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Quotidiano di informazione – Anno 31 n°159

Posts Tagged ‘legge elettorale’

L’inutile ipotesi del voto estivo: non sarebbe cambiato nulla

Posted by fidest press agency su martedì, 15 maggio 2018

Riprendiamo la lettera pubblicata sul quotidiano “Il fatto”  che è stata inviata da Federico Fornara al direttore Travaglio per sostenere una petizione in favore di una nuova legge elettorale. Per l’occasione rivolgiamo un appello ai nostri lettori affinché l’iniziativa possa avere un consenso ampio. Nello stesso tempo riconosciamo alla redazione della testata giornalistica l’impegno che da sempre ha profuso nell’interesse di una informazione libera e alla costante ricerca della verità anche se a qualcuno risulta scomoda. E’ come dire: veritas odium parit. Ma per noi si traduce: leggete, riflettete e siatene conseguenti.
Caro direttore, sarebbe servito a qualcosa, invece, andare a elezioni anticipate, per di più con la stessa legge elettorale? È l’interrogativo che si sono posti milioni di italiani.
A leggere i dati che emergono da una attenta analisi dei risultati nei 231 collegi uninominali in cui il Rosatellum ha diviso il territorio italiano (oltre al seggio della Valle d’Aosta), la risposta è molto semplice: no, nuove elezioni, con grande probabilità, non avrebbe prodotto una maggioranza autosufficiente.Se si considerano, infatti, “incerti” i collegi dove il vincitore ha fatto registrare un vantaggio in termini di percentuale non superiore al 5% di voti, soltanto in 39 su 231 è ipotizzabile, in linea teorica, un ribaltamento del risultato del 4 marzo scorso. I 39 collegi contendibili non sono, poi, distribuiti omogeneamente dal momento che solamente 6 sono situati al Nord, 16 nelle (ex) regioni rosse (7 in Emilia Romagna e 6 in Toscana), 13 nel Lazio, 3 al Sud e 1 in Sardegna.
Quindi, in 192 collegi uninominali (83% del totale) nuove elezioni non modificherebbero l’appartenenza dell’eletto, salvo un nuovo e non prevedibile al momento, terremoto elettorale. I 39 seggi a rischio sono per di più equamente divisi: 15 hanno visto prevalere il candidato del centrodestra, 12 rispettivamente quello del Movimento 5 stelle e della coalizione del Pd. Differente la prospettiva se si guarda a chi è arrivato secondo e quindi potrebbe essere protagonista di una remuntada. In 23 collegi su 39, infatti, a essere stato sconfitto di misura è stato il candidato del centrodestra, in 10 quello del M5s e in 6 quello del Pd e alleati. È, dunque, il centrodestra quello che potenzialmente potrebbe avvantaggiarsi maggiormente da elezioni anticipate, perché, in linea teorica riconfermando tutti i collegi a rischio e conquistando tutti e 23 in cui è arrivato secondo potrebbe passare dai 109 seggi uninominali del 4 marzo 2018 a 132.
Anche raggiungendo la “magica quota” del 40%, però, il centrodestra si fermerebbe sotto i 300 seggi (295 per la precisione) sempre nettamente al di sotto della maggioranza assoluta dei 316 seggi. Vi è, infatti, da ricordare che nonostante la propaganda indichi nel 40% il livello di consenso per garantire la governabilità, il Rosatellum non prevede premi di maggioranza. Con l’attuale distribuzione geografica del voto (Nord al centrodestra e Sud al M5S, con le ex regioni rosse diventate terra di conquista dei due poli maggiori) il 40% non garantisce un bel nulla: per raggiungere la maggioranza assoluta il centrodestra dovrebbe crescere dal 37% al 44-45%. È dunque il 45% e non il 40 il target di sicurezza per la maggioranza assoluta alla Camera.Seguendo lo stesso schema per il Movimento 5 stelle si arriverebbe ancora più sotto: 259 deputati su 630, assai lontano dunque dalla maggioranza assoluta. Autosufficienza che, sempre in linea teorica, il M5s raggiungerebbe collocandosi tra il 45 e il 50%. Per parte sua, il Pd, rischia di veder scendere la sua rappresentanza a Montecitorio da un minimo di 84 a massimo 90/95 parlamentari contro gli attuali 110. Ad alto rischio di non superamento della soglia di sbarramento in uno schema di elezioni-ballottaggio tra centrodestra e M5s ci saremmo, ovviamente, anche noi di Liberi e uguali che il 4 marzo abbiamo raggiunto il 3.4% e 14 deputati. Una variabile distorcente con effetti scarsamente prevedibile in assenza di precedenti, è rappresentata, poi, dall’astensionismo in caso di elezioni anticipate fissate domenica 22 luglio. Se si andasse, per esempio, sotto il 60% di votanti su base nazionale potrebbe esserci delle sorprese dovute anche alla possibile innovativa distribuzione geografica dell’astensionismo (minor impatto al Sud rispetto al Nord e analogo fenomeno tra piccoli centri e grandi centri) in ragione del periodo feriale con una stima di circa 4 milioni di italiani in vacanza. In ogni caso, in un Paese alle prese con un astensionismo crescente chiedere ai cittadini di recarsi alle urne a fine luglio rappresenterebbe un autentico schiaffo alla partecipazione democratica. Un lusso, quello della bassa affluenza, che le nostre istituzioni non possono permettersi.C’è, infine, da ricordare una regola non scritta della politica italiana che evidenzia come chi vuole le elezioni anticipate è sempre stato penalizzato dagli italiani alle urne, da ultimo il Pd di Veltroni nel 2008. Resta, perciò, un dato di fondo: il rischio di un nuovo Parlamento “fotocopia” o quasi di quello del 4 marzo, senza un vincitore dotato di una maggioranza e la ripetizione del balletto dei veti incrociati sull’asse Berlusconi-Renzi che potrebbe aprire scenari di nuova instabilità dagli esiti incerti e pericolosamente vissuti dai mercati e dai detentori del nostro debito pubblico. (Fonte: Il Fatto Quotidiano, 14 maggio 2018)

