strutture didattiche e di ricerca dell’Università di Parma, ma anche le strutture gestionali e amministrative, le biblioteche dei vari plessi, le strutture museali e lo CSAC.Nel corso degli anni, i percorsi formativi progettati hanno affinato le proprie impostazioni per incontrare il più possibile le esigenze formative degli studenti dalle più diverse provenienze scolastiche, potenziando la valenza orientativa dei progetti proposti, al fine di costituire uno strumento veramente efficace nella trasmissione dei contenuti formativi peculiari dei vari ambiti interessati.

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Formazione Professionale e Politiche attive del Lavoro

Posted by fidest press agency su venerdì, 12 ottobre 2018

Bologna 15 ottobre 2018 dalle 10.00 alle 13,30 presso Regione Emilia Romagna – Terza Torre sala “20 maggio 2012” Viale Fiera 8 con l’intervento del Ministro dell’Istruzione Università e Ricerca Marco Bussetti. Le nuove politiche attive per il lavoro e la formazione professionale sono due anelli saldamenti connessi che solo uniti possono concorre all’occupazione. Il terzo elemento imprescindibile è il territorio, con le sue vocazioni occupazionali, distretti, potenzialità del tessuto produttivo. L’agire partendo dalla radice delle esigenze sino ad accompagnare “fin dentro il lavoro”, è da sempre il modo in cui opera il mondo salesiano, ed è il metodo virtuoso, certamente rinnovabile e implementabile, di cui si parlerà all’incontro.
Il convegno-dibattito La Chiusura del Cerchio di Cnos-Fap (Centro Nazionale Opere Salesiani – Formazione e Aggiornamento Professionale) con Aeca presso la Regione Emilia-Romagna il prossimo lunedì 15 ottobre a partire dalle ore 10,oo, espone e ragiona su modalità, priorità e successi per il futuro del lavoro e del nostro stesso Paese. Interviene in apertura il Ministro della Pubblica Istruzione, dell’Università e della Ricerca Marco Bussetti, dopo l’introduzione del tema da parte del presidente nazionale Cnos-Fap, Enrico Peretti. Attenzione particolare da parte delle istituzioni regionali, competenti per materia sul tema della formazione professionale con i saluti del Presidente della regione Emilia Romagna Stefano Bonacchini, a cui seguiranno gli interventi nella tavola rotonda dell’assessore Cristina Grieco per il coordinamento delle Regioni, Stefano Versari, Direttore Generale Ufficio Scolastico Regionale per l’Emilia-Romagna, Daniele Vacchi, Direttore ITS Maker e Dirigente Ima per la Formazione e le Risorse Umane, Vincenzo Colla, Segreteria nazionale CGIL Paola Vacchina, Presidente Nazionale FORMA. La riflessione partirà dalla relazione sul Rapporto del Cnos-Fap, curato dalla Noviter, appena pubblicato che mappa e analizza gli investimenti 2017 delle Regioni per le politiche attive del lavoro e sulla formazione: una capitale di quasi 2 miliardi di euro. Un’indagine approfondita che molto racconta su un paese in cerca di occupazione. A far luce su scelte e spaccati regionali il CEO Noviter Eugenio Gotti. Concluderà la mattinata Patrizio Bianchi Assessore di riferimento per l’Emilia Romagna in materia di sviluppo, formazione e lavoro. L’iniziativa festeggerà anche i 40° del Cnos-Fap in Emilia Romagna.

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I paradigmi odierni nel mondo del lavoro

