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Lettera aperta a Nello Musumeci: Il Comitato NO discarica

Posted by fidest press agency su martedì, 27 agosto 2019

Centuripe (Sicilia). Egregio Presidente Nello Musumeci. A scriverle è il comitato NO discarica #restiamopuliti, un paese intero, Centuripe e tante persone che vivono vicino Muglia. Del nostro caso ne hanno ampiamente parlato i telegiornali, la carta stampata, i media.
La società Oikos ha acquistato diverse centinaia di ettari di terreno nel nostro territorio, in C.da Muglia, per costruire un’imponente piattaforma per i rifiuti. Un progetto che devasterebbe la nostra terra e renderebbe insignificante un luogo dalla bellezza fuori dal comune. Abbiamo fatto di tutto per impedire questo progetto: assemblee pubbliche; manifestazioni; un Manifesto firmato da quasi 3500 persone tra i quali intellettuali, giornalisti e personalità della cultura; un petizione popolare firmata da quasi 3000 persone per chiedere alla nostra amministrazione ed alle istituzioni di apporre il vincolo storico-paesaggistico in C.da Muglia; abbiamo inoltrato, attraverso SiciliAntica, un dossier alla Soprintendenza con richiesta di vincolo ambientale, storico e archeologico.Ci siamo impegnati per far conoscere la storia millenaria di Centuripe e la bellezza del suo territorio. Recentemente anche l’ex direttore degli Uffizi ha visitato il nostro paese, dal quale ha lanciato, insieme a noi, la richiesta di vincolo per Muglia.Gentile Presidente, noi siamo convinti che il vincolo non costituisca un impedimento per lo sviluppo del nostro territorio ma uno strumento di tutela e di valorizzazione. A chiederlo non siamo solo noi: sono i nostri antenati greci e latini che hanno lasciato tesori come i Vasi Centuripini, custoditi nei più importanti Musei del Mondo; sono i nostri nonni minatori che per decenni hanno estratto a Muglia lo zolfo, area dove sono ancora presenti i resti di una delle Miniere più imponenti della Sicilia; sono i nostri contadini che a Muglia hanno coltivato (e ancora coltivano) grani antichi e agrumi pregiati, e che hanno lasciato, in eredità, più di venti masserie storiche, una di queste ha ospitato Goethe durante il suo viaggio in Sicilia. A chiederlo sono le specie rare di uccelli come aquile e falchi pellegrini che sul monte Pietraperciata vivono e si riproducono. A chiederlo infine è la bellezza del paesaggio, costituito da colline di creta, tra le più belle dell’isola, punteggiate da antiche case rurali e poco distante da surreali colline calanchitiche.
Questo territorio il compianto Sebastiano Tusa lo conosceva bene, poco prima della scomparsa aveva anche dichiarato, con una nota pubblicata sul sito della Regione, di aver avviato la pratica di vincolo.Ora Signor Presidente ci rivolgiamo a lei, chiedendole un incontro. Vorremmo farle conoscere il nostro territorio, la nostra storia; vorremmo che comprendesse il nostro orgoglio e la nostra fierezza nel difenderlo.Vorremmo discutere con Lei del vincolo, della tutela e della salvaguardia di questo angolo prezioso della Sicilia. Siamo convinti che comprendendo la sua “speciale natura” ci aiuterà anche Lei a salvaguardarlo, sappiamo quanto Lei ami la nostra terra e quanto si stia battendo per essa.
Certi di incontrarLa al più presto e poterLa ringraziare per la sua disponibilità, le porgiamo i saluti.

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Lettera aperta di un ergastolano ai senatori a vita