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La politica che non comprendiamo

Posted by fidest press agency su lunedì, 7 maggio 2018

Il 4 marzo scorso ci sono state le elezioni politiche in Italia per dare al paese un nuovo parlamento e un governo. Per i successivi due mesi ci siamo incartati su posizioni ritenute inconciliabili da chi pur realizzando un certo successo elettorale non ha ottenuto i numeri sufficienti per governare ed è stato costretto a cercarsi delle alleanze oltre il proprio perimetro programmatico. Abbiamo in questo frangente compreso che è stata proprio la legge elettorale a circuitare ogni possibile accordo in quanto abbiamo avuto una coalizione al 37% e un movimento che da solo ha raggiunto il 32% dei consensi. Cosa ha significato tutto questo? Che alcuni partiti si sono presentati agli elettori facendo “cartello” per vincere le elezioni fallendo e l’altro che ha scelto il consenso in solitudine ma non ha ottenuto il quorum. Le due strade che si prospettavano erano due: o rifare la legge elettorale eliminando le coalizioni o introducendo semplicemente il premio di maggioranza. A questo punto, logica avrebbe voluto che il Parlamento apportasse la necessaria modifica alla legge e ci consentisse di ritornare al voto. Ed invece abbiamo assistito a un balletto da prime donne dove Salvini dichiara d’essere il vincitore e si rivolge ai “secondi” (i pentastellati) per colmare il divario esistente per consentire al centrodestra di governare e i secondi rispondono che possono farlo se la “coalizione” si “spaia” lasciando all’opposizione Forza Italia per via di un personaggio scomodo: Silvio Berlusconi. Proposta ritenuta inaccettabile. E allora? Abbiamo dovuto attendere due mesi per capirlo? Siamo così duri di comprendonio o i politici vivono in un altro mondo e non si rendono conto che il paese attende le riforme promesse e non realizzate da anni e che ora tutti i nodi sono arrivati al pettine e non c’è più tempo per traccheggiare? (Riccardo Alfonso)

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La nuova legge elettorale comincia a far danno prima ancora di essere usata

Posted by fidest press agency su domenica, 3 dicembre 2017

ElezioniLogoLa quota maggioritaria, pur pesando solo per un terzo rispetto a quella proporzionale, ha indotto a riesumare le vecchie coalizioni che il combinato disposto del tripolarismo che ha soppiantato il bipolarismo della Seconda Repubblica, del ciclone Renzi che ha rotto la grande rete ulivista a sinistra e del cambio di guardia al vertice della Lega tra Bossi e Salvini che ha scompaginato gli equilibri a destra, aveva spazzato via. Solo che il centro-sinistra sconta rotture insanabili, mentre il centro-destra, pur spaccato, è stato in grado di rappresentare all’esterno una convergenza elettorale almeno apparente. È su questa base, per esempio, che si è costruita la pur fragile vittoria di Musumeci in Sicilia, creando una maggioranza basata sullo scarto di un solo consigliere. Peccato che nel giro di poche settimane quel voto in più si sia già dissolto, perché un consigliere fatto eleggere da Salvini è passato all’opposizione. A dimostrazione che i cartelli elettorali, ammesso e non concesso che si riescano a fare, sono una cosa, e la tenuta – politica e programmatica – delle maggioranze di governo che quei cartelli creano, è un’altra. I cartelli, tanto più se creati facendo finta che le differenze non esistano, non garantiscono nulla (di buono). Sarà per questo che Salvini ha chiesto a Berlusconi di andare da un notaio a sottoscrivere un patto in base al quale Forza Italia si dovrebbe impegnare a non andare mai al governo con il Pd, cosa che la Lega chiama “inciucio”. E sarà per questo che Berlusconi, facendo irritare Salvini, ha buttato lì, ovviamente dalle telecamere di un salotto televisivo, il nome di un generale dei Carabinieri come possibile prossimo presidente del Consiglio, se fosse il centro-destra dopo le elezioni a poter dare le carte. Ora, a parte la cattiva abitudine di definire imbroglio quella che sarebbe una normalissima coalizione di governo, e pure benemerita se dovesse servire a evitare il caos nel caso – molto probabile, peraltro – in cui dalle urne non uscisse alcun vincitore, ma da quando in qua un accordo politico deve diventare un atto notarile? La politica, quella con la P maiuscola, è dialettica – parola che viene dal greco, e significa arte di argomentare – ed è mediazione, nell’accezione aristotelica del trovare nel giusto mezzo la conciliazione di posizioni differenti. Non è trattativa da fare in gran segreto per poi consegnarne l’esito ad un pubblico ufficiale, che la vidima con la ceralacca e la chiude in cassaforte. Ma se fosse, non sarebbe la prima volta. Berlusconi e Bossi a suo tempo andarono da un professionista milanese a regolare i loro rapporti, anche se non lo hanno mai confermato ufficialmente. E quando il Pd romano decise di scaricare Ignazio Marino da sindaco, preferì far andare da un notaio i suoi consiglieri comunali per vincolarli alle dimissioni che portarono alla caduta della giunta capitolina, anziché farli esprimere in Campidoglio. Non solo. Molti partiti hanno, o hanno avuto, proprietà private e simboli depositati da un notaio. Anche i professionisti dell’antipolitica e dell’anticasta sono giuridicamente in mano a Grillo e alla ditta Casaleggio.
È la privatizzazione della cosa più pubblica che ci sia, la politica, inevitabile conseguenza di un’altra malattia, la personalizzazione della politica, che a sua volta ha generato la riduzione della politica alla comunicazione televisiva e la deriva di leaderismi esasperati. Cosa che induce non a formare una classe politica degna di questo nome, ma a mettersi alla ricerca di volti conosciuti e spendibili dentro la cosiddetta società civile. Lo specialista in materia è senza dubbio il Cavaliere, che sforna candidati premier come il Mulino Bianco i biscotti, e che seleziona parlamentari e dirigenti sulla base del curriculum come un qualsiasi capo delle risorse umane di un’azienda. Ma così si ammazza la partecipazione alla vita politica. Perché un cittadino si dovrebbe iscrivere a un partito, fare militanza e sudarsi la gavetta, per poi sentirsi dire che per governare, o anche solo per arrivare a Camera e Senato, ci vuole qualcuno detentore di altri meriti rispetto a quelli politici e che con il partito non ha mai avuto nulla a che fare? Ed ecco spiegato perché i partiti possono essere personali: sono aziende a cui si accede solo per soddisfare esigenze private.Tutto è iniziato con la fine della Prima Repubblica. Che, per carità, aveva tanti difetti, ma non quello di essere popolata di partiti privati regolati da scritture private. Dopo, la legittimazione democratica – sempre più formale e sempre meno sostanziale – si è basata esclusivamente sulla capacità di vendere un prodotto politico (ma sarebbe più giusto dire elettorale) seguendo un solo precetto di marketing: il rifiuto, o ancor meglio la demonizzazione, della politica e dei suoi simboli. Non è forse per avere meno politici tra i piedi che Renzi ha chiesto agli italiani (per fortuna inutilmente) di abolire i senatori? E non è forse bollandoli spregiativamente come “professionisti della politica” che Berlusconi ha battuto i suoi avversari? Ma tanto più i politici si appellano alla fantomatica società civile, tanto più ammettono di appartenere ad una razza “incivile”, perciò indegna di avere a che fare con il governo della cosa pubblica. E la massiccia, patologica astensione dal voto, non può che esserne la drammatica conseguenza. Ci si lamenta e si teme, a ragione, che prevalga il populismo. Ma non è forse di populismo che viviamo dall’ormai lontano 1994? Le parole d’ordine contro la casta, la demonizzazione delle élite equiparate a oscure lobby, la descrizione del politico come di un ladro o, ben che vada, di un inetto, l’annientamento dei corpi intermedi della società in nome del rapporto diretto con il popolo, la descrizione della mediazione parlamentare come cosa inutile che sottrae spazio e potere all’esecutivo, il sondaggio come unica bussola, l’esaltazione del nuovo diventata paranoia nuovista, sono altrettante tossine che sono state inoculate nel corpo (già malato di suo) del Paese.C’è forse da stupirsi, quindi, se il Censis, nella sua nuova radiografia dello stato di salute dell’Italia, ci definisce un popolo di rancorosi, per nulla mossi alla fiducia nonostante il consolidarsi della ripresa economica? Certo che no. Ma ci vorrà pur qualcosa e qualcuno che fermi questo maledetto gatto che si morde la coda.(Enrico Cisnetto direttore http://www.terzarepubblica.it)

