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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 250

Posts Tagged ‘lavoro’

Funzione pubblica: Incontro sul lavoro agile

Posted by fidest press agency su sabato, 27 giugno 2020

Presentata una bozza di protocollo quadro per la prevenzione e la sicurezza dei dipendenti pubblici sui luoghi di lavoro in ordine all’emergenza sanitaria da “Covid-19”. La ministra Dadone dice che bisognerà continuare con la didattica a distanza anche dopo l’emergenza. Marcello Pacifico (Confedir-Udir): Necessario prevedere uno scudo penale per tutelare i dirigenti scolastici; inoltre, occorre rimettere in sesto tutti quegli edifici che nell’ultimo decennio sono stati accantonanti, così da permettere un giusto ritorno a scuola, in sicurezza. La Confedir ha sottolineato come sia necessario, dopo l’aggiornamento del documento di valutazione rischi, inserire anche la previsione, presso ogni sede di lavoro competente, di riunioni periodiche del Servizio Prevenzione e Protezione già esistente, riunione che di norma dovrebbe tenersi almeno una volta l’anno, e a cui sono tenuti. Inoltre, si reputa necessario introdurre, dove ve ne siano le esigenze e le condizioni, le valutazioni di potenziale maggior rischio, campionamenti nell’aria ambiente, monitoraggio impianti di condizionamento attraverso prelievi di aria ad altezza predefinita in ingresso e in uscita e a livello delle bocchette di immissione dell’aria negli ambienti di lavoro, campionamenti sulle superfici di lavoro e sui camici utilizzati dal personale, monitoraggio microbiologico negli ambienti di lavoro, nonché nell’acqua della rete idrica che alimenta gli impianti di acqua potabile e non potabile e sanitaria. Ovviamente si è pensato ai laboratori di ricerca e a formare il personale, informare capillarmente il personale sulle misure tecniche, organizzative e procedurali adottate per il contenimento del contagio fuori e dentro i locali, intendendo destinatari dell’attività formativa anche il personale a tempo determinato, borsista e con contratto di lavoro flessibile. Il personale precario infine deve avere le stesse tutele del personale di ruolo.

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Greenpeace a Conte: Ripartire da salute, lavoro, ambiente

Posted by fidest press agency su mercoledì, 24 giugno 2020

La ripartenza dopo il Covid-19 è un’occasione storica che ci mette davanti a un bivio: ripristinare il vecchio sistema economico fondato su attività inquinanti e distruttive che hanno avvelenato noi e il Pianeta, o porre una volta per tutte le basi per consegnare alle future generazioni un mondo verde, sicuro e pacifico? Greenpeace non ha dubbi in proposito, ed è con questo proposito che si reca oggi a Villa Pamphili, agli Stati Generali dell’Economia promossi dal Governo italiano. Le priorità identificate da Greenpeace sono quattro:
1. Più energia verde. Adottare di un piano nazionale di transizione energetica (PNIEC) più ambizioso, con l’obiettivo di ridurre del 65% le emissioni di CO2 entro il 2030, e di arrivare a emissioni nette 0 (zero) entro il 2040. Inoltre, è necessario impedire agli inquinatori di accedere ai fondi pubblici e distribuire denaro agli azionisti senza un piano di decarbonizzazione delle loro operazioni in linea con l’accordo di Parigi.
2. Più qualità della vita in città. Promuovere un cambiamento sistemico nelle città, a partire dalla mobilità alternativa e dalla creazione di aree verdi, fino agli investimenti nelle periferie per abbattere le disuguaglianze sociali ed economiche e alla promozione di modelli di produzione e consumo che riducano l’uso di plastica monouso.
3. Più agricoltura ecologica. Riscrivere il sistema di assegnazione dei sussidi all’agricoltura industriale in favore delle aziende che producono cibo in modo sano ed ecologico.
4. Più pace e salute. Mettere la sicurezza, la salute e il benessere dei cittadini al centro, destinando al nostro sistema di welfare e sanitario i fondi annualmente investiti in armamenti e nelle attività dannose per l’ambiente.
“Le azioni proposte sono tutte possibili e avrebbero l’effetto di migliorare sia l’economia, che l’ambiente e la salute dei cittadini”, aggiunge Onufrio, e sono oggetto di una petizione appena lanciata sul sito di Greenpeace. Proprio nei giorni scorsi, Greenpeace ha presentato “Italia 1.5”, una rivoluzione dell’energia all’insegna della transizione verso le fonti rinnovabili e la totale decarbonizzazione del nostro Paese. Tale piano – fondato su modelli analitici tra i più avanzati a livello mondiale – permetterebbe all’Italia non solo di rispettare gli accordi di Parigi, diventando a emissioni zero, ma di ottenere enormi vantaggi in termini economici, occupazionali e di indipendenza energetica. Altro esempio concreto è rappresentato dal successo della Campagna Detox di Greenpeace presso il settore tessile italiano, e non solo. Molte aziende, infatti, si sono impegnate a eliminare sostanze e processi inquinanti dai propri prodotti, aiutate da un Consorzio nazionale che ha sede presso il distretto industriale di Prato: “Invitiamo il Presidente Conte a considerare questa esperienza come un esempio di rilancio di una ‘competitività sostenibile’ in un settore fondamentale per l’export italiano”, conclude Onufrio, “dimostrando ancora una volta che tra ambiente e sviluppo non c’è contraddizione”.

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Lavoro: i 10 elementi da cancellare dal CV per trovare subito lavoro

Posted by fidest press agency su sabato, 20 giugno 2020

Per aiutare le persone che sono alla ricerca di un nuovo lavoro a cancellare ogni elemento sbagliato dal proprio CV abbiamo deciso di realizzare una lista completa dei contenuti da eliminare quanto prima, basandoci sull’esperienza e sui consigli degli head hunter di Adami & Associati.I 10 elementi da cancellare immediatamente dal CV per trovare lavoro
1- L‘indirizzo email creato durate l’adolescenza: l’indirizzo di posta elettronica deve essere sobrio e professionale. Indirizzi come fragoletta91@gmail.com o theking86@yahoo.it vanno assolutamente eliminati, per essere sostituiti con una combinazione del proprio nome e cognome.
2- Gli hobby che non c’entrano nulla: nei curriculum vitae esiste solitamente uno spazio dedicato alle proprie passioni. All’interno di questa area vanno però indicati solamente gli hobby che hanno qualcosa a che fare con il ruolo ricercato, o che dicono qualcosa in più sulla propria figura professionale.
3- Colori e stili improbabili: il curriculum vitae è fatto per essere letto in modo veloce e intuitivo. Colori strampalati, strutture futuristiche, font originali: questi sono tutti elementi da eliminare, per consegnare alle agenzie di selezione dei documenti facilmente e velocemente leggibili.
4- Informazioni doppie: un secondo numero di telefono, un secondo indirizzo email. Queste sono informazioni inutili, che allungano inutilmente il cv e che non servono in nessun modo al selezionatore.
5- Blocchi di testo troppo lunghi: come anticipato, il cv deve essere letto velocemente. No dunque ai blocchi di testo estesi, sì alle liste puntate.
6- Dati personali: nel cv devono essere presenti solamente le informazioni personali fondamentali. Non c’è spazio, quindi, per religione, stato civile, indirizzo di residenza e via dicendo.
7- Bugie: ovviamente il cv non deve contenere bugie o gonfiature. Non è etico, non è giusto, e i buoni recruiter individuano facilmente le bugie. Molto meglio non rischiare!
8- Lavori stagionali insignificanti lontani nel tempo: un lavoro di poche settimane svolto durante le vacanze estive 15 o 20 anni fa può essere inserito solo e unicamente se questa menzione apporta delle informazioni importanti sulla propria professionalità attuale.
9- Informazioni sul salario attuale: qual è lo scopo dell’inserire nel proprio CV il proprio salario?
10- I propri social: ha senso inserire nel CV il proprio account LinkedIn; non ha senso invece inserire il proprio account Instagram, eccezione fatta per fotografi o simili.

