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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 321

Posts Tagged ‘linguaggio’

Il linguaggio dei politici: Le “merendine” del ministro Fioramonti

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 settembre 2019

Qualche giorno fa il ministro della pubblica istruzione esprimendo la sua opinione sugli stipendi degli insegnanti e condividendone il disagio vi aggiunse la necessità di trovare le risorse e a questo punto parlò del costo delle merendine e la convenienza di ridurne la spesa anche perché, soggiunse, non fanno granché bene ai bambini. E’ stato, a mio avviso, un ragionamento logico ma sbagliato nell’identificare un certo tipo di prodotto per definirlo persino sconsigliabile per l’alimentazione dei giovanissimi. Questo piccolo esempio dà la misura della superficialità della comunicazione da parte di taluni politici. Posta la missiva all’attenzione popolare, ha significato una sola cosa: il ministro vuole togliere le merendine ai bambini per finanziare gli aumenti di stipendio degli insegnanti. Lascio al lettore considerare l’argomento nell’immaginario collettivo e nelle sue diverse sensibilità. La mia riflessione non si ferma, ovviamente, a questo passaggio narrativo ma apre il discorso su un piano più generale. Oggi il difetto di molti politici è quello di non parlare pensando ai possibili interlocutori che lo osservano e lo ascoltano dagli schermi della televisione e che questa indistinta massa di persone è formata da soggetti di tutte le età, livello culturale e a volte con una capacità di ascolto limitata ora per sordità, ora perché distratta da altri impegni. Alla fine il popolo degli elettori identificherà il suo consenso o dissenso solo su due o tre parole chiave che si sono fissate nella mente. Non dimentichiamo, alla fine, che proveniamo da un passato remoto e recente dove gli avversari di ieri e quelli di oggi se le son detti di tutti i colori anche con frasi offensive e se ora i loro rispettivi leader, come se nulla fosse, si stringono la mano e si scambiano i sorrisi non è detto che i rancori passati si siano del tutto diradati dai fan delle due parti. Ecco perché il messaggio che deve filtrare è di armonia e non tendente ad attizzare altro fuoco anche se per certi la tentazione è forte. Deve essere un messaggio deciso e chiaro perché a partire dalla scuola, e non solo, sono stati commessi molti errori e ora occorre porvi riparo parlando di meno e facendo molto di più. (Riccardo Alfonso)

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La politica nel linguaggio popolare: Un mondo che va alla rovescia

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 settembre 2019

Talvolta chi ascolta le parole dei politici è colto da diffidenza, sospetto, scetticismo ed anche da un soffio di speranza che si spezza subito dopo con la realtà di una esistenza diversa, la propria e l’altrui. Le parole espresse da chi ci incoraggia a nutrire una speranza per il recupero del passato e ad addolcire le nostre tensioni verso il futuro, non sempre sortiscono i loro effetti. Si riconosce nella stessa ragione un non so che di insufficiente forse perché l’avvertiamo fredda e disumana. E’ quel momento del pessimismo tragico, pensato da Marcel nel suo Giornale Metafisico (tr.it. Abete, Roma), che la coscienza del negativo riesce a far emergere. A questo orizzonte appartiene il problema della conservazione del passato in quanto esso è immesso in un processo di un presente vivente in cui è rammentato e ravvisato in un “movimento che lo evoca e lo sovrappone a se stesso”. Si dà uno stretto rapporto tra il conservare ed il creare, dice Marcel, perché può essere salvato solo ciò che vive, ciò che partecipa della vita e, pertanto, ha in sé esistenza e valore. E’ l’essere globale dell’uomo che si apre al mondo progettandolo come proprio e la politica diventa uno strumento di questa globalità ed il suo fallimento è il fallimento di tutto il suo archetipo. Questo perché si fonda su valori negativi quali la guerra per comporre le rispettive divergenze d’opinione, per il trionfo di una ideologia per quanto aberrante possa essere, su una fede giustiziera ed assolutista, sul culto del consumismo e del benessere cinico ed egoistico che guarda il sé e non il là. Non ha ragione di prospettiva dato che è una forza centripeta. L’opposto del rovescio è una politica del positivo, della condivisione, della partecipazione, della prospettiva. Ma per renderlo tale occorre che gli esseri umani restituiscono dignità alla politica, la facciano ritornare quella che è e che deve essere. (Riccardo Alfonso)

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Il linguaggio di Trump: fra parole e violenza