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Il presidente della repubblica ha firmato la legge elettorale

Posted by fidest press agency su domenica, 5 novembre 2017

quirinaleI numerosi appelli di una parte delle opposizioni che invitavano il presidente della repubblica a rinviare alle camere la legge elettorale per quelle parti incostituzionali che contiene sono caduti nel vuoto. C’è ancora qualcuno che si sorprende che possa essere accaduto pensando che Mattarella è un esperto in leggi elettorali ed è stato un giudice costituzionale. Da parte nostra come cronisti e conoscitori della vita politica italiana la circostanza non ci sorprende. Ci rammarica, semmai, il fatto che sono le istituzione a pagare il prezzo più alto in fatto di credibilità. Lo ha fatto di recente la Corte Costituzionale con la questione pensionati mettendo da parte le ragioni di diritto per una supposta ragione di stato che riguarda il bilancio pubblico. A tale proposito in quanti ci siamo chiesti: ma come ancora una volta i pensionati devono salvare i conti della finanziaria mentre il governo con nonchalance con trenta miliardi di euro ha coperto gli ammanchi bancari provocati da amministratori di pochi scrupoli e con complicità più o meno occulte tra taluni politici e dirigenti pubblici addetti alla sorveglianza? E ancora: si continuano a fare leggi permissive che consentono ai grandi evasori, ai corruttori e ai dissipatori di professione, per mancanza di adeguati controlli, di accumulare una perdita d’introiti nelle casse pubbliche di oltre trecento miliardi e si arriva ad erogare solo pochi spiccioli per quei milioni di italiani ridotti in miseria, a ridurre le risorse per mantenere le spese sanitarie a livelli accettabili ma preferendo costringere milioni di altri italiani a rinunciare all’assistenza sanitaria universale, e via di questo passo. Quando si usano due pesi e due misure soprattutto per colpire i ceti più deboli come si fa a credere nelle istituzioni e innanzitutto nella correttezza e obiettività di giudizio dei suoi rappresentanti? (Riccardo Alfonso)

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Risorse umane e sfruttamento

Posted by fidest press agency su martedì, 31 ottobre 2017

la-costituzione-della-repubblica-italianaSe fermiamo la nostra attenzione ai soli fatti di casa nostra e partiamo dal secondo dopo guerra nel XX secolo possiamo assistere a due momenti storici particolarmente interessanti dal punto di vista politico e sociale. Siamo partiti dagli anni della ricostruzione e dagli aiuti americani con il piano Marshall alla stagione dei diritti, complice la congiuntura politica internazionale, con la guerra fredda tra i due blocchi imperiali: il comunismo di stampo sovietico e il capitalismo di matrice statunitense. Dal 1990 in poi con la caduta del muro di Berlino la sensazione che ebbe una parte dei politici italiani è che l’andazzo perseguito negli passati poteva continuare, ma si sbagliavano. I nostri “protettori” di un tempo ritirarono le credenziali e da qui partì una resa dei conti con i magistrati di “mani pulite” e le confessioni dei “pentiti”. Caddero le teste illustri della politica da Forlani a Craxi e lo stesso Andreotti per anni fu incalzato dalla magistratura sia umbra sia siciliana. Si aprì a questo punto una voragine politica che sarebbe rimasta drammaticamente tale se non ci fosse stata la “geniale intuizione” di un imprenditore che sino allora si era servito della politica per interposta persona e che ora riteneva necessario, per salvaguardare le sue imprese, d’entrare in prima persona nell’agone politico. Così iniziò un ventennio sia pure con alterne vicende dove il danno maggiore fu provocato con l’indebolire le istituzioni: parlamento, magistratura, amministrazioni locali e i suoi strumenti: fisco, scuola, welfare. Sul piano sociale si è passati dalla stagione dei diritti a quella delle “umiliazioni” per i lavoratori e i pensionati rendendo più precario il lavoro e tartassando il sistema pensionistico. Ora siamo arrivati alla negazione di fatto del diritto al voto con una legge elettorale fatta per confondere le idee agli elettori e rendere più debole il sistema di governo democratico del paese. E’ la fine della democrazia? (Riccardo Alfonso)

