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Covid-19: la classifica degli esperti scientifici

Posted by fidest press agency su mercoledì, 8 aprile 2020

La fotografia della squadra dei 13 esperti e scienziati ritenuti più conosciuti e credibili dagli italiani, è uno degli aspetti positivi del racconto mediatico che in queste settimane sta mettendo a dura prova il nostro Paese. Il tema è l’argomento più dibattuto ed è oramai entrato a far parte di quasi tutti i palinsesti radio televisivi, è in primo piano su tutti i principali quotidiani ed è trend topic sui social media e sulla rete.I dati del Monitor Expert Track TM, elaborati dalle società Noto Sondaggi e MY PR, agenzia di comunicazione, evidenziano come il livello di conoscenza degli esperti scientifici, da parte degli italiani, sia all’interno di una forchetta che va dal 94% di Angelo Borrelli, Capo della Protezione civile e Commissario per l’emergenza fino al 58% di Giovanni Di Perri, Responsabile Malattie infettive dell’Ospedale Amedeo di Savoia di Torino. Percentuali da far invidia a molti politici che, nonostante le apparizioni in TV, non godono di livelli di conoscenza così alti. Sul fronte della credibilità, invece, il podio vede quattro scienziati raggiungere un rating elevato: al primo posto con il 78% troviamo Giuseppe Ippolito, Direttore Scientifico dell’Ospedale Spallanzani di Roma; segue, con il 75%, Ilaria Capua, Virologa, Direttrice dell’One Health Center of Excellence dell’Università della Florida; in terza posizione ex aequo tra Roberto Burioni, Virologo dell’Università Vita e Salute dell’Ospedale San Raffaele di Milano e Walter Ricciardi, Membro dell’esecutivo dell’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS), entrambi su un livello del 74%. I dati sono da considerare come ottime performance sul fronte dei livelli di credibilità e reputazione raggiunte, tenendo in considerazione fattori come il tempo di esposizione, i livelli di attenzione e la difficoltà delle tematiche affrontate, il contesto fortemente negativo del racconto mediatico, dettato da immagini che segnano sentimenti di paura e sconforto, come quelle di eroici medici e infermieri segnati dall’intensità del lavoro svolto, pazienti intubati e sofferenti.“In questo momento – commenta Antonio Noto, Sociologo e studioso dei comportamenti – una delle dinamiche sociali più importanti che abbiamo rilevato è la domanda di conoscenza e soprattutto di competenza, per cui l’inserimento degli esperti nel palinsesto mediatico degli italiani copre un’esigenza precisa che cresce con l’espansione anche in altri Paesi dell’emergenza dell’epidemia da coronavirus e andrà avanti anche dopo la fase strettamente emergenziale. I dati di conoscenza e di credibilità di questi esperti sono molto alti e questa tendenza, oltre ad essere un indicatore della fiducia conquistata, è anche un aspetto che sottolinea l’importanza del loro ruolo. Stiamo analizzando i dati dei comportamenti, le attese e i bisogni degli italiani con più strumenti di rilevazione e abbiamo livelli di preoccupazione crescenti dal 27 febbraio su vari aspetti: dalla salute al lavoro, alla situazione economica fino a dinamiche a forte impatto sociale come la mancanza degli affetti e la vicinanza.” (by fabio.micali)

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Lavoro da remoto: come deve comunicare un manager?

Posted by fidest press agency su lunedì, 6 aprile 2020

Sono ormai 8 milioni gli italiani che lavorano da remoto. Prima delle restrizioni dovute all’emergenza sanitaria Covid-19 erano solo 570mila.Ma qual è lo stile comunicativo più adatto? A questa domanda prova a rispondere ODM Consulting, la società di consulenza HR di Gi Group. Sulla base di parametri realizzati da Thomas International, provider globale di strumenti di people assessment con cui tutto il Gruppo Gi Group ha stretto una partnership, ODM Consulting ha analizzato due indicatori fondamentali per la gestione efficace delle modalità di lavoro in remoto: l’intelligenza emotiva, particolarmente importante in un momento che richiede una consapevolezza di sé più consistente, e lo stile relazionale e comunicativo tra il manager e i suoi collaboratoriA questo proposito è possibile osservare quattro stili comunicativi, che contraddistinguono ognuno di noi, a seconda della caratteristica che risulta predominante: Dominanza: preferisce le conversazioni brevi. È spesso coinvolto in diverse attività contemporaneamente e ha una visione d’insieme essendo focalizzato sul risultato più che sulle attività e le fasi intermedie.
Coscienziosità: si concentra sui fatti e sui dettagli, tralasciando un po’ la visione d’insieme. È tipicamente avverso al conflitto risultando spesso assertivo nella propria area di specializzazione.
Stabilità: apprezza focalizzarsi su persone e relazioni. Di solito infatti è un buon ascoltatore tanto da essere generalmente più propenso a considerare i bisogni altrui.
Influenza: è una persona energica, che parla velocemente e ama raccontare e raccontarsi agli altri. Apprezza parlare di nuove idee e intuizioni e predilige la comunicazione verbale.
Ogni persona manifesta una preferenza di stile comunicativa, compito del suo interlocutore, in questo caso del manager, è di individuare questa preferenza e adattare a questa il proprio stile comunicativo e anche i medium (tecnologici) da utilizzare.
“La comunicazione in un contesto virtuale, come quello che stiamo vivendo, assume un peso specifico maggiore. – spiega Fabio Musumeci, Senior Consultant e Responsabile dell’area People Development di ODM Consulting – La mancanza di altre componenti, come ad esempio il linguaggio del corpo e la mimica facciale, richiedono di porre maggior attenzione e di rapportarci con ognuno in modo personalizzato. Quando si è identificato lo stile comunicativo preferito di una persona è più facile esplorare come, in qualità di suo manager, sia possibile modulare il proprio stile di comunicazione per avere il miglior impatto. Ciò significa riuscire a definire come sarà meglio comunicare (e anche con quale strumento) e relazionarsi con i propri colleghi o collaboratori, anche e soprattutto da remoto”.

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Organizzarsi per la sicurezza sui posti di lavoro e per il migliorare il SSN!