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Domande e offerte di lavoro in agricoltura

Posted by fidest press agency su martedì, 16 giugno 2020

Elaborata da Anpal, in collaborazione con il Ministero del Lavoro, l’app “Resto in Campo” nasce per favorire l’intermediazione tra domande e offerte di lavoro nel comparto primario. Già scaricabile gratuitamente per i dispositivi Android (Google Play) e iOS (Apple Store), rappresenta la rielaborazione in ben 5 lingue (italiano, inglese, francese, rumeno, punjabi) della applicazione sviluppata dalla Regione Lazio. “Si tratta di un risultato storico, atteso da tantissimo tempo da tutto il mondo agricolo – dichiara il Sottosegretario alle Politiche Agricole, Giuseppe L’Abbate – Ringrazio la ministra Catalfo e l’Anpal per il traguardo raggiunto, a maggior ragione in questo momento particolare di emergenza sanitaria. Il Covid-19 e le relative misure di contenimento alla diffusione del virus hanno, infatti, fatto emergere in superficie, talvolta in maniera drammatica, le ataviche problematiche del comparto primario: tra queste, la difficoltà di far incrociare domanda e offerta. Per il suo andamento fortemente stagionale, l’agricoltura necessita di tanta manodopera in un determinato periodo in una ben precisata zona. Con gli spostamenti ridotti per il timore del Covid-19 – prosegue il Sottosegretario L’Abbate – nonostante non vigano più le restrizioni dei mesi scorsi, l’app assume un ruolo cruciale per far conoscere le offerte di lavoro disponibili e per dare eco alle richieste delle imprese”.“Resto in Campo”, infatti, si rivolge alle aziende agricole in cerca di manodopera che potranno inserire offerte di lavoro, aggiungere posizioni lavorative ricercate, ricercare lavoratori disponibili, visualizzare le candidature ricevute e contattare il lavoratore. Nonché si rivolge ai lavoratori agricoli in cerca di occupazione che potranno inserire le competenze e le disponibilità sul territorio, cercare un’offerta di lavoro e inviare la propria candidatura. “Resto in Campo” è anche un’opportunità per i giovani che cercano un lavoro stagionale e per i percettori di sussidi: la app, infatti, è completamente integrata con il sistema Dol (Domanda e offerta di lavoro), accessibile da MyAnpal anche agli operatori dei centri per l’impiego e a tutti i soggetti accreditati all’intermediazione del mercato del lavoro, inclusi gli enti bilaterali dell’agricoltura se iscritti all’Albo di Anpal.
“Invito le imprese a cogliere sin da subito le potenzialità di questa app agile, intuitiva e semplificata ed a inviarci segnalazioni per il suo eventuale miglioramento – afferma Giuseppe L’Abbate – Ringrazio le associazioni datoriali che hanno sopperito con strumenti informatici propri nell’attesa di una piattaforma istituzionale che oggi finalmente c’è e che nasce proprio per l’agricoltura, pronta ad essere adattata ed estesa ad ogni altro settore. Infine, invito tutti coloro che intendono lavorare nei campi a farsi avanti. Ad iniziare dai percettori di ammortizzatori sociali (limitatamente al periodo di sospensione a zero ore della prestazione lavorativa), di Naspi e Dis-coll nonché di reddito di cittadinanza. Grazie all’art. 94 del Dl Rilancio che ho fortemente sostenuto e che la Catalfo, a cui va il mio rinnovato ringraziamento per l’impegno, ha reso realtà, costoro potranno stipulare – conclude il Sottosegretario L’Abbate – con datori di lavoro del settore agricolo contratti a termine non superiori a 30 giorni, rinnovabili per ulteriori 30 giorni, senza subire la perdita o la riduzione dei benefici previsti, nel limite di 2.000 euro per l’anno 2020”?

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La crisi attuale ha cambiato i paradigmi del mondo del lavoro

Posted by fidest press agency su mercoledì, 10 giugno 2020

I momenti di crisi sono sempre quelli che portano ai cambiamenti più grandi, perché richiedono ripensamenti, riorganizzazioni e nuove soluzioni. Sono anche i periodi di maggiore accelerazione di fenomeni già in corso. La crisi infatti “obbliga” le imprese a reinventarsi, a innovare velocemente, a digitalizzarsi per non soccombere; le imprese si ritrovano così a dover svolgere sempre più attività diverse, molte delle quali superano i confini delle proprie competenze.Prendiamo per esempio uno studio di architettura che deve far lavorare da remoto alcuni dei suoi dipendenti. Chi, all’interno dell’azienda, si potrebbe occupare delle attivazioni tecnologiche necessarie per lo smart working? È probabile che la società non abbia un reparto IT che possa avviare il sistema e magari fare assistenza. O ancora, prendiamo ad esempio un’azienda italiana che fino a prima della crisi vendesse principalmente attraverso il canale fisico del negozio: moltissimi sono i casi di imprese che in questi mesi hanno dovuto creare da zero una piattaforma per l’e-commerce e che la dovranno mantenere attiva anche nei mesi a venire. Ma come fare se non si hanno le competenze tecniche o anche solo il tempo necessario? Assumere una persona o affidarsi a una società esterna specializzata? Ecco perché i problemi di tempo e di risorse (non solo finanziarie) possono essere facilmente risolti con l’outsourcing. Ricorrere stabilmente a fornitori esterni per la gestione operativa di una o più funzioni aziendali può diventare una scelta strategica importante per le aziende, soprattutto in questo periodo di ripresa.Non solo nei periodi di emergenza: l’outsourcing si è rivelata una pratica efficace anche in situazioni di normalità, perché affidare a terzi una o più attività – anche solo per un certo periodo – può avere diversi vantaggi e garantire un approccio integrato, personalizzato, efficiente e spesso anche costi più contenuti.Quali sono i principali vantaggi dell’outsourcing? A livello finanziario, esternalizzare le attività consente di tenere sotto controllo i costi fissi e spesso permette una riduzione dei costi operativi. Ma forse ancora più importante è che l’outsourcing aumenta significativamente la flessibilità e migliora la produttività interna dell’azienda perché riduce l’utilizzo di risorse e tempo per le operazioni non-core, permettendo quindi a un’impresa di concentrare i propri sforzi economici e organizzativi nelle attività chiave. Affidarsi a società o professionisti esterni, esperti in un certo campo o materia, permette inoltre di aumentare l’efficienza dei processi, e in alcuni casi anche di aumentare il grado di innovazione della propria offerta.Costi, flessibilità, know-how: affidarsi all’outsourcing nel momento di crisi consente di rimanere competitivi. Regno Unito e Stati Uniti, dove questa pratica è diffusa da tempo, affidano all’esterno soprattutto la gestione delle risorse umane e le attività produttive; in Italia invece vengono appaltati all’esterno i reparti di IT, di produzione e di logistica. Darsi la possibilità di esternalizzare permette di crescere più velocemente ed è in generale un grande moltiplicatore. Di possibilità e di guadagno.