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Legge elettorale e il gioco delle tre carte

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 ottobre 2017

ElezioniLogodi Vincenzo Olita. Società Libera, associazione culturale quanto mai distante dalla quotidianità politica, sulla legge elettorale ritiene però di dover esprimere alcune considerazioni e una certezza.
Non ci soffermeremo sugli argomenti che hanno costituito le principali contrapposizioni tra le forze politiche. Riteniamo secondario discutere sulla correttezza del ricorso ai voti di fiducia, secondaria l’approvazione a fine legislatura, secondaria la più o meno mutata composizione della maggioranza, argomento obsoleto di cui solo il partito di Bersani e qualche anima candida dell’informazione non erano a conoscenza. Sono contrasti attinenti alla lotta e alle sensibilità politiche, scarsamente influenti sulla tenuta di uno stato di diritto, così come il cambio di casacca del Presidente del Senato.
Di primaria importanza, invece, è che lo strumento principe per la disciplina del consenso popolare risulterà incomprensibile alla maggioranza degli elettori, come lo è già anche per un’aliquota di addetti ai lavori – per alcuni sondaggisti parte degli stessi ambienti politici favorevoli alla nuova legge non ne saprebbe valutare gli effetti.
Il sistema elettorale viene presentato semplicisticamente indicando che 232 deputati saranno eletti in collegi uninominali, 386 con metodo proporzionale e 12 nelle circoscrizioni estere.
Sì, ma come si ottiene questo risultato? Quali regole e meccanismi il votante dovrebbe opportunamente conoscere per esprimere un voto consapevole? La legge prevede che nei collegi uninominali basta barrare il nome del candidato o il simbolo del partito; se si barra solo il nome del candidato il voto si stende proporzionalmente alle liste che lo appoggiano. Nei collegi proporzionali i partiti presentano una lista bloccata – non si possono esprimere preferenze – da due a quattro candidati, che concorrono al riparto proporzionale calcolato su scala nazionale.
Ci si può candidare in un solo collegio uninominale e massimo in tre plurinominali, se si è eletti in entrambi prevarrà il primo. In caso di elezione in più collegi plurinominali verrà assegnato al collegio in cui la lista a lui collegata avrà ottenuto meno voti. Se un candidato appartiene ad un partito che non supera il 3%, ma viene eletto nel maggioritario, ottiene comunque il seggio.
Tutto chiaro?
In tale ginepraio non risulterà certo irrilevante lo scarto tra la volontà degli elettori e l’effettivo risultato, non è accettabile essere chiamati alle urne per esprimersi su una scheda che prevede più possibilità di utilizzo del voto. Così si mette in discussione la democrazia sostanziale come sistema di regole certe, condivise e trasparenti, altro che disperare per voti di fiducia e maggioranze mutate, confidando su precari calcoli pre e post elettorali.
Con leggi simili, ed è questa la certezza di cui parlavamo, il rapporto tra politica e cittadini non può che incrementare il suo deterioramento; al termine di un’accesa campagna elettorale la partecipazione potrà anche non subire decrementi, ma così non sarà per il coinvolgimento, l’adesione, la complicità e il rispetto per il sistema Italia. Forse, per guardare il futuro con ottimismo, si avvicina il tempo in cui occorrerà riconsiderare, rivalutandolo, lo stesso concetto di cittadinanza e ritornare ad uno dei fondamenti della democrazia, in cui una testa vale un voto e questo vale quanto tutti gli altri. Di questo parleremo ancora. (fonte: http://www.societalibera.org)

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Il Senato ha approvato in via definitiva la nuova legge elettorale

Posted by fidest press agency su venerdì, 27 ottobre 2017

aula senatoE’ un pessimo ircocervo che ripugna ad ogni persona di buon senso, compresi quei suoi stessi fautori che senza arrossire lo presentano come esito del diktat di un personaggio interdetto dai pubblici uffici.
Ma quel che più ci preme mettere in evidenza è che ancora una volta a quasi un decimo della reale popolazione italiana (oltre cinque milioni di persone nostre conterranee) continua ad essere negato il primo diritto democratico, il diritto di voto. Ancora una volta purtroppo tanta parte del ceto detentore della parola pubblica e delle pubbliche decisioni, ipnotizzata ed asservita da grotteschi demagoghi, non ha voluto o saputo aprire gli occhi, e i cuori. Aprire gli occhi sulla realtà effettuale, ed accorgersi che “vivono stabilmente in Italia oltre cinque milioni di persone non native, che qui risiedono, qui lavorano, qui pagano le tasse, qui mandano a scuola i loro figli che crescono nella lingua e nella cultura del nostro paese; queste persone rispettano le nostre leggi, contribuiscono intensamente alla nostra economia, contribuiscono in misura determinante a sostenere il nostro sistema pensionistico, contribuiscono in modo decisivo ad impedire il declino demografico del nostro paese; sono insomma milioni di nostri effettivi conterranei che arrecano all’Italia ingenti benefici ma che tuttora sono privi del diritto di contribuire alle decisioni pubbliche che anche le loro vite riguardano” (e’ l’inconfutabile constatazione enunciata nell’appello “Una persona, un voto” promosso da padre Alessandro Zanotelli e dalla partigiana e senatrice emerita Lidia Menapace – e sottoscritto da migliaia di cittadini tra cui anche quasi duecento parlamentari e tre ministri emeriti – per il riconoscimento del diritto di voto a tutte le persone residenti in Italia).
Quanto dovremo ancora aspettare perche’ in Italia il diritto di voto sia riconosciuto a tutti coloro che ci vivono?
Quanto dovremo ancora aspettare perchè in Italia cessi questa scandalosa esclusione di una persona su dieci della reale popolazione dal primo diritto democratico, il diritto di voto senza del quale una democrazia non è una democrazia? (fonte: “Centro di ricerca per la pace e i diritti umani”)

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Legge elettorale: cambierà qualcosa?