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 marzo 2020

Per far fronte alla vera emergenza, contro il Coronavirus l’unica via è organizzarsi nelle aziende, negli ospedali e su tutto il territorio nazionale. Sono numerosi gli esempi di operai, lavoratori, organizzazioni popolari all’opera in queste settimane a mobilitarsi perché a pagare la crisi sanitaria, economica e politica in corso nel nostro paese non siano le masse popolari ma chi questa crisi ha generato, i padroni.L’emergenza sanitaria in corso nel nostro paese è, infatti, un effetto della crisi generale del sistema capitalista e della deriva in cui sta trascinando i servizi pubblici, i diritti a una vita dignitosa e un ruolo attivo nella società, patrimonio della prima ondata delle rivoluzioni proletarie che seppur non affermandosi in nessun paese imperialista hanno dato impulso anche in questi paesi a conquiste di civiltà e benessere.La pandemia in corso ha solo mostrato una volta di più il fianco scoperto della borghesia, la sua incapacità di dirigere la società se non con la devastazione, la concorrenza spietata e gli interessi individuali di ciascun gruppo di capitalisti al profitto anche se questo significa povertà, precarietà, morte. In queste settimane gli operai, i lavoratori e le masse popolari di ciò stanno facendo scuola, a un livello ancora superiore di quanto fatto finora e in vari modi si stanno muovendo per porvi un argine.Non bastano le minacce dei padroni di licenziare gli operatori sanitari che si rifiutano di lavorare a queste condizioni o che fanno partire denunce pubbliche e azioni di protesta, gli ospedali e le strutture sanitarie a macchia di leopardo in tutto il paese stanno diventando luogo in cui la sfiducia, la rabbia e l’insubordinazione verso la borghesia e i suoi rappresentanti politici trova forme di organizzazione.

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Oggi più che mai il lavoro è diventato flessibile

Posted by fidest press agency su venerdì, 27 marzo 2020

Negli ultimi anni, si è parlato molto dei vantaggi dello smart working tra cui miglior produttività, maggior impegno e benessere dei collaboratori. Tuttavia, non tutti i manager si trovano d’accordo con questa visione, anzi alcuni ritengono il lavoro agile addirittura un “rischio” per il business. L’ex CEO di Yahoo, Marissa Mayer, ad esempio, una volta approdata in azienda dichiarò che lavorare da remoto può rappresentare sicuramente un vantaggio per il singolo, ma non sempre è altrettanto positivo per l’azienda. Le migliori intuizioni, infatti, derivano dall’incontro con altre persone, da meeting e brainstorming con il proprio team e ciò è possibile solo essendo tutti presenti in azienda. Il vero lavoro di team, hanno dichiarato alcuni rappresentanti del colosso della tecnologia IBM, si basa sulla collaborazione di persone che lavorano fianco a fianco quotidianamente e si scambiano idee dal vivo.Ciò significa, quindi, che è necessario fare un passo indietro rispetto alle ultime tendenze in materia di smart working? Il lavoro agile può rappresentare realmente uno svantaggio per le imprese? Come è possibile, infine, conciliare la crescente richiesta di maggiore flessibilità da parte dei dipendenti con le esigenze del management? A questi quesiti hanno cercato di dare risposta gli esperti di Hays, società leader nel recruitment specializzato.Per funzionare al meglio, lo smart working deve essere quanto più strutturato possibile, ma non in termini di controllo delle persone, bensì in termini di organizzazione. Spesso, infatti, il lavoro agile viene concesso solo ad alcune risorse con particolari esigenze di flessibilità o viene riservato a quadri e manager o, addirittura, è appannaggio unicamente dei consulenti freelance. Dovrebbe, invece, essere frutto di una politica aziendale vera e propria che incoraggia i dipendenti a usufruirne in modo consapevole. Più le risorse saranno libere di utilizzare lo smart working, più saranno in grado di organizzarsi con il proprio team per portare a termine il lavoro anche virtualmente. Secondo Josh Krichefski, CEO del colosso dell’advertising MediaCom, creare una cultura aziendale in cui le persone si sentono a loro agio nello svolgere il proprio lavoro, indipendentemente da dove si trovino, permette realmente di ottenere il meglio da loro. Mettere al primo posto le persone e non i processi è essenziale per instaurare un rapporto di fiducia reciproca tra il datore di lavoro e le risorse.Un buon escamotage può essere quello di fissare incontri settimanali vis-à-vis per ogni team, in modo che ci si possa confrontare sugli obiettivi da perseguire e sul lavoro da svolgere, offrendo nuovi input. Inoltre, può essere utile organizzare delle valutazioni periodiche, possibilmente mensili o trimestrali, sull’attività di ciascun collaboratore a cui devono partecipare anche coloro che lavorano la maggior parte del tempo da remoto. In questo modo tutti continueranno a sentirsi coinvolti pur non vivendo quotidianamente l’azienda. Con questi accorgimenti è possibile sfruttare al massimo le potenzialità dello smart working senza che il business ne soffra. Anzi, la flessibilità diventa uno strumento fondamentale per attirare e fidelizzare talenti che, in condizioni lavorative diverse, sarebbe impossibile attrarre in azienda.Inoltre, il tempo speso dai collaboratori nello stesso ufficio non dovrebbe essere valutato in termini quantitativi, ma qualitativi. Un team di lavoro dovrebbe incontrarsi perché ha realmente necessità di farlo e non perché è “obbligato” a condividere lo spazio di lavoro quotidianamente. Alcune attività meramente operative, ad esempio, non necessitano della presenza dei colleghi e dovrebbero poter essere svolte dove e quando il professionista desidera. In questo modo, il tempo dedicato alle riunioni di team e allo stare con i colleghi diventa tempo di “qualità” perché riservato alla parte più importante del lavoro, ovvero alla sfera creativa, all’innovazione e, soprattutto, alla strategia.Per fare ciò, chiaramente, è necessario uno sforzo maggiore da parte di manager e dirigenti che devono mettere in chiaro fin da subito gli obiettivi da raggiungere e condividere i valori aziendali con tutti i collaboratori. La cultura organizzativa è l’elemento chiave da cui partire se si vuole implementare con successo il lavoro agile. Un ambiente lavorativo rigido e fortemente gerarchico è sicuramente meno affine al concetto di autonomia e pertanto più esposto alle eventuali insidie dello smart working. Una cultura aziendale basata sulla reciproca fiducia, invece, è fondamentale per concedere a tutti la flessibilità di cui hanno bisogno, mantenendo alta la produttività e ottenendo ottimi risultati di business.