Posted by fidest press agency su martedì, 20 agosto 2019

By Domenico Maceri. La retorica divisiva del presidente Donald Trump è “direttamente responsabile” per la sparatoria a El Paso, Texas. Queste le parole di Alexandria Ocasio-Cortez, la parlamentare liberal di New York, mentre parlava a una veglia funebre tenutasi a Brooklyn per le vittime di El Paso e quelle di Dayton, Ohio. Corey Booker, senatore del New Jersey e candidato alla nomination democratica, ha fatto eco alle parole di Ocasio-Cortez, addossando anche lui la colpa a Trump poiché alimenta la paura e l’odio, invece di condannare la supremazia bianca. Julian Castro, però, ex sindaco di San Antonio e membro del cabinet dell’amministrazione di Barack Obama, ha detto che “l’unico direttamente responsabile” in questi sanguinosi episodi è l’individuo che ha sparato.Castro ha letteralmente ragione, ma il linguaggio incendiario di Trump si collega indirettamente (ma probabilmente anche direttamente) alle recenti stragi. Le informazioni finora venute a galla spiegherebbero la motivazione dell’individuo responsabile per la morte di 22 persone, additando a una matrice suprematista. Poche ora prima della tragedia, il killer avrebbe postato un manifesto in cui riprende il linguaggio anti-immigranti di Trump. Il manifesto, postato nello stesso sito di ultra destra usato dal killer responsabile per la morte di 50 musulmani in Nuova Zelanda, reitera “l’invasione” degli immigrati. Ci dice anche che lui si sente attaccato da questi stranieri e quindi vuole “difendere il suo Paese”. Accusa gli immigrati di volere rimpiazzare la razza bianca, idea anche caldeggiata dai suprematisti bianchi nelle vicende di Charlottesville del 2017 e parecchie altre stragi in cui giovani bianchi sono stati responsabili di sparatorie, causando la morte di decine di persone, in genere membri di gruppi minoritari.Il manifesto non si collega direttamente a Trump ma l’affinità con il linguaggio incendiario e pericoloso usato dall’inquilino della Casa Bianca deve essere valutata. Trump ha fatto uso di attacchi agli immigrati dall’inizio della sua campagna, avendola iniziata accusando i messicani di essere stupratori. In uno dei suoi tanti comizi il candidato Trump ha incoraggiato i suoi sostenitori a “prendere a botte” alcuni manifestanti, offrendo di pagare loro le eventuali spese legali. Un linguaggio retorico continuato nella sua presidenza come ci dimostra il più recente discorso a Panama City, in Florida. Parlando della situazione al confine col Messico, Trump si è riferito ai migranti dicendo che non “li lasceremo entrare”. Non si useranno armi da fuoco per fermarli anche se altri Paesi lo fanno, ha continuato il 45esimo presidente. “Come si fermano dunque?” ha domandato Trump al suo pubblico. La risposta immediata da alcuni sostenitori è stata di “spararli”.
Sarà coincidenza ma è proprio quello che ha fatto il killer della strage di El Paso. La scelta della città al confine col Messico non è stata casuale poiché l’80 percento della popolazione è formata da latinos, la maggior parte di origine messicana. Inoltre, 8 delle vittime della tragedia erano infatti cittadini messicani che avevano attraversato la frontiera per fare shopping a Walmart.Trump ha condannato, anche se debolmente, la strage di El Paso e anche quella di Dayton, Ohio, leggendo dal teleprompter che la “nostra nazione condanna il razzismo e la supremazia bianca”. Al di là del suo sbaglio “geografico” (ha detto che la strage era avvenuta a Toledo anziché di Dayton ), le parole del 45esimo presidente odoravano di falsità e incoerenza. Trump ha cercato di addossare la colpa delle stragi ai videogiochi e all’accesso di armi ai malati di mente. In ciò reitera il linguaggio della National Rifle Association (NRA) che le armi da fuoco non sono pericolose in sé ma i veri colpevoli sono le persone che premono il grilletto.I videogiochi e i malati di mente esistono anche in molti altri Paesi, i quali non subiscono queste stragi che in America sono divenute routine. La spiegazione dunque risiede nella disponibilità di armi da fuoco. Quando il linguaggio politico che demonizza alcuni gruppi etnici o razziali si fonde con il facile accesso ai fucili di assalto, si ottiene un clima letale.Trump però non è completamente responsabile per queste stragi, nemmeno quelle che si collegano almeno indirettamente alla sua retorica politica. Non ha nemmeno lui inventato l’idea degli immigrati come invasori che distruggono l’America. Patrick Buchanan, candidato presidenziale nel 1992 e 1996, ne aveva già parlato usando infatti la stessa espressione di “invasione illegale”. Trump l’ha definitivamente adottata e ampliata nella campagna elettorale e continuata durante la presidenza. In ciò lui ha ricevuto notevole sostegno dai media di destra, in particolar modo dalla Fox News. Già nel 2014, prima che Trump annunciasse la sua corsa alla presidenza, parecchi conduttori della rete di Rupert Murdoch, parlavano di immigrazione come “invasione”. Rush Limbaugh, il noto conduttore radiofonico conservatore, ha anche lui amplificato gli aspetti negativi degli immigrati, dicendo che si tratta di “un’invasione” che alla fine farà perdere l’identità all’America (vedi identità bianca). Ann Coulter, una delle star di Fox News, ha detto in un’occasione che bisognava “sparare questi invasori”.Un’analisi comprensiva del New York Times di questo linguaggio anti-immigranti promosso dai media di destra ha rilevato più di centinaia di esempi che si sovrappongono alle parole del manifesto del killer di El Paso. Trump ripete questo linguaggio e i media di destra lo riecheggiano, ottenendo un effetto cumulativo che non spiega fino in fondo queste stragi. Di certo però le alimenta, colorandole anche di legittimità con le parole incendiarie attualmente in auge nel linguaggio della Casa Bianca attuale.La scrittrice americana Toni Morrison, deceduta recentemente, nel suo discorso di accettazione del premio Nobel nel 1993, disse che “la lingua oppressiva va oltre la rappresentazione della violenza; è la violenza stessa”. Le parole vengono usate per tanti scopi dalle aziende per vendere prodotti e dai politici per convincere gli elettori e dunque contengono un forte peso. Trump dà l’impressione di non capire che le parole feriscono e a volte uccidono. In realtà lo capisce molto bene e continuerà a usare il suo solito linguaggio aggressivo perché lo considera la sua carta vincente.
Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

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Secondo appuntamento di La Scienza