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 maggio 2018

L’Associazione Liberarsi onlus, che ha sempre sostenuto la campagna contro il carcere a vita, sta organizzando un nuovo giorno di digiuno nazionale per il 26 giugno 2018, data a cui l’ONU dedica una giornata alle vittime della tortura. Abbiamo scelto questa data perché, a 31 anni dall’entrata in vigore della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura, i governi del mondo utilizzano ancora metodi, rudimentali o sofisticati, di tortura per estorcere informazioni, ottenere confessioni, mettere a tacere il dissenso o semplicemente come forma di punizione, come nel caso della pena dell’ergastolo, che mura vive le persone senza neppure l’umanità di ammazzarle. Credo però sia il momento di presentarmi: sono un condannato alla pena dell’ergastolo (o alla Pena di Morte Nascosta, come la chiama Papa Francesco), in carcere da ventisette anni. Attualmente sono in regime di semilibertà, esco al mattino e rientro alla sera in carcere. Durante il giorno svolgo attività di volontariato in una struttura della Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da Don Oreste Benzi, che mi sta dando la possibilità di rimediare (ovviamente, parzialmente) al male fatto in passato, ma il mio fine pena rimane nell’anno 9999. Io, però, sono l’eccezione che conferma la regola, perché la stragrande maggioranza dei miei compagni uscirà dalla cella solo cadavere. Da più di un quarto di secolo sono un attivista della campagna “Mai Dire Mai” per l’abolizione della pena senza fine, documentata nei siti http://www.liberarsi.net e http://www.carmelomusumeci.com, dove fra l’altro, in quest’ultimo, si trova una proposta di iniziati-va popolare per l’abolizione della pena dell’ergastolo. Tra i Primi Firmatari vi sono anche i compianti Margherita Hack, Umberto Veronesi e Stefano Rodotà, oltre a Maria Agnese Moro, Don Luigi Ciotti, Giuliano Amato, Bianca Berlinguer, Massimo D’Alema, Gino Strada, la famosa pianista Alessandra Celletti e tanti altri.Onorevoli Senatori, crediamo che la condanna a essere cattivi e colpevoli per sempre sia una pena insensata perché non c’è persona che rimanga la stessa nel tempo. Senza un fine pena certo, all’ergastolano rimane “solo” la vita, ma la vita senza futuro è meno di niente. Ci creda, con la pena dell’ergastolo è come se la vita diventasse piatta perché non si possono fare progetti per il giorno dopo, né per quello successivo. Per l’ergastolano il tempo è scandito come una clessidra: quando la sabbia è scesa, la clessidra viene rigirata…e questo si ripete incessantemente, fino alla fine dei suoi giorni. Imprigionare una persona per sempre è toglierle tutto, con questa condanna non si fa più parte degli esseri umani. Purtroppo con l’ergastolo la vita diventa una malattia. Ma la cosa più terribile è che l’ergastolo non ti uccide subito, ma ti fa diventare solo un corpo che beve la morte a sorsi, nell’oscurità e nel silenzio, e vivere diventa peggio che morire. Gli ergastolani più fortunati riescono a crearsi giorno dopo giorno un mondo interiore, costruito sul sale di tutte le loro lacrime. Non si ha più presente, né futuro, ma solo il passato. Con la condanna all’ergastolo la vita non vale più nulla, perché è morta anche la speranza. Si potrebbe dire che l’ergastolano non vive, mantiene in vita solo il suo corpo. E ogni giorno in meno è sempre un giorno in più di pena. Molti non sanno che la pena dell’ergastolo lascia la vita, ma divora la mente, il cuore e l’anima. La maggioranza delle persone è contraria alla pena di morte, ma con la pena capitale il colpevole soffre solo un attimo, con l’ergastolo invece il condannato soffre tutta la vita. Spesso mi chiedo se questa forma di “vendetta”, che nulla ha a che fare con la giustizia, possa soddisfare qualcuno, comprese le vittime dei reati che abbiamo commesso.
Onorevoli Senatori, se riterrete di rispondere saremo lieti di rendere pubbliche le vostre parole, e saremmo davvero felici se partecipate con noi alla giornata di digiuno nazionale del 26 giugno 2018 contro la pena dell’ergastolo. (Carmelo Musumeci)
la lettera è indirizzata ai senatori a vita: Giorgio Napolitano, Mario Monti, Elena Cattaneo, Renzo Piano, Carlo Rubbia e Liliana Segre.

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Lettera aperta a Lettori ed Autori