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Azienda Italia: Posti lavoro bruciati

Posted by fidest press agency su mercoledì, 3 giugno 2020

“I numeri della crisi che abbiamo calcolato sono impressionanti”: si apre così una nota stampa di Azienda Italia, associazione tra imprenditori, professionisti e lavoratori impegnati per dare risposte e soluzioni alla crisi. “Le imprese artigiane in Italia sono 1,3 milioni, con 2,8 milioni di lavoratori interessati. E’ un settore già sfiancato da 10 anni di crisi, ed è a rischio chiusura un terzo delle imprese artigiane con una perdita potenziale di 750.000 posti di lavoro. Nel primo trimestre hanno già chiuso 35.000 imprese di questo tipo”, aggiunge il Segretario di Azienda Italia, Andrea Minazzi. Non va meglio per il Commercio. “Il 2020 che avrebbe dovuto essere l’anno della speranza è diventato anno della disperazione. Con 1,35 milioni di aziende coinvolte, 600.000 delle quali con obbligo di chiusura durante il lockdown, le imprese commerciali annoverano 1milione di posti a rischio a fronte di 300.000 aziende che non riapriranno o chiuderanno entro l’anno. Il 60%degli occupati nell’impresa trova lavoro nelle micro e piccole imprese (sotto 20 occupati) che sono quelle più a rischio per la difficoltà che sussistono per accedere ai finanziamenti, malgrado le rassicurazioni del governo”, prosegue Minazzi. “Abbiamo calcolato che sono 2.2 milioni in tutto gli italiani che hanno già perso o che stanno correndo oggi il serissimo rischio di perdere il lavoro. E’ a questo punto indispensabile mettere insieme le migliori energie in un grande progetto di coesione nazionale per ridare al sistema-Paese un orizzonte di certezza, agendo concretamente per snellire i processi e dare ossigeno alle imprese. Non c’è più un solo giorno da perdere”, conclude Minazzi, per Azienda Italia.

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«8 milioni di italiani lavorano da casa, è il momento di trasformarli in smart workers»

Posted by fidest press agency su lunedì, 1 giugno 2020

La pandemia di Coronavirus cambierà per sempre il modo di lavorare. È con questa certezza che siamo entrati nella Fase 2: mentre le attività e i vari settori industriali riaprono progressivamente, molte aziende hanno deciso di continuare a far lavorare da casa i dipendenti le cui mansioni lo consentono. E così, dicono gli ultimi dati dell’Osservatorio Smartworking del Politecnico di Milano, gli italiani che lavorano da remoto sono passati dai 500 mila pre-Covid-19 agli 8 milioni di oggi e l’ampliamento delle policy di lavoro da remoto riguarda in questo momento il 93% delle aziende. «Da qui non si torna indietro» è il commento di Alessio Vaccarezza, CEO di Methodos Italia, società di consulenza specializzata nell’accompagnare le imprese nei processi di change management. «Non si tratta solo della necessità rispondere alle esigenze di distanziamento sociale dovute alla pandemia –continua Vaccarezza–. Ora sono i lavoratori per primi a volere lo smartworking: un sondaggio della CGIL ha evidenziato che il 60% vorrebbe proseguire anche dopo l’emergenza. E teniamo conto che l’80% dei rispondenti a quel sondaggio non aveva mai sperimentato il lavoro a distanza prima, e ci si è ritrovato catapultato in modo improvviso e fra grandi difficoltà. Trovando aspetti positivi in una misura inizialmente figlia dell’emergenza, gli italiani stanno dando prova di antifragilità: ora tocca alle aziende dimostrare la stessa capacità, ed è questo che farà la differenza per ripartire davvero». Ma quali sono le misure che leaziende possono mettere in pratica per far sì che la propria organizzazione e le proprie persone possano cogliere tutti i vantaggi del cambiamento, e in particolare dello smart working? Methodos ne ha individuati cinque.
1) Focus su donne, giovani e lavoratori assunti da poco. Mentre secondo alcune ricerche suI comportamento di lavoratori e organizzazioni, i dipendenti meno giovani e le figure senior hanno mostrato di aver risentito meno della crisi degli ultimi mesi, a rischiare di farne maggiormente le spese sono le donne (che a casa, come rileva la CGIL, devono vedersela con un maggior carico di impegni familiari), i giovani e i dipendenti recentemente assunti e figure junior. «Far diventare lo smart working strutturale e non occasionale significa dare un supporto a queste tipologie di lavoratori –suggerisce Giuseppe Geneletti, Head Smart Working di Methodos–. Migliorando la conciliazione tra vita personale e lavorativa grazie allo smart working, le aziende potranno diventare bacini di attrazione dei talenti molto più ampi, diversi e inclusivi».
2) Spiegare chiaramente al personale gli obiettivi di performance futura e gli adeguamenti strategici. Condividere i risultati aziendali e sviluppare un insieme di aspettative quanto più stabile possibile è importante per aumentare i livelli di resilienza e ridurre la depressione e l’ansia. «L’incertezza – sottolinea Geneletti– è la condizione peggiore di tutte per un lavoratore. Gli studi più recenti hanno rilevato che, durante la fase acuta dell’emergenza, coloro che non conoscevano l’andamento e la situazione finanziaria della propria azienda mostravano livelli molto bassi di resilienza psicologica e livelli più alti di depressione».
3) Continuare a ottimizzare i metodi di collaborazione online. Più il lavoro da casa risulta efficiente, più i processi da remoto funzionano, più si riducono depressione e ansia. «Il digitale oggi ci permette modalità di comunicazione e lavoro in team che si avvicinano a quelle in presenza –commenta Geneletti–. Investire per dotare i dipendenti di strumenti efficaci ha un reale impatto sui processi, sulla produttività e sulla soddisfazione delle persone. Non a caso, il 57% dei rispondenti al sondaggio della CGIL ritiene che lo smartworking sia stimolante: lavorare da casa potrebbe quindi essere una leva per generare innovazione e creatività».
4) Promuovere l’attività fisica e le sane abitudini, anche per chi lavora a distanza. Rimanere fisicamente attivi aiuta anche sul piano psicologico quando ci si trova in condizioni di forte stress, come avvenuto durante il lockdown. Questa accortezza va mantenuta anche normalizzando il lavoro a distanza, così com’è importante aiutare i lavoratori a darsi delle regole e delle routine quotidiane. «Mentre si lavora da casa è facile distrarsi sui social o concedersi snack fuori pasto, provando poi senso di colpa e sensazione di non avere il controllo: di questo le aziende devono tenere conto nell’organizzazione del lavoro» spiega Geneletti. Inoltre le organizzazioni dovrebbero aiutare il proprio personale a coltivare relazioni positive e a favorire il dialogo, gli incontri e la socialità all’interno e all’esterno dell’organizzazione.
5) Coltivare la coesione incoraggiando il sostegno reciproco e riconoscendo il valore delle persone. È un aspetto importante per riuscire a costruire la resilienza organizzativa. «Le persone oggi hanno il timore che lo smart working tolga occasioni di confronto e scambio trasparente con i colleghi –sottolinea Geneletti–. Per questo le aziende dovrebbero motivare i dipendenti a innescare la loro naturale spinta per l’assistenza e il sostegno reciproci. I dirigenti dell’azienda devono far sentire il personale apprezzato».
http://www.methodos.com