Posted by fidest press agency su venerdì, 15 febbraio 2019

Roma Lunedì 18 febbraio ore 20 Piccolo Eliseo via Nazionale 183 Secondo appuntamento di La Scienza e Noi a cura di Viviana Kasam, presidente di BrainCircle Italia, manifestazione che valorizza l’eccellenza degli scienziati italiani, parlando delle ricerche scientifiche più innovative. La rassegna, che prevede un ciclo di incontri a ingresso gratuito e con diretta streaming su http://www.brainforum.it registra, per il terzo anno consecutivo, fortissimo interesse di critica e di pubblico. Si parlerà di Neurolinguistica, una delle discipline oggi più studiate nell’ambito delle neuroscienze, con Andrea Moro: linguista, scrittore, scienziato e professore di Linguistica generale presso la Scuola Universitaria Superiore (IUSS) di Pavia, dove ha fondato il centro di ricerca in Neuroscienze, epistemologia e sintassi teorica. Andrea Moro è uno dei massimi scienziati al mondo per lo studio del linguaggio e suoi lavori sono all’avanguardia nel settore.
Il neuroscienziato parlerà al pubblico del Piccolo Eliseo dell’insieme di proprietà che, al di là delle apparenze, tutte le lingue condividono facendo riferimento a esperimenti e studi sul cervello e linguaggio che egli stesso ha contribuito a progettare; spiegherà la struttura del linguaggio umano, passando dalle cosiddette “lingue impossibili”, ossia quelle che il cervello non riconosce come naturali, fino ad arrivare, attraverso un percorso scientifico, al suono del pensiero.Ingresso libero fino a esaurimento posti
Info: http://www.brainforum.it

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“Il linguaggio del processo”

Posted by fidest press agency su venerdì, 2 novembre 2018

Milano Giovedì 8 novembre 2018 alle ore 18:30 presso l’Auditorium “Piero Calamandrei” di La Scala, in via Correggio 43 La Scala Società tra Avvocati e la sua Toogood Society presentano “Il linguaggio del processo” di Filippo Danovi. La parola e le forme del linguaggio svolgono un ruolo fondamentale all’interno del processo e intorno a esso, che lo si consideri come un necessario e dialettico confronto, come un viaggio, come una rappresentazione, una battaglia o un gioco. Ne “Il linguaggio del processo” (Giuffrè editore), Filippo Danovi – Professore Ordinario di Diritto processuale civile presso l’Università degli Studi di Milano–Bicocca – intende esplorare le differenti prospettive del rapporto tra processo e linguaggio, anche contestualizzato nell’evoluzione – e talvolta involuzione – della società.Alla presentazione del volume interverranno, con l’autore, Giuseppe La Scala (Senior Partner di La Scala Società tra Avvocati), Alberto Tedoldi (Associato di diritto processuale civile, Università di Verona) e Antonio Valitutti (Consigliere della Corte di Cassazione).Nel libro, suddiviso nelle due parti Le forme del processo e Le forme nel processo, si analizzano discipline e regole che finiscono per rafforzare ed estremizzare le forme del giudizio, e altre che al contrario tendono alla loro semplificazione, nella crescente emersione del principio di sinteticità degli atti. In relazione alle forme, l’autore raffronta istituti ormai desueti, altri che si pongono come alternativa al processo ordinario e si interroga sulle sfide del prossimo futuro, come quelle legate all’intelligenza artificiale. Nella seconda parte, Danovi indaga le gradazioni e le sfumature delle parole, dei luoghi e dei personaggi che animano i processi e conclude con riflessioni sul profondo e misterioso legame tra la parola, il processo e la vita.Ciò che emerge da una approfondita lettura del volume è il nesso tra il degrado dei modi di pensare e delle formule espressive che caratterizza il nostro tempo e la necessità di ripensare il linguaggio giuridico in funzione del nuovo porsi del diritto nell’esperienza contemporanea. Il diritto è da sempre lo specchio della società e la parola è indispensabile veicolo conoscitivo anche per il diritto, nel quale assume un ruolo vincolato da rigore e tecnicismo.

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Costruzione e decostruzione del linguaggio della storia dell‘arte

Posted by fidest press agency su lunedì, 22 ottobre 2018

Roma dal 24 al 26 ottobre un workshop di ricerca sul tema del vocabolario stilistico organizzato dall’Istituto Svizzero, l’Accademia di Francia a Roma – Villa Medici, Viale della Trinità dei Monti, 1 e in collaborazione con la Biblioteca Hertziana e KNIR Reale Istituto Neerlandese di Roma. Il workshop si svolgerà in tre diverse sedi: Istituto Svizzero (24 ottobre), Villa Medici (25 ottobre) e Biblioteca Hertziana (26 ottobre). Se da un lato la storia dell’arte adotta una prospettiva sempre più globale, rielaborando in toto la maniera di teorizzare e di insegnare la disciplina, dall’altro il workshop si propone di condurre una riflessione sui concetti dello stile e delle epoche che ne hanno forgiato il campo di studi, nonché sulla loro pertinenza attuale. Quali furono la storia, gli usi e la critica legati a espressioni quali “antico”, “realismo”, “moderno”, “contemporaneo” o “avanguardia “, termini il cui impiego è stato continuo e al contempo incessantemente ambiguo? Alternando il dibattito ad analisi condotte direttamente sul campo, frutto dell’ osservazione degli oggetti stessi, il workshop non si limiterà ad affrontare le costruzioni lessicali trasmesse dalla storiografia, bensì si proporrà di raffrontare tali rappresentazioni alla realtà degli oggetti artistici (che si tratti di dipinti, sculture, oggetti decorativi oppure complessi architettonici), interrogando i diversi valori e significati culturali insiti nella materialità stessa dell’opera d’arte.
Le conferenze si svolgeranno in lingua francese, inglese e italiana. Per il 24 ottobre è prevista la traduzione simultanea all’italiano.
Il workshop dell’Istituto svizzero in Via Ludovisi, 48 del 24 corrente avrà inizio alle ore
09:30. Seguono alle10:00 Batalla-Lagleyre (Université de Bourgogne) L ’invention du “Grand Siècle”, période et style. La République et l’art français sous Louis XIV (1871-1958)
11:30 Laura Moure Cecchini (Colgate University) Can the Baroque Be Classical? The Seicento and the Return-To-Order in 1920s Italian Painting
12:30 Isaline Deléderray-Oguey (Universités de Neuchâtel et d’Aix-Marseille) Le Liberty, entre historicisme et modernisme: la difficile définition d’un style
19.00 Intervento d’apertura – in collaborazione con il KNIR Reale Istituto Neerlandese di Roma con Stijn Bussels (Leiden University) e Bram van Oostveldt (Universiteit van Amsterdam) What Does Style Do? Classification and Impact of Neoclassical Ensembles (1750-1820)