Posted by fidest press agency su venerdì, 12 gennaio 2018

libriQuest’anno come ormai molti sanno cade il decimo anniversario della Casa Editrice che io ed alcuni amici stiamo cercando di portare avanti occupandoci quasi esclusivamente di poesia ed eventi. Nel tempo abbiamo cavalcato, devo dire prendendoci non di rado asprissime critiche, desideri di innovazione e cambiamento. Dal dire all’Autore facciamo editing, cioè quello che mi mandi lo voglio discutere prima di pubblicare, al facciamo eventi proponendo anche autori di altri Editori, al facciamo gli open-mic per far venire sti benedetti poeti agli eventi e così, incontro dopo incontro, formarli, alla recentissima evoluzione dell’open-mic in richiesta di scrittura su determinati testi e/o tematiche fino all’utilizzo delle piattaforme di Crowdfunding per pubblicare i libri e agli eventi ormai quasi didattici sulla Poesia, o agli incontri ciclici per fare cultura su determinati territori, paesaggi umani come direbbe un amico artista, abbiamo cercato anno dopo anno di far maturare un ambiente che veramente rischiava di vedere l’Editore di Poesia come un semplice stampatore deresponsabilizzato.A volte ci siamo riusciti, altre volte meno. Con orgoglio però posso dire che alle critiche per le novità che di certo non stavamo inventando noi ma semplicemente riproponendo, ristrutturando secondo le regole editoriali, sono corrisposte vere e proprie copie di quello che stavamo facendo. Non che sia una cosa strana in Editoria né nel mondo odierno. Un mondo alla fidget spinner dove le idee funzionano due mesi poi vengono talmente saturate dalle copie e riproposizioni che perdono d’interesse, di qualità, d’efficacia.Ma non è ovviamente solo questo il problema. L’Editoria purtroppo è una realtà che ha le medesime lentezze di un dinosauro. Sa essere resistente ma non vuole evolversi e piange il rischio d’estinzione. E quando parlo di Editoria non sto intendendo semplicemente l’Editore ma l’insieme di tutta la filiera umana attorno al libro. Un Editore non esiste senza Autore e viceversa. Un Editore non esiste senza Lettore e viceversa. E nel mondo editoriale un Autore non esiste senza Lettore e viceversa (altra cosa sarebbe se guardassimo solo le opere che possono ben esistere senza Lettore almeno per un determinato periodo di tempo). Osservando in questa prospettiva l’Editoria ci rendiamo conto che sussiste una percezione condivisa e accettata che è la medesima di trent’anni fa.
Parliamo ad esempio della distribuzione: grandissimo problema della piccola Editoria. E restiamo nell’ambito dell’Editoria di Poesia dato che è l’ambito di chi vi scrive, e resto convinto che bisogna sempre parlare di ciò che si conosce. Una delle domande più classiche che mi vengono fatte è se abbiamo distribuzione. Che sia un Lettore o un Autore la domanda è sempre la medesima. E la risposta che posso dare è ovviamente si, abbiamo un Distributore e ci appoggiamo e determinate realtà. Ma questa è una risposta di trent’anni che ignora i cambiamenti che hanno portato e costruito le dinamiche dell’oggi.Vorrei allora chiedere all’Autore e al Lettore: a cosa vi serve sapere che il libro x (vostro o non vostro) è presente nelle librerie di settore (perché parliamo di Poesia) che non esistono nemmeno più perché voi i libri non li andate a comprare, li volete solo lì? A cosa vi serve quando potete accendere lo schermo del vostro telefonino e aprire Facebook, Instagram, Twitter o Google o andare nel sito dell’Editore che è anche un negozio oppure semplicemente aprire le vostre mail, a volte addirittura whatsapp, per avere davanti i libri? Oggi il Lettore non deve più andare in libreria a cercare le opere perché è l’Editore stesso che va a casa sua e gli dice che ha pubblicato quell’opera. E questa è distribuzione che passa attraverso la promozione. Ed è efficace per il settore della Poesia perché crea luoghi ben definiti, identità riconoscibili dove sai che lì trovi quello che cerchi e anche quello che ti sorprenderà. È sostanzialmente il nuovo negozio di settore che non ti obbliga a prendere l’auto per raggiungerlo ma ti arriva in mano con tutto un apparato di contenuti aggiuntivi (foto degli eventi, recensioni e via dicendo).Parliamo poi degli eventi. Noi come Samuele Editore facciamo dai 2 ai 6 eventi al mese. Dipende dai mesi. Bene, dovete sapere che se a un incontro vengono quattro persone (capita, parliamo di Poesia) io venderò due copie. Se vengono dieci persone io venderò due copie. Se vengono trenta persone probabilmente io venderò sempre solo due copie. E non importa quanti chilometri su e giù per l’Italia io avrò fatto in auto o in treno per quell’evento, quanti soldi avrò speso in spostamenti, alberghi, ufficio stampa, io con due copie dovrò coprire tutte le spese. Questo non è solo sbagliato, è profondamente ingiusto e la responsabilità di questo non è dell’Editore ma del Lettore.In Italia vogliamo tutto gratis, lo sappiamo bene. Ma se il Lettore non compra i libri dell’Editore quest’ultimo non potrà stare in piedi. Ecco allora che se un Editore propone un evento sarebbe non solo educato ma addirittura doveroso acquistare il libro presentato secondo la formula mi è piaciuto l’evento te lo dico comprando il libro. Così facendo l’Editore potrà fare anche l’evento dopo e l’evento dopo ancora. Perché continuare a fare eventi che sono puntualmente una perdita economica non ha senso.Gli Autori e i Lettori vogliono gli eventi e questo è comprensibile. Esistono realtà che pagano gli Autori per presentare e non fanno pagare il biglietto al Lettore per vedere. Ma sono solo due o tre Fondazioni in Italia che riescono ad attrarre fondi e sponsorizzazioni tali da poterselo permettere. E due tre casi significa che sono un’eccezione. Poi ci sono le associazioni che a volte ci riescono a spot. Quando capita capita.Quello che vorrei quindi dire all’Autore e al Lettore è che la responsabilità di un libro di Poesia non è solo dell’Editore o dell’Autore ma anche del Lettore. Perché un Editore di Poesia è un imprenditore che deve sottostare ai doveri di un’impresa ma non può seguirne le regole. Certo mi si potrebbe obiettare che vengono stampati talmente tanti libri di Poesia che non si sa più quali comprare. Questa è una scusa che funzionava dieci anni, e su questa considerazione noi abbiamo fatto la Samuele Editore. Oggi ci sono Editori di Poesia non solo bravi ma ottimi. Quelli che fanno ricerca, che scelgono, che formano, che spingono gli autori non per la loro vendibilità ma per la loro qualità. E sono visibili, conoscibili e conosciuti perché tutto oggi è a portata di mano. Ma hanno bisogno di Lettori per essere in grado di portare avanti un dialogo culturale che, ripeto, non è una responsabilità esclusivamente del singolo ma va intesa come una realtà collettiva dove ognuno deve fare la sua parte. Dove l’Autore studia per scrivere opere di qualità, l’Editore sceglie e matura Autori ed opere, e il Lettore mette in condizioni l’Editore e le opere di esistere.Senza questo ragionamento restano le scelte dei pochi, le lobbies, le edizioni puramente commerciali di cui poi tutti si lamentano.