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Covid-19: contagio è infortunio sul lavoro

Posted by fidest press agency su venerdì, 29 maggio 2020

Il riconoscimento del contagio Covid-19 in ambiente di lavoro come infortunio apre la discussione sulla responsabilità civile e penale del datore di lavoro. I chiarimenti dell’Inail, i timori dei datori di lavoro. All’indomani del riconoscimento del contagio da Covid-19 in ambiente di lavoro come infortunio si è aperta la discussione sulla responsabilità civile e penale del datore di lavoro. Sul tema c’è stato di recente un intervento dell’Inail che ha cercato di mettere chiarezza, indicando nei protocolli e nelle misure sulla sicurezza il requisito fondamentale, ma il timore espresso dai datori di lavoro è che, con queste premesse, ci sia il rischio di procedimenti per accertare l’eventuale dolo in caso di contagio e conseguenti sequestri. Ma quale è la situazione di tutela dei dipendenti? Quali i rischi per datori di lavoro, farmacie incluse?Il nodo della responsabilità del datore di lavoro è emerso, in modo particolare, a seguito del cosiddetto Decreto Cura Italia – e della relativa circolare Inail di aprile -, che stabilisce come «nei casi accertati di infezione da coronavirus in occasione di lavoro» viene assicurata da Inail «la tutela di infortunio», con «prestazioni che sono erogate anche in caso quarantena o permanenza domiciliare fiduciaria». Un punto che ha destato preoccupazioni e su cui l’Inail, in più occasioni, è intervenuta per fare chiarezza.
Con una prima circolare del 15 maggio, in particolare, l’Istituto ha voluto sottolineare il principio che «dal riconoscimento del contagio come infortunio sul lavoro non deriva automaticamente una responsabilità del datore di lavoro. Non si possono confondere, infatti, i criteri applicati dall’Inail per il riconoscimento di un indennizzo a un lavoratore infortunato con quelli totalmente diversi che valgono in sede penale e civile, dove l’eventuale responsabilità del datore di lavoro deve essere rigorosamente accertata attraverso la prova del dolo o della colpa. Pertanto, l’ammissione del lavoratore contagiato alle prestazioni assicurative Inail non assume alcun rilievo né per sostenere l’accusa in sede penale, dove vale il principio della presunzione di innocenza e dell’onere della prova a carico del Pubblico Ministero, né in sede civile, perché ai fini del riconoscimento della responsabilità del datore di lavoro è sempre necessario l’accertamento della colpa nella determinazione dell’infortunio, come il mancato rispetto della normativa a tutela della salute e della sicurezza. Per altro, molteplicità delle modalità del contagio e la mutevolezza delle prescrizioni da adottare nei luoghi di lavoro, che sono oggetto di continui aggiornamenti da parte delle Autorità sulla base dell’andamento epidemiologico, rendono estremamente difficile configurare la responsabilità civile e penale dei datori di lavoro».
Una rassicurazione, questa, che però non è bastata alle imprese, che hanno continuato a esprimere preoccupazioni, tanto che dall’Inail è stata emessa una seconda circolare, il 20 maggio, per cercare di definire la questione con più precisione. «La tutela Inail» vi si legge «ha anzitutto chiarito che l’infezione da Sars-Cov-2, come accade per tutte le infezioni da agenti biologici se contratte in occasione di lavoro, eÌ tutelata dall’Inail quale infortunio sul lavoro e ciò anche nella situazione eccezionale di pandemia causata da un diffuso rischio di contagio in tutta la popolazione». Nel «caso delle malattie infettive e parassitarie» eÌ certamente «difficile o impossibile stabilire il momento contagiante». Ma «il riconoscimento dell’origine professionale del contagio, si fonda, su un giudizio di ragionevole probabilità ed eÌ totalmente avulso da ogni valutazione in ordine alla imputabilità di eventuali comportamenti omissivi in capo al datore di lavoro che possano essere stati causa del contagio. Non possono, perciò, confondersi i presupposti per l’erogazione di un indennizzo Inail (basti pensare a un infortunio in “occasione di lavoro” che eÌ indennizzato anche se avvenuto per caso fortuito o per colpa esclusiva del lavoratore), con i presupposti per la responsabilità penale e civile che devono essere rigorosamente accertati con criteri diversi da quelli previsti per il riconoscimento del diritto alle prestazioni assicurative. In questi, infatti, oltre alla prova del nesso di causalità, occorre anche quella dell’imputabilità, quantomeno a titolo di colpa della condotta tenuta dal datore di lavoro». Quindi «eÌ sempre necessario l’accertamento della colpa di quest’ultimo nella determinazione dell’evento» «intesa quale difetto di diligenza nella predisposizione delle misure idonee a prevenire ragioni di danno per il lavoratore».
Va detto poi, continua la circolare, che non «può desumersi dalla disposizione un obbligo assoluto in capo al datore di lavoro di rispettare ogni cautela possibile e diretta a evitare qualsiasi danno al fine di garantire cosiÌ un ambiente di lavoro a “rischio zero”». La «responsabilità del datore di lavoro eÌ ipotizzabile solo in caso di violazione della legge o di obblighi derivanti dalle conoscenze sperimentali o tecniche, che nel caso dell’emergenza epidemiologica da Covid-19 si possono rinvenire nei protocolli e nelle linee guida governativi e regionali di cui all’articolo 1, comma 14 del decreto legge 16 maggio 2020, n.33». In «assenza di una comprovata violazione, da parte del datore di lavoro, pertanto, delle misure di contenimento del rischio di contagio di cui ai protocolli o alle linee guida sarebbe molto arduo ipotizzare e dimostrare la colpa del datore di lavoro».
Da parte delle imprese, tuttavia, nonostante le circolari, resta il timore che, pur avendo messo in campo le misure di sicurezza previste dalla normativa e dai protocolli, per accertare l’eventuale dolo si rischi un procedimento penale, lungo e con rischi di sequestri. A livello della politica, su sollecitazione di diversi parlamentari, è in corso il dibattito per valutare un intervento normativo che espliciti meglio l’indicazione contenuta nel Cura Italia. (by Francesca Giani – fonte: Farmacista33)