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Il linguaggio come una tecnologia

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 settembre 2018

Con l’avvento d’internet devo riconoscere il suo tratto distintivo che lo porta al cambiamento dei paradigmi di conoscenza e di relazione. Se sgrossiamo l’osservazione da quanti, da una parte, affermano si tratti solo di una questione di marketing per vendere qualche computer in più o fare qualche connessione in più e, dall’altra, di chi usa toni di mistica digitale celebrando quella che considera una vera e propria “rivoluzione” ci ritroviamo, più semplicemente, in una sorta di rivoluzione dentro un quadro antropologico che ha, tuttavia, una sua propria ragione d’essere nel modo di esprimersi che è andato maturandosi ancor prima di Internet. In altri termini Internet dobbiamo considerarlo solo un metodo di comunicazione, per altro già insito nella nostra natura. Noi disponiamo di una sorta di cornice mentale secondo la quale il modo con cui comunichiamo delimita anche l’orizzonte di quello che si sta pensando. Si tratta, se non altro, di capire entro quale cornice mentale intendiamo interagire e nella quale restiamo influenzati: la scrittura a mano è una tecnologia, scrivere o leggere in ebraico o in arabo, usare solo le consonanti e leggere da destra a sinistra o vice versa è anch’esso una tecnologia, usare i caratteri cirillici o altri caratteri di scrittura è ancora tecnologia e via di questo passo. Si tratta di un qualcosa di automatico. Semmai possiamo affermare, come la comunicazione, che ci permette Internet, di poter vivere l’esperienza mentale dell’altro che altrimenti rimarrebbe inaccessibile.
Tramite la comunicazione possiamo in un certo senso vivere più vite, perché parlando sappiamo cosa c’è nella mente dell’altro e oggi con Internet lo possiamo fare con più frequenza, di quanto non avveniva in passato, quando ciò si rendeva possibile solo se si prendeva un libro di un certo autore, antico o moderno che fosse, per capire cosa c’era nella sua mente. Era un processo più lento, una ricerca più articolata e soprattutto ci rendeva più astratti rispetto all’attualità del nostro presente. Oggi possiamo più agevolmente condividere o anche solo confrontare con gli amici, ma anche conoscenti e occasionali contatti i nostri passaggi mentali e di essere consapevoli che questa strada ci permette di fare una maggiore esperienza e di comprendere cosa vuol dire, a livello di processi conoscitivi, essere soggetti liberi e non schiavi. A questo punto non è escluso che si possa essere, contemporaneamente, computerizzati e analfabeti. (Riccardo Alfonso)

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Il linguaggio come una tecnologia

Posted by fidest press agency su domenica, 4 marzo 2018

Con l’avvento d’internet devo riconoscere il suo tratto distintivo che lo porta al cambiamento dei paradigmi di conoscenza e di relazione. Se sgrossiamo l’osservazione da quanti, da una parte, affermano si tratti solo di una questione di marketing per vendere qualche computer in più o fare qualche connessione in più e, dall’altra, di chi usa toni di mistica digitale celebrando quella che considera una vera e propria “rivoluzione” ci ritroviamo, più semplicemente, in una sorta di rivoluzione dentro un quadro antropologico che ha, tuttavia, una sua propria ragione d’essere nel modo di esprimersi che è andato maturandosi ancor prima di Internet. In altri termini Internet dobbiamo considerarlo solo un metodo di comunicazione, per altro già insito nella nostra natura. Noi disponiamo di una sorta di cornice mentale secondo la quale il modo con cui comunichiamo delimita anche l’orizzonte di quello che si sta pensando. Si tratta, se non altro, di capire entro quale cornice mentale intendiamo interagire e nella quale restiamo influenzati: la scrittura a mano è una tecnologia, scrivere o leggere in ebraico o in arabo, usare solo le consonanti e leggere da destra a sinistra o vice versa è anch’esso una tecnologia, usare i caratteri cirillici o altri caratteri di scrittura è ancora tecnologia e via di questo passo. Si tratta di un qualcosa di automatico. Semmai possiamo affermare, come la comunicazione, che ci permette Internet, di poter vivere l’esperienza mentale dell’altro che altrimenti rimarrebbe inaccessibile.
Tramite la comunicazione possiamo in un certo senso vivere più vite, perché parlando sappiamo cosa c’è nella mente dell’altro e oggi con Internet lo possiamo fare con più frequenza, di quanto non avveniva in passato, quando ciò si rendeva possibile solo se si prendeva un libro di un certo autore, antico o moderno che fosse, per capire cosa c’era nella sua mente. Era un processo più lento, una ricerca più articolata e soprattutto ci rendeva più astratti rispetto all’attualità del nostro presente. Oggi possiamo più agevolmente condividere o anche solo confrontare con gli amici, ma anche conoscenti e occasionali contatti i nostri passaggi mentali e di essere consapevoli che questa strada ci permette di fare una maggiore esperienza e di comprendere cosa vuol dire, a livello di processi conoscitivi, essere soggetti liberi e non schiavi.
A questo punto non è escluso che si possa essere, contemporaneamente, computerizzati e analfabeti. (Riccardo Alfonso)

