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Quotidiano di informazione – Anno 30 n° 299

Posts Tagged ‘libertà’

Turchia: libertà per Selahattin Demirtas

Posted by fidest press agency su lunedì, 7 maggio 2018

L’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) si appellata urgentemente alla comunità internazionale e in particolare all’Europa affinché si impegni per l’immediata liberazione del leader politico di opposizione Selahattin Demirtas. Leader del partito democratico pro-kurdo HDP, Demirtas è stato nominato dal suo partito come candidato presidenziale per le elezioni anticipate del 24 giugno. Il partito HDP (Partito democratico dei popoli) rappresenta le forze moderate della grande comunità kurda in Turchia, si è sempre impegnato per il dialogo con il governo turco, per una soluzione politica della questione kurda in Turchia, per la libertà di culto di tutte le fedi presenti nel paese, come Cristiani, Aleviti e Yezidi, nonché per la parità dei diritti linguistici, culturali e politici di tutti i gruppi etnici della Turchia, tra cui appunto i 15 milioni di Kurdi.Al contrario, per la soluzione della cosiddetta questione kurda, il governo del presidente Erdogan punta sulla repressione sanguinosa e sembra voler mantenere a tutti i costi il potere. Così, nel 2015 Erdogan aveva inizialmente riavviato la guerra contro i combattenti kurdi del PKK ma dopo le elezioni dello stesso anno, in cui l’HDP aveva ottenuto uno storico successo che impediva a Erdogan di governare da solo, il presidente turco ha fatto arrestare e incriminare diversi parlamentari del HDP, tra cui Selahattin Demirtas.In carcere dal 3 novembre 2016 con l’accusa di terrorismo, il politico kurdo sta affrontando diversi processi e rischia fino a 142 anni di carcere. Secondo quanto riportano diversi mezzi di informazione, il fatto che la sola nomina di Demirtas abbia messo in agitazione i rappresentanti del partito governativo islamico AKP dimostra che Erdogan non è affatto così sicuro di una sua vittoria schiacciante. La liberazione di Demirtas e la possibilità di un governo turco moderato, democratico e interessato a costruire tramite il dialogo politico una convivenza pacifica tra i gruppi etnici, linguistici e culturali del paese dovrebbe essere nell’interesse dell’Europa, motivo per cui la comunità internazionale deve impegnarsi per l’immediata liberazione di Demirtas.Bisogna però anche tenere conto del fatto che difficilmente in Turchia si svolgeranno elezioni corrette e democratiche. Nel 2016 il governo ha dichiarato lo stato d’emergenza, tuttora valido, e sono stati arrestati più di 7.000 membri dell’HDP, tra cui dirigenti e rappresentati eletti. Complessivamente negli scorsi due anni in Turchia sono state arrestate più di 100.000 persone, tra cui sindaci, parlamentari, scrittori e scienziati. Circa 120.000 impiegati, procuratori e giudici sono stati licenziati, sono stati chiusi 2.000 istituti scolastici e quasi 200 mezzi di informazione, tra cui 15 media kurdi. I giornalisti incarcerati sono almeno 149 e continua la repressione delle minoranze etniche e religiose come quelle dei Kurdi, degli Aleviti e Yezidi, dei Cristiani, Armeni, Assiro/Aramei e dei Greci.

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La guerra doganale degli Usa. Perché e dove ci porta, in economia e libertà

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 aprile 2018

La guerra doganale che l’amministrazione del presidente Usa Donald Trump ha intrapreso (essenzialmente contro acciaio e alluminio cinesi nel suo Paese) dovrebbe coinvolgerci marginalmente, vista l’esenzione che ci e’ stata concessa (a noi Ue, insieme a Messico, Canada, Australia, Brasile, Argentina e Corea del Sud) dal nostro alleato di oltre Atlantico. Dovrebbe che, mai come in questo caso, e’ una declinazione al condizionale usata di rito. Nei fatti, siccome il mondo e’ ormai una girandola che, dal punto di vista economico e non solo, difficilmente si puo’ fermare, e’ garantito che le ritorsioni Usa ci cascheranno addosso, anche se non immediatamente.Non ci stupiamo piu’ di tanto, visto l’avanzare di istanze politiche protezioniste e nazionaliste (anche anti Ue, nel nostro piccolo territorio europeo). Che, a nostro avviso, se fossero spiegate al di la’ degli effetti immediati sulla bocca dello stomaco degli elettori, farebbero ricredere non pochi consensi verso questa sorta di filosofia che, in nome del “tutto e subito”, fa lo struzzo nei confronti delle nostre vite future e, soprattutto, nei confronti di quelle dei nostri figli e nipoti. In termini economici e in termini di sicurezza e liberta’.La questione necessita’ di approfondita e chiara analisi, levandosi tutti i paraocchi e pregiudizi. Quanti sono disposti a farla e a renderla fruibile anche ai piu’ riottosi e distratti? Quest’opera di informazione, da parte di coloro (analisti e politici) che riescono a guardare oltre la soglia del proprio uscio, c’e’ intenzione di farla, anche se questo potrebbe comportare non essere sulla cresta dell’onda di quella che (soprattutto a livello di informazione) sembra essere la causa giusta del momento? Qui cerchiamo di farlo, ovviamente, per grandi linee e, piu’ che altro, con spunti, suggerimenti, provocazioni e auspici.
Due, tra i tanti, sono gli aspetti che consideriamo: sicurezza e alimentazione (e non solo).
Sicurezza. Dovunque sentiamo dire che siamo invasi (soprattutto dagli immigrati piu’ o meno clandestini) e che la nostra sicurezza e’ costantemente in pericolo. Ma i reati sono in calo, con tendenze in diminuzione di ben oltre il 20% . Lo stesso dicasi per la corruzione. La fortuna politica di non pochi vincitori delle ultime elezioni politiche si basa su un assioma che viene ripetuto a cantilena: siamo un Paese corrotto. Ma i dati statistici non sono proprio in questo senso , e sta accadendo che la corruzione sopravvalutata ci sta portando alla delegittimazione della politica auspicando, con un fair play leggero quanto macabro, anche periodi (fino a quando? E chi decide?) di sospensione delle nostre liberta’ individuali acquisite pur di concedere ai presunti designati di fare le pulizie senza intoppi.
Alimentazione (e non solo). Prendiamo spunto da un articolo che abbiamo pubblicato sul web di Aduc dove, tra altre informazioni su frutti e verdure, si spiega anche come i dazi doganali hanno la loro importanza negli scambi commerciali e, di conseguenza, influiscono sulle scelte dei consumatori. Acciaio ed alluminio (la materia primaria del contendere da cui siamo partiti) che si muovono tra Cina e Usa, non sono lontani, e soprattutto non e’ lontana la ricaduta dei loro prezzi e scambi su tutta una serie di prodotti: vagheggiare sul fatto che i nostri (Italia e Ue) rapporti col resto del mondo possono anche eludere cio’ che accade in Usa, e’ -per l’appunto- vagheggiare, scambiare alcuni desideri per realta’. Ci rendiamo quindi conto di quale disastro economico e politico ci sarebbe con la riabilitazione di tutti quei muri doganali che negli ultimi secolo abbiamo cominciato a far crollare? C’e’ qualche autarchico disposto, per esempio, a fare a meno (o ad acquistare a prezzi piu’ alti) prodotti di consumo come grano (le importazioni dal Canada, se non ci fossero, avremmo grossi problemi), vari tipi di frutti e verdure, componenti assemblati o da assemblare dell’elettronica, abbigliamento, etc? E poi (qui ci viene anche da ridere…) ci sono anche quelli che vorrebbero i muri doganali anche con Francia, Spagna. Germania… cioe’ tutti quei Paesi dell’Ue nei confronti dei quali oggi le dogane non esistono piu’. Per fare un esempio banale: adoriamo gustare le migliaia di varianti dei pecorini italici, ma abbiamo altrettanta adorazione verso le migliaia di camembert et similia della Francia, e ci teniamo di poterlo continuare a fare non dovendoli trattare come prodotti di lusso. E altrettanto vale per i nostri parmigiani, pecorini e prosciutti oltre le Alpi. (Vincenzo Donvito, presidente Aduc)