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Lettera aperta ai politici che siedono in Parlamento e agli esseri umani di buona volontà

Posted by fidest press agency su martedì, 15 agosto 2017

camera deputati“Egregi signori, inviando questa lettera sono consapevole di compiere un peccato di “presunzione” e uno di logica ben sapendo che non si parla di corda in casa dell’impiccato. Ma io sono un peccatore e non me ne vogliano. Dopo l’assolutismo della monarchia e dei nobili, dopo il potere temporale dei papi, l’assetto istituzionale compì un significativo passo in avanti con Lo spirito delle leggi (L’esprit des lois) nel quale Montesquieu tracciò la teoria della separazione dei poteri. Partendo dalla considerazione che il “potere assoluto corrompe assolutamente”, l’autore analizza i tre generi di poteri che vi sono in ogni Stato: il potere legislativo (fare le leggi; parlamento), il potere esecutivo (indicare le linee politiche e operare le scelte conseguenti; governo, amministrazione pubblica) e il potere giudiziario (attuare concretamente le norme giuridiche; magistratura). Condizione oggettiva per l’esercizio della libertà del cittadino, è che questi tre poteri restino nettamente separati. Ora dobbiamo fare una riflessione in più alla luce degli accadimenti che dal XIX secolo si sono portati sino ad oggi. Il punto fermo resta “l’assolutismo” che cacciato dalla porta principale dell’edificio che si chiama “democrazia compiuta” ogni tanto tenta di ritornare passando dalla finestra. Questa intrusione non sempre è favorita dall’oscurità della notte ma a volte avviene alla luce del sole e servendosi delle stesse armi della democrazia. Così è nata, si è maturata e si è conclusa drammaticamente la rivoluzione francese, quella russa, le dittature di destra dal nazismo al fascismo e molte altre rivoluzioni locali. Non sono mancate nemmeno gli atteggiamenti ipocriti di democrazie che hanno predicato nei loro paesi la libertà, la giustizia, l’uguaglianza e hanno esportato l’esatto contrario con le logiche colonialistiche tra il XIX e i primi anni del XX secolo per poi sostituire questi comportamenti favorendo l’assunzione al potere nelle ex-colonie di personaggi corrotti e facilmente ricattabili e ripagati, per i loro servigi, con lauti conti in banche estere, in forniture di armi di distruzione di massa e limitandosi a proteste verbali e formali ai loro genocidi etnici e tribali e alla violenza privata e pubblica dei loro sgherri per gli oppositori o supposti tali. Questa tecnica, ai giorni nostri, si è resa persino più sfacciata e arrogante permettendo agli eserciti d’invadere e schiacciare il potere dei “re travicello” se essi mostravano una loro indipendenza cercando a loro volta di ricattare “i potentati economici e finanziari occidentali” con l’arma del terrorismo, della nazionalizzazione delle fonti energetiche, e con la gestione degli stessi a proprio piacimento e senza dividere gli immensi profitti con quelli che si ritenevano i loro padroni. Così sta diventando una farsa sempre più marcata l’idea che l’occidente sia una “democrazia compiuta”. Corriamo il rischio di un imbarbarimento della società mondiale dietro i falsi idoli del consumismo, del capitalismo, dei facili arricchimenti, del potere esercitato con la violenza o con leggi inique che distruggono di fatto lo stato sociale, istituzionalizzando la povertà e l’emarginazione. Questi segnali li avvertiamo un po’ ovunque e sono inquietanti e subdoli. Lo sono in quanto cercano di influenzare l’immaginario popolare con l’idea che le istituzioni non funzionano, che sono irrimediabilmente alla deriva. Si afferma che il Parlamento, come istituzione, e i parlamentari come artefici del suo funzionamento, non si identificano più con i loro elettori producendo leggi contrarie all’interesse generale del paese e fungendo da cassa di risonanza delle malefatte di un esecutivo piegato ai soli voleri dei “poteri forti” che potremmo chiamare clientelari, lobbistici e per ottenere voti di scambio. E la corruzione diventa il denominatore comune di tutti i tre i poteri concepiti da Montesquieu e con essa lo stesso disfacimento dello Stato stabilendo un nuovo dominio attraverso una rivisitazione storico-giuridica del significato “democrazia compiuta”. In termini più globali possiamo dire che è in atto una vera e propria selezione della specie dove su sei miliardi di abitanti solo poche centinaia di milioni appartengono alla razza eletta e il resto è spazzatura. Sono i rifiuti che i media a volte ci rappresentano con le povertà estreme dei paesi del cosiddetto terzo mondo o con le nostre povertà, forse meno traumatiche, ma altrettanto dolorose e ancor più stridenti se vi è chi dorme sotto le arcate dei ponti o nelle bidonville e si confronta quotidianamente con l’opulenza delle grandi città e devono, per guadagnarsi il pane quotidiano, chiedere un obolo al passante e persino rubare per sopravvivere. Questo scenario torbido e immerso nelle nebbie della nostra cultura che sta navigando a vista e con evidente difficoltà tende sempre più a non farci distinguere con serenità il buono dal cattivo, l’utile dall’inutile, i valori dai disvalori per cui siamo portati a fare di tutta l’erba un fascio. Confondiamo spesso la spiga di grano dalla gramigna che gli cresce accanto e nella scelta, che non siamo più capaci di fare, condanniamo in toto il sistema, ci chiudiamo in noi stessi, guardiamo gli altri con diffidenza se non con ostilità e odio. E questi altri potrebbero essere i nostri amici e salvatori ma non dovremmo stupirci più di tanto. E’ nella storia di tutti i tempi che la nostra cecità spirituale ci espone ai mancati riconoscimenti, o a quelli tardivi e a distruggere con il male anche il bene. Questo accade anche negli uomini che rappresentano le istituzioni. Stiamo dunque toccando il fondo? Non riusciamo più ad alzare la testa? E in questo nostro reclinare ci portiamo tutto e tutti indifferentemente come l’inevitabile e inafferrabile destino che rende la nostra vita ebeti e agnostici? Siamo dunque arrivati al capolinea? Siamo alla soluzione finale? La risposta ancora una volta ci soccorre guardando il nostro passato. Tutte le volte che la situazione diventava disperata vi era sempre qualcuno capace di aprire il pertugio della speranza. La possiamo definire in tanti modi da quella cristiana a quella di altre professioni di fede compreso chi ha dato alla fede una risposta laica e aconfessionale. Sta di fatto che è stata capace di non estinguere la specie, di farci risorgere dalle macerie preservando sotto un cumolo di cenere quella timida fiammella che si nutre di noi e ci spinge ad alzare la testa, a osservare il creato e a specchiarsi in esso. Ma qual è il nutrimento che tiene vivida una fiamma che il tempo e gli elementi dovrebbero spegnere? E’ la ricerca del buon pastore che raccoglie il gregge e lo conduce nella stalla, è la ricerca dell’anacoreta che si è rifugiato negli anfratti di una boscosa montagna, è la ricerca del saggio che vive inascoltato, è la ricerca dei buoni che sono le vittime del silenzio e dell’anonimato, è la ricerca delle persone che sapranno sconfiggere la logica dei numeri. Questo è il motivo per il quale mi apro al dialogo, cerco di comunicare per condividere insieme i valori che sono alla base del nostro vivere civile e di poterli, insieme, contrapporre con forza e convinzione ai quanti si sono persi dietro alle suggestioni, ai miraggi, alle illusioni. D’altra parte i messaggi possono avere la loro forza solo in virtù di chi li diffonde e essere in tanti in quella che potrei chiamare “catena della solidarietà” è il solo valido percorso per farsi ascoltare e per creare un vasto movimento d’opinione. E’ un’autorevolezza che si può ottenere solo in due modi: dal ruolo istituzionale e carismatico del singolo e dai gruppi e la loro trasversalità. (Riccardo Alfonso direttore Centro studi sociali e politici della Fidest da “Lezioni di politica”)