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Dall’azione al linguaggio

Posted by fidest press agency su lunedì, 15 gennaio 2018

Roma Lunedì 15 Gennaio 2018, ore 16:00 Dipartimento di Filosofia, Comunicazione e Spettacolo, Aula Matassi Via Ostiense 234 Olga Capirci (Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione – CNR) terrà una relazione dal titolo “Dall’azione al linguaggio”. L’evento è parte dei seminari organizzati dal corso di laurea magistrale in Scienze cognitive della comunicazione e dell’azione.

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Il linguaggio come una tecnologia

Posted by fidest press agency su giovedì, 28 settembre 2017

computerCon l’avvento d’internet devo riconoscere il suo tratto distintivo che ci porta al cambiamento dei paradigmi di conoscenza e di relazione. Se sgrossiamo l’osservazione da quanti, da una parte, affermano si tratti solo di una questione di marketing per vendere qualche computer in più o fare qualche connessione in più e, dall’altra, di chi usa toni di mistica digitale celebrando quella che considera una vera e propria “rivoluzione” ci ritroviamo, più semplicemente, in una sorta di rivoluzione dentro un quadro antropologico che ha, tuttavia, una sua propria ragione d’essere nel modo di esprimersi che è andato maturandosi ancor prima di Internet. In altri termini Internet dobbiamo considerarlo solo un metodo di comunicazione, per altro già insito nella nostra natura. Noi disponiamo di una sorta di cornice mentale secondo la quale il modo con cui comunichiamo delimita anche l’orizzonte di quello che si sta pensando. Si tratta, se non altro, di capire entro quale cornice mentale intendiamo interagire e nella quale restiamo influenzati: la scrittura a mano è una tecnologia, scrivere o leggere in ebraico o in arabo, usare solo le consonanti e leggere da destra a sinistra o vice versa è anch’esso una tecnologia, usare i caratteri cirillici o altri caratteri di scrittura è ancora tecnologia e via di questo passo. Si tratta di un qualcosa di automatico. Semmai possiamo affermare, come la comunicazione, che ci permette Internet, di poter vivere l’esperienza mentale dell’altro che altrimenti rimarrebbe inaccessibile.
Tramite la comunicazione possiamo in un certo senso vivere più vite, perché parlando sappiamo cosa c’è nella mente dell’altro e oggi con Internet lo possiamo fare con più frequenza, di quanto non avveniva in passato, quando ciò si rendeva possibile solo se si prendeva un libro di un certo autore, antico o moderno che fosse, per capire cosa c’era nella sua mente. Era un processo più lento, una ricerca più articolata e soprattutto ci rendeva più astratti rispetto all’attualità del nostro presente. Oggi possiamo più agevolmente condividere o anche solo confrontare con gli amici, ma anche conoscenti e occasionali contatti i nostri passaggi mentali e di essere consapevoli che questa strada ci permette di fare una maggiore esperienza e di comprendere cosa vuol dire, a livello di processi conoscitivi, essere soggetti liberi e non schiavi. A questo punto non è escluso che si possa essere, contemporaneamente, computerizzati e analfabeti. (Riccardo Alfonso)

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Il linguaggio delle opposizioni in Italia

Posted by fidest press agency su mercoledì, 27 settembre 2017

berlusconiDa venticinque anni a questa parte tutta l’area politica che si richiama al centro sinistra e alla sinistra ha avuto un solo obiettivo quello di accanirsi sulla figura di Silvio Berlusconi. E’ stato identificato come la quintessenza di tutti i mali che hanno funestato la politica italiana di questi ultimi anni. Non intendo, a questo punto, entrare nel merito delle ragioni che motivano tante contrarietà ma mi chiedo se ne è valsa la pena considerato che si è cercato in mille modi di affossarlo ma in altri mille e uno è ritornato alla ribalta più forte di prima. Mi chiedo se è stato un falso obiettivo, un falso problema per chi ha seguito questa stimolo dissacrante che sembra essersi ritorto sui loro dissacratori oppure tanta acrimonia la dobbiamo alla incapacità degli altri di concepire la politica in modo diverso da quello di una mera questione di potere, di primato personale fine a se stesso, di “inciucio” politico.
Tutto ciò, ovviamente, allontana i reali problemi del paese, nella migliore delle ipotesi li mette in ombra e, in pratica, li trasferisce alle generazioni future come se nulla fosse. E’ un modo di fare, se la circostanza ci può consolare, comune a molti altri paesi cosiddetti a democrazia compiuta e no.
Alla fine facciamo la parte di chi vuol distruggere per costruire e non di chi vuol costruire senza distruggere. Se trasferiamo il concetto in chiave politica e guardiamo solo i fatti di casa nostra ci rendiamo conto che l’origine di tutti i nostri mali non è Berlusconi o altri, se guardiamo sul fronte opposto, ma su quei “poteri occulti”, perché si celano alle luci della ribalta, sanno curare solo i loro interessi e hanno bisogno che la politica si goda il suo capro espiatorio, che la politica sbandieri le riforme ma non le faccia o se proprio è costretta finisca con il farle male per offrire l’opportunità ai censori di poter affermare: sarebbe stato meglio non averle fatte e fissando una seria ipoteca sulle altre in gestazione. Vorrei, invece, che fosse restituito alla politica il suo primato che è quello di una società ispirata al bene comune e a una solidarietà partecipata. Il resto è solo fumus. (Riccardo Alfonso)