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“Psoriasi: scopri la tua pelle e ritrova la libertà”

Posted by fidest press agency su sabato, 31 marzo 2018

La campagna patrocinata dall’Associazione per la Difesa degli Psoriasici (A.DI.PSO.) e dalle Società Scientifiche ADOI (Associazione Dermatologi-venereologi Ospedalieri Italiani e della Sanità Pubblica) e SIDeMaST (Società Italiana di Dermatologia medica, chirurgica, estetica e delle Malattie Sessualmente Trasmesse), vuole incoraggiare le persone con psoriasi a parlare con il proprio dermatologo, la figura di riferimento in grado di aiutarle nell’affrontare al meglio la malattia.La novità di questa edizione è il numero verde 800 949 209: un call center gratuito, attivo dal lunedì al venerdì, dalle 9.00 alle 17.00, tramite cui gli utenti possono ricevere informazioni sul Centro Psoriasi più vicino a casa e indicazioni pratiche sulle modalità di prenotazione di una visita dal dermatologo. Il sito http://www.lapelleconta.it si arricchisce di nuovi contenuti sulla patologia e su come affrontarla al meglio.
“Grazie ai continui progressi della ricerca clinica oggi ci sono nuove modalità di intervento per la gestione e il trattamento della malattia – commenta Francesco Cusano, Presidente ADOI -. Compito del dermatologo è, fra gli altri, sviluppare un dialogo con il paziente che si fondi sulla reciproca fiducia e consenta quindi alla persona con psoriasi di condividere le aspettative per una qualità di vita migliore”.“Novartis ha lanciato questa campagna in sinergia con l’associazione di pazienti e le società scientifiche – aggiunge Angela Bianchi, Head of Communications, Patient Relations & Public Affairs di Novartis –. Riteniamo, infatti, sia fondamentale continuare a costruire insieme iniziative di questo tipo per coniugare l’innovazione scientifica all’ascolto attivo delle esigenze del paziente”.
La psoriasi è una patologia cutanea comune, infiammatoria e non contagiosa, che colpisce oltre 125 milioni di persone in tutto il mondo.Esistono diversi tipi di psoriasi2. La psoriasi a placche che, con il 90% dei casi, rappresenta la forma più diffusa di questa patologia, si presenta sotto forma di chiazze rosse in rilievo – coperte da uno strato bianco/argenteo di cellule cutanee morte – che sono spesso pruriginose e dolorose e possono screpolarsi e sanguinare. Queste macchie – o placche – si sviluppano con maggiore frequenza sul cuoio capelluto, sulle ginocchia, sui gomiti e sulla parte bassa della schiena.Più di un terzo delle persone affette da psoriasi a placche soffre di una forma da moderata a severa, che può essere difficile da trattare. I sintomi della patologia sono considerati di entità da moderata a severa quando è interessato oltre il 10% della superficie corporea, o quando sono coinvolte zone sensibili o in vista del corpo – come le mani o i piedi (psoriasi palmo-plantare) o il viso – con un notevole, conseguente impatto sulla qualità della vita.

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Turchia: Articolo 21, Fnsi, No Bavaglio lanciano petizione per libertà giornalisti Alpay e Altan

Posted by fidest press agency su martedì, 16 gennaio 2018

turchia giornalisti imprigionatiIstanbul. Articolo 21, Federazione nazionale della stampa, la rete No Bavaglio hanno lanciato una petizione su Change.org per chiedere l’immediata liberazione del giornalista Şahin Alpay e dell’economista e editorialista Mehmet Altan per i quali la Corte Suprema della Turchia l’11 gennaio 2018 ha disposto il rilascio dopo aver giudicato incostituzionali le motivazioni del loro arresto. Il Tribunale penale di Istanbul e il governo turco hanno però contestato la sentenza e i giudici di riferimento dei casi di Alpay e Altan hanno deciso di non autorizzarne la scarcerazione.
“Ci troviamo di fronte ad un vero e proprio abuso, una forzatura incostituzionale che non è accettabile – si legge nella petizione destinata al presidente Recep Tayyip Erdogan sottoscritta anche da Arci, Cild, Diritto e libertà, Sinoi e con adesioni internazionali, tra cui Pen International – Siamo molto preoccupati per la repressione nei confronti dei media attuata in Turchia che sta assumendo i contorni di una deriva liberticida con l’imposizione del silenzio alla libera stampa e alla libertà di pensiero con arresti di intellettuali, giornalisti, attivisti, avvocati, magistrati, insegnanti”. Articolo 21, Fnsi, NoBavaglio promotori di questa petizione, chiedono a tutte le associazioni di giornalisti e alle organizzazioni per i diritti umani a prendere una posizione ferma contro questa grave violazione dei diritti della categoria dei giornalisti, ma anche di decine di migliaia di cittadini turchi oggetto di una vera e propria persecuzione.
The Constitutional Court 11th January considered unconstitutional the reasons behind the arrest of the journalist Sahin Alpay and the economist and columnist Mehmet Altan and ordered the release.
However, the judges of the Criminal Court in Istanbul decided not to authorize their release until the judgment was published.
We are faced with a real abuse, an unconstitutional forcing that is not acceptable.
We are very worried for the repression against the media initiated by President Erdogan, who assumed the outlines of a liberticidal drift with the imposition of the silence to free press and freedom of thought with arrests of Intellectuals, journalists, activist, lawyers, magistrates, teachers.
Articolo 21, Fnsi, No Bavaglio, Diritto e libertà ask all organizations of journalists and human rights to take a firm stand against this very serious violation of the rights of the category of journalists but also of tens of thousands of Turkish citizens.
We call for the immediate release of our colleagues and we hope that the judgment of the Cosituzionale court may represent the basis for a new case-law which favours the release of others journalists pending trial for the same charges in Turkey.