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Lettera aperta agli Amici che votano No

Posted by fidest press agency su domenica, 4 dicembre 2016

grillo1renato-brunettaCari Amici, prima di tutto Vi suggeriamo di non incoraggiare due tentazioni che, temiamo, avrà il cosiddetto “fronte del No” se dovesse prevalere, specie con un buon margine. Una è quella di maramaldeggiare, invocando “vendette, tremende vendette”. L’altra è quella che qualcuno dell’eterogeneo gruppo di soggetti che hanno sostenuto il No – la “accozzaglia”, come li ha definiti Renzi con la consueta eleganza – tenti di intestarsi la vittoria. Che, se sarà, non potrà con tutta evidenza che essere di nessuno. Non fosse altro perché almeno una di queste forze, il Movimento 5 Stelle, coltiva in segreto la speranza non tanto che vinca il Sì in quanto tale, ma che la conseguenza del Sì sia il mantenimento in vita dell’Italicum, modalità di voto fatta apposta per spianare a Grillo la strada verso la vittoria alle politiche.Dopodiché, si tratta di capire quale sia stata la motivazione principale che Vi ha indotto a scegliere di bocciare le riforme costituzionali. Potreste averlo fatto – com’è il nostro caso – semplicemente perché le riforme non vi piacciono e tantomeno vi piace il “purchessia”, anche se riconoscete che l’intento di ammodernare la Costituzione è sacrosanto e che alcune delle motivazioni di fondo delle riforme renziane – semplificazione delle procedure istituzionali, rafforzamento degli strumenti che garantiscono maggiore governabilità e ricentralizzazione di funzioni ora decentrate – sono corrette d'alemaancorché maldestramente perseguite. In questo caso vale ciò che abbiamo suggerito agli Amici che votano Sì: occorre invocare subito un’Assemblea Costituente. Potreste invece aver votato No, perché non volete nemmeno sentire parlare di modifiche alla Costituzione, che avete elevato a rango di inviolabile tabernacolo. In questo caso non abbiamo alcun suggerimento da darVi: siamo su sponde diverse destinate a non poter trovare alcun punto di mediazione. Perché un conto è voler tutelare la nostra Carta fondamentale da ferite inferte dal dilettantismo riformatore e sostenere che quel tipo di riforme richiedono momenti di condivisione e non di lacerazione, e altro è sostenere che abbiamo la Costituzione migliore del mondo e scagliare anatemi a chi osa soltanto pensare di sfiorarla. Amen.Infine, potreste aver fatto la Vostra scelta per ragioni (anche o solo) di natura più strettamente politiche. In questo caso a spingervi possono essere state due le motivazioni, solo apparentemente simili tra loro. La prima è che abbia prevalso se non l’odio, quantomeno una fortissima valutazione negativa su Renzi e il suo governo, magari accompagnato dal (pre) giudizio circa la sua iniziale ascesa al potere avvenuta senza la benedizione del voto popolare. Insomma, con il No volete cancellare dalla scena politica il giovanotto toscano. Per carità, scelta rispettabile e per alcuni versi comprensibile – d’altra parte Renzi è uno che non prevede il pareggio nel suo approccio alla politica, e dunque è dividente per definizione – ma che rischia, nel suo essersi diffusa e in qualche modo provocata dallo stesso oggetto dei Vostri strali, di portare acqua al mulino della sponda opposta. Inoltre Renzi, per quanto abbia commesso errori – e davvero molti ne ha fatti, di cui alcuni imperdonabili, specie se derivanti dal suo ego espanso e da una fin troppo evidente bramosia di potere – rimane pur sempre un protagonista da cui è difficile pensare di prescindere. Se poi lui reagirà ad un’eventuale sconfitta in modo scomposto o se nel Pd dovesse aprirsi una resa dei conti da cui uscisse perdente tanto da preferire altre strade, allora la sua giubilazione avrà altre cause che non quelle, stupide e sterili, della vendetta.La seconda motivazione è invece “moderata”: avete riserve sulle politiche concretamente messe in atto dal governo Renzi, non vi piacciono le sue riforme costituzionali né il modo con cui ha gestito il referendum, ma non per questo lo volete al patibolo. Anzi, ritenete che la “lezione” non potrà che fargli bene, costringendolo a qualche atto di modestia e spingendolo a fare senza volpi sotto l’ascella quel patto con Berlusconi che è, allo stato, l’unica modalità con cui portare a termine la legislatura. Ecco in questo caso, Vi chiediamo di vigilare perché il No ragionevole prevalga, nelle conseguenze del voto, su quello irragionevole.Se invece pensate che tutto questo non Vi quadra, allora potete sempre restare a casa, e godervi la domenica.Buon “dopo voto” a tutti.(By Enrico Cisnetto direttore http://www.terzarepubblica.it)

