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Posts Tagged ‘licenziamento’

Procedura di licenziamento collettivo per 351 lavoratrici e lavoratori impiegati nei servizi per l’immigrazione nella cooperativa Medihospes

Posted by fidest press agency su martedì, 5 marzo 2019

Simbolo di un settore che, per effetto del decreto Salvini, mette a rischio la metà di tutti gli operatori del settore: 18 mila su un totale di 36 mila. A denunciarlo sono Fp Cgil, Fisascat Cisl, Cisl Fp e Uil Fpl che, in una lettera inviata al ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, chiedono un incontro urgente “per l’individuazione di soluzioni immediate per il personale interessato dalla vicenda Medihospes e, più in generale, viste le ricadute complessive in termini occupazionali, sull’intero settore. Come ai fatti verificatisi al Cara di Castelnuovo di Porto, con circa 100 lavoratori ora nel fondo di integrazione salariale, e ai licenziamenti attuati dalle cooperative che gestiscono il Cara di Mineo in Sicilia, che tra l’altro rischiano di aumentare”. La Cooperativa sociale Medihospes Onlus ha nei giorni scorsi, infatti, comunicato alle organizzazioni sindacali l’avvio della procedura di licenziamento collettivo per riduzione di attività legate ai servizi di accoglienza per 351 lavoratrici e lavoratori coinvolti, distribuiti su 12 regioni. Nella lettera al titolare del dicastero di via Veneto, le categoria di Cgil, Cisl e Uil scrivono: “Gli effetti del decreto Sicurezza si stanno abbattendo in maniera sempre più preoccupante per le lavoratrici e i lavoratori coinvolti nel sistema di accoglienza, generando riflessi sull’occupazione e sui servizi erogati. Come nel caso della vicenda che investe la cooperativa Medihsopes che ha comunicato l’avvio delle procedure di licenziamento per 351 lavoratori, distribuiti su 12 regioni, e che riguardano figure professionali altamente qualificate: psicologi, assistenti sociali, mediatori culturali, amministrativi, operatori dell’accoglienza, medici e infermieri”.Per queste ragioni Fp Cgil, Fisascat Cisl, Cisl Fp e Uil Fpl hanno scritto al ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, per chiedere un incontro urgente “per l’individuazione di soluzioni immediate utili imprimo luogo alla ricollocazione del personale interessato dalla vicenda Medihospes e, più in generale, viste le ricadute complessive in termini occupazionali su un settore che coinvolge all’incirca 36 mila operatori, di cui 18 mila sono a rischio di perdere il posto di lavoro per effetto del decreto sicurezza, al fine di valutare tutte le azioni possibili a tutela delle professionalità e dei livelli occupazionali delle lavoratrici e lavoratori coinvolti nell’ambito di un rinnovato contesto legato alle politiche di accoglienza”, concludono.

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Il Miur ordina il licenziamento di migliaia di maestri con diploma magistrale

Posted by fidest press agency su lunedì, 22 ottobre 2018

La richiesta arriva dal dicastero di Viale Trastevere con la Nota n. 45988 ed è rivolta agli Uffici Scolastici Regionali: vanno cancellate le l’immissione in ruolo di tutti i diplomati magistrale destinatari delle sentenze negative entro 120 giorni ai sensi del Decreto Dignità approvato dal governo M5S-Lega. Nell’operazione coinvolti anche i sottoscrittori di contratti annuali fino al 31 agosto, a cui vengono sottratti due mesi di lavoro senza alcun motivo valido.
Nessun ripensamento, nessuna scelta di buon senso: le disposizioni incluse ad inizio agosto nel Decreto Dignità, per la trasformazione di tutti i rapporti di lavoro in essere di decine di migliaia di maestri con diploma magistrale in supplenze annuali con scadenza 30 ottobre 2019, devono avere immediato seguito. È di questi giorni l’invio da parte del Ministero dell’Istruzione della Nota n. 45988, con cui l’amministrazione centrale ordina ai direttori degli Uffici Scolastici Regionali di estinguere il rapporto di lavoro di migliaia di maestri, in larga parte donne, in possesso del diploma magistrale conseguito fino all’anno scolastico 2001/2002, benché avessero anche assolto l’anno di prova, per dare seguito alla sentenza del Consiglio di Stato, in Adunanza Plenaria n. 11 del 20 dicembre scorso, sui giudizi pendenti.
Il Miur si rivolge agli Usr, chiedendo loro di “operare una sollecita ricognizione dei destinatari delle sentenze, attualmente titolari di contratti di lavoro a tempo determinato (supplenti fino al 31 agosto 2019 o fino al 30 giugno 2019), o a tempo indeterminato (con assunzione – condizionata – in ruolo da GAE per effetto di sentenza non definitiva favorevole)”, chiedendo ai direttori degli uffici regionali di fornire “indicazioni ai propri uffici per il costante monitoraggio delle sentenze favorevoli all’Amministrazione sul portale dedicato alla giustizia amministrativa”. Inoltre, sempre da Viale Trastevere si chiede di “formalizzare con apposito decreto la risoluzione dei contratti a tempo determinato e a tempo indeterminato già stipulati dai docenti destinatari di sentenza di rigetto, a mente dei già citati commi 1 e 1-bis dell’art. 4 della L. 96/18, procedendo” sia “alla revoca della nomina dei docenti di ruolo abilitati magistrali con conseguente risoluzione, entro e non oltre il termine prescritto di 120 giorni, dei contratti a tempo indeterminato a suo tempo stipulati”, sia “alla conversione, in ragione delle medesime esigenze di continuità da assicurare nelle classi, del contratto a tempo determinato di durata annuale (fino al 31 agosto 2019) a suo tempo stipulato a seguito di pronunce non definitive, in contratto a tempo determinato con termine finale non posteriore al 30 giugno 2019”. La replica del giovane sindacato non si farà attendere: Anief annuncia da subito il ricorso per la conferma in ruolo di tutti i maestri che hanno superato l’anno di prova o ha sottoscritto un contratto fino al 31 agosto 2019, per poi ora vederselo convertito d’ufficio al 30 giugno: ne vanno di mezzo i principi di affidamento, conservazione e acquiescenza che avrebbe fatto cessare la materia del contendere nel rapporto di lavoro privatizzato, come ha già ben spiegato nel parere pro veritate espresso dall’ex presidente della Cassazione Michele De Luca.