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Al lavoro in sicurezza

Posted by fidest press agency su domenica, 24 maggio 2020

Post-lockdown: la convivenza con il Covid-19. La riapertura estesa, seppure a scaglioni, delle attività produttive è oramai in corso e necessita di processi di gestione per limitare i possibili rischi e garantire la continuità delle attività, anche in previsione dei possibili scenari evolutivi nei prossimi mesi. Il mondo del lavoro e le aziende saranno normati da nuove regole, che potranno essere a sua volta soggette a cambiamenti repentini, e che impongono già da adesso misure di distanziamento fisico, la possibilità di verificare la temperatura di chi entra in un luogo di lavoro o in un esercizio commerciale, la sanificazione costante degli ambienti e molto altro. La ripresa post Covid-19, vedrà tra l’altro un nuovo modo di vivere i contatti in generale ed una diffusa diffidenza e, pertanto, non può che prevedere, già da queste prime fasi, modelli di gestione delle modalità di riapertura e previsione delle evoluzioni future. Serve dunque un format di risposta, nei diversi settori, capace di unire tecnologia e procedure di comportamento. È questo, in sintesi, il modello di Secursat, la società italiana che utilizza dati e tecnologia come driver per individuare nuovi modelli di business e prevenire e risolvere situazioni di crisi.Secursat nata nel 2013 con l’idea di aiutare le aziende a trasferire sulla rete i sistemi di security tradizionali è riuscita in pochi anni a trasformare il concetto stesso di sicurezza passiva in un modello predittivo in grado di prevenire le crisi e le minacce e contenere i rischi. Il modello di prevenzione dei rischi proposto da Secursat è facilmente replicabile in diversi contesti lavorativi ed è di utilità immediata; nel caso Covid-19 si muove lungo tre binari, come spiega Maura Mormile, responsabile dell’Area Business Development di Secursat: “la mappatura delle informazioni, tramite questionari per dipendenti e fornitori per monitorare e limitare l’eventuale diffusione del virus; la predisposizione di linee guida e protocolli sulle modalità di accesso e di comportamento in azienda; l’analisi dei rischi in relazione alle diverse aree o reparti produttivi per definire soluzioni e tecnologie di mitigazione”. “Le tecnologie possibili sono diverse, da Sensori in grado di restituire informazioni puntuali ed in tempo reale per gestire i flussi di accesso e di mobilità nelle aree, a soluzioni per il monitoraggio della temperatura o del rispetto della distanza gli uni dagli altri, fino alla gestione remota delle tecnologie per limitare al minimo la mobilità, il tutto, chiaramente, sempre nel rispetto della privacy. L’importante è però pensare alle diverse soluzioni all’interno di un quadro complessivo, all’interno di una strategia di sicurezza e gestione delle tecnologie, solo così, infatti, potranno essere a valore aggiunto per le aziende”.La mappatura dei reparti e delle aree consentirà di identificare, e quindi correggere, i comportamenti che possano esporre ad una maggiore rischio di contagio. Le procedure comportamentali e di gestione degli accessi saranno conseguenti, invece, alla individuazione delle funzioni aziendali strategiche per il riavvio e la continuità della produzione e in base a tale premessa si adotteranno le linee guida per gli accessi che possano garantire la governance della sicurezza.Le tecnologie sono fondamentali, tuttavia è necessario un approccio univoco che ne definisca e governi le modalità di gestione. Nel caso della sicurezza come immaginata da Secursat, al fine di creare, ben oltre le telecamere, una rete di sensori di nuova, nuovissima, generazione, capaci di disegnare spazi lavorativi realmente interconnessi, smart, sicuri, e rispettosi della privacy, e processi aziendali capaci di garantire la Business Continuity ed il rapido adattamento a situazioni di crisi.

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Al lavoro per i test di medicina

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 maggio 2020

Quest’anno saranno 13.500 i posti disponibili per le Facoltà di Medicina e Chirurgia delle università pubbliche italiane (+ 17% rispetto allo scorso anno), ma si stima che il 1°settembre, data fissata dal MIUR, si presenteranno al test ben 70mila future matricole. Il numero di esclusi è altissimo e per questo molti aspiranti medici guardano all’estero, dove le università offrono percorsi didattici basati in gran parte sulla pratica, lo studio in lingua inglese, il confronto con modalità didattiche innovative e maggiori opportunità di carriera. L’esperienza internazionale fa anche spiccare il volo alle carriere: in media la retribuzione lievita del 40%, le prospettive di occupazione sono maggiori e il mercato di riferimento è più stimolante.Questo è ciò che sostiene Medicor Tutor a fronte di 6 anni di attività in Italia a fianco di più di 1.000 studenti che hanno scelto di studiare Medicina, Odontoiatria e Fisioterapia presso università di prim’ordine in Europa.

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Insediato il gruppo di lavoro in bioetica

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 maggio 2020

“Il messaggio lanciato dal presidente FNOMCEO Filippo Anelli ci riempie di soddisfazione, aprendo la strada per un lavoro comune gradito, auspicato e necessario”: queste sono le parole con cui Flavia Petrini, presidente della Società italiana di Anestesia, Analgesia, Rianimazione e Terapia Intensiva (SIAARTI), commenta il Comunicato Stampa con cui il presidente FNOMCEO ha ringraziato il lavoro svolto dagli anestesisti-rianimatori durante l’emergenza COVID.19.Il Comunicato FNOMCEO giunge all’indomani dell’insediamento del Gruppo di lavoro in Bioetica avviato dalla Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri, e dalla Siaarti, con l’obiettivo di esprimere posizioni condivise su tematiche professionali, deontologiche e bioetiche di comune interesse.Per SIAARTI fanno parte del Gruppo di lavoro Luigi Riccioni (Responsabile del Comitato Etico-SIAARTI), Marco Vergano (Coordinatore Gruppo di Studio Bioetica-SIAARTI), Alberto Giannini (Consiglio regionale Lombardia SIAARTI), Davide Mazzon (Consiglio regionale Veneto SIAARTI) e Giuseppe Gristina (componente Comitato Etico-SIAARTI e delegato dalla Presidenza).“Il dialogo iniziato con FNOMCEO ci offre la preziosa possibilità di proseguire a tutto campo quel lavoro di approfondimento etico e deontologico su cui SIAARTI è da tempo particolarmente concentrata”, conclude Flavia Petrini, “Siamo certi che la reciproca disponibilità al confronto, l’autorevolezza della Federazione, la qualità dei professionisti coinvolti nel Gruppo di lavoro e l’importanza delle tematiche che saranno messe al centro del dialogo, offriranno a tutto il mondo medico italiano contenuti, valori e prospettive che ci permetteranno di osservare il recente periodo emergenziale con uno sguardo differente e radicato con consapevolezza nuova nelle ragioni etiche della nostra professione”.