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Lettera aperta agli Amici che votano Sì

Posted by fidest press agency su domenica, 4 dicembre 2016

Palazzo chigi1Cari Amici, prima di tutto Vi suggeriamo di diffidare del trionfalismo che l’eventuale vittoria del Sì quasi certamente comporterà, morbo di cui – temiamo – Renzi sarà il primo ad essere affetto. Occorre evitare – e abbiamo ragione di credere che una parte importante di Voi elettori del Sì coltiviate questa preoccupazione – che il presidente del Consiglio si svegli il 5 mattina novello Napoleone, come già fece all’esito delle elezioni europee, quando rigonfiando il petto commise l’errore di credere che quel 40,8% preso dal Pd, pur essendo inferiore come numeri di voti assoluti rispetto al precedente risultato conseguito da Bersani alle politiche, significasse l’avere in mano il Paese. Se c’è un prima (incoraggiante) e un dopo (deludente) che divide i mille giorni a palazzo Chigi di Renzi, il confine è situato proprio in quel lunedì 26 maggio 2014, e non è il caso di ripetere l’esperienza due anni e mezzo dopo.In particolare, è opportuno che si allontani dalla testa di Renzi e dei suoi la tentazione di far discendere dall’esito favorevole del referendum l’idea di non più cambiare l’Italicum, nonostante gli impegni assunti, e di andare il più velocemente possibile ad elezioni politiche. Se, come probabile, la Corte Costituzionale di fronte alla vittoria del Sì circoscriverà i suoi rilievi, Renzi sarà tentato lasciare intatta, se non per modifiche marginali, la legge elettorale – sbagliata – che lui stesso ha voluto così proprio dopo l’ubriacatura delle europee. Finendo per spalancare le porte di palazzo Chigi ai populisti (grillini più leghisti, che siamo pronti a scommettere si ritroveranno presto alleati), cioè favorendo proprio quell’esito politico del referendum più nefasto che, siamo sicuri, è stata la prima delle ragioni che Vi hanno indotto a scegliere il Sì.Siccome in questi mesi non abbiamo trovato nessuno che difendesse la qualità intrinseca delle riforme costituzionali (neanche gli autori) e neppure che giustificasse la scelta a favore del Sì per il merito di quei cambiamenti – di cui non si scorge nessun impatto epocale nonostante intervengano su quasi la metà degli articoli della seconda parte della Costituzione – è lecito di conseguenza ritenere che il Vostro sia un voto politico, in nome della stabilità e per la paura del vuoto politico- istituzionale che temete la vittoria del No possa produrre. Ma questo, a maggior ragione, Vi deve indurre a pretendere tre cose, dopo aver generosamente concesso il Vostro Sì. Primo: che nessuno osi dire che a primavera 2017 si vota. Secondo: che l’Italicum va rottamato e che si faccia una legge elettorale che consenta di sbarrare la strada ai populisti (noi proponiamo il modello tedesco, ma l’importante è evitare i pasticci e i velleitarismi). E se questo significa rifare un patto del Nazareno con Berlusconi, ben venga, salvo che questa volta deve essere rigorosamente alla luce del sole. Terzo: che si apra una vera fase costituente. Infatti, consapevoli che le riforme andranno riformate perché malfatte (Senato) e completate perché largamente incompiute (titolo V), si deve finalmente scegliere di convocare un’Assemblea Costituente dove riscrivere – senza furia ma neppure senza tabù e riserve – la Costituzione, prima parte compresa.Se pensate che tutto questo non Vi sarà mai concesso, allora cambiate idea e, se siete ancora in tempo, votate No.(By Enrico Cisnetto direttore http://www.terzarepubblica.it)