Posted by fidest press agency su giovedì, 26 ottobre 2017

elezioniIl Senato ha approvato in via definitiva la legge elettorale. A marzo 2018, o quando sarà, voteremo con un sistema approvato meno di un anno prima della consultazione elettorale. Tempistica censurata dal Consiglio d’Europa, un’organizzazione cui l’Italia partecipa; ma ciò è il meno per i nostri governati e legislatori, abituare a vivere in “flagranza di reato”. Mettiamo da parte questo (non secondario) aspetto e tralasciamo pure le critiche su rappresentatività, governabilità, ecc. ecc. Scansiamo anche le simulazioni sulla composizione delle Camere, utili come i capezzoli del cinghiale maschio. Andiamo al sodo: che cosa cambierà? Poco, forse niente. Quello che serve è un cambio di rotta su una serie di argomenti che vengono tenuti vilmente in disparte: libertà economiche, testamento biologico, fine vita, diritto di cittadinanza, adozioni, legalizzazione delle droghe leggere, scioglimento del matrimonio, ecc. ecc. ecc. Temi che riguardano tutti e sui
quali bisognerebbe intervenire liberando le persone dal giogo dello Stato paternalista (o peggio, etico). Mutamenti dell’agenda politica che una legge elettorale può certamente aiutare; il cambiamento, però, non parte dalla legge, ma da chi le fa. E la situazione non è buona. La matita è pronta; speriamo, dubitando della speranza, di poterla usare per il meglio. (Alessandro Gallucci, legale, consulente Aduc)

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Legge elettorale e questione pregiudiziale

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 ottobre 2017

senatoAbbiamo votato a favore della Questione Pregiudiziale sulla legge elettorale perché questa legge impedisce ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti in Parlamento.
Il sistema elettorale, che domani purtroppo otterrà la fiducia del Senato, è strutturato in modo da garantire solo ai partiti di scegliersi i parlamentari. Questo sistema elettorale, che di fatto è il Raccomandatellum, elimina del tutto il potere del popolo, favorendo i soliti privilegiati funzionali ai capi di partito.Noi crediamo invece che sia indispensabile guardare in faccia gli elettori e chiederne il voto, dando la possibilità di esprimere le loro preferenze evitando di nascondersi dietro la designazione dei capi di partito spesso assenti dalle aule parlamentari. Lo dicono i Senatori Amidei e Piccoli (Gruppo Misto) in relazione al voto di oggi pomeriggio al Senato.

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Legge elettorale: una fiducia “usa e getta”