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Israele è l’unica certezza per la libertà di tutti a Gerusalemme

Posted by fidest press agency su lunedì, 11 dicembre 2017

gerusalemmedi Giulio Meotti e riportato da Emanuel Baroz. Gerusalemme è stata divisa solo per diciannove anni. Ecco che cosa accadde dal 1948 al ’67. Per la prima volta in un millennio di storia non rimase un solo ebreo nella Città vecchia. Fu un Isis ante litteram.
Nel gennaio 1964, quando Papa Paolo VI vi arrivò per la prima, storica visita di un pontefice nella moderna Gerusalemme, la città era divisa dal filo spinato. Si chiamava “kav ironi”, la linea arbitraria di divisione della città. I cecchini giordani erano piazzati sui tetti, mentre i campi minati erano ovunque nella “no man’s land”, in ebraico “shetah hahefker”, lunga sette chilometri. L’unico passaggio fra le due parti della città, quella israeliana e quella giordana, era attraverso la celebre Porta di Mandelbaum, dal nome dei coniugi Esther e Simcha Mandelbaum, proprietari della casa dove passava il confine. C’erano quartieri, come Abu Tor, con case che avevano un ingresso nella sezione giordana e uno in quella israeliana. I muri dividevano la città anche dentro le abitazioni. Ma mentre Paolo VI e il suo entourage furono in grado di attraversare liberamente Gerusalemme per pregare nei luoghi religiosi cristiani, israeliani ed ebrei potevano solo guardare dall’altra parte del filo spinato le mura della Città vecchia e, là sotto, sognare il Muro del pianto, il luogo più sacro al mondo per l’ebraismo. Allora, quando la Città vecchia era Judenrein, nessun Papa o Palazzo di vetro ha mai chiesto “l’internazionalizzazione di Gerusalemme”. Quando altri tre pontefici (Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco) sono tornati a far visita a Gerusalemme, hanno trovato una città aperta a tutte le tre religioni, senza barriere, né fili spinati, né cecchini, né campi minati o discriminazioni su base religiosa. Una città dove chiunque può venire a pregare e omaggiare il proprio Dio. E’ facile imbattersi oggi in musulmani salafiti arrivati dall’Arabia Saudita per visitare la Spianata delle moschee. Ora che gli Stati Uniti si sono decisi a riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele, da più parti si riscopre un’ansia di ridividere quella città.
La storia dimostra non soltanto che una grande città divisa non funziona (Nicosia, Berlino, Belfast per citarne alcune). Ma soprattutto che il migliore destino di una città mista come Gerusalemme è quello di essere garantito soltanto dagli ebrei, per due motivi. Il primo è che il pluralismo funziona soltanto in una democrazia e Israele è l’unico paese democratico in una mezzaluna che va dal Nord Africa fino all’Asia minore. La seconda è che il rispetto delle minoranze non esiste nel mondo arabo-islamico.
Adesso si vorrebbero riportare le lancette della storia a quel terribile periodo, i diciannove anni perduti di una Gerusalemme atterrita e buia. E che divisa non deve tornare a esserlo più. (Fonte: Il Foglio, 9 Dicembre 2017)

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Voglia di pace, di libertà, di giustizia

Posted by fidest press agency su domenica, 15 ottobre 2017

corte europea giustiziaIl profondo senso della sofferenza al cospetto di una morte ingiusta, prematura, strappata agli affetti più cari rappresenta il dramma umano più grande ma anche più inspiegabile. E’ un dolore che a volte non ha lacrime perché riesce a restare all’interno e forse è ancora più angoscioso perché è stordimento, è rabbia, è impotenza. Vi sono, tuttavia, circostanze ancora più assurde come il morire per la pace, la libertà e la giustizia. Termini che hanno attraversato l’intera storia dell’umanità, hanno avuto i loro martiri e hanno lasciato un segno della capacità di soffrire, in una sfida estrema per dare ai valori un significato indelebile nella storia dell’umanità. Quei valori che noi respiriamo, sentiamo, gustiamo perché sappiamo che sono figli della ragione, della giustizia e della libertà. Oggi piangiamo questa progenie che ha pagato con la vita un ideale e vorremmo che fossero gli ultimi perché dovremmo imparare che non si deve morire per valori condivisi, per ideali che tutti noi dovremmo riconoscere e rispettare e osservare. Non vi possono essere passioni più grandi e più nobili nel cammino dell’umanità verso la costruzione di una società evoluta, affrancata dal bisogno, ricca di contenuti volti alla ricerca del bene e del rispetto per il nostro simile, per la natura. Questi martiri nati da una fede che li accomuna e che ci accomuna stanno lì immoti a indicarci una strada che non abbiamo saputo percorrere, che abbiamo resa insicura oscurati dalle nostre passioni, dall’odio che ci ha accecati, da un’ideologia aberrante e persino da una religiosità negatrice dei suoi valori più nobili. Tutte le volte che ci tocca salire su questo sacrario si accende in tutti noi una luce, quella della speranza per un mondo migliore. La speranza ha bisogno di chi lo alimenti con esempi, con la voglia di mutamenti, di crescita civile e spirituale. Cerchiamo d’imparare da questo dolore per segnare la nostra esistenza con un impegno più attivo, più presente, più responsabile e più attento e partecipato affinché parole come libertà, giustizia e pace, non siano solo espressioni retoriche, ma sappiano esserci compagne fedeli per la vita e che sappiano indicarci la buona spiga dalla gramigna e avere la forza e la determinazione d’estirpare il male per lasciare che il bene trionfi. Sarà il giorno in cui non parleremo più di pace, di giustizia e di libertà poiché esse sono diventate un patrimonio di tutti e tutti sapranno rispettarle. E sarà anche il giorno in cui nessuno morirà per esse. (Riccardo Alfonso)

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Eutanasia tra “omicidio” e “pietà”

Posted by fidest press agency su giovedì, 10 agosto 2017

Le mie elle al di...Tempo fa Renato Pierri Scrittore ed ex docente di religione mi ha scritto una lettera per sottoporre alla mia attenzione il problema delicato e complesso dell’eutanasia. “Intanto – mi precisa – è importante informare non credenti e credenti, ecclesiastici compresi, che si ostinano a definire omicidio l’eutanasia, che la Chiesa stessa non considera l’uno e l’altra alla stessa stregua. Per rendersene conto basta confrontare due passi del Catechismo. Al n. 2268: “Il quinto comandamento proibisce come gravemente peccaminoso l’omicidio diretto e volontario. L’omicida e coloro che volontariamente cooperano all’uccisione commettono un peccato che grida vendetta al cielo”. Riguardo, invece, all’eutanasia, al n. 2277: “Essa è moralmente inaccettabile”. C’è una notevole differenza. In genere la posizione della Chiesa su questi problemi si basa su un’errata interpretazione di alcuni passi delle Scritture. Molti ecclesiastici lo sanno, ma non possono parlare, giacché la Chiesa può riconoscere gli errori del passato, ma non quelli attuali. I passi in questione si trovano nell’Antico Testamento: “Sono io che do la morte e faccio vivere” (Dt 32,39); “Il Signore dà la morte e dà la vita, fa scendere agli inferi e ne fa risalire” (1Sm 2,6). La Chiesa si appella a versetti come questi per affermare: “La vita e la morte dell’uomo sono, dunque, nelle mani di Dio, in suo potere”; “Morire per il Signore significa vivere la propria morte come atto supremo di obbedienza al Padre, accettando di incontrarla nell’«ora» voluta e scelta da lui, che solo può dire quando il cammino terreno è compiuto (cf Evangelium vitae). Ora, se c’è un Dio creatore ed una creazione, è ovvio che questa dipenda da Dio, ma non è altrettanto ovvio che sia Dio a “decidere” di dare la vita e la morte ad ogni individuo. Il concetto non solo non trova seria rispondenza nelle Scritture, ma è contraddetto dalla ragione e dalla nostra esperienza. Si pensi ad un concepimento a seguito di stupro, agli aborti spontanei, alle morti premature, accidentali, ecc. Non possiamo pensare che sia Dio a prendere simili “decisioni”. Che idea dovremmo farci del Creatore? Non possiamo basarci sul versetto della Bibbia che più ci fa comodo, per sostenere le nostre tesi. Altrimenti, per sostenere ad esempio che Dio è vendicativo e violento, potremmo ricorrere ai versetti che seguono immediatamente il verso citato del Deuteronomio: “Quando avrò affilato la mia spada folgorante, e la mia mano si accingerà al giudizio, farò vendetta dei miei avversari, ripagherò quelli che mi odiano. Inebrierò le mie frecce di sangue, la mia spada divorerà la carne: sangue degli uccisi e dei prigionieri, teste dei principi nemici”. E’ lo stesso Dio che parla, e nello stesso contesto. Le citazioni bibliche non devono contrastare né con la ragione né con lo spirito del Vangelo. La posizione della Chiesa sarà allora in sintonia col Vangelo? Neppure per sogno. Gesù ci dice: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi” (Gv 15, 12). Ora, per portare un esempio limite, non si vede come si realizzi questo amore nel caso di un neonato portatore di malattia gravissima ed incurabile, allungandogli di qualche giorno o di qualche settimana la vita. Ma perché dobbiamo pensare che debba provvedere Dio a togliere dalla sofferenza un malato senza speranza, e non piuttosto che sia proprio Dio ad affidarne all’uomo la responsabilità?” (Riccardo Alfonso dal libro: “Le mie Elle al Di ” edito su Amazon)