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Il lavoro come scelta di vita

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 marzo 2020

Sovente mi capita di leggere i vari discorsi che ruotano intorno all’età lavorativa e al tempo per andare in pensione. E poi mi guardo intorno. Vedo il pensionato seduto sulla panchina dei giardinetti sotto casa o in animate concioni con un gruppetto di suoi simili per strada o al bar, in chiesa a biascicare qualche preghiera o a fare la spesa a portare a spasso i nipoti e a sfaccendare a casa. Ma anche ad affollare gli ambulatori medici, a sentirsi ammalato e bisognoso di farmaci di ogni tipo. Alla fine, mi chiedo: Ho conosciuto più di un collega attivissimo in ufficio sino al giorno del pensionamento e a vantarsi di essere stato sempre in salute e rivederlo qualche anno dopo l’ombra di sé stesso, abulico e malfermo sulle gambe. Altri, invece, li ho trovati “rigenerati” e ho scoperto che si sono ritagliati un nuovo lavoro anche se a volte a titolo gratuito. E ho “scoperto” anche un altro aspetto interessante. Essi, per lo più, hanno fatto parte di quella generazione che era alla ricerca di un lavoro, uno qualsiasi per vivere e costruirsi una famiglia e avere dei figli. Non hanno scelto, quindi, un lavoro congeniale alle proprie aspettative ma il primo che il mercato offriva loro, ma non l’hanno amato, ma subito. La pensione a questo punto è diventata l’occasione per fare quella scelta che era mancata in gioventù. Alla fine, mi sono chiesto se l’attuale logica lavorativa e ancor prima l’apprendimento scolastico non siano state delle circostanze devianti sul sentiero delle proprie inclinazioni intellettuali. Penso, ad esempio, al calciatore professionista che a 40 anni deve necessariamente appendere al chiodo i suoi scarpini per sentirsi “un pensionato” ma che potrebbe essere persino “giovane” per altri impieghi. Quanti lavori possono essere la stessa cosa magari a 50 o 55 anni?
Su questa falsariga abbiamo mai considerato un diverso approccio lavorativo con la possibilità di adattare il lavoro all’età e alle proprie inclinazioni? Se lo avessimo fatto non saremmo qui a perderci in lunghe discussioni sull’età pensionabile e quel che ne segue. (Riccardo Alfonso)

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Coronavirus: Fp Cgil, governo riconosca sforzo lavoratori sanità

Posted by fidest press agency su martedì, 24 marzo 2020

“Nei provvedimenti adottati dal Governo, in particolare il decreto ‘Cura Italia’, non ci sono misure espressamente dedicate al riconoscimento del lavoro incredibile che gli operatori della Sanità stanno compiendo in questa emergenza”. A sostenerlo è la Funzione Pubblica Cgil nel ricordare il lancio, pochi giorni, di una petizione on line per chiedere riconoscimenti concreti per lo sforzo dei professionisti della sanità cui tutto il paese plaude.La Fp Cgil fa sapere di essere “a oltre 26 mila firme sulla petizione mentre nei provvedimenti del Governo adottati fino ad oggi non c’è nulla di espressamente dedicato a loro, se non il pagamento delle ore di straordinario (e ci mancherebbe) e il bonus di 100 euro che spetta a tutte le lavoratrici e i lavoratori che nel mese di marzo sono rimasti in servizio. Non si tratta di un provvedimento all’altezza del sacrificio che medici, infermieri, operatori socio-sanitari e tecnici stanno mettendo a disposizione del paese”.Per il sindacato, “non basta chiamarli eroi, servono gesti concreti. Per questo rilanciamo le nostre richieste e chiediamo a tutte e tutti di sostenerle firmando la nostra petizione (change.org/SosteniamoOperatoriSSN): che alle prime assunzioni autorizzate si affianchi subito un nuovo provvedimento che a regime riporti l’organico del servizio sanitario nazionale a un fabbisogno adeguato; che si stanzino risorse tali da incrementare la retribuzione di quei lavoratori per ogni settimana di lavoro svolto in emergenza, oltre il valore dello straordinario per ogni ora lavorata; che si riconosca un’indennità specifica oraria Covid-19 per chi ha lavorato e lavora in questa battaglia per salvare la nostra salute. Non basta la retorica e le sole parole, servono gesti concreti per sostenere che lotta in prima linea contro il coronavirus”, conclude la Fp Cgil.