Posted by fidest press agency su sabato, 14 ottobre 2017

elezioniÈ una fiducia mal posta e malriposta quella che il governo ha chiesto e la Camera ha dato alla quinta legge elettorale degli ultimi venticinque anni? A parte ogni (inutile) commento sul ritmo di una diversa normativa ogni legislatura, vero e proprio record mondiale, la risposta è affermativa per entrambi i quesiti. Con una differenza sostanziale: mentre la scelta di mettere la fiducia è contestabile ma comprensibile, quella di votare un simile pasticcio, che non consente agli elettori né di selezionare i propri rappresentati né di determinare la vittoria di qualcuno, non trova scusante alcuna. Neppure quella del cinico egoismo, perché sarà un suicidio collettivo. Già, non ci sarà alcun vincitore alla prossime elezioni, e la nuova legge elettorale non solo non servirà ad impedirlo, ma favorirà l’impasse. Tanto che siamo pronti a scommettere che la Rosati “usa e getta” servirà una volta sola, poi nella prossima legislatura – che si preannuncia breve, o addirittura brevissima – saranno costretti a cambiarla, rafforzando così la nostra posizione nel guinness dei primati. Mixare il sistema proporzionale, che incentiva le identità, con quello maggioritario uninominale, che viceversa incoraggia e facilita le aggregazioni, finisce col favorire la confusione perché complica la possibilità di formare governi di coalizione, salvo non ricorrere a piene mani al trasformismo. Infatti, è assai improbabile, per non dire impossibile, che nell’attuale tripolarismo le aggregazioni che si realizzeranno in sede elettorale per la quota uninominale esprimano un vincitore, e dunque dopo le elezioni si sarà costretti, salvo non tornare subito alle urne, a lavorare a coalizioni diverse, che meglio si sarebbero potute formare se ci fosse stata una scelta netta a favore del proporzionale o del maggioritario. In tutti i casi gli esclusi saranno legittimati a gridare che le scelte degli elettori vengono tradite. Con ciò alimentando il circolo vizioso – in funzione da un quarto di secolo con crescenti risultati – dell’anti-politica. Dunque, sarebbe meglio andare alle urne con corte costituzionalequell’inguardabile accrocchio di due mozziconi di leggi chirurgicamente emendate dalla Corte Costituzionale chiamato “consultellum”? Certamente no. Intervenire era doveroso, come ha chiesto a più riprese il Capo dello Stato, sia per ripristinare il ruolo del Parlamento, cui spetta decidere con quale sistema si debba votare, sia per evitare una abissale differenza tra le modalità di voto di Camera e Senato, che rende assai probabile la formazione di maggioranze diverse tra un’aula e l’altra. Questo, però, non vuol dire che ci si debba accontentare di una legge purchessia. Purtroppo, il Parlamento non è stato capace di approfittare della (giusta) scelta del governo Gentiloni di chiamarsi fuori, lasciandogli campo libero. Prima ha cincischiato, poi ha abortito una brutta copia del sistema tedesco (che comunque sarebbe stato meno peggio di questo) e alla fine si è fatto imporre il voto di fiducia, messo non solo per evitare la guerriglia parlamentare dei 5stelle e di Bersani cui si sarebbe aggiunto il fuoco amico dei franchi tiratori – con 140 emendamenti sottoposti a scrutinio segreto i tempi sarebbero stati eterni e il logoramento politico sicuro – ma anche e soprattutto per tenere al riparo la legge di stabilità, ultimo e decisivo atto della legislatura. Certo che sarebbe stato meglio evitare il voto di fiducia, ma la responsabilità di questo atto inopportuno va data all’ignavia del parlamento e non all’arroganza del governo. Gentiloni ne avrebbe fatto molto volentieri a meno, ma ci è stato costretto. E comunque non è certo al presidente del Consiglio che va ricondotta la responsabilità del merito di questa pessima legge. Insomma, una mediocre pagina parlamentare mette il suggello ad una pessima legge, che procurerà più guai a chi l’ha partorita di quanto ne farà a coloro che ne sono l’obiettivo. La verità è che la politica e il sistema mediatico sono talmente alcolizzati di populismo che da tempo hanno smarrito il raziocinio quando si parla di questi temi. Per esempio, tutti reclamano un sistema elettorale che la sera del voto consacri un vincitore. Ma nessuno dice che c’è differenza tra governo e governabilità. Una legge che preveda un forte premio di maggioranza può sì assicurare che si faccia un governo, e subito, ma è altamente probabile, per non dire sicuro, che quel governo non esprimerà governabilità, perché il suo livello di consenso, e dunque il grado di rappresentanza del Paese, è troppo limitato, tant’è vero che ci è voluto un potente additivo per consentirgli di raggiungere una maggioranza che altrimenti non avrebbe avuto. E dovrebbe essere ovvio che avere un governo incapace di esprimere governabilità non serve a nessuno, tranne alla nomenclatura che ne godrà i benefici. E che, anzi, la frustrazione procurata ai cittadini dall’impotenza mostrata da chi è andato al governo finirà per procurare al Paese nuove dosi di anti-politica, alimentando quel circuito perverso che aveva portato al fatto che nessuno avesse voti sufficienti e che nessuna coalizione fosse stata costruita per tempo. Con la legge Rosato non si è avuto il coraggio di scegliere un additivo così potente da mettere comunque in condizione qualcuno di poter essere vincitore, ma neppure di optare fino in fondo per una modalità proporzionale – pur temperata, come quella in uso in Germania con innegabili risultati – che riconsegna con piena legittimità al Parlamento il compito di formare una maggioranza post elettorale, senza la pretesa – peraltro anti-costituzionale, anche se non è mai stata censurata come tale – di far indicare il nome del candidato premier sulla scheda illudendo l’elettore che lo sta scegliendo direttamente. L’inedita maggioranza Pd, Forza Italia e Lega ha creduto di costruire la ghigliottina per tagliare la testa al fantasma che li ossessiona, quello dei grillini che gli portano via Palazzo Chigi. Ma non è certo truccando i meccanismi che regolano la formazione della rappresentanza che si esorcizza quel fantasma. Anzi. ( Enrico Cisnetto direttore http://www.terzarepubblica.it)

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Meloni: No a rosatellum

Posted by fidest press agency su venerdì, 13 ottobre 2017

meloni«No al Rosatellum perché quella che ci propongono è una democrazia finta: gli italiani possono sì votare però il loro voto non deve contare niente. Gli italiani non possono scegliere il loro governo perché lo sceglieranno i partiti, non possono scegliere i loro parlamentari perché li sceglieranno i partiti. Addirittura alcuni italiani voteranno una lista ma finiranno per eleggere i parlamentari di un’altra lista che non volevano votare. Noi non ci stiamo alla democrazia finta»Lo ha detto interpellata dai cronisti a Montecitorio il presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni. Sulla posizione di Lega e Forza Italia che invece sono favorevoli al Rosatellum, la Meloni ha spiegato: «Ognuno fa le proprie scelte. Ho detto e ribadisco che noi siamo rimasti sulla nostra posizione. Abbiamo sempre chiesto un premio di maggioranza e il voto di preferenza, ovvero la libertà per i cittadini di scegliere il loro governo e il loro parlamentare. Gli altri non sono d’accordo e hanno fatto altre scelte. Ciò non toglie che noi siamo rimasti sempre dalla stessa parte».

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Legge elettorale: altro che porcellum

Posted by fidest press agency su venerdì, 13 ottobre 2017

elezioni1“C’è qualcuno che ha deciso di perdere e c’è qualcuno che ha già deciso quale è l’alleanza trasversale. Lo chiediamo anche ai nostri alleati”. Così Ignazio La Russa, deputato di Fratelli d’Italia, durante le dichiarazioni di voto sulla legge elettorale.“Questa legge elettorale – ha aggiunto La Russa – ha 4 gravissime magagne: la pecca più grave e insuperabile è quella di predeterminare la impossibilità di una maggioranza scelta dagli elettori. E’ una legge scelta scientificamente e tecnicamente studiata, affinché all’indomani delle elezioni fosse assolutamente impossibile che potesse nascere un governo scelto dagli italiani. Saranno ancora una volta le segreterie di partito a scegliere il governo a danno dei cittadini, favorendo magari i poteri forti, della grande finanza e delle grandi banche. Noi per evitarlo abbiamo proposto un premio di maggioranza ma ci avete risposto di no”.“La seconda – prosegue il deputato di Fdi – è l’aver bocciato il nostro emendamento sulle preferenze facoltative per i soli partiti che le avessero volute preferendogli ancora una volta le liste bloccate. Fdi non vuole decidere chi sono i propri eletti e li vuole far scegliere ai cittadini. Possibile che ci dovete obbligare a fare le liste bloccate? Perché voi volete le liste bloccate, dopo esservi sbracciati a dire che il Porcellum era Porcellum proprio per le liste bloccate. Questa legge non è un Porcellum ma un porcaio. Altra magagna poi, è non aver voluto mettere nella legge elettorale, la regolamentazione delle primarie, anche lì bocciando un nostro emendamento”.“Ultima magnagna – conclude La Russa – riguarda la SVP. Vi pare normale che tutte le ultime leggi elettorali continuino a prevedere un numero fisso per la SVP? Noi tutti dobbiamo giustamente fare campagna elettorale, noi tutti dobbiamo chiedere il voto ai cittadini spiegando loro il perché dovrebbero votare noi e non altri ma per la SVP non ce ne è bisogno. Ci pensa la legge. Una legge cucita su misura per cui tutti i parlamentari dell’Alto Adige sono della SVP tranne uno che verrà concesso al Pd in cambio del favore”.