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Scuola Il PD non vuole riaprire le GaE: così si assume la responsabilità del licenziamento di 6 mila maestre

Posted by fidest press agency su martedì, 6 febbraio 2018

ministero-pubblica-istruzioneÈ curioso il fatto che lo stesso partito nella passata legislatura si era impegnato, con una risoluzione, ad assumere anche le diplomate magistrale dopo aver aperto per ben due volte, con un emendamento, le vecchie graduatorie permanenti. Il presidente Anief in un’intervista ribadisce la necessità di un decreto legge per far incontrare domanda ed offerta. Bisogna anche ripristinare i moduli nella primaria dove tra il 1999 e il 2009 si giunse ai più alti livelli di apprendimento dei nostri bambini.La notizia, diffusa da Orizzonte Scuola, riporta la ferma decisione del Partito Democratico di continuare a tenere blindate le Graduatorie ad Esaurimento, nonostante scioperi, manifestazioni, ricorsi. Lo afferma Simona Malpezzi che nel sostenere le ragioni delle docenti laureati in Scienze della formazione primaria dimentica come il suo stesso partito si sia dimenticato di esse, lasciando fuori dal reclutamento sia le docenti laureate dal 2012, sia quelle diplomate entro il 2002.
Marcello Pacifico (Anief-Cisal: Non si comprende per quale motivo il Partito Democratico perseveri su questa linea, contraddicendo la politica di apertura delle Gae a tutto il personale abilitato sostenuta nella precedente legislatura. Nella XVI, infatti, ben due volte le GaE sono state aperte ai docenti abilitati precari, prima con la Legge 30 ottobre 2008, n. 169 e poi con la Legge 24 febbraio 2012, n. 14 grazie a due emendamenti presentati dai democratici e suggeriti dall’Anief. Proprio a seguito di queste riaperture, nel 2012, era stata presentata una risoluzione a firma dell’attuale capogruppo in VII Commissione, on. Coscia, che chiedeva di garantire la parità di trattamento nell’assunzione delle laureate in SFP e delle diplomate magistrale.L’Anief, che aveva già riscontrato la mancanza di volontà a trovare una soluzione politica immediata nel territorio italiano, per questi motivi qualche giorno fa ha presentato un reclamo collettivo al Consiglio d’Europa, finalizzato a ribaltare quella decisione, sostenendo che la violazione del giudicato operata dal Consiglio di Stato fa il paio con la violazione sistematica da parte del Governo italiano della normativa comunitaria sui contratti a termine e della carta sociale europea. E anche per questi motivi ha organizzato scioperi e manifestazioni che si concluderanno con l’inizio della nuova legislatura: il 23 marzo a Roma, davanti al Parlamento, nel giorno dell’insediamento delle nuove Camere.

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I lavoratori del commercio aeroportuale protestano contro i licenziamenti

Posted by fidest press agency su sabato, 29 aprile 2017

aeroporto-romaI lavoratori Dufry Italia del settore commercio dell’aeroporto di Fiumicino hanno manifestato contro i licenziamenti per cambio di concessione. Un settore in continua crescita in cui i lavoratori sono perennemente precari perché legati al tempo di durata delle concessioni. USB da sempre impegnata nella richiesta di un sistema di regole che preservi l’occupazione e i diritti dei lavoratori oggi lancia l’ennesimo allarme: oltre la situazione drammatica dei lavoratori Alitalia e dell’indotto collegato ad Alitalia, nel settore commercio, in continua crescita di spazi, nel mese di giugno si verificheranno un centinaio di licenziamenti dove il lavoro c’è. Il sistema delle gare per le concessioni adottato da Aeroporti di Roma non prevede nessuna regola di tutela occupazionale.
La protesta ha visto la partecipazione del Sindaco di Fiumicino, Montino, oltre che dell’assessora Anselmi impegnati a livello istituzionale all’avvio di un tavolo alla Regione Lazio che metta al centro il problema occupazionale dell’aeroporto di Fiumicino.
La società Aeroporti di Roma vista l’iniziativa dei lavoratori ha convocato USB insieme ad una delegazione di lavoratori e l’Assessora Anselmi. Nella riunione Aeroporti di Roma si è impegnata a trovare una soluzione al problema occupazionale e a proseguire il confronto con le istituzioni in merito alla creazione di un bacino di ricollocazione dei lavoratori aeroportuali. USB continuerà a sostenere la battaglia dei lavoratori per l’occupazione e i diritti e a chiedere alle istituzioni di aprire una discussione sulle regole per evitare il susseguirsi continuo di vertenze ed espulsioni a fronte di nuova occupazione precaria e sfruttata.