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Lavoro: i giovani guardano con pessimismo al dopo Covid-19

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 maggio 2020

La ripartenza dopo la crisi acuta dell’Emergenza da Coronavirus è iniziata, e il peggio sembra essere ormai alle spalle. Ora è il momento di adottare tutte le misure necessarie per contenere il contagio, pur facendo ripartire l’economia. Il vero fulcro di questa ripartenza, costituito principalmente dai giovani, sembra però essere in buona parte pessimista. Proprio così: stando a uno studio condotto da IZI in collaborazione con Comin & Partners, infatti, una fetta importante dei giovani italiani guarda al futuro con ben poche speranze.L’indagine è stata condotta su un campione di oltre 1.000 persone tra i 18 e 40 anni. I risultati ci dicono che solo il 21% guarda al futuro con ottimismo. Dei restanti, il 27% è convinto che il proprio futuro lavorativo non subirà modifiche causate dalla crisi sanitaria ed economica. Tutti gli altri, invece, sono pessimisti: un giovane su due è quindi convinto di andare a incontro a lavori meno retribuiti, oppure a importanti periodi di disoccupazione.Di fronte a questo scenario sui toni del grigio, solamente il 22% sembra essere deciso a investire sulla formazione per migliorare la propria formazione.Cosa dovrebbero fare invece i giovani italiani per rispondere in modo positivo alla crisi, contro gli spauracchi della disoccupazione e dei salari ridimensionati?«Senza ombra di dubbio il primo passo è quello di attivarsi sul fronte della formazione, per aggiungere delle competenze chiave al proprio profilo professionale» spiega Carola Adami, co-founder della società di selezione del personale Adami & Associati (www.adamiassociati.com) «e quindi presentarsi nel migliore dei modi sul mercato del lavoro». Nei prossimi mesi saranno infatti molte le persone che si metteranno alla ricerca di un nuovo lavoro. Pensiamo per esempio agli stagionali che non potranno accedere alle solite posizioni estive, o ai lavoratori fuoriusciti da aziende ridimensionate in seguito alla crisi.Diventa quindi essenziale curare al meglio la propria presentazione, in modo da spiccare tra i tanti candidati:«Come head hunter ci troviamo a valutare ogni giorno decine di curricula imprecisi, con errori di vario tipo, e che molto spesso non riescono a mettere in evidenza i punti di forza dei candidati. Per questo motivo abbiamo deciso di offrire alle persone in cerca di lavoro un servizio di restyling e di revisione del Curriculum, in modo da avere un’ottima base di partenza per trovare una nuova e soddisfacente occupazione», spiega ancora Adami.Talvolta, però, il problema è a monte: si pensi a tutte quelle persone che, a causa dello stravolgimento economico causato dalla pandemia e dal lockdown, si troveranno presto a dover affrontare degli importanti cambiamenti professionali.«Individuare il percorso professionale ideale non è mai semplice, e lo è ancora meno durante momenti eccezionali come questo. È fondamentale infatti capire le esigenze del mercato del lavoro e delle aziende, avere piena consapevolezza delle proprie capacità e essere in grado di promuovere al meglio il proprio brand: diversamente, si rischia di lasciare il proprio futuro professionale in mano al destino, perdendone il controllo» sottolinea l’head hunter, aggiungendo che «in questi casi, ancor prima di pensare all’aggiornamento del curriculum, è consigliabile approfittare della consulenza di un career coach, ovvero di un esperto in grado di supportare le più delicate e decisive scelte di carriera». (fonte: ComunicatiStampa.net)

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2,4 milioni di italiani vogliono sottoscrivere una polizza contro la perdita del lavoro

Posted by fidest press agency su lunedì, 18 maggio 2020

Se da un lato la pandemia ha spinto molte compagnie a sviluppare nuovi prodotti assicurativi, dall’altro ha determinato un aumento dell’attenzione degli italiani verso questi strumenti tanto che, come emerge dall’indagine* realizzata per Facile.it da mUp Research e Norstat, sono circa 6,5 milioni gli italiani che hanno dichiarato di aver intenzione di sottoscrivere una polizza assicurativa che prima non avevano.Secondo l’indagine i prodotti su cui si concentra maggior attenzione incidono sui due ambiti più colpiti dal Covid: la salute e il lavoro. Analizzando più nel dettaglio le risposte, raccolte su un campione rappresentativo della popolazione nazionale adulta di età compresa fra i 18 ed i 74 anni ad aprile 2020, emerge che sono circa 2,4 milioni gli italiani che vorrebbero tutelarsi dal rischio della perdita di lavoro con una polizza ad hoc.
In Italia questo genere di copertura era solitamente legato al mutuo casa, ma oggi, a seguito della situazione di difficoltà economica generata dal lockdown, la platea di interessati si è allargata perché, ad esempio, sono molti gli italiani che devono fare i conti con un affitto da pagare e l’assenza improvvisa di fondi per farlo. La perdita del lavoro sembra essere un tema che spaventa maggiormente le fasce di età 25-34 e 45-54 anni, dove la percentuale di chi intende sottoscrivere una polizza che tuteli da questa evenienza arriva, rispettivamente, all’8,9% e al 7,6% (a fronte di una media nazionale pari al 5,5%).
Il secondo ambito per il quale molti italiani hanno manifestato la volontà di sottoscrivere in futuro una assicurazione specifica è quello della salute. Se a livello complessivo sono addirittura più di 3,8 milioni gli italiani che vogliono tutelarsi con una polizza salute o vita, oltre 1,6 milioni di individui vorrebbero sottoscrivere una copertura apposita per il Covid-19. Una necessità colta dalle compagnie assicurative, che hanno sviluppato nuovi prodotti legati a questa pandemia e che coprono un ventaglio di casistiche molto ampio; dalla quarantena domestica a seguito del contagio sino ai costi della riabilitazione post terapia intensiva.Curioso notare come maggiormente sensibili al tema della salute siano i più giovani; a fronte di una media nazionale pari all’8,8%, la percentuale di chi vorrebbe sottoscrivere una polizza salute o vita sale al 10,9% tra i rispondenti con età 18-24 anni e addirittura al 12,3% tra i 25-34enni. Anche il Governo, nei Decreti che si sono succeduti, ha in questo periodo messo mano ad alcuni temi assicurativi, con particolare attenzione al mondo RC auto, per il quale è stato prima allungato da 15 a 30 giorni il periodo di carenza assicurativa e poi introdotta la possibilità di sospendere la polizza per i veicoli non utilizzati.
Affidandosi ancora una volta all’indagine condotta da mUp Research e Norstat per Facile.it, più di un intervistato su sei (17,1% del campione) indica come provvedimento più utile fra quelli presi ad aprile dal Governo proprio il prolungamento della validità della polizza RC in scadenza.Infine, una curiosità; i più fatalisti riguardo alla possibilità di tutelarsi in futuro con una assicurazione sembrano essere gli over 65; tra loro la percentuale di chi ha dichiarato di voler sottoscrivere una polizza che oggi non ha è inferiore al 7%.

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Covid-19: spazi e strumenti di lavoro ci proteggono diventando intelligenti