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Legge elettorale: Il PD sfoglia la margherita

Posted by fidest press agency su giovedì, 14 settembre 2017

MARGHERITA“Il Partito democratico faccia chiarezza: vuole o non vuole fare la legge elettorale a partire da domani qui alla Camera? A luglio si è rimandato; a settembre, alla ripresa, si è rimandato di una settimana. Ora questa è la settimana cruciale per approvare il testo base in Commissione, per poi arrivare, entro il mese di settembre, in Aula a Montecitorio.Noi abbiamo detto di ripartire da dove si era lasciato, ossia dal ‘modello tedesco’, e di verificare tutte le sue possibili varianti. Che il Pd dica qualcosa. Se vuole andare avanti ed arrivare in Aula, oppure se getta la palla in tribuna, come temiamo”.Lo ha detto Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati, parlando con i giornalisti in sala stampa a Montecitorio.“Noi vogliamo che il Parlamento faccia una legge elettorale, che deve farsi con il massimo consenso possibile, non contro qualcuno, tanto meno contro il Partito democratico. Ma una legge elettorale in Parlamento va fatta. Il cosiddetto Consultellum non è una legge elettorale, sono due tronconi di due sentenze della Corte costituzionale di fatto inapplicabili, come ha detto il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella”.

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Legge elettorale cercasi

Posted by fidest press agency su martedì, 12 settembre 2017

elezioni1Roma. “Un Paese civile, sviluppato, una democrazia occidentale come l’Italia deve avere una legge elettorale degna di questo nome, deve avere un sistema di voto serio, che garantisca rappresentanza e governabilità, approvato dal Parlamento e non risultante da sentenze della Corte costituzionale. Per questi motivi Forza Italia già da mesi si impegna per tentare di richiamare tutte le forze politiche al senso di responsabilità che devono ai cittadini italiani, alle istituzioni e ai continui moniti del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella”.Lo scrive su Facebook Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati.
“La Commissione Affari costituzionali di Montecitorio, dopo lo stop chiesto ieri dal Partito democratico di Renzi, tornerà a riunirsi martedì pomeriggio. In mattinata i dem riuniranno i loro parlamentari e il centrodestra, come annunciato ieri, terrà una riunione tra le formazioni politiche della nostra area rappresentate alla Camera dei deputati.Per conto nostro ci impegniamo ad andare avanti con i lavori, partendo dal ‘modello tedesco’, e dialogando con tutti per trovare, presto e bene, una soluzione che trovi la più ampia condivisione possibile. Il centrodestra lavorerà per presentarsi con una posizione comune e ci auguriamo che anche il Pd possa trovare la quadra per ripartire con vigore e determinazione. Basta stop, basta perdite di tempo, basta tentennamenti.Dalla prossime settimana si lavori con serietà per portare un testo in Aula alla Camera entro la fine del mese, così come aveva stabilito prima della pausa estiva la conferenza dei capigruppo di Montecitorio. Tutti siano responsabili, nessuno scappi alle prime difficoltà”.

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Legge elettorale: si riprende la discussione in Parlamento

Posted by fidest press agency su venerdì, 8 settembre 2017

urne-voteSi ricomincia con la legge elettorale in Commissione Affari costituzionali alla Camera, e la situazione è molto chiara: il centrodestra unito vuole arrivare ad un testo base entro il 12 settembre ed andare in Aula per il voto entro la fine del mese, come deciso dalla capigruppo. Per quanto riguarda Forza Italia si riparte dal ‘modello tedesco’: un sistema che trasforma i voti in seggi, con o senza premio di maggioranza alla lista o alla coalizione”.Lo ha detto Renato Brunetta, presidente dei deputati di Forza Italia, parlando con i giornalisti in sala stampa a Montecitorio “Si tratta di ripartire da dove avevamo sospeso per andare avanti e fare una buona legge elettorale su cui tutti sono concordi, per poi passarla al Senato in maniera tale che ci sia l’approvazione definitiva entro l’anno.Ci sono tutti i tempi utili per arrivare con una buona legge elettorale alle elezioni nel 2018. A questo punto vedremo cosa faranno il Pd di Renzi ed il Movimento 5Stelle di Grillo: in fondo il ‘modello tedesco’ è una proposta che a giugno è stata già votata dai quattro più grandi gruppi parlamentari e che ha avuto solo un incidente in Aula. Chiediamo al Pd e al M5S di confermare o meno il loro atteggiamento. Da parte di Forza Italia e del centrodestra c’è la determinazione a fare una buona legge elettorale in Parlamento e nel più breve tempo possibile”.