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All’INAPP (ex ISFOL) licenziamento dei precari storici: 170 a rischio da aprile

Posted by fidest press agency su giovedì, 23 marzo 2017

poletti-giuliano-Legacoop_11L’INAPP (ex ISFOL) Ente Pubblico di Ricerca vigilato dal Ministero del Lavoro e delle politiche Sociali rischia nei prossimi giorni di licenziare i suoi precari storici per conto del Ministro Poletti. Il Jobs Act e la riforma delle politiche attive del lavoro (150/2015) in esso contenuta ha infatti previsto che il Ministero del Lavoro devolvesse tutte le sue risorse finanziarie e poteri decisionali in tema di lavoro alla neo Agenzia ANPAL. Era evidente che questo nuovo assetto avrebbe ulteriormente precarizzato l’INAPP in quanto sostenuto finanziariamente da un Ministero ormai senza portafoglio, dichiara Mari Enrico responsabile USB P.I. dell’INAPP.”Non possiamo accettare che l’inerzia del ministro Poletti porti al tracoloo funzionale ed economico l’INAPP. Dal primo aprile, 170, dei 190 lavoratori storici a tempo determinato dell’ente, rischiano lo stipendio e il licenziamento. Mai peggio di così nel dicastero oggi guidato da Poletti. E come non “udire” l’assordante silenzio del governo ed in particolare del presidente Gentiloni? USB reagirà con durezza a questa situazione. Abbiamo combattuto il Jobs act in piazza, abbiamo sconfitto Renzi nelle urne referendarie e non permetteremo che un’agenzia, sul cui ruolo dopo l’esito del referendum del 4 dicembre il governo dovrebbe aprire una seria discussione, possa condizionare la vita di centinaia di precari e di un Ente necessario alla committenza sociale”. “Il governo e il partito di maggioranza relativa devono da subito dimostrare che sono diversi da coloro che tentarono di chiudere un ente scomodo, ma proprio per questo necessario. Domani in assemblea determineremo le iniziative di mobilitazione come ai tempi di Berlusconi e costringeremo il Presidente del Consiglio ad intervenire” conclude Mari.

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Eur spa: nessun licenziamento nessuna mobilità del personale

Posted by fidest press agency su lunedì, 1 agosto 2016

roma eur“A un anno dall’omologazione da parte del Tribunale di Roma del concordato sul piano di ristrutturazione di Eur SpA, venuto a seguito di un’importante crisi finanziaria della società conseguente alla realizzazione della “Nuvola” di Fuksas, siamo felici di constatare che l’azienda conserverà intatta la sua pianta organica, rispettando così la volontà del Parlamento italiano. Lo desumiamo dal continuo ricorso a nuovi contratti esterni onerosi. Evidentemente i problemi strutturali cagionati da clamorosi errori strategici di Rutelli e Veltroni e dalla dissennata volontà di Renzi di non concedere la ricapitalizzazione, sono stati superati e i mancati incassi dalla locazione dei quattro edifici di pregio svenduti a Inail sono stati adeguatamente tamponati. Bene. A questo punto suggeriamo alla governance di bandire un concorso pubblico per reclutare professionisti e tecnici anche sul mercato romano, tanto per evitare una graduale “lombardizzazione” di un ex ente territoriale profondamente legato alla capitale e alla sua identità”. E’ quanto dichiara in una nota Fabio Rampelli, capogruppo alla Camera di Fratelli d’Italia-Alleanza Nazionale.

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“Chi licenzia la legge sarà licenziato”

Posted by fidest press agency su giovedì, 10 maggio 2012

Hanno gridato in tanti a Roma sotto palazzo Madama, armati di pentole, mestoli e coperchi, per far arrivare un rumoroso NO alla controriforma del lavoro Monti-Fornero fino ai Senatori che stanno la esaminando in Commissione. Così l’USB a Roma, insieme ad altre forze sindacali conflittuali, ha inteso denunciare la gravità di un DdL che, se approvato, sancirà la libertà di licenziare, favorirà la precarietà, peggiorerà le condizioni di chi perde il lavoro senza garantire reddito a chi un lavoro non ha. “Non votatela!”, lo striscione che è stato portato dai manifestazione al centro di corso del Rinascimento bloccando il traffico davanti al Senato. Lo stesso appello sta arrivando da oggi nelle caselle di posta elettronica ed ai fax di tutti i Senatori, per la campagna di mailbombing che l’USB ha attivato sulla rete e nei posti di lavoro in occasione di questa giornata di protesta nazionale.
Molte infatti le iniziative di mobilitazione in tutta Italia: si è manifesto questa mattina a Genova, a Lodi e a Lecce, mentre intorno alle 17.00 partiranno i presidi di Torino, davanti alla sede Rai, via Verdi; Milano, piazza San Babila; Vicenza, davanti Equitalia, Porta San Bortolo, ore 17.30; Firenze, manifestazione in piazza dell’Unità, ore 17.30; Napoli, davanti sede della Regione Campania, via S.Lucia, ore 16.30; Catania, Prefettura, ore 17.00.

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Roma: crisi nelle costruzioni

Posted by fidest press agency su mercoledì, 20 luglio 2011

A Roma registriamo, nel settore delle costruzioni, un aumento della cassa integrazione straordinaria del 250,1% e di quella in deroga, che riguarda le aziende con meno di 15 dipendenti, aumentata del 7.577,00%. Questi dati sono di fonte INPS Lazio e riguardano il 2010 su 2009. I primi 5 mesi del 2011 le ore di cassa straordinaria sono pari al 57% di quelle utilizzate in tutto il 2010 e per quelle in deroga sono pari al 34% di quelle utilizzate in tutto il 2010. A ciò sommiamo l’avvio delle procedure di licenziamento collettivo da parte dei due consorzi che stanno realizzando le due nuove linee metropolitane di Roma, Metro C e METRO B1, per un totale di 188 operai e 84 impiegati. Perderemo così altri 272 posti di lavoro, che si sommano ad altri 286 dipendenti di affidatarie e sub-appaltatrici dei due cantieri già posti in cassa integrazione. Alla fine del 2012 nei cantieri delle due linee metropolitane avremo un altro esubero di ulteriori 1000 posti di lavoro. Non è inutile ricordare che METRO C vuole licenziare i suoi dipendenti e dare in sub appalto lo scavo delle gallerie per la tratta T3 SAN GIOVANNI – COLOSSEO ed intanto l’appalto per la realizzazione della tratta B2 ovvero REBIBBIA – CASAL MONASTERO giace in attesa di essere aggiudicato, tra un rimpasto di giunta e qualche altro gioco politico o di potere. “Che strano Sindaco si ritrova la città di Roma” afferma il segretario generale della Fillea Cgil di Roma e Lazio, Roberto Cellini. “In un momento in cui il settore delle costruzioni di Roma è prossimo al crollo e nelle more di una trattativa per la nuova giunta, il sindaco trova il tempo per intervenire a sostegno di una squadra di calcio romana e non per i lavoratori delle costruzioni. Se poi aggiungiamo che il presidente di quella società di calcio è anche proprietario di una importante società di costruzioni la CIACCIA APPALTI, attualmente coinvolta in una cassa integrazione e che verso quei dipendenti ancora in attività dimostra gravi difficoltà nel rispettare il pagamento degli stipendi, la cosa diventa veramente grottesca. Speriamo in un ravvedimento del sindaco e della sua giunta affinché il 20 Luglio, abbiano la capacità politica di sottoscrivere con le organizzazioni sindacali di categoria un accordo che preveda in una clausola sociale, la riassunzione dei dipendenti in esubero nelle due linee metropolitane, presso tutti i cantieri attuali e futuri della mobilità di Roma”.