Posted by fidest press agency su giovedì, 11 ottobre 2018

Risulta abbastanza chiaro che i paradigmi usati fino ad oggi nel mondo del lavoro non sono più sufficienti a risolvere i problemi contemporanei, ed è per questo che ne vanno trovati di nuovi. Tra quelli maggiormente interessanti vi è senza dubbio quello della Shared Value.
In questo nuovo modello si abbandona la visione che vede la contrapposizione di interessi tra la società civile e le grandi aziende e si pone in evidenza come alcune attività di business commerciali, se indirizzate nel modo giusto, possano generare soddisfazione per entrambe le parti, creando una sorta di win-win.L’applicazione della logica della Shared Value, ideata circa dieci anni fa da Michael Porter, professione ed economista della Harvard Business School, determinerebbe significativi vantaggi su temi di estrema importanza come la tutela ambientale e la salvaguardia dei territori. Alcune azioni, infatti, non si presentano semplicemente come eticamente giuste, ma, proprio seguendo la logica di interesse coincidente della Shared Value e di altre teorie alla base della Green economy, anche potenzialmente profittevoli per le grandi aziende.In quest’epoca così difficile, confusa e contraddittoria è fondamentale abbandonare la logica dello scontro e comprendere che è solo con la collaborazione che si possono raggiungere determinati risultati e uscire dalla crisi globale che ha travolto il mondo occidentale.

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Formazione e politiche attive del lavoro

Posted by fidest press agency su sabato, 29 settembre 2018

Roma 2 ottobre 2018 dalle 11.30 alle 14,00 Senato della Repubblica, Piazza della Minerva 38 Oltre un miliardo nelle Politiche attive del Lavoro e 830 milioni di euro nella Formazione: è il dato che emerge dal Rapporto del Cnos-Fap, curato dalla Noviter, quale investimento effettuato nel 2017 dalle Regioni e dall’Agenzia nazionale delle Politiche attive del Lavoro.
Il rapporto, realizzato con l’analisi di 238 bandi regionali emanati lo scorso anno, è un primo bilancio degli strumenti scelti e utilizzati a livello territoriale e nazionale per favorire l’occupazione in Italia. Una pubblicazione di 326 pagine, dalla quale emerge la “fotografia” di un Paese con soluzioni adottate ancora troppo frastagliate per rappresentare un sistema nazionale. Interessante l’analisi delle 108 linee di intervento relative alle politiche del lavoro, anche in relazione alle diverse vocazioni produttive regionali e all’effettiva domanda di lavoro richiesta dal mercato. Un focus, con dati, grafici e un’analisi ragionata, anche sui meccanismi di funzionamento amministrativo, il rapporto tra finanziamento a processo e a risultato, i destinatari degli interventi e i diversi soggetti chiamati a realizzare le attività.
Il rapporto sarà lo spunto per la tavola rotonda che si svolgerà il 2 Ottobre dalle 12.00 alle 14.00 presso la Biblioteca del Senato a Roma, con il coinvolgimento dei maggiori interlocutori del sistema, alla luce della riforma del mercato del lavoro, con l’introduzione di una nuova governance dei servizi per il lavoro, di servizi e misure di politiche attive del lavoro da garantire ai cittadini, degli indirizzi europei sulla Garanzia Giovani. Obiettivo: valutare le recenti ricadute positive per l’occupazione e le strategie future anche in vista dei prossimi interventi del Governo, come ad esempio la riforma dei Centri per l’impiego e l’introduzione del reddito di cittadinanza.

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Lavoro nonni: Quanto costerebbe?

Posted by fidest press agency su venerdì, 28 settembre 2018

Il 2 ottobre si celebra la festa dei nonni, figure di riferimento nelle famiglie di oggi in cui il loro supporto nella gestione delle attività quotidiane è indispensabile. In questa occasione, ProntoPro ha voluto calcolare quale sarebbe il giusto compenso se dovessero essere pagati per tutto quello che fanno per i nipoti ed è emerso che lo stipendio ideale di un nonno corrisponderebbe a quasi 2.000 euro al mese.Per calcolare lo stipendio medio sono state prese in considerazione tutte le attività svolte dentro e fuori casa, con le relative paghe orarie riconosciute a chi esercita i diversi mestieri al di fuori della famiglia, come lavoratore professionista. A titolo di esempio, si pensi al ruolo di animatore. Tutte le ore dedicate al gioco e al divertimento fanno dei nonni degli intrattenitori perfetti: per un’ora di lavoro questi guadagnano in media 50 euro. Anche il ruolo di autista privato diventa indispensabile per accompagnare i bambini dal pediatra, a scuola o in palestra: mediamente sono almeno 6 le ore settimanali necessarie a questo scopo per un compenso orario di 15 euro.

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