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Carceri: Restiamo umani

Posted by fidest press agency su giovedì, 19 marzo 2020

Di Ornella Favero. Da anni, il motore delle attività del volontariato nelle carceri e sul territorio è l’idea di ricostruire il rapporto tra la società e gli uomini e le donne che ne hanno violato le regole. Se dovessimo pensare a qualcuno a cui ispirarci in questo lavoro, torniamo a dire che lo troveremmo nello scrittore israeliano David Grossman, là dove ci insegna a guardare il mondo “con gli occhi del nemico”: “Quando abbiamo conosciuto l’altro dall’interno, da quel momento non possiamo più essere completamente indifferenti a lui. Ci risulterà difficile rinnegarlo del tutto. Fare come se fosse una “non persona”. Non potremo più rifuggire dalla sua sofferenza, dalla sua ragione, dalla sua storia. E forse diventeremo anche più indulgenti con i suoi errori”. Ma è un’impresa titanica, accompagnare per mano le persone, in particolare quelle che un altro scrittore, Edoardo Albinati, definisce “odiatori in servizio permanente”, a non trattare chi sta in carcere come “non persone”. E lo è soprattutto oggi, in un momento in cui gli “odiatori” hanno trovato un alibi: quello per cui “non possiamo dargliela vinta a quei violenti che hanno assaltato le carceri”. E invece dobbiamo avere la forza di gestire anche la nostra rabbia, di capire la disperazione di chi sta in carcere, e di pensare a misure serie per disinnescare quella bomba che sono le nostre galere oggi. Farlo è importante anche per quegli operatori, come la Polizia penitenziaria, ma anche gli operatori dell’area pedagogica, che per fare decentemente il loro lavoro, oggi diventato drammaticamente difficile, e dare a quel lavoro più forza e più importanza, hanno bisogno di carceri più umane e dignitose.
Per questo oggi vi chiediamo di ASCOLTARCI. Dopo i familiari, siamo stati i primi ad essere esclusi dalle carceri, per la sicurezza sanitaria. Ma forse qualche consiglio ve lo possiamo dare. È questo il motivo per cui vi abbiamo chiesto di istituire presso ogni Istituto di pena una specie di Unità di crisi che coinvolga tutti, e quindi anche noi, che siamo in grado di aiutarvi in particolare nella comunicazione e nel mantenere i rapporti con le famiglie delle persone detenute. Perché è certo che il Volontariato ha qualcosa da dire su come affrontare i conflitti, le paure, la solitudine, la rabbia delle persone, private della libertà personale e non sempre trattate, appunto, come PERSONE.
Per tutto quello che riguarda gli affetti, le circolari non devono dire vagamente di aumentare le telefonate, far usare Skype, invitare ad istituire un servizio di posta elettronica per i rapporti con le famiglie. Devono far capire che tutto questo non è una striminzita concessione per far star calmi i detenuti, ma la volontà forte e chiara di capire la loro sofferenza e di cercare di alleviarla avvicinando le loro famiglie.Le istituzioni quindi dovrebbero essere in grado, oltre che di acquistare degli smartphone per farli usare in modo controllato, di calcolare il tempo disponibile per l’uso del telefono e suddividerlo per i detenuti che vogliono telefonare. E stabilire un fondo straordinario per chi non ha soldi nel conto corrente: ma possibile che un’amministrazione, che ha speso tre milioni e mezzo di euro per bloccare la circolazione di telefonini in carcere, venga a chiedere alle associazioni e alle cooperative di mettere un po’ di euro per far telefonare i detenuti indigenti?La circolare poi del DAP sull’accesso da parte delle persone detenute alla posta elettronica rompe il tabù sull’ingresso della tecnologia in carcere. Ma è un provvedimento che rischia di essere una vuota dichiarazione d’intenti, in un luogo che finora si è attrezzato per resistere all’uso delle tecnologie, anche del solo computer in cella. Come si può fare per rendere effettiva questa disposizione in sicurezza?
Per la posta elettronica ogni detenuto dovrebbe aprire una propria casella sullo stesso provider e poter utilizzare il computer per una volta al giorno per 10-15 minuti o a seconda delle possibilità (numero di detenuti per computer). Allo stesso modo si possono organizzare dei turni per Skype, consegnando la lista degli account delle persone autorizzate all’agente di sezione, a cui sarebbe affidato il controllo delle regole di utilizzo, finché non vengono realizzate le protezioni opportune.Quello che è certo è che tutti noi, che ci occupiamo di questi temi, fatichiamo perfino in questo disastro ad avere un pensiero comune, senza etichette e senza protagonisti, ma ce la faremo, dobbiamo farcela se vogliamo contare qualcosa.Per finire, rispetto alla prevenzione del contagio da coronavirus, siamo talmente spaventati anche noi, nella nostra condizione di persone libere, che questa posizione del provare a mettersi “nei panni del nemico” la riteniamo un momento fondamentale di civiltà. Perché per noi, che facciamo volontariato in carcere, è facile accettare che non siamo in guerra e non abbiamo a che fare con dei “nemici”, ma per voi fuori capiamo che abbiate paura e che riteniate chi sta in carcere un nemico della vostra serenità. Ma se provate a immaginare di essere ancora più chiusi di quello che siete oggi, ancora più lontani dai vostri cari, ancora più abbandonati e soli, forse potete capire che se, come dice Grossman, tratterete anche il vostro nemico come persona, contribuirete a rendere la società un po’ meno cattiva e un po’ meno disperata. (Fonte: Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia)

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Con il decreto “Cura Italia” arriva il lavoro agile nelle scuole

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 marzo 2020

Il decreto “Cura Italia” approvato dal Governo contiene alcune importanti disposizioni anche sulla Scuola. La ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, ha annunciato, in attesa che venga reso pubblico il testo del decreto legge, che sono previste, nel pacchetto, ulteriori misure per il lavoro agile nella P.A., che consentiranno ai dirigenti scolastici di organizzare le attività da remoto e lasciare le scuole aperte solo per le attività “indifferibili”. Fino alla ripresa delle lezioni sarà possibile limitare al massimo le aperture degli edifici. La presenza del personale Ata (Ausiliario, tecnico, amministrativo) sarà prevista solo nei casi di stretta necessità.Inoltre, arrivano 85 milioni per il sostegno alla didattica a distanza; vengono stanziati 43,5 milioni per la pulizia straordinaria degli ambienti scolastici per salvaguardare la salute di alunni, docenti e personale al momento del rientro, acquistando materiali per le pulizie, ma anche saponi e gel igienizzanti; viene anche garantita la salvaguardia delle supplenze brevi: nessuno perderà il posto.Il sindacato si riserva di produrre un commento definitivo sul decreto, non prima di prendere visione del testo definitivo, peraltro suscettibile di modifiche in fase di conversione in Parlamento. Al momento, comunque, Anief ritiene le disposizioni sufficientemente condivisibili e in linea con una parte delle richieste del sindacato. In particolare, va apprezzata la decisione di dare la possibilità ai dirigenti scolastici di chiudere gli istituti, al fine di evitare il rischio biologico e garantire la sicurezza dei lavoratori. Anche il supporto alla didattica a distanza e i 43,5 milioni assegnati alle scuole per la pulizia straordinaria degli ambienti e degli uffici formativi appaiono punti condivisibili, a patto che i locali scolastici vengano sanificati dalle Asl e non dai collaboratori scolastici.