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Introdotta tassa per le cause di lavoro

Posted by fidest press agency su mercoledì, 13 luglio 2011

La manovra di Tremonti ha introdotto l’obbligo di versamento del “contributo unificato” anche per le cause di lavoro e previdenziali sin dal primo grado di giudizio. Per impugnare un licenziamento un lavoratore dovrebbe pagare circa 500 Euro. “E’ una tassa odiosa da eliminare – mette in chiaro Emidia Papi, dell’Esecutivo Nazionale USB – le cause di lavoro erano esentate dal pagamento del ‘contributo unificato’ in quanto il lavoratore era riconosciuto come parte debole di fronte alle aziende. Ora, se pur diversificata secondo il reddito del lavoratore e secondo il valore della causa, questa tassa va a ledere un diritto fondamentale. Inoltre, avendo effetto immediato, sta già procurando gravi danni ai lavoratori con blocchi dell’avvio delle cause e richieste di pagamento”. Prosegue la dirigente USB: “Dopo il Collegato Lavoro, che ha introdotto scadenze capestro per impugnare i licenziamenti ed i contratti precari, con questo provvedimento il Governo vorrebbe rastrellare 103 milioni di Euro sulla pelle dei lavoratori e dei precari in causa. Un grave motivo in più per contestare e respingere una manovra iniqua e ammazza diritti”. “Per questo – conclude Papi – abbiamo avviato una campagna di protesta, invitando tutti i lavoratori ad inondare le caselle di posta dei membri della commissione Bilancio del Senato per chiedere l’accantonamento del comma 6 dell’ art. 37 del D.L. 98/2011, in cui è prevista l’odiosa tassa, ed il ripristino della gratuità del processo di lavoro e previdenziale”.

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L’on.le Laratta sulla Calabria

Posted by fidest press agency su venerdì, 8 aprile 2011

Il deputato del Pd, on. Franco Laratta, è intervenuto alla Camera dei Deputati per denunciare: “la profonda disattenzione del Governo per i problemi della Calabria. Questo Governo è solto e soltanto interessato a risolvere i problemi giudiziari del Premier, mentre ignora i problemi dei giovani calabresi, il 50% dei quali è disoccupato e costretto ad emigrare; ignora i problemi dei precari della scuola che rischiano il licenziamento; ignora i problemi delle famiglie e delle imprese del sud, come quelli della crisi del turismo e dell’agricoltura.  Mentre si assiste a situazioni drammatiche, come quella delle centinaia di precari sial-cooperative di San Giovanni in Fiore, Longobucco e altri comuni, che da un anno non percepiscono un centesimo. La Calabria vive una situazione drammatica, mentre il governo si occupa dei processi di Berlusconi. E il ministro Tremonti si lancia in una spregiudicata manovra elettorale, promettendo la Zona Franca per la metropoli di MIlano. Ci chiediamo: che fine hanno fatto le Zone Franche Urbane calabresi, previste dal Governo Prodi? Che fine ha fatto il Piano per il Sud. Dove sono i promessi interventi per i giovani disoccupati della Calabria  e del sud? Tutto questo nel silenzio di Scopelliti e dei parlamentari calabresi del Pdl!”!

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Quando Il licenziamento è illegittimo

Posted by fidest press agency su sabato, 19 febbraio 2011

Secondo la sentenza n. 3043/2011 della sezione lavoro della Cassazione che Giovanni D’Agata, componente del Dipartimento Tematico Nazionale “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori e fondatore dello “Sportello dei Diritti” segnala, è illegittimo il licenziamento se la contestazione viene fatta dopo due mesi. La Corte ha così rigettato il ricorso di una cooperativa che aveva licenziato un socio lavoratore (dipendente), con una telegramma, contestando all’uomo un fatto avvenuto ad agosto. Il socio lavoratore era stato reintegrato dal Tribunale di Genova che aveva stabilito l’illegittimità del licenziamento. Gli ermellini, ritenuta applicabile la disciplina della tutela reale anche al socio lavoratore della cooperativa hanno applicato il principio secondo cui una contestazione a due mesi di distanza “dal fatto è ingiustificata e dev’essere considerata tardiva”, anche in considerazione che “la giurisprudenza di legittimità individua la ratio del principio dell’immediatezza della contestazione disciplinare (desumibile dall’art. 7 dello statuto dei lavoratori) nell’obbligo di osservare le regole della buona fede e della correttezza nell’attuazione del rapporto di lavoro, e ritiene che non sia consentito all’imprenditore-datore di lavoro di procrastinare la contestazione medesima in modo da rendere difficile la difesa del dipendente o perpetuare l’incertezza sulla sorte del rapporto; nel licenziamento l’immediatezza della contestazione si configura dunque quale elemento costitutivo del diritto di recesso del datore di lavoro”.