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Lettera aperta al Si e al No e agli indecisi per le crisi di coscienza dell’ultimo minuto guardando al dopo voto

Posted by fidest press agency su domenica, 4 dicembre 2016

Enrico Cisnetto, “Cortina InConTra”

Enrico Cisnetto

(By Enrico Cisnetto direttore http://www.terzarepubblica.it). Poche ore e sapremo. Meno male, perché non se ne poteva più. È da aprile che non si parla d’altro che del referendum. Sembra che da questo voto dipenda il presente e il futuro dell’Italia. E invece dipendono principalmente le sorti di qualcuno e quelle di chi avversa quel qualcuno. È una partita a somma negativa, perché il 5 dicembre ci ritroveremo con i vecchi strutturali problemi, quelli che ci portiamo dietro da decenni e che per mistificazione e rimozione collettiva fingiamo che non esistano o, peggio, raccontiamo di averli già risolti. Problemi che lunedì saranno ancora qui, tali e quali. Anzi, più gravi di prima. Per questo ci permettiamo di rivolgerci – attraverso due lettere aperte – a tutti coloro che hanno già deciso per il Sì e per il No, per rammentare loro cosa dovrebbero pretendere se il voto che avranno espresso prevarrà. Agli indecisi, invece, non avendo la pretesa di suggerire come votare, sollecitiamo tre brevi riflessioni. La prima: comunque vada, sono ben altri i nodi da sciogliere, e non sarà la prevalenza del Sì o del No che potrà allentarli, i nodi del nostro declino. La seconda: se non avete chiaro lo specifico e i dettagli delle riforme oggetto del referendum, non cadete nell’errore di credere che una riforma valga l’altra e che una qualunque riforma (nella fattispecie questa) sia meglio dello status quo. Insomma, aderite solo se siete davvero pienamente convinti: con la Costituzione niente cambiamenti purchessia. L’esempio offerto da Romano Prodi, con il suo “aderisco per la mia storia, anche se la riforma è una schifezza”, ci dispiace dirlo, ma non è affatto edificante e mortifica proprio la dimensione dell’uomo. Terza e ultima riflessione: se con il voto, faticando ad entrare nel merito, volete invece esprimere un giudizio politico generale, fatelo guardando a quel che è stato fin qui, compresa la decisione di schierare il governo su una materia che non dovrebbe essere di sua pertinenza (Piero Calamandrei ammoniva che quando in Parlamento si parla di questioni costituzionali i banchi dell’esecutivo dovrebbero rimanere rigorosamente vuoti) e la follia di tenere bloccato il Paese per un anno su Italicum e referendum. Così come non vi fate infinocchiare da fantasiosi pronostici di quel che accadrà nell’uno o nell’altro caso. Perché in entrambi i casi non succederà niente di decisivo. Salvo che il Paese si risveglierà il 5 mattina sfibrato da una campagna elettorale fuori misura e controllo, diviso artificiosamente e impaurito per l’incosciente evocazione di chissà quali conseguenze la consultazione avrebbe prodotto. Con il presidente Mattarella caricato della responsabilità di tranquillizzare, ridimensionare, ricucire, riaggregare.

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Coisp: lettera aperta al capo della polizia