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Coronavirus: Serracchiani, in Cura Italia misure forti per lavoro

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 marzo 2020

“Ci sono misure forti per il lavoro dipendente ma anche per gli autonomi, compresi i collaboratori sportivi, gli stagionali e i lavoratori del turismo. Entrano nel testo nostre proposte in materia di garanzia della Cig, a tutti in tutti i settori, ordinaria e in deroga, e anche alle imprese sotto soglia. Sono pronti svariati miliardi che garantiranno un reddito ai lavoratori che hanno cessato, ridotto o sospeso la loro attività o il loro rapporto di lavoro”. Lo afferma la capogruppo Pd nella commissione Lavoro alla Camera Debora Serracchiani, commentando il decreto legge Cura Italia approvato oggi dal Consiglio dei Ministri. Per la parlamentare “è un primo e deciso atto del Governo a fronte del quale auspico un atteggiamento positivo anche dalle opposizioni, cui è stato dato ascolto. Ci attendono mesi difficili e – aggiunge – altre manovre per riuscire a mettere in sicurezza il Paese”.

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Emergenza sanitaria: non si può escludere il lavoro domestico

Posted by fidest press agency su martedì, 17 marzo 2020

“Il Governo riveda la scelta di esclude il lavoro domestico dagli ammortizzatori sociali in questo momento di emergenza nazionale”. Queste le parole di Lorenzo Gasparrini, segretario generale di DOMINA, che prosegue “Considerato lo sforamento del debito e le risorse emergenziali messe in campo per tutti, non crediamo che questo sia il momento per continuare ad escludere la categoria del lavoro domestico dal sostegno messo in campo rilegando i datori di lavoro domestico e i lavoratori domestici (circa 3,5 mln in totale) ad una categoria di rango inferiore rispetto alle altre. Tale scelta è incostituzionale in piena violazioni con i Diritti dell’Uomo ”.
DOMINA sta chiedendo ai datori di lavoro di sospendere i rapporti di lavoro non necessari, di non lasciare senza reddito i lavoratori domestici per senso di responsabilità e solidarietà. I lavoratori domestici si stanno prendendo cura dei nostri cari che non possiamo raggiungere.Molti lavoratori stanno perdendo oltre la retribuzione anche l’alloggio, altri stanno lasciando l’Italia perché impauriti e senza soldi, le baby sitter non vogliono andare a casa dei datori, tutto il lavoro nero (circa 1,2 mln di lavoratori) è sospeso. “Rinnoviamo – continua Gasparrini – la nostra fiducia nel Governo e nel suo operato di questi giorni ma non crediamo che sia il momento di risparmiare proprio sul lavoro domestico. In caso contrario – conclude la nota – continueremo a supportare datori di lavoro domestico e lavoratori per quello che possiamo e saremo costretti ad impugnare con urgenza tutti i provvedimenti in questione”.

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Il lavoro “agile” nella capitale

Posted by fidest press agency su domenica, 15 marzo 2020

Roma Il lavoro agile diventa modalità ordinaria fino al 25 marzo per tutti i dipendenti di Roma Capitale. E’ quanto prevede una circolare inviata dal Dipartimento Organizzazione e Risorse Umane ai responsabili di tutte le strutture. Vengono così recepite pienamente le indicazioni contenute nella direttiva prodotta dal Ministero per la Pubblica Amministrazione.“Ci sono alcune attività e servizi che devono necessariamente proseguire ma, allo stesso tempo, è imprescindibile salvaguardare la salute pubblica. Il nostro percorso per il lavoro agile si è sviluppato proprio in quest’ottica, mantenendo un equilibrio assoluto tra i due aspetti”, spiega la Sindaca Virginia Raggi. “Abbiamo definito un meccanismo che consente di fronteggiare in tutti gli aspetti l’attuale stato di emergenza. Ci siamo organizzati affinché tutti lavorino in modalità agile, tranne che per chi incide sulla gestione dell’emergenza e consente di erogare attività indifferibili. Ricordo a tutti che in questa fase così delicata è fondamentale collaborare all’insegna della coesione. Ringrazio tutti i dipendenti per gli sforzi di questi giorni”, sottolinea l’Assessore al Personale Antonio De Santis. Obiettivo primario è evitare gli spostamenti sul territorio senza pregiudicare lo svolgimento dell’attività amministrativa. Per questo, a differenza delle precedenti misure, il lavoro agile diventa la forma ordinaria di gestione del rapporto di lavoro e non è più soltanto consigliato e incentivato. Le strutture capitoline che gestiscono l’erogazione di funzioni di gestione dell’emergenza e altri servizi indifferibili dovranno individuare quelle attività che richiedono l’indispensabile presenza fisica e organizzarsi di conseguenza, tramite apposite rotazioni per garantire un numero minimo di personale. I dirigenti dovranno quindi presidiare le strutture e accertare che tutto si svolga secondo queste disposizioni. Per le attività che non possono essere destinatarie di lavoro agile, l’Amministrazione capitolina adotta strumenti alternativi, come la fruizione delle ferie pregresse, quelle risalenti agli scorsi anni che comunque a norma si sarebbero dovute utilizzare entro il 30 aprile.