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Mandare “a fanculo” il capo?

Posted by fidest press agency su lunedì, 14 febbraio 2011

Qualcuno dirà che è sempre maleducazione mandare “a fanculo” un’altra persona, e specie sul posto di lavoro, se quella persona è il capo, il comportamento dovrebbe essere ancor più censurabile. Ma se il dipendente è sempre stato ligio al dovere, insomma se è un impiegato modello un “fanculo” a “carattere episodico” è concesso e quindi il lavoratore non può essere licenziato.  Secondo la Cassazione, sezione lavoro, con la sentenza n. 3042 che Giovanni D’Agata, componente del Dipartimento Tematico Nazionale “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori e fondatore dello “Sportello dei Diritti” riporta, “un comportamento, per quanto grave, se ha carattere episodico e se è riconducibile ad un dipendente che non ha mai dato luogo a censure comportamentali, non può fare arrivare ad un giudizio di particolare gravità” tale da determinare il licenziamento disciplinare. È questo il principio espresso dai giudici di piazza Cavour nel rigettare il ricorso di una casa di cura di Catanzaro che aveva intimato il recesso dal rapporto di lavoro ad una dipendente alla quale sarebbero state addebitati comportamenti disciplinarmente rilevanti tra i quali l’aver usato espressioni offensive nei confronti di un superiore.  La donna aveva vinto entrambi i giudizi di merito e si era vista reintegrare nel posto di lavoro, ma  la propria azienda aveva proposto comunque ricorso per cassazione  Gli ermellini hanno quindi respinto ritenendo che la sentenza impugnata “è particolarmente diffusa per escludere che quei fatti, in via generale punibili con sanzione conservativa, ricoprissero quel carattere di particolare gravità che giustificherebbe il licenziamento”, ed hanno peraltro precisato che un lavoratore modello, “per quanto possa avere sul posto di lavoro un comportamento grave”, se è di “carattere episodico” non merita il licenziamento.

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Buste paga gonfiate

Posted by fidest press agency su sabato, 22 gennaio 2011

È un fenomeno tristemente noto e diffuso a livello nazionale quello dei datori di lavoro che obbligano i propri dipendenti a sottoscrivere buste paga “gonfiate”. Da oggi, però secondo Giovanni D’Agata, Componente del Dipartimento Tematico Nazionale “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori e fondatore dello “Sportello dei Diritti”con la sentenza n. 1284/11 della seconda sezione penale della Cassazione i datori che si comportano in tal modo sono passibili di condanna per il reato di estorsione di cui all’articolo 629 del codice penale, se minacciando il licenziamento, impongono la firma di buste-paga superiori alla prestazione lavorativa effettivamente espletata.  I giudici hanno precisato che integra tale fattispecie delittuosa anche nel caso in cui i lavoratori non si siano fatti intimidire e si siano rivolti ai sindacati e al giudice del lavoro, purché la condotta del datore tenda a coartare la volontà altrui mediante la paura.
Sulla scorta della consolidato principio giurisprudenziale (Cass. 36642/07, 16656/10, 656/09, 48868/09) secondo il quale: “integra il reato di estorsione la condotta del datore di lavoro che, approfittando della situazione del mercato di lavoro a lui favorevole per la prevalenza dell’offerta sulla domanda, costringa i lavoratori, con la minaccia larvata di licenziamento, ad accettare la corresponsione di trattamenti retributivi deteriori e non adeguati alle prestazioni effettuate, e più in generale condizioni di lavoro contrarie alle leggi ed ai contratti collettivi” i giudici di piazza Cavour hanno ribadito quanto sostenuto dalla Corte d’Appello di Catanzaro che nel confermare la sentenza di condanna di un datore di lavoro da parte del Tribunale di Castrovillari aveva ritenuto che “per configurarsi il reato di estorsione è sufficiente che la minaccia sia tale da incutere una coercizione dell’altrui volontà ed a nulla rileva che si verifichi un’effettiva intimidazione del soggetto passivo” escludendosi che manchi l’elemento materiale della minaccia e lo stato di soggezione del lavoratore laddove di fronte alla condotta datoriale i lavoratori si siano comunque rivolti alle organizzazioni sindacali e al giudice del lavoro.

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Vietato dormire in servizio: pena licenziamento

Posted by fidest press agency su giovedì, 9 dicembre 2010

La sezione ” Terza sezione penale ” della Cassazione ha bocciato il ricorso del lavoratore e nella sentenza 43412 del 7 dicembre 2010 ha sottolineato che “l’essersi addormentato costituisce abbandono del posto di servizio”.  Il giudice di legittimità ha respinto il ricorso proposto da un agente della Polizia di Stato, che la Corte d’Appello di Milano aveva condannato per abbandono del posto di lavoro poichè, in servizio alla frontiera, si era allontanato per recarsi a riposare nel gabbiotto.  In questo modo ha reso definitiva la condanna a quattro mesi di reclusione per abbandono di servizio nei confronti di Sabino G., 30enne agente di Polizia in servizio al valico di Zenna e addetto al controllo dei passaporti che, il 20 agosto del 2004, alle prime ore del mattino, era stato sorpreso addormentato nel gabbiotto di vigilanza.  Per la Suprema Corte, “l’addormentamento, quando dipende da una libera scelta del soggetto e non da cause patologiche, è sempre un atto volontario” e, come tale, costituisce abbandono di servizio. Sabino G. era già stato condannato a quattro mesi di reclusione dalla Corte d’appello di Milano, nel novembre 2009, in violazione della legge 121 del 1981 poiché alle 6.50 del 20 agosto di sei anni fa “era stato sorpreso addormentato a bocca aperta nel proprio gabbiotto e non si era svegliato nonostante il rumore del passaggio dell’autovettura di servizio e nonostante che l’ispettore avesse aperto il vetro di separazione del gabbiotto”. Invano il lavoratore ha rivendicato una sanzione minore sostenendo, tra l’altro, di non avere di non avere “abbandonato il posto di lavoro” cercando giustificare la propria condotta. La Suprema Cassazione ha infatti sancito che, non solo un tale comportamento indicava il venir meno al dovere generale legato alla tenuta della divisa, ma che “abbandona il servizio non solo colui che materialmente si allontana dal luogo dove il servizio deve essere prestato, ma anche colui che, pur presente nel luogo in realtà non lo presta. Colui che, peposto al controllo dei passaporti in una zona di frontiera, si addormenti nel relativo gabbiotto, certamente non presta il servizio che gli è affidato”. Secondo Giovanni D’Agata componente del Dipartimento Tematico Nazionale “Tutela del Consumatore” e fondatore dello “Sportello Dei Diritti”, tale sentenza è certamente eccessiva anche perché mentre nelle grandi aziende americane si creano spazi perché i dipendenti possano schiacciare un pisolino pomeridiano, in Italia i dipendenti sorpresi a fare la siesta vengono licenziati ed addirittura è “Configurabile il reato d’abbandono del posto di servizio”.