Posted by fidest press agency su domenica, 17 maggio 2020

La sicurezza sui luoghi di lavoro passa da spazi e strumenti intelligenti, interconnessi e capaci di monitorare movimenti e relazioni, prevenendo potenziali situazioni di pericolo come quella che può verificarsi utilizzando strumenti di lavoro, come un tornio o una fotocopiatrice non sanificati. Il sistema Universus, progettato anche, ma non solo, per garantire l’uso corretto di caschetti e scarpe antinfortunistiche nelle aree aziendali in cui è previsto e diminuire l’incidenza degli infortuni sul lavoro, ha sviluppato il nuovo modulo “VS Covid-19” per rispondere alle esigenze di ripartenza. «Rendendo gli oggetti intelligenti e interconnessi all’interno di un ambiente mappato digitalmente è possibile evidenziare quando vengono meno determinate “regole”», spiega Romano Giovannini che, insieme con Marco Magro è tra i principali artefici del sistema Universus. «La discriminante sono le “regole” che vengono introdotte: se poniamo come “regola” quella di non avvicinarsi ad un’altra persona al di sotto di una certa distanza oppure la necessità di sanificare una determinata postazione o uno strumento di lavoro usata da più utenti, otteniamo un sistema che permette di monitorare costantemente il rispetto delle norme di sicurezza. Ad ogni superamento dei limiti, il sistema invia un segnale di allerta: può essere un messaggio sullo smartphone, un segnale acustico oppure ancora una vibrazione ad un bracciale; le soluzioni possono essere diverse, ma il risultato non cambia: la persona viene informata in tempo reale che vi è un potenziale pericolo».
Le parole d’ordine nella fase 2 sono sicurezza, fiducia e velocità. Se la componente sicurezza è fondamentale per il contenimento del contagio, la fiducia arriva dalla necessità di relazione, la velocità è nei tempi di risposta in caso di “allarme”. «Universus risponde a tutti questi criteri e a molti altri», aggiunge Magro. «Possiamo rendere “intelligente” una mascherina o i guanti applicando piccoli trasmettitori ed informare quando vengono indossati e non; allo stesso modo possiamo rendere “smart” una sedia posta in una sala d’aspetto e che, in genere è usata da molte persone differenti; porre attenzione sia su un intero ambiente sia su un singolo oggetto, come ad esempio una stampante o una fotocopiatrice: ogni qualvolta viene utilizzata, Universus attiva la “quarantena dinamica” nello spazio attorno all’oggetto, impedendone l’utilizzo ad una persona diversa dalla precedente fino all’avvenuta sanificazione dell’oggetto stesso. Gli ambienti di lavoro, uffici e fabbriche, ma anche le strutture ricettive e sportive possono garantire così una sicurezza in un momento in cui tutti dobbiamo prestare la massima attenzione sui nostri movimenti e su con chi e cosa veniamo in contatto». Per la delicatezza delle informazioni che raccoglie e per la necessità di utilizzo e ri-modulazione di nuove regole nel medio-lungo periodo all’interno dei processi aziendali anche nel post-emergenza COVID-19, il sistema viene proposto con la formula del “noleggio operativo” e rientra nelle agevolazioni previste per il credito d’imposta. L’investimento risulta pertanto adeguato e totalmente sostenibile da qualunque realtà aziendale: dalla micro impresa alla multinazionale.

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Noi creiamo lavoro: Storie di imprenditori immigrati di Paola Scarsi

Posted by fidest press agency su domenica, 17 maggio 2020

L’avvocato, il ristoratore, l’imprenditore edile, il direttore commerciale, l’amministratore delegato, il sarto… questi alcuni degli imprenditori immigrati che nel volume raccontano la propria vita, le fatiche, l’impegno, i sacrifici fatti per raggiungere il successo nel nostro Paese.Nessuno di loro ha rubato posti di lavoro, tutti ne hanno creato di nuovi.
Sono la punta dell’iceberg delle oltre 600mila imprese (dati Unioncamere) a titolarità straniera presenti in Italia: piccole o grandi, a conduzione famigliare o con centinaia di dipendenti, tutte sorte grazie all’impegno e alla dedizione dei loro titolari. “Rendere disponibile gratuitamente questo libro è il mio ringraziamento ai tantissimi piccoli e grandi imprenditori immigrati che con il loro lavoro e impegno contribuiscono ogni giorno alla crescita del nostro Paese” scrive l’autrice.
Giornalista. Fotografa. Motociclista. Mamma. Esperta di tematiche sociali. Curiosa della vita in ogni sua sfaccettatura. Crede fermamente nella solidarietà e nella tutela dei diritti

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Imprese: Ridurre carico fiscale e costo del lavoro

Posted by fidest press agency su sabato, 16 maggio 2020

La politica governativa dei bonus una tantum rischia di generare ulteriore burocrazia e incertezza, allungando i tempi per la ripresa e moltiplicando gli adempimenti amministrativi. Per noi di Soggetto Giuridico, la via più veloce ed efficace per dare risposte concrete alle imprese italiane è quella della riduzione del carico fiscale e del costo del lavoro.Crediamo che il Governo debba dare una vera scossa alla nostra economia partendo dalla cancellazione tout court delle imposte che colpiscono il mondo del lavoro quali l’Irap. In questo momento l’abbuono di una rata non è sufficiente, serve molto più coraggio per dare respiro alle aziende e lanciare al tempo stesso un forte segnale di cambiamento e di fiducia al nostro sistema produttivo messo in crisi dall’emergenza sanitaria.Le misure attuali, fondate sui bonus, rischiano invece di creare una babele di situazioni farraginose e complesse da gestire, come lo stesso crollo del sito dell’Inps ha quasi metaforicamente dimostrato. Al contrario, misure stabili e importanti quali l’abolizione dell’Irap, l’eliminazione dell’imposta di bollo e della tassa di proprietà degli auto-moto veicoli, accompagnate da una fortissima riduzione dell’Irpef per i redditi più bassi, contribuirebbero alla ripartenza del Paese in modo quasi immediato.

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“Le donne rischiano di essere tagliate fuori e di perdere il posto di lavoro”

Posted by fidest press agency su giovedì, 14 maggio 2020

“Nel dibattito sulla fase due le donne sono del tutto assenti. Il Governo sembra essersi dimenticato di mettere le imprenditrici e le lavoratrici in condizione di rientrare in attività con equilibrio e costanza. Questo rischia di avere pesanti ripercussioni sul loro futuro. Bisogna dare un segnale forte, pertanto invito tutte le rappresentanti delle associazioni di categoria a lavorare insieme a noi per costruire un pacchetto di richieste da inviare al Governo per fare in modo che nelle prossime settimane la fase due si apra anche per noi. A settembre potrebbe verificarsi una vera e propria ecatombe occupazionale di genere. Cosa succederà quando le aziende, già provate da questi mesi di chiusura, potranno nuovamente licenziare? Chi credete che perderà il posto di lavoro? Un uomo o una donna che dovrà fare i conti con i figli impossibilitati ad andare a scuola se non a giorni alterni? La risposta rischia di essere scontata”.A dirlo è Valentina Picca Bianchi, Presidente delle Donne imprenditrici di Fipe, la Federazione italiana dei Pubblici Esercizi, imprenditrice nel settore del catering e organizzazione eventi. Nel mondo dei pubblici esercizi, in particolare bar, ristoranti, ristorazione collettiva, catering, intrattenimento, stabilimenti balneari, le imprese femminili raggiungono numeri importanti; nello specifico solo nel comparto bar e ristorazione sono 112mila imprese, il 28,7% del totale, mentre dal punto di vista occupazionale è Donna il 58,9% dei dipendenti, 487mila persone. Lavoratrici, peraltro, che nel 68% dei casi sono già assunte con un contratto part time.“È evidente che, in questo caso, le Donne sono l’anello debole della catena, costrette ancor più di prima a scegliere tra la cura dei figli ed il mantenimento del posto di lavoro. Uno scenario a dir poco inaccettabile. Davanti a tutto questo, serve maggiore consapevolezza da parte dei Sindacati e del Governo. Ecco perché è necessario che siano le imprenditrici a fronteggiare la situazione chiedendo un cambio di passo e misure concrete. È impensabile che una Donna imprenditrice o lavoratrice possa portare con sé i figli al lavoro nei giorni in cui non sono a scuola: significherebbe mettere a rischio in primis la loro incolumità ma anche compromettere il distanziamento a scapito di dipendenti e clienti. Ed è altrettanto improbabile che una lavoratrice possa permettersi il lusso di pagare a tempo pieno una babysitter, pur beneficiando dei contributi statali. E attenzione! se le Donne non potranno andare al lavoro salterà la tenuta di tutto il settore dei pubblici esercizi”.“Serve un piano B – conclude la Presidente – e serve subito. Bisogna pensare alla riapertura delle scuole in sicurezza ma anche a luoghi di tutela per i minori con servizi per assistere e sostenere efficacemente imprenditrici e lavoratrici. Altrimenti e come se avessimo le mani legate. Non si può scaricare il peso di questa situazione solo sulle spalle delle Donne o dei Nonni, che peraltro vanno tutelati in quanto categoria più a rischio. Noi siamo pronte ad un confronto per trovare modalità diverse ed efficaci e faremo – certamente – la nostra parte. Siamo certe che anche le colleghe delle altre associazioni vorranno unirsi per costruire una task force al femminile e coadiuvare questo Governo che sta sottovalutando la reale portata di questo problema”. By Ufficio Stampa FIPE