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Il lavoro dei contact center

Posted by fidest press agency su domenica, 15 marzo 2020

“In questo periodo di emergenza straordinaria vissuta mettendo al servizio del Paese tutte le nostre conoscenze e competenze, il nostro lavoro contribuisce a informare e ad assistere gli Italiani. Un’attività che deve essere ben messa a fuoco, perché nelle attuali condizioni di isolamento diventa un servizio essenziale: pensiamo ai cali di tensione della rete elettrica o all’attivazione di servizi di pagamento on line in questo momento in cui siamo tutti isolati nelle nostre case; pensiamo ad una persona sola che ha lo smartphone bloccato e non sa come ripristinarlo; situazioni banali che nell’eccezionalità del momento possono diventare emergenze nell’emergenza” dichiara Lelio Borgherese, Presidente di Assocontact – Associazione Nazionale dei Contact Center in Outsourcing – che chiede pertanto al Governo la giusta attenzione per i lavoratori del settore che si trovano come tanti altri in prima linea nel fronteggiare la crisi. “Chiediamo quindi di equiparare il lavoro dei contact center ai servizi di pubblica utilità, così da poter continuare a fare il nostro mestiere conciliandolo con la massima sicurezza per i nostri lavoratori e per le loro famiglie” sottolinea il Presidente.Oggi, a Palazzo Chigi, il Presidente Conte insieme ai ministri Patuanelli, Gualtieri, Speranza, Catalfo e D’Incà si sta confrontando con le associazioni industriali e i sindacati. Oggetto della riunione è il DPCM con i protocolli di sicurezza necessari a tutelare la salute dei lavoratori, dalla dotazione di mascherine alla distanza di sicurezza. “Bisogna capire subito che il nostro servizio, assistendo da remoto le persone, contribuisce a farle stare in casa, limitando il pericolo di contagio. Ma c’è un altro aspetto da non sottovalutare, una funzione invisibile ma importante: il maggior numero di richieste inoltrate ai numeri verdi – spiega Borgherese – proviene spesso da persone spaventate e sole che hanno bisogno di parlare e di essere sostenute. Le nostre persone sono un argine per la tenuta emotiva del Paese: se chiudessimo noi, andremmo tutti incontro a grosse difficoltà”. “L’enorme, incessante, lavoro di questi giorni ci spinge a non voler assumere decisioni unilaterali di chiusura, perché chiudere vuol dire interrompere dei servizi essenziali. Vogliamo invece lavorare a stretto contatto con le Istituzioni, in primis il Governo e la Protezione Civile, per andare avanti garantendo il rispetto di tutte le indicazioni governative e per assicurare la maggiore sicurezza possibile alle nostre lavoratrici e ai nostri lavoratori”. “Proprio per conciliare il diritto ai servizi essenziali dei cittadini con la tutela della salute dei lavoratori, abbiamo approntato a tempo di record soluzioni di smart working che per il nostro settore sono una rivoluzione copernicana. – aggiunge il Presidente Borgherese – Se stiamo continuando a investire massicciamente in tecnologie e a trasformare radicalmente la nostra organizzazione con lo sviluppo dello smart working è perché noi per primi crediamo che nulla è più importante in questo momento che fare la propria parte affinché l’Italia isolata non sia anche un’Italia sola.”

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Italia bloccata: Chi lavora e chi no

Posted by fidest press agency su sabato, 14 marzo 2020

Sono circa 3 milioni (il 13,2% del totale degli occupati) i lavoratori che si sono ritrovati da un giorno all’altro a casa per via dei provvedimenti “straordinari” adottatati dal Governo nell’ultima settimana per far fronte all’emergenza sanitaria da COVID-19. Circa un milione di questi sono lavoratori autonomi, mentre 1,9 milioni dipendenti (per lo più addetti alle vendite). E mentre sono ancora tante le persone al lavoro in questi giorni per garantire servizi essenziali, 3,6 milioni (16% del totale) sono occupati in settori “a rischio chiusura”. È quanto emerge dall’analisi statistica della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro “Gli occupati in Italia ai tempi del Coronavirus”, che fotografa (nel diagramma 1) 23 milioni di lavoratori (5 milioni 306 mila autonomi e 17 milioni 146 mila dipendenti) che devono fare i conti con un’Italia “bloccata” da misure e provvedimenti di portata straordinaria.

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Conte: spostamenti solo per lavoro, necessità, salute

Posted by fidest press agency su martedì, 10 marzo 2020

“Il presidente del Consiglio Conte ha ripetuto ora in conferenza stampa che gli spostamenti in tutta Italia saranno possibili solo per comprovati motivi di lavoro, necessità o salute. Ma, nonostante una domanda dalla sala stampa, non ha chiarito cosa si intende per motivi necessari” afferma l’avv. Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori. “Che vuol dire situazioni di necessità? Ci si può muovere liberamente nella provincia per andare nel supermercato dove siamo abituati a fare acquisti o dovremo andare solo nel nostro comune di residenza? Va chiarito visto che la Direttiva n. 14606 dell’8 marzo 2020 del ministero degli Interni prevede che, persino per la salute, l’interessato può spostarsi, ma se deve sottoporsi a terapie o cure mediche non effettuabili nel comune di residenza o di domicilio” conclude Dona.

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Lombardi domani possono andare al lavoro? Serve nota esplicativa

Posted by fidest press agency su domenica, 8 marzo 2020

Caos sul testo del Dpcm 8 marzo, specie sull’articolo 1, comma 1, lettera a), laddove si prescrive di evitare ogni spostamento non solo in entrata e in uscita dai territori, ma anche “all’interno dei medesimi territori”, ossia ad esempio all’interno della stessa Lombardia, “salvo che per gli spostamenti motivati da comprovate esigenze lavorative o situazioni di necessità”. “Serve al più presto una nota esplicativa, non solo per le merci o i frontalieri, ma anche per i lavoratori ed i consumatori. Nota da pubblicare al più presto sul sito del Governo e della Regione Lombardia” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.
Molte le domande che si fanno facendo i consumatori e i lavoratori lombardi. Di seguito alcuni esempi: Domani posso andare al lavoro? Che vuol dire comprovate esigenze lavorative? Comprovate da chi? Dal datore di lavoro? Basta un’autocertificazione del lavoratore? Che vuol dire situazioni di necessità? Necessità vuol dire solo per acquisti fondamentali per la vita quotidiana, purché non ci siano negozi nel proprio comune, come sostiene una Prefettura, oppure, come ci hanno risposto altre Prefetture, per ora non si sa, oppure, come sostengono altri ancora, per i generi alimentari i lombardi possono circolare liberamente dove vogliono?