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Ubriaco sul posto di lavoro, legittimo il licenziamento

Posted by fidest press agency su domenica, 12 settembre 2010

Anche la Corte di Cassazione coglie l’allarme sociale del grave fenomeno dell’alcolismo sul posto di lavoro ed adotta la linea rigorosa contro chi è colto in stato di ebrezza sul luogo di lavoro.  Con la sentenza n. 19361 di oggi i giudici di Piazza Cavour della sezione lavoro, infatti, hanno stabilito che è legittimo il licenziamento del lavoratore colto in stato di ebrezza sul posto di lavoro.. Nella circostanza il lavoratore licenziato per motivi disciplinari, è  stato trovato spesso ubriaco durante il lavoro; il cittadino si era rivolto senza successo al Tribunale di Siracusa per l’annullamento del provvedimento disciplinare. La Suprema Corte che ha respinto il ricorso ha sottolineato che “rientra nella giusta causa di licenziamento sorprendere il lavoratore svolgere le proprie mansioni in stato di ebrezza”.  Infatti la sostanza più usata e abusata su tutti i posti di lavoro resta l’alcol; l’avere problemi con l’alcol e la frequenza con cui ci si ubriaca possono determinare un aumento delle assenze dal lavoro per malattia, come anche ritardi o abbandoni del posto di lavoro.  Occorre precisare che i problemi dovuti ad uso di alcolici possono essere causati non solo dal fatto di bere nel posto di lavoro, ma anche dal fatto di aver bevuto prima di iniziare a lavorare. L’aumento del rischio di infortunio non riguarda solo l’alcolista che si presenta già ubriaco sul posto di lavoro e come tale facilmente individuabile; ma riguarda pure chi ha la consuetudine di bere anche a basse dosi durante la pausa mensa. La ragione è da ricercare nel fatto che anche bevendo due bicchieri di vino – 0,5m/l, il rischio di incorrere in un infortunio raddoppia.  Naturalmente, il rischio di essere vittima di infortunio aumenta in proporzione alla quantità assunta, cosicché la probabilità di restare vittima di infortunio con 1m/l (3 o 4 bicchieri di vino) aumenta di sei volte e raggiunge le 30 volte con 2m/l. Giovanni D’AGATA, componente del Dipartimento Tematico Nazionale“Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori, ritiene che la decisione costituisca un precedente importante anche in termini di dissuasione verso il fenomeno dell’uso di sostanze psicoattive nei luoghi di lavoro che risulta essere un problema spesso sottovalutato e sottostimato.  Una percentuale compresa tra il 4 e il 20% di tutti gli incidenti che capitano sui luoghi di lavoro, 940.000 ogni anno secondo le denunce presentate all’INAIL, risulta alcol correlata.  Ciò  significa che dei 940.000 infortuni segnalati, 37.000-188.000 trovano la loro causa nell’uso e abuso di alcol.Il 51% del totale degli infortuni avviene con modalità, mentre l’11% è  rappresentato da incidenti stradali.

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Fiat: licenziamento sindacalista

Posted by fidest press agency su lunedì, 19 luglio 2010

“Un’azienda che in Italia si prenda la responsabilità di licenziare un rappresentante sindacale aziendale deve aspettarsi di essere condannata dal giudice, in quattro e quattr’otto, alla reintegrazione nel posto di lavoro” lo scrive Giuliano Cazzola, deputato del PdL e Vice Presidente della Commissione Lavoro della Camera, nella sua rubrica settimanale sul sito http://www.libertiamo.it  e fa notare come “Nemmeno il presidente della Repubblica, che risponde soltanto per alto tradimento o per attentato alla Costituzione, è “blindato” al pari di un delegato sindacale”. “Eppure – continua Cazzola – la Fiat negli stabilimenti di Mirafiori e di Melfi non ha esitato ad assumere dei provvedimenti disciplinari (licenziamento incluso) nei confronti di alcuni delegati sindacali della Fiom, i quali, probabilmente, avevano compiuto i medesimi atti (ora censurati) tante altre volte nella più totale impunità.”.  Cazzola però precisa che a lui “non piace andare a caccia di dietrologie ed immaginare puntigliose strategie studiate a tavolino” cosa questa che lascia “volentieri alla Fiom”, anche perché aveva già fatto notare in precedenza “la Fiat si confronterà a breve con dei giudici che plausibilmente  le daranno torto.”  Cazzola poi commenta l’esito del referendum di Pomigliano e la linea di condotta adottata dalla Fiat che “è abbastanza chiara” .ma avvisa anche che “una vittoria ancor più netta e clamorosa non avrebbe disarmato il gruppo dirigente della Fiom, motivato soltanto a “far danni” sempre e comunque”. “Marchionne – secondo Cazzola – non avrebbe mai potuto lasciare in braghe di tela quelle forze sindacali che, insieme a lui, avevano scommesso sul successo dell’operazione Pomigliano. Rinunciando all’investimento” altrimenti “avrebbe subito, nei fatti, il veto della Fiom”.  Quindi per Cazzola “per condurre in porto la sua strategia Marchionne ha davanti a sé una sola strada: essere rigoroso ed intransigente nel pretendere l’applicazione dell’accordo, usando tutti i mezzi a disposizione.”. Secondo il parlamentare del PdL  l’intesa di Pomigliano in fondo ha un solo obiettivo “cambiare radicalmente l’andazzo di alcuni stabilimenti situati nel Mezzogiorno, anche a costo di sopportare una fase di forte conflittualità”. Infine Cazzola fa un parallelo con la Fiat ai tempi di Cesare Romiti e scrive “Romiti decise di licenziare una ventina di lavoratori che si erano particolarmente distinti nelle lotte sindacali violente di quei tempi. I sindacati (tutti) protestarono e una certa parte della sinistra gridò alla repressione. Ma quella svolta, lo si scoprì ben presto, era indispensabile”.