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Rete: “hate speech” e il linguaggio volgare imperante

Posted by fidest press agency su sabato, 15 luglio 2017

rete contatti globaliDa un’attenta analisi del mercato dell’informazione in rete e soprattutto delle esigenze di fruizione degli utenti, emerge la necessità di un linguaggio più qualitativo e di approfondimento, in particolare sui social, per combattere il cosiddetto “hate speech” e il linguaggio volgare imperante. In questo preciso momento storico, LUZ presenta Sapiens – Umani come si deve, progetto totalmente digitale e social, con una landing page che rimanda a Facebook, Instagram e YouTube. Sapiens poggia le sue fondamenta su due parole chiave, autenticità e credibilità, per raccontare storie e personaggi con uno sguardo diverso, verticale, che vada a fondo nei contenuti e ne verifichi le fonti. Una community che dia spazio a una sana informazione e a notizie approfondite, ma anche a ironia e leggerezza, simbolo di un’intelligenza pop.
Sapiens è anche un modo per valorizzare l’archivio fotografico di LUZ, che verrà proposto attraverso diversi linguaggi, con video, testi e sound design creato ad hoc.
Al suo interno ci saranno diverse rubriche per dare spazio non solo alla fotografia e ai video ma anche all’aforisma e all’approfondimento di contenuti attraverso articoli. Tra i format presenti, “Wilson” è il video-diario di Dino Lanzaretti, un viaggiatore in solitaria in bici alla scoperta del mondo e dei suoi limiti, perso nell’inverno siberiano o nelle pianure della Mongolia, dove si può scoprire e imparare qualcosa di utile anche per le nostre comode vite in città. “Mono”, invece, propone le foto dell’archivio LUZ che immortalano le leggende del cinema, della musica, della moda, della letteratura e dello sport, fatte rivivere attraverso un montato video in formato verticale per essere visibile al meglio da supporto mobile, un’assoluta novità in Italia e una scelta distintiva che caratterizza la pagina.Sapiens prende ufficialmente vita con la divulgazione del suo video manifesto Thanks for the hate speech. Tre persone, due ragazzi e una ragazza di circa trent’anni, sono seduti a tavola all’interno di un appartamento: sembra una serata tranquilla, purtroppo non lo sarà perché la discussione molto rapidamente prenderà una brutta piega e l’orrore della violenza verbale, celata dietro lo schermo e la tastiera, diventerà il vero protagonista della serata. Nel corto sono riportati anche commenti realmente lasciati sui social, parole che diventano pietre lanciate contro il prossimo, a dimostrazione dell’urgenza di un cambio di rotta.Il cortometraggio scelto come manifesto, diretto da Andrea Corsini, è stato scritto da Cristian Micheletti, responsabile dell’area Publishing di LUZ. Digital content strategist, autore, documentarista e sceneggiatore, si è laureato in economia, ha lavorato per lungo tempo in televisione (MTV, Mediaset, LaEffe, La7), specializzandosi poi nei linguaggi del web e dei social media in particolare.Al suo fianco nella realizzazione di Sapiens, c’è Gabriele Ferraresi, Publishing Manager di LUZ. Laureato in Sociologia, autore e giornalista, da più di dieci anni si occupa di contenuti e prodotti editoriali online e non. Tra le sue ultime esperienze il coordinamento editoriale di MAP, il Magazine degli Alunni del Politecnico di Milano.Alice Siracusano, Amministratore Delegato di LUZ, è la promotrice del progetto di sviluppo digitale della società.

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Linguaggio a Roma Tre

Posted by fidest press agency su martedì, 23 Mag 2017

Roma Giovedì 25 Maggio 2017, ore 15:30 Dipartimento di Filosofia, Comunicazione e Spettacolo, Aula Matassi Via Ostiense 234.Le Dott.sse Francesca Di Salvo (Università Roma Tre) e Giuseppina Todaro (Università Roma Tre- Université de Toulouse Jean Jaurès) terranno il seminario dottorale, nell’ambito del ciclo seminariale Linguaggio a Roma Tre.

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Linguaggio a Roma Tre

Posted by fidest press agency su mercoledì, 10 Mag 2017

Roma Giovedì 11 Maggio 2017, ore 15:30 Dipartimento di Filosofia, Comunicazione e Spettacolo, Aula Matassi Via Ostiense 234 il Prof. Amedeo De Dominicis (Università della Tuscia – Accademia dei Lincei) terrà una conferenza dal titolo Una definizione topologica della somiglianza tra le voci, nell’ambito del ciclo seminariale Linguaggio a Roma Tre.

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Il linguaggio burocratico delle carceri