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Mercato del lavoro in Italia

Posted by fidest press agency su domenica, 8 marzo 2020

Sono 486.577 le offerte di lavoro pubblicate dalle aziende di tutta Italia nel 2019 su InfoJobs, con una predominanza di annunci in Lombardia, in particolare a Milano, che si conferma la provincia più attiva. Questo è quanto emerge dall’Osservatorio sul Mercato del Lavoro 2019 di InfoJobs, piattaforma di recruiting online n.1 in Italia, che analizza i settori più attivi e le professioni più richieste in Italia, per restituire uno spaccato del panorama del lavoro online nell’anno appena concluso.
In cima alla classifica delle regioni che spiccano per offerte di lavoro si conferma per il terzo anno consecutivo la Lombardia, che rappresenta nel 2019 il 34,4% del totale nazionale delle richieste, con Milano che si conferma la città italiana dove la ricerca delle aziende è più attiva. Al secondo posto tra le regioni si posiziona l’Emilia-Romagna (15,4%), cui fanno seguito Veneto (14,2%), Piemonte (8,1%) e Lazio (6,5%).Dal punto di vista della crescita anno su anno, sono due le regioni che emergono dall’Osservatorio di InfoJobs: l’Abruzzo è in testa con una crescita del +23,2% rispetto al 2018, e segue a poca distanza il Friuli-Venezia Giulia, che cresce del +11,4% sull’anno precedente.Con una lente d’ingrandimento sulle provincie, oltre al capoluogo lombardo che primeggia, il secondo e terzo posto sono occupati da Roma e Torino, al quarto posto si posiziona Bergamo, e al quinto posto Bologna.
Se nel primo semestre 2019 è stato l’ICT a primeggiare nella classifica, il dato annuale complessivo vede questo settore al terzo posto, superato da Terziario e Servizi alle Imprese, che si classifica al primo posto con oltre il 30% del totale offerte, e da Produzione Industriale, in particolare quella avanzata legata all’industria 4.0. Quarto posto assegnato al Retail, seguito da Telecomunicazioni e, al sesto posto, Servizi Ambientali. Il settore Energie rinnovabili e ambiente, anche se di poco fuori dalla top 10, è quello che cresce di più, a testimonianza non solo del progressivo commitment verso i temi della sostenibilità, ma anche del ruolo propulsivo del green nel business.Salda al primo posto, in continuità con i dati del primo semestre 2019, la categoria che raccoglie i professionisti in ambito Manifatturiero, produzione e qualità: sono a loro indirizzate il 20,5% del totale delle offerte. Amministrazione e contabilità segue al secondo posto con il 9%, al terzo Vendite (8,7%), Commercio, GDO, retail (8,3%) al quarto e chiude la top 5 la Logistica, con il 7,5% sul totale italiano.Andando più in profondità nelle categorie professionali, InfoJobs ha indagato anche lo specifico delle professioni più ricercate dalle aziende. In generale si tratta di professioni dove l’elemento umano è imprescindibile e dove il numero di addetti rimane necessariamente elevato. Al primo posto gli Addetti alle pulizie, in uffici e alberghi in particolare, con poca esperienza ma capaci di adattarsi al cambiamento. Seguono al secondo posto gli addetti alla Logistica, spostamento merci e spedizioni, in particolare per il settore Trasporti. Bene anche la ricerca di Addetti alle vendite, sia per la grande distribuzione che per il commercio al dettaglio, seguono al quarto posto gli Operai non specializzati e al quinto il Personale amministrativo, al quale si richiede abilità in contabilità.
Al 7° e 8° posto troviamo due professioni tecniche qualificate, che richiedono hard skills specifiche. Per i giovani Disegnatori industriali che hanno già alle spalle una prima esperienza di 2-4 anni, ci sono state molte offerte che richiedevano capacità di utilizzo di AUTOCAD, progettazione architetturale, ma anche grafica e software per il disegno tecnico. Richiesti anche gli Sviluppatori software, con capacità di analisi delle specifiche del software, progettazione software e informatica, oltre ad esperienza precedentemente maturata. Senza dimenticare le soft skills, tra le quali la più apprezzata sembra essere il pensiero creativo, indispensabile in molti mestieri, anche molto tecnici come questo.

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Emergenza pulizia scuole: 4mila addetti senza lavoro

Posted by fidest press agency su mercoledì, 4 marzo 2020

“Dopo tre giorni di confronto presso il ministero del Lavoro – scrive l’associazione – si è finalmente affrontato il tema dell’internalizzazione dei servizi di pulizia nelle scuole, tra tutti i soggetti interessati: il mancato accordo sul futuro dei 4mila esuberi creati del Governo a fronte dei circa 12mila assunti in gran parte a orario ridotto, si appresta ad essere una pagina dolorosa per il Paese.Lo Stato ingaggia meno lavoratori di quanti ne servono per il decoro e la salubrità delle scuole, se ne lasciano migliaia a piedi e si vuole scaricare il costo degli ammortizzatori sociali sulle imprese (se verrà disposta la Naspi) oppure su tutti i cittadini qualora si decidesse per la cassa integrazione. E tutto questo mentre si sbandieravano risparmi (mai specificati davvero) per motivare questa vera e propria battaglia punitiva contro le imprese. Il mancato accordo purtroppo lascia spazio a queste ipotesi, nessuna delle quali soddisfa ANIP-Confindustria, che le trova irricevibili. Da mesi chiediamo una operazione verità sulla vicenda, e notiamo il nervosismo di chi l’ ha cavalcata facendo del facile populismo, a fronte della crescente rabbia di quei lavoratori prima illusi, e poi esclusi dalla procedura. Noi continueremo a denunciare le storture dell’internalizzazione, ricordando al Paese che ci sono 4mila disoccupati letteralmente dimenticati dalle istituzioni, nonostante i numeri siano pari a quelli delle grandi vertenze nazionali, come Alitalia e Ilva. Non vogliano che gli esuberi nel comparto delle pulizie siano considerati figli di un dio minore.