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Mobbing: illegittimo il licenziamento

Posted by fidest press agency su martedì, 22 giugno 2010

È illegittimo il licenziamento per il superamento del periodo di comporto se la malattia, in questo caso, ansia e attacchi di panico, è derivata da mobbing.  Lo ha stabilito la Sezione Lavoro della Corte Di Appello Di Firenze che con la sentenza nella causa n. 106/2009 ha confermato la sentenza n. 1507/2008 del Tribunale di Pistoia che accogliendo la domanda dell’attrice aveva dichiarato illegittimo il licenziamento.  Con sentenza 1507/08 il tribunale di Pistoia, accogliendo la domanda della signora ***,dichiarava illegittimo il licenziamento ad essa intimato in data 24. 03. 04 per superamento del periodo di comporto, e metteva a suo favore e provvedimenti di cui all’art. 18 L. n. 300/1970 e condannava la datrice di lavoro a pagarle € 15.000 a titolo di risarcimento del danno alla persona, oltre spese di causa e di CPU.  La società  appellava tale sentenza davanti a questa corte chiedendone la totale riforma, con rigetto del ricorso introduttivo di primo grado e condanna della cocca alla restituzione di tutte le somme a suo favore versate in esecuzione della sentenza impugnata, maggiorata degli interessi legali; in subordine, in parziale riforma della sentenza impugnata, ridurre la quantificazione delle somme dovute nei confronti della ricorrente in relazione all’attività lavorativa da essa prestata successivamente al 24. 03. 2004; riconosciuta altresì la natura professionale della patologia lamentata dalla lavoratrice, limitare l’eventuale condanna risarcimento del danno al solo danno sprovvisto di copertura assicurativa Inail, ovvero al danno c. d. differenziale e/o complementare, con vittoria di spese per entrambi gradi. La società si costituiva resistendo all’appello e chiedendone il rigetto; con appello incidentale, in parziale riforma della sentenza appellata, la parte appellante a risarcire tutti danni (da di mansione mento, alla salute, alla vita di relazione, all’esistenza e/o immagine professionale, al diritto alla serenità sul luogo di lavoro, danno morale ex articolo 2059 c. c. , biologico) in misura maggiore rispetto a quella riconosciuta, in via equitativa, dal giudice di primo grado (€ 15.000) da determinarsi con apposita CTU (come già richiesto in primo grado), oltre alle spese (sia mediche che non) sostenute per i fatti per cui è causa; con vittoria di spese. Per i Giudici Della Corte Di Appello di Firenze c’è stato mobbing e demansionamento e non vi è stato illegittimo superamento del periodo di comporto perché tale superamento è stato determinato dalla malattia causata dalla stessa datrice di lavoro. Pertanto, il componente del Dipartimento Tematico “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori, Giovanni D’AGATA, impegnato in prima persona da anni nella lotta contro il mobbing sui luoghi di lavoro, esprime sincera soddisfazione per il riconoscimento da parte dei Giudici, di un principio importante che rafforza le tutele e le garanzie dei lavoratori contro le ingiustizie ed i soprusi sui luoghi di lavoro.

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E’ reato minacciare il licenziamento un dipendente

Posted by fidest press agency su domenica, 4 aprile 2010

Commette un reato il datore di lavoro che minaccia il licenziamento a un dipendente che non accetta “di svolgere l’attività lavorativa fuori del normale orario di servizio”. A stabilirlo è la Corte La Corte di Cassazione, V sez. penale con sentenza n. 11891/2010. Il caso ha riguardato un capo reparto che, riprendeva un’impiegata per non aver accettato di svolgere l’attività lavorativa fuori dal normale orario di servizio, asserendo che “l’avrebbe messa a fare del lavoro molto pesante o con macchinari difficili da utilizzare di modo che sarebbe stata costretta a licenziarsi per non stressarsi” e prospettandole, con la minaccia di licenziamento, un “ingiusto danno”. Secondo la Suprema Corte, tale comportamento, integra i reati di minacce e di violenza privata. Per tale motivo, il capo reparto è stato condannato al pagamento di una multa di 51 euro e, al risarcimento dei danni alla lavoratrice. Tale importante decisione, secondo Giovanni D’AGATA componente nazionale del Dipartimento Tematico “Tutela del Consumatore di Italia dei Valori, pone la parola fine ai vili ricatti a cui sono soggetti i lavoratori da alcuni datori di lavoro che intimoriscono i propri dipendenti prospettando loro il licenziamento.