Posted by fidest press agency su venerdì, 14 aprile 2017

cellaMi ha fatto amaramente sorridere in questi giorni una circolare del Dipartimento Amministrativo Penitenziario che cambia il linguaggio burocratico delle carceri trasformando il lessico e, tra le varie, disponendo di chiamare le “celle” in “camere di pernottamento”.Io penso che nella stragrande maggioranza dei casi, sia già troppo chiamarle celle perché le chiamerei piuttosto con il loro vero nome: tombe, o ossari, o fogne, o loculi. La motivazione di questa circolare mi fa indispettire ancor di più quando afferma che “Le Regole Penitenziarie prevedono che la vita all’interno del carcere deve essere il più possibile simile a quelle esterna e questa “assimilazione” deve comprendere anche il lessico”. In questo modo è come affermare che ci adeguiamo a quanto ci sta chiedendo l’Europa, ma in realtà le istituzioni sovranazionali ci chiedono ben altro. Purtroppo i nostri funzionari italiani sono convinti di essere furbi e pensano di risolvere i problemi con la carta e la penna cambiando solo il lessico. Tanto chi mai andrà a controllare come sono realmente le “camere di pernottamento” delle nostre “Patrie Galere”? Ve lo racconto io che, in 26 anni di carcere, ne ho girate tante di celle! Ecco cosa ho scritto di alcune:
“Stanza di pernottamento” a cinque stelle:
La cella era stretta e corta. Il soffitto era basso. C’era un letto a castello su un lato. Due tavoli murati dall’altro. Accanto ad essi, due stipetti lunghi e due corti. Sopra la parete del cancello era murata una mensola sulla quale era appoggiata una televisione. La finestra era a due ante. Un’anta non si poteva aprire tutta perché sarebbe andata a sbattere sul letto a castello. La finestra aveva anche doppie sbarre. In quella cella c’era poco spazio per muoversi. E quasi nulla per respirare. C’era solo lo spazio per fare due passi. Due avanti e due indietro.
“Stanza di pernottamento” a quattro stelle:
Quando arrivi in un carcere nuovo, devi imparare di nuovo a vivere perché ogni galera è diversa una dall’altra. È come se ogni carcere fosse uno Stato a sé. Mi misero in una sezione di “Alta Sicurezza”. I detenuti erano tutti in cella singola. Le celle erano venticinque. Sembravano degli armadi in cemento e ferro. Erano divise una dall’altra da uno spesso muro. E avevano un blindato e un cancello davanti. Ogni blindato aveva uno sportello di ferro con una fessura per passare il cibo dentro la cella. Poi c’era uno spioncino rotondo nel muro dalla parte del bagno che consentiva alla guardia di vedere l’interno senza essere visti. La stanza poteva misurare tre metri d’altezza. Due metri di larghezza. E tre di larghezza. Si potevano fare solo quattro piccoli passi in avanti e quattro indietro. La finestra era piccolissima con enormi sbarre di ferro incrociate. Muri lisci. C’erano una branda, un tavolo e uno sgabello. Per pavimento c’era una gettata di cemento grezzo. Ognuno di noi stava chiuso in quello spazio ristretto per ventitré ore su ventiquattro. Avevamo solo un’ora d’aria al giorno. In quella sezione eravamo tutti detenuti condannati a pene lunghe. E la maggioranza di noi alla pena dell’ergastolo. Mi alzavo ogni mattina alle sei. E leggevo per tutto il giorno. E anche per buona parte della notte. Per mantenere in forma il fisico facevo sempre ginnastica. Ogni venti pagine che leggevo facevo una pausa. Poi mi mettevo a fare venti flessioni. E venti addominali. Una per ogni pagina. E dopo ricominciavo a leggere.
“Stanza di pernottamento” a tre stelle:
La cella aveva il soffitto alto ed era lunga dodici passi e larga la metà. Più che una cella sembrava una caverna. La muffa copriva quasi tutti i suoi muri scrostati di bianco. In basso la muffa era verdastra, in alto grigia. Il pavimento della cella era lastricato di pietra grigia. Aveva due letti a castello a destra e due letti a castello a sinistra. I letti erano dei veri telai di ferro con materassi sottili, artificiali, pieni di pulci e cimici. Il blindato e il cancello erano al centro della parete che dava sul corridoio. Due panche davanti alle sbarre della finestra e un tavolaccio nel mezzo. Quattro stipetti grandi e quattro piccoli, un televisore in bianco e nero appoggiato a una grossa mensola attaccata alla parete centrale. C’era un lavandino con sopra un rubinetto arrugginito e accanto un cesso alla turca, con nessuna riservatezza. Le formiche erano le padrone durante il giorno e gli scarafaggi erano i padroni nel corso della notte. I topi erano i padroni sia di giorno che di notte…
“Stanza di pernottamento” a due stelle:
La cella era umida. C’erano macchie di umidità alle pareti. La finestra era piccola con un muretto davanti per impedire di vedere l’orizzonte. Si poteva vedere solo uno spicchio di cielo. C’era un po’ di ruggine sulle sbarre. L’aria sapeva di chiuso. I muri odoravano di muffa. Nella cella c’era un tavolo attaccato al muro, uno sgabello impiantato nel pavimento, una branda inchiodata per terra e uno stipetto fissato alla parete. Nient’altro. (foto: cella)

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Linguaggio a Roma Tre

Posted by fidest press agency su mercoledì, 5 aprile 2017

Roma Giovedì 6 Aprile 2017, ore 15:30 Dipartimento di Filosofia, Comunicazione e Spettacolo, Aula Matassi Via Ostiense 234. Il Prof. Claudio Giovanardi (Università degli Studi ‘Roma Tre’) terrà una conferenza dal titolo Qualche riflessione sulla grammaticografia del primo Cinquecento, nell’ambito del ciclo seminariale Linguaggio a Roma Tre.

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Linguaggio a Roma Tre

Posted by fidest press agency su martedì, 21 febbraio 2017

Roma Giovedì 23 Febbraio 2017, ore 15:30 Aula Matassi Via Ostiense 234 Il Prof. Raffaele Simone (Università degli Studi ‘Roma Tre’) terrà una conferenza dal titolo A cento anni dal Cours di Saussure. Cosa resta e cosa è andato perduto, nell’ambito del ciclo seminariale Linguaggio a Roma Tre.