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Poliziotto aggredito con il coltello, immigrato subito in libertà

Posted by fidest press agency su venerdì, 21 luglio 2017

pianese“Un sistema in cui la vita di un Servitore dello Stato vale poco o nulla, in cui chi si aggira armato in mezzo alla strada menando fendenti e aggredendo un poliziotto torna tranquillamente in libertà, in cui una persona che non ha i requisiti per restare in Italia viene espulsa sulla carta ma rimane nel paese ancora e ancora senza che si riesca ad ottemperare ai provvedimenti dell’Autorità, con ciò dimostrando che ancora una volta alle parole non seguono i fatti per chi delinque, è un sistema che davvero dimostra di non meritare i nostri quotidiani sacrifici. Si aspetta con assoluta nonchalance che ci scappi il morto ammazzato dall’ennesimo soggetto già ben noto alle Forze dell’Ordine che non si trova in carcere o non è stato espulso, cosa che si è già verificata in Italia. E’ davvero vergognoso”. Domenico Pianese, Segretario Generale del Coisp, Sindacato Indipendente di Polizia, commenta indignato la decisione di scarcerare con il solo obbligo di firma il 31enne della Guinea che tre giorni fa ha aggredito con un coltello un poliziotto all’esterno della Stazione Centrale mentre con altri agenti tentava di bloccarlo. Dell’uomo dovrà ora occuparsi l’ufficio Immigrazione della Questura di Milano, in quanto è irregolare sul territorio italiano e già destinatario di un provvedimento di espulsione.
“Ogni volta che un irregolare non viene espulso come dovrebbe, tornando di fatto libero di andare esattamente dove vuole e di tramutarsi in uno dei tanti ‘fantasmi’ che si aggirano per il Paese – aggiunge Pianese -, oppure che un condannato non viene mandato in carcere come dovrebbe o che un soggetto pericoloso non viene ‘neutralizzato’ per garantire la sicurezza altrui, non si fa altro che vanificare totalmente il nostro lavoro, che già è delicato e difficile e che comporta rischi continui e gravissimi per noi. E’ indispensabile ripensare alcuni meccanismi che, di fatto, contrastano con l’esigenza di garantire sicurezza e legalità ai cittadini che ne hanno un sacrosanto diritto, e che aumentano esponenzialmente i rischi che dobbiamo fronteggiare esponendoci continuamente a pericoli che non di rado potrebbero essere evitati o ridimensionati. Noi continuiamo a compiere il nostro dovere irremovibili, ma è impossibile fare sicurezza se il sistema Stato non garantisce serietà, coerenza, fermezza e severità alla sua azione complessiva”.
(n.r. Non crediamo che si sia trattato di una decisione “cervellotica” del magistrato. Propendiamo per una circostanza legata ad anni di garantismo fine a se stesso e alla mancata cultura del rispetto che ha snaturato la figura del poliziotto garante delle istituzioni. E come si sa chi semina vento raccoglie tempesta) (foto: pianese)

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Libertà di Ricerca Scientifica: Italia 30esima nel mondo

Posted by fidest press agency su lunedì, 3 luglio 2017

ricercatoreBelgio, Olanda e Stati Uniti tra i paesi più virtuosi al mondo per la libertà di ricerca scientifica, Italia 30esima preceduta da Vietnam, Singapore, Sud Africa, India e Israele.
Questa la graduatoria presentata a Ginevra dall’Associazione Luca Coscioni alle Nazioni Unite, nel corso del dibattito “Il diritto a godere del progresso scientifico, e la libertà indispensabile alla ricerca scientifica”, in cui sono intervenuti la Dr. Flavia Bustreo, vicedirettrice generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità; S.E. Amb. Maurizio Serra, Rappresentante dell’Italia presso ONU di Ginevra; Filomena Gallo, Segretario dell’Associazione Luca Coscioni; Marco Cappato, già Europarlamentare, Tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, Prof. Yvonne Donders, Università di Amsterdam, Prof. Andrea Boggio, Bryant University, Dr. Stephen Minger, SLM Blue Skies Innovation Ltd, D.ssa Vittoria Brambilla, Università di Milano e Marco Perduca, già Senatore, Associazione Luca Coscioni. La relazione presentata all’Onu sulla libertà di ricerca comprende dunque una classifica costruita su scala globale con metodo empirico. E’ stata elaborata dal Professor Andrea Boggio della Bryant University, sulla base dell’indice di “libertà e autodeterminazione” (Self Determination Index – SDI), attraverso il monitoraggio e l’analisi di fonti pubbliche disponibili dal 2009 a oggi relative all’avanzamento della ricerca legata ai quattro temi che qualificano l’evoluzione:
– Tecnologie di riproduzione assistita
– Ricerca sulle cellule staminali embrionali umane
– Decisioni di fine vita
– Aborto e contraccezione
“L’indice elaborato dal Professor Boggio è uno strumento necessario per valutare il grado di attuazione del diritto alla scienza nei 46 paesi (su 193) dai quali è stato possibile ottenere dati”, sottolinea Marco Perduca, “Per il futuro dovremo ampliare non solo le fonti di informazioni ma anche la gamma di temi monitorati a partire dall’editing del genoma e gli OGM”.