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 maggio 2016

franco gabrielli“In questi anni è mancato un Capo vero che ci aiutasse a difendere i Poliziotti, che avesse a cuore le loro legittime aspettative e richieste di attenzione e giustizia. Oggi però siamo convinti, ma soprattutto lo vogliamo tutti quanti, che tale Capo sia arrivato”.
E’ questo il “cuore” della lettera che Franco Maccari, Segretario Generale del Coisp, Sindacato Indipendente di Polizia, ha scritto al Prefetto Franco Gabrielli, neo Capo della Polizia, per porgere il benvenuto e l’augurio ad un uomo che la maggioranza dei Poliziotti aveva sperato fortemente fosse investito del delicato incarico, come ampiamente dimostrato dal risultato del sondaggio che il Coisp ha lanciato nei mesi scorsi.
E nella missiva Maccari ripercorre molti dei passaggi dell’apprezzatissimo discorso tenuto da Gabrielli nel corso della cerimonia per il suo insediamento e per la Festa della Polizia, per ribadire la vibrata speranza che davvero lui sia l’uomo del cambiamento rispetto a una realtà che ha visto il progressivo ed incalzante deterioramento del rapporto fra gli Appartenenti al Corpo e la stessa Amministrazione di riferimento, nonché una gravissima compromissione delle prerogative del Sindacato. “È realtà, infatti – si legge nella lettera sottoscritta da Maccari – che da anni il ruolo primario del Sindacato, che è quello di ottenere per i propri iscritti condizioni di lavoro migliori e migliore trattamento economico, viene distratto dalla necessità di vigilare sulle continue violazioni di norme e leggi seppur consolidate anche da anni, sui comportamenti di vari dirigenti che, nella più totale indifferenza del Dipartimento della P.S. (spesso addirittura vile complice) continuano con protervia ad ignorare i diritti dei poliziotti arrivando finanche a palesi violazioni di leggi di Stato con comportamenti che, non di rado, sarebbero sanzionabili per responsabilità quantomeno disciplinari. Una continua serie di violazioni di norme poste deliberatamente in atto con l’unico disegno di umiliare il personale: questa da anni e sino ad oggi è stata la Polizia di Stato. Una insistente volontà di negare le prerogative del Sindacato e la pretesa, manifestata vessandone platealmente e di continuo i propri rappresentanti, di assoggettarlo per impedirne lo svolgimento delle peculiari funzioni. È l’irrinunciabile conquista della Riforma dell’81 che finora doveva essere eliminata per impedire che i Poliziotti, attraverso i propri Rappresentanti Sindacali, denunciassero l’inadeguatezza e l’incapacità di non pochi individui ai quali non dovrebbe essere consentito di indossare la divisa della Polizia di Stato: questa da anni e sino ad oggi è stata la nostra Amministrazione”.
E poi ancora: “Se chi rappresenta l’Amministrazione a così altissimi livelli crede di poter bistrattare il personale ed infischiarsene del Sindacato, Le lasciamo immaginare cosa da anni succede nei vari Uffici di Polizia di tutt’Italia, Le lasciamo immaginare come da anni il Dipartimento è stato parte attiva di disinteresse e prepotenze nei riguardi dei Poliziotti”.
“Queste sono le ‘cose che possono essere cambiate’ e che devono essere cambiate!” è l’epilogo del Segretario Generale del Coisp, che poi torna sull’auspicio proprio e di tutto il Sindacato Indipendente: “siamo certi che predisporrà il Dipartimento di cui Lei adesso è il Capo in maniera che gli uomini e le donne della Polizia di Stato non debbano ancora continuamente avere a che fare con un’Amministrazione predisposta alla continua negazione dei loro diritti e delle loro esigenze anche quando è assolutamente possibile concederli, ma che possano finalmente contare, almeno dentro l’ambiente lavorativo, su quella tranquillità di cui hanno bisogno per espletare le peculiari funzioni cui sono obbligati, per espletare quella ‘missione’ che Lei ci ha ricordato”.

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Lettera aperta ad Alemanno su vittime civili

Posted by fidest press agency su venerdì, 22 ottobre 2010

Apprendo dalla stampa che è Sua intenzione intitolare una piazza alla signora romena Maricica Hahaianu, deceduta a seguito della lite avuta col giovane italiano alla stazione metro Anagnina; l’assessore comunale  alle scuole annuncia di volerle intitolare una prossima struttura.  Vista la sensibilità dell’amministrazione comunale, intendo ritornare su una grave ingiustizia che ha colpito il vigile urbano Bruno Montesi, deceduto a seguito di un gesto di altruismo e coraggio, per salvare una vita umana, che da 30 anni aspetta un degno riconoscimento ufficiale. Era il 1° marzo 1980, una pattuglia di motociclisti della polizia municipale romana transitava alle 17,10 su Ponte Garibaldi, l’agente Bruno Montesi, classe 1949, vide una donna in acqua nel Tevere dibattersi tra i flutti per reggersi a galla; noncurante dei rischi, Montesi non esitò a gettarsi nelle acque putride del fiume, riuscendo con veloci bracciate  ad afferrarla e portarla a riva, salvandole la vita. Dopo un po’ di tempo l’eroico vigile si ammalò di leptospirosi, dimagrendo in poco tempo 12 kili, ma, per portare lo stipendio alla famiglia, rientrò per un breve periodo in servizio, purtroppo la malattia ebbe il sopravvento, i medici gli asportano parte del fegato, ma le cure non servirono a salvargli la sua di vita ed il 24 Novembre 1981 morì, a soli 32 anni. Il Comune ha  conferito la medaglia d’argento al valoroso dipendente, ma non ha fatto altro per dimostrare riconoscenza all’eroe Bruno Montesi, non gli ha intitolato nulla, per farlo ricordare per sempre come esempio di altruismo e di grande coraggio civico alle nuove leve, non gli è stata neanche riconosciuta la causa di servizio e nonostante le richieste dell’associazione dei vigili urbani, non è stato lasciato il posto di lavoro ad un altro suo familiare.   Solamente l’ARVU rinnova delle edizioni alla sua memoria con rassegne d’arte di quadri, affinché il ricordo di questo gesto d’amore possa continuare a vivere per sempre; purtroppo dopo 30 anni solo i vigili pensionati o prossimi alla fine della carriera conoscono bene questa storia, mentre in una Città normale Bruno Montesi dovrebbe essere  inserito in un  Libro d’Oro dei Ricordi e tramandato e fatto conoscere a tutti i cittadini romani, per continuare ad amare questo nostro fratello sfortunato. A Roma abbiamo avuto nelle stazioni ferroviarie altre vittime di brutali aggressioni, quali la ragazza Vanessa Russo e la signora Giovanna Reggiani, ma, per loro, non c’è spazio neanche per intestare un giardinetto di un parco pubblico. Mi auguro che il nostro Sindaco metta riparo a queste “dimenticanze” (Consigliere Massimo Inches)

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