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Regolarizzare i lavoratori in nero

Posted by fidest press agency su giovedì, 14 maggio 2020

La Comunità di Sant’Egidio rivolge un appello urgente perché si arrivi finalmente a regolarizzare chi lavora in nero, sia nei campi che nelle nostre case, cittadino italiano o straniero che sia. Si tratta non solo di un incontestabile atto di giustizia (a meno che non si sia favorevoli allo sfruttamento dei lavoratori) ma anche di un provvedimento che aiuta a proteggerci dal contagio della pandemia perché fa emergere situazioni pericolose anche a livello sanitario. L’attuale chiusura delle frontiere, dettata dal Covid-19, determina oltretutto, per quanto riguarda gli stranieri, l’impossibilità che le future regole favoriscano indiscriminati ingressi nel nostro Paese.
Oltre alle richieste urgenti di manodopera, soprattutto nel settore agricolo, sollevate dagli imprenditori, è necessario anche sottolineare il grande bisogno che c’è, nelle nostre case, di servizi alle persone, in particolare a malati, anziani e bambini, soprattutto in questo momento di crisi sanitaria. Regolarizzare chi si occupa dei nostri cari, come “badanti”, baby-sitter e altre categorie di lavoratori domiciliari, è una preziosa opera di prevenzione sanitaria oltre che di grande conforto per le famiglie italiane.
Infine, fare emergere chi è presente in Italia, lavora o ha lavorato – dopo 8 anni in cui non è stata attuata alcuna regolarizzazione – è di grande aiuto per il contrasto del racket e dell’illegalità in un momento in cui, per far ripartire l’economia, c’è bisogno di assoluta trasparenza e di partecipazione attiva di tutte le energie positive presenti del nostro Paese.

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“Lavoro sì, ma da casa e per sempre?”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 13 maggio 2020

Sogeea SpA, prima azienda in Italia, dice addio a tutti gli uffici aziendali in Italia e in Albania; nonostante oggi segni per molti il rientro al lavoro, da ora in poi Sogeea impiegherà i propri dipendenti e collaboratori solo in smart working grazie ad ALEX, il nuovo sistema digitale ideato dall’azienda che ricrea in qualsiasi posto l’ambiente ufficio. Dopo aver verificato la conclusione positiva di tutti i test sule nuove piattaforme, il Consiglio di Amministrazione lo ha reso noto al termine dell’ultima seduta, evidenziando come l’efficienza di ogni risorsa umana a marzo e aprile di quest’anno sia migliorata del 20% rispetto allo stesso periodo nei tre anni precedenti, disponendo da casa – o da dove si vuole – di tutti gli strumenti che prima il dipendente utilizzava in ufficio, compresa l’interazione in azienda ed i rapporti umani con i colleghi.«Il modello smart, messo a punto da Sogeea con ALEX, non è un telelavoro – spiega il Presidente del Consiglio di Amministrazione Ing. Sandro Simoncini – ma un sistema nuovo che mette al centro dell’attenzione la qualità della vita ed il rapporto tra la risorsa e l’azienda, facendogli assumere un carattere innovativo ma soprattutto prezioso. Abbiamo puntato su tre aspetti – la ricerca di un nuovo sistema di lavoro efficiente, la creazione di un ambiente ideale per il lavoratore e la scelta di piattaforme altamente innovative, scegliendo Microsoft e Opensolution come partner per questa operazione».L’emergenza della pandemia Covit-19 ha fatto capire a molte aziende come possano gestire meglio ogni attività, escludendo anche ciò che prima si riteneva indispensabile e che magari rubava tempo prezioso alle risorse. Sogeea (azienda che opera nel settore Real Estate italiano, specializzata nella regolarizzazione degli asset immobiliari e in operazioni di valutazione acquisizione e dismissione dei patrimoni immobiliari) inverte la rotta verso una gestione aziendale green e sostenibile. Basti pensare al taglio di tutto il materiale di consumo generalmente impiegato in ufficio come carta, toner e cancelleria varia. Non solo. Oggi, lunedì 4 maggio, i dipendenti e collaboratori Sogeea rimarranno a casa evitando il pericolo di assembramento, contribuendo a ridurre sia il traffico cittadino sia le emissioni nocive generate dai mezzi di trasporto.«Abbiamo solo anticipato quello che in Italia succederà tra qualche anno – ha concluso Simoncini – puntando l’attenzione alla qualità della vita personale e riscontrando la soddisfazione delle nostre preziose risorse umane che grazie a questa nuova riorganizzazione aziendale da ora in poi avranno la possibilità non solo di lavorare da casa, recuperando la durata di percorrenza, spesso interminabile, per giungere in ufficio, ma soprattutto di conciliare i tempi di vita personale e lavoro».

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Ripensare ad un nuovo modello di politiche attive del lavoro per la ripresa

Posted by fidest press agency su mercoledì, 13 maggio 2020

L’attuale emergenza sanitaria da Covid-19 ha imposto interrogativi profondi sul futuro del mercato del lavoro italiano e in particolar modo su quello delle politiche attive del lavoro. Queste ultime, in particolare, sono senza dubbio centrali perché consentono di accompagnare al lavoro il disoccupato e di provvedere alla formazione dei lavoratori adattando e riqualificando le loro competenze in base alle esigenze del mercato del lavoro. Un ruolo importante e che necessita di essere rafforzato. Il tema è stato discusso ieri nel corso del convegno in videoconferenza “Coronavirus e politiche attive del lavoro”, organizzato dalla Fondazione Consulenti del Lavoro con il patrocinio del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Pisa, alla presenza del Presidente della Fondazione Consulenti per il Lavoro, Vincenzo Silvestri, del Direttore della Fondazione, Enrico Limardo, del Direttore Generale dell’Anpal, Paola Nicastro, del Direttore dell’ente regionale Veneto Lavoro, Tiziano Barone, e del prof. ordinario di Diritto del Lavoro dell’Università di Pisa, Pasqualino Albi.

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