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Manifestazione Nazionale per la libertà di scelta vaccinale

Posted by fidest press agency su sabato, 10 giugno 2017

bocca della veritàRoma 11 giugno 2017 ore 13 ritrovo in piazza della Bocca della Verità ore 14 partenza corteo ore 19 fine della Manifestazione. “Il Coordinamento per la libertà di scelta vaccinale, composto dalle associazioni nazionali e dai gruppi locali di genitori contrari all’approccio coercitivo, ritiene le misure contenute nel decreto legge Lorenzin un vero e proprio attacco alle libertà personali e manifesta tutta la propria contrarietà per la firma del presidente della Repubblica Mattarella ad un atto con evidenti profili di incostituzionalità. Il decreto legge, ancora non pubblicato, ma pubblicizzato ed esposto dal Ministro della Salute, infrange ogni ragionevole principio di precauzione e non tiene in conto i potenziali nuovi effetti avversi risultanti dal carico vaccinale aumentato. Mentre i paesi più importanti d’Europa (fra i quali Svezia, Germania, Gran Bretagna solo per citarne alcuni) hanno messo in campo strategie vaccinali volte al coinvolgimento della popolazione ed hanno affermato l’incostituzionalità di misure coercitive ed obbligatorie, l’Italia apre una stagione di aperto conflitto con le famiglie che non adempiranno a tutte le 12 vaccinazioni obbligatorie. Una forzatura inaccettabile, dietro la forte pressione del mondo economico delle case farmaceutiche, in un momento in cui non vi è alcuna emergenza o epidemia in corso. Il Coordinamento ricorrerà in tutte le sedi opportune fino alla Corte di giustizia Europea per le molteplici violazioni di diritti fondamentali contenute nel decreto legge e sosterrà tutti quei genitori che vorranno avviare ricorsi ma che non hanno sufficienti risorse economiche. Non c’è in gioco soltanto il tema di quale strategia sanitaria adottare come la più efficace azione preventiva riguardo alcune malattie infettive, c’è una aperta violazione della libertà di scelta terapeutica garantita dalla nostra Costituzione, dalla Convenzione di Oviedo e dall’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti umani che garantisce l’inviolabilità dell’integrità personale. Le sanzioni amministrative e il divieto di accesso a scuola per i bambini tra gli 0 e i 6 anni si configurano come una chiara lesione di questi diritti fondamentali. La mobilitazione è appena iniziata con le tantissime iniziative in tutte le città italiane delle settimane precedenti e proseguirà questa settimana con la manifestazione nazionale l’11 giugno a Roma.

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Libertà di stampa in Italia? Siamo davvero migliorati?

Posted by fidest press agency su sabato, 29 aprile 2017

Giornalisti“Con un’inevitabile enfasi, ci si rallegra per la risalita dell’Italia nella classifica mondiale della libertà di stampa, dal 77esimo al 52esimo posto. Venticinque gradini scalati nel 2016, ci fa sapere il rapporto annuale di Reporters sans Frontières. Sinceramente non ce n’eravamo accorti…”. È quanto osserva il presidente del Copercom (Coordinamento delle Associazioni per la comunicazione), Domenico Delle Foglie, dinanzi alle cifre diffuse da Rps che dovrebbero testimoniare un rafforzamento della democrazia nel nostro Paese, essendo la libertà di stampa uno dei pilastri della convivenza.“Ma – si chiede Delle Foglie – è davvero così? Davvero i giornalisti italiani sono più liberi? Oppure ci troviamo dinanzi ad uno di quei giochi di specchi che finiscono per nascondere la realtà? Non sarà che in tanti, complice anche una crisi economica di sistema che ha investito il mondo dell’editoria, rinunciano semplicemente a raccontare tutto quello che scoprono? E poi: a giudicare dalla rissa politica persistente, dalla diffusione massiccia di fake-news, dalla costruzione interessata di post-verità, si fa fatica a riscontrare nei fatti tanta espressione di libertà”. “Per non parlare – conclude il presidente del Copercom – del sovrano disprezzo nei confronti delle buone notizie. Quasi che a raccontarle ci si rovini la reputazione…”.

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Libertà e diritti per Gabriele Del Grande: appello al Parlamento e al Governo Italiano

Posted by fidest press agency su giovedì, 20 aprile 2017

ankaraConosciamo Gabriele del Grande da molti anni, abbiamo condiviso con lui viaggi, inchieste, racconti, avendo l’onore e il piacere di apprezzare la professionalità e l’umanità con cui ha sempre condotto le sue ricerche. Il suo contributo alla democrazia del nostro Paese è da anni di enorme valore, grazie alla sua capacità di incontrare, conoscere e capire realtà diverse e complesse, grazie alla sua lucidità nel saper collegare responsabilità politiche a quotidiane ingiustizie subite da uomini e donne delle tante culture che vivono nell’Italia e nel Mediterraneo di oggi. Leggere e vedere le storie raccontate da Gabriele aiuta l’Italia, e non solo, ad essere un Paese più civile. Il suo nuovo progetto sul conflitto siriano è un altro importante tassello di questo lungo percorso di ricerca e civiltà. È necessario che le massime istituzioni del Paese si attivino con urgenza nei confronti delle autorità turche per garantire la tutela dei diritti di un proprio cittadino, nonché di un professionista di altissimo spessore e valore civile. Chiediamo che Gabriele torni quanto prima libero e possa riacquistare i suoi diritti di cittadino e giornalista.

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Concorso giornalistico nazionale per le scuole sulla libertà d’espressione

Posted by fidest press agency su lunedì, 13 febbraio 2017

GiornalistiAlla sua seconda edizione, il Festival dei Diritti Umani si arricchisce quest’anno del concorso giornalistico nazionale “Libera la parola”, indetto dal Festival insieme a FNSI (Federazione Nazionale della Stampa Italiana) e MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca), aperto a tutte le scuole superiori italiane di secondo grado.Il tema da trattare è la libertà d’espressione. Per ispirarsi c’è l’articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani che contiene tutti gli elementi di contesto e di attualità utili alla compilazione di un elaborato giornalistico: «Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere».La partecipazione al contest, che propone agli studenti di cimentarsi con un elaborato giornalistico scritto, radiofonico o televisivo, è gratis. Il miglior articolo per la carta stampata, per la radio e per la televisione sarà premiato con la pubblicazione sui media partner dell’iniziativa: Corriere della Sera, Radio Popolare, Rainews24.
Gli elaborati dovranno pervenire entro il 15 marzo 2017 attraverso l’apposita sezione sul sito http://www.festivaldirittiumani.it dove sono pubblicate tutte le informazioni utili. La premiazione avverrà nel corso della seconda edizione del Festival dei Diritti Umani, che si terrà dal 2 al 7 maggio 2017 alla Triennale di Milano.Sono inoltre online sul sito e sul canale Youtube del Festival dei Diritti Umani, i primi video-consigli rivolti ai partecipanti al contest “Libera la parola”: alcune grandi firme del giornalismo forniscono le “dritte” a studenti e insegnanti per produrre un buon articolo, che è, tra l’altro, una delle prove previste all’esame di maturità.Termine per partecipare: 15 marzo 2017

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Pan…crazio: la libertà di avere paura

Posted by fidest press agency su domenica, 25 dicembre 2016

locandinaVolterra 29 Dicembre 2016 alle ore 21,15 al Teatro Persio Flacco di Volterra: Pan…crazio: la libertà di avere paura Assolo per attore di Alma Daddario con Simone Migliorini musiche originali eseguite al piano da David Dainelli al violino Angela Zapolla Con la partecipazione della danzatrice-coreografa Carlotta Bruni.
Lo spettacolo sarà anche occasione di una importante sperimentazione sonora: si potrà gustare appieno la partitura messa in scena, in questo Teatro Persio Flacco, dall’acustica definita impareggiabile. Questo grazie alla partnership che la Lem International, ditta leader europea nella distribuzione di cuffie wireless che garantiscono una alta qualità di ricezione del suono, ha fatto con il Festival Internazionale del Teatro Romano di Volterra. Gli spettatori saranno dotati di una cuffia e potranno assistere allo spettacolo live, ma immergendosi nel suono della musica e delle parole, un’esperienza sensoriale di grande impatto emotivo per la prima volta in Italia.
Lo spettacolo sarà preceduto, alle ore 17, da un Vernissage dell’esposizione delle opere della pittrice pratese Daniela Billi autrice anche dei quadri che arricchiranno la scenografia. Dopo una breve presentazione, da parte del direttore artistico Simone Migliorini, della prossima edizione del Festival del Teatro Romano di Volterra, alle 17:30, seguirà una conversazione dibattito sullo spettacolo, la partecipazione dell’autrice Alma Daddario, della Psicologa e critica cinematografica Paola Dei, Presidente del Centro Studi di Psicologia dell’Arte, del regista, coreografo Aurelio Gatti, della Classicista Antropologa del mondo antico dell’Università di Siena, Donatella Puliga, del critico teatrale RAI3 Francesco Tei e in collegamento skype Walter Maioli, compositore, polistrumentista, ricercatore e paleorganologo di fama internazionale, fondatore del Centro Internazionale del Suono. Il coordinamento e la cura dell’esposizione è affidata ad Andrea Mancini. (foto: locandina)