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Smartworking: Le nuove frontiere del lavoro

Posted by fidest press agency su venerdì, 28 febbraio 2020

“C’era una volta, neppure tanti anni fa, l’ufficio tradizionale, dove si doveva tutti essere presenti alle 9 al massimo, e dove tutti gli impiegati lavoravano fino alle 18, timbrando un cartellino cartaceo quattro volte al giorno”, spiega Roberto D’Incau , Founder&CEO Lang&Partners, scrittore, headhunter ed executive coach attualmente in tutte le librerie con “Il Lessico della Felicità”, un manuale nato con l’obiettivo di spiegare attraverso 33 parole chiave come affrontare lo stravagante disturbo che è la vita, compresa quella lavorativa. Che spiega:Il commitment al lavoro c’era, per carità, ma era molto legato anche alla presenza fisica, e a uno stile di leadership tipicamente direttivo, dove il capo era rassicurato se i dipendenti erano fisicamente presenti, e controllabili. Poi arrivò la tecnologia, internet, lo smartphone, le cose cambiarono, ma l’idea che ci debba essere una presenza fisica in ufficio purtroppo ancora resta nella testa di molti: una azienda italiana su due non ha mai preso in considerazione l’ipotesi che i suoi dipendenti possano lavorare con lo smart working. Un dato che non depone certo a favore dell’attenzione alle risorse umane e all’innovazione.Lo smart working, qui sta l’opportunità e al tempo stesso la difficoltà, non è solo una possibilità tecnologica come si pensa comunemente: in realtà presuppone un approccio manageriale nuovo in cui le persone godono di autonomia nella scelta di dove lavorare (da casa, in un coworking, in un caffè) e di quando lavorare, perché sono responsabilizzati sui risultati e non oggetto di micromanagement come faceva il capufficio di qualche decennio fa.Quali sono i vantaggi? Per l’ambiente è evidente che far lavorare una percentuale maggiore di persone da remoto (oggi gli smart worker in Italia sono solo alcune centinaia di migliaia) ha un impatto ambientale positivo molto forte: traffico, emissione di CO2, trasporti pubblici meno ingolfati, ecc. Inoltre, lo smart working è percepito come un vero e proprio benefit dai lavoratori, che già in fase di colloquio con noi headhunter porta a preferire le aziende che lo offrono regolarmente.Per le aziende questa modalità di lavoro è invece il frutto di una nuova cultura manageriale che, a fronte di una maggiore responsabilizzazione del lavoratore, offre più flessibilità e autonomia: lo smart working richiede quindi non solo un cambiamento tecnologico, ma un vero e proprio cambiamento culturale nella leadership. Presuppone infatti una riflessione organizzativa in cui i vecchi modelli di postazione di ufficio fissa e di orario imposto non funzionano più, a fronte dei cambiamenti che il nostro modo di lavorare ha avuto negli ultimi anni, prima fra tutte con la digital transformation.E’ dimostrato dagli studi, a fronte di questo maggiore empowerment del lavoratore, un impatto positivo sulla produttività, e anche un risparmio di costi: le aziende non devono più prevedere sedi monstre, con una scrivania per ogni singolo lavoratore, ma spazi condivisi più piccoli, sulla base del bisogno effettivo di essere presenti in azienda.E’ altrettanto dimostrato, da studi americani, che il 75% dei lavoratori lascerebbe volentieri un’azienda che non offre lo smart working per una che invece lo offre ai propri dipendenti. Infine, il pregiudizio che lo smartworker non lavori, paura di manager con uno stile fortemente orientato al micromanagement, è assolutamente infondato: è vero il contrario. Lasciamo queste paure a chi non è abituato a lavorare con la tecnologia e lo stile di leadership che serve alle aziende in questo decennio.

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Squadre tecniche al lavoro per riaprire la linea ad alta velocità Milano

Posted by fidest press agency su giovedì, 27 febbraio 2020

Il cronoprogramma lo prevede per lunedì 2 marzo. È questa la previsione effettuata dai tecnici di Rete Ferroviaria Italiana, dopo il dissequestro delle diversi componenti dell’infrastruttura da parte delle Autorità, a valle dell’incidente del 6 febbraio 2020.Compatibilmente con le disposizioni degli inquirenti, sono già stati svolti nei giorni scorsi alcuni interventi accessori. Dopo il dissequestro, i tecnici hanno potuto controllare lo stato dell’infrastruttura, stilare un cronoprogramma dettagliato ed entrare nel vivo dei lavori.Gli interventi riguardano lavori su circa 3 km di linea e verifiche su un totale di circa 40 km di infrastruttura ferroviaria, in particolare binari, scambi, traversine, massicciata, pali per la tensione elettrica ed apparati di sicurezza.Nelle attività di cantiere sono impegnati complessivamente oltre 100 fra ingegneri, tecnici e operai di Rete Ferroviaria Italiana e delle ditte appaltatrici. Le lavorazioni sono svolte senza soluzione di continuità nelle 24 ore e interessano entrambi i binari, per tre chilometri di linea ferroviaria. La scelta di riattivare la circolazione su entrambi i binari alla fine dei lavori permette un notevole risparmio in termini di giornate complessive di intervento.

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Salario minimo e costi del lavoro domestico

Posted by fidest press agency su giovedì, 27 febbraio 2020

Introdurre il salario minimo per colf e badanti a 9 euro l’ora, una delle ipotesi sul tavolo del Ministro del lavoro, non è una strada percorribile. Lo afferma Domina (Associazione nazionale famiglie datori di lavoro domestico), che ha analizzato l’impatto dell’assistenza familiare sul bilancio di un pensionato o di una famiglia italiana tipo alla condizione attuale e con l’introduzione del salario minimo. Una badante a tempo indeterminato che lavora 25 ore la settimana, costa attualmente 10.312 euro all’anno. Con l’introduzione del salario minimo la cifra lieviterebbe a 14.654 euro. Lorenzo Gasparrini, direttore generale di Domina, è lapidario: “L’introduzione del salario minimo per i lavoratori domestici comporterebbe un aumento del lavoro nero. Il costo di un assistente familiare impegnato 54 ore la settimana, passerebbe da 14.854 euro a 32.152. L’introduzione del salario minimo di fatto aumenterebbe i costi del 42% nei casi di utilizzo solo per poche ore e raddoppierebbe per l’assistenza prolungata. Domina stima che la percentuale di anziani che si potrebbero permettere tali spese con la sola pensione scenderebbe dal 17,8 al 9,7% nel primo caso e dal 9,5 al 1,7% nel secondo”.

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