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Contrastare la diffusione delle ‘bufale’ e del linguaggio d’odio

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 gennaio 2017

Boldrini laura“Articolo21 aderisce e rilancia la proposta avanzata da Roberto Natale, già presidente Fnsi e oggi portavoce della presidente della Camera Laura Boldrini, per contrastare la diffusione delle ‘bufale’ e del linguaggio d’odio a partire dalle giovani generazioni.”
Lo dichiarano Barbara Scaramucci ed Elisa Marincola, rispettivamente presidente e portavoce dell’associazione per la libertà di espressione. “Dobbiamo impegnarci personalmente – continua il comunicato – ad avviare un confronto diretto con i ragazzi, attraverso progetti comuni con le scuole, avvio di luoghi, prima di tutto digitali, di dialogo e organizzazione di cicli di incontri. Non si tratta solo di portare il giornalismo in aula, bisogna innanzitutto, come sottolineato da Natale nell’editoriale pubblicato sul nostro sito, ascoltare e capire il loro approccio alla rete e la richiesta di informazione che i più giovani esprimono. “Noi mettiamo a disposizione la rete delle nostre associate e dei nostri associati, composta non solo da giornalisti ma anche da studiosi, artisti, scrittori, attivisti, con differenti e ricche esperienze alle spalle, ma anche con età diverse e quindi capacità diverse di parlare e ascoltare. Chiediamo a Miur e Fnsi di attivare quel protocollo d’intesa, a titolo gratuito, firmato un anno fa dal segretario generale Lorusso e dall’allora ministra Giannini, e avviamo un programma che sia duraturo e sistematico e non mero strumento di propaganda: in gioco c’è la credibilità di tutto il sistema democratico.”

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Maya: Il linguaggio della bellezza

Posted by fidest press agency su domenica, 14 agosto 2016

Il Maestro 2 di Pakal, Testa raffigurante Pakal il Grande

Picasso Pablo (dit), Ruiz Picasso Pablo (1881-1973). Paris, musée Picasso. MP189.

Verona 8 ottobre 2016 – 5 marzo 2017 Palazzo della Gran Guardia. Maya. Il linguaggio della bellezza di Verona è una delle mostre più grandi ed esaustive che siano mai state prodotte a livello internazionale.
A partire dall’8 ottobre 2016 fino al 5 marzo 2017 la mostra approda a Palazzo della Gran Guardia con oltre 300 opere provenienti dai principali musei del Messico.Curata da Antonio Aimi e Karina Romero Blanco l’esposizione affronta il tema della cultura di questo antico popolo attraverso le parole e i testi degli stessi Maya, utilizzando – come mai è avvenuto in passato – la più grande rivoluzione antropologica dell’ultimo secolo: la decifrazione della loro scrittura. L’esposizione offre uno sguardo nuovo, innovativo e sorprendentemente attuale sull’arte maya a partire dall’individuazione dei maestri, delle scuole e degli stili: finalmente si ha la possibilità di rapportarsi alle opere attraverso una lettura storico-artistica e non solo archeologica. Maya. Il linguaggio della bellezza è una mostra dell’Istituto Nazionale di Antropologia e Storia del Messico (INAH), promossa dal Comune di Verona con il supporto di AMO – Arena Museo Opera ed è presentata da Arthemisia Group e Kornice. (fonte: Arthemisia Group) (foto: Il Maestro 2 di Pakal, Testa raffigurante Pakal il Grande)

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LuganoMusica: al via il Salotto Musicale

Posted by fidest press agency su venerdì, 23 ottobre 2015

andrea lucchesinibeatrice ranaLugano lunedì 26 ottobre alle ore 20.30 nella sala Teatrostudio del LAC, al nuovo ciclo “Salotto Musicale”, dedicato alla musica da camera.
Il Salotto di questa prima stagione segue il tema “Nuovi territori”: autori che hanno esplorato aspetti innovativi del linguaggio musicale, dall’età barocca alla contemporaneità. Il concerto di apertura vede protagonista il clavicembalista Luca Guglielmi, che toccherà le scuole settecentesche di Francia, Italia e Germania con opere di Couperin, Rameau, Platti, Scarlatti e Bach. Dopo la serata di apertura il Salotto Musicale prevede altre quattro date: il 24 novembre, il Trio Weinmeister-Dähler-Grossenbacher presenterà la prima esecuzione assoluta di un brano commissionato da LuganoMusica a Nadir Vassena, accostato alle mirabili geometrie delle Invenzioni a tre voci di Bach e all’eleganza Raphaëlle Moreaupierre-yves holiqueclassica del Trio op. 9 n. 2 di Beethoven. Assai ricercato il programma che la pianista Beatrice Rana proporrà il 27 gennaio: partendo ancora una volta da Bach, con la Partita n. 2 e passando per il romanticismo della Seconda Sonata di Chopin, si approderà alle atmosfere simboliste della Valse di Ravel e di Pour le piano di Debussy. Andrea Lucchesini offrirà il 1° marzo una splendida scorribanda nel repertorio pianistico ispirato al mondo dell’infanzia, dalle Kinderszenen di Schumann alle Children’s Songs di Chick Corea, passando per quel giardino di delizie che è Children’s Corner di Debussy, per concludere con i Preludi di Rachmaninov. Tutto ispirato ai diversi volti del neoclassicismo novecentesco sarà invece il programma del 29 marzo con il trio Holique-Moreau. I tre musicisti si esibiranno in diverse formazioni: pianoforte e violoncello per la Suite italienne di Stravinskij e la Sonata di Debussy, violino e violoncello per la Sonata M 73 di Ravel e infine insieme per il Trio M 67 dello stesso Ravel. (andrea lucchesini, beatrice rana, Raphaëlle Moreau, pierre-yves holique)

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