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Spacciatori condannati e rimessi in libertà

Posted by fidest press agency su domenica, 4 dicembre 2016

volanti-polizia-di-stato“Senza certezza della pena e senza la giusta severità nella risposta di tutto il sistema-Stato il lavoro delle Forze dell’Ordine non solo non serve, ma anzi ci vede esposti a rischi e pericoli sempre maggiori che ci costano sempre di più la salute e la vita. Il Paese soffre di una forma gravissima di schizofrenia considerata l’assoluta e disperata necessità di maggiore sicurezza dei cittadini e, dall’altra parte, l’assoluta e sconcertante ‘mollezza’ di una risposta che si dovrebbe tradurre in conseguenze concrete per chi delinque, e questo a fronte di un titanico lavoro di chi non si risparmia per fare repressione e prevenzione e garantire il maggior livello possibile di sicurezza, vedendo poi vanificati tutti i propri sacrifici nel silenzio assordante di Istituzioni e politica. Assistiamo attoniti all’ennesima scarcerazione di soggetti condannati per comportamenti gravissimi e, parallelamente ed ovviamente, alla recrudescenza delle reazioni di chi viene in contatto con noi a causa del nostro lavoro. Così si manda noi al macello e pure inutilmente, visto che la sicurezza non può essere garantita in questo modo”.
Duro intervento di Franco Maccari, Segretario Generale del Coisp, Sindacato Indipendente di Polizia dopo nuove ed ultime notizie di cronaca giudiziaria che descrivono condizioni operative sempre più proibitive e rischiose per le Forze dell’Ordine. Risale a ieri, infatti, la notizia del folle inseguimento a tutta velocità avvenuto sull’autostrada A14 con tanto di tentativi di speronamento ai danni della Polizia stradale. La folle corsa è avvenuta la sera precedente in direzione Nord tra i caselli di Città Sant’Angelo e Mosciano Sant’Angelo Teramo, dopo che una pattuglia della Stradale ha intercettato una Passat con targa prova che destava sospetti. Gli Agenti hanno provato a bloccare il mezzo che però ha accelerato e si è dato alla fuga, dando il via ad un inseguimento che si è concluso dopo il casello di Mosciano quando la Polstrada è riuscita a tagliare la strada al veicolo. A bordo della Passat due albanesi, un 25enne ed un 26enne entrambi senza fissa dimora, che trasportavano una busta contenente oltre due chili di marijuana. I due sono stati arrestati ma, si legge sulle agenzie di ieri mattina, dopo la direttissima, sono stati condannati a due anni e due mesi e rimessi in libertà.
Nelle stesse ore un quotidiano nazionale pubblicava un interessante resoconto dei dati record di violenze e resistenze a Pubblico Ufficiale registrate nel Ferrarese in soli dieci mesi. “Fughe rocambolesche con relativo inseguimento, documenti e generalità negati con arroganza, insulti a ruota libera e, in molti casi, anche le botte. Calci, pugni, spintoni e addirittura morsi. Il tutto – si legge sul sito del quotidiano – per sfuggire a un normale controllo, per scansare una denuncia o, peggio, un arresto. Gli episodi di resistenza, oltraggio e violenza a pubblico ufficiale ormai sono all’ordine del giorno… Una tipologia di reati che… sta registrando un inquietante incremento sul lungo periodo. E non solo nelle zone a maggior tasso delinquenziale della città. Segno, verosimilmente, di una maggiore consapevolezza di impunità da parte di chi viene pizzicato in atteggiamenti sospetti da poliziotti e militari. Ma partiamo dai dati. Dall’inizio dell’anno ad oggi, sono stati circa 120 gli arresti o le denunce a piede libero per resistenza, violenza o oltraggio a pubblico ufficiale. Una cifra che unisce l’attività di polizia di Stato e Carabinieri su tutto il territorio, dall’Alto Ferrarese al mare. Spalmando il dato sugli undici mesi, troviamo un caso di resistenza ogni tre giorni circa…”. Gli arresti che ne conseguono però “non sempre, come testimoniano le cronache giudiziarie, si traducono in una qualche misura cautelare. In molti casi (forse troppi), i fermati ritornano in libertà nel giro di una manciata di ore. Un ulteriore elemento che alimenta la facilità con cui si verificano episodi di resistenza. Le conseguenze spesso molto limitate a cui vanno incontro i malviventi, in molti casi rendono ‘conveniente’ il tentativo di sfuggire all’arresto con la forza. Perciò, soprattutto le nuove leve della delinquenza sembrano avere sempre meno timore della divisa, arrivando ad affronti aperti e violenti, che in casi estremi hanno costretto agenti o carabinieri a un passaggio al pronto soccorso…”. “Commentare ulteriormente significherebbe insultare l’intelligenza altrui – conclude Maccari -, perché chiunque ha ben chiare le conclusioni derivanti da questi resoconti e cosa servirebbe per aiutarci a fare sicurezza. Chiunque lo capisce tranne, evidentemente, chi ha il dovere di intervenire a livello istituzionale per porre rimedio a questo scempio”.

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Rapporto tra diritto di accesso agli atti e libertà di informazione