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Lavoratori islamici

Posted by fidest press agency su giovedì, 20 agosto 2009

Lettera aperta al presidente della Repubblica. “L’Associazione Dhuumcatu, da anni impegnata nel campo dei diritti degli stranieri, Vi chiede un intervento urgente a tutela dei  lavoratori islamici, oggetto di una recente campagna mediatica che riteniamo fortemente  discriminatoria. Ci duole rilevare che quanto i media nazionali,  tra i quali non si distingue purtroppo anche il servizio pubblico radiotelevisivo, parlano degli stranieri affrontano il tema ricorrendo spesso ad un lessico xenofobo e razzista, ancor più accentuato nel caso in cui si parli di cittadini di religione islamica.  Credo che abbiate avuto modo di leggere la recente polemica legata alla proposta dalle Associazioni degli agricoltori della Provincia di Mantova in merito all’obbligo per i lavoratori di bere acqua durante il mese del ramadan, pena l’interruzione temporanea dell’attività lavorativa, sino a giungere al licenziamento in casa di recidiva. Alle “caritatevoli” associazioni datoriali, si sono accodati i solerti sindacati che sostengono tale misura in ragione della tutela della salute dei lavoratori, che potrebbe essere messa a rischio dalla calura estiva.  Sappiamo bene,  in realtà, che queste “attenzioni” non hanno come finalità quella di salvaguardare la salute dei lavoratori, al contrario, si configurano come l’ennesimo strumento di pressione dei datori sui lavoratori. In questo contesto, il lavoratore di fede islamica è due volte colpito: una volta per la falsa attenzione nei confronti del suo benessere psico-fisico, l’altra perché obbligato, con un’erronea interpretazione delle religione, a contravvenire ad un precetto. Onorevole Presidente, On. Ministro, siamo consci che durante la stagione della raccolta della frutta, i datori di lavoro non possono dare le ferie ai proprio dipendenti. La soluzione, però, è nella legislazione della Repubblica: un lavoratore può lavorare 40 ore settimanali, in caso si superino le 40 ore senza consenso del lavoratore, si deve parlare di sfruttamento e dunque di una violazione della legge vigente. Del resto, come recita la Costituzione, la Repubblica italiana è fondata sul lavoro.  Se i cosiddetti “islamici” lavorano nei campi per 7 gironi alla settimana, l’orario di lavoro non può superare le 6 ore giornaliere, in caso in cui i giorni lavorativi siano 6, le ore giornaliere non arrivano a 7.  I lavatori dell’agricoltura, iniziano, di norma, l’attività alle 5 o alle 6 della mattina, la giornata di lavoro, a norma di legge, dovrebbe terminare alle 11.00 o alle 12.00 della mattina. Nulla a che vedere, dunque, con il Ramadan e l’obbligo di bere acqua durante il lavoro.  La colpa di questi lavoratori, che per altro non sono stati minimamente interpellati per sapere ciò che pensano della proposta, è quella di essere di religione islamica, di chiamare il proprio Dio Allah: questo è il loro ignominioso fardello. Quando un qualsiasi cittadino pronuncia la frase “Dio è grande” “God is great” nella propria lingua, nulla accade; al contrario, quando un lavoratore islamico pronuncia in lingua araba la frase “Allah hu akbar”, viene, immediatamente, tacciato di fondamentalismo ed fanatismo.  Molte religioni, come la cattolica, il sanatan, meglio conosciuto come induismo, il buddismo, l’ebraismo, fanno ricorso durante le celebrazioni alla lingua delle scritture, in modo da mantenere intatta la purezza del Libro. Furibonde polemiche, invece, si scatenano ogni qualvolta che gli islamici vogliono officiare le proprie celebrazioni usando la lingua araba, sino a prefigurare l’obbligo di predicazione in lingua  italiana.  Qui c’è un nodo fondamentale, il rischio che il principio di laicità dello Stato, così come il principio di libertà religiosa vengano calpestati e cancellati.  On. Presidente, on. Ministro, ci rivolgiamo a voi per intervenire e scongiurare il rischio di ingiustificate pressione sui lavoratori islamici. Il problema non è certo quello dell’acqua, bensì la dignità e le condizioni dei lavoratori dell’agricoltura, sfruttati e costretti a turni massacranti dall’alba al tramonto. Vorrei concludere questa richiesta con un antico proverbio asiatico : “il contadino dà dell’erba alla mucca non per bontà, anzi il giorno dopo, gli metterà un peso ancora più grande sopra le spalle.”. Non vorrei che nella nostra situazione, l’acqua stia al posto dell’erba, ed il lavoratore si trasformi in mucca.  Il DIO onnipotente, GOD, BHOGOBAN e ALLAH benedica a Voi, i 25 milioni di lavoratori e i  60 milioni di cittadini.” Amen- Amin- Om Santi- Hore Krisna

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Rischio licenziamento precari esercito

Posted by fidest press agency su lunedì, 25 maggio 2009

Nella splendida “villa cattolica” alle porte di bagheria, è stata tenuta la cerimonia fondativa dell’associazione anget. Sono intervenuti il presidente dell’associazione Roberto Peretti, accompagnato dall’intramontabile decano della politica onorevole Placenti, alla presenza del sindaco Sciortino, rappresentanti della giunta comunale  deputati dell’assemblea regionale di entrambi gli schieramenti politici , autorità, religiosi, imprenditori, giornalisti. tra i relatori  interviene Girolamo Foti in qualità di conduttore televisivo di teleregina – la redazione di rotocalco militare riporta nel sito l’intervento di Girolamo Foti che ancora una volta, come promesso, ha portato la questione dei 23 mila precari delle forze armate che rischiano di essere buttati in mezzo alla strada anche in questo convegno in presenza di moltissime autorità, nonchè organi di stampa. sia il pubblico (quasi 200 presenti) che gli ospiti si sono interessati e si e’ subito aperto un dibattito.  continua cosi’ l’operazione mediatica al fine di coinvolgere anche la società civile, le associazioni e soprattutto le parti politiche.

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