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Riprende il dibattito sulla legge elettorale

Posted by fidest press agency su lunedì, 4 settembre 2017

elezioniSulla legge elettorale “la base era ed è il modello tedesco. Abbiamo lavorato molto nel corso degli ultimi mesi puntando su un sistema a base proporzionale. C’era un accordo con Pd e M5s, ma poi sappiamo come è andata a finire. Volevamo tornare a discuterne anche a luglio ma poi il Partito democratico di Renzi ha deciso di rimandare tutto a settembre”. Così Renato Brunetta, presidente dei deputati di Forza Italia, intervistato da ‘Tempi’.
“Le regole – ha aggiunto l’esponente azzurro – si scrivono tutti insieme. Renzi lo ha ribadito più volte ma poi qualcosa non ha funzionato, e tra cinquestelle e franchi tiratori del Pd la riforma elettorale è naufragata”. Comunque, i tempi per riformare la legge elettorale “ci sono. Iniziamo con i lavori in Commissione il 6 settembre e già il 12 potremmo avere un testo base. In teoria, sempre se si trova un accordo tra tutte le forze politiche, entro fine settembre possiamo anche votare la legge elettorale alla Camera. Non so se Pd e M5s ci stiano. Noi – ha concluso – siamo pronti”.

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Per fare la legge elettorale manca solo il PD

Posted by fidest press agency su mercoledì, 2 agosto 2017

elezioni“Siamo d’accordo con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: una legge elettorale serve, serve che la faccia il Parlamento, e serve che la si faccia presto e bene con il consenso di tutti i maggiori gruppi parlamentari, di tutti i partiti”.Lo ha detto Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati, parlando con i giornalisti in sala stampa a Montecitorio.“Un modello c’è, è quello tedesco, si riparta da questo e si veda se a settembre c’è il consenso più ampio possibile.Io sono ottimista, il centrodestra sta lavorando per avere una sua proposta a partire dal modello tedesco, spero che anche il centrosinistra abbia un’attitudine simile e non sia diviso. Il Movimento 5 stelle aveva già dato l’ok al modello tedesco, quindi da questo punto di vista sono ottimista, purché si lavori presto e bene, con lealtà senza giochi e giochetti da parte di nessuno”.

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Legge elettorale e i franchi tiratori del PD

Posted by fidest press agency su lunedì, 12 giugno 2017

camera deputati“Forza Italia esce vincitrice morale” dall’affondamento della legge elettorale, “per il senso di responsabilità dimostrato portando la croce mentre altri deliravano”. Così Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati, in un’intervista a “La Verità”.Sull’emendamento sul Trentino “noi siamo stati così seri da aver votato tutti contro, tranne l`onorevole Biancofiore – che aveva ragione – e un paio di dissidenti fisiologici”. Michaela “era autorizzata a votare per ragioni di libertà di coscienza. L`unica deroga era per lei. Ho fatto il consigliere comunale a Bolzano per due mesi, so di che parlo”.Lei aveva capito che si andava nel burrone? “Sinceramente? All`inizio, no. Dopo il voto sulle pregiudiziali, sì”. Di chi è la colpa principale? “Dei tacchini democratici. Di quelli convinti di finire come tacchini nel forno. Per colpa della fregola di andare a votare: quasi ottanta, glielo posso dimostrare. Allora: togli gli oppositori legittimi: togli gli alfanidi, togli i fratelli di Giorgia, i sinistri, un po` di magmatici incerti o civici nel misto… I quattro partiti dovevamo avere comunque 430-440 voti. Fatta un po` di tara dovevi stare a 400. Il problema è che fin dai primi voti eravamo già 320-317, cioè in emergenza! E i franchi tiratori erano quasi tutti dentro il Pd”.Come si spiega un esercito di franchi tiratori del Pd? “La fretta di andare a votare ha fatto crescere il mal di pancia e l`istinto di autoconservazione contro le elezioni anticipate”. Perché proprio nel Pd? “Il Pd senza premio prende 210 seggi: ne restano fuori 70-80”.

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Legge elettorale e “inciuci” partitici

Posted by fidest press agency su sabato, 10 giugno 2017

elezioni1«Siamo fieri che grazie alla battaglia di Fratelli d’Italia contro le liste bloccate e i parlamentari nominati il M5S sia stato costretto a mettere in discussione la sua posizione di sostegno a questa pessima legge elettorale. Ora chiediamo ai grillini di andare fino in fondo e di dire che se non ci saranno le preferenze non voteranno la legge elettorale, altrimenti significa che stanno continuando a prendere in giro gli italiani.Se la legislatura arriva al termine? Credo che ormai, comunque vada, si andrà a votare in tempi abbastanza rapidi. Il vero tema, però, è un altro: penso che i partiti dicano una cosa ma ne vogliano un’altra. Perchè se Renzi, Salvini e Grillo dichiarano di essere favorevoli alle preferenze e in questa legge elettorale le preferenze non ci sono o sono tutti sotto ricatto di Berlusconi, oppure in realtà non le vogliono ma vogliono le liste bloccate di nominati». È quanto ha dichiarato interpellata dai giornalisti alla Camera il presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, a margine della discussione in aula sulla legge elettorale.

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Legge elettorale: fallimento maggioranza di governo

Posted by fidest press agency su venerdì, 9 giugno 2017

camera deputati“Due spettri si aggirano alla Camera: il fallimento politico di Renzi e il fallimento dei 4 leader che hanno sottoscritto un patto che si è liquefatto in poche ore. Con due incredibili anomalie rappresentate da un mortificante intervento di Forza Italia che ha esposto il suo petto a difesa dell’ormai salma di Renzi e dall’ostinazione con la quale il partito di Alfano persegue nel sostegno dei suoi carnefici. Questi due fallimenti impongono solo una strada: quella del voto immediato. Ci si può giungere con il Consultellum oppure con una correzione tecnica all’Italicum secondo le indicazioni della Corte per la quale si impiegherebbero pochi giorni. Si sciolgano dunque al più presto le Camere e si consenta agli italiani di scegliere una nuova maggioranza e un nuovo governo”.
È quanto ha dichiarato il capogruppo di Fratelli d’Italia-Alleanza nazionale Fabio Rampelli intervenendo in aula sul rinvio in commissione della legge elettorale.

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