Posted by fidest press agency su domenica, 28 agosto 2016

consiglio di statodi Barbara Ruggiero. È necessario evitare ogni generalizzazione sul rapporto tra diritto di accesso agli atti e libertà di informazione. Lo ha stabilito una pronuncia del Consiglio di Stato – riportata nei giorni scorsi da una interessante analisi di Luigi Ferrarella sul Corriere della Sera. In particolare, il Consiglio di Stato precisa che «non si ravvisa nell’articolo 21 della Costituzione il fondamento di un generale diritto di accesso alle fonti notiziali, al di là del concreto regime normativo che di volta in volta, e nell’equilibrio dei molteplici e talvolta non conciliabili interessi in gioco, regolano tale accesso». Non esiste, in pratica, un unico globale diritto soggettivo di accesso agli atti in nome della libertà di informazione. Un brutto colpo per tutti coloro che hanno da sempre individuato il diritto di accesso agli atti come presupposto necessario della libertà di informare. Secondo il Consiglio di Stato, infatti, «il riconoscimento giuridico della libertà di informare, in base alla concreta regolazione del diritto di accesso, diviene il presupposto di fatto affinché si realizzi la libertà di informarsi».La pronuncia è della quarta sezione giurisdizionale del Consiglio di Stato, presieduta dall’ex ministro della Funzione Pubblica, Filippo Patroni Griffi, estensore Silvestro Maria Russo.
I fatti: nel 2015 il giornalista di Wired Guido Romeo aveva chiesto, in base alla legge 241/1990, al Ministero del Tesoro di visionare 13 contratti di prodotti finanziari derivati tra lo Stato e alcune banche internazionali. Alla richiesta non era seguita alcuna risposta da parte del Ministero. Il Consiglio di Stato, nella pronuncia di metà agosto, prima bacchetta il Tar Lazio che aveva in primo grado condannato il giornalista a pagare le spese di giudizio, prendendo per buona la difesa del silente Ministero che paventava danni per il bilancio statuale dalla eventuale pubblicazione dei dati. Poi, nel merito, conferma il no del Tar Lazio, specificando che non esiste «un unico e globale diritto soggettivo di accesso agli atti e documenti in possesso dei pubblici poteri», ma «un insieme di diversificati sistemi di garanzia per la trasparenza» non attivabili «dalla mera curiosità del dato» ma sottoposti «alla rigorosa disamina della posizione legittimante del richiedente». In pratica, il richiedente deve «dimostrare un proprio e personale interesse (non di terzi, non della collettività indifferenziata) a conoscere gli atti e i documenti richiesti». In soldoni, il diritto di cronaca in sé non basta, in quanto «presupposto fattuale del diritto ad essere informati, ma non è di per sé solo la posizione che legittima chi chiede l’accesso». (fonte: Barbara Ruggiero da “I confronti” di Andrea Manzi)

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Carceri: muore Caino e muore Abele senza giustizia

Posted by fidest press agency su sabato, 23 luglio 2016

carcereNon è semplice raccontare come in questi ultimi cinquant’anni il carcere sia andato incontro a una vera e propria mutazione antropologica. Rammento poco e male un carcere che non c’è più, un agglomerato sub-urbano appiccicato a un’era cretacea.
Nelle mie pagine lo definisco un carcere analfabeta, dove il diritto era davvero un eufemismo.
Così ben descritto dai vari Alberto Sordi e Nino Manfredi, i descamisados sopra i tetti delle circondariali, tanti detenuti in canotta o torso nudo, a srotolare lenzuola bianche dell’Amministrazione, una sequela di scritte sgangherate- sgrammaticate, a gettare tegole in strada per richiamare la più piccola attenzione. Di rimpiazzo ecco arrivare il carcere degli scarponi chiodati, della polvere da sparo, dei colpi secchi, alle spalle, da una parte e dall’altra, il furore della lotta armata, degli anni di piombo (le nuove generazioni poco o nulla sanno, la memoria storica perde contatto con la sostanza delle cose, con la realtà circostante, la fa da padrona quella virtuale che appanna ogni prospettiva) una vera e propria guerra combattuta non soltanto nelle piazze, nelle strade, nelle periferie delle città, ma anche e soprattutto nei passeggi, nelle celle di tante galere.
Un corpo a corpo privo di adiacenze al cuore, se non quello dello Stato da abbattere costi quel che costi, un’arena dove niente e nessuno veniva risparmiato, neppure l’ultima volontà di un perdono.
Anni di rumori sordi e di rinculi repentini, un’intera generazione andata al macero, scomparsa, annientata.
Un’apnea asfissiante sotto vuoto spinto dall’ideologia, i morti e in feriti caduti sotto il piombo sparato in fretta, oppure garrotati senza un fremito nei cortili circondati dalle alte mura.I colpevoli smisero i panni delle prime linee alla sconfitta, gli innocenti accatastati uno sull’altro, gli uni e gli altri colpevoli e innocenti sovrapposti e dimenticati dalla storia.
Finchè fece capolino un altro carcere ancora, quello della grande Riforma Penitenziaria, ideale innovativo e nobile per tentare di umanizzare quella sorta di terra di nessuno, dove nessuno intende-va guardare, per tentare di rendere la prigione, uno spazio, sì, di castigo, ma anche un tragitto di vita possibile, un laboratorio per favorire una nuova condotta sociale.
Una Riforma Penitenziaria sbrigativamente ed erroneamente licenziata come la Legge Gozzini, infatti, fu sì vergata dal Sen. Mario Gozzini, ma voluta, condivisa e votata dall’intero arco costituzionale.
E come ogni grande riforma, ogni nuova era di rinnovata civiltà e diritto, perché possa resistere all’urto e al fastidio degli eventi, abbisogna di interventi e di investimenti professionali, finanziari, non di meno di una onesta e corposa volontà politica, non soltanto di parole retoriche, di slogans di conio obsoleto, oppure delle solite reiterate narrazioni tossiche.
Di quella legge non è rimasto molto in piedi nel corso degli anni, perché continuamente tagliata, rabberciata, sospesa, fino a bollarla come una legge sbagliata, addirittura iper buonista, che premia-va i Caino a dispetto degli Abele.
Invece, per vincere la recidiva, la noia mortale persistente che logora e incancrenisce le esistenze, la violenza insita in ogni angolo di cella, l’illegalità diffusa, quella legge sospingeva avanti l’intenzione a prendersi carico delle proprie responsabilità, la propria fatica a intravedere un pezzo di futuro, creando le condizioni per una sana revisione critica del proprio passato, senza rimanere contusi dalla crisi di panico derivante dal sopravvenuto mutamento interiore, fino a giungere in prossimità, sull’uscio di un nuovo orientamento esistenziale.
Forse, con più onestà intellettuale, quella legge più semplicemente non ha mai potuto essere correttamente applicata, non s’è mai voluto che desse i frutti desiderati, se non con il senno del poi, comprenderne a pieno l’importanza, di come l’impegno, il lavoro, il patto sociale concordato, riducessero drasticamente la reiterazione dei reati.
Senza troppi affanni, eccoci dirimpetto al carcere che n’è seguito, ben più malsano e inverecondo, puzza-va di deflagrazioni, di grandi botti a perdere, esplosione dopo esplosione, bombe una dietro l’altra, giudici in mille pezzettini, scorte di uomini e donne polverizzate per aria, l’antistato alle prese con i propri interessi messi alla berlina, lo Stato al cospetto dei propri fantasmi.
Morto dopo morto, botta al plastico dopo botta al plastico, la grande maturità raggiunta dalla stragrande maggioranza della popolazione detenuta, venne rispedita al mittente senza tanti complimenti.
Infine siamo rinculati al cospetto del carcere attuale, che non può assolutamente esser chiamato carcere, perché si tratta più tragicamente di un contenitore di cose, oggetti, numeri, corpi accatastati uno sull’altro, spesso, sempre più spesso di carne morta.
Un carcere prigioniero di se stesso, che vive sopravvivendo a se stesso, nel sovraffollamento, nell’ingiustizia, nell’illegalità, nella violenza di tutti i giorni.
Un carcere in cui contenere, punire, rieducare, che però non si piega a nessuna utilità e scopo, a cui incredibilmente è chiesto a gran voce di rimanere baluardo insormontabile di sicurezza per l’intera collettività.
Un carcere che si contorce in una sorta di irridente ortopedia penitenziaria, dove etimologicamente l’arto leso dovrebbe essere trattato sensibilmente per ritrovarlo a ben camminare, nell’accezione attuale l’illusione di condurre l’uomo detenuto dentro un percorso socialmente condivisibile per ben camminare e raro cadere, appunto.
Ma cosa c’è di socialmente condivisibile nella recidiva che permane al 70%, dimenticando volutamente e politicamente come le misure alternative, basate sul lavoro, sull’impegno, sulla proposizione di un patto sociale da rispettare, riducano drasticamente quella feroce recidiva abbassandola al 11%.
Cosa c’è di socialmente condivisibile nell’uomo della pena costretto a sopravvivere in un tempo bloccato, permanentemente inchiodato al momento dell’arresto, che non passa, perchè si rimane lì, stritolati da una noia mortale, a una chiusura ermetica dove l’obbligatorietà sta nel non fare nulla, unica possibilità stra-parlare, chiacchierare, ripetere giorno dopo giorno, tra compagni di cella, nello spazio ridotto sub-umano causato dal sovraffollamento, la sequenza di quel maledetto giorno dell’ammanettamento, sul come fare per non incorrere più negli stessi ferri ai polsi, alzando tragicamente il livello di scontro, alla ricerca spasmodica di una impunità che invece non ci sarà.
Cosa c’è di socialmente condivisibile in una carcerazione che non rispetta la dignità di alcuno, bensì la contorce in una caduta rovinosa, alla fine della sua corsa, il detenuto arriverà persino a convincersi di essere innocente di esser colpevole, una sorta di infantilizzazione pericolosissima, nella consapevolezza di avere scontato non soltanto la pena erogata dal suo giudice naturale in sentenza, ma altre pene aggiuntive non contemplate da alcun codice penale, soprattutto mai condivise dalla nostra Costituzione.
Cosa c’è di socialmente condivisibile in una pena che non riesce ad accorciare le distanze con una libertà che comunque prima o poi ritornerà nelle gambe e nel cuore di ciascun uomo ristretto, perché volenti o nolenti la pena prima o poi avrà un termine.
Inducendo la persona che avrà terminato di scontare la propria condanna, a pensare davanti a quel cancello blindato finalmente spalancato: bene, eccomi nuovamente libero, ora ho pagato quanto mi è stato chiesto, ho pagato anche di più, assai di più, ora non devo più niente a nessuno, ora nessuno può chiedermi altro, ora posso finalmente ritornare a fare quello che voglio.
In questo delirio del niente imparato e appreso, mi ritorna in mente quanto accade ogni qual volta mi reco in un’aula scolastica per incontrare tanti giovani studenti, i quali alla domanda che spesso faccio loro a bruciapelo: “ Ma per te cos’è la libertà? Cosa significa per te essere un uomo libero? La risposta che ricevo di primo acchito è: la libertà è fare tutto quello che voglio.
Penso davvero che qualcosa di socialmente condivisibile invece c’è da fare, necessita fare, è urgente e non più rinviabile fare, e sta nell’accompagnare quel detenuto di fronte a quel portone aperto nella consapevolezza che proprio in quei primi passi, uno dopo l’altro, alla luce, con il viso in alto di chi spera, dovrà avere compreso che proprio in quel preciso istante inizieranno gli esami veri, i conti quotidiani nei gesti ripetuti con la propria coscienza. Un carcere socialmente condivisibile non è rappresentato dalla vendetta statuale o sociale di per sé impresentabile, bensì è uno spazio in cui sarà possibile scontare con dignità la propria pena, in cui imparare il valore della libertà per quello che è : RESPONSABILITA’. (Vincenzo Andraous)

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Renzi taglia la libertà e la democrazia

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 giugno 2016

“Le elezioni nelle grandi città sono prossime. Renzi cerca di deviare la questione spostandola nei suoi comizi sul referendum di ottobre, dove eccita l’antipolitica sostenendo che si ridurranno i politici in Parlamento. Uno su tre a casa, dice”.
Lo scrive su Facebook Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati. “Balla che più balla non si può. Il premier lascia intendere che taglia tutto, quando in realtà ci saranno poco più di 200 senatori in meno, con Palazzo Madama che conserverà tutte le sue prerogative con annessi costi, per un risparmio di meno di 50 milioni di euro l’anno su un totale di più di 500 milioni, e con 100 nuovi nominati che useranno il Senato della Repubblica come un dopolavoro dorato.
E comunque la nostra riforma della Costituzione del 2005 ne tagliava molti di più… E questa di Renzi taglia la democrazia, taglia la libertà”, conclude Brunetta.

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Legalità e Sicurezza nel Mediterraneo

Posted by fidest press agency su martedì, 3 maggio 2016

legalità e sicurezzaRoma. Mercoledì prossimo 4 maggio, alle ore 12:00 presso la sede LUMSA (Libera Università Maria Santissima Assunta) di Via Pompeo Magno 22 a Roma, nell’ambito del Corso di Diritto dell’Unione Europea, la professoressa Paola Mori, insieme con la giornalista Tiziana Bianchi, approfondiranno il tema della legalità e della sicurezza nel Mediterraneo Centrale, connesso all’accrescersi dei flussi migratori. Nel corso dell’incontro verrà proiettato, nella versione integrale, il reportage video che testimonia l’esperienza di un prolungato imbarco di Tiziana Bianchi a bordo di 2 unità della Marina Militare, la Fregata Bergamini ed il Pattugliatore Com.te Cigala Fulgosi, impegnate nell’Operazione Mare Sicuro, in prossimità delle coste libiche. L’escalation di violenza provocata dagli attacchi terroristi nel 2015 è stata causa di morte per oltre 890 persone, mentre i focolai di violenza dell’Africa sub-Sahariana, alimentando la povertà, hanno esponenzialmente aumentato il flusso migratorio del Mediterraneo Centrale verso le coste Italiane. Nel conflitto siriano non si ravvisano concrete battute d’arresto ed il recente accordo tra l’UE e la Turchia per la gestione dei flussi migratori spinge le popolazioni stremate a cercare una via di fuga attraverso le rotte della cintura Nord-africana. In tale contesto, l’infaticabile opera degli uomini e donne della Marina Militare, mentre garantisce la sicurezza delle nostre coste, prosegue nella peculiare missione di salvaguardia della vita umana in mare. Per maggiori informazioni visitare i siti http://www.lumsa.it, http://www.lumsa.it/paola-mori e http://www.linkedin.com/in/tizianabianchi. (foto: legalità e sicurezza)

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“Sicurezza e libertà – Modelli e proposte per un’Europa più sicura”

Posted by fidest press agency su venerdì, 29 aprile 2016

corte europea giustiziaMilano venerdì 29 aprile, dalle 9.30 alle 12 presso il Centro Congressi Fondazione Cariplo (via Romagnosi, 8) convegno dal titolo “Sicurezza e libertà – Modelli e proposte per un’Europa più sicura”.
Organizzato dalla fondazione “Costruiamo il futuro” e dalla rivista giuridica “Nova Itinera”, il convegno vedrà la prima uscita pubblica del presidente dell’Associazione nazionale magistrati Piercamillo Davigo, dopo le polemiche seguite alla sua intervista sui rapporti tra magistratura e politica, in un dibattito a cui partecipa un membro del governo, il ministro dell’Interno Angelino Alfano. Al convegno parteciperanno anche il procuratore generale delle Corte di Appello di Milano Roberto Alfonso e, per parlare di sicurezza delle metropoli, il presidente dei deputati di Area popolare Maurizio Lupi. È previsto, infine, l’intervento del professor Giulio Prosperetti, giudice della Corte costituzionale.

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